LA TEOLOGIA POLITICA DI GUALTIERI PONTEFICE

Nero Oro Gala Invito_20260331_175341_0000La comunicazione di Gualtieri nel 2025/2026 (il periodo del Giubileo e dei cantieri PNRR) si è cristallizzata nel formato dell'”unboxing della città”. Usa video brevi, caschetto, spiegazioni tecniche quasi didattiche. Uno stile definito da alcuni osservatori come un mix tra Alberto Angela e un ingegnere dell’Anas.
È la vittoria del dato sulla narrazione sociale, ma soffre di un deficit storico dell’intera industria del marketing e della comunicazione in Italia, quello che i sociologi chiamano “ritardo strutturale di adattamento”. L’Italia importa modelli americani (come il managerialismo urbano di Bloomberg o il political marketing spinto) quando negli USA quegli stessi modelli sono già in crisi profonda.

L’incontro di ieri a Cineland di Gualtieri consente di fare alcune riflessioni sulla salute democratica di questa città e su quali modelli poggia la comunicazione del Sindaco alla ricerca del secondo mandato.

 

IL MODELLO BLOOMBERG/GUALTIERI VS MAMDANI
La politica in Italia è tendenzialmente percepita come “sporca” o inefficiente. Di conseguenza, il modello Bloomberg (il miliardario/manager che mette in ordine i conti) arriva da noi come una soluzione miracolosa. Ma qui sta il paradosso. Gualtieri importa il modello Bloomberg proprio quando negli USA si è capito che quello stesso modello ha svuotato le periferie, favorito la gentrification selvaggia e aumentato le disuguaglianze (motivo per cui oggi negli USA si studiano modelli più vicini a Mamdani o alla giustizia sociale).

Questo accade quando le agenzie di comunicazione e i consulenti politici (profumatamente pagate con soldi dei contribuenti romani) si formano spesso su testi e case-studies americani di 10-15 anni fa. Adottano il micro-targeting e la segmentazione algoritmica come se fossero novità, mentre negli Stati Uniti si sta tornando alla “comunità reale” perché si sono accorti che i dati non spiegano la pancia del paese. Per cui a Roma come a Milano assistiamo all’importazione dello strumento (es. video brevi, caschetto nei cantieri, numeri snocciolati come rosari) senza avere l’infrastruttura culturale per gestirlo. Gualtieri infatti usa i social per “informare” (modello top-down tipico del marketing anni ’90), mentre la comunicazione moderna dovrebbe essere “partecipativa”. Il risultato è che il cittadino si sente un utente che subisce un servizio, non un protagonista del cambiamento.

Mentre un Mamdani direbbe che i cantieri a Roma sono una ferita nel tessuto sociale che richiede ascolto e mediazione, il modello Bloomberg/Gualtieri risponde: “I dati dicono che tra 18 mesi il traffico diminuirà del 12%”. Questa asimmetria tra la realtà quotidiana patita dai cittadini e la freddezza del dato tecnico è il motivo per cui questi modelli, pur essendo efficienti sulla carta nel breve periodo, spesso falliscono nel creare un vero legame con i cittadini.

 

IL NERVO SCOPERTO DI GUALTIERI IERI A CINELAND
Ieri si è assistito ad un evento che creava distopia nei presenti. Gualtieri ha compiuto il passaggio ulteriore nella sua comunicazione, passando dalla figura del tecnico-amministratore a quella del “Pontefice” di fronte ad una sala gremita a Cineland. Cosa rappresentasse Cineland lo avevamo scritto pochi giorni fa (LINK). Non più o solo metafora, ma una vera e propria liturgia politica.

L’autorappresentazione che è emersa seguiva quasi un percorso religioso, che potremmo suddividere in tre “stazioni” narrative:

1. Il Sindaco come “Pontefice” (Il Costruttore di Ponti)
Più volte ha fatto riferimento alla figura del Pontefice attraverso l’etimologia Sacra. Ha giocato sul termine latino pontifex (costruttore di ponti) per definire la sua squadra e se stesso. L’Assessore ai Lavori Pubblici Ornella Segnalini “la nostra pontefice”, per la capacità di “cucire e collegare” una città frammentata. Una pretesa di centralità quasi sacrale nella storia della città.

Non solo. Ha fatto riferimento al miracolo delle opere, rivendicando di aver fatto “persino più ponti degli anni della fine dell’Ottocento, quando Roma era Capitale” (un’iperbole retorica a bassa precisione, costruita forse per impressionare ma di certo non per essere verificata. Insomma, una ‘sparata’). Questa non è solo una statistica, è l’affermazione di un primato storico che sconfina nel mitologico. Infine, si è buttato sulla resurrezione delle “opere incompiute” descrivendo quelle ferme come “abbandonate” o “dimenticate”, paragonandone alcune (come le “vele di Calatrava”) a dei fallimenti monumentali che solo la sua amministrazione ha il potere di “compiere una a una”. Su questo punto lasciamo al lettore il recupero delle migliaia di analisi sparse anche su internet.

 

2. Il Tono Messianico: La Promessa del “Paradiso Terrestre”
La descrizione del futuro di Ostia e del litorale è stata presentata non come un piano urbanistico, ma come una trasfigurazione, una visione profetica.
Ha utilizzato più volte la metafora della “macchina del tempo” per proiettarsi in un futuro dove i cittadini guarderanno al presente con orrore, come si “guardano oggi le vecchie foto di Piazza del Popolo piena di auto. Tra 50 anni verremo ricordati per aver riportato la normalità”, una vera e propria proiezione escatologica: il presente è sofferenza (cantieri, rifiuti, buio), ma il futuro promesso è la salvezza.
E poi ha aggiunto la purezza degli elementi, parlando dell’acqua di Roma come “tra le più pulite del Tirreno” e descrivendo il futuro lungomare di Roma Capitale come una cosa “pazzesca, stupenda”, degna di più bravi progettisti e paesaggisti del mondo.
Il tutto condito con l’espulsione dei peccatori: nel passaggio sul problema dei parcheggi del progetto Parco del Mare, Gualtieri ha operato una netta distinzione tra “civiltà” (il suo modello) e “inciviltà” (il passato o chi lo critica). Chi vuole l’auto davanti allo stabilimento è invitato a “votare per un altro sindaco”, definendo così una sorta di “popolo eletto” che cammina nel “passeggio” e nello “struscio”.

 

3. La “confessione” e l’auto assoluzione
Davanti a qualche centinaio di persone, il Sindaco ha usato l’ironia per disinnescare l’unico momento di conflitto, quasi fosse un confessore che scherza con i peccatori arrivando ad utilizzare in modo disinvolto la tecnica dell’auto-denuncia. Quando un cittadino, per altro un tecnico, lo ha incalzato sui parcheggi diminuiti nel progetto Parco del Mare, lui ha risposto: “Io mi autoaccuso, lo denuncio. Mi auto-denuncio. Quello che dice è vero solo se si contano anche i parcheggi illegali” e poi aggiunge la soluzione “magica”: una navetta, un nuovo parcheggio “più dietro” risolveranno il problema “in un modo civile”. Peccato che nel progetto non ci sia tutto questo se non in futuro indefinito e immaginifico.

 

4. La Disintermediazione Liturgica
Invece di passare per i consigli comunali o le conferenze stampa tradizionali, usa la “finta intervista” davanti a centinaia di cittadini per creare un’esperienza collettiva mediata. I primi 18 minuti sono stati spesi per parlare dell’App diventata reliquia, strumento miracoloso per il contatto diretto, un modo per arrivare subito al leader saltando ogni filtro, mentre di fronte a lui c’era un pubblico in carne e ossa ridotto a spettatore.

E poi l’invito ad epurarsi dal passato: il male non è mai nell’oggi, ma nel “modello fallimentare” dei predecessori o nella “separatezza” del passato.
Insomma, la forma Papale usata come tecnica (forse per gestire l’ansia di una contestazione all’interno di una città complessa come Roma), perché un leader non può essere solo un ragioniere dei fondi PNRR, deve essere colui che infonde speranza davanti ad un pubblico spettatore.

Presentarsi come il “Pontefice” che ricuce le ferite della città (le “incompiute”) gli permette di passare dalla narrazione social del Sindaco, che misura il tappetino, che coprirà la buca in strada, alla “qualità architettonica degna di Roma”, creando un senso di destino per la Capitale. Lo slogan? “Roma deve avere il meglio” che neutralizza una eventuale opposizione: se lui rappresenta la “normalità” e la “civiltà”, chiunque lo contesti si pone automaticamente fuori dalla comunità civile.

Una rottura con la tradizione della politica romana “classica”, una mutazione genetica della comunicazione istituzionale che mescola il tecnocrate globale con il predicatore carismatico, dallo “statista” al “Project Manager di Dio”.

Gualtieri parla come un CEO di una multi nazionale che deve vendere un prodotto ad una platea di investitori che però sono cittadini, che propina una sedicente invulnerabilità tecnica.
Non ha mai detto “proveremo a fare”, ma ha elencato numeri, dai “1.500 cantieri” al “mezzo miliardo”, come se fossero dogmi indiscutibili.
La delega formale ai tecnici – quando chiede l’applauso per chi lavora “nel silenzio” – spostando l’autorità dai partiti (tradizione romana) alla struttura tecnica “di scopo”, è sintomatico di una peculiarità di questo Sindaco, che non parla mai da “primus inter pares”, ma da primo della classe al comando di esecutori tecnici. E infatti ha annunciato l’ennesimo ufficio di scopo.

E non poteva mancare in questo schema il “reframing” morale, la nuova “inquisizione del decoro”. Se prima il dissenso sui servizi (come i parcheggi) veniva gestito con la promessa di un compromesso, Gualtieri trasforma il problema logistico in una questione di fede civile.

Ma a lui ieri non è bastato. Ha dovuto aggiungere la scomunica politica: chi chiede il rispetto degli standard a parcheggio è un sostenitore dell’inciviltà.

Non cercava voti ieri a Cineland, stava selezionando un “popolo di puri” che meritava il nuovo lungomare. Se sei puro scegli lui.
Non era un Sindaco che ascoltava la città, ma un Sindaco che evangelizzava la città sulla sua inevitabile trasformazione.

Non basteranno i numeri del 2026 a cancellare quella frase pronunciata da Gualtieri nel 2025 (chissà se studiata a tavolino): “le periferie di Roma fanno schifo”, in cui chi ci vive non ha letto un’analisi tecnica ma ha sentito un giudizio sulla propria vita.

Quando un sindaco-manager smette di vedere la complessità sociale (alla Mamdani) e vede solo “degrado da riparare”; quando sbaglia addirittura più volte il nome dei quartieri e degli edifici pubblici; quando decide quale terreno di battaglia fisico concedere al nemico per controllarlo (come nel caso dell’ex colonia Vittorio Emanuele); quando perde il contatto con l’anima della città per privilegiare il disinnesco virtuale della polarizzazione tra ‘decoro’ e ‘degrado’, inseguendo la narrazione becera alla ‘Welcome to Favelas’… ha già perso, a prescindere che sia riconfermato, magari per assenza di partecipanti.

 

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