IL MARE NON È UN EVENTO. È UNA SCELTA DI GOVERNO

Foto di Mino Ippoliti

Foto di Mino Ippoliti

All’Auditorium Parco della Musica, a 30 km dal lungomare di Roma, va in onda il festival Un Solo Mare, “che intreccia scienza, responsabilità civile e creatività per esplorare il mare come bene comune globale, imprescindibile per il futuro del pianeta”. Mentre si celebra il mare, la costa della Capitale perde metri.

 

All’Auditorium Parco della Musica si parla di mare come responsabilità collettiva. Scienza, clima, Mediterraneo, biodiversità. Intervengono ricercatori, istituzioni, centri di ricerca. Tutto corretto. Tutto necessario. Il punto non è il festival. Il punto è ciò che accade a trenta chilometri di distanza sul mare della Capitale che ospita l’evento.

Tra Levante e Ponente, a Ostia, la linea di riva arretra. In alcuni tratti si registrano perdite dell’ordine di decine di metri in pochi anni. Strutture legittimamente autorizzate diventano vulnerabili non per abuso, ma perché il sistema morfologico è cambiato. Le mareggiate non sono l’emergenza: rendono visibile un problema strutturale. L’INGV aggiorna gli scenari di innalzamento del livello marino, sottolineando l’effetto combinato con la subsidenza costiera. ISPRA pubblica da anni dati sull’erosione e sul dissesto. Roma Tre – Ingegneria del Mare, la cosiddetta “Università del Mare” di Ostia – lavora su vulnerabilità, bilancio sedimentario, dinamiche costiere. La conoscenza esiste. Non manca la diagnosi. Manca la decisione.

Difendere tutto? Arretrare in alcuni tratti? Rivedere le concessioni in aree a rischio?

Compensare le opere rigide – progettate dagli stessi che fanno le diagnosi – che hanno alterato il trasporto dei sedimenti? Stabilire dove non ha più senso intervenire?

Finché queste scelte non vengono esplicitate, l’ “erosione” continuerà ad essere trattata come emergenza meteo. E l’emergenza, per definizione, giustifica interventi tampone: ripascimenti urgenti, rifioriture, fondi straordinari. Ma un fenomeno strutturale non si governa con misure emergenziali.

In Francia esiste una strategia di arretramento pianificato. Nel Regno Unito per ogni tratto di costa si dichiara se “mantenere la linea” o procedere a realignment. Nei Paesi Bassi il governo dell’acqua è una politica nazionale permanente.

In Italia la costa è frammentata tra competenze comunali, regionali e statali. Senza una cabina unica con potere decisionale e orizzonte pluridecennale, continueremo a inseguire il mare.

Il tema quindi non è criticare la cultura del mare. Il tema è trasformare il sapere scientifico in architettura decisionale. Se sappiamo che il livello marino cresce, che la subsidenza amplifica il rischio e che alcuni tratti arretrano rapidamente, allora serve una governance nazionale della costa, con mandato chiaro:

– monitoraggio continuo e pubblico della linea di costa;

– bilancio sedimentario aggiornato;

– scelta esplicita tra difesa e arretramento per tratti omogenei;

– revisione delle concessioni in aree ad alta vulnerabilità;

– fondo pluriennale strutturale, non emergenziale.

Il mare non aspetta le legislature e non è distopico. È coerente con le leggi fisiche. La vera distopia è continuare a parlarne in termini alti a 30km dalla costa mentre sul territorio lo trattiamo come un incidente stagionale.

Il mare non è un evento. È una scelta di governo. Di questo, quando ne parliamo?

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