Circola una tesi secondo cui gli sfalci e le potature non sarebbero più classificati come “rifiuti, ma “residui”, cioè gestibili senza i vincoli della normativa ambientale. La realtà normativa però dice altro.
Sta circolando con sempre maggiore insistenza, anche tra operatori e tecnici, la tesi che gli sfalci e le potature derivanti dalla manutenzione del verde non sarebbero più da considerarsi “rifiuti”, ma “residui” o materiali liberamente gestibili nell’ambito del recupero.
Cosa dice davvero la norma?
Il quadro normativo più recente va nella direzione opposta. Con il D.L. 153/2024, convertito nella L. 191/2024, il legislatore ha chiarito e ampliato il perimetro dei rifiuti urbani, includendo esplicitamente anche le attività di cura e manutenzione del verde pubblico e privato. Non solo. Già il Codice dell’Ambiente stabilisce che i residui della manutenzione del verde pubblico rientrano tra i rifiuti urbani (EER 20 02 01). Si tratta dunque di una inclusione più netta al suo interno.
È vero però che esistono alcune eccezioni:
– utilizzo in agricoltura o per produzione energetica (art. 185)
– qualificazione come sottoprodotto (art. 184-bis)
non applicabili in modo generalizzato alla manutenzione del verde urbano.
Su questo punto, anche la posizione europea è netta: la manutenzione del verde non è un processo produttivo e quindi gli sfalci e le potature non possono essere qualificati automaticamente come sottoprodotti.
La nozione di “residuo” non è una categoria giuridica autonoma nel Codice dell’Ambiente. Il suo utilizzo crescente nel dibattito tecnico e operativo sembra rispondere a un’esigenza molto concreta, quella di ridurre o spostare il costo della gestione perché la qualificazione come rifiuto comporta:
– obblighi di tracciabilità
– conferimento a impianti autorizzati
– costi certi di trattamento
Spostare il linguaggio verso “residuo”, “biomassa”, “recupero” significa, di fatto, allentare questi vincoli almeno sul piano pratico, se non addirittura su quello formale.
Se il materiale non è più trattato come rifiuto, non entra nel computo dei costi e non è soggetto a tracciabilità stringente allora la filiera di gestione diventa opaca.
È esattamente il punto già sollevato nel dossier di LabUr sulla filiera nascosta del verde a Roma (LINK).
Il rischio quindi è confondere due piani, quello della semplificazione amministrativa (legittima e in alcuni casi necessaria) e la rimozione del problema economico e gestionale e chiamare “residuo” ciò che, giuridicamente, resta un rifiuto non elimina il problema, ma lo sposta e spesso lo rende quasi invisibile.
“Rifiuto” e “residuo” non sono sinonimi soprattutto nella filiera del verde perché cambia completamente chi paga, come si controlla e, soprattutto, cosa resta tracciabile e cosa no.
La zona grigia operativa
Accanto al quadro normativo, emerge dal confronto con operatori del settore un ulteriore elemento critico: la distanza tra disciplina formale e pratiche operative.
La gestione degli sfalci e delle potature segue, in linea teorica, una filiera tracciata – dalla raccolta al conferimento presso impianti autorizzati, fino alle operazioni di recupero (ad esempio compostaggio o produzione di biomassa). Tuttavia, proprio in questa fase si aprono possibili aree di opacità.
In particolare, sono stati segnalati casi in cui:
– le quantità effettivamente avviate a recupero risultano difficilmente verificabili in modo puntuale;
– la valorizzazione energetica della componente legnosa può avvenire in assenza di una chiara ricostruzione della filiera a monte;
– il passaggio da rifiuto a materiale valorizzato non sempre è accompagnato da una documentazione che consenta di ricostruire integralmente il ciclo.
Si tratta di elementi che, se confermati, non incidono sulla qualificazione giuridica dei materiali – che restano rifiuti urbani – ma pongono un problema di trasparenza e tracciabilità della gestione.
Ed è proprio in questa distanza tra norma e prassi che può annidarsi quella che abbiamo definito una “filiera nascosta” del verde.