STADIO DELLA ROMA: RICHIESTA AUDIZIONE PER LA QUESTIONE ESPROPRI

armellini-parnasi-esproprio-stadio-romaLabUr (Laboratorio di Urbanistica) ha presentato in data 14.03.2017 istanza di audizione presso la Commissione Urbanistica del Comune di Roma, al fine di verificare alcuni presupposti di legalità relativi al procedimento amministrativo in corso per la realizzazione del nuovo Stadio della Roma. Di seguito, il testo:

Spett.le Commissione Urbanistica,
nel rispetto della Legge 27 dicembre 2013, n. 147 Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di stabilità 2014). (13G00191) (GU Serie Generale n.302 del 27-12-2013 – Suppl. Ordinario n. 87), art.1, comma 304, lettera b), si richiede audizione dopo la data del 27 marzo 2017 al fine di porre all’ordine del giorno le seguenti tre problematiche:

1) illegittimo avviso di avvio del procedimento di espropriazione delle aree per pubblica utilità: Realizzazione Progetto “Tor di Valle – Stadio della Roma” (U.O. Espropri – Direzione Pianificazione Generale – Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica di Roma Capitale, con sede in Viale della Civiltà del Lavoro, 10);
2) errato elenco delle particelle catastali interessate dal progetto presentato nello studio di fattibilità dalla Eurnova srl (Allegato D – Piano particellare dell’area di intervento);
3) sottostima del calcolo di indennità a base di esproprio in funzione dei due punti precedenti.

In attesa di un cortese e urgente riscontro, si porgono distinti saluti.

Ricordiamo che le Commissioni Capitoline, organi propulsori dell’attività assembleare, sono disciplinate dal Regolamento del Consiglio Comunale (oggi Assemblea Capitolina) e sono istituite per realizzare un più incisivo svolgimento delle funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo e per una più approfondita e specifica trattazione delle materie di competenza dell’Assemblea.
Sia la precedente commissione (presidente Antonio Stampete, PD) che l’attuale (presidente Donatella Iorio, M5S) non hanno potuto non interessarsi dello Stadio della Roma e del rispetto della legge che è stata impiegata come strumento urbanistico. E’ per questo motivo che, in caso di diniego, considerata l’importanza dei tre punti da chiarire, si valuteranno le conseguenti azioni legali a difesa dell’interesse pubblico.

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MUNICIPIO X, PARCO DELLA MADONNETTA: SI PUO’ EDIFICARE

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Il PVQ e le TDP sono zone ‘bianche’ per l’ABT, cioè senza alcun rischio idrogeologico (le due aree sono colorate per renderle visibili)

Uno dei problemi più importanti del Municipio X è la conservazione e la fruizione del verde pubblico. Oltre alla Riserva Naturale Statale del Litorale Romano (che comprende p.es. la pineta di Castel Fusano) o alla Tenuta Presidenziale di Castel Porziano, il Municipio X vanta anche il Punto Verde Qualità (PVQ) “Madonnetta”, il più grande di Roma. Senza entrare nelle questioni amministrative che da oltre un anno ne stanno decidendo la sorte, ci interessa qui trattarne un aspetto particolare, legato all’invarianza idraulica del territorio e cioè al concetto di ‘idraulica urbana‘ legato alla cementificazione del territorio, alla trasformazione del suolo da ‘vegetale’ (superficie permeabile) a ‘costruito’ (superficie impermeabile). Tanto più si costruisce, tanto più si sottrae suolo permeabile, tanto più bisogna intervenire affinché le acque meteoriche vengano smaltite senza variare le condizioni precedenti (invarianza). Altrimenti ci si allaga.
Tecnicamente, quando piove, l’acqua dovrebbe defluire sulle superfici impermeabili, entrare nel sistema di drenaggio ed esser scaricata nel corpo idrico ricettore. Nel Municipio X questo non accade quasi in nessun quartiere, primo perché si è costruito troppo, secondo perché la raccolta delle acque meteoriche è inesistente (strade trasformate in torrenti, grondaie che scaricano in superficie, etc.), terzo perché i ricettori idrici (in sostanza il vecchio reticolo dei canali di bonifica) sono insufficienti.
Ecco perché la sopravvivenza del verde contro il cemento non è solo una volontà ambientalista ma è soprattutto una necessità idraulica. Il PVQ Madonnetta, subito a valle della lottizzazione abusiva delle Terrazze del Presidente (TDP) e a protezione del quartiere Madonnetta, costituisce un po’ la sintesi di quanto qui sopra descritto.
Si è aggiunto però di recente un fatto anomalo che rischia di stravolgere il concetto tecnico di invarianza idraulica e di impermeabilizzazione del suolo.

Infatti in data 14 dicembre 2016 il Comitato Tecnico dell’Autorità di Bacino del fiume Tevere si è riunito per discutere di tre argomenti, relativamente al decreto segretariale 42/2015:

1) richiesta della Regione Lazio del 2 novembre 2016 di non procedere alla elaborazione finale
2) proposta della Segreteria tecnico operativa di procedere alla elaborazione finale
3) decisioni del Comitato Tecnico.

L’argomento interessa Ostia e Fiumicino in termini di ‘allagamenti’ ma da due settimane non si sa nulla anche se, da indiscrezioni, si parla con insistenza di un nuovo decreto segretariale n.57/2016 che correggerebbe in parte il precedente. Entriamo nel vivo della questione per passi successivi prendendo la questione del PVQ Madonnetta come riferimento.

CHI E’ L’AUTORITA’ DI BACINO DEL FIUME TEVERE (ABT)
L’ABT è una delle 7 autorità a livello nazionale che operano sui bacini idrografici dei grandi fiumi per garantire le azioni di difesa del suolo e del sottosuolo, il risanamento delle acque, la fruizione e la gestione del patrimonio idrico e la tutela degli aspetti ambientali ad essi connessi. L’ABT è stata costituita con D.P.C.M. del 10/08/1989 ai sensi dell’art.12 della legge 18 maggio 1989, n.183 e si interessa appunto del bacino idrografico del fiume Tevere, perimetrato con il D.P.R. 1 giugno 1998 (superficie totale: 17.374,99 kmq, 6 regioni e 334 comuni). La pianificazione degli interventi è prevista tramite stralci del piano generale relativi a settori funzionali. Per quanto riguarda Roma, se ne distinguono due:

– P.A.I. (Piano stralcio di Assetto Idrogeologico), approvato con D.P.C.M. del 10 Novembre 2006, che ha come obiettivo l’assetto del bacino che tende a minimizzare i possibili danni connessi ai rischi idrogeologici.
– P.S.5 (Piano Stralcio 5), approvato con D.P.C.M. del 3 Marzo 2009, che interessa il tratto metropolitano del Tevere da Castel Giubileo fino alla foce.

Nello specifico, il PAI prevede delle Norme Tecniche di Attuazione che si interessano dell’invarianza idraulica e dell’impermeabilizzazione del suolo, cioè fornisce indicazioni urbanistiche sul possibile sviluppo della città di Roma per evitare gli allagamenti e le frane. Tali aggiornamenti vengono eseguiti tramite i cosiddetti ‘decreti segretariali’, un escamotage forse neanche troppo legale, inventato dall’ABT con il quale il Segretario generale dell’ABT può apportare modifiche di aree a rischio e fasce di pericolosità contemplate dal PAI che si rendano necessarie, nei seguenti casi:

a) avvenuta realizzazione di opere di messa in sicurezza dal rischio idrogeologico, nonché di approfondimenti e/o aggiornamenti del quadro conoscitivo che determinino e/o accertino una diminuzione del rischio e/o della pericolosità;
b) modifiche e/o introduzione di nuove aree a rischio o di fasce di pericolosità a seguito di approfondimenti e/ o aggiornamenti del quadro conoscitivo”.

Così, in data 16 luglio 2015 è stato emesso il decreto segretariale n. 42/2015 (dunque, una proposta di modificazione del PAI, aggiornamenti ex art. 43, comma 5 delle Norme Tecniche di Attuazione) per ridefinire “le aree allagabili nella zona fociale del fiume Tevere, corsi d’acqua secondari e rete canali di bonifica nel territorio di Roma Capitale e Comune di Fiumicino“. Per zona fociale è stato considerato tutto il Municipio X.

Il valore di un decreto segretariale è quello di “misura di salvaguardia, per assicurarne, in attesa dell’approvazione definitiva della variante di piano in questione, gli immediati effetti giuridici, sì da fronteggiare prontamente eventuali situazioni emergenziali causate dall’evoluzione delle situazioni a rischio che possano verificarsi nel territorio del bacino“.

In sostanza, la difesa del suolo viene ‘adeguata’ allo sviluppo urbanistico del Comune di Roma, anche in quelle zone dove già erano state espresse indicazioni di non edificabilità o altro. Un esempio su tutti è stato l’imbarazzante nulla osta rilasciato dall’ABT ai tempi dei Mondiali di Nuoto del 2009 per la costruzione del Salaria Sport Village, in piena area di esondazione. La norma è: basta che il Segretario Generale ‘firmi’.

IL DECRETO SEGRETARIALE 42/2015
Guardando la nuova cartografia del rischio idrogeologico dell’ABT, oltre che a palesarsi l’inadeguatezza del materiale cartografico impiegato (neppure è riportata la lottizzazione abusiva delle Terrazze del Presidente), ciò che lascia stupiti è vedere che a valle (zona Madonnetta) esistono aree a rischio R4 e che a monte invece non c’è nulla di questo. L’ABT non si è curata di prendere in considerazione che le acque meteoriche provenienti dall’impermeabilizzazione del suolo dovuto alla costruzione delle TDP (non riportate in pianta) sono quelle che provocano gli allagamenti a valle. Dunque il PVQ Madonnetta non avrebbe alcuna importanza nell’invarianza idraulica del posto perché a Madonnetta si allagherebbero solo (evidentemente) per l’esondazione di qualche ricettore idrico (fosso). In altre parole, l’ABT, che deve redigere un piano di rischio in funzione degli sviluppi urbanistici futuri del Comune di Roma (‘qui si può costruire, qui no‘), non tiene conto dell’edilizia esistente come fattore di rischio, non valutando in pratica l’inadeguatezza delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria (raccolta superficiale delle acque meteoriche) che il Comune dovrebbe realizzare. Ricordiamo che anche le opere di urbanizzazione sono misure per ridurre il rischio idrogeologico. In pratica, se a Madonnetta esiste il massimo rischio idrogeologico (R4, rosso) e tutti sanno che gli allagamenti avvengono anche per colpa delle TDP, l’ABT decreta che a Madonnetta non si può più costruire ma che invece le TDP lo possono fare (non c’è alcun rischio, zona ‘bianca’), peggiorando di fatto il rischio del quartiere Madonnetta.
Le TDP dovevano realizzare il raddoppio della via di Acilia che non contemplava soltanto il semplice raddoppio della sede stradale ma che inglobava anche le opere di urbanizzazione necessarie per smaltire le acque delle migliaia di abitazioni realizzate trasformando in maniera abusiva un terreno agricolo in un blocco di cemento. Via di Acilia è rimasta la strada di campagna di oltre 30 anni fa, senza alcuna protezione dalle acque che su di essa si scaricano da monte (compreso il piano di zona Malafede)..

Tra le TDP e il quartiere Madonnetta c’è il PVQ Madonnetta, che oggi svolge funzione di contenimento del deflusso delle acque a monte. Anch’esso, per l’ABT, non è a rischio e quindi, tecnicamente, oggi il comune potrebbe decidere di inserirlo in un programma di intensificazione edificatoria, magari per rientrae del deficit finanziario accumulatosi negli anni. A Madonnetta invece, terreni interclusi e ancora allo stato ‘vegetale’, non possono essere edificati. Il rischio? Dale carte dell’ABT sembrerebbe pervenire dall’influente C del Canale di Palocco (lungo via di Prato Cornelio, ma tombato nel tratto in cui curva verso via di Macchia Palocco) e dall’influente D del Canale di Palocco (la parte tombata lungo via Padre Perilli). Peccato che entrambi prendono le acque a monte proprio dalla zona delle TDP.

CONCLUSIONI
L’ABT ha prodotto un lavoro frettoloso, incompleto e ha raggiunto indicazioni false e tendenziose per un corretto sviluppo urbanistico che dovrebbe garantire la pubblica e privata incolumità da allagamenti e frane. Ricordiamo che il rischio R4 è tale se “sono possibili la perdita di vite umane e lesioni gravi alle persone, danni gravi agli edifici, alle infrastrutture e al patrimonio ambientale, la distruzione di attività socio economiche“. Sarebbe interessante conoscere, una volta indicato il rischio, quali sono le misure che verranno prese, non certo quelle indicate da Risorse per Roma, un inutile carrozzone comunale, che stimò in 640 milioni di euro il risanamento idraulico del Municipio X.
Noi a queste domande abbiamo già le risposte ma le rivolgeremo alle autorità preposte per farcele dare in forma ufficiale anche perché è inconcepibile che ancora nel 2016 si ragioni con questa approssimazione e solo per favorire la speculazione edilizia, di certo a favore delle TDP ma forse anche a sfavore del polmone verde rappresentato dal PVQ Madonnetta.

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INFERNETTO, VIA PREDOI: ETERNIT DEREGULATION

via-predoi-lavori-29-settembre-2016Nella demolizione delle strutture preesistenti di via Predoi all’Infernetto si vede chiaramente l’uso di mezzi meccanici non idonei alla rimozione del tetto in eternit, più correttamente chiamato “fibrocemento“. La copertura viene demolita senza curarsi dello spargimento delle fibre di amianto. Neppure si è presa alcuna precauzione, almeno da quanto emerge da foto e filmati in nostro possesso, riguardo le polveri contenenti amianto che potevano essere presenti sul solaio o nei punti di ancoraggio delle lastre di eternit con cui erano realizzati i tetti.
Il cantiere, e comunque tutta la zona dei lavori (che comprende la prima parte di via Predoi dove esistono altre abitazioni), per quanto piccola, doveva essere segnalata e l’accesso ad essa interdetto a chi non autorizzato. Gli stessi operatori che hanno eseguito i lavori, dovevano essere protetti da particolari indumenti e altri accessori, per evitare il contatto del corpo con le fibre di amianto e soprattutto per impedirne la respirazione. Nulla di tutto ciò. La polvere derivante dalla demolizione selvaggia è andata a ridosso delle case e gli operatori stazionavano nei pressi senza alcuna protezione. Lo dimostrano le foto.

La Legge è chiara ed è normativa nazionale, specializzata regione per regione. E’ l’articolo 12 al comma 5 della Legge 257/92 e l’articolo 12 del DPR dell’8 agosto 1994 a dettare le disposizioni generali che sono poi recepite e integrate da ogni singola regione attraverso proprie leggi regionali. Se è vero che a livello nazionale non esiste l’obbligo di segnalazione per l’eternit verso le strutture sanitarie preposte, è anche vero che esiste a disposizione degli operatori un algoritmo per la valutazione dello stato di conservazione delle coperture in cemento-amianto (algoritmo chiamato AMLETO) che anche al proprietario più sprovveduto di un’area (dove è presente eternit) suggerisce come valutare il rischio. Di solito le attività di segnalazione, accertamento, messa in sicurezza e smaltimento vengono affidate ad apposite ditte specializzate il cui elenco è pubblico (nel Lazio ce ne sono 112).
In Via Predoi all’Infernetto sembra invece esser stato fatto un ‘fai-da-te‘ sicuramente più economico rispetto ai costi di mercato, ma anche pericolosissimo per le limitrofe abitazioni.

L’urbanistica non è edilizia e tantomeno la verifica dei controlli che le Autorità preposte dovrebbero eseguire sui posti di lavoro, ma riteniamo che a questo caso si debba rivolgere una particolare attenzione perché non è possibile che nel 2016 semplici operazioni di smaltimento eternit debbano essere condotte in un quartiere residenziale con modalità da Terzo Mondo.

Le lastre di eternit, prima di qualsiasi manipolazione, dovevano essere incapsulate con appositi prodotti applicati da pistole a spruzzo al fine di realizzare una patina di rivestimento per evitare che le fibre di amianto si liberassero nell’aria. Poichè i prodotti incapsulanti richiedono un determinato tempo per l’asciugatura, particolare attenzione doveva essere data alla rimozione delle lastre di eternit, affinchè l’operazione di incapsulamento potesse ripetersi per coprire le nuove parti così venute alla luce. Solo dopo aver verificato che i prodotti incapsulanti fossero asciutti, le lastre potevano essere smontate, svitandone i supporti, senza però mai usare martelli o altri strumenti meccanici col fine di rompere le stesse. Questo perché sui bordi di rottura le fibre di amianto possono facilmente liberarsi nell’aria.

Dalle sequenze fotografiche in nostro possesso anche queste operazioni non sono state condotte a dovere. Ora qualcuno dovrà dare qualche spiegazione, se non il proprietario almeno la ditta che ha eseguito le operazioni e l’eventuale (se c’è stato) smaltimento in apposita discarica autorizzata. I lavori sono stati eseguiti giovedì 29 settembre 2016 e “si sono protratti per l’intera giornata, anche negli spazi temporali dedicati al silenzio“. Anche questo senza alcun controllo?

paula de jesus per LabUr

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OSTIA, IDROSCALO: DOPO 6 ANNI LA BUGIA CONTINUA

diffida-idroscalo-piano-speditivoUn nuovo attacco all’Idroscalo, inatteso, questa volta sotto la giunta M5S. Un irresponsabile Piano Speditivo di Protezione Civile approvato dal Comune di Roma riconosce di fatto un rischio idraulico inesistente. Da qui, la nostra diffida inviata alle autorità preposte. Segnaliamo che questo avviene mentre:

Paolo Cafaggi, ex-direttore tecnico del Municipio X (commissariato per mafia) è stato integrato dentro l’unità di scopo “Studio e ricerca per la definizione di modelli e strumenti a supporto della pianificazione degli interventi di protezione civile” pur avendo diversi procedimenti penali in corso (Ordinanza del Sindaco n.100 del 11/11/2016)
Diego Porta, che coordinò il parziale sgombero dell’Idroscalo il 23 febbraio 2010, non solo risulta direttore ‘ad interim’ della Protezione Civile comunale ma gli è anche stato conferito l’incarico di Comandante Generale del Corpo di Polizia Locale di Roma Capitale al Dirigente di Polizia Locale (Ordinanza del Sindaco n.101 del 11/11/2016)
– la Regione Lazio sta chiedendo il ritiro del provvedimento (Decreto 42/15) con cui classificava i territori a rischio idrogeologico
– il Porto di Ostia continua indisturbato a non avere (da 15 anni) un proprio Collegio di Vigilanza che dovrebbe imporgli le opere idrauliche a difesa dell’Idroscalo, considerato che proprio la realizzazione del porto ha compromesso la sicurezza dell’abitato alla foce del Tevere.

In attesa di risposte alla nostra diffida inviata congiuntamente con la Comunità Foce del Tevere, riportiamo anche l’esposto/denuncia che a suo tempo LabUr inoltrò nei confronti di Alemanno)

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DIFFIDA

(inviata a: Comune di Roma, Municipio X, Corpo Polizia Locale, Protezione Civile, Collegio Vigilanza PRU Ostia Ponente, Regione Lazio, Autorità di Bacino fiume Tevere)

Con riferimento alla delibera di Giunta Capitolina n.89 del 18 novembre 2016, con la quale il Comune di Roma ha approvato il Piano Speditivo di Protezione Civile per la zona denominata “Idroscalo di Ostia”, si valuta irresponsabile lo scenario di pericolosità e di rischio ivi descritto sulla base dei punti di seguito indicati e ben noti alle Autorità preposte alla redazione del piano medesimo:

1) opere di difesa idraulica mancanti a monte dell’Idroscalo (p.es. il partitore di Capo due Rami)
2) opere di attraversamento del fiume inadeguate ed in corso di nuova progettazione (p.es. Ponte della Scafa)
3) presenza non regolamentata dei natanti presso i cantieri navali lungo la sponda in sinistra idraulica del fiume Tevere
4) opere di difesa idraulica non realizzate dal concessionario del Porto di Roma ad Ostia, così come previsto da ben due Accordi di Programma (realizzazione e ampliamento del porto)
5) assenza di un aggiornato profilo batimetrico del Tevere e di un regolare dragaggio del suo alveo
6) assenza di verifica tecnica delle conclusioni riportate nel piano stesso, comprese le attività di eventuale evacuazione descritte

Poiché in tanti anni di partecipata discussione sul territorio riguardo al problema di messa in sicurezza dell’area dell’Idroscalo di Ostia, compromessa dalla realizzazione del Porto di Roma (in totale assenza, da oltre 15 anni, del previsto Collegio di Vigilanza), è grave che non si sia provveduto ad informare, come previsto per Legge, la popolazione ivi residente. Per altro, poichè ciò avviene a seguito della totale inerzia amministrativa sino ad oggi dimostrata, si diffida il Comune di Roma e tutte le Autorità che hanno partecipato alla redazione del Piano Speditivo a rendere operativo il piano medesimo, in quanto si deve PRIMA riaprire un tavolo tecnico inclusivo delle problematiche sopra accennate. Infine, l’attuale Piano Speditivo è del tutto inadeguato e non garantisce un’effettiva tutela della pubblica e privata incolumità, configurandosi, per altro, il reato
di procurato allarme (art.658 c.p.).
Ricordiamo, a titolo meramente esemplificativo, che prevedere una fascia AA alla foce del Tevere per assicurare “la massima officiosità idraulica possibile ai fini della salvaguardia della città” è affermazione priva di senso in presenza di quanto sopra elencato.

In fede,
dr.Ing. Andrea Schiavone (presidente LabUr)
Sig.ra Franca Vannini (portavoce Comunità Foce del Tevere)

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INFERNETTO, VIA PREDOI: GIU’ LE BARACCHE SU I VILLINI. TUTTO REGOLARE?

via-predoi-articoloUn’enorme buca in zona archeologica senza alcun sondaggio preventivo, eternit sbriciolato senza alcuna evidente procedura di smaltimento, casupole inabitabili demolite per raddoppiarne la cubatura e costruire delle ville. Questo l’inquietante scenario a cui si assiste da oltre un mese presso il terreno su via Bedollo, angolo via Predoi, all’Infernetto, un quartiere residenziale senza servizi del Municipio X, quello commissariato per mafia. Ciò che più colpisce è la totale mancanza di legalità apparente che anche un piccolo cantiere come questo dovrebbe rispettare.

A poche centinaia di metri sono ancora  visibili i resti dell’acquedotto romano di via Bedollo salvato in extremis anni fa dai residenti e dall’associazione culturale Severiana eppure, contrariamente a quanto previsto per legge, qui si sono sbancati in fretta e furia metri cubi di terra senza alcun controllo, così come sono state demolite le quattro casette fatiscenti il cui tetto in eternit è stato smantellato senza preoccuparsi di utilizzare prima dei fissanti o di impiegare ditte specializzate per il suo smaltimento, nonostante nei pressi ci sia anche un asilo nido. In fondo, se ci sarà qualche caso di cancro ai polmoni, lo sapremo tra 15 anni.
Ciò che lascia più perplessi è la fretta con cui tutto questo è avvenuto. I lavori sono iniziati utilizzando due recenti ‘furberie’ legalizzate:

– la Legge Regionale 11 Agosto 2009, n. 21 (Misure straordinarie per il settore edilizio ed interventi per l’edilizia residenziale sociale)

– la Super DIA, cioè la combinazione della CILA (Comunicazione di Inizio Lavori Asseverata) e la SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività), introdotte nel 2010.

Le casupole avevano un regolare titolo abitativo? LabUr – Laboratorio Urbanistico, verificherà la conformità dell’operazione in corso con il contenuto degli artt. 2 e 3 della legge sopra citata, che parla espressamente, p.es., di rispetto degli standard urbanistici e delle opere di urbanizzazione primaria o di interventi che devono essere eseguiti “nel rispetto delle altezze e delle distanze previste dagli articoli 8 e 9 del decreto del Ministro per il lavori pubblici 2 aprile 1968″. Se consideriamo poi che il progettista ed il direttore dei lavori sono legati in maniera ‘lavorativa’ molto stretta con gli uffici tecnici del Municipio, a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca.

Ricordiamo inoltre che la Super DIA è stata consegnata il 13 luglio 2016 e che i lavori sono iniziati il 29 settembre (finiranno il 30 settembre 2018 per un importo di 1,1 milioni di euro). C’è stato dunque tutto il tempo per verificare gli elaborati e i documenti necessari, tra cui anche la richiesta di una autorizzazione sismica da parte del Genio Civile.

Per altro, in questa stagione,  quando si opera uno scavo si procede subito alla realizzazione dei plinti di fondazione, cosa che non è ancora avvenuta, nonostante l’arrivo delle piogge. Perché allora tutta questa fretta di demolire? Si doveva cancellare qualcosa che ora non si può più vedere e lasciar parlare solo le carte e le successive autorizzazioni?

Non si conosce il progetto e comunque non c’è alcun Permesso di Costruire. La Super DIA è utilizzabile in alternativa al Permesso di Costruire solo nei seguenti casi:

  • per interventi di ristrutturazione edilizia che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici
  • per interventi di nuova costruzione o di ristrutturazione urbanistica, purché realizzati in esecuzione di piani urbanistici attuativi approvati che rechino precise indicazioni di carattere volumetrico, tipologico, formale e costruttivo
  • per gli interventi di nuova costruzione, qualora siano in diretta esecuzione di strumenti urbanistici generali recanti precise disposizioni plano-volumetriche.

LabUr seguirà con molta attenzione ogni sviluppo su quel terreno perché è impensabile che all’Infernetto si continui a costruire in ogni francobollo di terra con ogni escamotage possibile, arrivando addirittura a demolire dei manufatti per utilizzarne le cubature senza garantire il rispetto degli standard urbanistici. Via Bedollo e Via Predoi non sono strade in manutenzione al Municipio X ed insistono in un quadrante dell’Infernetto come quello della convenzione di Riserva Verde, da sempre afflitto da gravi carenze urbanistiche. LabUr chiederà all’amministrazione come mai non si sono svolti i dovuti sondaggi archeologici e come mai è stato rimosso materiale in eternit senza alcuna precauzione, come dimostrano le foto in nostro possesso.

paula de jesus per LabUr

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OSTIA – CANTONE DELIBERA A FAVORE DI LABUR SULLE SPIAGGE LIBERE

Per Alfonso Sabella, ex Assessore alla Legalità, tutto 'regolare'

Per Alfonso Sabella, ex Assessore alla Legalità, tutto ‘regolare’

Con delibera 1086 del 5 ottobre 2016, il Presidente dell’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione), il dr. Raffaele Cantone, ha dato ragione a LabUr, Laboratorio di Urbanistica, che aveva inviato un esposto sull’affidamento in concessione dei servizi connessi alla balneazione delle spiagge libere del Litorale di Roma Capitale, Municipio X. Dal 2013 LabUr aveva infatti denunciato pubblicamente, più volte, diversi profili di illegittimità e di non rispondenza alle previsioni normative, che le sono costate insulti, calunnie e diffamazioni aggravate anche con l’utilizzo di certa stampa compiacente che ha coperto comportamenti delittuosi. “I profili di illegittimità e le anomalie riscontrate, in una valutazione di insieme, rivelano una quantomeno non corretta – se non distorta – gestione della procedura posta in essere dal Municipio X di Roma Capitale per l’affidamento dei servizi connessi alla balneazione sulle spiagge libere di Ostia Lido”, tra cui il Lotto n°8, quello affidato all’ATI UISP (Libera – nomi e numeri contro le mafie, UISP – Unione Italiana Sport per tutti e Le Grand Coureur S.D.D.).
Le responsabilità amministrative sono molte, così come quelle politiche: dal Presidente del Municipio X, Andrea Tassone (PD), coinvolto nel processo Mondo di Mezzo di Mafia Capitale, e Claudio Saccotelli, ex Direttore del Municipio X, che al processo in corso nei confronti di Tassone ha lamentato i troppi accessi civici da parte di LabUr, arrivando ai Commissari Prefettizi e passando per Alfonso Sabella, ‘padrino’ della gestione del Lotto n°8, Delegato dal Sindaco Marino per il Municipio X oltre che ex Assessore alla Legalità del Comune di Roma. Neppure si possono dimenticare le ‘interferenze’ del PD compiute dall’On. Matteo Orfini (presidente del PD e Commissario PD Roma), dal Sen. Stefano Esposito (ex Assessore ai Trasporti e Commissario PD Ostia) e da Giovanni Zannola (consigliere PD ed ex Presidente della Commissione Sport del Municipio X), legatissimo alla UISP – tanto da accompagnarla alla consegna delle buste per il bando delle spiagge – che ‘protetto’ da Esposito ha tentato di diffamare LabUr presentando denunce tutte regolarmente archiviate.
Secondo quanto scrive Cantone, i profili di illegittimità e le anomalie riguardano:

  1. Violazione, da parte del Municipio X di Roma Capitale, dell’art.29 del d.lgs. 163/2006, per omessa indicazione del valore della concessione dei servizi connessi la balneazione.
  2. Invalidità della nomina della commissione di gara, non conforme ai principi e alla normativa di settore che prevede espressamente che la commissione di gara deve essere composta da un numero dispari di componenti, in violazione dell’art. 8.1 comma 2 del d.lgs. 163/2006.
  3. Genericità dei requisiti di capacità tecnica e professionale, inidonea a dimostrare la capacità tecnica, professionale ed economica finanziaria degli operatori economici partecipanti alla procedura di gara, non coerenti con le previsioni di cui all’art. 12 del d.lgs. 1,63 /2006;. Inoltre, non è stato richiesto dal Municipio ai partecipanti l’attestato SOA obbligatoria per i lavori di valore superiore a 150 mila euro.
  4. Illegittimità dell’operato della Commissione di gara. Cantone conferma quanto da noi esposto e cioè che i criteri di valutazione delle offerte sono stati del tutto discrezionali. La specificazione del punteggio da assegnare a ciascun criterio di valutazione ex post rispetto al bando non appare coerente con il principio di trasparenza di cui all’art. 2 comma 1 del Codice dei contratti, riconducibile ai principi fondamentali di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione sanciti dall’art. 97 della Costituzione, ai quali ciascuna amministrazione pubblica deve informare il proprio operato. II fatto che non sia stato dato alcun peso all’elemento prezzo (poiché non è stata prevista la corresponsione di un canone da parte del concessionario) ha reso del tutto discrezionale la valutazione delle offerte.
  5. Non conformità delle dichiarazioni. In riferimento alla richiesta del possesso dei requisiti di carattere morale di cui ex art. 38 del d.lgs. 163/2006 e relativi controlli, nel disciplinare di gara si chiede ai concorrenti una semplice dichiarazione sottoscritta dal Legale Rappresentante, corredata da copia di documento di identità. Tale dichiarazione non è conforme alle previsioni del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa. Inoltre, Cantone solleva dubbi circa l’effettivo controllo sul possesso dei requisiti sui concorrenti risultanti aggiudicatari e le modalità con le quali sia avvenuto. Nei bandi di gara, devono essere indicati in maniere chiara e precisa i requisiti di carattere morale dei concorrenti e le modalità con le quali debbano essere effettuate le relative dichiarazioni sostitutive, addirittura nel Lotto n°6 emergono forti dubbi sulla regolarità della verifica del possesso dei requisiti di carattere morale.
  6. Mancata comunicazione delle esclusioni al Casellario informatico dell’ANAC. Il Municipio X, infatti, non ha provveduto alla comunicazione all’Autorità delle esclusioni operate nei confronti delle società per false dichiarazioni ai fini dell’inserimento nel suddetto casellario.
  7. Atipicità recesso UISP/Libera. Per quanto riguarda il Lotto n°8, ATI UISP, stante l’indagine penale in corso, Cantone evidenzia tuttavia che l’atto con il quale l’ATI UISP ha dichiarato di recedere dalla convenzione appare atipico, e vi sono forti dubbi sull’accettazione dello stesso da parte dell’amministrazione comunale, che pare avere accettato tout court, senza effettuare le dovute valutazioni sul piano giuridico.

Tutto ciò considerato e ritenuto, il Consiglio del ANAC nella seduta del 5 ottobre 2016, ha deliberato non solo quanto esposto sopra, è cioè una inappellabile sentenza di violazioni amministrative, ma inviato alla Procura Generale presso il Tribunale di Roma e alla Procura Generale della Corte dei Conti il fascicolo per le iniziative di competenza. Ora LabUr si riserva di proseguire l’azione di denuncia anche nei confronti di chi ha ingannato la fede pubblica fornendo informazioni false e tendenziose.

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STADIO DELLA ROMA: RIDE LA FAMIGLIA ARMELLINI

armellini-parnasi-esproprio-stadio-romaStadio della Roma: è stato avviato il procedimento di espropriazione delle aree per pubblica utilità. Oltre 600 mila mq sono degli Armellini, molti di più di quelli di cui fino ad oggi si è parlato. Terreni inutili anche per le patate che ora vengono rivalutati per un progetto che non si sa che fine farà. La cosa più grottesca è che la Immobilquindici, una delle due società proprietarie dei terreni (l’altra è la Filemone in Lussemburgo), ha sede in via Ostiense 131/L il famigerato palazzo che ospita gli uffici del Comune di Roma per la Gestione delle Entrate da Contravvenzioni (Servizio Codice della Strada, Ufficio Verbali). Ospita è il termine giusto perché per avere quei locali il Comune di Roma paga 1.181.573,11 euro (tutto compreso) alla società Valle Giulia S.r.l., un’altra delle centinaia di società che alimentano gli Armellini (in realtà in quel palazzo ci sono anche altri uffici del Comune, per altri 470 mila euro, dal 2011 al 2017). Insomma ancora non c’è la variante urbanistica (sempre che lo stadio si faccia) e già iniziano a girare i soldi nelle tasche dei soliti noti.

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OLIMPIADI ROMA: RICATTI E MENZOGNE DI RENZI-MALAGO’

renzi-malago-marinoPaula de Jesus per LabUr

L’ignobile ricatto al Comune di Roma fatto in questi giorni da Giovanni Malagò, Presidente del CONI, a seguito del ritiro della candidatura della Capitale dai Giochi Olimpici del 2024, non ha alcun fondamento giuridico o amministrativo. Malagò non può invocare alcun ‘danno erariale’ alla giunta Raggi. Infatti ad oggi, esiste solo la Mozione di Assemblea Capitolina del 25 giugno 2015 con la quale si impegnava il Sindaco Marino a proporre la candidatura olimpica di Roma e mai tale mozione è stata seguita dalla necessaria deliberazione con cui tale impegno doveva essere formalizzato a livello amministrativo. Perché gli organi dell’informazione non lo dicono? Malagò ha minacciato di agire contro il Comune di Roma per presunto ‘danno erariale’, in quanto il ritiro della candidatura comporterebbe una, inesistente, interruzione della “continuità amministrativa”. Il ‘danno’ sarebbe, sempre secondo il CONI, di circa 20 milioni di euro, quasi 700 mila euro imputabili a ogni singolo consigliere capitolino del M5S. Invitiamo dunque Malagò, il PD e la stampa, in particolare La Repubblica, di informarsi sul significato di Mozione di Assemblea Capitolina, così come descritto anche nel “Regolamento del Consiglio Comunale” di Roma:

Articolo 109 (Contenuto, forma e discussione delle mozioni)
1. La mozione è un atto di indirizzo deliberato dal Consiglio Comunale per impegnare il Sindaco e la Giunta al compimento di atti o all’adozione di iniziative di propria competenza

Quindi, la ‘mozione’ non è un atto giuridico né tantomeno amministrativo, ma un atto di indirizzo politico che ha il solo fine di promuovere un dibattito su una specifica questione per poi fornire alla Giunta o al Sindaco orientamenti su come trattare la questione stessa. Nel caso specifico della candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024, nulla di più di un testo sottoposto al voto dell’Assemblea Capitolina teso ad indirizzare la politica del Comune (rappresentata dal Sindaco e dalla sua Giunta) sulla questione Olimpiadi.
Dopo la ‘mozione’ per la candidatura sarebbe stata necessaria una deliberazione che impegnasse e vincolasse il Sindaco Marino e la sua Giunta ad adempiere al contenuto riportato nella deliberazione stessa, perché una Deliberazione di Assemblea Capitolina rappresenta un atto giuridico e amministrativo attraverso il quale l’Assemblea adotta le proprie decisioni che hanno la precisa natura di ‘regolamento’.
E’ curioso rilevare che sotto l’ex Sindaco Gianni Alemanno, l’iter seguito fu il seguente (corretto da un punto di vista sia politico sia amministrativo):

21 gennaio 2010 – ordine del giorno n.21 che, approvato all’unanimità dall’Assemblea Capitolina, impegna il Sindaco a presentare al CONI la candidatura di Roma ad ospitare i XXXII Giochi Olimpici e ai XVI Giochi Paralimpici del 2020;
18 maggio 2010 – il Consiglio Nazionale del CONI accoglie la candidatura di Roma;
08 giugno 2011 – il Direttore del Dipartimento Sport esprime parere favorevole circa la regolarità tecnica della deliberazione in oggetto;
12 luglio 2011 – il Ragioniere Generale esprime parere favorevole circa la regolarità contabile della deliberazione in oggetto;
14 luglio 2011 – con deliberazione n.54 dell’Assemblea Capitolina approva con 51 voti favorevoli, 2 contrari e l’astensione dei Consiglieri Rossin e Storace, la “Autorizzazione alla candidatura della città di Roma ai XXXII Giochi Olimpici e ai XVI Giochi Paralimpici del 2020 e costituzione del relativo Comitato Promotore”.

Monti ‘bocciò’ la candidatura alle Olimpiadi 2020. Con l’arrivo di Ignazio Marino e Matteo Renzi, le cose andarono diversamente:

15 dicembre 2014 – Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, annuncia che Roma si candiderà alle Olimpiadi del 2024 e che Giovanni Malagò, presidente del CONI, assumerò la guida del Comitato Promotore anche se tale dichiarazione non ha mai rappresentato un impegno formale per il Comitato Olimpico Internazionale (CIO);
25 giugno 2015 – L’Assemblea Capitolina approva la mozione per impegnare il Sindaco e la Giunta alla candidatura di Roma 2024;
02 luglio 2015 – il Consiglio Nazionale del CONI accoglie la candidatura di Roma;
15 settembre 2015 – Roma presenta la sua candidatura ai giochi olimpici nella cosiddetta “prima fase”;
17 febbraio 2016 – consegna al CIO della fase 1 del dossier;

Fino ad oggi dunque c’è stata solo una manovra politica del Governo Renzi, nata per far dimenticare anche le vicende di Mafia Capitale. Non a caso, mentre si votava la mozione, Francesco D’Ausilio si dimetteva da capogruppo capitolino del PD e veniva partorito un dossier ricco di imbarazzanti affermazioni. Ne riportiamo alcune:

1) “La vera forza della candidatura italiana è disporre del 70% degli impianti sportivi” (tra questi, due ‘chicche’: il Marco Simone Golf & Country Club e i padiglioni della Fiera di Roma per sport indoor);
2) “Le Olimpiadi consentiranno di realizzare, potenziare e mettere a sistema opere che cambieranno la mobilità a Roma. La “cura del ferro” sarà il cuore degli interventi infrastrutturali previsti” (tra cui, ovviamente, il potenziamento della Roma-Lido!)
3) “I costi operativi sono pari a circa 3,2 miliardi e riguardano organizzazione, sicurezza, anti-doping, gestione eventi e impianti temporanei, e saranno interamente coperti dal CIO, dalle sponsorizzazioni, da “marketing”, “merchandising” e proventi della biglietteria. I costi di investimento (2,1 miliardi) riguardano il Villaggio Olimpico, i centri Media, gli impianti sportivi permanenti, gli impianti di allenamento e saranno a carico dello Stato e non delle singole amministrazioni comunali

In pratica, un insieme di interventi urbanistici (p.es. il Villaggio Olimpico) e infrastrutturali (p.es., il Grande Raccordo Anulare delle Biciclette), che spaziano dal rifacimento e/o adeguamento degli impianti sportivi fino alla mobilità, pagati dal CIO (1,7 miliardi di euro), dai privati (1,5 miliardi di euro) ma soprattutto dalla pubblica amministrazione (2,1 miliardi di euro). Tutto questo senza che il CONI abbia concordato con il Comune di Roma (città ospitante per volontà di Matteo Renzi), almeno i seguenti punti:

– lo Statuto del Comitato Promotore, per condividere e concertare obiettivi e finalità dell’evento (ma anche la composizione dell’organico)
– un organo di controllo per sovraintendere insieme l’impatto dell’evento sulla città in termini di vivibilità urbana, opere pubbliche e assetto urbanistico, nonché la ricaduta dei progetti anche oltre l’evento olimpico e paraolimpico per il potenziamento dell’impiantistica sportiva e dello sport di base;
– strumenti amministrativi per coordinare le iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’evento olimpico e paraolimpico, stimolando la partecipazione della cittadinanza anche in termini di idee e progetti.

Nulla di tutto questo è stato fatto dal trittico Renzi-Malagò-Marino eppure oggi strillano ad un presunto “danno erariale” compiuto dalla giunta Raggi, senza avere in mano alcun strumento giuridico a supporto e senza aver mai ottemperato all’obbligo di giustificare la spesa di quasi 20 milioni di euro da parte del Comitato Promotore in 18 mesi di attività.

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RIFIUTI ROMA – MARINO, MURARO … MA ZINGARETTI?

zingaretti-immaginaPerché nessuno chiede conto a Zingaretti sui rifiuti.

Mentre a Roma imperversa un architettato e squallido scontro politico condotto dal PD sul caso Muraro, Assessore all’Ambiente della neo Giunta di Roma, nessuno parla delle responsabilità della Regione Lazio in tema di rifiuti, sia delle precedenti giunte, sia di quella attuale governata da Zingaretti (PD). Per capire cosa sta accadendo, è necessario fare un po’ di chiarezza partendo proprio dalla procedura di infrazione europea sulle discariche abusive.

Il caso riguarda la mancata esecuzione della prima sentenza di condanna del 26 aprile 2007 per violazione della direttiva rifiuti 75/442/CE (modificata dalla direttiva 91/156/CEE), della direttiva 91/689 CEE e della direttiva 1999/13/CE in riferimento a 200 discariche presenti sul territorio di 18 Regioni italiane. Tra queste 200, 21 erano ubicate nel Lazio, di cui 1 di rifiuti pericolosi (dati del Ministero dell’Ambiente, marzo 2015). Il 2 dicembre 2014 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha finito per condannare l’Italia al pagamento, per le suddette violazioni, di una sanzione forfettaria di “40 milioni di euro e di una penalità semestrale di 42,8 milioni di euro da pagarsi fino all’esecuzione completa della sentenza”. A marzo 2016, dopo una serie di interventi, le discariche da 200 sono passate a 155.

Nel frattempo però si è concretizzata la procedura d’infrazione relativa alla gestione dei rifiuti urbani nella Regione Lazio (2011/4021) con relativa sentenza del 15 ottobre 2014 per il mancato rispetto dell’articolo 6 della Direttiva 2008/98/CE sui rifiuti, ai sensi del quale gli Stati membri devono provvedere affinché siano conferiti in discarica solo rifiuti adeguatamente trattati.

L’indagine della Commissione, inizialmente focalizzata su Malagrotta, era partita nel 2009. A marzo 2011, le autorità italiane avevano tentato di sfuggire alla procedura d’infrazione, sostenendo che tutti i rifiuti conferiti in discarica a Malagrotta dovevano essere considerati come rifiuti “trattati”. La Corte però ha dato ragione alla Commissione europea, che non aveva accettato l’argomentazione italiana, sottolineando come la sola triturazione o compressione dei rifiuti indifferenziati, senza un’adeguata selezione e una qualche forma di stabilizzazione delle diverse frazioni dei rifiuti, non risponde agli obiettivi della direttiva Ue.

La sentenza del 15 ottobre 2014 dunque si applicava alle discariche del Lazio che al primo agosto 2012 non erano in regola: cinque dell’Ambito Territoriale Ottimale (ATO) di Roma (Malagrotta, Colle Fagiolara, Cupinoro, Montecelio-Inviolata e Fosso Crepacuore) e due nell’ATO di Latina, ubicate a Borgo Montello.

A ottobre 2013 Marino ha ‘chiuso’ Malagrotta, per anticipare la inevitabile sentenza e mitigare i danni, senza aver però definito un piano ben preciso per sostituirla. Oggi è la Sindaca di Roma, Virginia Raggi, a far notare questa grave inerzia: “Siamo assolutamente convinti della chiusura di Malagrotta, anzi continuiamo a invitare Cerroni ad effettuare le operazioni di bonifica. Sarebbe interessante capire come mai nessuno, fino ad oggi, lo abbia invitato a farle visto che sono previste per legge. Sarebbe anche interessante capire come mai quando Marino ha pensato di chiudere Malagrotta non abbia approntato un sistema congruo di smaltimento dei rifiuti. Noi, quindi, oggi stiamo scontando l’effetto di una politica disastrosa fatta negli ultimi venti anni sui rifiuti“.

Le colpe sono di Marino? Le colpe sono della Raggi? Forse le colpe sono soprattutto di Zingaretti, Governatore della Regione Lazio dal 12 marzo 2013. Ricordiamo infatti che è nella fase di lettera di messa in mora notificata, ai sensi dell’art. 258 TFUE, la procedura di infrazione relativa ai “Piani regionali di gestione dei rifiuti”, in violazione della direttiva 2008/98/CE (P.I. 2015/2165), da cui però si salva il Lazio, messosi teoricamente in regola nel 2012. Dunque, sarebbe (sulla carta e nei proclami) chiara per il Lazio (e non solo per Roma) la modalità con cui smaltire i rifiuti.

Prendendo atto che le responsabilità di un Comune o di una partecipata sono condizionate dalle scelte regionali, prendendo atto della relazione dell’assessore regionale ai rifiuti Mauro Buschini (18 luglio 2016), in cui si evidenzia la chiusura definitiva della discarica di Malagrotta, è veramente risolto nel Lazio lo smaltimento dei rifiuti con gli impianti esistenti di Trattamento Meccanico-Biologico (TMB) e con gli impianti di lavorazione della differenziata? La risposta è no.

Nel caso di Roma, città ancora in pieno sviluppo demografico, passare dal sistema a discarica di Malagrotta (chiusa nel 2013) a quello idealizzato richiede per la sua attuazione almeno 7-8 anni, dunque per il 2020-2021. Tre anni li abbiamo già persi grazie a Zingaretti, ma se si continua a litigare a Roma e a non far lavorare l’amministrazione, scelta dai cittadini, si rischia di venire sommersi dalla mondezza e di invalidare l’idoneo trattamento dei rifiuti urbani da conferire in discarica, non rispettando per altro il fabbisogno della Regione Lazio in termini di recupero energetico di rifiuti.

In altre parole, Marino (PD) ha fallito l’obiettivo, Zingaretti (PD) sonnecchia e la colpa è tutta della Raggi (M5S). I giudici che hanno emesso questa sentenza? I cronisti di importanti quotidiani nazionali, che hanno dimenticato di informare su quanto sopra divenendo più o meno consapevolmente editorialisti fiancheggiatori di chi non vuole fare un mea culpa, politicamente necessario, così da coprire non solo il cattivo operato delle amministrazioni locali di centro-sinistra, ma anche lo scellerato comportamento dei vari Ministri dell’Ambiente dal 2009 ad oggi e che appartengono ai partiti che oggi criticano la Raggi che è appena insediata.

La domanda dunque è: se, sulla carta, la Regione Lazio era apposto dal 2012 com’è possibile che dal 2013 non sia stato attuato nulla? Perché nessun cronista/giudice ne chiede conto a Zingaretti?
Ricordiamo che il 13 dicembre 2013, nel corso di una conferenza stampa, il Presidente Nicola Zingaretti e l’ex assessore delegato ai rifiuti Michele Civita, avevano promesso che entro febbraio 2014 il nuovo Piano Regionale dei rifiuti sarebbe sbarcato in Consiglio. Dopo l’arresto di Manlio Cerroni, il monopolista regionale dei rifiuti, avvenuto il 9 gennaio 2014, del Piano si sono perse le tracce. Ora, si dovrà procedere su ordine dei giudici del Tar. Infatti, lo scorso 7 marzo 2016  il Tribunale Amministrativo del Lazio (TAR) ha ordinato alla Regione Lazio “di individuare entro il termine di 180 giorni la rete integrata e adeguata di impianti di smaltimento rifiuti in ambito regionale”.In questi giorni dunque il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e il nuovo assessore all’Ambiente delegato ai rifiuti, Mauro Buschini, dovranno portare il nuovo Piano Rifiuti in Consiglio per sottoporlo al voto del mini-parlamento regionale. Si tratta del documento che dovrebbe guidare in modo ordinato e razionale, nel rispetto della salute umana e dell’ambiente, il proliferare di impianti dedicati al trattamento della spazzatura urbana. Ma anche agevolare la diffusione e il radicamento della raccolta porta a porta, oltre ai sistemi di riciclo e riuso delle materie prime che rappresentano l’unica vera alternativa al business ‘mortale’ delle discariche, degli inceneritori e degli impianti a ‘bio’ gas e ‘bio’ metano.

Ministri all’Ambiente

  • Alfonso Pecoraro Scanio  (Governo Prodi II, Federazione dei Verdi, 17 maggio 2006 – 8 maggio 2008)
  • Stefania Prestigiacomo (Governo Berlusconi IV, Il Popolo della Libertà, 8 maggio 2008 – 16 novembre 2011)
  • Corrado Clini (Governo Monti, Indipendente, 16 novembre 2011 – 28 aprile 2013)
  • Andrea Orlando (Governo Letta, Partito Democratico, 28 aprile 2013 – 22 febbraio 2014)
  • Gianluca Galletti (Governo Renzi, Unione di Centro, 22 febbraio 2014 – in carica)
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IL LITORALE ROMANO FRONTIERA DI LEGALITA’

IMG_20160828_143026La recente determinazione dirigenziale con cui il Municipio X ha dichiarato la decadenza dalla titolarità della Concessione Demaniale Marittima dello stabilimento balneare MED (ex art.47 del codice della navigazione) desta, a livello urbanistico, elementi di preoccupazione. Da quanto è dato sapere, tra le diverse contestazioni di carattere amministrativo ed edilizio sollevate si sostiene anche che i manufatti realizzati in quell’area, dunque su Demanio Marittimo, non sarebbero conformi alle grandezze edilizie previste dal Nuovo Piano Regolatore Generale (NPRG) del Comune di Roma. Senza scendere nei dettagli, vale la pena ricordare che le Norme Tecniche di Attuazione (NTA) del NPRG, secondo la Delibera di approvazione del Consiglio Comunale n. 18 del 12 febbraio 2008, individuano il Demanio Marittimo come zona di “Verde pubblico e servizi pubblici di livello locale” (cfr. Elaborato 3a Stralcio della pianificazione vigente: Piano Regolatore Generale: sistemi e regole, normato dall’art. 85 delle NTA). Inoltre, tra le funzioni ammesse in tale area, le uniche destinazioni possibili sono quelle di verde pubblico ed in particolare di “aree per il gioco dei ragazzi e dei bambini e per il tempo libero degli adulti: eventualmente attrezzati con chioschi, punti di ristoro, servizi igienici” (comma 1, lettera d). A tale destinazione corrispondono (comma 2) determinati parametri e grandezze urbanistico-ecologiche, che si riassumono (per la realizzazione di tali servizi di livello locale) in un indice di edificabilità pari a 0,05 mq/mq. Ciò vuol dire che sui 1.700 mq di concessione del MED sarebbero edificabili solo 85 mq.
Ora, secondo l’elenco delle Concessioni Demaniali Marittime ricadenti nel territorio del Municipio Roma X (pubblicato il 4 gennaio 2016 ed aggiornato recentemente, il 3 agosto 2016) il MED avrebbe 125 mq di opere di facile rimozione (chioschi, cabine, rimessa attrezzi, etc), dunque 40 mq in più. Tale eccedenza esisteva già nella determinazione dirigenziale n.846 del 24 marzo 2014, con cui la concessione dello stabilimento balneare MED è stata dichiarata valida fino al 31 dicembre 2020. Allora cosa è cambiato da quella data ad oggi da determinare la decadenza della concessione? Questa è la domanda che una corretta amministrazione pubblica dovrebbe porsi. In altre parole, per il principio della continuità amministrativa, la prima indagine dovrebbe svolgersi all’interno dei propri uffici per verificare la regolarità della proroga della concessione fino al 2020, avvenuta sotto l’amministrazione di Andrea Tassone, PD, arrestato per Mafia Capitale il 4 giugno 2015. Nulla di questo è stato fatto e la determinazione dirigenziale 846/2014 dal 29 agosto 2016 continua a valere per tutti ad eccezione che per il MED, ledendo un principio fondamentale della legalità e cioè l’applicabilità delle norme e dei regolamenti per tutti e non solo per alcuni.
Questa dislessia amministrativa nella gestione di un bene pubblico, come quello demaniale, pone due questioni: l’interesse pubblico della fascia demaniale e l’attuazione prossima ventura del PUA, cioè del Piano Urbanistico degli Arenili.
Secondo gli studi del Comune di Roma, risulta che su tutto il Litorale romano esiste una capacità insediativa residua che ammonta a ben 17.086,03 mq di SUL (la Superficie Utile Lorda è, in urbanistica, “la somma delle superfici di tutti i piani fuori terra, seminterrati ed interrati” comprensive di tutti gli elementi quali, p.es., scale, portici, etc.). Dunque ancora molto è edificabile ed è per questo che occorre disciplinare la fascia demaniale marittima ai fini del rilascio e della regolamentazione delle concessioni. L’obiettivo generale dovrebbe essere il miglioramento dei servizi alla balneazione nel rispetto dei vincoli ambientali e paesistici, cioè in altre parole, riconoscere un interesse pubblico, un interesse collettivo, da tradurre non solo nel diritto di accesso al mare ma, in forma più estesa, nel diritto di fruire del mare e dell’arenile. Potervi accedere, ma non usufruirne non ha alcun senso. Un cattivo esempio, sotto gli occhi di tutti, sono i servizi negati quest’anno sulle spiagge di Castelporziano e di Capocotta, oggetto di un discutibile comportamento amministrativo che ha demolito senza ricostruire, per cui il cittadino trova arenili senza bagnini di salvataggio e relative postazioni, senza servizi igienici, senza presidi sanitari e aree d’ombra assenti o inadeguate, senza alcuna regolamentazione di accesso ai mezzi di trasporto pubblici e privati. Dunque, gli arenili sono stati di fatto sacrificati per una discutibile applicazione della legalità e non si comprende (o forse sì) a favore di chi. Certamente non dei cittadini.

In questo confuso contesto si è inserita la nuova Legge Regionale del 26 Giugno 2015, n. 8 (Pubblicata nel BURL n° 52 del 30 Giugno 2015), “Disposizioni relative all’utilizzazione del demanio marittimo per finalità turistiche e ricreative. Modifiche alla L.R. del 6 agosto 2007, n. 13, concernente l’organizzazione del sistema turistico laziale, e successive modifiche”, di cui recentemente è stato pubblicato anche il Regolamento attuativo. Vale la pena ricordare che da alcuni anni gli stabilimenti balneari sono a tutti gli effetti imprese turistiche e dunque deve esserne ampliato il periodo di apertura delle attività, promuovendo la destagionalizzazione dell’offerta turistica e “lo svolgimento di attività collaterali alla balneazione” mediante utilizzo delle “strutture di facile rimozione utilizzate per finalità turistiche e ricreative, eventualmente presenti sull’area demaniale marittima assentita in concessione“. Una rivoluzione, che dovrà passare per ogni Assemblea Comunale di tutti i comuni marittimi del Lazio, compresa Roma Capitale e dunque Ostia.

Quello a cui si assiste in questi mesi va nella direzione opposta. Ostia, commissariata per mafia per “salvare Roma Capitale dal Commissariamento”, senza alcuna pianificazione territoriale che faccia riferimento ai punti sopra citati, si è caratterizzata durante questa stagione balneare per la spasmodica ricerca delle irregolarità amministrative od edilizie all’interno delle singole concessioni marittime, decontestualizzate da un inquadramento urbanistico che invece doveva avere come riferimento ‘alto’ il raggiungimento dell’interesse pubblico del mare tramite anche l’utilizzo della nuova legge regionale.
Si assiste dunque a inutili (e costose) prove di forza tra amministrazione e concessionari, finalizzate a rimuovere poche decine di mq, demonizzando un’intera categoria, che divengono così gli unici colpevoli, senza ‘indagare’ l’operato degli amministrativi che hanno firmato le precedenti autorizzazioni e senza alcun rispetto verso gli interessi del Cittadino, primus inter pares.

Il mare non è frontiera per l’esibizione del machismo della legalità.

Paula de Jesus per LabUr

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