Roma, il piano spiagge libere fa discutere: tra vincoli demaniali, canoni irrisori e rischi di privatizzazione occulta. Il Campidoglio ha annunciato infatti l’intenzione di abbattere diversi stabilimenti balneari a Ostia per portare fino al 65% la quota di spiagge libere. Un provvedimento presentato come una vittoria per la fruizione pubblica del litorale, ma che solleva perplessità giuridiche, economiche e istituzionali. Al centro del dibattito non c’è solo la tutela del cittadino bensì il rapporto tra demanio marittimo, Stato e amministrazioni locali.
CHI POSSIEDE LE SPIAGGE
Le aree costiere appartengono al Demanio Marittimo dello Stato e non ai Comuni. Sono beni pubblici destinati all’uso collettivo di tutti i cittadini italiani. La loro gestione avviene tramite concessioni temporanee: chi le ottiene paga un canone, proporzionato all’attività svolta, che contribuisce a finanziare manutenzione, vigilanza, servizi e controlli ambientali. È il principio di redistribuzione del valore del bene pubblico.
Quando però a gestire direttamente la spiaggia è il Comune, l’accesso resta gratuito, ma i ricavi provenienti da servizi e attività commerciali – talvolta affidati a privati tramite convenzioni – finiscono nelle casse comunali, mentre allo Stato restano solo costi e responsabilità. Il risultato è una “privatizzazione indiretta”: il bene resta pubblico, ma i profitti diventano locali.
IL CASO ROMA: SPIAGGE LIBERE O LIBERE ATTREZZATE?
La promessa del 65% di arenili “liberi” è una semplificazione fuorviante. In molti casi infatti si tratta di spiagge libere attrezzate, dotate di chioschi, punti ristoro e servizi permanenti, ben lontane dalla definizione di spiaggia effettivamente libera, priva di attività economiche.
Durante l’ultima stagione balneare, proprio la presenza di strutture commerciali su aree classificate come libere ha sollevato dubbi sulla coerenza dell’azione amministrativa con le norme nazionali sui canoni dovuti e sulla natura delle opere installate. Ad entrare in campo anche la Corte dei Conti, che ha più volte evidenziato criticità in termini di redditività del patrimonio pubblico e rispetto della direttiva Bolkestein.
A complicare il quadro c’è l’assenza, a Roma, del Piano di Utilizzazione degli Arenili (PUA), strumento obbligatorio per il rilascio delle concessioni. Un vuoto normativo che rischia di rendere incoerente qualunque intervento sul litorale.
IL NODO DEI CANONI
Le disparità emergono anche sul fronte economico. Gli stabilimenti balneari pagano canoni commisurati a superfici e opere realizzate. I chioschi sulle spiagge comunali, classificate come libere, invece, corrispondono solo 3.200€ annui: una cifra fissa e svincolata dal volume d’affari. Ed è la stessa amministrazione a dichiarare che per gestire una spiaggia libera attrezzata per i servizi connessi alla balneazione il costo è di circa 200mila €. Eppure, sono proprio queste attività – soprattutto ristorazione e servizi – a sostenere economicamente le spiagge “libere attrezzate”, con prezzi spesso in linea con i normali esercizi al pubblico.
Secondo la Corte dei Conti, tale modello genera una strutturale sotto-redditività del bene demaniale e sottrae risorse allo Stato, compromettendo il principio di equa remunerazione.
L’OMBRA DI MAFIA CAPITALE
Durante l’inchiesta Mafia Capitale la Guardia di Finanza accertò la trasformazione abusiva di chioschi in strutture permanenti e attività commerciali sulle spiagge libere di Ostia, provocando un danno erariale e portando alla demolizione di numerose opere illegittime.
Dieci anni dopo, si sta riproponendo una dinamica simile: aree formalmente libere ma di fatto economicamente redditizie — comprese Bahia, Curvone, Hakuna Matata c.d. concessioni francobollo che insistono su tratti di spiaggia dichiarati “liberi”, ma di fatto attrezzati e con flussi economici rilevanti — con attività commerciali in regime di concessione minima.
La stagione 2025 è stata definita dalla stessa amministrazione comunale tra le peggiori di sempre: bandi irregolari, infiltrazioni, disservizi a Castelporziano, spiagge senza operatori e perfino bagnini sostituiti da cartelli. Un contesto che alimenta i dubbi sulla capacità del Comune di gestire un patrimonio strategico e complesso. Una scelta politica con effetti però nazionali.
La domanda, a questo punto, non è solo se aumentare le spiagge libere trasormandole di fatto in attrezzate sia giusto, ma a quali condizioni e con quale equilibrio tra interesse locale e nazionale. Perché se il bene è dello Stato, la sua valorizzazione non può diventare una rendita esclusiva per il Comune. Il rischio molto concreto è che ci si trovi non solo davanti a strutture temporanee che di fatto diventano permanenti, ma soprattutto ad un concessionario, il Comune di Roma, che rimane a vita contro ogni regola della Bolkestein.
La favola dell’estate sul litorale romano sembra essersi incrinata. E mentre il Campidoglio rivendica una svolta storica, il dibattito resta aperto: si tratta di una nuova stagione di tutela della costa o del preludio a una seconda puntata di Mafia Capitale?