DOSSIER SPIAGGE – 6° PARTE LA PLURALITÀ CARTOLARE: IL CASO DE PROSPERIS

Nero Oro Gala Invito_20260424_084341_0000Dopo aver analizzato molte anomalie anomalie e singoli casi nei bandi delle spiagge (LINK),  il punto non è più “chi ha partecipato”, ma come ha funzionato il sistema delle gare. I bandi “della legalità e della concorrenza” del 2025 sulle spiagge di Roma Capitale hanno limitato gli operatori sulla base dei collegamenti societari (ex art. 2359 c.c.). Tutto ok sul piano formale, ma quando la continuità passa attraverso persone, relazioni e territorio, la regola non basta più soprattutto in presenza di pluralità cartolare.

 

Dopo anni segnati da sequestri e ombre sul litorale romano, i bandi sulle spiagge avrebbero dovuto garantire trasparenza e reale concorrenza. Ma dall’analisi delle visure camerali, delle graduatorie e degli assetti societari emerge un quadro diverso: non un vero ricambio degli operatori, ma la ricombinazione degli stessi circuiti attraverso società formalmente distinte.

È in questo schema che si inserisce il caso di Roberto De Prosperis, imprenditore attivo tra turismo, ciclo dei rifiuti e attività commerciali, da decenni presente sul territorio con esperienze pregresse, tra cui il chiosco “Punta Ovest” sul lungomare Duca degli Abruzzi, nel contesto del commissariamento di Ostia (*). È lo stesso nome che ha preso la spiaggia libera SPQR.

UNA PRESENZA SU PIÙ BANDI
Nel 2025, De Prosperis partecipa a tre procedure su cinque:

Bando n. 4788 – 31 concessioni balneari

Bando n. 5308 – 8 concessioni

Bando n. 4881 – 9 spiagge libere

dopo aver già consolidato una presenza sul litorale con l’aggiudicazione del Battistini nel 2020.

Si tratta dunque di una presenza continuativa che attraversa più gare, più società e più ambiti operativi. Vediamo perché e quali sono le falle del sistema gare.

LE FALLE DEL SISTEMA
Roshotels Srl, è una società amministrata da De Prosperis con sede in via Gastone Maspero 7. Questa società partecipa al bando n. 4788, quello per l’affidamento di 31 concessioni balneari, presentandosi sia per il lotto A7, relativo allo stabilimento El Miramar, sia per il lotto B29, che riguarda il ristorante El Miramar.

Fin qui nulla di anomalo, se non fosse che il profilo ufficiale della società racconta altro. Il codice ATECO principale è 74.90.99, cioè consulenza e gestione di servizi alberghieri, mentre il secondario è 55.1, alberghi e strutture simili. In altre parole, una società che sulla carta fa consulenza alberghiera partecipa a gare per gestire spiagge e ristoranti sul mare.

È qui che nasce una prima crepa: quanto è stata interpretata in modo elastico l’idoneità professionale richiesta dal bando? Quanto conta davvero la coerenza tra ciò che un’azienda dichiara di fare e ciò per cui concorre?

Lo stesso interrogativo si ripropone, in modo ancora più netto, con Evoluzioni Ambientali Società Cooperativa. Qui il codice ATECO parla chiaro: 38.32.3, gestione e recupero di materiali e rifiuti. Nonostante questo codice, la società entra nelle gare per la gestione di spiagge libere con servizi.

Non solo. È la stessa realtà che per anni ha operato come centro di stoccaggio e riciclo nella zona Ostia Antica–Saline, fino al sequestro disposto dalla Guardia di Finanza nel 2022 nell’ambito di un’indagine su attività illecite nel ciclo dei rifiuti.

Il tema non è quindi più solo tecnico, ma diventa sostanziale: come è stata valutata davvero dal RUP Tommaso Antonucci la coerenza tra l’attività reale di un operatore e l’oggetto di una gara pubblica?

Accanto a queste due società si muove anche la RO.Y.AL.TUR Srl, che ha un oggetto sociale talmente ampio da sembrare una scatola pronta a contenere qualsiasi attività: alimentare, e-commerce, perfino metalmeccanica.
La sede è in via dell’Idroscalo 176, lo stesso indirizzo della De Prosperis Srl che si occupa di infissi, cancelli, serrande e lavorazioni metalliche. Più che un’impresa con un’identità precisa, appare come un veicolo flessibile, uno strumento adattabile alle diverse opportunità di business.

Mettendo insieme questi elementi, emerge una struttura articolata: non una sola società che guida tutto, ma più società che si muovono insieme, adattandosi ai diversi bandi. E infatti, nel 2025, De Prosperis partecipa contemporaneamente a tre bandi su cinque.

Nel bando 4788 compare con Roshotels Srl per il lotto A7 – stabilimento El Miramar e per il lotto B29 – ristorante El Miramar, mentre con Evoluzioni Ambientali Società Cooperativa partecipa al lotto B27 – ristorante Lido. In tutti e tre i casi arriva secondo. Formalmente si tratta di soggetti diversi, ma il quadro complessivo racconta una ecidente presenza coordinata.

Nel bando n. 5308, che riguarda otto concessioni balneari, il meccanismo si ripete. Roshotels Srl partecipa al lotto 1 – stabilimento Village e al lotto 8 – chiosco Hakuna Matata, mentre Evoluzioni Ambientali Società Cooperativa si presenta per il lotto 2 – stabilimento Arcobaleno. I risultati sono un secondo posto, un terzo e ancora un terzo.

Anche qui tutto è formalmente corretto, perché le società non risultano collegate secondo i criteri giuridici dell’articolo 2359 del codice civile, ma nella sostanza si tratta di un’unica area di interessi che si muove su più fronti.

È però nel bando n. 4881, quello per nove spiagge libere, che il meccanismo diventa ancora più evidente. Il bando prevede che ogni operatore economico possa ottenere un solo lotto. Eppure, Roshotels Srl si aggiudica il lotto 5 – Spiaggia Verde, mentre Evoluzioni Ambientali Società Cooperativa vince il lotto 8 – SPQR. Due lotti diversi, due società formalmente distinte, ma riconducibili allo stesso circuito.

Il Comune di Roma, in quanto stazione appaltante, tratta dunque queste società come soggetti separati, perché la legge guarda ai legami formali, quelli fatti di quote e controlli societari. In questo caso il legame è diverso perché passa attraverso le persone. De Prosperis è direttamente alla guida di Roshotels, mentre in Evoluzioni Ambientali è stato presidente e poi consigliere fino al 2021 oltre che socio costante. Il rappresentante legale attuale, Spartaco Mussoni, è diventato presidente nel 2023, ma lo stesso Mussoni è rimasto dentro Roshotels Srl fino al 27 gennaio 2025, cioè pochi giorni prima della pubblicazione del bando delle spiagge libere.

Questa sequenza temporale è tutt’altro che irrilevante. Mostra un passaggio di ruoli, una sovrapposizione di figure e una separazione che avviene proprio a ridosso delle gare.

Fa parte delle tante anomalie che abbiamo rilevato nei 5 dossier spiagge finito anche nella puntata di Report.

Questo pone un problema evidente di autonomia reale tra operatori.

E qui sta il cuore della questione. Le regole dei bandi sono costruite per evitare concentrazioni e garantire concorrenza nelle intenzioni dell’Amministrazione Gualtieri, ma funzionano solo quando il collegamento tra società è ufficiale. Quando invece il sistema si articola attraverso società formalmente distinte, ma legate da rapporti personali, territoriali e operativi, il limite perde efficacia.

Il risultato è un modello in cui la pluralità esiste sulla carta, ma nella pratica si riduce. Dietro più società può esserci un unico centro decisionale, capace di muoversi su più bandi, aumentare le probabilità di vittoria e presidiare contemporaneamente diversi segmenti, dagli stabilimenti alla ristorazione fino alle spiagge libere.

Alla fine, il quadro che emerge è quello di un sistema perfettamente legale nella forma, ma molto più complesso nella sostanza. Un sistema in cui le regole vengono rispettate formalmente, ma allo stesso tempo aggirate, sfruttando tutte le zone grigie.

E in cui la vera domanda non è più quante società partecipano, ma quante decisioni restano davvero indipendenti.

 

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(*) Il suo nome è legato all’impianto di riciclo di rifiuti inerti in via Charles Lenormant, all’Ostia Antica Park Hotel in viale dei Romagnoli e soprattutto all’ex chiosco “Punta Ovest”, sul lungomare Duca degli Abruzzi all’altezza del civico 26. Proprio quel chiosco finì nel pieno del commissariamento di Ostia, anche perché – secondo le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia – De Prosperis avrebbe avuto contatti con Giovanni Galleoni, detto “Baficchio”, ucciso insieme a Francesco Antonini, soprannominato “Sorcanera”, il 22 novembre 2011 in un bar di via Forni. Oggi, al posto di quel chiosco, c’è la spiaggia libera “Ocra”.

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SEQUESTRO ARCOBALENO BEACH E IL RACCONTO CHE NON TORNA

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260423_081932_0000Tra “lo Stato mi ha consegnato tutto” e gli atti ufficiali c’è più di una contraddizione.

In queste ore il titolare dell’Arcobaleno Beach sta diffondendo un racconto preciso (*): lo stabilimento sarebbe stato consegnato dallo Stato nel 1995 e da allora non avrebbe subito modifiche. Un’affermazione che, alla luce degli atti però non torna.

Su quello stesso stabilimento, sequestrato ieri con l’accusa di abusivismo edilizio e occupazione abusiva del bene demaniale, c’è stato un contenzioso arrivato fino al Consiglio di Stato nel 2025, dove sono emersi due dati chiave:

– 190 mq: superficie originariamente in concessione (2009)

– circa 454 mq: superfici rilevate come opere ulteriori (già contestate nel 2015)

Differenza: +264 mq

Non è un dettaglio.È più del doppio. E infatti il giudizio si è chiuso con esito sfavorevole e condanna alle spese (quasi 60.000 euro).

Quindi il tema delle superfici e delle opere non nasce oggi e soprattutto rende difficile sostenere che lo stato dei luoghi sia rimasto invariato dal 1995.

Questo non assolve automaticamente l’amministrazione, che ha comunque messo a bando quello stabilimento nel 2020 e nel 2025 con gli abusi, ma rende la vicenda un po’ più complessa di come viene raccontata.
Ridurla a “lo Stato mi ha dato tutto così” non aiuta a capire cosa è successo davvero. E di confusione ce n’è già moltissima sulle spiagge.

#chisavede

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(*) Mi chiamo Tiziano Tordella(classe 1994) titolare della società Arcobaleno Beach srl e gestisco l’azienda di famiglia da 11 anni.

Mia madre era una dipendente della polizia di Stato, si è prosciolta nel 1995 dopo aver vinto una comparazione fatta dalla capitaneria di porto e successivamente la vincita al TAR e al Consiglio di Stato della stessa, Il Consiglio di Stato incaricò Capitaneria di Porto e Genio civile alla consegna del bene con lo stato di fatto dei luoghi con annesso verbale e piantina.

Il bene dal 1995 ad oggi non ha avuto variazioni strutturali e solamente il 27 marzo 2026 il patrimonio ci notifica un Avvio del Procedimento per abuso edilizio in quanto agli atti non risulta documentazione edilizia risalente al 1974. Tramite diverse ricerche siamo venuti a conoscenza che lo stabilimento arcobaleno beach, quando all’epoca si chiamava Italia, fu progettato nel 1936 dal celebre Architetto Italiano Luigi Moretti e modificato dallo stesso tra il 1970 e il 1973.

Mia madre alla consegna del bene non avrebbe mai potuto immaginare che era abusivo in quanto gliel’ha consegnato proprio lo Stato stesso, il giorno della consegna del bene firma una concessione dove all’art 1 c’è scritto: Il bene è dello Stato e tutte le opere di difficile rimozione sono di proprietà dello Stato….; come avrebbe mai potuto sospettare che lo Stato le stava consegnando un bene abusivo privo di titolo edilizi?!!

Il 22 aprile 2026 sono intervenuti 26 appartenti della Guardia di finanza, Capitaneria di porto, Patrimonio, ufficio tecnico, Vigili urbani ponendo sotto sequestro l’intera struttura e addirittura denunciandomi penalmente per aver commesso io l’abuso edilizio.

Preciso che sia nel 2020 che nel 2025 abbiamo vinto i bandi indetti da comune e patrimonio che legittimavano lo stabilimento e mettendolo totalmente al bando

Al momento l’azienda Arcobaleno Beach srl gestisce all’interno dello stabilimento un bar, una tabaccheria, un ristorante, una pizzeria, un parrucchiere/centro estetico e due attività stagionali come la spiaggia e un rooftop con 58 dipendenti all’attivo che oggi restano a casa senza un futuro.

chiedo solo una cosa: GIUSTIZIA

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OSTIA, CONCESSIONI NEL CAOS TRA TAR E CDS. MA IL PROBLEMA È A MONTE

Nero Oro Gala Invito_20260422_164808_0000Un “invito allo sgombero” sospeso dal TAR Lazio prima che producesse effetti irreversibili. Non è solo una vicenda giudiziaria: è il sintomo di un sistema amministrativo che arriva sempre troppo tardi. Nel frattempo arrivano le prima espressioni del CdS. Quando la “legalità” serve a coprire ritardi e atti incompleti, non è più legalità. È incapacità. E il conto lo pagano i cittadini.

 

Sul litorale romano, il Mare di Roma, non siamo più dentro un normale conflitto tra operatori economici. Siamo dentro un cortocircuito amministrativo che ormai si ripete con uno schema fisso: si decide tardi, si agisce male e poi si scarica tutto sul contenzioso.

Lo scontro tra recenti ordinanze del TAR Lazio e quelle emesse ieri dal Consiglio di Stato, creano un conflitto insanabile.

Roma Capitale, a poche settimane dall’avvio della stagione balneare, ha trasmesso ai concessionari uscenti una comunicazione con cui li invitava a lasciare l’area entro il 31 marzo.

Non si trattava di un ordine di sgombero, come abbiamo sempre detto (LINK). Era un invito allo sgombero. Una differenza che non è formale, ma sostanziale.

Un conto è esercitare un potere autoritativo pieno, un altro è utilizzare un atto “debole” per ottenere lo stesso effetto: liberare l’area.

Il TAR è intervenuto esattamente su questo punto (come ad esempio nell’ordinanza  N. 01907/2026 REG.PROV.CAU. N. 02790/2025 REG.RIC.): ha accolto le richieste cautelari e sospeso l’efficacia dell’atto, con una motivazione chiara, evitare che la situazione venga modificata prima della decisione nel merito.
Tradotto, non muovete nulla finché non si capisce chi ha ragione. Poi, ieri, il Consiglio di Stato: azzerato il TAR, via libera al Comune di Roma perché proceda con l’invio dei procedimenti di sgombero (quelli veri).

Il problema non è il ricorso. È tutto quello che c’è prima.
Quello che sta accadendo oggi a Ostia non nasce con i ricorsi. Nasce molto prima:

– un bando pubblicato nel febbraio 2025

– graduatorie rettificate più volte

– verifiche tardive

– subentri mai realmente consolidati

E poi, a marzo 2026, a poco più di un mese dalla stagione balneare, il Comune ha chiesto di liberare le aree, non con un provvedimento pieno, ma con un invito.

Ed è esattamente qui che il sistema si rompe, perché non si può pensare di smontare stabilimenti, organizzare attività, trasferire beni e servizi in pochi giorni e allo stesso tempo pretendere che il nuovo concessionario sia operativo immediatamente.
Non è un problema giuridico. È un problema di realtà.

I tre scenari che oggi si stanno verificando
Quello che succede sul campo segue tre strade molto concrete.

1. L’accordo tra privati
Chi esce e chi entra si mettono d’accordo. Si stabilisce cosa resta, cosa viene ceduto, a quali condizioni. È una soluzione pratica, ma è una supplenza: il mercato sostituisce l’amministrazione.

2. Lo smontaggio e l’abbandono
Il concessionario uscente smonta tutto e se ne va. È già successo. Stabilimenti chiusi, strutture lasciate senza gestione, rischio degrado, occupazioni, incendi.Il Comune dovrebbe garantire la custodia, ma la realtà racconta altro.

3. La permanenza
Chi è dentro non esce.
Non perché “resiste”, ma perché si trova in una situazione giuridicamente incerta: l’entrante non ha ancora una posizione consolidata perché non ha firmato, il procedimento non è chiuso e infine perché esiste un obbligo di custodia del bene.

È esattamente il tipo di situazione che il TAR aveva deciso di congelare prima dell’intervento del Consiglio di Stato.

A conferma di questo quadro, in queste ore arriva la fotografia della stagione balneare 2026 attraverso un adnkronos.

Il Campidoglio ha fissato l’avvio al 17 maggio, ma con una precisazione che pesa più della data “aprirà solo chi è in regola” (LINK).

Molti stabilimenti non saranno pronti.
Quasi tutti i chioschi di Capocotta resteranno chiusi.
Nessuna previsione per i Cancelli di Castelporziano.
Non è un ritardo, è un sistema che non è arrivato in tempo.

A Capocotta emergono contestazioni su presunti abusi edilizi legati a autorizzazioni incomplete tra enti diversi.
A Castelporziano i gestori non sanno se potranno aprire, con servizi essenziali (salvamento, pulizia, igiene) ancora senza un responsabile certo.
In alcuni casi le strutture risultano congelate perché oggetto di contenzioso o già abbandonate.

La decisione del Consiglio di Stato (LINK): un segnale preciso
Le nuove ordinanza che annullano quelle recenti del TAR non risolvono il problema, ma inviano un segnale molto chiaro. Il giudice non entra nel merito, ma vede il rischio: se si va avanti così, si producono effetti che non possono essere rimessi a posto dopo.

Smonti uno stabilimento, interrompi l’attività, crei un vuoto, anche se tra meno di un mese qualcuno avrà ragione, il danno è già fatto ed è irreversibile.

Il punto politico-amministrativo
Qui sta il nodo vero al di là della propaganda.
Non è accettabile un modello in cui:

– i procedimenti arrivano fuori tempo massimo

– si usano atti intermedi per ottenere effetti finali

– si scarica il rischio sugli operatori

– e si rimanda tutto al giudice

perché in quel momento il sistema non sta più funzionando. Sta solo spostando il problema più avanti.

E poi? “Se hai ragione, ti risarcisco”, così si concludono le ordinanze del Consiglio di Stato.
Quando questo meccanismo si rompe, la risposta implicita è sempre la stessa: se hai subito un danno, fai causa, ma i risarcimenti non sono un passaggio tecnico senza conseguenze. Sono soldi pubblici.

Errori amministrativi, ritardi, istruttorie incomplete e scelte sbagliate vengono pagati dalla collettività.
La domanda quindi che tutti dovrebbero porsi non è chi ha ragione tra concessionario uscente ed entrante, ma chi risponde del costo di questo sistema.

La questione che resta aperta
Tra poche settimane il Consiglio di Stato si esprimerà nuovamente su un altro tema: il bando del 2025 era regolare? Arriveranno altre decisioni, con il rischio di dover cominciare tutto daccapo. Se ogni anno il sistema arriva a questo livello di conflitto, se serve una sospensiva per fermare atti tardivi, se il rischio è sempre quello di lasciare pezzi di litorale senza gestione, allora il problema non è episodico bensì strutturale e dunque non basta più il giudice amministrativo.

Serve una risposta che riguardi anche il piano della responsabilità.

Quando la “legalità” viene evocata per giustificare atti tardivi e procedure incomplete, non è più garanzia di correttezza, ma diventa il modo con cui si copre l’incapacità di governare un bene pubblico. Tutto a spese dei cittadini.

 

LabUr continuerà a monitorare la coerenza tra atti, tempi e decisioni sul litorale romano perché quando l’amministrazione arriva tardi, non paga solo chi perde una concessione.
Pagano tutti.

 

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CAMPO ASCOLANO: CHIOSCHI CHIUSI. SENZA SERVIZI UN INTERO TRATTO DI COSTA

Nero Oro Gala Invito_20260422_104856_0000La chiusura di quattro storici chioschi sul litorale di Campo Ascolano (Zion Beach, Paloma Beach, Oasi Beach e Cubalibre) non è solo una notizia locale. È il punto di arrivo di una vicenda complessa, fatta di atti amministrativi, rilievi tecnici contestati e interpretazioni controverse, ma soprattutto è un segnale concreto di ciò che sta accadendo lungo una delle fasce più frequentate del litorale tra Ostia e Torvaianica.

Parliamo di strutture che, al di là delle singole posizioni, hanno rappresentato per anni un punto di riferimento per migliaia di persone. Non stabilimenti di lusso, ma presidi essenziali su spiagge libere, dove si concentrano famiglie, giovani e cittadini che non hanno alternative. La loro rimozione rischia oggi di lasciare un vuoto difficile da colmare.

Per capire come si è arrivati a questo scenario bisogna partire da un principio semplice: la spiaggia è demanio pubblico e il suo confine con le proprietà private è stato stabilito oltre un secolo fa con precisione. Tra il 1904 e il 1905, infatti, venne tracciata la cosiddetta “dividente demaniale”, attraverso rilievi sul campo, misurazioni e atti ufficiali approvati dal Ministero della Marina.
Quella linea non è cambiata. È un confine reale, fisico, che identifica cosa appartiene allo Stato e cosa no. Tutto ciò che viene raggiunto dal mare, anche durante le mareggiate più intense, rientra nel demanio.
Negli anni, però, a questa realtà si sono sovrapposte rappresentazioni cartografiche e catastali, come quelle del Sistema Informativo del Demanio (SID). Strumenti utili, ma che hanno un limite fondamentale: non creano il confine, lo rappresentano soltanto. E quando la rappresentazione non coincide con la realtà, prevale sempre la realtà. 

È proprio su questo punto che si è generata la criticità. Alcuni recenti provvedimenti amministrativi si basano prevalentemente su dati catastali e mappe digitali che sulla dividente demaniale storica. Da qui sono scaturite ordinanze, contestazioni e, infine, la chiusura e rimozione delle strutture.

La relazione tecnica allegata mette in evidenza diversi elementi problematici: rilievi effettuati utilizzando punti fiduciali non più validi, coordinate ripetute e incoerenti, verifiche estese in modo generalizzato partendo da un singolo caso. Non solo: successivi accertamenti avrebbero escluso sconfinamenti per alcune delle attività coinvolte, dimostrando come la situazione sia tutt’altro che uniforme. Questi errori producono effetti amministrativi concreti (ordinanze, rimozioni, ecc.) potenzialmente viziati.

Il punto cruciale però non è solo stabilire chi ha ragione sul piano tecnico, ma capire cosa succederà questa estate. Perché mentre si discute di confini la realtà a Campo Ascolano è questa: quattro chioschi sono chiusi, i servizi assenti e l’accesso alla spiaggia sarà reso difficile anche dalla chiusura del tratto stradale per lavori sul ponte.
Spariscono dunque servizi fondamentali: bagni, assistenza, gestione minima di un tratto di costa che ogni estate viene preso d’assalto, ma quest’anno raggiungibile solo a piedi. Al momento, infatti, non risultano interventi strutturati da parte dell’amministrazione per garantire servizi minimi.

È qui che la questione diventa sociale.
Se questa stagione estiva Ostia piange, Torvaianica non ride. Anzi. Proprio a Campo Ascolano si rischia di assistere a un paradosso: una lunga fascia di spiagge libere, tra le più affollate del litorale, sarà priva di servizi essenziali. Un arretramento che colpirà soprattutto chi quelle spiagge le vive davvero, ogni giorno.
Mentre il pubblico arretra, resta sullo sfondo una domanda stringente: chi occuperà quello spazio lasciato vuoto? Perché il risultato, oggi, è questo: una delle spiagge libere più frequentate del litorale si trova senza servizi e con accesso difficoltoso.

La storia delle coste italiane insegna che quando vengono meno servizi e presidi, si aprono spesso dinamiche di trasformazione opache che poco hanno a che fare con l’interesse collettivo. Non è più una questione tecnica. È una questione di gestione del bene pubblico.

Campo Ascolano, oggi, è il simbolo di questo equilibrio fragile. Una vicenda tecnica che si trasforma in questione politica e che dovrebbe imporre una riflessione seria: il demanio non è solo una linea su una mappa, ma un bene comune. E ogni decisione che lo riguarda dovrebbe partire da lì.

Relazione Tecnica Spiagge libere Campo Ascolano

 

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CHI SA, VEDE: QUANDO I DINOSAURI CONTRADDICONO LO SLOGAN “MOBILITA’ SOSTENIBILE”. PILLOLA DI URBANISTICA #36

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260420_172925_0000Ostia, un parcheggio di 5.000mq diventa spazio per un evento autocentrico. A via Valladolid compaiono le prime strutture del villaggio dei dinosauri. Il problema non è l’attrazione in sé (forse anche discutibile), ma la sostituzione di una funzione urbana con un uso temporaneo che genera più traffico di quello che elimina.

A Ostia, nel parcheggio tra via Valladolid e via Cristoforo Colombo, la trasformazione è già visibile. Le prime strutture sono state installate e l’area (circa 5.000 mq) sta assumendo la configurazione prevista dall’avviso pubblico del Municipio X: un’attrazione ludico-didattica temporanea destinata a rimanere fino al 31 maggio 2026.

L’area interessata
Non un’area residuale, ma uno snodo della mobilità. Quel parcheggio infatti non è un vuoto urbano. È collocato in un punto strategico tra la Colombo (SP601), il lungomare e la pineta di Castel Fusano, con una funzione precisa: assorbire e filtrare i flussi diretti verso il litorale. Non è quindi una superficie qualsiasi, bensì un nodo. La sua occupazione temporanea non elimina solo posti auto, ma altera l’equilibrio della mobilità dell’intero quadrante.

I numeri dei flussi
Le stime per eventi di questo tipo parlano di 50.000–80.000 presenze in circa due mesi.
Considerando che il progetto era pensato inizialmente per 60 giorni (con scadenza il 31 maggio) e che l’80% delle presenze si avrà nei fine settimana, si arriva a 2.000–3.000 persone al giorno nei fine settimana ordinari con picchi fino a 4.000–5.000 presenze giornaliere nei festivi.
A fronte di questo, l’area sottrae circa 300–400 posti auto e non prevede parcheggi alternativi strutturati.
Il risultato è un cortocircuito evidente: si elimina uno spazio di sosta per ospitare un evento che genera una domanda di sosta pari almeno al doppio o triplo della capacità eliminata.

La procedura “cucita addosso”
La proposta privata è stata presentata a settembre 2025. Il bando però è stato pubblicato il 12 marzo 2026 con scadenza il 1° aprile 2026. Quindici giorni per organizzare un progetto alternativo di questa scala non rappresentano una reale apertura al mercato. La procedura è formalmente corretta, ma nei fatti è sartoriale.

Il rapporto economico
L’occupazione dell’area avviene tramite Canone Unico Patrimoniale: introito stimato per il Municipio: 60.000 – 100.000 €, ma sono previste possibili riduzioni, con patrocinio fino all’80%. A fronte di: 50.000–80.000 visitatori e un costo del biglietto medio di circa 10 €, l’incasso potenziale oscilla tra 500.000€ e 800.000€.
Non è una questione di legittimità, ma di proporzione tra uso pubblico dello spazio e beneficio collettivo.
Temporaneo, ma con effetti reali
L’evento è autorizzato fino al 31 maggio (ma chiuderà i battenti al pubblico il 24), con obbligo di ripristino. Porterà ad una trasformazione temporanea con relativa modifica dei flussi di traffico, sposterà la pressione sulla viabilità locale e inciderà sull’uso quotidiano dello spazio (tenuto conto che dovrebbe aprire la stagione balneare e già oggi il fine settimana le spiagge sono prese d’assalto). E lo farà in un punto che nasce per assorbire quei flussi, non per generarli.
Una questione di priorità
Qual è la priorità d’uso di uno spazio pubblico? Se un parcheggio di scambio da 5.000 mq, in uno snodo strategico, può essere trasformato senza alternative in un’attrazione temporanea, allora il problema non è il singolo evento, ma il criterio con cui si decide cosa una città è e a cosa serve.
Quindi mentre si continua a tuonare che Ostia deve passare alla mobilità sostenibile (piste ciclabili, Parco del Mare ecc.), si autorizza un evento autocentrico:
si eliminano 300/400 posti auto per ospitare un evento che può generare fino a 5.000 presenze al giorno. Dove verranno gestiti quei flussi, se lo spazio destinato ad accoglierli viene occupato dall’evento stesso? Perché ad oggi non risultano nemmeno determine dirigenziali della Polizia Municipale. Questa è una contraddizione “tecnica”, non ideologica.

L’evento è raccontato come esperienza didattica e familiare. Ma ogni esperienza ha un contesto fisico. E quando quel contesto è uno spazio pubblico strategico, la domanda non è cosa si allestisce dentro, ma cosa succede intorno. Se in due mesi dovevano arrivare decine di migliaia di persone, ora dovranno arrivare in trenta giorni. O i numeri erano sbagliati prima, o lo sono adesso. In entrambi i casi, a pagare è sempre lo stesso spazio: quello pubblico.

 

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CONDONO EDILIZIO A ROMA: RAGGI E GUALTIERI, 10 ANNI DI OPACITÀ

Nero Oro Gala Invito_20260420_091508_0000Il nuovo regolamento sui condoni edilizi (*) approvato dall’assemblea capitolina su proposta della giunta Gualtieri (relativo alle pratiche semplificate presentate da tecnici con relazione asseverata), ha visto l’opposizione dell’ex sindaca Virginia Raggi che lo ha bollato come l’ennesima “semplificazione della semplificazione”.
Non è uno scontro solo tra politica e burocrazia, tra “legalità ed efficienza”, bensì tra sfiducia nel sistema e gestione del rischio. È una scelta di modello amministrativo, con conseguenze reali per i cittadini.

Da una parte, Virginia Raggi parte da un presupposto chiaro: il sistema è permeabile, quindi bisogna stringere i controlli. In un territorio fragile come Roma, ogni semplificazione può diventare un varco per abusi ben più gravi. Da qui la diffidenza verso procedure accelerate e automatismi. Dall’altra, Roberto Gualtieri parte da un dato altrettanto evidente: il sistema è bloccato. Con oltre 115.000 pratiche pendenti, la macchina amministrativa non sta garantendo legalità, ma paralisi. E la paralisi, nel tempo, genera altro: mercato grigio, incertezza, impossibilità per i cittadini di disporre dei propri immobili. Entrambe le posizioni colgono un pezzo di verità, ma nessuna risolve il problema alla radice. Il modello Raggi difendeva il principio del controllo, ma nei fatti non decideva. E un sistema che non decide produce illegalità di fatto.
Il modello Gualtieri, invece, decide di sbloccare, ma accetta consapevolmente un margine di rischio: meno controlli su alcune pratiche, più velocità complessiva.

Ed è qui il nodo vero: non si tratta più di “controllare tutto o meno”, ma di dove si colloca la responsabilità del controllo perché senza responsabilità chiara, qualsiasi riforma resta fragile. L’automazione infatti, da sola, non decide. Le task force, senza poteri reali, si inceppano. Le asseverazioni dei tecnici, senza controlli credibili, diventano mera formalità.
Se avessero voluto davvero uscire dal vicolo cieco, avrebbero dovuto impostare la questione in modo completamente diverso.

La terza via
Prima di tutto, bisognerebbe smettere di ragionare in modo generico (piccoli contro grandi abusi) e introdurre una vera selezione del rischio: distinguere per zone, vincoli, tipologia di intervento, epoca. Non tutto è uguale e non tutto deve essere trattato allo stesso modo.
Poi servirebbe un meccanismo chiaro: pratiche veloci subito, ma con controlli ex post mirati e reali e con conseguenze vere per chi sbaglia. Senza responsabilità effettiva dei tecnici, il sistema non si autoregola.
Inoltre, servirebbe un’unità straordinaria, temporanea, con obiettivi numerici chiari e pubblici. Non un contenitore generico, ma uno strumento con un mandato preciso: ridurre drasticamente l’arretrato in un tempo definito.
Infine, il punto che manca sempre, la tracciabilità totale delle decisioni. Ogni pratica deve dire chi ha deciso, su quali basi, con quale livello di rischio, perché il vero problema a Roma non è solo l’errore, ma l’opacità che lo rende invisibile e quindi ripetibile.

Gualtieri semplicemente ha deciso di redistribuisce il rischio. Se da una parte offre più certezza ai cittadini, dall’altra aumenta la pressione sugli uffici e accetta la possibilità di errori selettivi, ma questo non garantisce che il sistema funzioni. Sono 115.000 le pratiche ferme. Quindi, nei fatti il sistema ha già perso il controllo della legalità. La velocità, che Gualtieri vuole imprimere, senza responsabilità diventa arbitrio. Il controllo, che vorrebbe la Raggi, senza capacità di decidere resta una finzione amministrativa.

Il bilancio dell’era Raggi: il paradosso della legalit
Roma arriva all’era Virginia Raggi con un’eredità enorme: circa 600.000 domande di condono complessive e oltre 170.000 pratiche ancora da chiudere (risorseperroma.it).
Un sistema completamente fuori scala.
La linea politica si è basata su una forte impostazione sul rigore e controllo, attenzione al rischio abuso e alle irregolarità e nessuna accelerazione aggressiva, con la conseguenza che l’arretrato non è stato risolto, il sistema è rimasto lento e sotto organico e ci sono state proteste dei professionisti per i tempi e il blocco del mercato (Codacons). La macchina amministrativa dunque è rimasta ingolfata e i problemi cronici dell’Ufficio condoni edilizi (carenza di personale tecnici, procedure complesse e frammentate, responsabilità amministrativa “difensiva” in cui nessuno voleva firmare) non sono stati risolti. La Raggi ha scelto di difendere semplicemente la legalità formale, ma non ha rimesso in moto il sistema. E se da una parte si è abbassato il livello di rischio di sanatorie “facili”, è aumentato il livello di paralisi amministrativa. Ma non solo.
Quando un sistema è lento e le pratiche rimangono ferme per anni, gli immobili bloccati e i cittadini senza risposte, accade che la legalità reale si deteriori perché le persone aggirano, rinviano o entrano in zone grigie.

Il bilancio dell’era Gualtieri: la fragilità della scelta in campagna elettorale
L’eredità era pesante: un arretrato enorme e per oltre 4 anni non ha fatto una riforma strutturale che affrontasse i nodi dell’organico, dei processi e delle responsabilità. Tutto è rimasto fermo. A fine mandato introduce una svolta procedurale: tempi stretti, meno controlli “a pioggia”, priorità allo smaltimento. Ha deciso dunque non di “curare” la macchina, ma di cambiare come la macchina decide. Si tratta dunque di una misura che a ridosso del voto pesa perché produce effetti percepibili immediati: pratiche che si chiudono. Ma sotto il profilo amministrativo questa scelta vuol dire una cosa precisa: Gualtieri sta ammettendo che con l’assetto attuale non ne escono (fallimento strutturale non risolto prima) e stringe a 120 giorni le pratiche senza ridisegnare davvero responsabilità e tutele dei funzionari, cioè sposta il rischio su chi firma con la conseguenza che è molto facile che o si producano approvazioni difensive/automatiche o si generino nuovi contenziosi tra qualche anno che hanno un costo pesante per i cittadini. Le pratiche che vengono ‘alleggerite’ nei controlli non vengono definite per zona, vincoli, tipologia e neppure si capisce chi risponderà tra qualche anno degli eventuali errori (il tecnico asseverante? Il funzionario? L’ente? Con quali sanzioni reali?), così come rimane nebulosa la tracciabilità (criteri, dati, rischio). Arrivare tardi può essere politica, ma decidere senza dire dove finisce il rischio, è amministrazione fragile.

La distorsione
Le amministrazioni capitoline (anche quelle di Raggi e Gualtieri) hanno continuato a progettare in deroga alla legge. Mentre chiedono ai cittadini di essere perfettamente allineati alle regole, le stesse le piegano ogni giorno.
Il problema non sono gli abusi di ieri, ma la credibilità delle regole oggi. Continuare a muoversi in una pianificazione debole o aggirata, con varianti continue e strumenti straordinari usati come ordinari, significa produrre una frattura: al cittadino si chiede conformità perfetta (anche su micro-abusi di decenni fa) mentre l’amministrazione si muove in un quadro elastico, dove la regola è spesso adattata a favore dei grandi gruppi e fra 10 anni saremo punto e a capo.
Chiudere le pendenze di 40 anni fa è necessario, ma farlo senza rimettere ordine nel modo in cui oggi si pianifica e si costruisce significa spostare il problema, non risolverlo.
La legalità non può essere selettiva: o vale per tutti oppure si svuota.

L’Ufficio Condono Edilizio di Roma Capitale continua a operare dentro un impianto normativo costruito su tre leggi: Legge 47/1985, Legge 724/1994 e Legge 326/2003.
È lì che si collocano istruttorie, verifiche e rilascio delle concessioni in sanatoria, un sistema dunque che nasce per gestire un’eccezione temporanea, cioè per regolarizzare il passato. A Roma però è diventato un apparato permanente. Una macchina amministrativa costruita per chiudere una stagione si è trasformata in un pezzo strutturale della gestione urbana. Le uniche demolizioni con condoni in corso le hanno richieste ai balneari inducendo a pensare che esista un uso strumentale del diniego in funzione dell’obiettivo politico. La villa di Rutelli sull’Appia Antica (L’Espresso – I padroni dell’Appia) è ancora lì, come molti altri abusi anche pubblici.

Dieci anni, due amministrazioni, prima il rigore immobile, poi la velocità selettiva.
La terza via, quella che rimette in piedi il sistema, non l’ha costruita nessuno.

 

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I dettagli principali del nuovo regolamento sul condono edilizio a Roma, approvato dall’Assemblea Capitolina il 16 aprile 2026 (proposta della Giunta Gualtieri, in particolare dell’assessore all’Urbanistica Maurizio Veloccia) è una modifica al regolamento esistente del 2019 (Deliberazione n. 40), che regola la procedura semplificata e il silenzio-assenso telematico per le istanze di condono presentate ai sensi delle leggi nazionali 47/1985, 724/1994, 326/2003 e della legge regionale Lazio 12/2004, ancora pendenti.

Principali novità introdotte
Eliminazione dei sorteggi. Prima esisteva una soglia (450 mc) che determinava l’accesso a verifiche più approfondite tramite sorteggio. Ora i sorteggi vengono superati. I controlli approfonditi (verifica sostanziale) scatteranno solo in casi specifici:
– Abusi in aree soggette a vincoli archeologici o paesaggistici.
– Quando emergono dubbi concreti durante l’istruttoria preliminare.

Riduzione dei tempi

Il termine per la fase sostanziale scende da 180 a 120 giorni.
Questo grazie al potenziamento della piattaforma informatica SICER (Sistema Informativo Condono Edilizio Roma), che dovrebbe rendere più fluido il flusso telematico.
Semplificazione delle procedure
Maggiore ricorso a relazioni e asseverazioni tecniche presentate dai professionisti (geometri, architetti, ingegneri).

L’obiettivo è ridurre i carichi burocratici sull’amministrazione e spostare parte della responsabilità documentale sui tecnici abilitati. Viene rafforzato il meccanismo del silenzio-assenso con modalità telematica per definire più rapidamente le pratiche non ancora concluse con provvedimento formale.

Obiettivo dichiarato
Smaltire l’enorme arretrato: circa 540.000 pratiche ancora pendenti (stima cumulativa storica delle istanze presentate nel corso dei decenni). Fornire risposte concrete a cittadini e tecnici che attendono da 10-40 anni la definizione delle pratiche.
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PINETE CASTELFUSANO E ACQUE ROSSE: L’ACQUA PER I 22.000 ALBERI PNRR FORSE NEL 2028 GRAZIE ALL’AERONAUTICA

Nero Oro Gala Invito_20260419_163920_0000Cosa sta accadendo davvero nelle pinete di Castelfusano e Acque Rosse? Tra vincoli paesaggistici, tempi imposti dal PNRR e criticità già emerse in fase esecutiva, la forestazione sul litorale romano solleva dubbi concreti sulla capacità degli interventi di produrre risultati duraturi. Si stanno infatti piantando alberi nell’ambito degli interventi finanziati con fondi PNRR, che per la sola area di Castel Fusano prevedono la messa a dimora di circa 22.000 nuove piante.

Nel corso della Commissione Trasparenza capitolina del 14 aprile 2026 è emerso con chiarezza però un primo elemento critico: la tempistica degli interventi. La messa a dimora delle piante è vincolata al rispetto delle scadenze del PNRR, con termine fissato al 30 giugno. Questo comporta, di fatto, la realizzazione degli impianti in un periodo (primavera avanzata e inizio estate) che non è quello ottimale dal punto di vista agronomico.
L’intervento si inserisce in un programma più ampio di forestazione promosso dalla Città Metropolitana, che prevede complessivamente la messa a dimora di circa un milione di piante sul territorio.
Chiunque abbia dimestichezza con questi temi sa che la piantumazione dovrebbe avvenire nei mesi più freddi, quando le condizioni climatiche favoriscono l’attecchimento. Operare fuori stagione significa aumentare in modo significativo il rischio di perdita delle piante, rendendo necessarie irrigazioni intensive e interventi di sostituzione.

A ciò si aggiunge un dato temporale non secondario: l’accordo quadro per l’intervento è stato sottoscritto solo nel mese di marzo, comprimendo ulteriormente i tempi di esecuzione e spostando il baricentro dell’operazione su una logica di urgenza amministrativa più che di pianificazione tecnica.
Si crea così una prima frattura evidente: da un lato l’obiettivo formale di rispettare una scadenza amministrativa, dall’altro la necessità tecnica di garantire la sopravvivenza degli impianti nel tempo.

Il caso Acque Rosse
Nell’area di Acque Rosse, sempre durante la Commissione, è stato dichiarato che sono stati emessi ordini di servizio nei confronti della ditta esecutrice, a seguito di gravi carenze contrattuali nelle lavorazioni di manutenzione e nello sviluppo vegetazionale. È stato inoltre riconosciuto un dato particolarmente rilevante: la mortalità delle piante risulta elevata, in alcuni casi molto elevata, con percentuali dichiarate prossime o superiori all’80%. Un dato che, rapportato alla scala degli interventi previsti, assume un peso tutt’altro che marginale. Si tratta di un passaggio importante, perché dimostra che le difficoltà non sono ipotesi astratte, ma problemi concreti già emersi in fase esecutiva.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento di rigidità: pur in presenza di criticità reiterate, l’Amministrazione non appare in grado di reagire in modo efficace. È stato infatti chiarito che le ditte affidatarie non sono facilmente sostituibili (motivo per cui si è deciso di non procedere con la risoluzione del contratto) e che le tempistiche del PNRR non consentono rimodulazioni sostanziali. Il risultato è un meccanismo che tende a proseguire anche quando i problemi sono già evidenti.

Il caso Castelfusano
A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento, emerso sempre nel corso della Commissione, che riguarda la capacità operativa effettiva dei cantieri.
È stato infatti dichiarato che le attività di abbattimento e messa in sicurezza della pineta vengono svolte da una ditta con un limite contrattuale di massimo due squadre operative al giorno. Un dato che, rapportato all’estensione della Pineta di Castel Fusano e alla quantità di alberi morti o compromessi, evidenzia una evidente sproporzione tra la dimensione del problema e i mezzi disponibili. Lo stesso intervento deve inoltre far fronte contemporaneamente a più criticità: alberi colpiti dalla cocciniglia tartaruga, esemplari ancora in piedi a seguito degli incendi degli anni precedenti e situazioni di rischio lungo la viabilità principale (laterale della Colombo).
In questo contesto, le difficoltà operative non sono marginali ma strutturali: accessi limitati, necessità di utilizzo di mezzi speciali e interventi in condizioni logistiche complesse incidono direttamente sui tempi e sull’efficacia delle lavorazioni.

La questione del cippato
Un ulteriore aspetto riguarda la gestione del materiale di risulta derivante dagli abbattimenti. 
È stato dichiarato che una parte significativa delle lavorazioni avviene direttamente in loco attraverso macchinari che triturano tronchi e ramaglie, trasformandoli in materiale cippato al fine di ridurre i trasporti. Si tratta di una scelta operativa comprensibile dal punto di vista logistico, ma che apre un tema rilevante sotto il profilo ambientale e normativo. Come già evidenziato da LabUr in precedenti analisi, sfalci e potature rientrano nella categoria dei rifiuti urbani biodegradabili e non possono essere automaticamente considerati “residui” privi di disciplina. La gestione in loco attraverso cippatura richiede quindi una chiara tracciabilità e un inquadramento coerente con la normativa vigente, al fine di evitare ambiguità tra operazioni di recupero e smaltimento.
E’ lì infatti che si infila una gestione opaca (la c.d. “filiera nascosta”) del verde di cui abbiamo ampiamente parlato nel corso degli anni nei nostri dossier, l’ultimo a questo LINK.

 

L’inadeguatezza progettuale e il soccorso dell’aeronautica
Nel caso di Acque Rosse, si è evidenziato come i suoli sabbiosi, la forte esposizione ai venti e la conseguente dispersione dell’acqua rendano particolarmente complessa la gestione degli impianti. Non a caso, nel corso dell’intervento si è reso necessario introdurre soluzioni aggiuntive per l’approvvigionamento idrico.
A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento di particolare rilevanza emerso durante la Commissione: la realizzazione di un sistema di approvvigionamento idrico basato sull’utilizzo di acqua proveniente dall’aeroporto di Pratica di Mare, con la previsione di un invaso di accumulo a servizio delle pinete costiere.
Si tratta, a tutti gli effetti, di un’infrastruttura complessa, che implica la realizzazione di opere di adduzione su distanze significative (nell’ordine dei 20–25 chilometri) oltre alla costruzione di un bacino di accumulo e dei relativi sistemi di pompaggio e distribuzione.
Interventi di questa natura, soprattutto in contesti caratterizzati da vincoli ambientali stringenti come la Riserva del Litorale Romano e le aree ricomprese nella rete Natura 2000, richiedono normalmente tempi articolati, sia sotto il profilo autorizzativo che realizzativo. La complessità delle opere e le criticità legate al contesto territoriale rendono difficilmente compatibile la realizzazione di un sistema strutturale di questo tipo con le tempistiche estremamente ridotte imposte dal PNRR. Ne deriva una evidente criticità: la sopravvivenza delle piantumazioni, già condizionata da interventi effettuati fuori stagione, risulta di fatto legata a un sistema di irrigazione la cui piena operatività non appare realisticamente conseguibile nel breve periodo (non prima del 2028). In questo contesto, è plausibile che nel breve termine si ricorra a soluzioni temporanee, che tuttavia non possono essere considerate equivalenti a un’infrastruttura stabile e continuativa.

 

I vincoli
Ma il punto più delicato emerge spostando lo sguardo su Castel Fusano. Non è un’area qualsiasi su cui realizzare interventi di forestazione. È un bene pubblico complesso, la cui identità è definita da una lunga stratificazione di atti e vincoli.
La pineta entra nel patrimonio pubblico nel 1932 come parte integrante di un paesaggio composto da boschi, macchia mediterranea e dune costiere. Nel 1954 lo Stato ne riconosce il valore dichiarando l’intera fascia costiera di notevole interesse pubblico. A questo si aggiungono ulteriori livelli di tutela: la Riserva Naturale Statale del Litorale Romano, la rete Natura 2000, le norme forestali e il vincolo idrogeologico. Questo significa una cosa molto semplice, ma spesso ignorata: a Castel Fusano non si interviene su un “terreno”, ma su un paesaggio tutelato.
Dunque, se ci sono vincoli non basta accordarsi con le associazioni ambientaliste per decidere cosa fare ad un tavolo.

Per altro, è proprio qui che emerge una contraddizione.
Nel corso della Commissione è stato dichiarato che alcune operazioni comporteranno la rimozione di vegetazione spontanea ricresciuta, in particolare porzioni di macchia mediterranea, per consentire l’accesso ai mezzi e l’esecuzione degli interventi. Si tratta di un passaggio delicato, perché introduce una tensione evidente tra esigenze operative e tutela degli equilibri ecologici esistenti.
Allo stesso tempo, nel dibattito tecnico più ampio, si afferma l’opportunità di trasformare progressivamente le pinete monospecifiche in boschi misti più resilienti. Si tratta di un orientamento che, in linea generale, ha basi scientifiche, ma la sua applicazione richiede tempi lunghi, gradualità e un’attenta valutazione paesaggistica. Applicarlo attraverso interventi compressi entro le tempistiche del PNRR rischia di produrre un effetto opposto: non una trasformazione evolutiva del bosco, ma un’alterazione rapida dell’equilibrio esistente.

A questo punto il tema non è più solo ambientale o tecnico, ma diventa un tema di coerenza complessiva dell’azione pubblica.

Da un lato abbiamo:

  • vincoli paesaggistici stringenti
  • condizioni ambientali complesse
  • esigenze ecologiche di lungo periodo

Dall’altro:

  • tempistiche rigide
  • obiettivi quantitativi
  • difficoltà operative già emerse

Il rischio è che l’intervento riesca a rispettare i numeri (cioè la quantità delle piante messe a dimora), ma non riesca a produrre un risultato stabile nel tempo. Non è solo un semplice problema tecnico. Siamo di fronte ad un possibile problema di uso inefficiente delle risorse pubbliche.
LabUr continuerà a monitorare l’evoluzione degli interventi, verificando la coerenza tra atti, dichiarazioni e risultati effettivi. 

 

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LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

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OSTIA, STAGIONE BALNEARE NEL CAOS: DECIDONO I GIUDICI

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Siamo a metà aprile 2026, a poche settimane dall’inizio della stagione balneare, e sul litorale romano si parla di tutto tranne che di mare: sequestri, ricorsi, tribunali. L’ultimo caso riguarda lo storico stabilimento Battistini, nel cuore di Ostia, ed è l’ennesima prova di una gestione che fa acqua.

Il 21 maggio 2025 il Comune esclude dalla gara la RO.Y.AL Tur perché il suo codice ATECO — cioè la classificazione dell’attività economica prevalente dichiarata alla Camera di Commercio — risultava legato al settore alimentare. Il problema è che la società aveva un oggetto sociale — cioè l’insieme delle attività che può svolgere per statuto — perfettamente compatibile con turismo, ristorazione e servizi balneari.

Il 17 luglio 2025 il TAR Lazio (sentenza n. 14140/2025) annulla l’esclusione e il 14 aprile 2026 il Comune è costretto ad assegnare proprio a quella società lo stabilimento .

Il punto è semplice: il bando richiedeva attività “coerenti e pertinenti”, citando alcuni codici ATECO ma aggiungendo anche “similari” . Il Comune ha interpretato quella frase in modo rigido, ma il TAR ha chiarito che non si può escludere qualcuno per un requisito non scritto chiaramente .

Risultato: mesi persi, gara bloccata e decisione finale imposta dal giudice, mentre la stagione è alle porte e Ostia continua a vivere tra sequestri e incertezza. Più che un problema di legalità, qui emerge un limite evidente: l’incapacità di scrivere bandi chiari.

Il caso Battistini è emblematico. Uno stabilimento storico fermo per un errore evitabile, con il litorale che ancora una volta resta sospeso tra burocrazia e tribunali, proprio quando dovrebbe ripartire.

Un imbarazzante richiamo per l’assessore Tobia Zevi e i funzionari Tommaso Antonucci e Carlo Mazzei del Dipartimento Patrimonio ma anche per una incompetente Avvocatura Capitolina.

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SPIAGGE, GARE E TRIBUNALI ROMA VS FIUMICINO. VINCE FIUMICINO

Nero Oro Gala Invito_20260415_194048_0000Due modelli, pochi chilometri di distanza, un risultato opposto.
Roma Capitale, sul litorale di Ostia, sceglie la gara pubblica “pura”.
Fiumicino utilizza invece una procedura amministrativa semplificata.

Una soluzione più debole?
Secondo il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (sentenza n. 6721/2026 del 14 aprile 2026), no.
Nel caso di Fiumicino non si tratta di proroghe automatiche, ma di nuove concessioni rilasciate a seguito di una procedura pubblica, con titoli validi fino al 2033 (27 concessioni su 110).
La procedura “leggera”, quindi, ha retto in giudizio.

Proroghe e diritto europeo
Il problema nasce da un corto circuito normativo ormai noto.
La Legge 145/2018 aveva previsto la proroga automatica delle concessioni fino al 2033; la Direttiva Bolkestein (2006/123/CE) impone invece procedure competitive; il Consiglio di Stato, nel 2021, ha chiarito l’incompatibilità delle proroghe automatiche con il diritto europeo. Da quel momento, ogni Comune ha dovuto trovare una propria soluzione.

Roma: la linea dura (e il caos)
Roma ha scelto la strada più ortodossa: stop alle proroghe e ricorso alle gare pubbliche.
Prima con il bando per 37 stabilimenti nel 2020, poi con un nuovo ciclo nel 2025.
Il risultato è stato un contenzioso continuo: ricorsi, sospensioni in autotutela, proroghe tecniche, cambi di gestione, procedimenti ancora pendenti e, da ultimo, anche interventi della Procura con sequestri.
Le conseguenze sono evidenti. Da un lato, un aumento significativo dei costi legali a carico della collettività. Dall’altro, una condizione di incertezza totale a ridosso dell’inizio della stagione balneare.

Fiumicino: la via pragmatica
Fiumicino ha seguito un percorso diverso.
Ha pubblicato un avviso pubblico, garantendo la possibilità di presentare domande concorrenti. In assenza di concorrenza, ha proceduto al rinnovo delle concessioni. Si tratta di una procedura semplice, prevista dal Codice della Navigazione.
Successivamente il Comune ha tentato di disconoscere quei titoli, ritenendoli inesistenti. I concessionari hanno impugnato e il TAR si è pronunciato, riconoscendo la validità delle concessioni.

Il paradosso
Il modello adottato da Roma ha generato un contenzioso permanente. Quello di Fiumicino invece ha prodotto titoli concessori che oggi risultano validati dal giudice. Ne emerge un dato difficile da ignorare: un maggiore rigore formale non ha prodotto maggiore efficacia, mentre una maggiore semplicità amministrativa non si è tradotta in illegittimità.

Il rischio per Ostia
La partita resta aperta.
Le gare del 2025 sono ancora oggetto di contenzioso e il prossimo passaggio sarà davanti al Consiglio di Stato. Se dovesse essere messo in discussione il modello economico adottato dal Comune, il sistema rischierebbe di riaprirsi integralmente, inclusa la pretesa che il concessionario debba pagare al Comune di Roma una percentuale sui ricavi annuali, oltre al normale canone demaniale (Royalty).

Due scelte politiche
Non si tratta solo di una differenza tecnica.
Roma ha scelto un’applicazione rigida del principio europeo, puntando anche alla sostituzione dei concessionari storici, con il risultato di un conflitto giudiziario strutturale.
Fiumicino ha privilegiato la continuità amministrativa, riducendo il rischio di contenzioso e tutelando gli equilibri economici locali.

La lezione del “laboratorio Lazio”
Il diritto europeo impone la concorrenza.
Ma le coste italiane non sono un sistema neutro.
Esistono concessioni storiche, investimenti consolidati ed equilibri economici delicati. In questo contesto, la soluzione più rigorosa non è necessariamente quella più governabile.
Tra Ostia e Fiumicino non c’è solo una differenza amministrativa.
C’è un test concreto sulla capacità di tenuta delle scelte pubbliche.
Ad oggi, chi ha impostato il sistema sulle gare è fermo nei tribunali, con la stagione alle porte e interventi repressivi in corso. Chi ha adottato una procedura minima dispone invece di titoli validi fino al 2033.
Il resto lo dirà il Consiglio di Stato.
Ma un punto è già chiaro: avere un impianto formalmente corretto non basta, se non è in grado di reggere nella realtà.

 

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IDROSCALO: 1,5 KM DI MARE “NON BALNEABILE”?

Nero Oro Gala Invito_20260415_002309_0000Tra la foce del Tevere e via Umberto Cagni, la Regione Lazio individua un’area estesa come non balneabile. Ma i criteri non sono esplicitati.

A pochi giorni dall’inizio della stagione balneare, LabUr – Laboratorio di Urbanistica e la Comunità Foce del Tevere hanno richiesto chiarimenti urgenti sulla balneabilità della storica spiaggia dell’Idroscalo di Ostia.

Nel tratto di costa che va dalla foce del Tevere a via Umberto Cagni, la Regione Lazio infatti individua un’area continua di circa 1,5 km classificata come “non adibita alla balneazione”. Dentro quest’area ricade anche la spiaggia dell’Idroscalo (spiaggia celeste) che entra nel conteggio della quota di arenile pubblico di Roma Capitale.

Non si tratta di una semplice fascia di rispetto dalla foce o dall’imboccatura portuale. Si tratta di una perimetrazione estesa lungo costa. A poca distanza, però, risultano presenti tratti classificati come balneabili.

Il punto non è contestare la classificazione, ma comprenderne i criteri.
Ad oggi non risultano esplicitati:

– i dati di monitoraggio utilizzati

– i punti di campionamento

– le ragioni della discontinuità tra tratti contigui.

Una questione tutt’altro che tecnica perché la classificazione delle acque incide direttamente sulla fruizione degli arenili pubblici in un quartiere che conta 500 famiglie.

Per questo motivo, LabUr, ma anche la Comunità Foce del Tevere, hanno trasmesso rispettivamente istanza di classamento e individuazione acque balneabili stagione 2026 e accesso agli atti e richieste di chiarimenti istruttori a Regione Lazio, ARPA e Capitaneria di Porto.

Inoltre, la Comunità Foce del Tevere nelle scorse settimane ha chiesto chiarimenti al Direttore per il Litorale, Carlo Mazzei, circa l’inquadramento e la gestione dell’arenile pubblico dell’Idroscalo che dovrebbe ricevere parità di trattamento.

 

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