ECLISSI DELLA PIAZZA E GOVERNO DELL’ISTANTE

Nero Oro Gala Invito_20260216_121324_0000 Prima il consenso politico si costruiva sulle soluzioni. Oggi sulla spettacolarizzazione del degrado. E’ una mutazione del conflitto urbano e sta cambiando in peggio il modo in cui si governa la città.

C’è stato un tempo in cui l’impegno civico si strutturava attraverso assemblee, comitati di quartiere, confronto documentato con tecnici e amministrazioni. Il conflitto aveva come oggetto soluzioni alternative e si sviluppava in una dimensione di prossimità. Oggi invece la partecipazione si svolge prevalentemente nello spazio digitale. Non è una semplice evoluzione degli strumenti, ma un cambiamento nel modo in cui si forma il consenso e si costruisce il dissenso.
Siamo passati dalla comunità alla reazione digitale, ma mentre la comunità opera nel tempo e produce sintesi, il formato digitale privilegia la reazione immediata con un ciclo dell’attenzione breve che tende a sostituire la continuità del lavoro. Episodi isolati generano picchi di mobilitazione social, seguiti da rapide dispersioni. La discussione così si concentra su frame visivi più che su documentazione tecnica e il commento prende il posto dell’analisi strutturata.
La visibilità dunque ha sostituito un elemento fondamentale per la crescita di un territorio: la sedimentazione necessaria richiesta dalle analisi.

Uno degli aspetti davvero più preoccupanti è la spettacolarizzazione del degrado e la crescente centralità dell’immagine del disagio urbano (quando non umano, con evidenti connotati razzisti).
Incroci pericolosi, superfici asfaltate, cantieri incompiuti diventano oggetti di narrazione autonoma fuori da qualunque quadro normativo e pianificatorio che li ha generati. Il problema viene mostrato e quasi mai ricondotto a vincoli, iter amministrativi, scelte pregresse o responsabilità sistemiche. Questo produce una rappresentazione parziale dei processi urbani a cui segue, nel dibattito pubblico, una crescente diffidenza verso qualunque competenza ridotta a figura caricaturale e l’argomentazione tecnica viene relegata a formalismo o ostruzionismo.
La competenza non è infallibile, ma è sempre verificabile perché si fonda su norme, dati, standard progettuali. Il controllo tecnico costituisce, proprio per la sua verificabilità, uno degli strumenti attraverso cui si garantiscono diritti concreti, a partire dall’accessibilità e dalla sicurezza.
La spettacolarizzazione del degrado no ed è per questo che tende sempre a provocare lo scontro spostando la discussione dall’argomento all’identità, attribuendo patenti, passaporti e diritti di cittadinanza.
Questa distorta contrapposizione impropria tra azione e analisi è dolosa: si omette cioè che lo studio dei progetti, la presentazione di osservazioni, il ricorso agli strumenti di controllo amministrativo ecc. sono forme di azione civica. Se la mobilitazione pubblica è legittima, non può però sostituire la verifica tecnica, soprattutto quando le decisioni producono effetti di lungo periodo sullo spazio urbano.

Quali sono i vantaggi?
Prima di tutto la trasformazione del consenso. In passato il conflitto tra amministrazioni e comitati si articolava attorno a proposte alternative. Il consenso si formava sulla capacità di elaborare soluzioni.Oggi invece tende a consolidarsi attorno alla critica più urlata. La possibilità di amplificare i contenuti attraverso strumenti di promozione digitale produce una legittimazione fondata esclusivamente sulla visibilità che troppo spesso non coincide con solidità argomentativa.
La denuncia di un problema genera consenso immediato, la costruzione di una soluzione con basi solide richiede invece tempo e competenza e la politica ha il fiato corto, anzi cortissimo.

Inoltre, quando il dissenso resta sul piano solo simbolico produce pressione mediatica, ma quando entra nel merito tecnico produce vincoli formali. Una critica documentata obbliga l’amministrazione a risposte verificabili. Una critica puramente rappresentativa genera solo conflitto e quasi mai modifica l’impianto decisionale e quando lo modifica deresponsabilizza la politica.
Questo fenomeno da tempo osservato e raccontato dagli analisti è diventata una dinamica sistemica molto pericolose: se tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole.

Quale il rischio?
Di certo non è la presenza del conflitto, che è fisiologico. Il rischio vero è che le decisioni pubbliche vengano orientate prevalentemente dalla pressione narrativa polarizzante, che ha un costo non solo economico ma anche di compressione dei diritti, come si è assistito anche nelle ultime settimane a Roma e ad Ostia in particolare.
La pianificazione urbana, il governo della città, richiedono coerenza normativa, valutazioni tecniche e visione di lungo periodo. La logica del trend non è compatibile con questi criteri.

Parlare dei soggetti che popolano questo ‘mondo urlante’ è irrilevante. Ciò che è rilevante invece è il metodo. La competenza, qualunque competenza, non sostituisce la partecipazione, ma la integra. Il controllo tecnico non è antagonismo, ma garanzia. La partecipazione, quella vera, diventa efficace quando non si limita alla rappresentazione (magari anche distorta) del problema, ma analizza le cause, verifica le soluzioni e si assume la responsabilità.

Una città non si trasforma attraverso la sola esposizione del disagio, ma attraverso decisioni coerenti e verificabili. E il merito, il rigore metodologico, dovrebbero essere le uniche ad orientare le decisioni della P.A. Il resto è ‘caciara’.

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