OSTIA, IL PARADOSSO DEL 45-BIS: IL MERCATO SCEGLIE IL CONCESSIONARIO, MA L’AFFIDATARIO È GIÀ SCELTO

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260626_094843_0000Roma Capitale ha costruito le gare per l’affidamento delle concessioni balneari ad Ostia sul principio che il mercato dovesse scegliere il gestore del bene pubblico. Ma la disciplina del 45-bis approvata il 19 giugno 2026 dall’Amministrazione Gualtieri prevede che l’affidatario sia già individuato dal concessionario prima dell’avvio del procedimento amministrativo. Quindi, dopo le gare pubbliche, chi controlla davvero chi gestisce il bene demaniale? L’analisi delle contraddizioni politiche e giuridiche.

 

Roma Capitale ha costruito le gare per le concessioni balneari di Ostia su un pilastro dichiarato: il mercato come unico arbitro legittimato a scegliere chi gestisce il bene pubblico. Eppure, la nuova disciplina approvata il 19 giugno 2026 dall’Amministrazione Gualtieri (D.D. n. QC/55558/2026) introduce una falla metodologica che rischia di svuotare di senso l’intera operazione perché adotta un modello procedimentale che riapre il dibattito sulla coerenza tra i principi che hanno ispirato le gare e le modalità con cui viene individuato l’affidatario.

Se il concessionario può individuare il proprio affidatario (ovvero il soggetto che gestirà concretamente le attività economiche) al di fuori di qualsiasi procedura comparativa, chi sta davvero governando il demanio?

Il corto circuito amministrativo

La disciplina adottata dal Dipartimento Rigenerazione del Litorale di Roma Capitale, guidato da Carlo Mazzei, per l’applicazione dell’art. 45-bis del Codice della Navigazione,  trasforma la selezione in una pura scelta privata, avallata da un atto autorizzatorio pubblico che si limita ad una verifica formale. Non ci sono graduatorie, non ci sono commissioni, non esiste confronto tra offerte. Il concessionario sceglie, l’Amministrazione di fatto si limita a ratificare perché è il concessionario che individua l’affidatario, mentre l’Amministrazione verifica i requisiti richiesti e decide se autorizzare l’affidamento.
L’evidenza pubblica dunque non serve a scegliere l’affidatario. Serve a rendere pubblica una scelta già compiuta. Lo si evince chiaramente leggendo lo schema di Avviso Pubblico per il procedimento di autorizzazione all’affidamento a terzi delle attività oggetto di concessione demaniale marittima ai sensi dell’art. 45-bis del Codice della Navigazione (R.D. 327/1942).

La narrazione della “legalità a tutti i costi” si infrange così contro tre criticità evidenti:

  1. Assenza di concorrenza reale: L’affidatario non è selezionato per merito o efficienza, ma per designazione fiduciaria. La procedura di Roma Capitale, a differenza di quanto sperimentato dalla Capitaneria di Porto per Castelporziano dove è stata applicata l’evidenza pubblica, rinuncia a monte a qualunque meccanismo di parità d’accesso.

  2. Rischi di concentrazione: In assenza di un divieto espresso, la norma apre le porte a intrecci economici opachi, dove concessionari diversi potrebbero finire per gestire, indirettamente, porzioni crescenti di litorale, creando oligopoli di fatto sotto l’egida di un’autorizzazione comunale.

  3. Il peso dell’evidenza economica: Il fatto stesso che le Royalty siano calcolate anche sul fatturato dell’affidatario certifica che quest’ultimo è un attore economico primario. Trattarlo come una variabile “interna” alla concessione, anziché come un soggetto che dovrebbe passare per il vaglio del mercato, è una contraddizione logica prima ancora che amministrativa.

Una domanda per l’Amministrazione

La questione non è puramente tecnica, ma politica: la trasparenza è un valore che si esaurisce al momento dell’assegnazione della concessione, o deve accompagnare l’intera filiera della gestione del bene pubblico?

Se l’obiettivo di Roma Capitale era rompere con il passato e restituire il litorale alla città, questa via parallela del 45-bis appare come una “corsia preferenziale” che contraddice lo spirito stesso delle gare. Se il gestore effettivo non è scelto dal mercato, ma da una stanza chiusa, allora la gara pubblica diventa solo un passaggio burocratico formale, non più la garanzia di un nuovo corso per Ostia. La gara pubblica, in questo scenario, finisce infatti per selezionare il titolare della licenza, ma non chi ne eserciterà, nei fatti, il controllo economico.


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OSTIA, LA STORIA DELLA CASERMA DEI VV.FF.: DAL CRONOPROGRAMMA ALL’INAGIBILITÀ

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260624_080547_0000La caserma dei Vigili del Fuoco di Ostia chiude, ma lo Stato dov’era? La storia di un immobile lasciato degradare mentre sul litorale si programmano demolizioni. Gli interventi manutentivi risultavano programmati da anni e avrebbero dovuto concludersi entro il 2023. Oggi la storica sede di via Angelo Celli è destinata all’inagibilità. La documentazione ricostruisce il percorso amministrativo che ha preceduto quella che appare come un’emergenza annunciata.

 

Da anni erano previsti lavori e manutenzioni, ma la sede storica di via Angelo Celli rischia l’inagibilità. Una vicenda che racconta il paradosso di uno Stato che gestisce il patrimonio pubblico, programma interventi e poi lascia degradare uno dei presidi di soccorso più importanti del litorale romano.

La storica caserma dei Vigili del Fuoco di via Angelo Celli, a Ostia, è destinata infatti a chiudere. Dopo il cedimento di una porzione di solaio e le verifiche tecniche effettuate nelle ultime settimane, Comune di Roma e Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco si apprestano a dichiararne l’inagibilità totale, costringendo il personale a trasferirsi in altra sede.

Non si tratta della chiusura di un semplice ufficio pubblico. Il distaccamento di Ostia garantisce il soccorso a un territorio vastissimo, con centinaia di migliaia di residenti, decine di chilometri di costa, la pineta di Castel Fusano, il porto turistico, importanti arterie stradali e un’area urbana tra le più complesse della Capitale.

Questa vicenda non nasce oggi. La documentazione ufficiale racconta infatti una storia ben diversa da quella di un’emergenza improvvisa.
Già nel triennio 2017-2019 il Provveditorato alle Opere Pubbliche aveva validato due interventi di manutenzione ordinaria per la caserma di via Celli 4, rispettivamente da 52.000 euro e 38.000 euro, classificando l’immobile come locazione passiva utilizzata dai Vigili del Fuoco.

Nel 2019 il Consiglio del Municipio X approvava una mozione nella quale si affermava esplicitamente la necessità di procedere alla ristrutturazione della caserma e al potenziamento del presidio.

Nel Piano Generale delle Manutenzioni predisposto ai sensi dell’articolo 12 del Decreto Legge 98 del 2011 quei due interventi vengono accorpati in un’unica operazione, identificata con il codice *INT_PROV_37461, con un quadro economico complessivo di 115.000 euro e un cronoprogramma che prevedeva la conclusione dei lavori entro il giugno 2023.  Ma negli aggiornamenti del Piano al 30 giugno 2025 e al 31 dicembre 2025 lo stesso intervento risulta ancora semplicemente indicato come “Invariato”. Pochi mesi dopo arriva la prospettiva dell’inagibilità.

La vicenda assume contorni ancora più singolari se si guarda alla disciplina amministrativa.
La caserma di via Angelo Celli è classificata da anni come locazione passiva del Ministero dell’Interno. I documenti del 2016 e del 2018 la censiscono espressamente come immobile utilizzato dai Vigili del Fuoco.  Per gli immobili utilizzati dalle amministrazioni dello Stato opera il sistema previsto dall’articolo 12 del D.L. 98/2011: è l’Agenzia del Demanio a programmare gli interventi di manutenzione, mentre il Provveditorato alle Opere Pubbliche svolge il ruolo di stazione appaltante, progettando ed eseguendo i lavori.

È lo stesso Demanio che, proprio in questi mesi, è protagonista sul litorale romano delle operazioni di recupero e demolizione degli stabilimenti balneari abusivi.

Da una parte, quindi, lo Stato interviene con forza sul patrimonio pubblico; dall’altra, uno dei suoi presidi strategici viene lasciato deteriorare fino al punto di non poter più garantire la sicurezza del personale e dei cittadini.

Nel patrimonio immobiliare di Roma Capitale la sede di via Angelo Celli 4 risulta concessa al Ministero dell’Interno – Dipartimento dei Vigili del Fuoco con un canone annuo di 23.939,64 euro.

Nei documenti del Ministero dell’Interno del 2016 la stessa sede è censita tra le locazioni passive con un valore di 71.989,13 euro, che nel censimento del 2018 diventa 61.270,42 euro.

Sul fronte delle manutenzioni, la programmazione ufficiale parla di due interventi da 52.000 e 38.000 euro, poi confluiti in un quadro economico complessivo di 115.000 euro, affidato al sistema centralizzato delle manutenzioni dello Stato.

La questione non è soltanto tecnica o burocratica. Se un intervento era stato validato già tra il 2017 e il 2019, programmato dall’Agenzia del Demanio, affidato al Provveditorato e corredato da un cronoprogramma che prevedeva il completamento entro il 2023, perché nel 2025 risultava ancora invariato e nel 2026 si arriva alla chiusura della caserma?
Sono stati effettivamente impegnati i 115.000 euro previsti? I lavori sono stati affidati, sospesi o mai avviati? Esistono verbali che giustificano il mancato completamento degli interventi?

Sono domande che riguardano direttamente la gestione del patrimonio pubblico e la sicurezza dei cittadini. Perché mentre Ostia assiste alla demolizione di stabilimenti balneari nel nome della legalità e della tutela del demanio, uno dei presidi fondamentali dello Stato rischia di essere abbandonato dopo anni di manutenzioni programmate ma mai tradotte, almeno secondo la documentazione disponibile, in una soluzione capace di evitarne l’inagibilità.

Dopo il cedimento del solaio sono già state presentate un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno e una mozione in Assemblea Capitolina che chiedono di garantire il mantenimento del presidio operativo e di definire rapidamente un cronoprogramma per il ripristino della sede. Entrambe le iniziative, tuttavia, si concentrano soprattutto sulle conseguenze dell’inagibilità, mentre resta ancora da chiarire perché un intervento programmato da anni, corredato da un cronoprogramma e ancora presente nei Piani di manutenzione del 2025, non abbia impedito l’attuale prospettiva di inagibilità.


 

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 18.

➕➕ ‍ VV.FF.: UFFICIALE LA CHIUSURA DELLA SEDE DI OSTIA ➕➕

Successivamente alla pubblicazione dell’articolo, abbiamo appreso da fonti qualificate del trasferimento della sede di Ostia presso la sede centrale di Fiumicino.
Il provvedimento richiama il verbale della Commissione Comunale Stabili Pericolanti del Comune di Roma (prot. n. 109694 del 10 giugno 2026), che ha dichiarato l’inagibilità dell’immobile di via Angelo Celli a seguito di un dissesto strutturale incompatibile con la permanenza del personale e il regolare svolgimento delle attività istituzionali in condizioni di sicurezza e dispone con effetto immediato il trasferimento temporaneo del personale, dei mezzi e delle dotazioni operative presso la sede di Fiumicino. Il trasferimento ha carattere logistico e temporaneo, che non modifica l’assetto operativo del dispositivo di soccorso e che resta invariata l’area di competenza della sede di Ostia.
Sono in corso le procedure per l’individuazione, da parte di Roma Capitale, di una nuova sede provvisoria.

Confermata dunque la chiusura operativa della storica sede di via Angelo Celli e l’urgenza di individuare una soluzione alternativa per il territorio. Resta tuttavia aperta la questione affrontata nell’articolo: comprendere perché un intervento manutentivo programmato da anni non abbia impedito l’attuale dichiarazione di inagibilità.


➕➕➕ AGGIORNAMENTO CASERMA VV.FF. OSTIA ➕➕➕

 

Dopo il nostro articolo di ieri sulla caserma dei Vigili del Fuoco di Ostia, ripreso anche da Canale 10 (1), Roma Capitale rompe il silenzio.

 

Con protocollo RC/19630 del 24 giugno 2026 (2), l’Assessore al Patrimonio Tobia Zevi ha firmato una Memoria di Giunta relativa alla storica sede di via Angelo Celli. Il documento conferma l’inagibilità dell’immobile e il trasferimento del personale a Fiumicino, indicando l’ex Ostello LITUS come possibile sede temporanea. Tuttavia, il Comando dei Vigili del Fuoco aveva già individuato tale struttura come idonea lo scorso 3 giugno (!!!): la Giunta arriva dunque con venti giorni di ritardo, limitandosi a un atto di indirizzo volto a “valutarne l’utilizzo”. Cosa è accaduto in queste tre settimane di immobilismo?

La Memoria per altro solleva la questione degli obblighi manutentivi a carico del concessionario. Eppure, la documentazione analizzata da LabUr testimonia l’esistenza di un programma di interventi, con relativo quadro economico e cronoprogramma, che ne prevedeva il completamento entro il 2023 (3).

Tale pianificazione rientra nel sistema centralizzato di cui all’art. 12 del D.L. 98/2011, che impone all’Agenzia del Demanio la programmazione della spesa e al Provveditorato la realizzazione delle opere anche per gli immobili di proprietà di terzi utilizzati dallo Stato.

Quindi, come si concilia la tesi sugli obblighi del concessionario con gli interventi inseriti nel Piano Generale delle Manutenzioni?

Se la manutenzione fosse stata integralmente a suo carico, per quale motivo il Sistema Accentrato avrebbe dovuto programmare tali lavori?

(1) https://canaledieci.it/2026/06/24/vigili-del-fuoco-ostia-sede-inagibile-trasferimento-a-fiumicino-e-nuova-emergenza-operativa-sul-territorio/

(2) RC.2026.19630

(3) Convenzione-Quadro-Roma-Capitale-2020-2021


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PUA 2026: PROFILI DI ILLEGITTIMITÀ E VIOLAZIONE DELL’OBBLIGO DI PUBBLICAZIONE

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260623_184940_0000Il Piano di Utilizzazione degli Arenili (approvata dall’Assemblea Capitolina il 16 giugno 2026 la sua adozione) non coincide più con quello sottoposto alla consultazione pubblica nel 2022. Le modifiche introdotte dopo la Valutazione Ambientale Strategica – tra cui l’espunzione di Castelporziano (dopo diffida di LabUr), il nuovo assetto delle concessioni e la ridefinizione degli ambiti pianificatori – configurano un Piano sostanzialmente diverso da quello osservato dai cittadini. Il procedimento richiede dunque una nuova pubblicazione e la riapertura della fase partecipativa prevista dal D.Lgs. 152/2006 e dalla D.G.R. Lazio n. 668/2017.

 

L’Assemblea Capitolina ha approvato il 16 giugno 2026 la deliberazione di adozione definitiva del nuovo Piano di Utilizzazione degli Arenili (PUA). Secondo il comunicato di Roma Capitale, il procedimento costituirebbe il naturale approdo del percorso avviato nel 2022, destinato ora alla Conferenza dei Servizi e successivamente all’approvazione definitiva.
Gli atti amministrativi raccontano però una vicenda molto più complessa che presenta criticità che non riguardano il merito del Piano, ma il procedimento. Il PUA 2026, che arriverà in Conferenza dei Servizi, coincide ancora con quello pubblicato nel 2022? Sarà pubblicato nuovamente e  sottoposto a nuove osservazioni dei cittadini?

 

La cronologia dei fatti

  • 1 agosto 2022: LabUr diffida Roma Capitale chiedendo lo stralcio di Castelporziano dal PUA (LINK).
  • 5 agosto 2022: Seconda diffida di LabUr per violazione delle regole sulla partecipazione e sulla trasparenza amministrativa (LINK).
  • 17 novembre 2022 l’adozione del PUA comprende l’Ambito 11 – Castelporziano (LINK).
  • 22 giugno 2023 Ad esito delle diffide di LabUr, il Comune di Roma dopo 22 anni diventa concessionario per l’arenile di Castelporziano (LINK)
  • 28 marzo 2025 All’interno del Procedimento di Valutazione Ambientale Strategica (VAS) il Parere Motivato della Regione Lazio, a conclusione della fase ambientale, esclude Castelporziano dal PUA  (LINK).
  • 7 maggio 2026 Relazione tecnica comunale di confronto tra PUA 2022 e Proposta 2026 (LINK)
  • 16 giugno 2026 Assemblea Capitolina approva la deliberazione di adozione definitiva del PUA (LINK).
  • Prossima fase: Conferenza dei Servizi decisoria.


Cosa contestava LabUr nel 2022

Il 1° agosto 2022 LabUr notificò un atto di diffida a Roma Capitale, Regione Lazio e Presidenza della Repubblica contestando l’inserimento dell’arenile della Tenuta Presidenziale di Castelporziano nel Piano comunale. La tesi era semplice: Castelporziano costituisce dotazione della Presidenza della Repubblica in forza della Legge n. 1077/1948 e della Convenzione del 14 luglio 1965, con conseguente esclusione dalla pianificazione comunale del demanio marittimo turistico-ricreativo.

Pochi giorni dopo, il 5 agosto 2022, LabUr presentò una seconda diffida denunciando anche la violazione delle regole sulla partecipazione previste dalla D.G.R. Lazio n. 668/2017 e dal D.Lgs. 152/2006, contestando inoltre l’apertura di tavoli tecnici con categorie economiche prima dell’avvio regolare della procedura VAS.


Gli atti del 2026 confermano che il Piano è cambiato

La prova più importante non proviene da LabUr, ma dallo stesso Comune di Roma.
Nella Relazione tecnica “Confronto tra il Piano adottato 2022 e la Proposta 2026”, datata 7 maggio 2026, l’Amministrazione scrive infatti:

“La Proposta di PUA 2026 segna il passaggio da una impostazione prevalentemente dimensionale… ad una impostazione maggiormente conformata sul contesto urbano e territoriale…”

Questa frase è particolarmente significativa perché non descrive semplici aggiornamenti, ma un cambio di impostazione del Piano. La stessa relazione elenca infatti una serie di innovazioni:

  • aggiornamento completo dei rilievi;
  • censimento delle concessioni;
  • verifica della SUL legittima;
  • nuove Unità Minime di Intervento (UMI);
  • nuovi Sub Ambiti (SAMB);
  • nuove Aree di Concentrazione dei Manufatti (ACM);
  • nuovo Schema di Assetto;
  • demolizioni e ricostruzioni a parità di SUL;
  • nuove tipologie di utilizzazione degli arenili.

 

Una frase della Relazione apre una questione decisiva

La Relazione tecnica contiene un passaggio che merita particolare attenzione.
Il Comune afferma infatti che: 

“…ciò ha prodotto una implementazione dei contenuti del PUA in alcuni casi non direttamente riconducibile alle istanze emerse nella VAS…”

Questa affermazione è molto rilevante perché dice che non tutte le modifiche introdotte nel PUA derivano direttamente dalle prescrizioni della Valutazione Ambientale Strategica. Il Comune cioè riconosce quindi l’esistenza di modifiche ulteriori, maturate nel corso dell’elaborazione del Piano. Ed è proprio questo il nodo giuridico.

 

Castelporziano: il confronto tra gli elaborati

Il cambiamento emerge chiaramente confrontando gli elaborati ufficiali.

  • Luglio 2022
    Tavola 12 “Invarianti per il PUA” comprende l’Ambito 11 – Castelporziano (LINK).
  • Gennaio 2026
    Tavola 12 “Schema di Assetto degli Ambiti Omogenei” rappresenta esclusivamente gli Ambiti da 1 a 10. Castelporziano non compare più nello schema pianificatorio.

Non si tratta soltanto di una diversa rappresentazione grafica. Gli elaborati del Piano risultano del tutto differenti.

 

Il procedimento previsto dalla normativa

Il procedimento di formazione dei PUA comunali nel Lazio è disciplinato principalmente da:

  • art. 46 della L.R. Lazio n. 13/2007;
  • D.Lgs. 152/2006 (Valutazione Ambientale Strategica);
  • D.G.R. Lazio n. 668 del 24 ottobre 2017.

La D.G.R. 668/2017 costruisce un procedimento unitario. La sequenza è la seguente:

  1. Procedimento
  2. Adozione del Piano
  3. Pubblicazione del Piano
  4. Pubblicazione del Rapporto Ambientale
  5. Consultazione pubblica
  6. Presentazione delle osservazioni
  7. Valutazione delle osservazioni
  8. Parere Motivato VAS
  9. Approvazione definitiva

La Deliberazione regionale costruisce quindi una sequenza nella quale pubblicazione, consultazione, osservazioni e valutazione ambientale riguardano il medesimo Piano.

 

Cosa dice la giurisprudenza

La giurisprudenza amministrativa non afferma che ogni modifica imponga automaticamente una nuova pubblicazione. Il principio è diverso. Occorre infatti distinguere tra modifiche obbligatorie e correzioni materiali che normalmente non richiedono ripubblicazione, e modifiche discrezionali che incidono sull’impianto del Piano e che possono rendere necessaria una nuova pubblicazione e una nuova partecipazione (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, n. 2780/2018; TAR Lombardia Brescia, Sez. I, n. 1027/2019; Consiglio di Stato, Sez. V, n. 5917/2020; Consiglio di Stato, Sez. II, n. 2941/2021; Consiglio di Stato, Sez. VII, n. 1315/2024; Consiglio di Stato, Sez. II, n. 1252/2025).

In particolare, la giurisprudenza più recente valorizza il principio secondo cui la partecipazione deve riguardare il Piano effettivamente destinato all’approvazione definitiva.

 

Il confronto con Rimini

Il confronto con il Piano di Utilizzazione dell’Arenile di Rimini consente di comprendere meglio la differenza. 

  • A Rimini la VAS integra il Piano mantenendone l’impianto originario, gli elaborati rimangono sostanzialmente coerenti, non c’è alcuna variazione del perimetro pianificatorio e alcuna ridefinizione strutturale delle UMI.
  • A Roma la Relazione comunale descrive un cambio di impostazione del Piano, gli elaborati risultano profondamente modificati, la spiaggia di Castelporziano esce dalla disciplina del PUA, la introduzione di nuove UMI, nuovi SAMB, nuove ACM conduce a un nuovo Schema di Assetto.

Il confronto non dimostra automaticamente un’illegittimità, ma mostra che il procedimento romano presenta caratteristiche profondamente diverse rispetto a quello di Rimini al quale dichiara di riferirsi.

 

La domanda che Roma Capitale dovrà chiarire

Gli elaborati del 2026 risultano diversi da quelli del 2022.

La domanda diventa quindi inevitabile: il PUA destinato all’approvazione definitiva coincide ancora con quello sottoposto alla consultazione pubblica nel 2022? Se la risposta è positiva, Roma Capitale potrà illustrarne le ragioni. Se invece il Piano è stato sostanzialmente rielaborato, dovrà spiegare sulla base di quale disciplina ritenga ancora sufficiente la partecipazione svolta quattro anni fa.

 

La posizione di LabUr

LabUr chiede che Roma Capitale chiarisca pubblicamente se il PUA 2026 destinato alla Conferenza dei Servizi coincida effettivamente con quello sottoposto alla consultazione nel 2022. La trasparenza amministrativa non si misura soltanto con la pubblicazione degli atti. Si misura nella corrispondenza tra il Piano sul quale i cittadini hanno potuto presentare osservazioni e quello che l’Amministrazione intende definitivamente approvare.
Qualora, dalla pubblicazione degli elaborati definitivi, emergesse una sostanziale rielaborazione del PUA rispetto alla versione sottoposta alla consultazione nel 2022, LabUr valuterà ogni iniziativa consentita dall’ordinamento, ivi compreso il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, affinché venga chiarito se il procedimento seguito rispetti i principi di partecipazione, trasparenza e buon andamento dell’azione amministrativa. In fondo, Castelporziano è dotazione del Presidente della Repubblica ed è il fulcro di tutto il PUA relativamente al raggiungimento del 50% di spiagge libere (accezione diversa da spiaggia libera fruizione).

Dalla partecipazione dei cittadini al PUA dipende lo sviluppo economico e turistico di Ostia, motivo per il quale sarà oggetto di massima attenzione affinché manovre politiche ed affaristiche non possano mettere le mani su un quadrante esclusivo della Capitale d’Italia. 


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Centro AMA Infernetto, dopo il Tribunale arriva la Corte dei Conti

centro ama corte dei contiMentre il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di un cittadino dell’Infernetto di far eseguire un accertamento tecnico sul cantiere del Centro di Raccolta AMA di via Wolf Ferrari, emerge un nuovo fronte. Un esposto alla Corte dei Conti chiede ora di verificare la legittimità della variante da oltre 216 mila euro approvata da AMA e il ruolo degli organi di controllo che, pur avendo ricevuto per mesi una corposa documentazione tecnica, non hanno fornito alcun riscontro.

La vicenda del Centro di Raccolta AMA dell’Infernetto continua ad alimentare polemiche e interrogativi.

È noto che il Tribunale di Roma, in composizione collegiale, ha respinto il reclamo presentato da un cittadino residente all’Infernetto contro il precedente rigetto della richiesta di Accertamento Tecnico Preventivo sul cantiere di via Ermanno Wolf Ferrari. Secondo la difesa, l’obiettivo era far verificare da un tecnico indipendente le numerose criticità emerse nel procedimento autorizzativo e le possibili conseguenze sui diritti dei residenti, soprattutto dopo la scoperta di amianto all’interno dell’area di cantiere.

Il Collegio ha confermato la linea già adottata in primo grado, ritenendo che la questione appartenga alla giurisdizione amministrativa e non a quella ordinaria. Una decisione che viene contestata perché non affronta nel merito la questione dell’amianto trovato in cantiere e dei possibili rischi per la popolazione residente.

Ma mentre si chiude una strada giudiziaria, se ne apre un’altra.

È infatti stato trasmesdo alla Procura Regionale della Corte dei Conti del Lazio un articolato esposto che punta l’attenzione sulla Determinazione AMA n. 254 del 6 novembre 2025, con la quale è stata approvata una variante in corso d’opera del valore di oltre 216 mila euro. La variante è stata giustificata dal rinvenimento di circostanze definite da AMA “non previste e non prevedibili” in fase di progettazione, presupposto indispensabile per applicare la normativa utilizzata dall’azienda capitolina.

LabUr contesta che con la documentazione tecnica disponibile deve essere raccontata una storia diversa. Progetti, relazioni, perizie e documenti ambientali evidenziano elementi tali da rendere quantomeno discutibile la tesi dell’imprevedibilità del rinvenimento di materiali contenenti amianto.

L’aspetto più delicato riguarda però gli organi di controllo.

Dalla documentazione emerge infatti che già dall’11 dicembre 2025 erano state trasmesse ai Carabinieri Forestali segnalazioni riguardanti il cantiere di via Wolf Ferrari. Nei mesi successivi sarebbero seguiti incontri, integrazioni documentali e l’invio dell’intero fascicolo tecnico tramite posta elettronica certificata agli uffici competenti.

Nonostante ciò, dell’esposto, non è mai arrivato alcun riscontro formale, né sono stati comunicati esiti di verifiche o attività ispettive.

Per questo motivo la richiesta rivolta alla Corte dei Conti non si limita a verificare la correttezza della variante approvata da AMA e l’eventuale danno erariale derivante dalla maggiore spesa sostenuta. L’esposto chiede anche che la Procura contabile acquisisca direttamente dagli uffici forestali tutta la documentazione già trasmessa nei mesi scorsi e valuti se l’attività di vigilanza esercitata sia stata adeguata rispetto alla gravità dei fatti segnalati.

In altre parole, la domanda posta agli organi dello Stato è semplice: com’è possibile che una vicenda che coinvolge fondi pubblici, una variante da oltre 216 mila euro e il rinvenimento di amianto in un cantiere pubblico non abbia ancora prodotto, almeno all’esterno, alcun risultato conoscibile delle attività di controllo?

Una domanda che ora passa ufficialmente sul tavolo della magistratura contabile. I lavori, per avere i fondi, dovranno concludersi entro il 31 dicembre 2026 ma chi pagherà i 216 mila euro in più ?


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OSTIA, PARCO DEL MARE: LA GRANDE VERGOGNA DELLA DEROGA

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260618_101516_0000L’approvazione definitiva della variante urbanistica arriva con un’ordinanza del Commissario Straordinario del Giubileo e attraverso deroghe alle procedure ordinarie. Quando l’eccezione diventa il metodo, la partecipazione resta uno slogan.

Mentre ai cittadini di Ostia veniva raccontata la nascita di una nuova stagione fatta di rigenerazione urbana, sostenibilità e partecipazione, il progetto Parco del Mare ha preso la strada delle procedure straordinarie. La data del 18 giugno? L’ennesima deroga.

Con l’Ordinanza Commissariale n. 29 del 28 maggio 2026 (Prot. RM/2026/0002987), Roberto Gualtieri, nella veste di Commissario Straordinario del Giubileo, ha approvato definitivamente la variante urbanistica necessaria alla realizzazione dell’opera. Non attraverso il normale percorso urbanistico previsto per le trasformazioni del territorio, ma utilizzando i poteri eccezionali attribuiti dalla normativa giubilare.

L’atto è particolarmente significativo perché dichiara espressamente di operare in deroga a diverse norme che normalmente regolano le varianti urbanistiche.

La deroga riguarda innanzitutto l’articolo 42 del Testo Unico degli Enti Locali, che attribuisce all’Assemblea Capitolina le decisioni fondamentali in materia urbanistica. In questo caso la decisione non viene assunta dall’organo rappresentativo della città ma direttamente attraverso un’ordinanza commissariale.

La deroga riguarda inoltre l’articolo 19 del DPR 327/2001, la norma che disciplina l’approvazione delle opere pubbliche comportanti variante urbanistica e che prevede specifiche garanzie procedurali.

L’ordinanza supera anche il percorso previsto dalla Legge Regionale Lazio n. 19 del 2022, la norma che ha trasferito a Roma Capitale importanti competenze urbanistiche e che disciplina modalità, tempi e forme di partecipazione dei cittadini nei procedimenti di variante.

Persino la pubblicazione della variante segue una strada diversa da quella ordinaria. Lo stesso provvedimento riconosce che la pubblicazione è avvenuta in deroga alle modalità previste dalla legge regionale, giustificando tale scelta con la necessità di accelerare i tempi e rispettare le scadenze del finanziamento europeo. Secondo l’ordinanza, la procedura ordinaria non avrebbe consentito di rispettare il termine del 17 giugno 2026 previsto per gli adempimenti collegati al finanziamento FESR. L’urgenza diventa quindi la motivazione che consente di comprimere procedure e passaggi amministrativi ordinari.

Eppure la narrazione politica aveva raccontato altro.

Fin dall’inizio Roberto Gualtieri ha presentato il Parco del Mare come uno degli interventi più importanti per il rilancio di Ostia. Alla firma della convenzione tra Roma Capitale e Regione Lazio insieme al Presidente Francesco Rocca, il sindaco parlava di una “sfida fondamentale” per il recupero del litorale e sottolineava la “fortissima sintonia” tra Campidoglio e Regione Lazio.

Anche l’assessore all’Urbanistica Maurizio Veloccia ha descritto il progetto come una trasformazione storica destinata a cambiare il volto del mare di Roma: oltre 7 chilometri di lungomare riqualificato, nuove piazze, percorsi pedonali e ciclabili, dune e spazi pubblici restituiti ai cittadini.

La comunicazione istituzionale insiste da mesi sugli stessi concetti: sostenibilità, qualità urbana, valorizzazione del paesaggio, recupero del rapporto tra città e mare. Lo stesso Comune ha promosso il progetto attraverso un apposito percorso definito partecipativo.

Ma è proprio qui che emerge la contraddizione.

Se il progetto è davvero il frutto di una nuova stagione di partecipazione, perché è stato necessario ricorrere a poteri commissariali e deroghe urbanistiche per approvarne gli atti fondamentali?

Se il confronto con il territorio è davvero centrale, perché la variante urbanistica viene approvata saltando i normali passaggi politico-istituzionali previsti per le trasformazioni del territorio?

In questa vicenda il ruolo della Regione Lazio non è marginale. Francesco Rocca non è un semplice spettatore. La Regione finanzia l’intervento, sottoscrive la convenzione con Roma Capitale e partecipa politicamente alla costruzione del progetto. La “fortissima sintonia” rivendicata pubblicamente da Gualtieri e Rocca produce un effetto concreto: Comune e Regione avanzano insieme su una delle più rilevanti trasformazioni urbanistiche del litorale romano.

Da tempo LabUr contesta questa impostazione (LINK). Nei propri studi e interventi pubblici ha evidenziato che dietro la narrazione della rigenerazione manca una visione organica del territorio, denunciando l’assenza di un vero disegno complessivo per il waterfront di Ostia, criticando la carenza di analisi strutturali e mettendo in discussione l’impianto procedurale dell’intervento. Ha inoltre evidenziato come la gara per la progettazione fosse stata avviata prima ancora della firma della convenzione tra Regione e Comune, elemento che alimenta interrogativi sulla costruzione dell’intero percorso amministrativo.

La critica più dura riguarda però il metodo. Il problema non è soltanto il progetto, ma la tendenza a sostituire pianificazione, trasparenza e dibattito pubblico con masterplan, annunci e procedure accelerate.

Ed è qui che si arriva al punto politico della vicenda.

Il Giubileo 2025 è terminato. Eppure nel 2026 i poteri straordinari del Commissario continuano a produrre effetti concreti sulle trasformazioni urbanistiche di Ostia.

Può essere perfettamente legittimo sul piano formale. Ma sul piano democratico la questione resta aperta.

Quando un Sindaco può contemporaneamente essere amministratore della città e Commissario dotato di poteri derogatori, quando una variante urbanistica può essere approvata evitando i normali percorsi decisionali, quando la velocità diventa più importante del confronto pubblico, allora la domanda non riguarda più soltanto il Parco del Mare, ma la qualità della democrazia amministrativa. Perché la trasparenza non si misura con i disegni ad effetto, con le conferenze stampa o con gli slogan sulla rigenerazione urbana. La trasparenza si misura nella capacità di rispettare le regole ordinarie, di garantire il controllo democratico e di consentire ai cittadini di partecipare davvero alle decisioni che cambiano il loro territorio.

E nel caso del Parco del Mare resta una domanda che nessuna ordinanza può cancellare: è normale che un Giubileo già concluso continui a giustificare deroghe urbanistiche e poteri straordinari destinati a incidere sul futuro di Ostia?

Oggi, 18 giugno 2026, ad Ostia non ci sarà un solo cantiere del Parco del Mare ma solo una grande menzogna.


 

LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

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“MOROSITÀ” BALNEARI, CONTENZIOSI E PROPAGANDA: I CITTADINI HANNO DIRITTO A SAPERE LA VERITÀ

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260616_094617_0000Il quotidiano La Repubblica scrive il 13 giugno: “Stabilimenti di Ostia, spunta il maxi-debito da 4 milioni di euro di morosità” (LINK) e si scatena immediatamente la propaganda da destra a sinistra. Ciascuno racconta la metà della storia che gli conviene.È un tema di evidente interesse pubblico, ma proprio per questo merita rigore, trasparenza e completezza.

L’articolo, a firma di Lorenzo D’Albergo, pubblica le cifre ma non spiega la natura giuridica di quelle somme. I balneari parlano dei ricorsi ma non sempre chiariscono quali importi ritengano effettivamente non dovuti. E la politica utilizza quei numeri come armi di propaganda. I cittadini, però, hanno diritto alla verità.

Basta prendere il tema della classificazione di Ostia come località ad “Alta Valenza Turistica” (categoria A), una questione nata oltre dieci anni fa, quando Roma Capitale iniziò ad applicare ai concessionari del litorale canoni determinati sulla base di tale classificazione. Da allora si è aperto un lungo contenzioso amministrativo che ha attraversato TAR e Consiglio di Stato e che ancora oggi produce effetti sulle richieste economiche avanzate dall’Amministrazione (LINK).

Non si tratta di una tesi dei concessionari, ma di una questione affrontata per anni dai Tribunali Amministrativi. Il Consiglio di Stato ha più volte censurato il metodo istruttorio utilizzato per giustificare tale classificazione, evidenziando criticità ed errori nella ricostruzione dei presupposti che avevano portato il Municipio X e poi Roma Capitale a fondare su quei criteri una parte significativa delle proprie richieste economiche.

Un caso emblematico è rappresentato dalla sentenza n. 611 del 27 gennaio 2025 del Consiglio di Stato (LINK), che ha confermato l’annullamento della riclassificazione del litorale di Ostia come area ad “Alta Valenza Turistica” per 19 stabilimenti balneari. I giudici hanno rilevato gravi carenze istruttorie e motivazionali nella procedura adottata da Roma Capitale, evidenziando l’assenza di dati adeguati a giustificare il passaggio dalla categoria B alla categoria A, classificazione che comporta un significativo aumento dei canoni demaniali. La sentenza non riguarda quindi una questione marginale, ma il metodo stesso con cui l’Amministrazione ha costruito una parte rilevante delle proprie pretese economiche sul litorale romano.

Le sentenze degli ultimi anni relative a diversi stabilimenti balneari — dalla Nuova Pineta fino ai più recenti casi Salus e La Bonaccia (LINK) — non raccontano semplicemente di canoni ritenuti troppo elevati, ma un problema più profondo: richieste economiche costruite su istruttorie giudicate insufficienti, dati contraddittori, motivazioni carenti, metrature variabili e verifiche tecniche incomplete.

Non solo.

Come evidenziato dalle analisi di LabUr in questi anni, la base di calcolo di alcune di queste pretese è stata costruita anche sulla base delle risultanze dei cosiddetti “tavoli tecnici” del 2016, nel periodo del Commissariamento di Ostia. Risultanze che, in diversi casi, non erano supportate da verbali di delimitazione del demanio o da testimoniali di stato certi. In altre parole, una parte del contenzioso nasce proprio dalla contestazione dei presupposti tecnici utilizzati dall’Amministrazione per determinare superfici, pertinenze, classificazioni e conseguenti richieste economiche.

Le sentenze non sono soltanto astrazioni giuridiche. Producono conseguenze economiche concrete.
Il caso V-Lounge ne è una dimostrazione evidente. Con la sentenza del Tribunale Civile di Roma n. 12103/2021, Roma Capitale e Agenzia del Demanio sono state condannate a restituire oltre 375 mila euro, oltre interessi e spese, per canoni richiesti e incassati in eccesso a seguito di un’errata ricostruzione della dividente demaniale (LINK).

Non si tratta quindi di una discussione teorica. Quando l’amministrazione determina canoni, superfici o confini sulla base di presupposti tecnici che si rivelano errati, il risultato non è una maggiore tutela dell’erario, ma l’apertura di contenziosi che possono tradursi in rilevanti esborsi a carico della collettività.
Ed è proprio questo che rende ancora più attuale una domanda che LabUr pone da anni: quanto sono solidi i presupposti tecnici e giuridici su cui si fondano le richieste economiche avanzate sul litorale romano?

La verifica avviata dalla Capitaneria di Porto sul caso Urbinati va letta anche in questa prospettiva (LINK). Per la prima volta dopo oltre un secolo si torna a discutere formalmente della corretta delimitazione del demanio marittimo in alcuni tratti del litorale. Non è ancora il momento delle conclusioni, ma delle verifiche. Tuttavia, il semplice fatto che sia necessario accertare nuovamente dove passi il confine del demanio dimostra quanto sia importante fondare ogni pretesa economica, ogni concessione e ogni gara pubblica su basi tecniche e giuridiche certe.
Questo non significa automaticamente che ogni somma richiesta dal Comune sia illegittima o che ogni concessionario abbia ragione. Significa però che esiste un consolidato filone giurisprudenziale che ha messo in discussione il metodo con cui alcune di quelle pretese sono state costruite.

Ed è qui che il dibattito pubblico diventa superficiale.

Quando si pubblicano cifre milionarie presentandole come “morosità”, senza spiegare se derivino da somme definitivamente accertate o da importi ancora oggetto di contenzioso, si racconta solo una parte della storia. Allo stesso modo, quando si invocano le sentenze senza chiarire quali somme restino comunque dovute, si racconta un’altra metà della storia. Se esistono somme dovute, devono essere pagate fino all’ultimo euro. Ma se esistono richieste economiche costruite su presupposti che i Tribunali hanno ritenuto errati, anche questo deve essere detto con chiarezza. Si tratta comunque di soldi pubblici e, proprio per questo, il livello di trasparenza richiesto dovrebbe essere massimo.

Perché se alcuni concessionari hanno approfittato delle ambiguità del sistema, resta una domanda che nessuno sembra voler affrontare: come è stato possibile che per anni l’Amministrazione producesse atti poi ripetutamente censurati dai giudici?Sciatteria amministrativa? Errori istruttori? Carenza di controlli? Oppure una scelta consapevole di difendere per anni atti che i Tribunali hanno progressivamente smontato?Qualunque sia la risposta, non può essere un tema secondario. Perché la corretta gestione del demanio pubblico non si misura soltanto dalla capacità di chiedere denaro ai concessionari, ma anche dalla capacità di costruire atti amministrativi solidi, trasparenti e difendibili davanti ai Tribunali.

Se si parla di morosità, si mostrino i documenti. Se si parla di contenziosi, si mostrino le sentenze. Se si parla di soldi pubblici, si spieghi chiaramente quali somme sono certe, quali contestate e quali ancora sub judice.

La trasparenza non consiste nel pubblicare un numero. Consiste nel spiegare come quel numero è stato costruito, quanto è effettivamente dovuto e quanto è ancora oggetto di contestazione. La trasparenza non può valere solo quando conviene.

 

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CASE ARMELLINI: LA DETERMINA CHE APRE IL “DOPO” E CERTIFICA IL FALLIMENTO DEL SISTEMA

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260614_173529_0000Una determina dell’8 aprile 2026 avvia la ricerca di 700 alloggi nel Municipio X. Tra i fabbisogni individuati figurano 448 nuclei delle case Armellini (Moreno Estate), richiamando note trasmesse alla Prefettura che parlano di “gravi motivi di sicurezza e incolumità pubblica”. Dopo anni di contenziosi, pignoramenti e promesse di soluzione, Roma Capitale sembra prepararsi a uno scenario alternativo.
Se sulle spiagge l’Amministrazione non esita a esercitare i propri poteri, sulla vicenda Armellini colpisce la durata di una situazione eccezionale che si trascina da oltre un decennio senza una soluzione definitiva. Un fallimento amministrativo. Nel frattempo continuano a crescere il contenzioso, i costi per le casse pubbliche e l’incertezza per migliaia di residenti.

 

Roma Capitale cerca 700 alloggi nel Municipio X.

Non è uno sgombero, non è una decisione definitiva, ma forse è il primo atto che certifica una domanda rimasta senza risposta per oltre mezzo secolo: cosa succede se il ‘sistema Armellini’ non regge più?

Ci occupiamo delle cosiddette “case Armellini”, o “case di sabbia”, da così tanto tempo da aver perso il conto degli anni. Abbiamo raccontato la scandalo definito dai media “Lady evasione” e quello della sede del PD di Nuova Ostia (LINK), sfratti annunciati e poi rinviati, contenziosi milionari, sentenze, pignoramenti, tentativi di acquisto, ipotesi di rent-to-buy, manutenzioni mancate, edifici pericolanti, famiglie lasciate nell’incertezza e una delle più grandi concentrazioni di edilizia residenziale pubblica d’Italia oltre che della Capitale (LINK).

Per questo la Determinazione Dirigenziale QC/6498 dell’8 aprile 2026 del Dipartimento Patrimonio del Comune di Roma (LINK), passata inosservata anche ad esponenti istituzionali, merita attenzione, non perché annunci sgomberi imminenti o perché disponga trasferimenti, ma perché fotografa una situazione che da anni denunciamo: il futuro di una parte significativa del patrimonio abitativo di Ostia continua a essere irrisolto.
L’atto approva infatti una manifestazione di interesse finalizzata a verificare la disponibilità di fino a 700 alloggi nel Municipio X da destinare all’edilizia residenziale pubblica, che chi come noi sai che non esistono.

Tra i fabbisogni indicati figurano:

– 84 nuclei attualmente ospitati in immobili Larex (Alessandra Armelllini – LINK);
– 51 nuclei in immobili Elira;
– 47 nuclei in immobili Lidero;
– 52 nuclei in immobili Redi;
– 448 nuclei nei lotti G, H e N della Moreno Estate (Angiola Armellini).

È proprio su quest’ultimo passaggio che occorre fermarsi.

La determina non nasce infatti da una generica esigenza programmatoria o da una ricognizione di routine, ma richiama esplicitamente note dell’Assessorato al Patrimonio trasmesse anche alla Prefettura di Roma, nelle quali i lotti G, H e N a Nuova Ostia vengono indicati come interessati da interventi di liberazione nel breve e medio periodo per gravi motivi di sicurezza e incolumità pubblica e questo elemento è fondamentale.
Se è vero che la manifestazione di interesse non produce automaticamente trasferimenti, è altrettanto vero che viene attivata dall’Amministrazione all’interno di un quadro che la stessa Amministrazione qualifica come urgente sotto il profilo della sicurezza.
Al tempo stesso, il Dipartimento esclude per il momento altri 593 alloggi Moreno Estate, riconoscendo che anch’essi risultano ammalorati, ma non interessati da necessità immediate di rilascio.

La domanda che emerge dagli atti è quindi diversa da quella che potrebbe apparire ad una prima lettura. Non siamo di fronte a un piano di sgombero. Siamo di fronte a un’Amministrazione che, nel pieno di una trattativa irrisolta e di una vicenda giudiziaria e patrimoniale che si trascina da decenni, ritiene necessario verificare se esistano soluzioni abitative alternative nel Municipio X dovendo sapere che non ci sono.
Quindi il Dipartimento sembra interrogarsi su cosa accadrebbe qualora una parte del sistema dei fitti passivi storicamente utilizzato da Roma Capitale non fosse più disponibile nelle forme attuali.

Ed è qui che emerge il dato politico-amministrativo più rilevante.

Da anni si discute di acquisto degli immobili, patrimonializzazione, rent-to-buy, ristrutturazioni e piani di recupero. Eppure la determina dell’8 aprile 2026 mostra che Roma Capitale è ancora alla ricerca di una soluzione alternativa. E’ chiaro che la ricerca di 700 alloggi non è la prova dell’esistenza di un piano già definito, ma piuttosto la prova documentale che quel piano ancora non c’è. Se una soluzione strutturale fosse già stata individuata, l’Amministrazione non avrebbe la necessità di verificare la disponibilità di centinaia di alloggi sul mercato (e dovrebbe sapere che non esistono).

Dalla determina alle verifiche tecniche

La manifestazione di interesse dell’8 aprile 2026 non rappresenta un episodio isolato.
Già il 25 marzo 2026 Risorse per Roma aveva predisposto un capitolato tecnico per il supporto alla valutazione della sicurezza dei complessi Moreno Estate denominati Lotto G, Lotto H e Lotto N, pari complessivamente a 448 abitazioni. Il documento chiarisce che saggi e verifiche saranno eseguiti dalla proprietà, mentre il tecnico incaricato dovrà esaminare la documentazione prodotta ed esprimere una valutazione sulla sua attendibilità. La coincidenza numerica e temporale con i 448 nuclei richiamati nella determina suggerisce l’esistenza di un percorso amministrativo unitario e già avviato. (LINK).

La lunga storia delle “case di sabbia” a Nuova Ostia

Nel 2022 in particolare raccontavamo già la vicenda degli sfratti delle palazzine Larex e l’assenza di una risposta definitiva da parte dell’Amministrazione nell’articolo “Ostia, sfratto Case Larex/Armellini: abbiamo scherzato” (LINK).
Nel 2024 abbiamo ricostruito il quadro dei contenziosi, delle indennità di occupazione e dei pignoramenti che hanno gravato sulle casse pubbliche nell’articolo “Ostia, ERP Armellini: dopo il pignoramento di 18 milioni a danno del Comune, pagati altri 29 milioni” (LINK).
Sempre nel 2024 abbiamo approfondito la complessa vicenda societaria e il ruolo della galassia Armellini all’interno di uno dei più grandi scandali abitativi della Capitale in “Angiola Armellini, da imprenditore straniero a imprenditore occulto in uno Stato latitante” (LINK).

Su una cosa però i numeri non consentono ambiguità. Da oltre un decennio Roma Capitale continua a sostenere costi rilevantissimi per mantenere in piedi un sistema fondato sull’occupazione di immobili privati, mentre migliaia di persone continuano a vivere in edifici che tutti riconoscono come problematici e bisognosi di interventi.
Il risultato è che, dopo anni di contenziosi, milioni di euro di risorse pubbliche impiegate e decine di promesse di soluzione, l’Amministrazione arriva oggi a interrogarsi sulla necessità di reperire fino a 700 alloggi alternativi. Parliamo di circa 5.000 persone, non di un singolo edificio, ma di una porzione significativa della città.

Politica e Uffici non si parlano

Interpellati da LabUr, esponenti istituzionali municipali e capitolini hanno manifestato sorpresa rispetto alla portata della determina e riferito di non essere stati coinvolti nella sua elaborazione. Non sappiamo se ciò dipenda da una mancata comunicazione tra livelli amministrativi o da altre ragioni, ma sappiamo che atti di questa portata, che riguardano centinaia di nuclei familiari e migliaia di cittadini, meritano il massimo livello di trasparenza e di confronto pubblico.
Per questo motivo presenteremo ulteriori richieste di accesso agli atti per acquisire le note richiamate nella determina, la documentazione trasmessa alla Prefettura, gli atti relativi alle verifiche strutturali in corso e gli elementi che hanno portato il Dipartimento a ritenere necessario avviare una ricognizione per 700 alloggi nel Municipio X.

Dopo decenni di rinvii, una cosa appare evidente. Il problema delle case Armellini non è stato risolto. La determina dell’8 aprile 2026 non rappresenta la soluzione, ma la presa d’atto che una soluzione ancora non c’è.

 

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PARCO DELLA MADONNETTA: STORIA DI UN ERRORE PUBBLICO RIPETUTO TRE VOLTE

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260613_183431_0000LabUr ha individuato l’affidamento con cui Roma Capitale incarica nel 2026 la redazione del Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali (DOCFAP) e del progetto di messa in sicurezza dell’ex PVQ Madonnetta. L’atto, pubblicato da Risorse per Roma nell’ambito della procedura n. 833, mostra che il più grande Punto Verde Qualità della Capitale è ancora fermo alla fase preliminare, nonostante le promesse di riqualificazione e l’annuncio dell’avvio dei cantieri nel 2026.

 

Mentre la politica parla da mesi di rinascita del Parco della Madonnetta, un documento finora passato inosservato racconta una realtà molto diversa.
Con la procedura n. 833, pubblicata da Risorse per Roma, l’Amministrazione ha affidato a fine aprile 2026 la redazione del DOCFAP e del progetto di messa in sicurezza dell’ex PVQ Madonnetta. In altre parole, dopo il fallimento del bando da oltre 80 milioni di euro andato deserto nel 2024 e dopo l’annuncio di circa 10 milioni di euro pubblici per il recupero dell’area, il procedimento risulta ancora nella fase di definizione delle alternative progettuali e della messa in sicurezza del compendio.

La scoperta dell’atto pone una domanda inevitabile: come si concilia questo stato di avanzamento con le dichiarazioni che indicavano il 2026 come l’anno dell’avvio della rinascita del parco?
Per rispondere occorre ricostruire una storia che dura da oltre trent’anni e che racconta, forse meglio di qualsiasi altro caso, il rapporto tra Roma Capitale e il proprio patrimonio pubblico.

Dalla promessa dei Punti Verde Qualità alla riqualificazione da 10 milioni: come Roma ha costruito, perso e ora prova a ricomprare ciò che aveva già

Introduzione

Ci sono luoghi che raccontano una città più di qualsiasi piano urbanistico. Il Parco della Madonnetta, con i suoi oltre venti ettari nel quadrante Acilia-Madonnetta, è uno di questi. Oggi viene presentato come una delle grandi operazioni di rigenerazione urbana del Municipio X. Dieci milioni di euro annunciati, nuovi progetti, recupero delle strutture sportive, restituzione del parco alla cittadinanza. Ma per capire davvero cosa sta accadendo bisogna fare un passo indietro. Perché la Madonnetta non è la storia di un parco abbandonato. È la storia di un errore pubblico ripetuto tre volte.

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CRONOLOGIA ESSENZIALE
– 1995: nasce il programma Punti Verde Qualità.
– 1996: assegnazione dell’area Madonnetta.
– 2003-2006: apertura del parco e degli impianti.
– 2015: revoca della concessione.
– 2018: il TAR conferma la revoca.
– 2015-2024: degrado, vandalismi e abbandono.
– 2024: bando “Parchi Urbani Integrati” da oltre 80 milioni di euro.
– 2024: gara deserta.
– 2025: annuncio di circa 10 milioni di euro pubblici.
– 2026: affidamento DOCFAP e progetto di messa in sicurezza.
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Primo errore: delegare tutto al privato

Quando nasce il programma dei Punti Verde Qualità, negli anni Novanta, l’idea sembra semplice. Roma Capitale mette a disposizione aree pubbliche. I privati investono. Realizzano parchi, impianti sportivi, servizi, attività economiche. In cambio ottengono la gestione per un lungo periodo. Il Parco della Madonnetta diventa il più grande Punto Verde Qualità di Roma.
Tra il 1999 e il 2009 vengono realizzati impianti sportivi, piscine, campi da tennis, campi polivalenti, ristorazione, servizi educativi e oltre venti ettari di verde attrezzato.
Per anni il modello sembra funzionare. Poi emerge il problema.
I PVQ non sono semplici parchi. Sono operazioni economiche estremamente complesse, sostenute da mutui, garanzie pubbliche, rapporti con le banche, concessioni pluridecennali e una struttura amministrativa che spesso non è in grado di controllarne l’evoluzione. Quello che doveva essere un modello di partenariato pubblico-privato si trasforma progressivamente in uno dei più grandi scandali amministrativi della Roma contemporanea.

Secondo errore: pensare che revocare significhi risolvere

Nel 2015 Roma Capitale revoca la concessione della Madonnetta. Nel 2018 il TAR conferma definitivamente la legittimità della decisione. Sul piano giuridico la vicenda sembra chiusa. Sul piano reale è appena iniziata. Perché revocare una concessione non significa automaticamente saper gestire ciò che rimane. Roma si ritrova così proprietaria di un enorme compendio immobiliare:

  • impianti sportivi;
  • edifici;
  • piscine;
  • attrezzature;
  • venti ettari di verde.
  • Un patrimonio enorme.

E contemporaneamente un enorme problema. Da quel momento inizia il vero declino. Le strutture vengono vandalizzate. Gli edifici si degradano. Il parco perde progressivamente la propria funzione urbana. La tragedia della morte di Riccardo Pica nel 2021 diventa il simbolo più doloroso di questo fallimento.

L’errore dell’amministrazione non è la revoca, ma non aver costruito un modello alternativo credibile prima della revoca.

La proposta che nessuno ha voluto discutere

In quegli anni emerge una proposta alternativa. L’ex concessionario Andrea Ciabocco e numerose realtà territoriali promuovono una delibera di iniziativa popolare. L’idea è radicale. Separare il parco dalle attività economiche. Roma Capitale acquisisce pienamente impianti sportivi e attività commerciali. Il parco resta in gestione manutentiva. La proposta viene respinta, secondo quanto riferito dai promotori, perché priva di “interesse pubblico”.
Non sappiamo se quella soluzione fosse giuridicamente praticabile e/o economicamente sostenibile. Ma oggi una domanda rimane sul tavolo: era davvero peggiore di ciò che è accaduto dopo?

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COSA PROPONEVA LA DELIBERA POPOLARE
– Roma Capitale acquisiva impianti sportivi e attività economiche.
– Gli impianti potevano essere riaffidati tramite nuove concessioni.
– Il parco restava aperto e mantenuto.
– La manutenzione sarebbe rimasta in capo alla Polisportiva.
– Venivano proposte ulteriori aree verdi da gestire.
– Obiettivo: evitare contenzioso, degrado e chiusura del parco.

La proposta era realmente impraticabile oppure non venne mai valutata fino in fondo?
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Terzo errore: tentare di rifare il PVQ con un altro nome

Nel 2023 l’amministrazione cambia linguaggio. I Punti Verde Qualità diventano “Parchi Urbani Integrati”. La narrazione cambia, la struttura economica molto meno. Nel 2024 Roma Capitale mette a gara la Madonnetta (LINK). Ventitré anni di concessione. Oltre 80 milioni di valore stimato. Più di 10 milioni di investimento iniziale. Recupero delle strutture, gestione economica, ristorazione, attività sportive, servizi.

Il principio è ancora lo stesso: un privato investe e si ripaga attraverso la gestione.

La gara è formalmente impeccabile. PFTE, PEF, capitolato, schema di contratto, verifiche, validazioni. Tutto corretto. Ma accade un fatto devastante. Nessuno partecipa. La gara va deserta. Il mercato esprime il giudizio più duro possibile attraverso il silenzio nonostante le interlocuzioni informali dei mesi precedenti.

 

Il ritorno del pubblico

Dopo il fallimento del bando, Roma Capitale cambia nuovamente strada. Vengono annunciati circa dieci milioni di euro pubblici. La città torna a fare ciò che aveva cercato di evitare per trent’anni, intervenire direttamente (LINK) e (LINK). È una scelta comprensibile, probabilmente inevitabile. Ma anche questa presenta un paradosso.

Nel 2025 si annunciano cantieri imminenti (LINK). Nel 2026 gli atti mostrano ancora l’affidamento del Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali e del progetto di messa in sicurezza dell’intero compendio. Non siamo ancora alla riqualificazione, siamo ancora nella fase della diagnosi.
Dopo dieci anni.

 

La lezione della Madonnetta

La Madonnetta non è, purtroppo, un caso isolato.
È la rappresentazione plastica del modo in cui Roma affronta i propri problemi: prima delega, poi revoca, poi abbandona, poi prova a riaffidare, poi torna a intervenire direttamente. Ogni fase produce costi, ogni passaggio consuma tempo, ogni cambio di strategia riduce il valore del patrimonio pubblico. Alla fine il conto torna sempre ai cittadini.

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ANALISI PER I DECISORI
Il costo dell’inerzia
Dopo la revoca della concessione nel 2015 e oltre dieci anni di degrado, Roma Capitale si trova oggi a dover finanziare direttamente la messa in sicurezza e la progettazione del recupero di un compendio che era già stato realizzato e reso fruibile alla cittadinanza.
Il fallimento del modello concessorio
Nel 2024 la gara per l’affidamento in concessione del recupero e della gestione del Parco della Madonnetta, del valore stimato di oltre 80 milioni di euro e con un investimento iniziale superiore a 10 milioni, è andata deserta. Nessun operatore economico ha ritenuto sostenibile l’operazione.
La scoperta di LabUr
Nel 2026, attraverso la procedura n. 833 pubblicata da Risorse per Roma, LabUr ha individuato l’affidamento per la redazione del Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali (DOCFAP) e del progetto di messa in sicurezza dell’ex PVQ Madonnetta. L’atto mostra che, dopo il fallimento del bando e nonostante gli annunci di rilancio, il procedimento si trova ancora in una fase preliminare di definizione delle alternative progettuali e di messa in sicurezza del compendio.
La lezione amministrativa
La vicenda dimostra che la semplice alternanza tra gestione privata, revoca e ritorno all’intervento pubblico non è sufficiente a garantire la tutela del patrimonio collettivo. Senza una strategia stabile di gestione, manutenzione e vigilanza, anche investimenti rilevanti rischiano di essere vanificati.
Le domande rimaste aperte
Quanto è costato alla collettività non intervenire tempestivamente dopo la revoca? E quanto costerà oggi recuperare ciò che era già stato costruito, finanziato e utilizzato dalla cittadinanza?
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Conclusione

Oggi la domanda non è se il Parco della Madonnetta verrà riqualificato. Probabilmente, prima o poi, accadrà. La domanda è un’altra. Quanto sarebbe costato alla collettività intervenire dieci anni fa? Quanto patrimonio pubblico è stato distrutto nel frattempo?
E soprattutto, quante volte Roma può permettersi di pagare lo stesso errore?

Perché la storia della Madonnetta non è la storia di un parco. È la storia di una città che continua a spendere soldi pubblici per recuperare ciò che aveva già costruito con soldi pubblici. E questa, forse, è la lezione più amara di tutte.

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FONTI:
  • Determina QC/901/2024: revoca 2015, TAR 2018, area di circa 200.000 mq, opere abbandonate/vandalizzate, concessione da 80.832.378 euro per 23 anni, investimento da 10.729.273 euro. (LINK)
  • Relazione tecnico-economica/PEF: modello di concessione, progettazione-costruzione-gestione affidate a un privato, rischio operativo, 23 anni di durata, attività core/no core. (LINK)
  • Relazione tecnica: conservazione del parco pubblico, funzioni previste, sistema del verde, percorsi, bordo/accessi/parcheggi, costruito; ma anche demolizioni, nuove costruzioni modulari, punti ristoro, servizi, spogliatoi, associazioni. (LINK)
  • Documento di gestione: servizio pubblico, attività di pubblico interesse, servizi core/no core, attività accessorie e commerciali autorizzabili. (LINK)
  • Lo schema di contratto: concessione per progettazione, lavori di recupero funzionale e gestione del complesso immobiliare ex PVQ Madonnetta. (LINK)
  • determina 2026 di Risorse per Roma: dopo il bando deserto, si torna alla fase DOCFAP e messa in sicurezza dell’intero compendio, affidata ad Acta S.r.l. per 50.000 euro oltre IVA. (LINK)

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PUA: QUANDO L’AMMINISTRAZIONE TEME IL CONFRONTO. IL CASO DEGLI EMENDAMENTI “NON ATTINENTI”

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260612_162141_0000Analisi critica LabUr sull’esclusione degli emendamenti al PUA di Roma. Dibattito su mobilità, sostenibilità e procedure amministrative sul litorale romano.”

Il Direttore Rigenerazione del Litorale respinge emendamenti sulla mobilità definendoli ‘non attinenti’. Ecco perché il mare di Roma rischia di essere gestito come un’area di risulta anziché come un bene comune.

 

La decisione da parte del Direttore Rigenerazione Litorale, Carlo Mazzei, di non ammettere alla discussione in Assemblea Capitolina tre emendamenti al Piano di Utilizzazione degli Arenili (P.U.A.) perché “non attinenti” al Piano, merita una riflessione pubblica. È lo stile LabUr.

 

Un P.U.A. che l’Amministrazione definisce “sistemico”


La Relazione Tecnica d’Ufficio (Prot. QF/2026/0014156 del 7 maggio 2026) non presenta il P.U.A. come un mero atto di gestione delle concessioni. Al contrario, il documento descrive il Piano come uno strumento destinato a produrre rilevanti effetti territoriali, funzionali e concessori. La stessa Relazione richiama esplicitamente:

  •  Il coordinamento con il PUMS;
  •  Il progetto Parco del Mare;
  • Le ripercussioni sul sistema infrastrutturale;
  • La coerenza con le trasformazioni in corso sul litorale;
  • L’introduzione di assetti organizzativi tramite UMI e ACM.

Non è un semplice regolamento, ma uno strumento che l’Amministrazione definisce come parte di una strategia di trasformazione del waterfront romano.
Lo abbiamo spiegato dettagliatamente in questo articolo (LINK).

 

Gli emendamenti esclusi


In questo quadro, LabUr aveva predisposto tre emendamenti, fatti propri e poi presentati dal consigliere capitolino Yuri Trombetti, durante la Commissione congiunta Patrimonio e Urbanistica, che riguardavano:

1. Mobilità e accessibilità (Capocotta/Castelporziano): la Relazione richiama il PUMS, ma non analizza i flussi stagionali nelle aree più fragili. L’emendamento mirava a colmare questa lacuna.

2. Approfondimenti tecnico-trasportistici: poiché la Relazione stessa cita la necessità di valutare la “capacità di carico” del sistema infrastrutturale, l’emendamento chiedeva di rendere esplicita tale valutazione.

3. Sostenibilità del transitorio: il PUA introduce nuove regole in una fase in cui la verifica della legittimità edilizia è ancora in corso. L’emendamento chiedeva di affrontare gli effetti amministrativi, patrimoniali e i rischi di contenzioso di questa fase.

La decisione di escludere gli emendamenti appare ancora più arbitraria se si considera che la loro pertinenza non era mai stata messa in dubbio durante la Commissione congiunta Patrimonio e Urbanistica. In quella sede, alla presenza dello stesso Mazzei, le questioni erano state esposte dettagliatamente, ricevendo anzi un rilievo che non aveva suscitato alcuna censura. È singolare, e politicamente eloquente, che un dirigente trovi l’improcedibilità di un emendamento solo dopo che questo è stato formalizzato, quando avrebbe avuto il dovere istituzionale di sollevare ogni obiezione in sede di dibattito pubblico.

Ma se parte della burocrazia si trincera dietro la ‘non attinenza’, l’altra preferisce il disprezzo. È emblematico che, di fronte a un confronto serio sul futuro del litorale, ci sia stato chi addirittura si è espresso con un eloquente quanto volgare ‘che rottura de cojoni’ senza essere stigmatizzato.
Se c’è qualcosa che andrebbe emendato – anzi, rimosso – dal dibattito pubblico, è proprio questa incapacità di gestire il confronto, preferendo il fastidio alla discussione di merito.

 

La questione aperta: chi decide cosa è democratico?


Il punto non è la condivisione del merito, ma la procedura. Se il P.U.A. richiama infrastrutture, mobilità e trasformazioni territoriali, per quale motivo emendamenti che riguardano proprio tali aspetti vengono considerati “non attinenti”?

La motivazione dell’Amministrazione appare più un esercizio di contorsionismo burocratico che un parere tecnico. Il rischio è che il P.U.A. finisca per ridisegnare il litorale senza affrontare compiutamente gli effetti concreti che tale assetto produrrà sul territorio.
Squalificare come “non attinenti” emendamenti che toccano il cuore della sostenibilità non è una manovra tecnica, ma un atto di esclusione politica. Si vuole consegnare al Litorale un Piano “blindato”, privo di correttivi, che lasci intatte le discrezionalità e le opacità del transitorio.

Chi teme il dibattito pubblico su mobilità e sostenibilità non sta gestendo un piano di valorizzazione, ma sta difendendo un protocollo di potere che non ammette correzioni. Più un Piano è ambizioso e trasformativo, maggiore dovrebbe essere lo spazio riservato alla discussione delle sue criticità.

Chi decide quali effetti del PUA possano essere discussi e quali, invece, debbano rimanere fuori dal dibattito pubblico?
È una domanda che riguarda il significato stesso della partecipazione e del confronto democratico.

 

[LINK AL DOCUMENTO COMPLETO CON I 3 EMENDAMENTI PROPOSTI]

 

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PONTE DELLA SCAFA: NEL 2026 SI VERIFICA ANCORA LA VIA DEL 2009

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260612_094021_0000Doveva vedere la luce a 20 anni di distanza dai primi elaborati preliminari (LINK) e concludersi nel 2029. Ma nel 2026 si cerca ancora un parere per capire se la VIA del 2009 sia ancora valida.
Mentre la politica annuncia cantieri imminenti, gli Uffici ricostruiscono a maggio 2026 un iter molto più accidentato: progetto approvato e VIA nel 2009, chiusura delle prescrizioni archeologiche nel 2018, necessità di una nuova Conferenza dei Servizi nel 2021, esito negativo nel 2022 (come avevamo ampiamente denunciato, v. LINK), revisione del progetto per superare i dissensi e adeguamento normativo nel 2023, aggiornamento completo del progetto e nuova Conferenza nel 2024, chiusura positiva soltanto nell’ottobre 2024 (LINK), annuncio avvio lavori nel 2025.
Ma, incredibilmente, a maggio 2026 emerge una Non Conformità sulla validità o efficacia della VIA.

 

Il Ponte della Scafa è una di quelle opere che sembrano destinate a vivere più nei comunicati stampa che nella realtà. Atteso da decenni, annunciato da amministrazioni di ogni colore politico, rilanciato come infrastruttura strategica per alleggerire il traffico tra Roma e Fiumicino, il nuovo collegamento avrebbe dovuto rappresentare una delle opere simbolo del Giubileo. Per tutto il 2025 i cittadini hanno ascoltato dichiarazioni rassicuranti. L’Assessora ai Lavori Pubblici di Roma Capitale, Ornella Segnalini, parlava di avvio dei lavori tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, con cronoprogrammi definiti e prospettive ormai prossime alla realizzazione. Il messaggio era chiaro: il Ponte della Scafa era finalmente uscito dal limbo delle promesse.
Poi arrivano gli atti e raccontano una storia diversa. L’8 maggio 2026 (Det. Prot. 14936) Risorse per Roma approva una determina che meriterebbe ben altra attenzione pubblica. Nel documento si scopre che il soggetto incaricato della verifica del progetto definitivo, composto da Bureau Veritas, Conteco e Rina, ha sollevato una “Non Conformità” riguardante l’efficacia della Valutazione di Impatto Ambientale rilasciata nel 2009 e successivamente confermata nel 2018.
Non si tratta di un dettaglio e nemmeno di una correzione formale, ma di uno degli elementi fondamentali che consentono all’opera di procedere.

Com’è possibile che nel 2026, a diciassette anni dal rilascio della VIA e dopo anni di annunci, ci si ritrovi improvvisamente a interrogarsi sulla sua validità?
Ancora più sorprendente è la soluzione adottata. Il Dipartimento Infrastrutture non si rivolge all’Avvocatura Capitolina per ottenere un parere, ma affida l’approfondimento a Risorse per Roma che, a sua volta, dichiara di non possedere al proprio interno le competenze necessarie e incarica uno studio legale esterno specializzato in diritto amministrativo. Se la questione era così delicata da richiedere il coinvolgimento di uno studio esterno, significa che non si trattava affatto di una questione secondaria. Incomprensibile dunque che nessuno ne abbia mai parlato pubblicamente mentre si continuavano ad annunciare date di apertura dei cantieri.
Così,  il 10 marzo 2026 viene pubblicato un affidamento diretto (LINK) per un “incarico di supporto giuridico” avente ad oggetto la valutazione della vigenza della Valutazione di Impatto Ambientale rilasciata il 18 giugno 2009. Non una consulenza generica sul progetto, ma un approfondimento specifico su uno dei presupposti autorizzativi fondamentali dell’opera.
Come si concilia questa verifica, avviata nel 2026, con una narrazione pubblica che già nel 2025 collocava l’apertura dei cantieri tra la fine dell’anno e l’inizio del 2026 e con il fatto che ad ottobre 2024 la Conferenza dei Servizi si fosse chiusa positamente?

Per anni la comunicazione istituzionale ha raccontato il Ponte della Scafa come un’opera ormai in dirittura d’arrivo. Quando però emerge un ostacolo, che riguarda la tenuta stessa del procedimento autorizzativo, il silenzio diventa assoluto. Nessuna conferenza stampa. Nessuna nota informativa. Nessuna spiegazione ai cittadini. Le amministrazioni sono sempre molto brave a comunicare le inaugurazioni future, molto meno a spiegare gli ostacoli presenti. Eppure la trasparenza dovrebbe funzionare esattamente al contrario. Se un verificatore indipendente individua una criticità tale da richiedere un parere legale specialistico, i cittadini hanno il diritto di sapere cosa sta accadendo e quali conseguenze ciò possa avere sul cronoprogramma dell’opera.

Infine, c’è una questione che nessuno sembra voler affrontare apertamente: quella del finanziamento. Il Ponte della Scafa rientra tra gli interventi strategici collegati al Giubileo e beneficia di risorse pubbliche rilevanti. Ogni ritardo accumulato nella fase autorizzativa aumenta il rischio di slittamenti, aggiornamenti dei costi, rimodulazioni finanziarie e possibili tensioni sui tempi previsti dai programmi di finanziamento. È vero che molte opere giubilari hanno ottenuto proroghe, ma non è un motivo per ignorare il problema.
La sensazione è che esistano due realtà parallele. Da una parte quella dei comunicati, delle presentazioni pubbliche e delle promesse di imminente avvio dei lavori. Dall’altra quella degli atti amministrativi, dove si scopre che nel maggio 2026 era ancora necessario verificare la validità di una VIA rilasciata diciassette anni prima.
I cittadini vengono informati tramite la stampa sulle promesse ma non sui problemi, sulle date annunciate ma non sugli ostacoli reali, sui rendering ma non sulle non conformità. Eppure è proprio nei documenti amministrativi, non nei comunicati, che si trova la verità sullo stato delle opere pubbliche.
Forse il problema non è che il Ponte della Scafa abbia incontrato ostacoli, di cui abbiamo ampiamente parlato nel corso di questi anni (LINK). Quasi tutte le grandi opere li incontrano. Il problema è che gli ostacoli compaiono negli atti amministrativi anni prima di comparire nel racconto pubblico.

 

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