IL “MALORE ATTIVO” DEL PONTE DELLA SCAFA

Già nel novembre 2013 il nuovo Ponte della Scafa veniva definito l’ultimo grande pasticcio della Capitale guidata da Alemanno. Gli uffici del Comune furono infatti chiamati ad esprimere un parere nel contenzioso di fronte al TAR del Lazio-Roma, bocciando i progetti dell’aggiudicataria e della seconda classificata nella gara d’appalto, contraddicendo se stessi a distanza di due anni. La commissione (composta da soli 3 membri anziché 5) aveva infatti assegnato l’opera al consorzio Sinercos (capofila la Italia Costruzioni di Claudio Navarra) il cui progetto però non rispettava (così come quello della seconda classificata, la ICS Grandi Lavori di Claudio Salini) le prescrizioni inserite nel bando avendo stravolto il progetto iniziale del Prof. Remo Calzona e adottato dal Dipartimento Sviluppo Infrastrutture. Le irregolarità erano diverse, la più preoccupante il fatto che l’opera mettesse “i piedi in acqua” (cantiere realizzato nell’alveo del Tevere, direttamente sul sedime fluviale all’interno degli argini, contravvenendo gli avvertimenti dell’Autorità di bacino e dell’Ardis che avevano espressamente messo in guardia sui pericoli legati alle piene del Tevere). La questione era che quello progettato era sì un ponte, ma non il ponte del bando di gara.

Tralasciando che la situazione presso il TAR del Lazio si fosse poi complicata con vicende di cronaca giudiziaria legate a Claudio Salini, il Consiglio di Stato, Sez. V, nell’udienza pubblica del 29 aprile 2014, ha pronunciato la decisione n.4578 (poi depositata in segreteria il 9 settembre 2014) per la riforma della sentenza sempre del TAR del Lazio–Roma, Sez. II, n. 10491 del 5 dicembre 2013, concernente l’affidamento dell’appalto per la progettazione e l’esecuzione dei lavori necessari alla realizzazione del nuovo “Ponte della Scafa” (e relativa viabilità di collegamento), sentenza con la quale, in pratica, si rimetteva in discussione tutto il progetto.

Ebbene, la decisione del Consiglio di Stato, che tocca anche punti tecnicamente sensibili, focalizzandosi sulla distinzione tra migliorie, varianti, varianti migliorative, totale variante, è giunta a dire che la serie di incoerenze e difformità rispetto al capitolato d’appalto del progetto della Sinercos non modificano la “concezione strutturale globale dell’opera, la concezione estetica e l’inserimento nel contesto paesistico”. Tradotto, un ponte è un ponte.
Perché dunque non hanno indetto sin dall’inizio una gara con procedura aperta per l’appalto di progettazione visto che le prescrizioni sono solo quelle generiche, sopracitate dal Consiglio di Stato?
La decisione del Consiglio di Stato ricorda quella tristemente nota di Gerardo D’Ambrosio in cui citava il “malore attivo”, lo stesso che evidentemente colpisce il Ponte della Scafa. Qualcuno presenta un progetto di un ponte differente dal capitolato, che dovrebbe dunque morire, per altro un ponte che lui non avrebbe disegnato se avesse potuto liberamente scegliere quale ponte fare, ma alla fine qualcuno dice che il suo ponte va bene perché è un ponte.
Alcune certezze. Si sono spesi tempo e soldi pubblici per qualcosa che non sarà “un segno moderno ad una cultura ingegneristica millenaria”, come disse nel 2011 il Prof. Remo Calzona , né tanto meno l’opera viaria più maestosa degli ultimi decenni che collegherà Ostia a Fiumicino. Solo il “malore attivo” di un ponte, quello della Scafa, che costerà oltre 32 milioni di euro e che non risolverà alcun problema di viabilità e mobilità dell’area.


paula de jesus per LabUr

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