I Parchi di affaccio sul Tevere non sono giardini: sono parte di un’infrastruttura ambientale metropolitana. L’Avviso pubblico per la loro gestione, pubblicato nel 2025 subito dopo l’inaugurazione e senza criteri comparativi, rischia di trasformarsi in una concessione implicita.
Ad oggi non sono stati pubblicati gli esiti ad esempio di quello di Ostia Antica e nemmeno verbali o motivazioni.
E intanto i parchi già versano in stato di degrado, nonostante i 24 mesi di manutenzione previsti dalle opere.
La trasparenza non è un dettaglio: è il presupposto della partecipazione.
Il modello di governance dei Patti di collaborazione
L’articolo 118, comma 4, della Costituzione riconosce il principio di sussidiarietà orizzontale: i cittadini possono concorrere alla cura dei beni comuni. È un principio alto, che LabUr considera fondamentale. Il nodo non è la legittimità dell’amministrazione condivisa, ma la qualità delle garanzie che accompagnano la sua attuazione, soprattutto quando si tratta di un’infrastruttura ambientale di scala metropolitana come il Tevere.
L’Avviso pubblico del 2025 per la conclusione di Patti di collaborazione relativi ai Parchi di affaccio fluviali introduce un modello che, così come strutturato, presentato criticità rilevanti sotto il profilo della tutela dell’interesse collettivo, della proporzionalità dello strumento e della trasparenza procedimentale. Vediamole nel dettaglio.
1. Discrezionalità e assenza di valutazione comparativa
L’Avviso non prevede graduatoria né criteri ponderati pubblici.
La Commissione esamina le proposte, formando un elenco di ammessi e successivamente costruisce una “proposta di progetto di condivisione”, negoziando separatamente con i proponenti.
La selezione effettiva avviene nella fase negoziale, ma:
– Quali criteri oggettivi guideranno la ripartizione di spazi, tempi e attività?
– Come sarà garantita la parità di trattamento tra soggetti diversi?
– Dove verranno pubblicate le motivazioni delle scelte della Commissione?
Un bene comune non può essere organizzato attraverso criteri non esplicitati ex ante.
2. Il potere di fatto sugli spazi pubblici
Un Patto biennale che assegna programmazione, calendari e presìdi continuativi produce i seguenti effetti reali:
– controllo organizzativo delle attività;
– influenza sulla fruizione degli spazi;
– capacità di indirizzo delle iniziative;
– selezione indiretta degli usi;
– potenziale esclusione di soggetti terzi.
Anche senza un corrispettivo economico, il presidio stabile genera potere. Quindi sarebbe stato necessario chiarire se:
– Esistono limiti quantitativi di utilizzo continuativo per ciascun soggetto
– È prevista una clausola di rotazione obbligatoria
– È garantita la possibilità di accesso a soggetti terzi non firmatari
Senza questi presìdi, il bene comune rischia concretamente di diventare bene organizzato.
3. Concessione funzionale implicita: il nodo giuridico
Nel diritto amministrativo e nel Codice dei Contratti Pubblici (d.lgs. 36/2023), una concessione si configura quando l’Amministrazione attribuisce a un soggetto esterno:
– il diritto di esercitare un’attività su un bene pubblico;
– per un periodo determinato;
– con effetti di gestione continuativa;
– in vista del perseguimento di un interesse pubblico.
La disciplina delle concessioni si fonda su evidenza pubblica, concorrenza e motivazione. Nel caso dei Patti di collaborazione, il soggetto firmatario:
– organizza l’uso continuativo di uno spazio pubblico;
– programma attività su base plurimensile;
– assume un ruolo di presidio dell’uso collettivo;
– può acquisire vantaggi indiretti di visibilità e relazioni;
– incide concretamente sull’accesso di terzi.
Questi effetti sono analoghi a quelli di una concessione. Se la funzione è quella di una concessione, ma manca la sua disciplina, ci troviamo di fronte a una concessione funzionale implicita sotto forma di patto civico.
4. Il caso del Parco di affaccio di Ostia Antica
Il Parco di affaccio di Ostia Antica presenta caratteristiche strategiche uniche perché:
– è inserito nel sistema archeologico;
– vede la presenza di un molo per imbarcazioni;
– ha connessioni ciclabili anche improprie;
– potenziale sportivo, culturale e turistico.
La sua appetibilità è superiore a quella di altri siti analoghi.
In contesti ad alta densità relazionale, un dispositivo privo di criteri comparativi rigorosi rischia di cristallizzare equilibri preesistenti e non necessariamente di qualità. Ma un bene pubblico strategico richiede garanzie proporzionate alla sua rilevanza.
5. Il problema di scala: il Tevere non è un parco
Il Tevere è per definizione un’infrastruttura ambientale strategica.
È:
– asse idraulico primario;
– corridoio ecologico;
– sistema paesaggistico vincolato;
– dispositivo climatico urbano;
– potenziale asse turistico-culturale.
Esiste dunque una evidente sproporzione tra la scala degli investimenti pubblici e della narrazione politica sul “ritorno al fiume”, ma soprattutto una leggerezza amministrativa dello strumento adottato per la gestione condivisa.
Un’infrastruttura fluviale di questa complessità richiede strumenti di governance integrati e multilivello, non avvisi puntuali senza architettura comparativa.
6. Il caso Parigi come termine di confronto
Troppo spesso si cita a sproposito quanto fatto da Parigi sulla Senna. Il recupero delle sue rive è stato attuato tramite:
– pianificazione pluriennale;
– governance coordinata;
– investimenti strutturali su qualità delle acque;
– disciplina rigorosa degli usi e delle concessioni.
Non si è trattato di una somma di avvisi estemporanei come a Roma. Per altro il Tevere presenta criticità altrettanto complesse. Se assunto come asse simbolico della trasformazione urbana, la sua governance deve essere all’altezza della sua scala.
7. Il contesto politico
L’avviso pubblico a distanza di un anno si colloca in una fase pre-elettorale caratterizzata da forte esposizione politica delle opere sul Tevere.
In contesti del genere, strumenti di amministrazione condivisa così pensati rischiano di diventare esclusivamente delle prebende. Un dispositivo che attribuisce ruoli di gestione continuativa in un momento politicamente sensibile deve essere accompagnato da garanzie rafforzate di imparzialità, rotazione e trasparenza.
8. Stato dell’iter a febbraio 2026: una criticità di trasparenza
L’Avviso è stato pubblicato nel maggio 2025, con scadenza 12 giugno 2025.
A febbraio 2026, sulle pagine istituzionali di Roma Capitale non risultano pubblicati:
– l’elenco dei soggetti ammessi;
– gli esiti della valutazione;
– i verbali della Commissione;
– le motivazioni delle scelte;
– eventuali Patti sottoscritti.
L’unico aggiornamento è del luglio 2025 (“verifica delle proposte in corso”).
A distanza dunque di mesi dalla chiusura dei termini, questa assenza di pubblicazione costituisce un elemento di opacità procedimentale che indebolisce la credibilità dello strumento partecipativo.
9. La contraddizione manutenzione–gestione
La realizzazione dei cinque Parchi di affaccio prevedeva 24 mesi di manutenzione garantita a partire dalla loro inaugurazione nel 2025.
Se tale previsione è stata rispettata, la manutenzione dovrebbe essere coperta fino al 2027. Risulta quindi difficile comprendere la ratio dell’Avviso pubblicato a maggio 2025 che:
– non affida manutenzione ai soggetti del Patto;
– definisce una gestione che consiste principalmente in programmazione di attività e presidio civico;
– interviene mentre la manutenzione dovrebbe essere ancora in carico agli esecutori delle opere.
Due domande sorgono spontanee:
1. Se la manutenzione era coperta, perché i Parchi risultano già in condizioni critiche?
2. Se la gestione non include manutenzione, quale reale utilità amministrativa aggiuntiva apporta il Patto nel periodo 2025–2027?
Un modello di governance che esclude la manutenzione e non chiarisce chi se ne stia occupando rischia di trasformare la gestione in un contenitore vuoto e non funzionale.
Il punto quindi non è contestare la sussidiarietà. Il punto è impedire che uno strumento costituzionale produca effetti assimilabili a una concessione mascherata sottratta alle garanzie dei beni pubblici. Quando cresce la scala del bene, devono crescere anche le garanzie. Il Tevere non è un parco: è un’infrastruttura e la sua governance non può essere affidata a strumenti insufficienti per scala, trasparenza e funzione. Un bene comune, come il Tevere e le sue sponde è tale solo se è realmente accessibile, monitorato e governato nell’interesse collettivo.