MUNICIPIO X, LAVORI PUBBLICI: QUANDO IL DEGRADO NON È PERCEZIONE MA IL RISULTATO DI SCELTE AMMINISTRATIVE

IMG_20260111_173236Nel Municipio Roma X il degrado dello spazio pubblico non è una questione percettiva o episodica. È il risultato cumulativo di scelte amministrative, procedure carenti e controlli inefficaci che, nel corso del mandato, hanno prodotto ritardi, maggiori costi e opere spesso inutilizzabili.

Strade, piazze, edifici e infrastrutture raccontano una sequenza ricorrente di criticità che non può più essere liquidata come somma di singoli incidenti. Si tratta, al contrario, di un modello di gestione dei lavori pubblici che presenta elementi strutturali di inefficienza.

Alla conclusione del mandato della Giunta municipale guidata da Mario Falconi, LabUr – Laboratorio di Urbanistica sta predisponendo un dossier tecnico-documentale finalizzato alla trasmissione alla Corte dei Conti, affinché siano valutati eventuali profili di danno erariale.

Di seguito si sintetizzano le principali aree critiche riscontrate.

1. Progettazione carente e varianti prevedibili
Numerosi interventi risultano avviati sulla base di progetti incompleti o insufficientemente verificati. Le successive varianti in corso d’opera appaiono, in molti casi, non riconducibili a eventi imprevedibili, ma a carenze progettuali originarie.

Effetti riscontrabili: incremento dei costi, dilatazione dei tempi, necessità di nuove procedure di affidamento e perdita di efficienza complessiva.

2. Direzione lavori e controllo dell’esecuzione
Emergono criticità nella fase di direzione e vigilanza dei cantieri. In diversi casi si rilevano difformità esecutive, controlli prevalentemente formali e una gestione poco incisiva delle non conformità.

Effetti riscontrabili: opere di qualità inferiore, necessità di interventi correttivi, contenziosi e ulteriori oneri a carico dell’ente pubblico.

3. Ritardi, proroghe e gestione dei contratti
La gestione dei tempi contrattuali evidenzia frequenti slittamenti, proroghe reiterate e una limitata applicazione di penali, anche in presenza di ritardi significativi.

Effetti riscontrabili: aumento dei costi indiretti, rischio di perdita di finanziamenti, infrastrutture inutilizzabili per lunghi periodi.

4. Stati di avanzamento e liquidazioni
In alcuni interventi si riscontra uno scollamento tra avanzamento reale dei lavori e stati di avanzamento liquidati, talvolta in assenza di collaudi funzionali o di piena fruibilità delle opere.

Effetti riscontrabili: impiego di risorse pubbliche senza corrispondente beneficio per la collettività.

5. Opere prive di effettiva utilità o rapidamente degradate
Non mancano casi di interventi formalmente conclusi ma scarsamente funzionali, abbandonati o deterioratisi in tempi molto brevi.

Effetti riscontrabili: spreco di risorse, ulteriore degrado urbano, perdita di fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

 

RACCOLTA DOCUMENTATA DI SEGNALAZIONI
LabUr ha attivato una raccolta strutturata di segnalazioni, documenti e materiali relativi ai lavori pubblici nel Municipio Roma X.

Le segnalazioni, anche in forma anonima, possono essere inviate all’indirizzo

llpp.labur@gmail.com

Ogni contributo sarà sottoposto a verifica e analisi tecnica.

La raccolta resterà aperta fino al 31 agosto 2026 e confluirà nel dossier conclusivo.

OBIETTIVO
Non si tratta di una iniziativa polemica né di una denuncia generica. L’obiettivo è ricostruire fatti, procedure e responsabilità, affinché gli organi competenti possano valutare, sulla base di elementi oggettivi, l’uso delle risorse pubbliche e l’efficacia dell’azione amministrativa.

Quando i problemi sono sistemici, non bastano spiegazioni episodiche. Servono dati, metodo e assunzione di responsabilità.

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DOSSIER: GOVERNANCE CULTURALE, PARTECIPAZIONE E SPAZIO URBANO NEL MUNICIPIO X

Screenshot_2026-01-10-20-06-14-62_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274Nella letteratura contemporanea sulle politiche urbane e culturali, la cultura non è più considerata un ambito accessorio o meramente simbolico, bensì una infrastruttura immateriale che incide direttamente sull’uso dello spazio pubblico, sulla coesione sociale, sull’accesso ai diritti e sulla qualità della democrazia urbana.

Quando la cultura assume questa dimensione infrastrutturale, diventa parte integrante del governo della città rientrando pienamente nel campo di osservazione dell’urbanistica. Un laboratorio che si occupa di trasformazioni urbane, spazio pubblico e politiche territoriali non può dunque non interrogarsi sulle politiche culturali, non in quanto produzione di eventi, ma in quanto dispositivi capaci (o incapaci) di strutturare relazioni, pratiche e accesso reale ai luoghi.

Università, organismi internazionali e amministrazioni locali avanzate convergono su un punto centrale: la cultura non si governa attraverso la sola programmazione di eventi, ma attraverso assetti di governance capaci di integrare obiettivi espliciti, strumenti coerenti, misurazione degli effetti e capacità di apprendimento istituzionale.

Il presente dossier si colloca in questo quadro teorico e nasce come contributo tecnico e analitico al dibattito aperto nel Municipio Roma X, anche alla luce dell’incontro pubblico tenutosi ieri con l’Assessore alla Cultura di Roma Capitale, Massimiliano Smeriglio.

Per non appesantire l’avvio della lettura, il riferimento alle scelte metodologiche è rimandato alla nota in chiusura.

Non si tratta di una valutazione politica né di un giudizio sugli operatori culturali, ma di un’analisi del modello di governo dell’offerta culturale, dei suoi presupposti impliciti e dei suoi effetti osservabili sul territorio.

 

DIAGNOSI DEL MODELLO LOCALE: LA CULTURA COME CARTELLONE

Dall’analisi dell’offerta culturale 2025 nel Municipio Roma X emerge un elemento strutturale: la cultura è prevalentemente trattata come successione di eventi, più che come politica pubblica orientata a risultati. La programmazione appare fondata su un criterio implicito di riuscita: l’evento è considerato positivo per il solo fatto di essere stato realizzato. In questo quadro, la partecipazione non assume valore di indicatore e l’impatto nel tempo non è oggetto di valutazione sistematica.

In sede pubblica è stata richiamata l’idea secondo cui la riuscita di un’iniziativa culturale non sarebbe misurabile attraverso la partecipazione, potendo essere considerato un successo anche un evento con un numero minimo di presenti. Tale affermazione, pur comprensibile come difesa simbolica del valore intrinseco dell’atto culturale, risulta problematica se assunta come criterio generale di policy pubblica.

Nella letteratura sulle politiche culturali urbane, l’assenza di indicatori di partecipazione non è considerata una scelta neutra, ma una rinuncia alla responsabilità di governo, poiché impedisce di distinguere tra sperimentazione consapevole, inefficacia strutturale e criticità progettuali o comunicative.

La mancanza sistematica di rendicontazione ex post (dati, immagini, valutazioni qualitative) rappresenta un ulteriore elemento critico: interrompe il ciclo di apprendimento istituzionale e tende implicitamente a spostare la responsabilità all’esterno dell’Istituzione, anziché interrogare il disegno delle politiche, i formati proposti, la localizzazione degli eventi e la capacità di costruire domanda culturale nel tempo.

 

IL CONFRONTO INTERNAZIONALE: CULTURA COME INFRASTRUTTURA URBANA

Il confronto con città considerate all’avanguardia nelle politiche culturali urbane – come Medellín, Helsinki e Seul – evidenzia uno scarto significativo non tanto sul piano dei contenuti, quanto su quello della governance.

A Medellín la cultura è stata utilizzata come strumento di riequilibrio territoriale e trasformazione urbana, attraverso la realizzazione di infrastrutture culturali permanenti nei quartieri marginalizzati. In questo modello la partecipazione è necessariamente misurata, poiché costituisce condizione di legittimità dell’investimento pubblico.

Helsinki invece concepisce la cultura come servizio pubblico quotidiano: luoghi accessibili ogni giorno, progettati con gli utenti e capaci di produrre dati costanti di utilizzo. La domanda culturale non viene sollecitata episodicamente, ma costruita nel tempo.

Infine, a Seul la politica culturale è esplicitamente orientata alla riduzione del “cultural gap” tra territori e gruppi sociali. Ciò implica una conseguenza strutturale: la necessità di misurare chi partecipa e chi resta escluso.

In tutti questi casi, la cultura non è utilizzata come strumento compensativo o simbolico, ma come infrastruttura urbana permanente, capace di incidere sulle pratiche quotidiane e sull’accesso allo spazio pubblico.

 

MUNICIPIO X, COSA SI DEVE MIGLIORARE

Alla luce della diagnosi e del confronto internazionale impietosi, sarebbe raccomandabile:

1. Introduzione di obblighi minimi di rendicontazione ex post per le iniziative sostenute o ospitate dal Municipio X.

2. Definizione di indicatori di partecipazione per le infrastrutture culturali pubbliche, intesi come strumenti di apprendimento e non di sanzione.

3. Analisi territoriale della partecipazione, per individuare quartieri, fasce d’età e gruppi sociali sistematicamente esclusi.

4. Separazione chiara tra politiche culturali e supplenze di altre funzioni amministrative (come è avvenuto nell’estate 2025 sulle spiagge libere di Ostia ponente)

5. Valorizzazione delle pratiche culturali che dimostrano capacità di attrarre pubblico anche in assenza di finanziamento pubblico, al fine di comprenderne i fattori di efficacia.

 

CONCLUSIONE

Affermare che la realizzazione di un evento sia di per sé sufficiente a definirne il successo equivale, sul piano delle politiche pubbliche, a rinunciare al governo dei processi. In assenza di obiettivi verificabili e di misurazione degli effetti, l’azione pubblica rischia di limitarsi all’amministrazione delle percezioni, piuttosto che alla costruzione di cittadinanza culturale.

Se la cultura è infrastruttura urbana (come affermano teoria e pratiche internazionali) allora non può essere governata come semplice somma di iniziative. Dove l’infrastruttura non viene governata, lo spazio pubblico si svuota. E uno spazio pubblico che si svuota non è un problema culturale, ma urbano, sociale e democratico.

_________

NOTA METODOLOGICA

La presente analisi è stata sviluppata attraverso un approccio metodologico integrato, comunemente utilizzato negli studi sulle politiche culturali urbane e sulla governance territoriale, in particolare nei contesti caratterizzati da una limitata disponibilità di dati amministrativi pubblici.

Il lavoro si fonda su una combinazione di:

– analisi documentale delle comunicazioni istituzionali ufficiali (canali digitali del Municipio Roma X e di Roma Capitale);

– ricognizione sistematica dell’offerta culturale nel periodo 1° maggio – 30 settembre 2025, con classificazione degli eventi per tipologia, localizzazione, durata, target dichiarato e soggetto organizzatore;

– osservazione diretta partecipante a una selezione significativa di iniziative, utilizzata come strumento qualitativo di verifica della relazione tra offerta, contesto e partecipazione effettiva;

– analisi delle pratiche di comunicazione ex post, con particolare attenzione alla presenza o assenza di dati di partecipazione, restituzioni pubbliche e valutazioni qualitative;

– confronto comparativo (benchmarking) con modelli internazionali di governance culturale urbana, selezionati sulla base della letteratura scientifica e dei principali osservatori globali sulle politiche culturali delle città.

In linea con gli studi prodotti in ambito universitario, e in particolare con il filone di ricerca sviluppato dall’Università di Roma La Sapienza sui temi della partecipazione culturale, delle disuguaglianze territoriali e del rapporto tra cultura e spazio pubblico, l’analisi considera la mancanza di indicatori e di rendicontazione pubblica non come una semplice lacuna informativa, ma come un dato analiticamente rilevante ai fini della valutazione della qualità della governance.

L’assenza di misurazione sistematica incide infatti sulla capacità dell’istituzione di apprendere, correggere e orientare le politiche culturali nel medio periodo, trasformando l’offerta in una successione di eventi non cumulativi.

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“PARCO DEL MARE”: IL RIGORE E IL RUMORE

Screenshot_2026-01-08-14-34-46-10_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274Tra procedure, scadenze e titoli urlati, riportiamo il dibattito sul piano dei fatti perché capire le fasi è il primo atto di partecipazione. 

 

In questi giorni, attorno al progetto del Parco del Mare di Ostia, si è prodotto molto rumore. Sui social e su parte della stampa locale si è costruita una narrazione allarmistica, fondata sull’idea di una scadenza imminente e decisiva, capace di chiudere ogni spazio di discussione sul futuro del lungomare.

Questa narrazione non restituisce correttamente la natura degli atti in corso. Per questo è necessario riportare il dibattito su un terreno di rigore amministrativo, distinguendo i fatti dalle suggestioni.

LA SCADENZA DI OGGI, 8 GENNAIO
La data dell’8 gennaio 2026 riguarda esclusivamente un adempimento previsto dall’art. 21 del Regio Decreto n. 1126/1926, relativo al vincolo idrogeologico che interessa una porzione limitata del territorio, in particolare aree residuali dunali e boschive nell’intorno del Palafijlkam. Non riguarda quindi l’approvazione del progetto del Parco del Mare o una variante urbanistica né un processo partecipativo generale.
È una procedura settoriale e obbligatoria, che il Comune è tenuto ad attivare prima della trasmissione degli atti agli uffici competenti.

I TEMPI AMMINISTRATIVI
Conclusa la fase di pubblicazione e raccolta delle eventuali osservazioni, la documentazione viene istruita dagli enti competenti in materia di vincolo idrogeologico, che dispongono, ai sensi di legge, di un termine massimo di 180 giorni per pronunciarsi.

Non esiste, dunque, alcun effetto immediato legato alla data dell’8 gennaio, né alcuna decisione irrevocabile assunta in quella sede. Raccontare questa scadenza come uno spartiacque è tecnicamente improprio.

A CHE PUNTO È IL PROGETTO
Il Parco del Mare si trova ancora nella fase di Progetto di Fattibilità Tecnico Economica (PFTE).
I passaggi decisivi (valutazioni ambientali, variante urbanistica, progetto definitivo ed esecutivo) non sono stati esauriti e seguono procedure autonome, con tempi e strumenti di partecipazione specifici.

Confondere una finestra tecnica sul vincolo idrogeologico con una decisione complessiva sul progetto significa indebolire il dibattito, non rafforzarlo.

OSSERVAZIONI LABUR
LabUr oggi ha presentato le proprie osservazioni nei limiti strettamente definiti dalla procedura in corso. Si tratta di un atto di presidio metodologico, non di adesione a una narrazione emergenziale. Le osservazioni sono infatti un passaggio di garanzia messo agli atti.

RIGORE CONTRO RUMORE
Il Parco del Mare è un progetto complesso, che merita analisi serie, confronto informato e partecipazione reale. Non merita semplificazioni forzate né allarmi impropri.

LabUr continuerà a lavorare su questo terreno: presidiando i processi, distinguendo le fasi, difendendo il diritto dei cittadini a comprendere ciò che accade davvero.

Il rigore non fa rumore. Ma senza rigore, il rumore prende il posto di tutto il resto.

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CHI SA, VEDE. “CARBONE BAGNATO PER GUALTIERI. PILLOLE DI URBANISTICA #19

FB_IMG_1767879473255Quando il Sindaco TikToker affoga nel marketing politico.

 

Quattro anni di mandato del Sindaco Roberto Gualtieri al grido di resilienza, adattamento, transizione. Slogan mai tradotti in fatti concreti e reali. La pioggia che sta cadendo in queste ore sulla Capitale lo dimostra meglio di qualunque editoriale.

Una città che si fosse adattata davvero avrebbe potenziato la rete di drenaggio, programmato manutenzione preventiva sistematica, ridotto l’impermeabilizzazione del suolo, realizzato vasche di laminazione e sistemi di drenaggio urbano sostenibile, integrato acqua, verde, strade e sottoservizi in un’unica regia tecnica.

Nulla di tutto questo è stato fatto. Roma affoga negli allagamenti ricorrenti e sempre negli stessi punti: tombini ostruiti, strade che diventano canali, quartieri interi paralizzati per piogge perfettamente prevedibili. Questo non è “climate change estremo”, è semplicemente assenza di governo della città.

La resilienza non si racconta sui social o nei convegni, la si costruisce, la si realizza, cioè si spendono soldi dove non si tagliano nastri, non si fanno rendering, non si fanno post instagrammabili, cioè nel noioso e invisibile sottoterra.

Quindi il carbone è strameritato: le parole sono ‘avanzate’ in ogni senso, i fatti no e continuare a darsi arie europee, quando la gestione è da emergenza permanente, è straniante.

Se il Sindaco la smettesse di invocare il clima per giustificare i disagi, quando invece il clima mette solo a nudo fragilità strutturali preesistenti, sarebbe il primo atto vero di resilienza.

Buona epifania.

 

#RobertoGualtieri #roma #Befana

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CHI SA, VEDE – OSTIA, 40.000€ PUBBLICI PER UN VADEMECUM GIUBILARE – PILLOLE DI URBANISTICA #18

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260105_161402_0000Domani si chiude l’Anno Santo. A Ostia, invece, il Giubileo è rimasto una narrazione: risorse pubbliche della Camera di Commercio di Roma, regia privata, nessuna trasformazione urbana e nessuna responsabilità pubblica.

“Ostia Jubilee of the Sea” è stato presentato a maggio scorso come un progetto strategico per il territorio. Nei fatti, è stata un’operazione di comunicazione, sostenuta da risorse pubbliche, che non ha prodotto alcun cambiamento urbano concreto.
Il progetto ha beneficiato di 40.000€ (quelli che si conoscono) di contributo della Camera di Commercio di Roma, ente pubblico economico, assegnati a Confcommercio Roma.Non si tratta di fondi interni di un’associazione, né di sponsorizzazioni private.Sono risorse pubbliche, erogate tramite atto amministrativo, per un progetto ritenuto di interesse generale.
E con le risorse pubbliche vale una regola semplice: bisogna poter dire cosa è stato fatto, da chi, per chi e con quale beneficio pubblico.L’unica cosa degna di nota è stato il “Vademecum per un nuovo modo di vivere Ostia”, totale 16 pagine che non ha letto nessuno.Quel documento non è uno strumento urbano (anche se lo hanno spacciato come tale), non è un piano, non è un atto di governo del territorio.È una brochure promozionale che racconta Ostia come esperienza: mare, cibo, passeggiata, atmosfera.
Peccato che nel vademecum non c’è:– una mappa urbana,– una scelta spaziale,– un’indicazione operativa,– un impegno verificabile,– un soggetto responsabile.
La città reale sparisce.Quartieri, abitanti, servizi, conflitti, fragilità, disuguaglianze semplicemente rimossi.Ostia non è trattata come una parte di Roma da amministrare, ma come ‘uno sfondo da consumare bene’.
Il Giubileo, che avrebbe richiesto governo dei flussi, gestione straordinaria, responsabilità pubblica, viene ridotto a mera cornice narrativa.Non una riga su carichi urbani, servizi, logistica, priorità. Nulla di nulla, eppure parliamo di #Confcommercio.
Alla prova dei fatti, l’unica presenza giubilare concreta a Ostia è stata una messa sulla spiaggia al Cocunuts, un momento di fede che non si discute, ma che conferma una verità semplice: il Municipio X non è stata pensato, organizzato né governato per il Giubileo.
Ma il punto più serio è un altro, ed è politico.Con fondi pubblici, un soggetto privato ha:– costruito una narrazione territoriale,– parlato a nome della città,– definito cosa è Ostia e come dovrebbe essere vissuta.
Peccato che questo non sia il ruolo del privato, bensì pubblico. Il compito di definire una visione urbana, di governare un evento straordinario, di stabilire priorità e regole, di tenere insieme interesse generale e trasformazioni, spetta al soggetto pubblico: Comune, Municipio, istituzioni. A meno che…quello spazio lasciato vuoto affinché altri lo occupassero aveva ragioni di campagna elettorale: Valeria Strappini è indicata come futura candidata alla Presidenza del Municipio X per il Partito Democratico.È legittimo dunque chiedersi se operazioni come questa non servano anche a costruire consenso e visibilità, più che a costruire la città.
40.000 euro pubblici non sono una cifra enorme (ma sappiamo per certo che non è l’unica), ma non sono nemmeno irrilevanti.Potevano servire a costruire strumenti permanenti, conoscenza utile, capacità amministrativa, eredità.Sono serviti invece a produrre un racconto.
E noi continuiamo a dirlo, anche quando dà fastidio: la rigenerazione urbana non è marketing, la città non è una brochure, il Giubileo non è un pretesto narrativo ma qualcosa di molto più serio che andava rispettato e il privato non può sostituirsi al pubblico senza che nessuno risponda.
Perché quando il pubblico abdica,la città perde. Sempre… e per fortuna che era il Giubileo della Speranza.
#giubileo #ostia #MunicipioX #GiubileodellaSperanza

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CHI SA, VEDE. ERP, IL PROBLEMA NON È COMPRARLE, È GESTIRLE – PILLOLE DI URBANISTICA #17

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260104_102313_0000Comprare è una scelta politica. Gestire è una responsabilità amministrativa.
Grande soddisfazione della Giunta per l’acquisto delle case ex Enasarco: primo rogito firmato, patrimonio pubblico che cresce, “svolta storica” per l’emergenza abitativa. Peccato che in tutti questi anni, l’Assessore al Patrimonio del Comune di Roma, Tobia Zevi, abbia parlato solo di migliorare efficienza e strumenti accessori, ma mai di riformare la governance complessiva della manutenzione e della sostenibilità finanziaria del patrimonio ERP.Quindi la domanda che continua a restare fuori dal racconto ufficiale è: l’operazione include una valutazione puntuale dei costi di gestione nel medio-lungo periodo?
Sotto il profilo della manutenzione ordinaria e straordinaria, delle spese condominiali, degli eventuali oneri consortili, della gestione delle morosità, dei contenziosi prevedibili, l’esperienza del Comune di Roma è tutt’altro che rassicurante. Il patrimonio ERP esistente soffre di assenza di gestione strutturata, accumulo di degrado e ricorso sistematico a spese straordinarie, con effetti diretti sui bilanci pubblici.
Se l’acquisto non è accompagnato da un modello gestionale chiaro, finanziato e verificabile, il rischio (che diventa certezza) è quello di avere più patrimonio sulla carta, più contenziosi e più spesa fuori controllo. Non è una polemica politica sterile, è una questione di responsabilità amministrativa e di finanza pubblica.Ogni scelta strutturale dovrebbe dichiarare non solo quanto costa comprare, ma quanto costerà mantenere, gestire e governare nel tempo. Altrimenti il conto, come sempre, viene presentato dopo ai cittadini. Ancora di più se si moltiplicheranno i condomini misti, dove legittimamente i proprietari temono l’impatto sulle spese condominiali, anche alla luce dell’evoluzione del diritto condominiale.
Se oggi il Comune fatica a garantire la sicurezza strutturale negli immobili ERP già in carico (come a Nuova Ostia, nelle cosiddette case Armellini) e non rende pubblici i modelli gestionali e le coperture finanziarie per quelli nuovi, la domanda, a cui Zevi non risponde mai, resta una sola: con quale modello di gestione verranno governati gli immobili ex Enasarco, per evitare che diventino le nuove Case Armellini di domani?

#TobiaZevi #Erp #caseArmellini #nuovaOstia #Enasarco

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CHI SA, VEDE. ROMA NON È STOCCOLMA MA RISCHIA DI DIVENTARE VENEZIA – PILLOLE DI URBANISTICA #16

Bianco-Nero-Rosa-Minimal-Grunge-Musica-Copertina-Album_20260102_151441_0000-300x300Siamo stati a Stoccolma e abbiamo avuto la prova provata che a Roma il mare è solo un evento stagionale, una linea di conflitto urbano, un set per l’improvvisazione politico/amministrativa. Ostia, il quartiere del “mare di Roma”, non ha un governo urbano.

A Stoccolma abbiamo visto una cosa che a Roma sembra impensabile: l’acqua è trattata come infrastruttura pubblica quotidiana. A Ostia tutt’al più va in onda il folklore buono per selfie di ‘mutannari’ in posa vannacciana al tuffo del primo dell’anno.
A Stoccolma il mare (e il fiume) non sono concessioni né scenografie. Sono spazio pubblico continuo, accessibile, pianificato, progettato, realizzato e usato quotidianamente.Roma invece sta precipitando nel ‘modello Venezia’, un sistema turistico globale dove l’acqua è infrastruttura simbolica e turistica. Bellissima, fragile e spopolata.
Governare il mare (e il fiume) significa decidere chi conta, chi paga, chi beneficia. Per questo la politica romana preferisce rinviare, spettacolarizzare quanto basta e frammentare.
Ostia non ha bisogno di eventi a favore dell’elicottero RAI o di quinta categoria. Ha bisogno di potere pubblico, di regole giuste, di visione urbana, di un progetto che metta al centro chi vive, non chi consuma. Quelli che dicono che “basta amare Ostia” mentono. Le città non funzionano per amore. Funzionano per scelte. Il mare è città e se non lo governi, lo stai cedendo.

PERCHÉ A STOCCOLMA L’ACQUA È INFRASTRUTTURA
1. L’acqua è considerata spazio pubblico primario. Fiumi, canali e mare interno sono pensati come estensione delle strade e delle piazze. Balneazione urbana, passeggiate, attracchi pubblici, parchi sull’acqua non sono “attrazioni”, ma servizi per i cittadini.Il principio è semplice: se è pubblico, deve essere accessibile ogni giorno.
2. Continuità urbana, non frammentazione.Il waterfront non è spezzato in lotti chiusi o funzioni isolate. È continuo, attraversabile, leggibile. E questo riduce conflitti, aumenta sicurezza e rende l’acqua parte dell’uso quotidiano, non un evento stagionale.
3. Mobilità sull’acqua = trasporto pubblico.I battelli urbani fanno parte del sistema di trasporto, come bus e metro. Non sono “crociere” o servizi turistici, ma linee regolari per pendolari. L’acqua collega quartieri, non li separa.
4. Mix funzionale obbligatorio.Sul fronte acqua convivono abitazioni, scuole e servizi, lavoro, spazi pubblici e tempo libero. Questo per evitare la “monocoltura” (solo turismo, solo lusso, solo eventi) e garantire presenze tutto l’anno.
5. Regole forti e fiducia civica.Stoccolma investe sulla qualità ambientale dell’acqua, sulla sua manutenzione costante e su regole chiare di governo. Considera i cittadini utenti attivi e non problemi da contenere. Il bagno urbano non è un’eccezione eroica: è semplicemente normale perché l’acqua è pulita e gestita.
6. Visione climatica.L’acqua è considerata raffrescamento urbano, drenaggio e resilienza climatica.Siamo dunque in presenza di pianificazione ambientale, non solo estetica e/o decoro.
A Stoccolma l’acqua è città.A Roma l’acqua è trattata solo come margine.
#marediroma #RomaCapitale #Stoccolma #LabUr

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CHI SA, VEDE ️ – “Costituzione, città e non detto: il limite della moral suasion di Mattarella”. PILLOLE DI URBANISTICA #15

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260101_170234_0000Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella richiama con forza valori condivisibili: dignità della persona, coesione sociale, pace, rispetto della Costituzione.

È un discorso formalmente ineccepibile, misurato, rassicurante, ma lascia una domanda cruciale aperta: dove si producono oggi, concretamente, le disuguaglianze citate che minano la democrazia?

La crisi democratica non è solo un problema di linguaggio o di clima politico, è una crisi materiale che attraversa lo spazio.
Prendiamo un esempio banale e locale:
– quartieri senza servizi
– periferie isolate
– litorali sacrificati in nome di un “interesse pubblico” opaco
– città iperregolate per alcuni e completamente deregolate per altri.

Qui la moral suasion del Presidente mostra il suo limite: quando le disuguaglianze vengono nominate senza essere localizzate, rischiano di diventare un fatto meramente morale, non politico. La Costituzione non è neutra rispetto allo spazio: l’articolo 3 infatti non parla solo di uguaglianza formale, ma di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona. E quegli ostacoli, oggi, hanno un indirizzo preciso anche in campo urbanistico: stanno nelle scelte urbanistiche, nella pianificazione assente o piegata agli interessi forti, nella trasformazione del diritto alla città in concessione.

Il Presidente Mattarella richiama giustamente più volte alla responsabilità collettiva, ma nelle città italiane la responsabilità non è mai astratta: è nelle delibere, nei piani regolatori, nelle concessioni, nelle deroghe continue che producono contenziosi, esclusione, sfiducia.
Quindi, dire “coesione”, senza dire come lo spazio viene organizzato, significa chiedere unità a territori che vivono condizioni strutturalmente diseguali. Dire “diritti”, senza dire dove vengono negati, significa spostare il conflitto dal piano politico a quello etico.

Dunque c’è un vuoto. Non basta più richiamare la Costituzione se poi lo Stato, anche a livello locale, produce regole incerte, contenziosi permanenti e in campo urbanistico diventa strumento di esclusione invece che di riequilibrio. La democrazia si misura nei luoghi, non solo nei principi. Non è costituzionalmente accettabile una Repubblica che proclama uguaglianza e poi organizza lo spazio in modo diseguale scaricando i costi sui più deboli e privatizzando i benefici.
Un esempio su tutti lo troviamo a Castelporziano, dotazione proprio del Presidente, abbandonata come spazio pubblico ai biechi interessi di una politica corrotta.

Le istituzioni devono tornare a produrre giustizia spaziale, sociale e costituzionale e assumersi le responsabilità dei propri errori, ciò che Mattarella evita accuratamente di dire nei 15 minuti del suo discorso di fine anno. Ricordiamoci che non tutto ciò che è legale è anche giusto, ma soprattutto ricordiamoci che quando la crisi è strutturale, investire sulla continuità e sulla sola stabilizzazione del sistema è un errore.

Mattarella avrebbe potuto segnare una linea rossa, come fecero Pertini e Scalfaro: l’Italia attraversa infatti una fase in cui drammaticamente le disuguaglianze sociali si accentuano e la fiducia nelle istituzioni si indebolisce.
Non tutte le difficoltà derivano da eventi esterni o inevitabili: alcune sono il risultato di scelte, omissioni, ritardi. La coesione invocata da Mattarella deve andare a braccetto con la coerenza.

Quando il linguaggio pubblico scivola verso la semplificazione, quando il conflitto sociale viene ridotto a colpa individuale, quando i diritti diventano concessioni, la democrazia si indebolisce.

#Labur #presidenzadellarepubblica #spiaggiacastelporziano #Costituzione #DirittoAllaCittà #GiustiziaSpaziale #Urbanistica #Democrazia #BeniComuni #SpazioPubblico

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CHI SA VEDE ️ – BALNEARI: REGOLE CAMBIATE A PARTITA IN CORSO – PILLOLE DI URBANISTICA #14

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251230_144602_0000Senza certezze del diritto non c’è interesse pubblico, ma solo contenziosi che finiscono per gravare su tutti.

 

Molti gestori di stabilimenti balneari hanno contratto mutui e prestiti per investimenti strutturali, operando all’interno di un quadro normativo che per decenni ha riconosciuto continuità, trasferibilità e valore economico alle concessioni. Su quella base sono stati stipulati contratti, valutati asset, concessi finanziamenti.

L’applicazione della Direttiva Bolkestein incide oggi su quella continuità, mettendo a rischio il valore delle aziende e la capacità di ripagare debiti contratti in buona fede. Non si tratta di difendere una categoria, ma di interrogarsi su un principio generale: cosa accade quando lo Stato cambia le regole a partita in corso senza assumersi il costo delle proprie scelte?

Se il valore economico viene azzerato, ma gli obblighi restano intatti, il rischio non è più d’impresa: diventa un rischio imposto dall’alto. Questo produce incertezza giuridica, moltiplica i contenziosi e scarica sulla collettività il prezzo di decisioni pubbliche non governate.

IMG-20251230-WA0001Uno Stato credibile non è quello che cambia le regole velocemente, ma quello che garantisce regole certe, giuste e coerenti, perché senza certezza del diritto non c’è concorrenza, non c’è pianificazione, non c’è interesse pubblico.

Ci sono solo conflitti legali che, alla fine, paghiamo tutti.

 

#Bolkestein #balneari #MunicipioX #ostia #marediroma

 

(L’immagine per intero è presa da Mondo Balneare)

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METRO C – SCAVIAMO COME UN IMPERO PROGETTIAMO COME UNA CITTÀ PROVVISORIA

Screenshot_2025-12-29-23-53-34-21_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274La Metro C al Colosseo: quando l’ingegneria diventa alibi e la città smette di educare e mostra la sua ignoranza in purezza. 

L’apertura della fermata Colosseo–Fori Imperiali della Metro C di Roma è stata celebrata come un trionfo: un capolavoro ingegneristico scavato sotto uno dei luoghi più complessi del pianeta, la dimostrazione che anche Roma può finalmente coniugare mobilità contemporanea e patrimonio antico. Ma se la si osserva non come opera tecnica isolata, bensì come dispositivo urbano e politico, questa stazione pone una domanda che non può più essere evitata: un’infrastruttura è un successo perché è difficile, o perché migliora davvero la città e la vita di chi la abita?

Il primo nodo riguarda la selezione della storia resa visibile. Gli scavi hanno attraversato una stratificazione urbana complessa: età romana, tardoantica, medievale, moderna, contemporanea. Eppure ciò che viene mostrato è quasi esclusivamente Roma imperiale. Non perché il resto non esista, ma perché è stato giudicato meno degno di essere visto. Gli altri strati vengono documentati e poi rimossi. La città viene ridotta a una sola epoca, trasformata in icona coerente con una narrazione monumentale e turistica. È una scelta culturale precisa, che produce un danno irreversibile: Roma non viene raccontata come processo urbano, ma come immagine congelata.

Questo non è un problema archeologico, è un problema urbanistico. Cancellare strati significa cancellare conflitti, trasformazioni, vita quotidiana. Significa rinunciare a raccontare una città abitata, attraversata, cambiata nel tempo, per restituire un fondale rassicurante e vendibile.

Il secondo nodo riguarda la funzione territoriale della linea. La Metro C viene presentata come riscatto della periferia est, come collegamento finalmente “democratico” tra centro e margini. In realtà, nella sua configurazione attuale, la linea non costruisce centralità, non genera città lungo il percorso, non produce luoghi di scambio. Convoglia flussi da quartieri e comuni esterni — come Monte Compatri — verso il centro monumentale e li rimanda indietro. È un modello estrattivo: la periferia fornisce corpi in movimento, il centro offre consumo simbolico.

Non è policentrismo. È dipendenza infrastrutturale. La metropolitana non diventa infatti strumento di cittadinanza, ma corridoio di adduzione verso un centro sempre meno vissuto e sempre più messo in scena.

Il terzo nodo è forse il più rivelatore: l’assenza totale di dispositivi di accoglienza e mediazione nella stazione Colosseo–Fori Imperiali. In uno dei luoghi più carichi di significato del mondo non esistono infopoint, biglietterie presidiate, uffici di informazione turistica, personale dedicato all’orientamento e alla spiegazione. La storia viene esposta senza linguaggio, senza contesto, senza responsabilità. Le persone attraversano vetrine musealizzate come fondali muti, ridotte a fotografare ciò che non comprendono.

Qui cade anche l’alibi del turismo. Le città che prendono sul serio i visitatori investono nella mediazione culturale. Roma no. Perché in questo modello il turista non è un ospite, ma un flusso da smaltire; il cittadino, semplicemente, non esiste.

A questo punto emerge la questione che più di tutte viene elusa: il costo.

Se il valore principale di questa operazione è ingegneristico, allora la domanda è inevitabile. È legittimo spendere centinaia di milioni di euro per dimostrare di “saper scavare” sotto il Colosseo, mentre la città rimane incapace di spiegare se stessa? E soprattutto, perché di fronte a costi elevati si invoca il rigore economico per altre infrastrutture — come il ponte sullo Stretto — mentre si accetta senza reale dibattito che il solo prolungamento della Metro C fino a Piazza Venezia possa arrivare a costare circa 1 miliardo di euro, all’interno di un investimento complessivo che porterà il costo finale dell’intera linea fino a piazzale Clodio intorno ai 10 miliardi di euro?
La domanda non è ideologica. È urbanistica e politica: qual è il costo sopportabile per un’infrastruttura concepita in questo modo?

Quanto siamo disposti a spendere per un’opera che non costruisce cittadinanza, non educa, non redistribuisce potere urbano, ma rafforza una città-scenografia fondata su flussi, monumentalizzazione e consumo?

Il problema non è la tecnica. Il problema è che la tecnica viene usata come alibi per non discutere il progetto di città. L’ingegneria diventa una foglia di fico che copre l’assenza di una visione sociale, culturale e democratica dello spazio urbano.
E mentre nei sotterranei si realizzano opere faraoniche, scavate con tecnologie d’avanguardia e costi da capitale globale, in superficie, su via dei Fori Imperiali, la città viene trattata con una leggerezza imbarazzante. Vernice delebile, piste ciclabili improvvisate, utilizzate durante la pedonalizzazione come pura scenografia: comparse scampanellanti in un teatrino romano della mobilità, più utile a produrre immagini che a costruire diritti.

Il paradosso finale è tutto qui: Roma scava come una capitale imperiale, ma dipinge come una città provvisoria.

Sotto terra, miliardi. In superficie, vernice e scambi quali “Ma che c’è scritto che non vedo, Giulio Cesare da che?” “Boh, me pare da Norcia”.

Sipario.

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