Nel dibattito urbano contemporaneo una delle parole di cui si abusa di più è “decoro”, spesso presentato come obiettivo amministrativo. Ma il decoro è una categoria estetica, mentre il benessere urbano è una condizione sociale.
E’ indubbio che l’ordine geometrico sia rassicurante e che la ‘pulizia’ visiva semplifichi la narrazione politica, ma una città non è una composizione grafica bensì un sistema di relazioni.
Nell’interessante libro uscito il 15 gennaio scorso dal titolo “The Homegrown City”, gli autori Matias Echanove e Rahul Srivastava (fondatori di URBZ) descrivono le “tool-house”, abitazioni che sono insieme casa, laboratorio e micro-impresa. Negli insediamenti spontanei infatti non esiste una separazione rigida tra vivere e produrre. Si tratta infatti di una struttura urbana adattiva, non un errore. Analoghe riflessioni sono state elaborate da Deborah C. Lefosse che ricorda come l’insediamento informale non sia una semplice anomalia da correggere, ma un processo attraverso cui gruppi sociali producono spazio urbano in risposta a bisogni reali. L’informalità, spesso, è ciò che accade quando la pianificazione non intercetta una domanda urbana concreta.
Non è un fenomeno frutto di questo tempo. Le case-bottega medievali italiane funzionavano così. I “bassi” napoletani funzionano così. E anche sul litorale romano esiste un esempio emblematico: l’Idroscalo di Ostia, un insediamento nato fuori dai piani, ma dentro bisogni reali. Irregolare nella forma. Densissimo nelle relazioni.
Il problema non è l’informalità in sé. Il problema è l’abbandono istituzionale, perché l’informalità diventa degrado quando resta senza servizi, infrastrutture, sicurezza. E volerla cancellare in nome del “decoro” non genera automaticamente benessere. Anzi.
Se le città monofunzionali sono ordinate, spesso però sono anche vuote. Le città miste invece sono imperfette, ma producono economia di prossimità, presidio sociale, identità. La vera sfida quindi non è “ripulire”, ma portare regole intelligenti e diritti senza distruggere ciò che funziona già come organismo urbano.
Perché quando il “decoro” diventa l’unica categoria di governo, il rischio non è il disordine. Il rischio è il silenzio.