CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #6

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251214_025734_0000Il Ponte dell’Industria, costruito negli anni Sessanta dell’Ottocento, è una delle prime infrastrutture della Roma moderna. Nato come ponte metallico funzionale al sistema industriale e portuale dell’Ostiense, non è mai stato un monumento, ma un dispositivo produttivo. Il suo nome non celebra un valore: descrive una funzione. Ed è proprio questa precisione storica che è stata messa in discussione.

Gli aspetti che ci appaiono i più gravi:

 

1) urbanisticamente si tratta di una rottura della continuità tra forma urbana e significato storico rendendo di fatto la città illegibile. Una città che non si lascia leggere non si può governare, solo raccontare e ogni spazio può diventare qualsiasi cosa, a seconda della convenienza politica del momento, rompendo il rapporto tra spazio e memoria e la città diventa solo un manifesto.

 

2) In una Repubblica che si definisce “fondata sul lavoro”, cancellare di fatto simbolicamente la parola “industria” dallo spazio urbano non è un dettaglio toponomastico, è una scelta culturale. Il Ponte dell’Industria era uno dei rarissimi luoghi in cui Roma nominava senza filtri la propria modernità produttiva. Aggiungere il nome e la statua di un Santo, dunque un simbolo spirituale, significa arretrare dall’alfabeto repubblicano a un immaginario pre-politico, dove i valori morali prendono il posto dei rapporti sociali reali.

 

3) Che questa scelta avvenga sotto un sindaco del Partito democratico, storico ed economista come Roberto Gualtieri, rende la contraddizione ancora più netta. Per anni Gualtieri ha parlato di lavoro, di città produttiva, di superamento della Roma cartolina. Poi, nel momento in cui la città poteva raccontare se stessa attraverso la sua infrastruttura più onesta, sceglie la metafora invece della storia, il santo invece del lavoro. Non è ingenuità: è rinuncia.

 

4) Il fatto che su questa operazione convergano centrosinistra e destra dice tutto. Quando tutti possono dirsi d’accordo davanti a un santo, significa che il lavoro non divide più, perché non viene più nominato. È così che una Repubblica “fondata sul lavoro” finisce per assomigliare di nuovo a un Paese di simboli rassicuranti: non più santi, poeti e navigatori per decreto, ma santi per mancanza di coraggio politico.

 

 

 

 

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CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #5

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251213_140020_0000Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1943 venne distrutto lo Stabilimento Roma ad Ostia e puntualmente riemerge la nostalgica proposta di una sua ricostruzione.

La questione non è solo quella del recupero storico o identitario. Richiede invece una riflessione sul rapporto tra architettura, etica e progetto politico. Al di là del mutato quadro normativo, pianificatorio e vincolistico, giova ricordare che lo Stabilimento Roma non fu un semplice impianto balneare, bensì un dispositivo spaziale coerente con il programma culturale del primo fascismo, nel quale l’architettura assumeva una funzione pedagogica e rappresentativa: il controllo del tempo libero, la centralità del corpo come paradigma della rigenerazione nazionale e la monumentalità come linguaggio del potere. Anche il rapporto con il mare, impostato secondo una logica di dominio tecnico e simbolico, rifletteva una visione antropocentrica tipica del contesto ideologico di riferimento.

La ciclica proposta di una sua ricostruzione “com’era e dov’era” solleva interrogativi etici rilevanti. L’architettura per definizione non è mai neutra: riprodurre un linguaggio nato come strumento di rappresentazione ideologica genera solo una replica acritica, difficilmente compatibile con i valori culturali, sociali e ambientali contemporanei, culturalmente problematica, procedimentalmente complessa e potenzialmente incoerente con gli obiettivi di tutela della costa.

Un conto è la conservazione e la lettura critica del rapporto tra spazio, potere e società, altro è la ricostruzione ideologica di un’architettura celebrativa.

Il nostro primo dovere, innanzitutto come cittadini, è di avere senso di responsabilità nell’esercizio della memoria, che può esercitarsi solo all’interno dei limiti etici, ambientali e normativi dell’oggi.

#ostia #stabilimentoroma #secondaguerramondiale #architetturafascista #MunicipioX #pillolediurbanistica

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CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #4

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251212_102633_0000ROMA E IL GEMELLO DIGITALE DEGLI ALBERI: A CHE PUNTO SIAMO (POSTA PER SABRINA ALFONSI)

Dopo 4 anni di disastrosa gestione del verde, quest’anno il Comune di Roma ha avviato un “monitoraggio digitale del patrimonio arboreo”, su due livelli distinti:

CARTELLE CLINICHE DIGITALI

Obiettivo: una scheda digitale per circa 340.000 alberi tramite la piattaforma GreenSpaces.

Dati ufficiali (ottobre 2025): 207.000 alberi mappati, pari a circa 60–61% del totale.

GEMELLO DIGITALE PER 83.500 ALBERI

Si tratta di alberi sulle strade principali e parchi storici. I lavori sono stati avviati a fine agosto 2025; a settembre risultavano circa 58.000 alberi già analizzati (~70%); mancano 19 giorni alla scadenza prefissata.

I COSTI

Il progetto rientra in un piano del valore di €100MLN per il verde pubblico (2024–2026) che include anche manutenzione ordinaria, abbattimenti e ripiantumazioni. Quanto sia la quota parte in tecnologia non si sa.

ROMA NEL CONTESTO INTERNAZIONALE

Il “gemello digitale” romano non è quello di Singapore (che opera su scala urbana e multisistema – clima, trasporti, edifici). A Roma il “gemello 3D” si occupa stupefacentemente del SINGOLO ALBERO❗Un caso più unico che raro nel mondo.

Di manutenzione però in questi anni abbiamo visto ben poco, mentre abbiamo assistito ad una ecatombe di abbattimenti. Speriamo che qualche albero sopravviva per essere monitorato perché qualcosa NON TORNA.

QUANTI ALBERI CI SONO A ROMA?

L’ultimo censimento ufficiale è del 2016 ‼️e parla di circa 312.000 alberi urbani “gestiti” (una parola grossa!). Dopo 10 anni di consumo di suolo, di espansione della città, di strage di alberi per insetti xilofagi e parassiti secondari vari, il numero di alberi sarebbe salito, secondo le stime di Roma Capitale, a 340.000

Stanno mappando i morti in piedi e le ceppaie❓ Per altro, se includiamo le pinete e le c.d. foreste urbane dentro il Comune di Roma (come Castel Fusano, Castelporziano e la Riserva del Litorale Romano) il quadro cambia radicalmente. Si arriva ad una stima prudenziale di circa 5MLN di alberi che non saranno monitorati dal “gemello digitale”, né avranno mai una scheda digitale.

Quindi, €100MLN per un “gemello digitale” che ha senso solo per gli alberi più ‘urbani’ (se ci consentite questo termine gergale), ma che non monitorerà mai i ‘villani’ ad esempio del Municipio X e che dunque non restituirà una “fotografia definitiva” dell’intero patrimonio verde che sta andando in pezzi.

Per altri, non si tratta di sapere solo quanti alberi, ma quali stiamo monitorando, come e con quali strumenti. E su questo, come su tante altre cose, non c’è alcuna trasparenza amministrativa.

CRITICA IN PILLOLE

– obiettivi non completati

– 340.000 alberi (cartelle cliniche), 83.500 alberi (gemelli digitali), 207.000 alberi mappati, ma non è chiaro cosa includa ciascuna categoria, quanti alberi sono solo censiti, quanti hanno un vero gemello digitale 3D?

– 100MLN sono tanti: quanti sono stati spesi in tecnologia quando mancano potature e manutenzione ordinaria?

– Governance tecnologica che rimane, con tutti i suoi limiti, in mano a GreenSpaces (R3GIS)

– La solita assenza di trasparenza amministrativa

– Finché non vengono pubblicati i risultati (meno cadute, interventi più rapidi, risparmi in termini di costi), la tecnologia rimane solo una bella promessa, buona per qualche premio alla “fiera dell’est”.

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INFERNETTO, L’AMIANTO FANTASMA DEL CANTIERE AMA

Screenshot_2025-12-12-09-16-23-90_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274Nel quartiere Infernetto a Roma, i residenti segnalano la presenza di amianto in un cantiere AMA dichiarato bonificato. Restano irrisolte le criticità sulla gestione del terreno contaminato e sulle misure di sicurezza adottate. Esposto alle autorità competenti.

 

All’Infernetto, nel cuore di via Wolf Ferrari, c’è un cantiere che dovrebbe diventare un Centro di Raccolta AMA.
Dovrebbe. Perché per i residenti, da mesi, è soltanto un buco nero di rifiuti pericolosi, omissioni e silenzi istituzionali.

20 settembre: i cittadini scoprono l’amianto. AMA no.
È il 20 settembre 2025 quando i residenti – non AMA – denunciano la presenza di amianto nel terreno. Quello che doveva essere un cantiere “bonificato” un anno prima si rivela invece un deposito di scarti tossici, dimenticati o insabbiati. Letteralmente.

Gli scavi archeologici avevano già fatto emergere una verità scomoda: qualcuno, negli anni, aveva rialzato il piano di campagna di quasi un metro e mezzo. Come? Con rifiuti non autorizzati, interrati sotto il naso di tutti.

4.500 metri cubi di terra spariti. Ma nessuno sa dire dove.

Gli oltre 3.000 metri quadrati di cantiere hanno prodotto almeno 4.500 metri cubi di terra da rimuovere. A conti fatti, si tratta di circa 7.200 tonnellate di materiale che, ipotizzando lo smaltimento in discarica di sole 3.000 tonnellate, avrebbero richiesto almeno 100 camion, per un costo minimo di 40.000 euro, per difetto. Ma la domanda è una sola: che fine ha fatto tutta quella terra? E, soprattutto, chi garantisce che quei camion non abbiano disperso fibre di amianto lungo il tragitto o scaricato il materiale in siti non autorizzati?

Secondo i residenti, peraltro, non sarebbero stati nemmeno utilizzati camion telonati.

FIR: la carta che potrebbe svelare tutto. Se esiste.
A questo punto il documento chiave è uno: il FIR, il Formulario di Identificazione dei Rifiuti. È obbligatorio per legge. È la carta d’identità del rifiuto: indica cosa è stato portato via, da chi, in quale quantità e verso quale destinazione.
Il dubbio, enorme, è uno solo: AMA li ha compilati?

La protesta esplode. Il Campidoglio minimizza.
La denuncia dei cittadini corre sui social e arriva rapidamente alla stampa: Il Messaggero il 10 ottobre, la Repubblica il 14 ottobre.
Nel frattempo, i residenti – tramite l’avvocata Donata De Nittis – diffidano AMA e chiedono la messa in sicurezza del cantiere.

Il 13 ottobre, durante un incontro pubblico al parco XXV Novembre di Ostia, il sindaco Gualtieri rassicura tutti: «È tutto regolare».
Peccato che foto e video dimostrino come in cantiere si continuasse a scavare come se nulla fosse.

10 novembre: AMA risponde. Ma qualcosa non torna.
Passa un mese. Un mese intero.
Il 10 novembre, tramite l’avvocato Stefano Scicolone, AMA afferma che tutto sarebbe stato fatto «nel più rigoroso rispetto della normativa», che ASL Roma 3 e S.Pre.S.A.L. sarebbero stati coinvolti e che gli scavi nelle aree contaminate sarebbero stati immediatamente sospesi. Eppure, nella stessa comunicazione, AMA ammette che la rimozione dell’amianto sarebbe iniziata solo a inizio novembre. Ovvero oltre un mese dopo la denuncia dei cittadini.

Amianto all’aria aperta, recintato da una rete bucata.
La documentazione fotografica in nostro possesso è impietosa: i rifiuti contenenti amianto sono rimasti per giorni all’aperto, “delimitati” da una semplice rete forata. Altro che messa in sicurezza.
Quando i lavori riprendono, lo fanno a singhiozzo: dal 21 novembre all’11 dicembre, tra pause inspiegabili e improvvise ripartenze. Una gestione che contraddice ogni rassicurazione ufficiale.

Le domande ancora senza risposta.
Dopo tre mesi di allarme, proteste e versioni contrastanti, i nodi irrisolti restano sempre gli stessi: dove sono i FIR? Sono stati redatti? Sono regolari? Sono completi? Le procedure di bonifica dell’amianto sono state rispettate? Perché l’amianto è rimasto esposto al vento per giorni? Il Giornale dei Lavori di cantiere, obbligatorio per legge, racconta la verità o viene smentito da foto e video? Sospensioni, riprese, blocchi: tutto è coerente con quanto dichiarato? E, soprattutto, chi controlla davvero?

Nel frattempo, i cittadini continuano a vivere accanto a un cantiere dove, per settimane, le fibre di amianto avrebbero potuto disperdersi nell’aria senza adeguate protezioni.

AMA parla di massimo rigore. Il Comune rassicura. Gli enti di controllo vengono formalmente coinvolti. Ma i fatti documentati dai residenti raccontano un’altra storia. Una storia che oggi LabUr ha portato ufficialmente all’attenzione delle autorità competenti, presentando un dettagliato esposto per chiedere chiarezza.
Perché non può esistere una città pulita se la verità viene interrata sotto un metro e mezzo di rifiuti.

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“CHI SA, VEDE” ️ – PILLOLE DI URBANISTICA #3

FB_IMG_1765524730749POSTA PER YURI TROMBETTI

 

Su RomaToday esce un’intervista, camuffata da articolo, a Yuri Trombetti, che ha presieduto una Commissione Patrimonio di Roma Capitale sulla questione di Maresole, che LabUr tratta tecnicamente da anni anche nelle CTU. Ascoltandola, possiamo sintetizzarla così:

 

⚖️ In Italia la legge è uguale per tutti.

Poi arrivi a Roma… e scopri che sul demanio marittimo le regole cambiano a seconda di chi sei, soprattutto se appartieni alla razza padrona.

 

Da una parte il Comune contesta occupazioni senza titolo, violazioni edilizie, cambi di destinazione d’uso. Dall’altra, sempre il Comune — che fa parte dello Stato — evoca per sé la “regolarizzazione” di strutture abusive, senza concessioni, senza titoli edilizi, senza pagare un euro di canone, senza che:

 

la Capitaneria di Porto abbia avuto nulla da dire in 42 anni (nonostante abbia i documenti da decenni nei cassetti);

l’Agenzia del Demanio abbia effettuato una sola ispezione in ben 68 anni, un atto dovuto;

alcuni membri della Commissione abbiano taciuto che si stanno omettendo atti, informazioni e responsabilità.

 

È come se l’intero sistema avesse come obiettivo il “furto patrimoniale” ai danni dello Stato, in cui l’unica regola è:

 

gli abusi non si toccano… tranne quando all’Amministrazione conviene far sparire il corpo del reato, come nel caso dell’abbattimento dello stabilimento “Aneme e core”.

 

Quale sarà il risultato? Nessuna tutela del bene pubblico e dell’interesse collettivo, e la solita orrenda sensazione che la legalità — soprattutto a Ostia — sia un optional.

 

Le istituzioni così non sono più neutrali: diventano parte del problema, perché aggiungono ulteriori ipotesi di reato:

 

⚠️ omissione di atti d’ufficio

⚠️ danno erariale

⚠️ trasparenza zero

 

C’è un principio fondamentale e non derogabile: il demanio marittimo è di tutti.

 

Se gli abusi non si abbattono, se i controlli non si fanno, se i documenti spariscono nei cassetti… allora non si sta amministrando una città, ma una zona franca dell’illegalità istituzionale.

 

Solo la funzionaria del DIPAU è trasecolata in Commissione quando tutti in coro hanno gridato: “Facciamo una bella colonia marina, Eia Eia Alalà!”.

 

Come denunciamo da mesi, l’indirizzo di questa Amministrazione è quello di regolarizzare strutture dichiarate da loro stessi abusive sul demanio marittimo, prendersele, non pagando le concessioni né producendo titoli edilizi. Insomma, una sorta di condono tombale pro domo loro, che richiederà un “aggiustamento” delle carte.

 

️ Il demanio marittimo, che è indisponibile e dello Stato — cioè di tutti — viene trattato da un ente – che è parte integrante dello Stato – come il cortile di casa, in perfetto stile arrogante imperiale e imperialistico.

 

‍⚖️ Passare dalla violazione dell’art 1161 del Codice della Navigazione (occupazione abusiva di spazio demaniale) all’art. 328 del Codice Penale (omissione di atti d’ufficio) è stato un attimo.

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“CHI SA, VEDE” ️ – PILLOLE DI URBANISTICA #2

FB_IMG_1765524719850POSTA PER PINO BATTAGLIA E FLAVIO CONIA

 

A Roma nessuno sa quanti km a piedi percorra in media un cittadino ogni giorno. Nessuno.

I dati ufficiali si fermano al numero di spostamenti e al mezzo usato: il Rapporto Mobilità RAM 2023 stima 1,81 spostamenti al giorno per residente in un feriale tipo.

 

Per sapere davvero quanto camminano i romani servirebbero:

‍♀️ un’indagine campionaria dettagliata sulla mobilità pedonale,

la misura delle distanze reali degli spostamenti a piedi,

un’elaborazione sistematica dei dati.

 

L’unica cosa certa è che solo (circa) un quarto degli spostamenti avviene a piedi o in bici. Il resto è quasi tutto in auto o moto.

Misurare davvero la mobilità pedonale sarebbe il primo passo per pianificare interventi seri sulla tanto sbandierata “mobilità sostenibile” e la “città in 15 minuti”.

 

Eppure l’Amministrazione Capitolina ama citare Parigi e la “città dei 15 minuti”.

Se confrontiamo Parigi con Roma, la vera differenza emerge proprio nelle periferie.

 

Periferie di Parigi: circa 1/3 degli spostamenti avviene a piedi.

Periferie di Roma: spesso si scende sotto il 15%.

 

In pillole:

A Parigi, anche fuori dal centro, servizi, negozi, scuole e trasporti sono vicini e diffusi (30–35% a piedi, 35–40% in auto, il resto con il TPL).

A Roma, invece, nelle periferie le distanze sono grandi e il trasporto pubblico debole (10–20% di spostamenti a piedi e oltre il 65% in auto).

 

Senza dati chiari e politiche coerenti, sbandierare sedicenti buoni propositi o successi in ambito di “mobilità sostenibile” e di “città in 15 minuti” è inaccettabile sotto il profilo politico, tecnico e amministrativo.

 

Non dimentichiamolo mai: la città determina le nostre abitudini.

 

#roma #pinobattaglia #flavioconia #mobilitasostenibile #citta15minuti #smartcity #Parigi

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“CHI SA, VEDE ️” – PILLOLE DI URBANISTICA #1

FB_IMG_1765524142806POSTA PER EUGENIO PATANÈ E GIOVANNI ZANNOLA

 

1€ di camminata → la società paga 0,01€

 

1€ di bicicletta → la società paga 0,08€

 

1€ di autobus → la società paga 1,50€

 

1€ di automobile → la società paga 9,20€

 

Quasi tutte le periferie di Roma Capitale sono auto-dipendenti perché non progettate per il pedone ma per le auto. I tempi medi pedonali per raggiungere scuole/servizi sono superiori alla media europea. Dove ci sono marciapiedi, spesso non portano “a nulla” in un raggio pedonale accettabile. Il trasporto pubblico di superficie è spesso carente, aumentando la dipendenza dall’auto.

 

Quando ti parlano di ZTL (un filtro che riguarda la qualità dei veicoli, non la qualità degli spazi pubblici), di “infrastruttura verde e blu” (concepite per lo svago), ricordagli che in periferia ti serve l’auto per fare qualunque cosa.

 

Finché non ci saranno investimenti seri in:

 

✅ marciapiedi continui e sicuri

 

✅ vere piste ciclabili

 

✅ trasporto pubblico rapido ed efficiente

 

✅ spazi verdi utili e non decorativi

 

✅ servizi raggiungibili a piedi o in bici

 

allora tutto il resto è mera e becera propaganda.

Una propaganda che, tra l’altro, è classista: colpisce chi non può permettersi un’alternativa.

 

#eugeniopatane #giovannizannola #RobertoGualtieri #romacapitale #mobilitasostenibile #ztlroma

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AREA GOLENALE DEL TEVERE: IL GIALLO DELLE PARTICELLE SCOMPARSE E LA LUNGA OMBRA DELLA BARONESSA DI HITLER

Screenshot_2025-12-10-10-33-56-85_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274C’è un’inchiesta che si trascina da dieci mesi tra i terreni della Pineta delle Acque Rosse, a Ostia, dove una fallimentare operazione di forestazione finanziata con 1,8 milioni del PNRR sta sollevando più criticità che alberi. Dietro gli appalti, dietro i fondi pubblici, dietro i progetti solo annunciati, spunta una storia ancora più inquietante: il nuovo caso che coinvolge la Neulaband S.S., società passata di mano, un po’ come nel gioco di scatole cinesi, da Nicola Spinelli a Luca Ferri e ora a Clemente Federico Aldobrandini (già al centro dei nostri approfondimenti – LINK).

 

IMG-20251210-WA0001La Neulaband S.S. sostiene di essere proprietaria di un vasto terreno individuato al Catasto di Roma come foglio 1079, particella 21. Peccato che questa particella non esista più da tredici anni. L’errore per altro non è finito in un modulo qualunque, ma negli atti giudiziari con cui la società sta tentando di procedere agli sgomberi forzati nell’area golenale tra l’argine maestro e il fiume Tevere lungo via Tancredi Chiaraluce.

Sgomberi fondati, di fatto, su un dato catastale inesistente.

 

IMG-20251210-WA0002Le mappe parlano chiaro: la vecchia particella 21 è oggi la 2896, frazionata e classificata come Ente Urbano, non come terreno agricolo o naturale. È l’area su cui sorge la struttura interna del cantiere nautico Altamarea (via delle Orcadi 5), accatastata come D/7, fabbricato destinato a specifiche attività industriali. Non un lembo di golena. Non un terreno da “bonificare” o “recuperare” bensì un fabbricato.

 

Questa svista conduce ad una storia che sembra uscita da un archivio impolverato dei servizi segreti tedeschi: quella della baronessa Sigrid Alice Ernestine Cecile Luise Claudia Helma Frieda von Laffert, aristocratica tedesca e, secondo varie fonti storiche, intima di Adolf Hitler.

Morta nel 2002, la baronessa risulta proprietaria della particella (quella che non esiste più) fino al 1993. Dopo di lei, la proprietà passa alla società lussemburghese Neulaband S.A. fino al 27 ottobre 2005, quando viene acquistata dalla Neulaband S.S. italiana, costituitasi pochi mesi prima.

 

Tre passaggi, tre società, una costante: il legame con operazioni condotte dall’entourage Aldobrandini su cui, come abbiamo scritto a febbraio, si sono accesi i fari più volte della Procura per ipotesi di frode fiscale, esportazione illecita di capitali e società di comodo create all’estero di cui non sono stati resi pubblici gli esiti della fase istruttoria.

 

Mentre sono in corso le verifiche sui fondi PNRR nella Pineta delle Acque Rosse da parte delle Autorità competenti, un’altra anomalia si affaccia prepotente: dai documenti in nostro possesso la particella su cui la Neulaband S.S. rivendica diritti non è mai appartenuta alla società, ma alla baronessa Laffert fino agli anni Novanta. Ma soprattutto, la particella non corrisponde completamente all’area che la società indica nei contenziosi sugli sgomberi della golena del Tevere.

 

Una discrepanza che può causare un effetto valanga sulle aree golenali, i loro usi, le loro tutele. Gli appetiti su quelle aree sono noti da anni e ben documentati sulla cronaca nera.

 

LabUr segnalerà il grave e ripetuto errore catastale presente negli atti ufficiali anche alle Autorità inquirenti perché non è accettabile che fondi pubblici, proprietà private e asset strategici del territorio siano manipolati attraverso numeri di particella che non esistono più.

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A OSTIA LA RUOTA OSTA, ALL’EUR NULLA OSTA. LE ANOMALIE IN IX MUNICIPIO

Screenshot_2025-12-08-18-24-42-18_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274A Ostia ci provano da anni ad installare una ruota panoramica.

Prima la giunta M5S, poi il PD. Tutti inciampati nella stessa falla amministrativa: l’assenza di un bando pubblico obbligatorio per legge.

All’EUR, stessa attrazione, stesso tipo di attività, stessa normativa, ma la ruota da 50 metri si erge magicamente: nessun errore, nessun intoppo, nessuna sospensione.

Come ci sono riusciti? Semplice: è entrata in campo EUR SpA e la pratica ha spiccato il volo. Il Dipartimento Patrimonio, su indicazione del consigliere capitolino, nonché Presidente di Commissione Patrimonio del Comune di Roma, Yuri Trombetti, “aggiusta” ciò che altrove richiede mesi e controlli. Regolamenti del 1998? Aggiornamenti del 2009? Superati! A Ostia si applicano, all’EUR si interpretano.

Eppure il regolamento per la concessione di aree pubbliche per attività di spettacolo viaggiante e parchi di divertimento vale in tutti i Municipi e risale alla delibera del consiglio comunale di Roma n. 197 dell’8 ottobre 1998, poi aggiornata nel 2009 con le disposizioni del decreto del Ministro dell’Interno recanti le norme di sicurezza per le attività di spettacolo viaggiante.

DUE RUOTE NELLO STESSO MUNICIPIO. UNA È FESTA, L’ALTRA È UN CASO

Se nel Municipio di Ostia la ruota osta, nel IX Municipio non solo nulla osta ma addirittura brillano ben due ruote panoramiche: quella nuova sul laghetto e quella storica del Luneur, 33 metri di nostalgia. Proprio Luneur è il punto in cui la vicenda si trasforma da “giostra” a potenziale scandalo immobiliare.

Saverio Pedrazzini, storico portavoce dei giostrai del Luneur, in un’intervista su Radio Roma, durante la trasmissione “Roma di Sera” condotta dal giornalista Andrea Bozzi, consigliere nel Municipio X, parla senza mezzi termini di «una coltre di anomalie e opacità».

IL CASO: GLI ATTI DI PROPRIETÀ DI EUR SPA, COSA NON TORNA

Lo scoop vero arriva dallo studio di LabUr – Laboratorio di Urbanistica: i terreni su cui sorge il Luneur potrebbero non appartenere ad EUR SpA, un’area su cui ha concesso un parco di 7 ettari.

Le carte risalgono agli anni del Governatorato fascista: espropri mastodontici, mappe ridisegnate, passaggi poco chiari. Emergerebbe anche un dettaglio sorprendente: la perimetrazione storica dei 60 ettari dei monaci trappisti non coincide con quella dichiarata oggi da EUR SpA. Al centro della questione un vasto pianoro a forma di pentagono irregolare in prossimità della zona dell’Acqua Salvia, compresa tra la Via del Mare e Via Laurentina a ridosso dell’Abbazia, sorta secondo la tradizione sul luogo del martirio di San Paolo. La perimetrazione dell’area non risulterebbe essere quella dichiarata.

Il Luneur sorge proprio lì e chi bonificò e rese utilizzabile quell’area furono i giostrai negli anni ’50. Se la proprietà, come sembrerebbe, non è legittimamente di EUR SpA, allora:

– tutte le concessioni sono nulle;

– i giostrai potrebbero vantare usucapione;

– il parco potrebbe diventare terra di nessuno;

– l’amministrazione rischierebbe un contenzioso multimilionario.

Altro che ruota panoramica, qui gira una lavatrice di responsabilità.

CAMPIDOGLIO, MINISTERO, EUR SPA: CHI CONTROLLA CHI E COSA?

Il problema non è la ruota in sé quanto l’esistenza di due pesi e due misure. Un soggetto controllato dallo Stato trasforma un ostacolo amministrativo in una strada spianata. Davvero nessuno ha sospettato che i terreni del Luneur possano non appartenere all’ente che li gestisce? Perché nessuno ha fatto una verifica in questi anni?

IL RISCHIO DEL CARBONE ALLA BEFANA

Dopo Natale l’EUR potrebbe ritrovarsi con un luna park “abusivo per proprietà” e un contenzioso storico gigantesco che potrebbe ampliarsi a macchia d’olio su altre aree dell’EUR.

Per ora, il quartiere razionalista festeggia un 2–0 su Ostia. Ma quando si spegneranno le luci della ruota, qualcuno potrebbe dover pagare un conto salato per una giostra truccata a festa.

 

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Roma, piano spiagge libere: tra vincoli demaniali, canoni irrisori e rischi di privatizzazione occulta

IMG_20251126_134427Roma, il piano spiagge libere fa discutere: tra vincoli demaniali, canoni irrisori e rischi di privatizzazione occulta. Il Campidoglio ha annunciato infatti l’intenzione di abbattere diversi stabilimenti balneari a Ostia per portare fino al 65% la quota di spiagge libere. Un provvedimento presentato come una vittoria per la fruizione pubblica del litorale, ma che solleva perplessità giuridiche, economiche e istituzionali. Al centro del dibattito non c’è solo la tutela del cittadino bensì il rapporto tra demanio marittimo, Stato e amministrazioni locali.

 

CHI POSSIEDE LE SPIAGGE

Le aree costiere appartengono al Demanio Marittimo dello Stato e non ai Comuni. Sono beni pubblici destinati all’uso collettivo di tutti i cittadini italiani. La loro gestione avviene tramite concessioni temporanee: chi le ottiene paga un canone, proporzionato all’attività svolta, che contribuisce a finanziare manutenzione, vigilanza, servizi e controlli ambientali. È il principio di redistribuzione del valore del bene pubblico.

Quando però a gestire direttamente la spiaggia è il Comune, l’accesso resta gratuito, ma i ricavi provenienti da servizi e attività commerciali – talvolta affidati a privati tramite convenzioni – finiscono nelle casse comunali, mentre allo Stato restano solo costi e responsabilità. Il risultato è una “privatizzazione indiretta”: il bene resta pubblico, ma i profitti diventano locali.

 

IL CASO ROMA: SPIAGGE LIBERE O LIBERE ATTREZZATE?

La promessa del 65% di arenili “liberi” è una semplificazione fuorviante. In molti casi infatti si tratta di spiagge libere attrezzate, dotate di chioschi, punti ristoro e servizi permanenti, ben lontane dalla definizione di spiaggia effettivamente libera, priva di attività economiche.

Durante l’ultima stagione balneare, proprio la presenza di strutture commerciali su aree classificate come libere ha sollevato dubbi sulla coerenza dell’azione amministrativa con le norme nazionali sui canoni dovuti e sulla natura delle opere installate. Ad entrare in campo anche la Corte dei Conti, che ha più volte evidenziato criticità in termini di redditività del patrimonio pubblico e rispetto della direttiva Bolkestein.

A complicare il quadro c’è l’assenza, a Roma, del Piano di Utilizzazione degli Arenili (PUA), strumento obbligatorio per il rilascio delle concessioni. Un vuoto normativo che rischia di rendere incoerente qualunque intervento sul litorale.

 

IL NODO DEI CANONI

Le disparità emergono anche sul fronte economico. Gli stabilimenti balneari pagano canoni commisurati a superfici e opere realizzate. I chioschi sulle spiagge comunali, classificate come libere, invece, corrispondono solo 3.200€ annui: una cifra fissa e svincolata dal volume d’affari. Ed è la stessa amministrazione a dichiarare che per gestire una spiaggia libera attrezzata per i servizi connessi alla balneazione il costo è di circa 200mila €. Eppure, sono proprio queste attività – soprattutto ristorazione e servizi – a sostenere economicamente le spiagge “libere attrezzate”, con prezzi spesso in linea con i normali esercizi al pubblico.

Secondo la Corte dei Conti, tale modello genera una strutturale sotto-redditività del bene demaniale e sottrae risorse allo Stato, compromettendo il principio di equa remunerazione.

 

L’OMBRA DI MAFIA CAPITALE

Durante l’inchiesta Mafia Capitale la Guardia di Finanza accertò la trasformazione abusiva di chioschi in strutture permanenti e attività commerciali sulle spiagge libere di Ostia, provocando un danno erariale e portando alla demolizione di numerose opere illegittime.

Dieci anni dopo, si sta riproponendo una dinamica simile: aree formalmente libere ma di fatto economicamente redditizie — comprese Bahia, Curvone, Hakuna Matata c.d. concessioni francobollo che insistono su tratti di spiaggia dichiarati “liberi”, ma di fatto attrezzati e con flussi economici rilevanti — con attività commerciali in regime di concessione minima.

La stagione 2025 è stata definita dalla stessa amministrazione comunale tra le peggiori di sempre: bandi irregolari, infiltrazioni, disservizi a Castelporziano, spiagge senza operatori e perfino bagnini sostituiti da cartelli. Un contesto che alimenta i dubbi sulla capacità del Comune di gestire un patrimonio strategico e complesso. Una scelta politica con effetti però nazionali.

 

La domanda, a questo punto, non è solo se aumentare le spiagge libere trasormandole di fatto in attrezzate sia giusto, ma a quali condizioni e con quale equilibrio tra interesse locale e nazionale. Perché se il bene è dello Stato, la sua valorizzazione non può diventare una rendita esclusiva per il Comune. Il rischio molto concreto è che ci si trovi non solo davanti a strutture temporanee che di fatto diventano permanenti, ma soprattutto ad un concessionario, il Comune di Roma, che rimane a vita contro ogni regola della Bolkestein.

 

La favola dell’estate sul litorale romano sembra essersi incrinata. E mentre il Campidoglio rivendica una svolta storica, il dibattito resta aperto: si tratta di una nuova stagione di tutela della costa o del preludio a una seconda puntata di Mafia Capitale?

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