CHI SA, VEDE. PERIFERIE ROMANE, UN ROMANZO SENZA AUTORE. PILLOLE DI URBANISTICA #30

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260302_125613_0000 Negli ultimi quindici anni Roma ha smontato la periferia come tema politico unitario. La periferia non è scomparsa. È stata semplicemente parcelizzata. Divisa tra urbanistica, lavori pubblici, sociale, patrimonio, cultura, municipi, emergenze. Ognuno gestisce un pezzo, nessuno governa l’insieme. E quando tutti amministrano una parte, la responsabilità collettiva svanisce.

Un tempo il quadro era diverso. Figure come Dante Pomponi, anche sotto un sindaco tra i più narrativi come Walter Veltroni, tenevano le periferie dentro una visione unica: lettura tecnica, responsabilità politica, continuità territoriale. Le periferie erano la città, non un capitolo secondario dell’amministrazione.

Il segno più chiaro del cambiamento in queste ore è stato “l’olimpico di sabbia” all’Idroscalo di Ostia (LINK), un luogo fragile, simbolico, liminare. Una conquista che un tempo sarebbe finita su tutti i giornali. Nessun assessorato rivendica il tema, segno che l’istituzione non assume il territorio come responsabilità pubblica. La periferia non è più spazio politico. È diventata episodica.

In questo quadro, la figura di Pino Battaglia è emblematica perché incarna perfettamente il nuovo modello. Battaglia, che nasce come mediatore politico, è Assessore alle Periferie, una delega vastissima sulla carta ma quasi priva di leve strutturali mostrando plasticamente la frammentazione dell’intero sistema. Il suo assessorato coordina, monitora, comunica, ma non governa casa, spazi pubblici, mobilità minuta, vulnerabilità, manutenzione, emergenze urbane. È l’esatto contrario dell’epoca in cui Assessore era Dante Pomponi, cioè quando le periferie avevano (con tutti i limiti di essere sotto la guida di uno dei sindaci più narrativi come Walter Veltroni) una regia, una mano unica, un disegno.

La parola “periferia” oggi è stata completamente sterilizzata. Non indica più la trama sociale e geografica della città, ma un aggregato di progetti PNRR, qualche sopralluogo, alcuni sportelli. È diventata una cornice malleabile e smesso di essere un terreno di conflitto urbano. Di fatto chi governa la città non riconosce più i margini come luogo di decisione, ma come sfondo amministrativo.

La conseguenza è una Roma dove la periferia è un romanzo senza autore, dove le emergenze non hanno un referente unico, i territori fragili diventano invisibili, la stampa non trova più centri decisionali da incalzare, i municipi restano senza poteri reali, i cittadini non sanno chi è responsabile di cosa e la città smette di pensare la propria struttura come un insieme.

La periferia si è svuotata per perdita di governo e quando questo accade non c’è più una città da tenere insieme.

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L’OLIMPICO DI SABBIA

Nero Oro Gala Invito_20260301_110640_0000 Ieri all’Idroscalo è accaduto qualcosa di raro: un pezzo di città si è mosso. Non con un progetto approvato, non con una delibera, non con un piano calato dall’alto, ma con un gesto civile, semplice e radicale: due porte piantate nella sabbia.

Lo dico con gratitudine e con la precisione che devo alla storia di questo luogo: questo campo di calcio non nasce ieri. Nasce 16 anni fa, quando l’Idroscalo era considerato un relitto urbano, un posto da evitare, un nome da citare solo un giorno all’anno per ricordare la morte di Pier Paolo Pasolini e non le ferite di quel luogo, le continue promesse e il mancato riconoscimento.

Il 23 febbraio del 2010 la nostra scelta, quella di Andrea Schiavone e la mia, è stata molto semplice: rifiutare l’indifferenza, lo stesso rifiuto di cui Pasolini parlava il giorno prima di morire. Da quel rifiuto sono nate quindici anni di battaglie che non sempre si vincono né si vedono, non sempre si raccontano e quasi mai vengono celebrate, ma hanno permesso di arrivare a questo momento.

Oggi, grazie al lavoro dei mister dell’Ostia Calcio 1884, all’impegno di Franca Vannini, ai genitori dei ragazzi dell’Idroscalo, agli ex ragazzi del Parchetto, agli imprenditori, ai volontari e al giornalista Mirko Polisano, questo campo vive. Vive dove per cinquant’anni nulla è stato autorizzato a vivere.

Ringrazio chi ha donato tempo, energie, materiali e affetto. Ringrazio Massimiliano Smeriglio per aver messo il suo nome e la sua presenza dove la politica spesso non vuole entrare. Ringrazio chi ha scelto di fare un gesto senza chiedere nulla in cambio. Sono tutte queste persone a custodire il senso più profondo della città pubblica. Perché la città, noi non ce lo dimentichiamo mai, è un bene comune che diventa tale solo quando riconosce tutti e non solo chi ha voce, risorse o rappresentanza. Quando lo Stato arretra, ricordiamoci di piantare due porte per calciare abbandono e speculazione.

La periferia, che ormai ha assunto solo una significato negativo, rimane la più importante scuola a cielo aperto, un luogo che parla prima della politica, custode di una pedagogia fatta di relazioni, corpo, cura, presenza. Questo campo di calcio all’Idroscalo è esattamente questo: un pezzo di città pubblica restituito, strappato al colpevole silenzio. Questo campo, tecnicamente chiamato informale, è urbanistica, politica ed educazione civile in purezza. Non nasce da un piano, ma da una comunità.
Piantare due porte nella sabbia come atto di rivendicazione del diritti all’abitare un luogo, all’infrastrutture, alla sicurezza idraulica, agli spazi pubblici, alla mobilità, ad un piano credibile e ad una responsabilità istituzionale che nessuno ha ancora avuto il coraggio di assumere.

Gli “squaletti” dell’Idroscalo di Ostia da 4 mesi corrono come se quel campo fosse l’Olimpico e in un certo senso lo è. È il primo spazio pubblico restituito alla comunità della Foce del Tevere dopo decenni. Un campo irregolare, sbilenco, imperfetto, ma vivo. Un campo che appartiene ai bambini, ai ragazzi e non alla retorica.

Il nostro grazie, come LabUr, va alla comunità per tutto quello che ci ha dato e insegnato e la nostra promessa resta quella di sempre: continuare a dire la verità su questo luogo, anche quando non conviene, anche quando stanca, anche quando il silenzio sarebbe più comodo.

Come ha detto Smeriglio ieri: “In un mondo così complicato esistono ancora persone per bene”.

Paula Filipe de Jesus

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OSTIA, L.MARE A. VESPUCCI: CDS RISCRITTO A COLPI DI VERNICE

Nero Oro Gala Invito_20260227_132911_0000 Una pista ciclabile realizzata in assenza di un progetto di mobilità integrata che presenta elementi incompatibili con la normativa vigente, sia per la sicurezza sia per la funzionalità degli accessi esistenti. La sua collocazione è stata fatta nel punto di massima interferenza con traffico veicolare, mezzi AMA, fornitori e mezzi di soccorso e ciò contrasta con l’art. 182 CdS, secondo cui le infrastrutture ciclabili devono garantire condizioni di sicurezza adeguate.

 

Che la pista ciclabile di Levante, realizzata sul lungomare Amerigo Vespucci, presenti criticità evidenti è ormai percezione diffusa. Che non sia mai stata formalmente inaugurata (scelta che molti attribuiscono più alla prudenza che all’organizzazione) è altrettanto noto. Che la pista ciclabile abbia sottratto oltre 200 posti auto sul Lungomare A. Vespucci finalmente non viene più occultato nemmeno dall’Amministrazione, che ha dichiarato che parte di tali stalli verrà recuperata nell’ex area di trasbordo rifiuti AMA, prospiciente lo stabilimento balneare Ra.Lo.Ce. Tale area risulta classificata dal PRG come verde pubblico e non a parcheggio, come superficialmente viene riportato sulla stampa, nonostante presenti un cosiddetto “doppio IBU” (verde/parcheggio). L’IBU infatti ha natura ricognitiva e gestionale e dunque non modifica né sostituisce la destinazione urbanistica impressa dal PRG, né autorizza automaticamente funzioni diverse da quelle previste in origine. Vedremo se qualcuno avrà voglia di accertare la natura di questo doppio IBU, quando sia stato introdotto, con quale atto e quale valore giuridico abbia rispetto alla disciplina del PRG e alle Norme Tecniche di Attuazione. Ma soprattutto qualcuno dovrà chiarire la compatibilità con gli articoli 6 e 8 delle NTA, che regolano l’utilizzo delle aree a verde e le eventuali trasformazioni ammissibili.

Ma il tema urbanistico è solo uno dei livelli di criticità.

La soppressione dei varchi e modifica della visibilità. 
Per recuperare i posti auto soppressi lungo il lungomare si sta procedendo alla realizzazione di nuovi stalli che, di fatto, eliminano o rendono inutilizzabili i varchi di collegamento tra le due carreggiate. Tali varchi consentivano:

  • l’accesso diretto agli stabilimenti balneari,
  • l’inversione di marcia,
  • una maggiore fluidità del traffico locale.

Gli stalli sono stati tracciati sull’asfalto, ma ad oggi non risulta adottata alcuna determinazione dirigenziale della Polizia Locale (Gruppo X Mare) che ridefinisca formalmente la disciplina della circolazione.

Questo comporta che:

  • l’assetto viabilistico non è stato ufficialmente modificato,
  • la soppressione dei varchi non è stata formalizzata,
  • manca un provvedimento che legittimi la nuova organizzazione della carreggiata.

La conseguenza è evidente: anche in assenza di veicoli parcheggiati, la sola presenza della segnaletica a terra impedisce materialmente manovre (come le inversioni di marcia) che prima erano consentite.

Inquadramento normativo
Il tema non riguarda la “vernice” ma la legalità della circolazione.
Il Codice della Strada (D.Lgs. 285/1992) stabilisce principi chiari:

  • Art. 5: l’ente proprietario regola la circolazione mediante atti formali;
  • Art. 7: nei centri abitati tale regolamentazione avviene tramite ordinanza dell’autorità competente;
  • Art. 38: la segnaletica è efficace solo se apposta in conformità a un provvedimento dell’ente proprietario.

La segnaletica (verticale o orizzontale) non produce effetti se non discende da un atto amministrativo valido. È lo strumento esecutivo di una decisione e non può sostituirla.

In termini semplici:
prima si adotta l’ordinanza, poi si dipinge.
Il contrario non è previsto.

Sopprimere un varco per inversione tramite stalli non rientra nella “manutenzione”: è una modifica sostanziale della viabilità, che richiede un atto formale. Per cui siamo ad una configurazione apparente, priva di efficacia regolatoria.

Impatto sulla sicurezza e sui servizi di emergenza
La soppressione dei varchi influisce direttamente sulla mobilità dei mezzi di emergenza come ambulanze, vigili del fuoco, forze dell’ordine. La possibilità di effettuare inversioni rapide fa parte degli standard minimi di accessibilità richiesti nei contesti urbani. Eliminare tali varchi senza alternative comporta un allungamento dei percorsi obbligati.

In condizioni normali è un disagio, ma in emergenza può diventare un problema serio. E in materia di sicurezza stradale, la viabilità non è un dettaglio.

L’intervento sul lungomare Amerigo Vespucci presenta due livelli critici:

  1. Urbanistico, per la compatibilità dell’ex area AMA con il PRG e le NTA.
  2. Viabilistico-amministrativo, per la soppressione dei varchi e l’assenza di un atto formale che definisca la nuova disciplina della circolazione.

La segnaletica deve essere la rappresentazione fedele di un provvedimento preesistente.
In assenza di tale atto, la nuova configurazione della carreggiata non è una riorganizzazione, ma una vera e propria alterazione della viabilità senza copertura normativa.

La soppressione dei varchi richiede una nuova disciplina formalmente adottata ai sensi degli artt. 5, 7 e 38 del CdS. Mentre, la trasformazione dell’area a verde in parcheggio richiede la verifica della compatibilità urbanistica nel quadro del PRG e delle NTA.

Senza un atto formale, la viabilità non è stata modificata ma semplicemente stata resa più pericolosa colorando l’asfalto e confidando che nessuno chieda su quale base giuridica.

 

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PARCO DEL MARE: IN CONFERENZA DEI SERVIZI ATTI TECNICI SENZA ATTI

Nero Oro Gala Invito_20260226_115923_0000Sul progetto Parco del Mare in Conferenza dei Servizi arriverebbero nulla osta assenti di valutazioni idrauliche, geologiche e manutentive. Un modo di procedere che tradisce quanto denunciato da professionisti, associazioni e cittadini. Ostia ridotta ad un parco giochi, di cui si ignorano le fragilità. Un atto irresponsabile spacciato per rigenerazione urbana.

 

Siamo venuti a conoscenza, da fonti attendibili, del nulla osta idrogeologico rilasciato dal Dipartimento capitolino competente (Dipartimento Tutela Ambientale Area Valorizzazione del Tevere e delle aree fluviali Ufficio Promozione e Gestione Reticolo Idrografico Minore e Vincolo Idrogeologico) nell’ambito della conferenza dei servizi sul progetto “Parco del Mare” che si chiude domani, 27 febbraio.

Un documento importante, che avrebbe dovuto chiarire alcune delle criticità sollevate da LabUr.

Da quanto ci viene riferito purtroppo, non è così.

Il parere, infatti, non affronterebbe nessuno dei nodi tecnici centrali del progetto: né il tema della permeabilità, né quello dei riporti, né la gestione delle acque meteoriche, né la modellazione idraulica del fronte mare, ma soprattutto, presenterebbe una serie di elementi che lasciano perplessi chiunque conosca la materia.

Il documento, incredibilmente, non citerebbe alcun elaborato progettuale: nessun codice tavola, nessuna planimetria, nessuna relazione, nessuna data, nessuna versione.

Si limiterebbe a scrivere che la valutazione è stata fatta “sulla base della documentazione trasmessa”, senza dire quale. In un procedimento pubblico di questa importanza, è una mancanza grave perché un parere privo del riferimento agli atti non è verificabile e dunque non è trasparente.

Tutto il documento si baserebbe su dichiarazioni dei progettisti dunque il Dipartimento avrebbe abdicato ad una propria istruttoria tecnica.

Prendere per buona una dichiarazione asseverata dei progettisti del Parco del Mare, è davvero l’apoteosi dello sbando amministrativo.

Cosa avrebbero dichiarato i progettisti?

  • dove c’è il vincolo idrogeologico;
  • dove non c’è;
  • quali aree sarebbero assimilate a bosco;
  • quali lavorazioni non inciderebbero sui terreni tutelati.

In pratica, i progettisti autocertificano se stessi e l’Amministrazione recepisce.

Chiunque si occupi di suolo e rischio idrogeologico comprende bene il problema: una valutazione basata su dichiarazioni di parte non può sostituire un’istruttoria indipendente.

Per altro il parere riguarderebbe solo un frammento del progetto. Il nulla osta infatti si esprimerebbe esclusivamente sui terreni soggetti al vincolo idrogeologico ai sensi del R.D.L. 3267/1923, cioè:

  • aree boscate
  • aree assimilate a bosco
  • terreni saldi e montani

Ma il Parco del Mare è un intervento molto più ampio, che prevede:

  • rilevati artificiali,
  • nuove morfologie,
  • pavimentazioni estese,
  • ridefinizione della sezione stradale,
  • sbancamenti,
  • nuovi assetti drenanti,
  • nuova gestione delle acque meteoriche,
  • impatti sull’erosione costiera.

Su tutto questo, il parere non direbbe nulla.

Le osservazioni inviate da professionisti e associazioni negli ultimi giorni sollevavano temi precisi. In particolare LabUr aveva chiesto di avere chiarimenti su:

  • permeabilità dei suoli;
  • compatibilità idraulica dei rilevati;
  • rischio allagamenti;
  • rapporto con la falda alta;
  • stabilità dei nuovi profili del fronte mare
  • cuneo salino

Il parere non affronterebbe nulla di tutto questo perché il nulla osta del Dipartimento affermerebbe che non è lo strumento giusto per valutarle e che eventuali modifiche progettuali comporteranno una nuova valutazione cosa che avvallerebbe il fatto che il progetto non è definitivo, che il sedicente percorso partecipativo, presentato come una formalità estetica, sta avvenendo mentre il quadro progettuale è ancora in evoluzione.

È l’ennesima contraddizione di questo progetto: si chiede ai cittadini di discutere di piante e aiuole, mentre gli aspetti fondamentali del progetto non solo non sono chiusi, ma non sono stati neppure valutati integralmente.

Dunque, a 24 ore dalla chiusura della conferenza dei servizi, avremmo un nulla osta che non autorizzerebbe il progetto, non ne valuterebbe la sua compatibilità idraulica, non risponderebbe alle osservazioni e non potrebbe dunque essere usato come prova della bontà del PFTE.

In pratica direbbe solo che per quanto riguarda i terreni vincolati come bosco, sulla base delle dichiarazioni dei progettisti, l’Ufficio non rileva problemi.

Stupefacente, un intervento urbanistico complesso su un tratto di costa fragile come quello di Ostia, viene liquidato così, senza rispetto per i soldi dei contribuenti e per il territorio e le persone che lo abitano a cui viene scaricato anche il costo di errori evitabili.

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Ostia: Area Camper sul Lungomare Vespucci L’Urbanistica del disprezzo e le criticità tecniche, amministrative e politiche

foto camperIl caso della cosiddetta area camper sul Lungomare Amerigo Vespucci ad Ostia non è un dettaglio locale né l’ennesima polemica da social.
È un cortocircuito amministrativo completo, che intreccia urbanistica, patrimonio, procedure e dichiarazioni politiche contraddittorie.
È esattamente il tipo di vicenda in cui la città viene trattata non come bene comune, ma come spazio da piegare secondo convenienze del momento.

1. Il nodo urbanistico: una destinazione incompatibile

Le verifiche tecniche sono chiare:
l’area risulta classificata dal PRG come “Verde pubblico e servizi pubblici di livello locale” (art. 85 NTA).
In queste zone i parcheggi sono ammessi solo:
– nel sottosuolo
– senza trasformare la superficie in piazzale carrabile
Se questa classificazione è confermata, realizzare un parcheggio a raso significa produrre una difformità urbanistica sostanziale.
La città ha delle regole non per capriccio, ma per garantire equità e coerenza. Qui le regole non sono rispettate.

2. Assenza del documento fondamentale: il CDU storico

Il Certificato di Destinazione Urbanistica storico è il solo documento che consente di ricostruire:
– l’evoluzione delle destinazioni
– eventuali varianti
– compatibilità degli interventi
– vincoli sopravvenuti
Senza CDU storico non si può dimostrare alcuna legittimità.
La mancanza di questo atto impedisce ogni verifica oggettiva.

3. Profilo patrimoniale irrisolto

Alcune particelle coinvolte hanno una storia complessa, legata a passaggi di sdemanializzazione e cambi di proprietà. Senza un inquadramento patrimoniale completo:
– non è possibile stabilire se l’area sia realmente trasformabile,
– né se gli atti in corso poggino su una base giuridica corretta.
Una città che non conosce il suo patrimonio non governa: subisce.

4. Il paradosso funzionale

Per anni lo spazio è stato usato come area operativa/logistica, area trasbordo AMA. Oggi si parla di “area camper”.
Dunque:
– o l’uso precedente non era autorizzato,
– oppure l’attuale progetto non è coerente con gli atti originari.
In entrambi i casi emerge una discontinuità amministrativa che richiede chiarimenti formali e immediati.

5. Opere già eseguite e autorizzazioni mancanti

Sono state segnalate opere e infrastrutture già realizzate, in particolare fogne che hanno distrutto un tratto della nuova pista ciclabile.
Soni dunque state eseguite:
– senza titolo edilizio?
– o senza nulla osta degli enti gestori?
In caso affermativo si configurerebbero violazioni amministrative.
È la classica situazione in cui la realtà corre avanti e gli atti arrancano dietro.

6. Competenza istituzionale: atto non di livello municipale

La decisione assunta:
– non era di competenza municipale,
– avrebbe richiesto un passaggio in Assemblea Capitolina,
– oppure un atto di livello superiore.
Un errore di competenza rende l’atto impugnabile e mette in luce, ancora una volta, un metodo approssimativo.

7. Il caso politico: dichiarazioni che contraddicono gli atti

Il consigliere capitolino Fabrizio Santori ha costruito una protesta politica su un cartello lavori senza comprenderne minimamente il contenuto.
I lavori attuali sono di manutenzione ordinaria previsti da un appalto, con tutte le criticità tecniche già emerse e non hanno nulla a che vedere con l’area camper.
È un cortocircuito perfetto:
– la propaganda corre,
– la competenza vacilla
– l’opposizione si imbarazza da sola.
Siamo alla “cultura dell’urlo”: parlare senza conoscere, giudicare senza leggere.

8. L’unico intervento lucido quello del presidente Yuri Trombetti

In questo quadro confuso, l’unico elemento di ordine è venuto dal presidente della Commissione Patrimonio, Yuri Trombetti, che ha riportato la discussione su atti, documenti, competenze.
Un raro momento di metodo in mezzo al caos.

Di fronte a:
– incompatibilità urbanistiche
– incertezze patrimoniali
– dubbi autorizzativi
– conflitti di competenza
– comunicazione politica distorta

abbiamo assistito ad una brutta pagina di urbanistica del disprezzo: disprezzo per le regole, per il metodo, per la città e per le persone trattate come ostacolo da spostare.
L’unica strada possibile è una sola: pubblicazione integrale degli atti e verifica tecnica indipendente.
La città è un patto.
E quando questo patto si rompe, non c’è propaganda che possa aggiustarlo.

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OSTIA, AREA CAMPER: IL CARTELLO CHE SMASCHERA TUTTO

Nero Oro Gala Invito_20260222_094628_0000 Quando basta leggere un cartello per capire il cortocircuito politico – amministrativo.

 

 

Il cartello di cantiere parla chiaro. Nero su bianco. Senza interpretazioni.
L’appalto autorizza esclusivamente manutenzione ordinaria di FABBRICATI CAPITOLINI ricadenti nel territorio del Municipio Roma X adibiti a: UFFICI, MERCATI E CENTRI ANZIANI. Certo, bisogna saper leggere un cartello lavori e saper interrogare i dati relativi al ciclo di vita degli appalti messi a disposizione dall’ANAC.
Dunque l’affidamento dei lavori alla impresa edile A.F. Impianti e Costruzioni s.r.l. nell’ambito del V contratto applicativo dell’accordo quadro relativo ai lavori di manutenzione ordinaria di una particolare tipologia di fabbricati non riguarda i parcheggi. Neppure piazzali. Non aree esterne. Non interventi urbanistici.
Solo edifici.
E allora la domanda è inevitabile, diretta, pubblica: come può la stessa ditta lavorare su un parcheggio — come dichiarato dal presidente del Municipio X Mario Falconi e dall’assessore al Turismo Antonio Caliendo — se l’affidamento riguarda esclusivamente fabbricati?
Non è una questione politica. È una questione logica prima ancora che giuridica.

IL PARADOSSO ISTITUZIONALE
Qui non siamo davanti ad un dubbio interpretativo o ad una disputa tecnica. Ciò che è scritto nel titolo dell’appalto delimita ciò che è lecito eseguire. Se il cartello indica manutenzione edifici e il lavoro visibile riguarda invece un’area aperta destinata a parcheggio, esistono solo due possibilità:
– o i lavori non corrispondono all’appalto;
– o le dichiarazioni istituzionali non corrispondono alla realtà.
Entrambe le ipotesi sono gravissime.

IL FALLIMENTO DEL CONTROLLO POLITICO
Il punto più sconcertante non è l’intervento in sé. È che chi avrebbe dovuto vigilare non vede nulla.
Consiglieri che chiedono chiarimenti. Commissioni che convocano audizioni. Dichiarazioni stampa per “fare luce”.
Ma la luce era già accesa. Stava sul cartello.
Se l’opposizione scopre un problema solo quando diventa pubblico e la maggioranza lo spiega male e solo quando insegue la propaganda dell’ordine, decoro e sicurezza, significa che nessuno stava controllando prima.

TRASPARENZA FORMALE, OPACITÀ SOSTANZIALE
Sulla carta, tutto appare regolare: gara pubblicata, affidamento registrato, importi dichiarati. Formalmente impeccabile.
Sostanzialmente invece siamo in presenza di
un appalto per edifici che diventa intervento su suolo aperto, l’esempio perfetto di come la trasparenza burocratica possa convivere con l’oscurità operativa.
I documenti esistono. Il problema è che nessuno li confronta con la realtà.

IL SILENZIO SUL PATRIMONIO PUBBLICO
Come abbiamo già scritto i giorni scorsi (LINK), l’area interessata risulta catastalmente classificata come parco pubblico e storicamente coinvolta nella complessa vicenda della sdemanializzazione del litorale di levante che ha portato alla realizzazione anche del lungomare Amerigo Vespucci. Tema delicato, tecnico e decisivo. Dove è la variante di destinazione urbanistica? Dove è l’accertamento patrimoniale dell’area? Silenzio amministrativo.
Settimane di becera propaganda senza nessuna ricostruzione pubblica completa, nessuna relazione urbanistica pubblica, nessun chiarimento definitivo sulla titolarità giuridica effettiva.
Quando il patrimonio pubblico non ha una storia amministrativa trasparente, ogni intervento diventa potenzialmente illegittimo anche se formalmente autorizzato.

DIBBATITO PUBBLICO TOSSICO
Mentre le questioni vere restano senza risposta, il dibattito pubblico si infiamma su slogan contro persone fragili, camperisti, poveri e “indesiderati”, accusati di rovinare turismo e decoro.
È il solito schema: spostare l’attenzione dal problema amministrativo al bersaglio sociale, così si discute di chi dorme in un camper, non di chi autorizza un cantiere.
La povertà come ostacolo da rimuovere anziché una responsabilità collettiva.
Invece di guardare le ferite del territorio, le spostano sempre in un altrove più lontano dagli occhi, silenziandole.
La città non si misura da dove mette i poveri, ma da come si occupa di loro. Spostare fragilità ai margini non è governo. È rimozione simbolica.

LA DOMANDA CHE RESTA
Non serve un’inchiesta parlamentare. Non serve una commissione speciale. Non serve un pool di esperti. Serve solo una risposta semplice: perché un appalto per manutenzione di edifici viene associato a lavori su un parcheggio?

Finché questa domanda resterà senza risposta documentale, ogni dichiarazione politica è nulla nel caos.

CONCLUSIONE
Di fronte all’ennesima anomalia amministrativa su quell’area, prendiamo atto di come anche questa amministrazione intende la città: controlli tardivi, atti che non dialogano, responsabilità che evaporano tra un rimpallo di responsabilità e l’altro, dove la trasparenza è formale e l’opacità è sostanziale, dove la propaganda (spesso di chiaro stampo razzista e classista) prende il posto del ragionamento, che dimentica che la città è un bene comune, e come tale va trattata e che i deboli non sono un ingombro, ma la misura di ciò che siamo. E non è un bello spettacolo.

Il cartello era lì mentre tutti erano lì.
Bastava leggerlo.
Questa è Ostia. Questa è Roma.

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CHI SA, VEDE. “PARCO DEL MARE E OLIMPIADI”. PILLOLA DI URBANISTICA #29

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260221_095633_0000Parco del Mare e Olimpiadi: annunci, silenzi e realtà. Ostia non è una sede olimpica.
A 48 ore dal tavolo sul Parco del Mare, il Sindaco parla di cantieri già definiti e di una Roma “pronta” per le Olimpiadi. Ma sul mare e sulla città pesano domande ancora senza risposta.
La città si costruisce con i fatti, non con le promesse.

A 48 ore dal secondo incontro ufficiale sul Parco del Mare, mentre cittadini, associazioni e tecnici attendono ancora una risposta alle osservazioni inviate, il Sindaco rilascia al Corriere della Sera questa dichiarazione:

«Attribuiamo un’importanza strategica alla valorizzazione del mare di Roma e abbiamo progetti molto ambiziosi. Realizzeremo insieme alla Regione Lazio il Parco del Mare, che cambierà radicalmente il volto del lungomare riducendo l’asfalto, aumentando il verde, migliorando la viabilità, liberando finalmente la visuale verso il mare e valorizzando il paesaggio e la natura. I cantieri partiranno dopo l’estate e dureranno un paio d’anni, con un investimento complessivo di oltre 50 milioni di euro».

Il problema è evidente: mentre il sedicente processo partecipativo è ancora aperto, con domande e richieste formali rimaste ancora senza risposta, il progetto viene descritto come se fosse già chiuso, approvato e cantierabile. L’ennesima contraddizione che indebolisce la credibilità dell’intero percorso.

Nella stessa intervista, il Sindaco rilancia anche l’ipotesi di una candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2036 o del 2040. Ma qui la storia è chiarissima: nella candidatura ufficiale di Roma 2024, gli sport a mare come la vela non erano previsti a Ostia, bensì a Cagliari, scelta motivata dalle condizioni meteo-marine, in particolare dal vento, non adeguate agli standard olimpici sul nostro litorale.
Quanto alle discipline su percorso (maratona, ciclismo), nel 2024 non era previsto alcun evento olimpico a Ostia.
Evocare oggi il mare dentro una narrazione olimpica, quindi, non ha fondamento tecnico né storico.

C’è poi un punto più profondo, che riguarda la visione.
L’idea di connettere il Giubileo 2033 a un grande evento come le Olimpiadi non sarebbe, di per sé, irragionevole: due calendari globali potrebbero dialogare e orientare trasformazioni urbane di lungo periodo. Ma la verità è che l’occasione per essere lungimiranti è stata già sprecata. Il Giubileo 2025, che ha potuto godere dei fondi PNRR, rappresentava un banco di prova straordinario. Poteva essere il momento per ridisegnare davvero la città: mobilità sostenibile, infrastrutture, trasparenza amministrativa, governo del mare. Invece, è stata assorbita da cantieri tardivi, progetti instabili, ritardi strutturali e un uso delle risorse che non ha prodotto il salto di qualità necessario, soprattutto nel Municipio X.

È difficile parlare di Olimpiadi 2036 o 2040 senza prima ammettere che Roma non è stata messa nelle condizioni di diventare una città più efficiente, più accessibile, più equa.
E senza una città che funziona, gli eventi restano slogan di propaganda.

Roma merita processi trasparenti, risposte puntuali e una pianificazione coerente e il mare è un tema troppo serio per essere gestito a colpi di dichiarazioni. E soprattutto, nelle condizioni in cui si trova oggi, il litorale non può nemmeno essere mostrato con i droni o dall’elicottero RAI: stabilimenti distrutti dalle mareggiate, pinete aggredite dalla cocciniglia e mai curate, come tutto il Paese ha già visto durante il Giro d’Italia.

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LETTERA APERTA

Nero Oro Gala Invito_20260220_094534_0000Negli ultimi giorni abbiamo assistito all’intensificarsi di attacchi personali seriali, battute sessiste e tentativi di ridicolizzare il lavoro di chi, con fatica e senza protezioni, studia gli atti, interpreta i dati, prova a rendere comprensibili le scelte pubbliche.
Vorremmo dire che è un episodio marginale, il solito sfogo da social, ma sarebbe un’illusione.

Chi vive questo territorio sa che non è così.
Quando la delegittimazione personale avviene davanti ad esponenti politici che osservano, sorridono o tacciono, e quando chi insulta è circondato da professionisti pronti a tutelare questi personaggi, non siamo più nel campo dell’estemporaneo.
Siamo davanti a una forma di manovalanza digitale: una pratica che sostituisce il confronto con la gogna, e che delega a figure informali il lavoro sporco che la politica non può o non vuole assumersi apertamente.

Il problema non è LabUr, né i singoli bersagli del momento. Il problema è la città.
Quando il discorso pubblico si riduce a provocazioni, meme, insinuazioni sul corpo di una donna o sul valore del lavoro tecnico, ciò che si rompe non è un equilibrio personale, ma una fragile possibilità collettiva: quella di parlarsi davvero.

C’è una parte di questo territorio che vive di fragilità, di rabbia diffusa, di solitudini irrisolte. E c’è una politica che, invece di trasformare quel disagio in partecipazione, a volte lo usa come leva di consenso.
La manovalanza digitale nasce lì: nel vuoto lasciato dalle istituzioni quando abdicano al compito di spiegare, ascoltare, rendere trasparenti le decisioni.

Per questo rivolgiamo un appello semplice e civile a tutte le rappresentanze istituzionali:
riconoscere che il rispetto non è una formalità, ma una condizione minima di agibilità democratica. Non a difesa di LabUr — non ne abbiamo bisogno — ma a tutela della comunità che abitiamo.

Noi continueremo con i documenti, con le mappe, con gli atti. Continueremo a fare ciò che facciamo dal 2006: studiare, verificare, restituire alla cittadinanza un linguaggio chiaro per capire come viene governata la città.
La nostra unica risposta agli insulti è il lavoro: un lavoro che difende l’interesse collettivo e che non smetteremo di portare avanti.

Proprio per questo, e nel rispetto di chi segue il nostro impegno, riteniamo doveroso comunicare quanto segue in modo esplicito:
a fronte dei ripetuti attacchi delegittimatori, caratterizzati da elementi che fanno ritenere trattarsi non di iniziative isolate ma di un disegno coordinato volto a screditare e silenziare l’attività di LabUr, è stato conferito incarico al nostro legale di procedere alle opportune verifiche giuridiche.

In particolare, è stato dato mandato di accertare l’eventuale sussistenza di condotte penalmente rilevanti poste in essere, anche in forma reiterata e tramite molteplici profili social, e di individuare i relativi responsabili — inclusi eventuali soggetti noti — al fine di predisporre e depositare circostanziate denunce presso le Autorità competenti.
Questo non per spirito punitivo, ma per tutelare uno spazio pubblico già fragile e una comunità che merita di essere protetta da forme ormai palesemente organizzate di violenza verbale.
La presente vale altresì quale formale avviso che ogni ulteriore comportamento lesivo sarà oggetto di immediata tutela nelle sedi opportune.

Continueremo a fare la nostra parte con trasparenza e responsabilità.
Perché Ostia merita una discussione adulta, capace di leggere le ferite del territorio senza trasformarle in bersagli, e di tenere insieme le persone anziché lasciarle nelle mani di chi usa la rabbia come strumento politico.

Andrea Schiavone
Presidente
LabUr – Laboratorio di Urbanistica

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PARCHI DI AFFACCIO: AMMINISTRAZIONE CONDIVISA O CONCESSIONE MASCHERATA?

Nero Oro Gala Invito_20260220_080154_0000 I Parchi di affaccio sul Tevere non sono giardini: sono parte di un’infrastruttura ambientale metropolitana. L’Avviso pubblico per la loro gestione, pubblicato nel 2025 subito dopo l’inaugurazione e senza criteri comparativi, rischia di trasformarsi in una concessione implicita.
Ad oggi non sono stati pubblicati gli esiti ad esempio di quello di Ostia Antica e nemmeno verbali o motivazioni.
E intanto i parchi già versano in stato di degrado, nonostante i 24 mesi di manutenzione previsti dalle opere.

La trasparenza non è un dettaglio: è il presupposto della partecipazione.

Il modello di governance dei Patti di collaborazione

L’articolo 118, comma 4, della Costituzione riconosce il principio di sussidiarietà orizzontale: i cittadini possono concorrere alla cura dei beni comuni. È un principio alto, che LabUr considera fondamentale. Il nodo non è la legittimità dell’amministrazione condivisa, ma la qualità delle garanzie che accompagnano la sua attuazione, soprattutto quando si tratta di un’infrastruttura ambientale di scala metropolitana come il Tevere.

L’Avviso pubblico del 2025 per la conclusione di Patti di collaborazione relativi ai Parchi di affaccio fluviali introduce un modello che, così come strutturato, presentato criticità rilevanti sotto il profilo della tutela dell’interesse collettivo, della proporzionalità dello strumento e della trasparenza procedimentale. Vediamole nel dettaglio.

1. Discrezionalità e assenza di valutazione comparativa
L’Avviso non prevede graduatoria né criteri ponderati pubblici.
La Commissione esamina le proposte, formando un elenco di ammessi e successivamente costruisce una “proposta di progetto di condivisione”, negoziando separatamente con i proponenti.
La selezione effettiva avviene nella fase negoziale, ma:

– Quali criteri oggettivi guideranno la ripartizione di spazi, tempi e attività?
– Come sarà garantita la parità di trattamento tra soggetti diversi?
– Dove verranno pubblicate le motivazioni delle scelte della Commissione?

Un bene comune non può essere organizzato attraverso criteri non esplicitati ex ante.


2. Il potere di fatto sugli spazi pubblici

Un Patto biennale che assegna programmazione, calendari e presìdi continuativi produce i seguenti effetti reali:

– controllo organizzativo delle attività;
– influenza sulla fruizione degli spazi;
– capacità di indirizzo delle iniziative;
– selezione indiretta degli usi;
– potenziale esclusione di soggetti terzi.

Anche senza un corrispettivo economico, il presidio stabile genera potere. Quindi sarebbe stato necessario chiarire se:

– Esistono limiti quantitativi di utilizzo continuativo per ciascun soggetto
– È prevista una clausola di rotazione obbligatoria
– È garantita la possibilità di accesso a soggetti terzi non firmatari

Senza questi presìdi, il bene comune rischia concretamente di diventare bene organizzato.

3. Concessione funzionale implicita: il nodo giuridico

Nel diritto amministrativo e nel Codice dei Contratti Pubblici (d.lgs. 36/2023), una concessione si configura quando l’Amministrazione attribuisce a un soggetto esterno:

– il diritto di esercitare un’attività su un bene pubblico;
– per un periodo determinato;
– con effetti di gestione continuativa;
– in vista del perseguimento di un interesse pubblico.

La disciplina delle concessioni si fonda su evidenza pubblica, concorrenza e motivazione. Nel caso dei Patti di collaborazione, il soggetto firmatario:

– organizza l’uso continuativo di uno spazio pubblico;
– programma attività su base plurimensile;
– assume un ruolo di presidio dell’uso collettivo;
– può acquisire vantaggi indiretti di visibilità e relazioni;
– incide concretamente sull’accesso di terzi.

Questi effetti sono analoghi a quelli di una concessione. Se la funzione è quella di una concessione, ma manca la sua disciplina, ci troviamo di fronte a una concessione funzionale implicita sotto forma di patto civico.

4. Il caso del Parco di affaccio di Ostia Antica
Il Parco di affaccio di Ostia Antica presenta caratteristiche strategiche uniche perché:

– è inserito nel sistema archeologico;
– vede la presenza di un molo per imbarcazioni;
– ha connessioni ciclabili anche improprie;
– potenziale sportivo, culturale e turistico.

La sua appetibilità è superiore a quella di altri siti analoghi.
In contesti ad alta densità relazionale, un dispositivo privo di criteri comparativi rigorosi rischia di cristallizzare equilibri preesistenti e non necessariamente di qualità. Ma un bene pubblico strategico richiede garanzie proporzionate alla sua rilevanza.

5. Il problema di scala: il Tevere non è un parco
Il Tevere è per definizione un’infrastruttura ambientale strategica.

È:

– asse idraulico primario;
– corridoio ecologico;
– sistema paesaggistico vincolato;
– dispositivo climatico urbano;
– potenziale asse turistico-culturale.

Esiste dunque una evidente sproporzione tra la scala degli investimenti pubblici e della narrazione politica sul “ritorno al fiume”, ma soprattutto una leggerezza amministrativa dello strumento adottato per la gestione condivisa.
Un’infrastruttura fluviale di questa complessità richiede strumenti di governance integrati e multilivello, non avvisi puntuali senza architettura comparativa.

6. Il caso Parigi come termine di confronto
Troppo spesso si cita a sproposito quanto fatto da Parigi sulla Senna. Il recupero delle sue rive è stato attuato tramite:

– pianificazione pluriennale;
– governance coordinata;
– investimenti strutturali su qualità delle acque;
– disciplina rigorosa degli usi e delle concessioni.

Non si è trattato di una somma di avvisi estemporanei come a Roma. Per altro il Tevere presenta criticità altrettanto complesse. Se assunto come asse simbolico della trasformazione urbana, la sua governance deve essere all’altezza della sua scala.

7. Il contesto politico
L’avviso pubblico a distanza di un anno si colloca in una fase pre-elettorale caratterizzata da forte esposizione politica delle opere sul Tevere.
In contesti del genere, strumenti di amministrazione condivisa così pensati rischiano di diventare esclusivamente delle prebende. Un dispositivo che attribuisce ruoli di gestione continuativa in un momento politicamente sensibile deve essere accompagnato da garanzie rafforzate di imparzialità, rotazione e trasparenza.

8. Stato dell’iter a febbraio 2026: una criticità di trasparenza

L’Avviso è stato pubblicato nel maggio 2025, con scadenza 12 giugno 2025.
A febbraio 2026, sulle pagine istituzionali di Roma Capitale non risultano pubblicati:

– l’elenco dei soggetti ammessi;
– gli esiti della valutazione;
– i verbali della Commissione;
– le motivazioni delle scelte;
– eventuali Patti sottoscritti.

L’unico aggiornamento è del luglio 2025 (“verifica delle proposte in corso”).
A distanza dunque di mesi dalla chiusura dei termini, questa assenza di pubblicazione costituisce un elemento di opacità procedimentale che indebolisce la credibilità dello strumento partecipativo.

9. La contraddizione manutenzione–gestione
La realizzazione dei cinque Parchi di affaccio prevedeva 24 mesi di manutenzione garantita a partire dalla loro inaugurazione nel 2025.
Se tale previsione è stata rispettata, la manutenzione dovrebbe essere coperta fino al 2027. Risulta quindi difficile comprendere la ratio dell’Avviso pubblicato a maggio 2025 che:

– non affida manutenzione ai soggetti del Patto;
– definisce una gestione che consiste principalmente in programmazione di attività e presidio civico;
– interviene mentre la manutenzione dovrebbe essere ancora in carico agli esecutori delle opere.

Due domande sorgono spontanee:

1. Se la manutenzione era coperta, perché i Parchi risultano già in condizioni critiche?
2. Se la gestione non include manutenzione, quale reale utilità amministrativa aggiuntiva apporta il Patto nel periodo 2025–2027?

Un modello di governance che esclude la manutenzione e non chiarisce chi se ne stia occupando rischia di trasformare la gestione in un contenitore vuoto e non funzionale.

Il punto quindi non è contestare la sussidiarietà. Il punto è impedire che uno strumento costituzionale produca effetti assimilabili a una concessione mascherata sottratta alle garanzie dei beni pubblici. Quando cresce la scala del bene, devono crescere anche le garanzie. Il Tevere non è un parco: è un’infrastruttura e la sua governance non può essere affidata a strumenti insufficienti per scala, trasparenza e funzione. Un bene comune, come il Tevere e le sue sponde è tale solo se è realmente accessibile, monitorato e governato nell’interesse collettivo.

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ROMA CAPITALE BOCCIATA AL CONSIGLIO DI STATO CROLLA L’IMPIANTO ACCUSATORIO

Nero Oro Gala Invito_20260219_143122_0000 Metrature ballerine, motivazioni insufficienti e verifiche incomplete: la sentenza di oggi smonta la richiesta economica del Comune sul caso La Bonaccia.

 

Roma perde. E perde male.

Con la sentenza pubblicata il 19 febbraio 2026, il Consiglio di Stato ha respinto senza appello il ricorso di Roma Capitale contro la società La Bonaccia S.r.l., confermando integralmente la decisione del TAR Lazio e demolendo punto per punto l’impianto difensivo dell’amministrazione.

IL NODO: SOLDI CHIESTI SENZA BASI SOLIDE

Il Comune aveva preteso oltre 42 mila euro tra canone e indennizzo per presunte irregolarità su aree demaniali dello stabilimento balneare di Ostia. Ma secondo i giudici:

– non era dimostrato che le aree fossero davvero pertinenze demaniali;

– non risultava alcuna devoluzione automatica allo Stato delle opere;

– mancava chiarezza sulle superfici e sui calcoli.

In altre parole: richieste economiche avanzate senza una base tecnica coerente.

DATI CHE CAMBIANO, VERSIONI CHE OSCILLANO

Il Collegio sottolinea un fatto devastante per la credibilità amministrativa: le metrature delle presunte pertinenze indicate da Roma Capitale cambiano continuamente negli atti — 468 mq, poi 76, poi 149,76, poi 225,76. Una sequenza definita di fatto “contraddittoria e incerta”, tale da rendere inattendibile l’atto impositivo.

SOPRALLUOGO SENZA PROVE

Il verbale d’ispezione del 2016, base della richiesta di pagamento, non dimostra neppure le presunte difformità. Non chiarisce:

– quali opere fossero irregolari

– quanto spazio occupassero

– come siano state classificate

Per i giudici, la motivazione è insufficiente e non permette al destinatario di capire perché debba pagare. Un vizio grave che viola i principi di buon andamento amministrativo e diritto di difesa.

COLPO FINALE

Il Consiglio di Stato conclude senza ambiguità: l’appello è infondato e va respinto. Roma Capitale dovrà riesercitare il proprio potere amministrativo seguendo le indicazioni della sentenza.

CONCLUSIONI

l’amministrazione ha costruito una richiesta economica su presupposti instabili, dati incoerenti e motivazioni opache. Il risultato è una bocciatura piena, con compensazione delle spese solo per la complessità tecnica del caso — non certo per meriti difensivi.

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