LA FILIERA NASCOSTA DEL VERDE A ROMA

Nero Oro Gala Invito_20260309_105117_0000A Roma la manutenzione del verde produce decine di migliaia di tonnellate di biomassa vegetale ogni anno. Per legge sfalci e potature sono rifiuti urbani biodegradabili e devono seguire una filiera tracciata: raccolta, trasporto, impianto autorizzato, ma nei capitolati del verde pubblico spesso il costo reale di smaltimento non viene nemmeno stimato. Quando quantità, impianti e costi non sono chiaramente indicati negli appalti, si crea inevitabilmente una pericolosa zona grigia amministrativa a rischio infiltrazione criminale. 


Sulla gestione amministrativa della biomassa vegetale nei lavori pubblici esiste ancora molta confusione. Si tratta di un settore frammentato, attraversato da zone grigie e opacità, anche perché diversi sistemi normativi – europei e nazionali – governano contemporaneamente lo stesso oggetto.
Nonostante l’entità dei flussi materiali e la rilevanza economica del settore, questo sistema nel suo insieme è raramente oggetto di analisi integrata. Eppure la biomassa vegetale rappresenta un osservatorio privilegiato per leggere la c.d. governance urbana del verde a Roma, perché si colloca all’incrocio tra diverse politiche pubbliche:

  • gestione dei rifiuti
  • gestione del verde urbano
  • appalti pubblici
  • gestione delle aree naturali
  • politiche di economia circolare.

Roma produce ogni anno decine di migliaia di tonnellate di biomassa vegetale, provenienti da:

  • potature delle alberature stradali
  • manutenzione di parchi e giardini pubblici
  • gestione delle pinete costiere
  • interventi nelle aree naturali e forestali.

Questa biomassa attraversa una filiera amministrativa complessa che coinvolge:

  • appalti pubblici
  • imprese del verde
  • sistemi di trasporto
  • impianti di recupero o trattamento.

Quando ambiti di policy diversi operano sullo stesso materiale, il sistema tende inevitabilmente a diventare frammentato e opaco, con competenze distribuite tra uffici, normative e livelli amministrativi differenti.


COME FUNZIONA LA FILIERA DEL VERDE

1. Sfalci e potature sono rifiuti urbani

Negli ultimi anni si è consolidata una posizione normativa piuttosto chiara, sia a livello europeo sia nella legislazione italiana: gli sfalci e le potature derivanti dalla manutenzione del verde pubblico e privato devono essere considerati rifiuti urbani biodegradabiliNon sono quindi automaticamente classificabili come sottoprodotti o biomassa riutilizzabile.

Questa interpretazione deriva da due passaggi principali:

  • l’interpretazione della direttiva europea sui rifiuti 2008/98/CE
  • l’aggiornamento della normativa italiana con il Decreto Ambiente 153/2024, convertito nella legge 191/2024.

La Commissione europea ha chiarito che i residui della manutenzione del verde non derivano da un processo produttivo vero e proprio e quindi non possono essere qualificati come sottoprodotti ai sensi dell’art.184-bis del Testo Unico AmbientaleNella maggior parte dei casi devono quindi essere gestiti all’interno della filiera dei rifiuti.

2. Il dibattito europeo

Il tema è diventato oggetto di discussione anche a livello politico europeo. Un esempio è l’interrogazione parlamentare P-004292/2025, presentata al Parlamento europeo sulla gestione dei rifiuti biodegradabili provenienti dalla manutenzione di parchi e giardini.
La questione sollevata riguarda tre aspetti principali:

  • chiarire il regime giuridico di questi materiali
  • evitare che vengano esclusi impropriamente dalla disciplina sui rifiuti
  • garantire una filiera trasparente di recupero (compost, biomassa, biogas).

3. Le conseguenze operative

Questo cambiamento interpretativo produce effetti concreti nella gestione del verde urbano. Le imprese che effettuano manutenzione del verde devono trattare sfalci e potature come rifiuti a tutti gli effetti, applicando la normativa del Testo Unico Ambientale. Ciò comporta:

  • trasporto autorizzato
  • tracciabilità dei materiali
  • conferimento in impianti autorizzati.

In molti casi è inoltre necessario l’inserimento nell’Albo Gestori Ambientali, in particolare nella categoria 2-bis per il trasporto dei rifiuti prodotti dalla propria attività.
Gli sfalci e le potature possono essere conferiti anche ai centri di raccolta comunali, ma solo entro limiti quantitativi stabiliti dai regolamenti locali. L’inquadramento come rifiuti urbani comporta inoltre un aumento dei costi di gestione, perché diventano necessari raccolta, trasporto e trattamento in impianti autorizzati. Questo ha un impatto diretto sui contratti di manutenzione del verde e sugli appalti pubblici.
Allo stesso tempo, il fatto che sfalci e potature siano rifiuti non impedisce il recupero del materiale. La normativa europea punta anzi a favorire filiere di valorizzazione come:

  • compostaggio
  • recupero energetico da biomassa.

Infine, la classificazione come rifiuti dovrebbe rafforzare i controlli ambientali, riducendo pratiche problematiche come l’abbandono dei residui vegetali, la combustione illegale o lo smaltimento non tracciato.

4. Cosa significa per un Comune

Tradotto nella pratica amministrativa, il principio è semplice: la manutenzione del verde produce rifiuti urbaniNei contratti pubblici dovrebbero quindi essere esplicitati tutti i passaggi della filiera:

  • raccolta del materiale vegetale
  • trasporto
  • trattamento negli impianti autorizzati
  • destinazione finale.

Nei capitolati speciali d’appalto dovrebbe essere indicato esplicitamente che:

  • sfalci e potature sono rifiuti urbani biodegradabili
  • il codice CER/EER (di norma 20 02 01)
  • la gestione avviene ai sensi del Testo Unico Ambientale.

Di conseguenza dovrebbero essere escluse formulazioni generiche come:

  • “biomassa vegetale”
  • “materiale vegetale riutilizzabile”
  • “residui vegetali destinati a recupero”.

Per quanto riguarda trasporto e tracciabilità, il Comune dovrebbe inoltre richiedere all’impresa:

  • iscrizione all’Albo Gestori Ambientali
  • compilazione del FIR o sistema di tracciabilità rifiuti
  • indicazione dell’impianto di destinazione.

Un capitolato non può limitarsi a indicare genericamente che “il materiale vegetale sarà conferito presso impianti autorizzati”.
Dal punto di vista economico, la voce più critica è quella dello smaltimento. Nei computi dovrebbero comparire separatamente:

  • carico del materiale vegetale
  • trasporto all’impianto
  • oneri di conferimento del rifiuto verde

oppure una tariffa a tonnellataSe invece il prezzo della potatura è indicato come “tutto incluso”, significa che gli sfalci continuano a essere trattati come se non fossero rifiuti. Ed è qui che nascono molte criticità negli appalti del verde a Roma.

 

ROMA CAPITALE
Nei capitolati del verde di Roma degli ultimi anni la voce “rifiuto vegetale” viene formalmente utilizzata, ma il costo di smaltimento non viene quasi mai separato dalle lavorazioniQuesto produce una conseguenza rilevante: l’impresa è costretta a scaricare il costo dei rifiuti sul prezzo della lavorazione oppure a cercare filiere alternative non sempre controllabili. È uno dei motivi per cui i prezzi delle potature a Roma stanno diventando molto alti oppure difficili da giustificare.


IL CASO DELLA PINETA DI CASTELFUSANO
Nel caso dell’accordo quadro relativo alla Pineta di Castel Fusano emerge chiaramente questa contraddizione. Nel computo metrico lo smaltimento è incorporato nella lavorazione con la formula “raccolta e trasporto del materiale di risulta a pubblica discarica compreso l’onere per lo smaltimento”.
Non esiste:

  • una voce separata di gestione rifiuti
  • una quantificazione a tonnellata
  • l’indicazione del codice EER 20 02 01
  • l’indicazione dell’impianto di destinazione.

Il prezzo è costruito come lavoro forestale, non come gestione rifiuti. Le lavorazioni previste (decespugliamento, trinciatura, spalcature, piantumazioni, irrigazione, cure colturali) sono infatti tipiche lavorazioni silviculturali, dove il materiale vegetale è considerato residuo di lavorazione, non rifiuto urbano con filiera di trattamento.
Anche il quadro economico lo conferma. Nei circa 759 mila euro di lavori non compare alcuna voce dedicata alla gestione dei rifiuti verdi. Il costo del rifiuto è quindi implicitamente incorporato nelle lavorazioni.

La zona grigia dell’appalto
Nel computo metrico, ad esempio nella lavorazione di spalcatura, l’intervento comprende: “raccolta e trasporto del materiale di risulta a pubblica discarica compreso l’onere per lo smaltimento”. Questa formulazione sposta di fatto il rischio economico sull’impresa. Il progetto infatti non quantifica:

  • il volume o peso del materiale vegetale
  • il costo unitario di conferimento
  • la tipologia di impianto
  • la distanza di trasporto
  • il codice rifiuto.

Il prezzo della lavorazione viene quindi determinato senza conoscere il costo reale dello smaltimentoEd è qui che nasce la zona grigia.

IL SISTEMA NON REGGE
Se l’impresa gestisce davvero il materiale come rifiuto urbano, il prezzo della lavorazione diventa spesso troppo basso. Se invece il materiale segue filiere alternative – trinciatura in loco, riuso come pacciamatura, recupero come biomassa – il prezzo torna sostenibile. Il problema è che queste soluzioni non sono quasi mai esplicitate nei capitolati, che si limitano a indicare genericamente il “trasporto a discarica”.
Ora, se osserviamo gli accordi quadro del Dipartimento Ambiente, il prezzo medio per albero è spesso tra 180 e 320 euro. Se tutto il materiale fosse trattato rigidamente come rifiuto urbano tracciato, molti di questi prezzi diventerebbero difficili da sostenere.

Prendiamo ad esempio la voce “spalcatura dei pini” (prezzo circa 246 € a pianta), con la formula “raccolta e trasporto del materiale di risulta a discarica compreso smaltimento”. Nei 246 € devono stare:

  • lavoro dell’operatore
    • mezzi e attrezzature
    • carico materiale
    • trasporto
    • smaltimento.

Fin qui tutto normale. Il problema nasce quando stimiamo il materiale vegetale prodotto. Un pino domestico adulto, anche con una spalcatura leggera, produce facilmente:

  • 80-150 kg di ramaglie
    • in alcuni casi anche 200 kg.

Facciamo una media prudente: 120 kg per pianta. Nel caso dell’accordo quadro di Castelfusano, le piante sono 37. Quindi il materiale vegetale stimato diventa 37 × 120 kg = 4.440 kg, cioè 4,4 tonnellate.
Qual è il costo reale di smaltimento? Se trattato come rifiuto verde (EER 20 02 01), il costo medio nel Lazio è, più o meno:

  • conferimento impianto: 70-120 €/ton
    • trasporto: 30-60 €/ton.

Totale medio realistico: 100-180 €/tonnellata. Usiamo una stima moderata: 120 €/ton.
Smaltire 4,4 tonnellate costa quindi circa: 4,4 × 120 € = 528 €.
Sembrerebbe sostenibile. Ma il problema è la struttura dei prezzi delle altre lavorazioni. Prendiamo il decespugliamento a mano su terreno infestato: circa 2.847 € per ettaro. 1 ettaro di macchia o infestanti può produrre tranquillamente dalle 10 alle 20 tonnellate di materiale vegetale. Prendiamo una stima bassa: 12 tonnellate. Smaltimento reale: 12 t × 120 € = 1.440 €. Quindi solo il conferimento dei residui vegetali mangia metà della lavorazione. E dentro i restanti 1.400 € dovrebbero starci i costi di:

  • operatori
    • macchine
    • carburante
    • sicurezza
    • utile d’impresa.

Il prezzo diventa economicamente plausibile solo se il materiale vegetale non viene trattato davvero come rifiuto. Ed è qui che nasce la zona grigia di quasi tutti gli appalti del verde.

Negli appalti pubblici la stazione appaltante ha l’obbligo di determinare prezzi realistici e congrui rispetto ai costi di esecuzione del lavoro. Quando il costo di smaltimento non viene stimato, si crea uno squilibrio strutturale del prezzo di gara. E siccome la normativa sui rifiuti è una norma imperativa, l’impresa deve comunque rispettarla. Il risultato è dunque un paradosso: o lavora in perdita oppure adotta modalità operative diverse da quelle ipotizzate nel capitolato.


CHI CONTROLLA LA FILIERA
In teoria la catena di controllo è chiara. Quando il materiale vegetale è classificato come rifiuto (EER 20 02 01), la filiera dovrebbe prevedere:

  • impresa iscritta all’Albo Gestori Ambientali
  • trasporto con formulario
  • conferimento in impianto autorizzato
  • registri ambientali verificabili da ARPA e autorità di controllo.

Nella pratica del verde urbano romano, però, il materiale vegetale non sempre entra realmente nella filiera dei rifiuti.
Può essere:

  • trinciato e riutilizzato in loco
  • destinato a filiere di biomassa
  • utilizzato come materiale agronomico.

In questi casi la tracciabilità diventa difficile. Formalmente il controllo è distribuito tra:

  • Direzione lavori
  • RUP e Dipartimento Ambiente
  • ARPA Lazio
  • Carabinieri Forestali.

Ma nella pratica il controllo dipende da un fattore decisivo: quanta biomassa esce davvero dal cantiereSe il materiale viene lasciato sul posto, la filiera si chiude all’interno del cantiere stesso. Se invece viene trasportato, dovrebbe entrare nella filiera rifiuti e quindi essere tracciato. Solo che quasi sempre nei progetti non viene mai stimata la quantità reale di biomassa prodotta.


LEGALITÀ E VULNERABILITÀ DELLA FILIERA
La trasparenza della filiera della biomassa vegetale non è solo una questione ambientale o economica. È anche una questione di legalità.
I servizi legati alla manutenzione del verde e alla gestione dei rifiuti vegetali presentano caratteristiche che, secondo numerose analisi istituzionali sul rischio di infiltrazioni nei servizi pubblici locali, li rendono potenzialmente vulnerabili: elevato uso di subappalti, costi di smaltimento difficili da stimare a priori, movimentazione di materiali di cui non sempre è tracciata con precisione la quantità. In contesti urbani complessi, quando la filiera non è definita in modo chiaro nei capitolati (quantità di biomassa prodotta, impianti di destinazione, costi di conferimento e sistemi di tracciabilità) si crea uno spazio di intermediazione poco controllato.
Non è un caso che il settore dei servizi ambientali e della gestione del verde sia stato citato in diverse indagini giudiziarie come uno dei comparti più esposti al rischio di infiltrazione criminale e il Municipio X lo ha pagato sulla sua pelle nel 2015. Rendere esplicita e tracciabile la gestione della biomassa vegetale nei lavori pubblici non è soltanto una questione tecnica, ma una condizione necessaria per garantire controllo amministrativo, correttezza economica e tutela della legalità.

(FINE PRIMA PARTE)

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OSTIA, IL GRANDE SILENZIO SULLE SPIAGGE LIBERE

OSTIA, SPIAGGE LIBERE: IL RITORNO DEI CHIOSCHI

IMG-20260308-WA0020Riassegnazioni senza gara, gazebo senza autorizzazioni e chioschi smontati in ritardo: cosa il Comune sta consentendo

Il 6 marzo 2026, presso il Municipio X di Roma, si è riunita la Commissione Capitolina Patrimonio per fare il punto sulla prossima stagione balneare. Un incontro che avrebbe dovuto chiarire molti nodi sulla gestione del litorale. E invece no.

Su un tema cruciale – le spiagge libere di Ostia – è calato un silenzio imbarazzante. Proviamo allora a capire cosa sta realmente accadendo e perché la situazione solleva seri dubbi di legittimità amministrativa.

Il vero problema del mare di Ostia

Quando si parla di litorale romano si pensa subito a Castelporziano, Capocotta o agli stabilimenti balneari. In realtà il nodo più delicato riguarda le spiagge libere. È lì che si è consumato il caos della stagione balneare 2025, ed è lì che oggi si rischia di ripetere gli stessi errori.

Le aree in questione sono spiagge libere con servizi (SLS), cioè tratti di demanio marittimo che il Comune assegna a operatori privati per garantire alcuni servizi essenziali ai bagnanti. Ma il sistema utilizzato dal Comune di Roma è tutt’altro che lineare.

Il bando 2025: un modello giuridico confuso

Il bando del 2025 ha utilizzato due strumenti giuridici diversi contemporaneamente.

Concessione demaniale marittima: consente al concessionario di utilizzare una piccola area della spiaggia pagando un canone annuale di circa 3.200 euro.

Convenzione di gestione: affida allo stesso soggetto la gestione di alcuni servizi pubblici sulla spiaggia libera (pulizia dell’arenile, assistenza ai bagnanti, manutenzione, servizi igienici)

Il risultato è un sistema ibrido: una piccola area in concessione per chioschi e servizi, una grande area in convenzione che resta formalmente spiaggia libera.

In teoria il concessionario dovrebbe solo gestire servizi per conto del Comune. In pratica però può: noleggiare lettini e ombrelloni, vendere cibo e bevande, organizzare attività turistiche.

In altre parole sfrutta economicamente l’intera spiaggia pur gestendo formalmente solo una piccola parte. Il dubbio è evidente: si tratta davvero di gestione di servizi o di concessione economica del demanio mascherata?

Un problema già visto: il precedente dei chioschi

Questa situazione non è nuova. Dieci anni fa il Comune fu costretto a demolire i chioschi sul litorale non ritenuti regolari. La vicenda poi sfociò nelle sentenze della Corte dei Conti del 2019 e del 2021, con responsabilità contestate a funzionari pubblici per: mancata imposizione di canoni adeguati, violazione delle regole sulle concessioni demaniali e conseguente danno erariale. Oggi, però, sembra che si stia tornando esattamente allo stesso modello nel silenzio di tutti.

La riassegnazione: una proroga mascherata

Il 26 gennaio 2026 il Comune di Roma ha adottato una Determinazione Dirigenziale con cui ha riassegnato le concessioni delle spiagge libere agli stessi concessionari del 2025. Formalmente non si parla di proroga. Il termine utilizzato (diremo: inventato) è “riassegnazione” che non esiste in materia di concessioni demaniali.

Nella sostanza cambia poco. Le spiagge sono state affidate: agli stessi operatori, alle stesse condizioni e senza una nuova gara pubblica. Questo meccanismo entra in rotta di collisione con i principi stabiliti dal diritto europeo, secondo cui le concessioni su beni pubblici devono essere assegnate tramite procedure trasparenti e competitive, senza vantaggi per il concessionario uscente.

Il Comune ha invece inserito nel bando del 2025 una clausola che ‘consente’ la riassegnazione allo stesso operatore. Una scelta che di fatto deroga ai principi europei sulla concorrenza.

Una riassegnazione nata su richiesta dei concessionari

Il dato più sorprendente è un altro. La riassegnazione non nasce da una nuova programmazione del Comune. È stata attivata su richiesta degli stessi concessionari. Gli operatori hanno inviato una PEC il 21 gennaio 2026 chiedendo di ottenere nuovamente le spiagge. Il Comune ha firmato la determina cinque giorni dopo, il 26 gennaio.

In meno di una settimana si è concluso l’intero procedimento senza una nuova gara, una verifica di mercato, una valutazione di altri operatori interessati. Altro che concorrenza!

La falsa rimozione delle strutture

La determina giustifica la riassegnazione sostenendo che le strutture sono state rimosse a fine stagione e che dunque non ci sono state violazioni contrattuali da parte degli operatori  Un video però testimonia che non è andata così.

Infatti in diversi casi i chioschi non sono stati smontati nei tempi previsti ed è stato necessario l’intervento della Capitaneria di Porto. In altri, proprio non sono stati mai montati. Una circostanza che mette seriamente in discussione la motivazione dell’atto.

Un problema che parte dal bando 2025

La riassegnazione del 2026 non è un problema isolato. Deriva direttamente da una clausola contenuta nel bando del 2025. Questo significa che il concessionario, già al momento della gara, sapeva di poter ottenere una seconda stagione senza nuova competizione. Di fatto la gara era formalmente annuale ma sostanzialmente biennale. Questa osservazione, qualora fosse confermata dalle autorità giudiziarie preposte a cui ci rivolgeremo porterebbe a conseguenze pesanti. Infatti potrebbe essere messo in discussione l’intero bando del 2025 e le assegnazioni.

Se la spiaggia diventa una concessione di servizi

La questione si complica ulteriormente se il rapporto gestore/Comune viene interpretato non come concessione demaniale ma come convenzione di servizi su bene pubblico. In questo caso la riassegnazione senza gara diventa ancora più problematica perché nei servizi pubblici la legge è ancora più severa contro proroghe e rinnovi senza procedure competitive.

I problemi urbanistici e paesaggistici

La stagione balneare 2025 ha evidenziato anche altre criticità mai risolte.

Manufatti permanenti: alcune spiagge presentano strutture in muratura già esistenti, come p.es. bagni permanenti. Questo contrasta con la definizione delle spiagge libere con servizi, che prevede solo strutture temporanee e removibili.

Il vincolo paesaggistico ignorato: le spiagge interessate dal bando sono sottoposte a vincolo paesaggistico. In queste aree qualsiasi intervento – anche temporaneo – richiede una specifica autorizzazione paesaggistica. Lo scorso anno i chioschi non sono stati installati per mesi proprio per problemi legati a queste autorizzazioni. Nel frattempo sono stati sostituiti da gazebo. Ma quei gazebo hanno occupato stabilmente l’arenile, sono stati collegati a acqua ed elettricità e hanno svolto attività di ristorazione. Non erano dunque più semplici strutture temporanee. Erano veri e propri manufatti commerciali, anch’essi soggetti alla normativa paesaggistica. Normativa che però non risulta essere stata applicata, anzi neppure considerata.

Il nodo urbanistico: le spiagge interessate dal bando sono classificate nel Piano Regolatore come ambiti di valorizzazione D1 oppure servizi pubblici. Nel diritto urbanistico esiste un principio fondamentale: la concessione demaniale non sostituisce il titolo urbanistico. Questo significa che anche se il Comune concede l’area, l’intervento deve essere compatibile con il Piano Regolatore. Il bando invece ha autorizzato attività economiche senza alcun strumento urbanistico esecutivo, creando una possibile incompatibilità tra pianificazione urbanistica e concessione balneare.

Conclusione

Il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante. Le spiagge libere con servizi sono state: riassegnate agli stessi operatori, senza una nuova gara, sulla base di una clausola che favorisce il concessionario uscente.

A questo si aggiungono: problemi urbanistici, vincoli paesaggistici ignorati, gazebo utilizzati come chioschi, ritardi nello smontaggio delle strutture stagionali.

Tutti elementi che sollevano seri dubbi sulla correttezza amministrativa della gestione delle spiagge libere di Ostia. Per questo motivo la vicenda sarà portata all’attenzione delle autorità giudiziarie competenti, chiedendo chiarimenti al Dipartimento Patrimonio e ai responsabili della procedura, Tommaso Antonucci e Carlo Mazzei.

Perché il mare di Ostia è un bene pubblico e la gestione dei beni pubblici dovrebbe essere trasparente, legale e nell’interesse di tutti. Dovrebbe. Attendiamo infine che parta il bando (con il solito ritardo) per le tre spiagge libere di ponente più la nuova di Aneme ‘e Core.

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VIA DI CASTELFUSANO: 280 ALBERI IN 15 GIORNI “AD OCCHIO”

Nero Oro Gala Invito_20260304_130905_0000In Commissione Ambiente viene presentato un intervento di ripiantumazione lungo Via di Castel Fusano finanziato con residui giubilari.
Ma tavole progettuali, planimetrie e autorizzazioni non si vedono: solo rendering, immagini da Google Maps e foto di vivaio. Il Regolamento del Verde prevede però un progetto tecnico e verifiche paesaggistiche.
Si può ridisegnare la pineta storica del litorale in quindici giorni?

Nella Commissione Ambiente del Municipio X del 25 febbraio è stato illustrato un intervento di ripiantumazione su Via di Castel Fusano: 280 alberature tra pini domestici, sughere e lecci. A presentare l’intervento è stato Francesco Messina, responsabile dell’Ufficio Monitoraggio e Lotta Fitosanitaria del Dipartimento Tutela Ambientale di Roma Capitale, intervenuto in Commissione per illustrare le modalità con cui si intenderebbe procedere alla nuova piantumazione. Secondo quanto dichiarato, l’intervento verrebbe realizzato utilizzando risorse residue di un appalto giubilare di 1,5 milioni di euro destinato a deceppamenti e nuove piantumazioni, per un residuo di 540 mila euro per un valore di circa 1.800 euro ad alberatura di curca 40cm di diametro e altezza 4 metri.

Durante l’esposizione è stato spiegato che le nuove alberature verrebbero collocate:

“dove c’era spazio”

“in base alle aree libere e all’esposizione”

con pini distanziati fino a 50 metri, alternati a lecci (semiombra) e sughere (pieno sole).

Non sono state mostrate tavole progettuali, planimetrie o sezioni tecniche dell’intervento. In Commissione sono stati invece proiettati, nella moda del momento, rendering illustrativi, immagini tratte da Google Maps e fotografie di alberature scattate all’interno di un vivaio, senza indicazioni progettuali relative alla collocazione delle piante lungo il viale.

Questo intervento nasce, per bontà capitolina, dopo l’incidente occorso il 17 febbraio, quando un grande ramo è caduto su Via di Castel Fusano. Nel giro di 15 giorni si è arrivati alla presentazione in Commissione di un piano di ripiantumazione e addirittura all’annuncio dell’apertura del cantiere il 9 marzo, meteo permettendo.

Un tempo di intervento da stato di emergenza, per di più su alberature stradali in area naturale protetta. Incredibile, perché alcune cose, semplicemente, non si fanno in quindici giorni:

• in 15 giorni NON si prepara un progetto

• in 15 giorni NON si fanno perizie di stabilità

• in 15 giorni NON si ottiene una autorizzazione paesaggistica

• in 15 giorni NON si approva una variante sul ribasso

• in 15 giorni NON si programma un cantiere in Riserva Naturale

Via di Castel Fusano, lo ricordiamo, ricade all’interno del sistema ambientale della Pineta di Castel Fusano, riconosciuto dal Piano Regolatore Generale di Roma come parte del paesaggio naturale e storico del litorale. Questo pone una questione evidente: se e in che modo l’intervento sia stato verificato rispetto alle previsioni del Regolamento del Verde, che richiede che gli interventi sulle alberature pubbliche siano supportati da una progettazione tecnica e da una valutazione coerente con il contesto ambientale e paesaggistico.

E non basta dire: “sono 30 anni che sto al Dipartimento Ambiente”.

Il Regolamento del Verde di Roma Capitale prevede che gli interventi sulle alberature stradali siano supportati da un progetto tecnico completo e coerente con il contesto paesaggistico, con indicazione delle specie, delle distanze di impianto e delle modalità di inserimento nel sistema del verde urbano. Invece, l’intervento presentato da Messina non risulterebbe conforme al Regolamento del Verde, perché violerebbe tre articoli fondamentali:

1. Violazione dell’art. 21 – Progettazione delle alberature stradali

Il Regolamento impone che ogni intervento di alberatura su strada sia preceduto da un progetto tecnico completo:

sezioni

sotto-servizi

distanze

condizioni pedologiche

ingombri dell’apparato radicale

e che rispetti criteri uniformi e verificabili.

Messina invece afferma in Commissione che:

• “abbiamo messo dove c’era spazio”

• “abbiamo scelto alberature in base alle aree libere e all’esposizione”

Il metro è l’occhio?

2. Violazione dell’art. 40 – Autorizzazioni obbligatorie

Qualsiasi intervento su alberature pubbliche, a maggior ragione in una Riserva Naturale, richiede:

un atto autorizzativo

una motivazione tecnica

una relazione botanico-forestale

un parere vincolante perché in area tutelata

Messina invece dichiara:

• “abbiamo trovato i soldi nel ribasso”

• “abbiamo visto dove c’era spazio e deciso di mettere gli alberi”

Con quale autorizzazione paesaggistica (obbligatoria in Riserva)?

Con quale relazione forestale?

Con quale relazione fitostatica sugli alberi abbattuti?

Con quale motivazione delle scelte di specie?

Con quale atto autorizzativo di piantumazione?

 

3. Violazione dell’art. 41 – Sostituzione degli alberi abbattuti

Il Regolamento è chiaro: “Gli alberi abbattuti devono essere sostituiti entro un anno con criteri coerenti con il contesto paesaggistico e con specie idonee.”

Il Dipartimento non sta operando un atto di bontà perché non ha sostituito gli oltre 400 alberi abbattuti dal 2023, ma solo 280. E non li sostituisce uno a uno con la stessa specie, come richiede la tutela del paesaggio costiero, né ripristina coerentemente la matrice ecologica della pineta. Alterna invece tre tipologie di alberature, per loro stessa ammissione, per non scontentare nessuno. Quindi il criterio di scelta è il consenso politico camuffato da scelta tecnica?

Affermare che “non bisognerebbe ripiantare più il pino perché la Tumayella è ancora attiva e non c’è controllo fitosanitario sulle aree private limitrofe” è una contraddizione in termini con la scelta fatta e contraddice, peraltro, la normativa del paesaggio per le pinete costiere. Il paesaggio di Castel Fusano è tutelato come Pineta Mediterranea, non come bosco misto di lecci e sughere.

La cosa più grave è che queste Commissioni non hanno quasi mai interlocutori qualificati che si rendano conto che il Dipartimento Ambiente sta di fatto operando una riconversione ecologica del paesaggio senza dichiararla, dopo aver fallito la gestione della Pineta in un’area protetta.

Messina, per altro, è RUP solo per un progetto PON concluso nel 2022. Dal 2023 in poi non risultano atti su Castel Fusano che lo indichino come RUP e tutti gli interventi sulla Pineta hanno RUP diversi (Clemente, Khandan, Arcioni, Vannelli, Braganti). Quello che lui presenta in Commissione come “nostro intervento” non risulta:

correlato ad alcun atto in cui lui sia RUP o progettista

ricondotto ad alcun progetto approvato per Castel Fusano

coperto da documentazione progettuale pubblicata

Tecnicamente si tratta di un intervento “cavallo di Troia” di enorme rilevanza paesaggistica, senza progetto pubblico, senza autorizzazione paesaggistica, con scelta di specie non conforme al paesaggio tutelato, criteri di piantumazione non coerenti con il Regolamento del Verde e dichiarata volontà di ridurre i pini.

Continuiamo così, ad occhio… e noi ci facciamo la croce.

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CHI SA, VEDE. PERIFERIE ROMANE, UN ROMANZO SENZA AUTORE. PILLOLE DI URBANISTICA #30

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260302_125613_0000 Negli ultimi quindici anni Roma ha smontato la periferia come tema politico unitario. La periferia non è scomparsa. È stata semplicemente parcelizzata. Divisa tra urbanistica, lavori pubblici, sociale, patrimonio, cultura, municipi, emergenze. Ognuno gestisce un pezzo, nessuno governa l’insieme. E quando tutti amministrano una parte, la responsabilità collettiva svanisce.

Un tempo il quadro era diverso. Figure come Dante Pomponi, anche sotto un sindaco tra i più narrativi come Walter Veltroni, tenevano le periferie dentro una visione unica: lettura tecnica, responsabilità politica, continuità territoriale. Le periferie erano la città, non un capitolo secondario dell’amministrazione.

Il segno più chiaro del cambiamento in queste ore è stato “l’olimpico di sabbia” all’Idroscalo di Ostia (LINK), un luogo fragile, simbolico, liminare. Una conquista che un tempo sarebbe finita su tutti i giornali. Nessun assessorato rivendica il tema, segno che l’istituzione non assume il territorio come responsabilità pubblica. La periferia non è più spazio politico. È diventata episodica.

In questo quadro, la figura di Pino Battaglia è emblematica perché incarna perfettamente il nuovo modello. Battaglia, che nasce come mediatore politico, è Assessore alle Periferie, una delega vastissima sulla carta ma quasi priva di leve strutturali mostrando plasticamente la frammentazione dell’intero sistema. Il suo assessorato coordina, monitora, comunica, ma non governa casa, spazi pubblici, mobilità minuta, vulnerabilità, manutenzione, emergenze urbane. È l’esatto contrario dell’epoca in cui Assessore era Dante Pomponi, cioè quando le periferie avevano (con tutti i limiti di essere sotto la guida di uno dei sindaci più narrativi come Walter Veltroni) una regia, una mano unica, un disegno.

La parola “periferia” oggi è stata completamente sterilizzata. Non indica più la trama sociale e geografica della città, ma un aggregato di progetti PNRR, qualche sopralluogo, alcuni sportelli. È diventata una cornice malleabile e smesso di essere un terreno di conflitto urbano. Di fatto chi governa la città non riconosce più i margini come luogo di decisione, ma come sfondo amministrativo.

La conseguenza è una Roma dove la periferia è un romanzo senza autore, dove le emergenze non hanno un referente unico, i territori fragili diventano invisibili, la stampa non trova più centri decisionali da incalzare, i municipi restano senza poteri reali, i cittadini non sanno chi è responsabile di cosa e la città smette di pensare la propria struttura come un insieme.

La periferia si è svuotata per perdita di governo e quando questo accade non c’è più una città da tenere insieme.

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L’OLIMPICO DI SABBIA

Nero Oro Gala Invito_20260301_110640_0000 Ieri all’Idroscalo è accaduto qualcosa di raro: un pezzo di città si è mosso. Non con un progetto approvato, non con una delibera, non con un piano calato dall’alto, ma con un gesto civile, semplice e radicale: due porte piantate nella sabbia.

Lo dico con gratitudine e con la precisione che devo alla storia di questo luogo: questo campo di calcio non nasce ieri. Nasce 16 anni fa, quando l’Idroscalo era considerato un relitto urbano, un posto da evitare, un nome da citare solo un giorno all’anno per ricordare la morte di Pier Paolo Pasolini e non le ferite di quel luogo, le continue promesse e il mancato riconoscimento.

Il 23 febbraio del 2010 la nostra scelta, quella di Andrea Schiavone e la mia, è stata molto semplice: rifiutare l’indifferenza, lo stesso rifiuto di cui Pasolini parlava il giorno prima di morire. Da quel rifiuto sono nate quindici anni di battaglie che non sempre si vincono né si vedono, non sempre si raccontano e quasi mai vengono celebrate, ma hanno permesso di arrivare a questo momento.

Oggi, grazie al lavoro dei mister dell’Ostia Calcio 1884, all’impegno di Franca Vannini, ai genitori dei ragazzi dell’Idroscalo, agli ex ragazzi del Parchetto, agli imprenditori, ai volontari e al giornalista Mirko Polisano, questo campo vive. Vive dove per cinquant’anni nulla è stato autorizzato a vivere.

Ringrazio chi ha donato tempo, energie, materiali e affetto. Ringrazio Massimiliano Smeriglio per aver messo il suo nome e la sua presenza dove la politica spesso non vuole entrare. Ringrazio chi ha scelto di fare un gesto senza chiedere nulla in cambio. Sono tutte queste persone a custodire il senso più profondo della città pubblica. Perché la città, noi non ce lo dimentichiamo mai, è un bene comune che diventa tale solo quando riconosce tutti e non solo chi ha voce, risorse o rappresentanza. Quando lo Stato arretra, ricordiamoci di piantare due porte per calciare abbandono e speculazione.

La periferia, che ormai ha assunto solo una significato negativo, rimane la più importante scuola a cielo aperto, un luogo che parla prima della politica, custode di una pedagogia fatta di relazioni, corpo, cura, presenza. Questo campo di calcio all’Idroscalo è esattamente questo: un pezzo di città pubblica restituito, strappato al colpevole silenzio. Questo campo, tecnicamente chiamato informale, è urbanistica, politica ed educazione civile in purezza. Non nasce da un piano, ma da una comunità.
Piantare due porte nella sabbia come atto di rivendicazione del diritti all’abitare un luogo, all’infrastrutture, alla sicurezza idraulica, agli spazi pubblici, alla mobilità, ad un piano credibile e ad una responsabilità istituzionale che nessuno ha ancora avuto il coraggio di assumere.

Gli “squaletti” dell’Idroscalo di Ostia da 4 mesi corrono come se quel campo fosse l’Olimpico e in un certo senso lo è. È il primo spazio pubblico restituito alla comunità della Foce del Tevere dopo decenni. Un campo irregolare, sbilenco, imperfetto, ma vivo. Un campo che appartiene ai bambini, ai ragazzi e non alla retorica.

Il nostro grazie, come LabUr, va alla comunità per tutto quello che ci ha dato e insegnato e la nostra promessa resta quella di sempre: continuare a dire la verità su questo luogo, anche quando non conviene, anche quando stanca, anche quando il silenzio sarebbe più comodo.

Come ha detto Smeriglio ieri: “In un mondo così complicato esistono ancora persone per bene”.

Paula Filipe de Jesus

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OSTIA, L.MARE A. VESPUCCI: CDS RISCRITTO A COLPI DI VERNICE

Nero Oro Gala Invito_20260227_132911_0000 Una pista ciclabile realizzata in assenza di un progetto di mobilità integrata che presenta elementi incompatibili con la normativa vigente, sia per la sicurezza sia per la funzionalità degli accessi esistenti. La sua collocazione è stata fatta nel punto di massima interferenza con traffico veicolare, mezzi AMA, fornitori e mezzi di soccorso e ciò contrasta con l’art. 182 CdS, secondo cui le infrastrutture ciclabili devono garantire condizioni di sicurezza adeguate.

 

Che la pista ciclabile di Levante, realizzata sul lungomare Amerigo Vespucci, presenti criticità evidenti è ormai percezione diffusa. Che non sia mai stata formalmente inaugurata (scelta che molti attribuiscono più alla prudenza che all’organizzazione) è altrettanto noto. Che la pista ciclabile abbia sottratto oltre 200 posti auto sul Lungomare A. Vespucci finalmente non viene più occultato nemmeno dall’Amministrazione, che ha dichiarato che parte di tali stalli verrà recuperata nell’ex area di trasbordo rifiuti AMA, prospiciente lo stabilimento balneare Ra.Lo.Ce. Tale area risulta classificata dal PRG come verde pubblico e non a parcheggio, come superficialmente viene riportato sulla stampa, nonostante presenti un cosiddetto “doppio IBU” (verde/parcheggio). L’IBU infatti ha natura ricognitiva e gestionale e dunque non modifica né sostituisce la destinazione urbanistica impressa dal PRG, né autorizza automaticamente funzioni diverse da quelle previste in origine. Vedremo se qualcuno avrà voglia di accertare la natura di questo doppio IBU, quando sia stato introdotto, con quale atto e quale valore giuridico abbia rispetto alla disciplina del PRG e alle Norme Tecniche di Attuazione. Ma soprattutto qualcuno dovrà chiarire la compatibilità con gli articoli 6 e 8 delle NTA, che regolano l’utilizzo delle aree a verde e le eventuali trasformazioni ammissibili.

Ma il tema urbanistico è solo uno dei livelli di criticità.

La soppressione dei varchi e modifica della visibilità. 
Per recuperare i posti auto soppressi lungo il lungomare si sta procedendo alla realizzazione di nuovi stalli che, di fatto, eliminano o rendono inutilizzabili i varchi di collegamento tra le due carreggiate. Tali varchi consentivano:

  • l’accesso diretto agli stabilimenti balneari,
  • l’inversione di marcia,
  • una maggiore fluidità del traffico locale.

Gli stalli sono stati tracciati sull’asfalto, ma ad oggi non risulta adottata alcuna determinazione dirigenziale della Polizia Locale (Gruppo X Mare) che ridefinisca formalmente la disciplina della circolazione.

Questo comporta che:

  • l’assetto viabilistico non è stato ufficialmente modificato,
  • la soppressione dei varchi non è stata formalizzata,
  • manca un provvedimento che legittimi la nuova organizzazione della carreggiata.

La conseguenza è evidente: anche in assenza di veicoli parcheggiati, la sola presenza della segnaletica a terra impedisce materialmente manovre (come le inversioni di marcia) che prima erano consentite.

Inquadramento normativo
Il tema non riguarda la “vernice” ma la legalità della circolazione.
Il Codice della Strada (D.Lgs. 285/1992) stabilisce principi chiari:

  • Art. 5: l’ente proprietario regola la circolazione mediante atti formali;
  • Art. 7: nei centri abitati tale regolamentazione avviene tramite ordinanza dell’autorità competente;
  • Art. 38: la segnaletica è efficace solo se apposta in conformità a un provvedimento dell’ente proprietario.

La segnaletica (verticale o orizzontale) non produce effetti se non discende da un atto amministrativo valido. È lo strumento esecutivo di una decisione e non può sostituirla.

In termini semplici:
prima si adotta l’ordinanza, poi si dipinge.
Il contrario non è previsto.

Sopprimere un varco per inversione tramite stalli non rientra nella “manutenzione”: è una modifica sostanziale della viabilità, che richiede un atto formale. Per cui siamo ad una configurazione apparente, priva di efficacia regolatoria.

Impatto sulla sicurezza e sui servizi di emergenza
La soppressione dei varchi influisce direttamente sulla mobilità dei mezzi di emergenza come ambulanze, vigili del fuoco, forze dell’ordine. La possibilità di effettuare inversioni rapide fa parte degli standard minimi di accessibilità richiesti nei contesti urbani. Eliminare tali varchi senza alternative comporta un allungamento dei percorsi obbligati.

In condizioni normali è un disagio, ma in emergenza può diventare un problema serio. E in materia di sicurezza stradale, la viabilità non è un dettaglio.

L’intervento sul lungomare Amerigo Vespucci presenta due livelli critici:

  1. Urbanistico, per la compatibilità dell’ex area AMA con il PRG e le NTA.
  2. Viabilistico-amministrativo, per la soppressione dei varchi e l’assenza di un atto formale che definisca la nuova disciplina della circolazione.

La segnaletica deve essere la rappresentazione fedele di un provvedimento preesistente.
In assenza di tale atto, la nuova configurazione della carreggiata non è una riorganizzazione, ma una vera e propria alterazione della viabilità senza copertura normativa.

La soppressione dei varchi richiede una nuova disciplina formalmente adottata ai sensi degli artt. 5, 7 e 38 del CdS. Mentre, la trasformazione dell’area a verde in parcheggio richiede la verifica della compatibilità urbanistica nel quadro del PRG e delle NTA.

Senza un atto formale, la viabilità non è stata modificata ma semplicemente stata resa più pericolosa colorando l’asfalto e confidando che nessuno chieda su quale base giuridica.

 

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PARCO DEL MARE: IN CONFERENZA DEI SERVIZI ATTI TECNICI SENZA ATTI

Nero Oro Gala Invito_20260226_115923_0000Sul progetto Parco del Mare in Conferenza dei Servizi arriverebbero nulla osta assenti di valutazioni idrauliche, geologiche e manutentive. Un modo di procedere che tradisce quanto denunciato da professionisti, associazioni e cittadini. Ostia ridotta ad un parco giochi, di cui si ignorano le fragilità. Un atto irresponsabile spacciato per rigenerazione urbana.

 

Siamo venuti a conoscenza, da fonti attendibili, del nulla osta idrogeologico rilasciato dal Dipartimento capitolino competente (Dipartimento Tutela Ambientale Area Valorizzazione del Tevere e delle aree fluviali Ufficio Promozione e Gestione Reticolo Idrografico Minore e Vincolo Idrogeologico) nell’ambito della conferenza dei servizi sul progetto “Parco del Mare” che si chiude domani, 27 febbraio.

Un documento importante, che avrebbe dovuto chiarire alcune delle criticità sollevate da LabUr.

Da quanto ci viene riferito purtroppo, non è così.

Il parere, infatti, non affronterebbe nessuno dei nodi tecnici centrali del progetto: né il tema della permeabilità, né quello dei riporti, né la gestione delle acque meteoriche, né la modellazione idraulica del fronte mare, ma soprattutto, presenterebbe una serie di elementi che lasciano perplessi chiunque conosca la materia.

Il documento, incredibilmente, non citerebbe alcun elaborato progettuale: nessun codice tavola, nessuna planimetria, nessuna relazione, nessuna data, nessuna versione.

Si limiterebbe a scrivere che la valutazione è stata fatta “sulla base della documentazione trasmessa”, senza dire quale. In un procedimento pubblico di questa importanza, è una mancanza grave perché un parere privo del riferimento agli atti non è verificabile e dunque non è trasparente.

Tutto il documento si baserebbe su dichiarazioni dei progettisti dunque il Dipartimento avrebbe abdicato ad una propria istruttoria tecnica.

Prendere per buona una dichiarazione asseverata dei progettisti del Parco del Mare, è davvero l’apoteosi dello sbando amministrativo.

Cosa avrebbero dichiarato i progettisti?

  • dove c’è il vincolo idrogeologico;
  • dove non c’è;
  • quali aree sarebbero assimilate a bosco;
  • quali lavorazioni non inciderebbero sui terreni tutelati.

In pratica, i progettisti autocertificano se stessi e l’Amministrazione recepisce.

Chiunque si occupi di suolo e rischio idrogeologico comprende bene il problema: una valutazione basata su dichiarazioni di parte non può sostituire un’istruttoria indipendente.

Per altro il parere riguarderebbe solo un frammento del progetto. Il nulla osta infatti si esprimerebbe esclusivamente sui terreni soggetti al vincolo idrogeologico ai sensi del R.D.L. 3267/1923, cioè:

  • aree boscate
  • aree assimilate a bosco
  • terreni saldi e montani

Ma il Parco del Mare è un intervento molto più ampio, che prevede:

  • rilevati artificiali,
  • nuove morfologie,
  • pavimentazioni estese,
  • ridefinizione della sezione stradale,
  • sbancamenti,
  • nuovi assetti drenanti,
  • nuova gestione delle acque meteoriche,
  • impatti sull’erosione costiera.

Su tutto questo, il parere non direbbe nulla.

Le osservazioni inviate da professionisti e associazioni negli ultimi giorni sollevavano temi precisi. In particolare LabUr aveva chiesto di avere chiarimenti su:

  • permeabilità dei suoli;
  • compatibilità idraulica dei rilevati;
  • rischio allagamenti;
  • rapporto con la falda alta;
  • stabilità dei nuovi profili del fronte mare
  • cuneo salino

Il parere non affronterebbe nulla di tutto questo perché il nulla osta del Dipartimento affermerebbe che non è lo strumento giusto per valutarle e che eventuali modifiche progettuali comporteranno una nuova valutazione cosa che avvallerebbe il fatto che il progetto non è definitivo, che il sedicente percorso partecipativo, presentato come una formalità estetica, sta avvenendo mentre il quadro progettuale è ancora in evoluzione.

È l’ennesima contraddizione di questo progetto: si chiede ai cittadini di discutere di piante e aiuole, mentre gli aspetti fondamentali del progetto non solo non sono chiusi, ma non sono stati neppure valutati integralmente.

Dunque, a 24 ore dalla chiusura della conferenza dei servizi, avremmo un nulla osta che non autorizzerebbe il progetto, non ne valuterebbe la sua compatibilità idraulica, non risponderebbe alle osservazioni e non potrebbe dunque essere usato come prova della bontà del PFTE.

In pratica direbbe solo che per quanto riguarda i terreni vincolati come bosco, sulla base delle dichiarazioni dei progettisti, l’Ufficio non rileva problemi.

Stupefacente, un intervento urbanistico complesso su un tratto di costa fragile come quello di Ostia, viene liquidato così, senza rispetto per i soldi dei contribuenti e per il territorio e le persone che lo abitano a cui viene scaricato anche il costo di errori evitabili.

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Ostia: Area Camper sul Lungomare Vespucci L’Urbanistica del disprezzo e le criticità tecniche, amministrative e politiche

foto camperIl caso della cosiddetta area camper sul Lungomare Amerigo Vespucci ad Ostia non è un dettaglio locale né l’ennesima polemica da social.
È un cortocircuito amministrativo completo, che intreccia urbanistica, patrimonio, procedure e dichiarazioni politiche contraddittorie.
È esattamente il tipo di vicenda in cui la città viene trattata non come bene comune, ma come spazio da piegare secondo convenienze del momento.

1. Il nodo urbanistico: una destinazione incompatibile

Le verifiche tecniche sono chiare:
l’area risulta classificata dal PRG come “Verde pubblico e servizi pubblici di livello locale” (art. 85 NTA).
In queste zone i parcheggi sono ammessi solo:
– nel sottosuolo
– senza trasformare la superficie in piazzale carrabile
Se questa classificazione è confermata, realizzare un parcheggio a raso significa produrre una difformità urbanistica sostanziale.
La città ha delle regole non per capriccio, ma per garantire equità e coerenza. Qui le regole non sono rispettate.

2. Assenza del documento fondamentale: il CDU storico

Il Certificato di Destinazione Urbanistica storico è il solo documento che consente di ricostruire:
– l’evoluzione delle destinazioni
– eventuali varianti
– compatibilità degli interventi
– vincoli sopravvenuti
Senza CDU storico non si può dimostrare alcuna legittimità.
La mancanza di questo atto impedisce ogni verifica oggettiva.

3. Profilo patrimoniale irrisolto

Alcune particelle coinvolte hanno una storia complessa, legata a passaggi di sdemanializzazione e cambi di proprietà. Senza un inquadramento patrimoniale completo:
– non è possibile stabilire se l’area sia realmente trasformabile,
– né se gli atti in corso poggino su una base giuridica corretta.
Una città che non conosce il suo patrimonio non governa: subisce.

4. Il paradosso funzionale

Per anni lo spazio è stato usato come area operativa/logistica, area trasbordo AMA. Oggi si parla di “area camper”.
Dunque:
– o l’uso precedente non era autorizzato,
– oppure l’attuale progetto non è coerente con gli atti originari.
In entrambi i casi emerge una discontinuità amministrativa che richiede chiarimenti formali e immediati.

5. Opere già eseguite e autorizzazioni mancanti

Sono state segnalate opere e infrastrutture già realizzate, in particolare fogne che hanno distrutto un tratto della nuova pista ciclabile.
Soni dunque state eseguite:
– senza titolo edilizio?
– o senza nulla osta degli enti gestori?
In caso affermativo si configurerebbero violazioni amministrative.
È la classica situazione in cui la realtà corre avanti e gli atti arrancano dietro.

6. Competenza istituzionale: atto non di livello municipale

La decisione assunta:
– non era di competenza municipale,
– avrebbe richiesto un passaggio in Assemblea Capitolina,
– oppure un atto di livello superiore.
Un errore di competenza rende l’atto impugnabile e mette in luce, ancora una volta, un metodo approssimativo.

7. Il caso politico: dichiarazioni che contraddicono gli atti

Il consigliere capitolino Fabrizio Santori ha costruito una protesta politica su un cartello lavori senza comprenderne minimamente il contenuto.
I lavori attuali sono di manutenzione ordinaria previsti da un appalto, con tutte le criticità tecniche già emerse e non hanno nulla a che vedere con l’area camper.
È un cortocircuito perfetto:
– la propaganda corre,
– la competenza vacilla
– l’opposizione si imbarazza da sola.
Siamo alla “cultura dell’urlo”: parlare senza conoscere, giudicare senza leggere.

8. L’unico intervento lucido quello del presidente Yuri Trombetti

In questo quadro confuso, l’unico elemento di ordine è venuto dal presidente della Commissione Patrimonio, Yuri Trombetti, che ha riportato la discussione su atti, documenti, competenze.
Un raro momento di metodo in mezzo al caos.

Di fronte a:
– incompatibilità urbanistiche
– incertezze patrimoniali
– dubbi autorizzativi
– conflitti di competenza
– comunicazione politica distorta

abbiamo assistito ad una brutta pagina di urbanistica del disprezzo: disprezzo per le regole, per il metodo, per la città e per le persone trattate come ostacolo da spostare.
L’unica strada possibile è una sola: pubblicazione integrale degli atti e verifica tecnica indipendente.
La città è un patto.
E quando questo patto si rompe, non c’è propaganda che possa aggiustarlo.

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OSTIA, AREA CAMPER: IL CARTELLO CHE SMASCHERA TUTTO

Nero Oro Gala Invito_20260222_094628_0000 Quando basta leggere un cartello per capire il cortocircuito politico – amministrativo.

 

 

Il cartello di cantiere parla chiaro. Nero su bianco. Senza interpretazioni.
L’appalto autorizza esclusivamente manutenzione ordinaria di FABBRICATI CAPITOLINI ricadenti nel territorio del Municipio Roma X adibiti a: UFFICI, MERCATI E CENTRI ANZIANI. Certo, bisogna saper leggere un cartello lavori e saper interrogare i dati relativi al ciclo di vita degli appalti messi a disposizione dall’ANAC.
Dunque l’affidamento dei lavori alla impresa edile A.F. Impianti e Costruzioni s.r.l. nell’ambito del V contratto applicativo dell’accordo quadro relativo ai lavori di manutenzione ordinaria di una particolare tipologia di fabbricati non riguarda i parcheggi. Neppure piazzali. Non aree esterne. Non interventi urbanistici.
Solo edifici.
E allora la domanda è inevitabile, diretta, pubblica: come può la stessa ditta lavorare su un parcheggio — come dichiarato dal presidente del Municipio X Mario Falconi e dall’assessore al Turismo Antonio Caliendo — se l’affidamento riguarda esclusivamente fabbricati?
Non è una questione politica. È una questione logica prima ancora che giuridica.

IL PARADOSSO ISTITUZIONALE
Qui non siamo davanti ad un dubbio interpretativo o ad una disputa tecnica. Ciò che è scritto nel titolo dell’appalto delimita ciò che è lecito eseguire. Se il cartello indica manutenzione edifici e il lavoro visibile riguarda invece un’area aperta destinata a parcheggio, esistono solo due possibilità:
– o i lavori non corrispondono all’appalto;
– o le dichiarazioni istituzionali non corrispondono alla realtà.
Entrambe le ipotesi sono gravissime.

IL FALLIMENTO DEL CONTROLLO POLITICO
Il punto più sconcertante non è l’intervento in sé. È che chi avrebbe dovuto vigilare non vede nulla.
Consiglieri che chiedono chiarimenti. Commissioni che convocano audizioni. Dichiarazioni stampa per “fare luce”.
Ma la luce era già accesa. Stava sul cartello.
Se l’opposizione scopre un problema solo quando diventa pubblico e la maggioranza lo spiega male e solo quando insegue la propaganda dell’ordine, decoro e sicurezza, significa che nessuno stava controllando prima.

TRASPARENZA FORMALE, OPACITÀ SOSTANZIALE
Sulla carta, tutto appare regolare: gara pubblicata, affidamento registrato, importi dichiarati. Formalmente impeccabile.
Sostanzialmente invece siamo in presenza di
un appalto per edifici che diventa intervento su suolo aperto, l’esempio perfetto di come la trasparenza burocratica possa convivere con l’oscurità operativa.
I documenti esistono. Il problema è che nessuno li confronta con la realtà.

IL SILENZIO SUL PATRIMONIO PUBBLICO
Come abbiamo già scritto i giorni scorsi (LINK), l’area interessata risulta catastalmente classificata come parco pubblico e storicamente coinvolta nella complessa vicenda della sdemanializzazione del litorale di levante che ha portato alla realizzazione anche del lungomare Amerigo Vespucci. Tema delicato, tecnico e decisivo. Dove è la variante di destinazione urbanistica? Dove è l’accertamento patrimoniale dell’area? Silenzio amministrativo.
Settimane di becera propaganda senza nessuna ricostruzione pubblica completa, nessuna relazione urbanistica pubblica, nessun chiarimento definitivo sulla titolarità giuridica effettiva.
Quando il patrimonio pubblico non ha una storia amministrativa trasparente, ogni intervento diventa potenzialmente illegittimo anche se formalmente autorizzato.

DIBBATITO PUBBLICO TOSSICO
Mentre le questioni vere restano senza risposta, il dibattito pubblico si infiamma su slogan contro persone fragili, camperisti, poveri e “indesiderati”, accusati di rovinare turismo e decoro.
È il solito schema: spostare l’attenzione dal problema amministrativo al bersaglio sociale, così si discute di chi dorme in un camper, non di chi autorizza un cantiere.
La povertà come ostacolo da rimuovere anziché una responsabilità collettiva.
Invece di guardare le ferite del territorio, le spostano sempre in un altrove più lontano dagli occhi, silenziandole.
La città non si misura da dove mette i poveri, ma da come si occupa di loro. Spostare fragilità ai margini non è governo. È rimozione simbolica.

LA DOMANDA CHE RESTA
Non serve un’inchiesta parlamentare. Non serve una commissione speciale. Non serve un pool di esperti. Serve solo una risposta semplice: perché un appalto per manutenzione di edifici viene associato a lavori su un parcheggio?

Finché questa domanda resterà senza risposta documentale, ogni dichiarazione politica è nulla nel caos.

CONCLUSIONE
Di fronte all’ennesima anomalia amministrativa su quell’area, prendiamo atto di come anche questa amministrazione intende la città: controlli tardivi, atti che non dialogano, responsabilità che evaporano tra un rimpallo di responsabilità e l’altro, dove la trasparenza è formale e l’opacità è sostanziale, dove la propaganda (spesso di chiaro stampo razzista e classista) prende il posto del ragionamento, che dimentica che la città è un bene comune, e come tale va trattata e che i deboli non sono un ingombro, ma la misura di ciò che siamo. E non è un bello spettacolo.

Il cartello era lì mentre tutti erano lì.
Bastava leggerlo.
Questa è Ostia. Questa è Roma.

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CHI SA, VEDE. “PARCO DEL MARE E OLIMPIADI”. PILLOLA DI URBANISTICA #29

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260221_095633_0000Parco del Mare e Olimpiadi: annunci, silenzi e realtà. Ostia non è una sede olimpica.
A 48 ore dal tavolo sul Parco del Mare, il Sindaco parla di cantieri già definiti e di una Roma “pronta” per le Olimpiadi. Ma sul mare e sulla città pesano domande ancora senza risposta.
La città si costruisce con i fatti, non con le promesse.

A 48 ore dal secondo incontro ufficiale sul Parco del Mare, mentre cittadini, associazioni e tecnici attendono ancora una risposta alle osservazioni inviate, il Sindaco rilascia al Corriere della Sera questa dichiarazione:

«Attribuiamo un’importanza strategica alla valorizzazione del mare di Roma e abbiamo progetti molto ambiziosi. Realizzeremo insieme alla Regione Lazio il Parco del Mare, che cambierà radicalmente il volto del lungomare riducendo l’asfalto, aumentando il verde, migliorando la viabilità, liberando finalmente la visuale verso il mare e valorizzando il paesaggio e la natura. I cantieri partiranno dopo l’estate e dureranno un paio d’anni, con un investimento complessivo di oltre 50 milioni di euro».

Il problema è evidente: mentre il sedicente processo partecipativo è ancora aperto, con domande e richieste formali rimaste ancora senza risposta, il progetto viene descritto come se fosse già chiuso, approvato e cantierabile. L’ennesima contraddizione che indebolisce la credibilità dell’intero percorso.

Nella stessa intervista, il Sindaco rilancia anche l’ipotesi di una candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2036 o del 2040. Ma qui la storia è chiarissima: nella candidatura ufficiale di Roma 2024, gli sport a mare come la vela non erano previsti a Ostia, bensì a Cagliari, scelta motivata dalle condizioni meteo-marine, in particolare dal vento, non adeguate agli standard olimpici sul nostro litorale.
Quanto alle discipline su percorso (maratona, ciclismo), nel 2024 non era previsto alcun evento olimpico a Ostia.
Evocare oggi il mare dentro una narrazione olimpica, quindi, non ha fondamento tecnico né storico.

C’è poi un punto più profondo, che riguarda la visione.
L’idea di connettere il Giubileo 2033 a un grande evento come le Olimpiadi non sarebbe, di per sé, irragionevole: due calendari globali potrebbero dialogare e orientare trasformazioni urbane di lungo periodo. Ma la verità è che l’occasione per essere lungimiranti è stata già sprecata. Il Giubileo 2025, che ha potuto godere dei fondi PNRR, rappresentava un banco di prova straordinario. Poteva essere il momento per ridisegnare davvero la città: mobilità sostenibile, infrastrutture, trasparenza amministrativa, governo del mare. Invece, è stata assorbita da cantieri tardivi, progetti instabili, ritardi strutturali e un uso delle risorse che non ha prodotto il salto di qualità necessario, soprattutto nel Municipio X.

È difficile parlare di Olimpiadi 2036 o 2040 senza prima ammettere che Roma non è stata messa nelle condizioni di diventare una città più efficiente, più accessibile, più equa.
E senza una città che funziona, gli eventi restano slogan di propaganda.

Roma merita processi trasparenti, risposte puntuali e una pianificazione coerente e il mare è un tema troppo serio per essere gestito a colpi di dichiarazioni. E soprattutto, nelle condizioni in cui si trova oggi, il litorale non può nemmeno essere mostrato con i droni o dall’elicottero RAI: stabilimenti distrutti dalle mareggiate, pinete aggredite dalla cocciniglia e mai curate, come tutto il Paese ha già visto durante il Giro d’Italia.

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