IL CASO NAUTICLUB E IL NUOVO MARE DI ROMA: COME IL TRANSITORIO STA RISCRIVENDO IL LITORALE PRIMA DEL PUA

Nero Oro Gala Invito_20260508_134840_0000Da “stabilimento balneare” a “spiaggia dello sport”. Dopo il caso Kokai, il TAR, il lotto rimasto senza gestore e la nuova gara del Campidoglio, il Nauticlub Castelfusano diventa il laboratorio del nuovo modello di governance del mare di Roma. Intanto il PUA non è ancora approvato, ma valori economici, funzioni urbane e modelli gestionali stanno già cambiando.

Il Lotto A25 “Nauticlub Castelfusano” ha fatto parte del bando di gara #4788 per l’affidamento di n.31 concessioni di beni demaniali marittimi del Litorale di Roma Capitale per finalità turistiche e ricreative (LINK). Di questo bando abbiamo parlato a lungo nei dossier spiagge (LINK) e in particolare del caso Nauticlub finito anche nell’inchiesta di Report Rai 3 (LINK), terminato con un giallo sull’esclusione dell’unica partecipante (LINK).
Non rappresenta soltanto una vicenda amministrativa o un contenzioso isolato, ma il punto in cui si sono incrociati Bolkestein, nuovo modello concessorio, governance centralizzata del litorale, trasformazione urbana del mare di Roma e ridefinizione economica del demanio marittimo prima ancora dell’approvazione definitiva del nuovo PUA. Per questo è utile analizzare come è cambiata la messa a gara del lotto e confrontare i due avvisi pubblici.

 

Il bando 2025: il Nauticlub come “stabilimento balneare”

Nell’avviso pubblico del 2025, il Nauticlub Castelfusano veniva classificato senza ambiguità come “Tipologia A – Stabilimenti Balneari – Lotto A.25 Circolo Nauticlub Castelfusano”. Il canone demaniale provvisorio 2025 risultava pari a: € 13.704,17.
La graduatoria pubblicata da Roma Capitale indicava come vincitrice
la “Kokai srl”.
LabUr – Laboratorio di Urbanistica aveva subito evidenziato alcune anomalie quali la natura neo-costituita della società vincitrice, gli intrecci societari, le anomalie nella struttura competitiva e le criticità legate al sistema delle offerte e per questa ragione il lotto è rimasto senza gestore. La Kokai è infatti uscita di scena, il TAR ha confermato la cessazione del rapporto concessorio con il precedente gestore (LINK) e Roma Capitale ha rimesso a bando il Nauticlub.


Il nuovo bando 2026: cambia il linguaggio, non il modello economico. 

Il 4 maggio 2026 Roma Capitale pubblica una nuova procedura relativa al “Nauticlub Castelfusano” (LINK). Come si vede cliccando nel link, il codice di gara che compare nell’url è il #10660, che in realtà riguarda un altra gara (LINK). Il codice infatti è #10650 – SUAFF 001320/2026 con scadenza il 25 maggio e apertura buste il 4 giugno. 

Il bando sembra sartoriale, con scadenza ravvicinata. Ma quello balza subito all’occhio è il linguaggio utilizzato: non è più “stabilimento balneare” bensì “concessione di bene demaniale marittimo […] per finalità ricreative e sportive”. Anche il racconto mediatico che lo accompagna parla apertamente di trasformazione in “spiaggia destinata allo sport”. (LINK)

Il cambiamento non è soltanto lessicale, ma politico e urbanistico. Se infatti il Nauticlub viene ricodificato da stabilimento balneare tradizionale a polo sportivo-ricreativo-naturalistico,  leggendo gli atti di gara si vede chiaramente che la struttura economica reale resta sostanzialmente quella di una concessione balneare ad elevato potenziale di sfruttamento:

  • circa 7.184 mq;
  • bar;
  • segreteria;
  • infermeria;
  • servizi;
  • spogliatoi;
  • depositi;
  • strutture operative;
  • area parcheggio.

Cambia dunque la narrazione pubblica, ma non scompare la valorizzazione economica del bene.

Un altro elemento particolarmente interessante emerge dal confronto economico tra i due bandi. Nel 2025 il canone demaniale provvisorio era di € 13.704,17. Nel nuovo bando 2026 il valore della concessione sale a € 15.212,37 in assenza di PUA.
Il transitorio dunque sta già producendo effetti permanenti.

Inoltre, il nuovo schema di concessione mostra un ulteriore salto di paradigma.
Roma Capitale introduce la Royalty sul fatturato, garanzie rafforzate, trasferimento integrale del rischio operativo sul concessionario e manutenzione ordinaria e straordinaria totalmente a carico del privato. L’offerta economica prevede infatti “la percentuale unica […] da applicarsi, a titolo di Royalty, sul fatturato complessivamente realizzato nell’esercizio della concessione”. La garanzia definitiva copre inoltre Royalty non pagate, penali, obblighi concessori, indennizzi al precedente gestore.


La struttura di fondo quindi delle Royalty appare nei due bandi sostanzialmente la stessa (percentuale sul fatturato, pagamento periodico, compartecipazione pubblica agli incassi del concessionario), ma quello che cambia è che la Royalty diventa strutturalmente “garantita”. Nel nuovo schema infatti la garanzia definitiva copre esplicitamente “il mancato pagamento delle Royalty maturate rispetto al fatturato realizzato”.
Questo significa che Roma Capitale ha già messo in conto il rischio di contenzioso/inadempimento e dunque trasforma la Royalty in un credito fortemente presidiato. La Royalty viene cioè “normalizzata” nel nuovo bando.

Roma Capitale sta trasformando il demanio da concessione a canone fisso a sistema misto: canone, imposta, compartecipazione sugli incassi e controllo economico continuo.
Siamo davanti ad un modello profondamente diverso rispetto al passato. Non è più semplice concessione balneare tradizionale, ma compartecipazione pubblica agli utili, sfruttamento economico controllato, governance fortemente centralizzata, rischio industriale scaricato integralmente sul concessionario.
Tutto questo mentre si attende il 12 maggio la sentenza TAR relativa ai ricorsi che riguardano anche la leggitimità delle Royalty sul bando del 2025.
E sappiamo che nel caso in cui Roma Capitale dovesse soccombere, farà ricorso al Consiglio di Stato.


Il PUA ancora non c’è, ma il nuovo Litorale romano sta già nascendo

Il nuovo bando richiama più volte il carattere transitorio della procedura e il fatto che tutto avvenga “nelle more dell’approvazione del PUA”, ma urbanisticamente il punto è che ogni nuova concessione consolida operatori, crea aspettative economiche, produce investimenti, genera nuove rendite, ridefinisce funzioni urbane, modifica l’uso reale del territorio.
Quando il PUA (adottato ieri in Giunta Capitolina LINK) arriverà definitivamente in aula Giulio Cesare, troverà già di fatto un nuovo assetto economico, nuovi modelli di utilizzo, nuove forme di sfruttamento del mare, nuove centralità funzionali.
In pratica prima si soconsolidano gli usi, poi la pianificazione arriva a ratificarli.
È il famoso “pianificar facendo” del PRG di rutelliana/veltroniana memoria.


Il caso Nauticlub oggi rappresenta probabilmente il laboratorio più avanzato del nuovo modello Gualtieri di gestione del litorale romano. Un modello sulla carta caratterizzato da governance centralizzata, concessioni brevi e rinnovabili in attesa del PUA, valorizzazione economica dinamica, Royalty sul fatturato, nuove funzioni sportive e “leisure”, forte controllo amministrativo e progressiva ridefinizione identitaria del lungomare che però è soprattutto spiaggia urbana.
Il “nuovo” mare di Roma non sta aspettando il PUA, sta già prendendo forma, concessione dopo concessione.

 

___________

LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

TRITOVAGLIATORE OSTIA ANTICA: NUOVA ORDINANZA, 8 ANNI DI EMERGENZA RIFIUTI

Nero Oro Gala Invito_20260507_211502_0000Firmata una nuova ordinanza straordinaria per il tritovagliatore AMA di via dei Romagnoli. Otto anni dopo la prima attivazione emergenziale, Ostia Antica torna ancora una volta al centro della gestione rifiuti della Capitale.

 

Un impianto nato come soluzione temporanea viene riattivato, ampliato, riconfigurato e utilizzato ad ogni crisi del sistema. È ancora corretto definirlo “emergenziale”? Perché dopo 8 anni è chiaro che siamo davanti ad una componente ormai strutturale del ciclo rifiuti romano. E non sono più soltanto osservatori civici e opposizioni territoriali a sostenere il ruolo strategico del tritovagliatore di Ostia Antica. È la stessa AMA, negli atti commissariali del 2025-2026, a definire l’impianto di via dei Romagnoli ‘elemento fondamentale’ per l’equilibrio del sistema rifiuti romano.” (LINK)
Oggi infatti sono state firmate altre tre ordinanze dal Sindaco di Roma e Commissario straordinario ai rifiuti, Roberto Gualtieri, con cui il Campidoglio autorizza gli impianti AMA di Rocca Cencia, Ponte Malnome e viale dei Romagnoli ad aumentare stoccaggi e lavorazioni per 60 giorni, a fronte della ridotta capacità di ricezione di alcuni impianti regionali, nazionali ed esteri.

Nel caso del sito AMA di via dei Romagnoli, ad Ostia Antica, l’ordinanza autorizza “l’utilizzo alternativo di tre diverse configurazioni operative delle linee di tritovagliatura e pressofilmatura del rifiuto urbano indifferenziato”.
Tradotto dal linguaggio amministrativo, Roma sta nuovamente spingendo il tritovagliatore di Ostia oltre il suo assetto ordinario per compensare una crisi del ciclo rifiuti cittadino.

La storia del tritovagliatore di via dei Romagnoli non nasce oggi.
Era gennaio 2018. Roma è sommersa dai rifiuti. I cassonetti traboccano. Le immagini della città invasa dall’immondizia aprono quotidianamente telegiornali e giornali locali. In quel contesto viene attivato il tritovagliatore mobile di viale dei Romagnoli, ad Ostia Antica.
L’impianto opera inizialmente per circa due settimane. Le proteste esplodono immediatamente. Il timore è che il quadrante stia diventando la nuova piattaforma di compensazione ambientale della Capitale.

Arriva anche lo scontro politico dul rischio “bomba ecologica” contro l’amministrazione municipale, guidata da Giuliana Di Pillo (M5S).
Le dichiarazioni di quei giorni, rilette oggi, colpiscono per la loro attualità.
L’allora Assessore municipale ad Ambiente, Territorio e Sicurezza, Alessandro Ieva, dichiarava: “Sul tritovagliatore, AMA si è attivata in autonomia fin dall’inizio. Le parole della Sindaca, dell’Assessora Montanari e del capogruppo capitolino Paolo Ferrara (dato per futuro candidato alla Presidenza del Municipio X, n.d.r.) sono state sempre sincere, ma l’iter avviato dall’ex DG AMA, ora sostituito, si è completato e non poteva essere interrotto andando incontro ad un danno erariale”. Peccato che Virginia Raggi garantì che il tritovagliatore spostato da Rocca Cencia a Ostia Antica avrebbe lavorato solo 50 tonnellate al giorno di rifiuti. Invece due anni dopo aveva raggiunto quota 160 tonnellate.

Dunque nel 2018 nasce il meccanismo amministrativo che accompagnerà tutta la vicenda sino ad oggi: una macchina emergenziale che, una volta avviata, procede indipendentemente dal conflitto territoriale e politico.

Nello stesso passaggio Ieva aggiungeva: “Nel X Municipio stiamo lavorando con determinazione per risollevare il territorio dopo anni di immobilismo”.

Anche allora, dunque, il tritovagliatore veniva descritto come misura necessaria, temporanea e inevitabile per affrontare le criticità strutturali del sistema AMA.

Le opposizioni politiche e civiche però contestavano non solo l’impianto in sé, quanto la progressiva trasformazione della funzione urbana del quadrante Ostia Antica-Dragona, perché nell’area esistevano già un impianto di recupero e riciclo di scarti edili, un sito per potature e sfalci, un deposito mezzi AMA presso gli ex stabilimenti Prosider e aree con accumuli permanenti di materiali e si chiedevano chiarimenti sulle esalazioni generate dal tritovagliatore, sulla possibile contaminazione delle coltivazioni agricole vicine, sull’impatto sul sito archeologico di Ostia Antica.

Le risposte furono fumose. I temi invece, a distanza di otto anni, sono tornati sostanzialmente identici perché l’emergenza non si è mai davvero conclusa.

Nel dicembre 2018 il tritovagliatore viene nuovamente riattivato per trattare i rifiuti della zona ovest della Capitale.

Poi arriva il 2019 e si inizia a parlare apertamente di “raddoppio” del tritovagliatore e del crescente impatto sociale sul quadrante Ostia Antica-Dragona. Quindi, ciò che allora veniva presentato come risposta straordinaria ad una fase emergenziale diventa di fatto una componente stabile dell’equilibrio impiantistico romano.

Negli anni successivi il sito torna più volte al centro del dibattito territoriale. Tra il 2021 e il 2023 associazioni, comitati e realtà civiche locali continuano a segnalare criticità legate a stoccaggi, accumuli e pressione impiantistica nell’area di via dei Romagnoli. Si parlava apertamente di “omertosa gestione” del tritovagliatore di Ostia Antica.

Nel 2022 LabUr – Laboratorio di Urbanistica denunciava pubblicamente stoccaggi superiori alle 400 tonnellate giornaliere di rifiuti presso il sito di via dei Romagnoli (LINK). Nel 2023 ulteriori analisi e segnalazioni denunciavani accumuli e criticità operative nell’area.

 

Nel gennaio 2023 Roma Capitale definiva ufficialmente il tritovagliatore di via dei Romagnoli ‘uno strumento molto importante’ perché in grado di coprire ‘tutta l’indifferenziata di Ostia e del X Municipio’. Nello stesso comunicato il Campidoglio annunciava inoltre l’affiancamento di un impianto di filmatura per la gestione delle balle di rifiuti nella fase transitoria precedente all’entrata in funzione del termovalorizzatore (LINK)

E si arriva così al 2026.
Otto anni dopo la prima attivazione emergenziale, il tritovagliatore di Ostia Antica viene nuovamente utilizzato come valvola di sicurezza del sistema romano. Con una differenza sostanziale.
Oggi il Campidoglio collega apertamente queste ordinanze alla necessità di nuovi impianti e al termovalorizzatore di Santa Palomba, mai realmente avversato dal M5S, come abbiamo recentemente raccontato (LINK).
Le parole di Roberto Gualtieri sono chiarissime: “Una grande Capitale europea non può dipendere da soluzioni di riserva…Serve autosufficienza impiantistica”.

L’emergenza diventa così anche argomento politico da campagna elettorale a sostegno della nuova strategia impiantistica romana, che poi è sempre la stessa. Prima il collasso, poi la deroga e infine la necessità dell’impianto definitivo.

Nel frattempo, però, Ostia Antica continua ad assorbire stoccaggi, lavorazioni straordinarie, riconfigurazioni operative, traffico pesante, pressione ambientale, gestione emergenziale.

Ed è qui il vero nodo politico e urbanistico della vicenda. Dal 2018 al 2026 il tritovagliatore di via dei Romagnoli viene presentato ogni volta come risposta temporanea ad una crisi straordinaria. Ma una temporaneità che ritorna ciclicamente per quasi un decennio si è trasformata, nei fatti, in una pianificazione permanente non dichiarata.

 

___________

LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

SPIAGGIA HIBISCUS: QUANDO IL DEMANIO SERVE AL POTERE

Nero Oro Gala Invito_20260506_092342_0000Camion, mezzi pesanti e restringimenti stradali dentro un’area in concessione demaniale. Il caso Hibiscus racconta una gestione emergenziale fatta di occupazioni operative, viabilità modificata e confini amministrativi improvvisamente elastici. Una concessione trasformata in piattaforma logistica di cantiere. Tutto nel nome della somma urgenza.

Sul litorale di Ostia si è parlato per mesi di legalità, di concessioni da controllare, di abusi da reprimere e di regole da rispettare senza eccezioni. Poi però emergono gli atti di un cantiere pubblico che raccontano una storia molto diversa, in cui proprio il confine tra demanio, concessione privata e spazio pubblico sembra essersi fatto improvvisamente elastico. È il caso dello stabilimento Hibiscus, al centro delle operazioni legate agli interventi di somma urgenza per la difesa della costa tra il Kursaal e la Rotonda, formalizzati dalla Regione Lazio con la Determinazione G07276 del 10 giugno 2025 .

L’emergenza c’era ed è documentata. Le mareggiate di gennaio/febbraio 2025 avevano eroso la linea di costa di oltre dieci metri, mettendo a rischio la Rotonda, la Cristoforo Colombo e la sicurezza pubblica. In questo contesto la Regione attiva la procedura di somma urgenza, che consente di intervenire immediatamente senza attendere i tempi ordinari di gara. Il 7 febbraio 2025 viene redatto il verbale e i lavori vengono affidati direttamente: circa 292 mila euro alla Terza S.r.l., oltre alla direzione lavori e a ulteriori somme per imprevisti.
Fin qui, nulla di anomalo. La legge lo consente e l’intervento è giustificato.

Il problema nasce quando si guarda non tanto alla scogliera, ma al cantiere. Perché gli atti non descrivono un intervento puntuale sull’arenile, ma una vera e propria infrastruttura operativa temporanea: chiusura della pista ciclabile, restringimento della carreggiata, utilizzo del marciapiede, rimozione dei cordoli, accesso continuo di mezzi pesanti, realizzazione di una pista di cantiere e aree di manovra per escavatori e dumper. Non un passaggio rapido, ma un’occupazione strutturata dello spazio.

Ed è qui che entra in gioco il nodo più delicato.
L’accesso al cantiere avviene attraverso un varco esistente interno a un’area in concessione demaniale, lo stabilimento Hibiscus. Non si tratta quindi di un’area libera, ma di uno spazio già assentito con titolo valido fino al 2028 al Dopolavoro ATAC-Cotral.
Secondo la documentazione prodotta dal concessionario, questa trasformazione in base operativa di cantiere sarebbe avvenuta senza alcuna autorizzazione da parte sua.
Allo stato degli atti visionati da LabUr, non emerge inoltre uno specifico provvedimento amministrativo volto a sospendere, comprimere o modificare il rapporto concessorio esistente, ma soltanto il nulla osta operativo richiamato dal Municipio X, a firma di Gabriele Sani nell’ambito della procedura di somma urgenza.

Nel frattempo, anche il quadro autorizzativo appare frammentato. Roma Capitale rilascia un nulla osta limitato ai soli aspetti demaniali, rinviando al Municipio X per la gestione della viabilità. Il Municipio, richiamando la somma urgenza, sostiene che l’occupazione possa iniziare anche prima della concessione formale, facendo leva sulla disciplina COSAP. Ma la somma urgenza giustifica l’avvio immediato, non sostituisce l’intero sistema autorizzativo. E soprattutto non elimina l’obbligo di regolare ciò che accade dopo.

Sotto il profilo della viabilità emerge un ulteriore elemento critico.
Le modifiche alla circolazione risultano evidenti e strutturate: restringimento della carreggiata, utilizzo della corsia lenta, interferenze con la pista ciclabile e accesso continuo di mezzi pesanti. A seguito di accesso civico presentato da LabUr, il X Gruppo Mare della Polizia Roma Capitale ha risposto che, trattandosi di “lavori di somma urgenza”, il cantiere “non necessita di emissione di determinazione dirigenziale”.

Resta allora la domanda, fino a che punto una procedura emergenziale può sostituire gli ordinari strumenti di disciplina della viabilità urbana, soprattutto quando gli effetti del cantiere si protraggono per oltre un anno e incidono stabilmente sulla circolazione pubblica?

A rendere il quadro ancora più problematico è la durata della situazione. La somma urgenza nasce per affrontare un pericolo immediato e limitato nel tempo. Qui invece si osserva un cantiere che si prolunga per oltre un anno, mentre la regolarizzazione amministrativa completa arriva solo a giugno, a distanza di quattro mesi dall’avvio. Nel frattempo l’area continua ad oggi ad essere utilizzata come base operativa, con una configurazione che va ben oltre l’intervento emergenziale iniziale.

Quindi, da un lato il demanio marittimo viene raccontato come uno spazio rigidamente regolato, dove ogni centimetro è sottoposto a vincoli, controlli e sanzioni. Dall’altro, quando entra in gioco un cantiere pubblico in somma urgenza, le stesse regole sembrano perdere quella rigidità. Ad oltre un anno dall’avvio della procedura, l’area appare ancora occupata da strutture e mezzi di cantiere in uno stato di evidente abbandono.
Un’area in concessione diventa accesso operativo, la viabilità viene modificata senza un atto formale evidente, l’occupazione si prolunga ben oltre l’immediatezza dell’emergenza. Con quali strumenti, con quale coerenza?
Il demanio non è patrimonio disponibile dell’amministrazione comunale o municipale e una procedura di somma urgenza non può trasformarsi in un lasciapassare permanente.
Se il rigore amministrativo esiste, deve valere sempre. Anche quando a intervenire è la pubblica amministrazione. Anche quando si agisce in somma urgenza.
Perché la legalità sul demanio non può essere rigorosa solo verso i concessionari e flessibile verso chi governa.

 

____________

LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

IL VILLAGE E LA LEGALITÀ DEL GIORNO DOPO

Nero Oro Gala Invito_20260505_094843_0000Sequestrato, confiscato alla mafia, gestito per anni dallo Stato e poi rimesso a bando dal Comune. Ma se gli abusi erano noti da oltre un decennio, perché il costo della “legalità” emerge solo oggi e lo paghiamo noi? Tutto quello che non vi dicono sullo stabilimento confiscato ai Fasciani. 

 

Sul litorale romano sta andando in scena una vasta operazione di “ritorno alla legalità” sulle concessioni balneari ad opera dell’Amministrazione Gualtieri. Sequestri, demolizioni, verifiche, ordinanze, ruspe. Il principio oggi rivendicato da Roma Capitale è chiaro: gli abusi devono essere eliminati prima della consegna al nuovo concessionario.

Nelle ultime ore però il quadro si è ulteriormente complicato.
Sul Village sono intervenuti anche Vigili del Fuoco, Polizia Locale, Polizia di Stato e ispettori di Risorse per Roma nell’ambito delle operazioni di nuove demolizioni. Il motivo sarebbe legato anche alla necessità di verificare la presenza di materiali potenzialmente pericolosi, come eternit o amianto, oltre alla stabilità delle strutture durante le fasi di abbattimento (LINK)
Demolizioni, bonifiche e verifiche tecniche dunque stanno avvenendo ad un anno dalla gara e dopo l’assegnazione della concessione.

Le regole per gli stabilimenti balneari non applicate al Village
Il Village non è uno stabilimento qualsiasi. È lo stabilimento confiscato alla mafia, passato attraverso sequestri, amministrazione pubblica, degrado e infine nuova assegnazione tramite bando comunale. Una storia lunga almeno dieci anni.

Già nel 2016 LabUr – Laboratorio di Urbanistica aveva presentato un esposto sul Village parlando apertamente di possibile danno erariale e sollevando il tema della permanenza di strutture ritenute abusive all’interno di un bene ormai entrato nella disponibilità pubblica.
Il nodo posto allora era già molto chiaro: come poteva un bene sequestrato e poi confiscato continuare ad essere gestito e utilizzato in presenza di consistenze considerate irregolari?
In quegli stessi mesi LabUr pubblicava infatti i seguenti articoli:

  • “Ostia, esposto di LabUr sul Village: presunto danno erariale” (LINK)
  • “Municipio X: sequestri stabilimenti balneari, i costi della legalità e della disinformazione” (LINK)
  • “Ostia, cosa c’è dietro l’ondata di sequestri e dissequestri degli stabilimenti balneari sul litorale romano” (LINK)

Erano gli anni successivi al commissariamento del Municipio X, con Direttrice Cinzia Esposito e Sindaco Ignazio Marino. Già allora il tema centrale era lo stesso che riemerge oggi: il rapporto tra abusivismo, gestione pubblica del demanio, sequestri preventivi, demolizioni e assenza di una pianificazione definitiva del litorale attraverso il PUA.

Dieci anni dopo il quadro appare ancora irrisolto.


La messa a gara de Il Village nel 2025 e le dichiarazioni di Trombetti
Nel 2025 Roma Capitale pubblica la Gara #5308 (SUAFF E005308/2025) per l’affidamento di 8 concessioni demaniali marittime del litorale romano (LINK).
Il Village compare come Lotto A.1 tra gli stabilimenti balneari. Ne abbiamo parlato l’anno scorso nel Dossier Spiagge (LINK)
Nel bando si legge che le concessioni vengono assegnate “nelle more dell’approvazione del PUA” e con durata stagionale o annuale. Dopo oltre un decennio di emergenze e commissariamenti, il Piano di Utilizzazione Arenili ancora non esiste.

Ma il nodo vero emerge ieri, 4 maggio, durante una trasmissione su Radio Roma.
Intervistato sul caso Village, il Presidente della Commissione Patrimonio di Roma Capitale, Yuri Trombetti, conferma che le demolizioni in corso sono coordinate con Vigili del Fuoco e Dipartimento Patrimonio e dichiara che “quella parte lì era totalmente abusiva.” Ma soprattutto aggiunge un passaggio molto più rilevante: “anche nella scorsa concessione che era stata data, quella parte lì era abusiva.”

È una frase pesantissima sul piano amministrativo perché conferma ancora una volta che gli abusi erano conosciuti, che il bene è rimasto in gestione pubblica, che lo Stato ha continuato a convivere con quelle consistenze e che Roma Capitale ha successivamente rimesso il bene a bando.
Tutte cose che LabUr denuncia da anni.

La gestione dell’ANBSC
Nel frattempo il Village, confiscato e gestito per anni dall’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC), veniva lasciato degradare fino a trasformarsi in un dormitorio e in un’area fortemente deteriorata nel cuore di Ostia Ponente.

La gestione di beni confiscati alla criminalità organizzata che presentano abusi edilizi rappresenta una delle questioni più complesse per gli amministratori giudiziari e per l’ANBSC, nell’ambito della disciplina prevista dal Codice Antimafia (D.Lgs. 159/2011, LINK).
La presenza di difformità urbanistiche, infatti, non blocca automaticamente la procedura di confisca, ma impone verifiche tecniche, eventuali procedure di sanatoria e, nei casi insanabili, interventi di demolizione e ripristino ai sensi del D.P.R. 380/2001 (LINK).

Se gli abusi erano noti da anni, quali percorsi amministrativi sono stati concretamente avviati? Sono state tentate sanatorie? Sono stati valutati interessi pubblici prevalenti? Sono stati emessi ordini di ripristino? E soprattutto: chi avrebbe dovuto sostenere economicamente gli interventi?

Lo Stato e la sua convivenza con gli abusi
Perché lo Stato e gli enti pubblici hanno convissuto amministrativamente con quell’abuso per oltre un decennio?
Se infatti oggi il principio applicato alle concessioni balneari è che “l’uscente deve demolire gli abusi”, “il bene va riconsegnato ripristinato”, “le opere abusive non possono essere trasferite”, allora il caso Village apre una contraddizione enorme.
Chi era l’uscente nel Village? Chi doveva demolire? Chi sosterrà i costi? Perché le opere abusive sono rimaste per anni dentro un bene confiscato e gestito pubblicamente? Quale istruttoria è stata svolta prima della pubblicazione della gara 2025? Risorse per Roma e gli uffici tecnici quali consistenze hanno considerato legittime e quali abusive? Il canone concessorio è stato calcolato anche su superfici oggi ritenute abusive? Perché il principio del ripristino immediato sembra valere oggi per i concessionari uscenti e non per un bene confiscato alla mafia?
Gli abusi erano noti al sistema pubblico dal 2015-2016 che ha preso in carico il bene, ha continuato a gestirlo, ne ha consente l’utilizzo per motivi di profitto e infine lo ha rimesso a gara senza aver prima chiarito definitivamente responsabilità, costi e obblighi di demolizione.

Il punto politico
Al Village il problema non sono la ruspa o le demolizioni, ma la gestione pubblica dell’irregolarità perché la legalità dei fatti e non degli slogan non dovrebbe arrivare “il giorno dopo”, quando il bene è già stato utilizzato, amministrato e valorizzato economicamente per anni, ma prima.
Per altro, il concessionario vincitore non entra in possesso di un bene “pronto all’uso”, ma di una struttura ancora attraversata da demolizioni, verifiche statiche, interventi dei Vigili del Fuoco e possibili criticità legate alla presenza di materiali pericolosi. Tutto questo mentre la stagione balneare è iniziata il 1° maggio e il tempo economico utile della concessione sta già scorrendo. Come sarà ricompensato il vincitore? Chi sostiene i costi indiretti dei ritardi, delle demolizioni e delle eventuali bonifiche? In un sistema di concessioni brevi e stagionali, ogni settimana persa pesa enormemente. 

Il caso Village non è una vicenda di abusivismo edilizio, ma il simbolo di una legalità del giorno dopo, che rischia di scaricare sugli ultimi anelli della catena il costo di problemi conosciuti da anni e dove per oltre dieci anni lo Stato ha convissuto amministrativamente con quelle strutture, fino a rimettere a gara un bene ancora immerso tra abusi, demolizioni e verifiche di sicurezza.

Forse non dovremmo stupirci visto quanto è accaduto nel 2017 con la gestione da parte di Donato Maria Pezzuto, amministratore e custode goudiziario (LINK) finito poi così (LINK)

Chi sa, vede.

 

___________

LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

ROMA E L’ ‘URBANISTICA ALGORITMICA’ DI GUALTIERI

Nero Oro Gala Invito_20260504_155154_0000Dietro accelerazione, smart city e milestone PNRR si nasconde un cambio di paradigma: la città non come spazio democratico da negoziare, ma come sistema da ottimizzare.

 

Roma, sotto la guida dell’Amministrazione Gualtieri, sta sperimentando una forma di governance urbana sempre più commissariale, accelerata e centralizzata. La compressione dei tempi decisionali viene presentata come una necessità tecnica inevitabile, ma ogni accelerazione produce anche una riduzione degli spazi di negoziazione democratica.

La città negli ultimi quattro anni ha progressivamente cambiato il proprio linguaggio amministrativo. Il lessico politico si è spostato verso concetti come accelerazione, semplificazione, capacità attuativa, monitoraggio in tempo reale. Basti pensare ai riferimenti continui alla “Control Room Giubileo”, alle piattaforme PNRR basate su “milestone” e “target”, alla “Smart Mobility”, alla “sensoristica urbana” e alle “dashboard digitali” per il controllo dei flussi. Non significa che Roma sia già una “smart city” pienamente compiuta. La macchina amministrativa romana resta infatti spesso lenta, frammentata e contraddittoria, ma il modello culturale e decisionale si sta orientando sempre più verso una logica di ottimizzazione: ridurre gli attriti, comprimere i tempi, garantire l’esecuzione.

È qui che emerge il tema della governance urbana a logica algoritmica, che abbiamo sinteticamente chiamato “urbanistica algoritmica”. La città non viene più raccontata come uno spazio politico da discutere e mediare, ma come un’infrastruttura da efficientare.


Il Modello Commissariale e il PNRR

Il PNRR ha accelerato enormemente questa trasformazione. La gestione urbana viene concepita sempre più come una macchina orientata alla performance amministrativa. In questo contesto il conflitto urbano tende a essere percepito come un rallentamento, la negoziazione democratica come un attrito e la discussione pubblica come un ostacolo alla capacità attuativa.  Lo si è visto chiaramente in molte delle principali trasformazioni recenti della Capitale, dagli interventi per il Giubileo (“termovalorizzatore” compreso) al Parco del Mare di Ostia, fino alle opere PNRR, tutti accompagnati da ordinanze straordinarie, deroghe procedurali e catene decisionali corte.

Il caso del Parco del Mare ad Ostia è emblematico. Un intervento da decine di milioni di euro (che lievitano di settimana in settimana) viene portato avanti attraverso poteri commissariali e procedure accelerate, mentre il dibattito pubblico resta confinato a margine delle decisioni già assunte. Le Conferenze dei Servizi diventano luoghi sempre più tecnici, difficilmente accessibili e spesso utilizzati per “chiudere” rapidamente i conflitti amministrativi.

La figura del Sindaco-Commissario incarnata da Gualtieri oggi (domani chissà) rappresenta dunque perfettamente questa trasformazione: riduzione degli attriti, priorità assoluta all’esecuzione e centralizzazione della decisione.


Cos’è la Governance Urbana a Logica Algoritmica
Le decisioni urbane vengono sempre più orientate da raccolta massiva di dati, piattaforme digitali, modelli previsionali e sistemi di monitoraggio capaci di intervenire sui flussi urbani in tempo reale: mobilità, sicurezza, turismo, accessibilità, consumo energetico.
Il problema non è la tecnologia in sé quanto la sua presunta neutralità. Ogni sistema infatti incorpora priorità politiche invisibili: decide cosa misurare, cosa ignorare, quale comportamento incentivare e quale funzione urbana privilegiare.
L’algoritmo non elimina la politica, ma la nasconde dentro i parametri.

Facciamo un esempio: se una piattaforma gestisce il traffico urbano, deve necessariamente scegliere chi privilegiare. Il trasporto pubblico o il flusso delle auto private? I residenti o la mobilità turistica? La velocità di attraversamento o la permanenza nello spazio pubblico?Queste decisioni apparentemente tecniche sono in realtà gerarchie politiche tradotte in standard.

Il Dibattito Internazionale: Toronto vs Amsterdam
Il caso simbolo del rischio “corporate” (come dicono quelli bravi) è stato Sidewalk Toronto, il progetto promosso da Google/Alphabet per realizzare un quartiere completamente digitalizzato. Il progetto fallì nel 2020 dopo fortissime proteste civiche su questioni decisive quali chi dovesse controllare i dati urbani, chi avrebbe gestito gli algoritmi e se potesse una multinazionale influenzare direttamente la governance di una città.

All’estremo opposto si colloca il caso di Amsterdam. Nel 2020 la città ha introdotto un registro pubblico degli algoritmi utilizzati dall’amministrazione. Il principio è semplice ma radicale: se il Comune utilizza sistemi automatizzati o algoritmici per orientare decisioni pubbliche, i cittadini devono sapere quali strumenti vengono utilizzati, con quali dati e per quali finalità, questo per evitare la c.d. “black box governance”, cioè una governance opaca, dove i criteri decisionali si spostano dentro sistemi tecnici invisibili.

Il paradosso Romano
Roma non è Toronto e non è Amsterdam. Eppure presenta un paradosso molto particolare. La città è già immersa in processi crescenti di digitalizzazione amministrativa (ZTL intelligenti, analytics sui flussi, piattaforme di monitoraggio, sistemi automatizzati di controllo accessi), ma il dibattito pubblico su questi temi è praticamente inesistente.

Non esistono registri pubblici degli algoritmi, né un vero dibattito sulla proprietà dei dati urbani e neppure esiste trasparenza sui criteri con cui le piattaforme definiscono le priorità urbane. Più il governo della città si trasferisce dentro sistemi tecnici opachi, più diventa difficile comprendere chi prende realmente le decisioni, sulla base di quali criteri e nell’interesse di chi.

La fine del conflitto o la fine del controllo?
Roma ha storicamente sofferto una paralisi decisionale reale, fatta di corporazioni, micro-veti, rendite di posizione e conflitti permanenti. Spesso la cosiddetta “partecipazione” non è stata un vero processo democratico, ma una lunga trattativa opaca tra interessi organizzati, ma eliminare la negoziazione non significa automaticamente eliminare i grandi poteri. I grandi operatori economici, gli stessi “palazzinari” o i soggetti più strutturati trovano sempre un canale di accesso verso il decisore centrale. Chi rischia davvero di sparire è il cittadino comune, cioè l’unico soggetto che può controllare ciò che accade nel proprio territorio soltanto attraverso il tempo pubblico della discussione, dell’accesso agli atti e del conflitto democratico.

Il paradosso del PNRR: velocità contro qualit
L’idea che il PNRR sia semplicemente un “regalo” da spendere rapidamente è una narrazione purtroppo molto diffusa: si tratta in larga parte di debito pubblico che dovrà essere restituito. La pressione continua su milestone e target rischia di produrre opere progettate in funzione della velocità amministrativa più che della qualità urbana. Il rischio è un doppio costo: opere accelerate, manutenzioni future ancora più onerose, ulteriori risorse pubbliche necessarie per correggere errori progettuali o opere incomplete.

Chi decide davvero?
Nella città contemporanea il decisore non è più soltanto il politico eletto. Sempre più spesso il potere si sposta verso figure tecniche, come i gestori delle piattaforme, i produttori degli standard e i soggetti che definiscono i parametri del sistema.
Se lo standard appare “neutrale”, bisogna chiedersi chi lo ha scritto perché nel momento in cui la politica abdica in favore della pura ottimizzazione tecnica, smette progressivamente di guidare la città e rischia di trasformarsi nell’interfaccia amministrativa di decisioni prese altrove.
La grande questione del prossimo decennio non sarà se le città diventeranno intelligenti, ma chi controllerà i criteri con cui quell’intelligenza definirà cosa conta davvero dentro lo spazio urbano.

Smart Roma e il progressismo a sinistra.
Nel libro “Smart Roma – Come la Capitale si sta trasformando in una città sostenibile” (ED. Hoepli, 2025 con prefazione di Roberto Gualtieri), il consigliere comunale PD Riccardo Corbucci descrive la trasformazione digitale della Capitale come un processo di innovazione, integrazione tecnologica e capacità attuativa. È una visione coerente con il modello amministrativo in questo anni di PNRR e Giubileo: una città sempre più governata attraverso piattaforme, monitoraggio dei flussi e accelerazione decisionale.

È un saggio che mostra come si sia trasformata la sinistra a Roma. È passata da elementi storicamente identitari come partecipazione, pianificazione pubblica, mediazione sociale, conflitto regolato al progressismo urbano incentrato su governance tecnica, managerialismo, controllo dei flussi, decisionismo amministrativo, centralità della performance.

È una trasformazione culturale molto profonda sulla quale appunto riflettere. Il dibattito non dovrebbe limitarsi ai benefici della “smart city”, ma interrogarsi anche su un altro tema: chi definisce i criteri con cui quella stessa intelligenza urbana decide cosa ottimizzare, quali priorità privilegiare e quali conflitti comprimere.

 

__________

LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

INFERNETTO, CASA DI COMUNITÀ: TAGLIO DEL NASTRO, SERVIZI FANTASMA

Nero Oro Gala Invito_20260502_155627_0000Una notizia diffusa sui social network il 28 aprile 2026 lascia intendere l’imminente apertura della Casa di Comunità dell’Infernetto in via Lino Liviabella 70, ma una lettura attenta restituisce un quadro molto più complesso e problematico. Dietro l’annuncio autoreferenziale dell’inaugurazione entro il 30 giugno (data limite prevista dal PNRR), emergono infatti carenze di personale, tempistiche compresse e servizi ancora lontani dalla piena operatività.

Più che informare sul reale stato di funzionamento della struttura, la comunicazione pubblica appare costruita attorno all’imminenza del taglio del nastro, lasciando sullo sfondo gli elementi decisivi: personale sanitario disponibile, servizi effettivamente attivi e tempi concreti di piena operatività.

La notizia del 28 aprile 2026 non dice semplicemente che all’Infernetto “apre una Casa di Comunità”, cioè una struttura del Servizio Sanitario Nazionale prevista dal PNRR e disciplinata dal DM 77/2022 come presidio territoriale integrato di prossimità. Dice, di fatto, qualcosa di molto più sottile: si inaugura entro il 30 giugno perché quella è la scadenza del PNRR, ma “la struttura avrà bisogno di un periodo di assestamento prima di diventare pienamente operativa”.

È la stessa scansione temporale degli atti amministrativi a suggerire che la priorità sia il rispetto della milestone PNRR del 30 giugno 2026, mentre la piena operatività del servizio sanitario resta ancora tutta da verificare. Lo si capiva leggendo gli atti. Già nella deliberazione della ASL Roma 3 del gennaio 2026 si prevedeva l’apertura delle Case di Comunità “a partire dal 1° marzo 2026”, includendo esplicitamente anche Infernetto-San Tommaso, in via Lino Liviabella 70. Ma nello stesso documento si ammetteva la necessità di integrare il personale medico per garantire la continuità assistenziale. Non solo: si parlava apertamente di una manifestazione di interesse rivolta a medici libero-professionisti, “nelle more” del reclutamento a tempo indeterminato.

In termini amministrativi significa che il personale stabile non è ancora pienamente disponibile e si ricorre a soluzioni temporanee per consentire l’avvio delle attività, come avevamo ampiamente documentato (LINK).

Qualificare come realmente operativo un presidio sanitario che, secondo gli stessi atti amministrativi, necessita ancora di personale, assestamento organizzativo e attivazione progressiva dei servizi è alquanto discutibile, soprattutto in campagna elettorale.

Come è nata la Casa di Comunità all’Infernetto
Tutto parte nel 2021, quando dopo le polemiche sull’ex parrocchia di San Tommaso, Comune di Roma e ASL sottoscrivono un protocollo per la cessione dell’immobile. Nella comunicazione pubblica successiva l’edificio viene descritto come “di proprietà del Campidoglio”, ma resta aperta la questione delle anomalie catastali e patrimoniali già segnalate da LabUr all’epoca e mai del tutto chiarite con atti facilmente verificabili.

Nel 2022 entra formalmente in scena il PNRR. La Regione Lazio trasmette alla ASL gli interventi della Missione 6 Salute e prende forma la rete delle Case di Comunità. È il passaggio che colloca anche l’intervento di via Liviabella dentro la più ampia strategia nazionale di riorganizzazione della sanità territoriale.

Il 2023 è l’anno delle decisioni tecniche. Il 27 giugno viene approvato il progetto definitivo della struttura e validato ufficialmente, mentre il 28 settembre si attiva il contratto per progettazione esecutiva ed esecuzione dei lavori. La macchina amministrativa si mette in moto, ma i tempi iniziano già a comprimersi.

Nel 2024 prende forma la narrazione pubblica dell’intervento. Si annuncia la trasformazione dell’ex oratorio in presidio sanitario e, quasi in secondo piano, si riconosce un elemento decisivo: la ASL sta predisponendo un bando per assumere personale sanitario. Un dettaglio solo apparentemente marginale, perché dimostra che il problema dell’organizzazione e delle risorse umane procede parallelamente a quello edilizio.

Nel 2025 il progetto viene rilanciato come intervento PNRR da oltre 5,8 milioni di euro, con ristrutturazione integrale e ampliamento dell’edificio. Ma proprio nello stesso anno emerge il dato più significativo: il progetto esecutivo viene approvato soltanto il 19 dicembre 2025. Ciò significa che tra validazione definitiva e scadenza del 30 giugno 2026 restano pochi mesi per completare lavori, collaudi e attivazione dei servizi. Non una corsa imprevista, ma una condizione strutturale.

Nel 2026 il nodo diventa esplicito. Il 27 gennaio la ASL pubblica una manifestazione di interesse per medici libero-professionisti destinati alle Case di Comunità di prossima apertura, con incarichi temporanei fino a fine anno e nelle more dei concorsi. Non si tratta di personale stabile, ma di una soluzione tampone per consentire l’avvio delle attività.
L’opera edilizia viene portata verso il traguardo amministrativo previsto dal PNRR, ma la struttura rischia di nascere solo come contenitore e non come servizio. E la stessa comunicazione del 28 aprile, probabilmente senza volerlo, lo lascia intendere quando parla di inaugurazione entro la scadenza e di successivo “assestamento”.

Non basta aprire una porta per aprire un servizio sanitario.
Nel sistema PNRR non basta rilevare soltanto l’esistenza fisica dell’edificio, ma la concreta attivazione del servizio secondo i requisiti previsti dal DM 77/2022.
Se il 30 giugno serve soprattutto a certificare il raggiungimento formale della milestone europea, mentre personale, organizzazione e servizi restano ancora incompleti, il rischio è che l’inaugurazione della Casa di Comunità dell’Infernetto si trasformi più in un adempimento amministrativo-contabile che in una risposta sanitaria pienamente funzionante per il territorio. Une vetrina per la campagna elettorale.

Alla data dell’inaugurazione quali servizi saranno effettivamente attivi? Con quali orari? Con quale personale già contrattualizzato? Quanti medici, infermieri e specialisti saranno realmente presenti? La struttura funzionerà davvero come Hub secondo il modello previsto dal DM 77/2022 oppure resterà tale solo sulla carta? E il nodo patrimoniale dell’ex San Tommaso è stato definitivamente risolto con atti pubblici pienamente verificabili?

La Casa di Comunità è necessaria in un quartiere come l’Infernetto che paga da decenni l’assenza di servizi essenziali, ma il problema è evitare che l’ennesima inaugurazione venga utilizzata come sostituto della piena funzionalità. Perché tra un edificio aperto e un servizio che funziona, nel sistema sanitario, la differenza è sostanziale.

 

__________

LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

ROMA (OSTIA), PARCO DEL MARE: L’URBANISTICA PER ORDINANZA

Nero Oro Gala Invito_20260429_134646_0000Parco del Mare, l’ordinanza al posto della pianificazione: milioni in corsa e democrazia compressa.

 

Inutile il teatrino andato oggi in scena, tra aula e piazza, a Ostia sul cosiddetto Parco del Mare.

Sul litorale romano ogni “intervento urgente” degli ultimi decenni ha prodotto quasi sempre lo stesso esito: opere incompiute, progetti cancellati, fallimenti o grandi annunci rimasti sulla carta. Dal ponte della Scafa mai realizzato al sottopasso di Malafede cancellato, dalle stagioni rutelliana e veltroniana fino al porto turistico ancora sequestrato e al waterfront targato Alemanno, Ostia conosce bene questa storia.

È dentro questa lunga sequenza che nasce il Parco del Mare: non come svolta, ma come replica di un metodo già visto.

La differenza, oggi, è che si compie un passo ulteriore. Il Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, agisce come Commissario straordinario e utilizza questo ruolo per sostituire il normale processo democratico, evitando il passaggio in Assemblea Capitolina e comprimendo ogni reale spazio di confronto. Non si discute: si ordina.

L’ordinanza del 17 aprile 2026 lo dimostra chiaramente. Con questo atto viene approvato il progetto e adottata la variante urbanistica senza voto dell’Aula, in deroga alle procedure ordinarie previste dal Testo Unico degli enti locali e dalla normativa urbanistica. L’urgenza viene dichiarata in via automatica, i lavori diventano indifferibili e ogni margine sostanziale di revisione viene chiuso.

La partecipazione è ridotta a una finestra simbolica di quindici giorni per eventuali osservazioni: un termine lontanissimo dai tempi, dalle garanzie e dalla sostanza della pianificazione ordinaria.

Non solo. La stessa ordinanza si fonda sul potere commissariale di operare “in deroga a ogni disposizione di legge”, salvo poche eccezioni. È questo il punto politico e amministrativo: non una pianificazione che rispetta le regole, ma una decisione che piega le regole per arrivare a spendere risorse entro una scadenza.
Una scadenza nota da anni, ma mai governata con serietà.

Già il 12 marzo 2026 LabUr aveva denunciato questa deriva, spiegando come l’urgenza fosse costruita per giustificare scorciatoie e svuotare la partecipazione (LINK).

Oggi, nel consiglio straordinario municipale, quell’analisi trova piena conferma.
Il risultato è un progetto che avanza non perché condiviso, ma perché imposto. Non perché pianificato, ma perché accelerato. Non perché davvero discusso, ma perché finanziato.

Siamo davanti a un metodo riconoscibile: decisione accentrata, narrazione salvifica, uso sistematico dell’emergenza per legittimare deroghe. Un’amministrazione pubblica seria non dovrebbe funzionare così.

E allora i teatrini messi in scena tra piazze e aule municipali appaiono per quello che sono: irrilevanti. Non incidono su decisioni già prese altrove e non modificano un processo già blindato.

La pianificazione urbanistica è un’altra cosa. È regole, tempi, confronto, responsabilità.
Qui invece resta una sola scelta politica: spendere soldi rapidamente, venga quel che venga. E visto il passato del litorale romano, il rischio è purtroppo fin troppo prevedibile.

A questo punto resta solo da verificare se Comune e Regione (che rappresentano la legge, ma non sono la legge) abbiano davvero rispettato la legge, sempre che la conoscano.

La recente vicenda del termovalorizzatore di Santa Palomba, oggi di fatto bloccato anche grazie al lavoro di LabUr, dimostra che le scorciatoie amministrative possono presentare il conto. Anche quando sembrano blindate.

 

___________

LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

DOSSIER SPIAGGE – 7° PARTE: IL CASO MIRAMAR

Nero Oro Gala Invito_20260429_013751_0000Due società sulla carta. Un solo stabilimento nella realtà. Ma non solo. Nel verbale della Polizia di Roma Capitale compare un’anomalia grave. 

 

Il dossier sui bandi 2025 delle spiagge del “Mare di Roma” (LINK) si arricchisce di un nuovo capitolo. Dopo aver visionato gli atti di ‘assegnazione delle nuove concessioni (LINK), spunta un documento inedito e amministrativamente inconsueto: un verbale della Polizia di Roma Capitale con elementi critici.

Tutti i documenti visionati da un anno a questa parte mostrano l’ennesima possibile criticità nella corretta applicazione del vincolo di aggiudicazione previsto dall’Avviso pubblico per l’affidamento di n. 31 concessioni demaniali marittime del litorale di Roma (Gara #4788 del 14/2/25). Il nuovo caso riguarda lo stabilimento balneare denominato “El Miramar”, oggetto di doppia assegnazione (lotto A7 e B29) a soggetti formalmente distinti ma potenzialmente riconducibili a un unico centro decisionale.

Il quadro normativo e di gara
L’Avviso pubblico stabiliva che ciascun operatore economico potesse aggiudicarsi un numero limitato di concessioni (max 3 concessioni complessive per operatore economico intendendo anche società controllanti, controllate e collegate, ai sensi dell’art. 2359 c.c.) per evitare concentrazioni e garantire concorrenza effettiva.

L’aggiudicazione sullo stesso sito
Dalla Determinazione Dirigenziale n. QC/1398/2025 del 16/05/2025 (Protocollo: QC/60555/2025 del 16/05/2025) si evince:

– Lotto A7 – Stabilimento balneare “El Miramar” assegnato a DORY SRLS

– Lotto B29 – Esercizio di ristorazione “El Miramar” assegnato a NEMO SRL

Sullo stesso sito fisico (bene demaniale) insistono dunque due attività (balneare + ristorazione) funzionalmente integrate.

Struttura della partecipazione
Dalla griglia di gara emerge che la società DORY SRLS compare più volte tra i partecipanti e la società NEMO SRL si colloca nello stesso ambito competitivo. Entrambe risultano attive nella medesima procedura. La coincidenza di alcune percentuali offerte come Royalty (ad esempio 18,01%) costituisce un elemento che, come abbiamo già denunciato all’ANAC e unitamente agli altri dati emersi, merita approfondimento.

Il collegamento soggettivo
Dal verbale della Polizia Locale (25/04/2026) visionato da LabUr emerge che il soggetto subentrante risulta amministratore unico di DORY SRLS e socio della NEMO SRL. Quindi le due società aggiudicatarie nello stesso sito sono riconducibili, almeno in parte, allo stesso soggetto economico.

Lo schema appare il seguente:

– Partecipazione alla gara tramite più soggetti giuridici distinti;

– Aggiudicazione di lotti differenti sul medesimo sito;

– Ricomposizione della gestione attraverso un soggetto operativo sostanzialmente coincidente.

Cioè, ciò che era separato nella fase di gara sembrerebbe ricomporsi nella fase di gestione.

Il limite del vincolo ex art. 2359 c.c.
Il vincolo previsto dal bando sembra dunque intercettare solo i collegamenti societari formali, ma non le forme di coordinamento sostanziale e la possibile unicità del centro decisionale di fatto. Quindi la norma di gara poteva essere formalmente rispettata, ma sostanzialmente essere elusa.

Profili di possibile criticità amministrativa
–  Elusione del vincolo di concentrazione;

– Alterazione della concorrenza sostanziale;

– Mancata intercettazione di assetti decisionali unitari;

– Ricomposizione post-gara della gestione economica.

Il meccanismo di gara adottato, come abbiamo visto in questi mesi, ha mostrato limiti nel garantire l’effettiva separazione tra operatori economici e a consentire nei fatti una gestione unitaria attraverso soggetti formalmente distinti.

In questo caso specifico siamo in presenza di due società sulla carta, ma di un solo stabilimento nella realtà.

Il nodo del verbale della Polizia di Roma Capitale
Nel verbale di accordo tra le parti della Polizia di Roma Capitale, si sottoscrive l’accordo fra le società (entrante e uscente) previo accordo telefonico con il Dirigente del Dipartimento Valorizzazione del Patrimonio e Politiche Abitative – Direzione Rigenerazione del Litorale e Grandi Eventi, dott. Carlo Mazzei.
Si tratta di un elemento amministrativamente anomalo e che pone interrogativi sotto il profilo della tracciabilità amministrativa.

Il problema infatti non è la telefonata, ma l’assenza dell’atto visto che in materia demaniale, l’azione della Pubblica Amministrazione dovrebbe esprimersi attraverso atti formalizzati, disposizioni tracciabili, provvedimenti verificabili e non attraverso assensi informali riportati all’interno di un verbale operativo. E invece non compare alcun provvedimento, non viene richiamata alcuna determina, non risultano indicati protocolli o disposizioni dirigenziali scritte.

Lo stesso verbale limita inoltre gli interventi alle sole “attrezzature di facile rimozione”, escludendo opere ancorate al suolo o ai muri. Quindi, ciò che è mobile può essere rimosso, mentre le opere strutturali risultano escluse dall’intervento.

Anche questo elemento merita attenzione, soprattutto in una fase di subentro delicata e in un territorio che negli anni è stato segnato da contenziosi, commissariamento e criticità amministrative proprio nella gestione del demanio marittimo, soprattutto in tema di abusi edilizi su cui verte per altro gran parte dell’azione della Procura nelle ultime settimane.

La questione è dunque istituzionale: può la gestione di beni pubblici demaniali fondarsi su assensi informali richiamati in un verbale operativo?

Nel demanio pubblico la forma amministrativa è sostanza perché è la prima garanzia di trasparenza, tracciabilità e responsabilità.

Se, come dichiarato più volte sulla stampa dall’Assessore al Patrimonio Tobia Zevi (LINK), l’obiettivo era inaugurare una nuova stagione di legalità amministrativa, allora anche le modalità operative devono essere pienamente tracciabili e formalizzate.

I fatti accaduti da un anno a questa parte ci paiono lontani da questo obiettivo. Perché se un meccanismo di gara finisce per consentire a soggetti formalmente distinti, ma riconducibili al medesimo centro decisionale, di operare sullo stesso sito, allora il problema non riguarda soltanto le imprese partecipanti, ma l’impianto amministrativo costruito dalla stazione appaltante. Senza contare che non c’è stata una reale perimetrazione del demanio marittimo e dunque le gare 2025 sono a rischio annullamento (LINK).

 

__________

LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

TERMOVALORIZZATORE ROMA: IL FOSSO CHE “NON ESISTEVA” E CHE BLOCCA IL PROGETTO

Nero Oro Gala Invito_20260428_175658_0000Per oltre un anno il Fosso della Cancelliera è stato liquidato come un dettaglio. Ora è diventato decisivo.
ed entra negli atti ufficiali come “ex alveo” bloccando tutto: progetto esecutivo, consegna lavori, tempi.
L’Amministrazione corre ai ripari, approva, compra. Ovviamente con soldi pubblici.

Da oltre un anno LabUr ha sostenuto, documenti alla mano, che il Fosso della Cancelliera non solo esisteva, ma aveva una natura pubblica e non poteva essere ignorato dentro un progetto come quello del termovalorizzatore di Roma.
Lo ha scritto nero su bianco in più interventi pubblici, tra cui l’articolo del 4 ottobre 2024 (LINK), insistendo su un punto preciso: quel fosso non era un dettaglio, ma un elemento giuridico e territoriale rilevante.

La questione è poi esplosa definitivamente con la puntata del dicembre 2024 di Report (LINK), dove proprio LabUr, insieme all’urbanista Paolo Berdini, hanno messo al centro della scena il Fosso della Cancelliera. Il messaggio era chiarissimo: quel corso d’acqua esisteva, aveva implicazioni demaniali ed era stato ignorato nella costruzione del progetto.
La linea istituzionale era opposta: Roberto Gualtieri e AMA hanno sostanzialmente negato che il fosso rappresentasse un problema, sostenendo che la situazione fosse già chiarita o comunque non ostativa. Il progetto del termovalorizzatore veniva descritto come “pronto”, “impostato”, “avviabile”.
Aprile 2026: nonostante gli annunci di apertura cantieri che slittavano di primavera in primavera, la realtà entra orepotente negli atti ufficiali.
Nella Commissione Capitolina congiunta Ambiente e Patrimonio (LINK), presiedute rda Giammarco Palmieri e Yuri Trombetti, con la presenza dell’Assessore al Patrimonio Tobia Zevi e dei vertici Capitolini, compare nero su bianco ciò che prima veniva ridimensionato a mero dettaglio: un terreno di quasi duemila metri quadrati definito “ex alveo del Fosso della Cancelliera” .
Quindi,  il fosso esisteva (ovviamente), aveva una rilevanza giuridica e oggi è diventato il nodo operativo. Senza quell’area infatti non si può validare il progetto esecutivo del termovalorizzatore e non si possono consegnare i lavori.
Tutto ciò che doveva essere “già pronto” si scopre improvvisamente incompleto.
E accade quello succede puntualmente quando i problemi non si affrontano nei tempi e nei modi corretti: si accelera.
Le Commissioni approvano all’unanimità, senza alcuna opposizione – nemmeno da parte di Movimento 5 Stelle e Europa Verde, che in questi mesi si sono dichiarati contrari all’impianto – di acquisire quell’area a circa 20 euro al metro quadro, una cifra che contrasta nettamente con i circa 75 euro al metro quadro pagati in passato da AMA per terreni analoghi, differenza oggi finita sotto attenzione della magistratura.

Ma per comprarlo il fosso deve essere sdemanializzato. In condizioni ordinarie, dovrebbe seguire procedure pubbliche di alienazione, ma qui entra in gioco il ruolo di Roberto Gualtieri in qualità di Commissario straordinario per il Giubileo 2025. Con un’ordinanza, supera il percorso ordinario e dispone l’acquisto diretto da parte di Roma Capitale, per circa 37 mila euro (LINK).
È una soluzione rapida, resa possibile dai poteri straordinari (LINK). Ma è anche il segnale evidente di una corsa contro il tempo.
Perché il punto non è il costo in sé. Il punto è che quell’area, oggi, diventa indispensabile per sbloccare un’opera che per mesi è stata raccontata come pronta a partire (LINK).
Ed è qui che il racconto si ribalta. Quello che per oltre un anno è stato trattato come un “allarme esagerato” si ritrova, alla fine, scritto negli atti ufficiali come presupposto tecnico: “ex alveo del Fosso della Cancelliera” che incide direttamente sulla possibilità di realizzare l’opera.
È sotto gli occhi di tutti: si è arrivati alla fine del percorso con un nodo non risolto, affrontandolo in emergenza, approvando tutto rapidamente e utilizzando strumenti straordinari per chiudere la partita.
Nel frattempo, il costo economico e amministrativo, ricade sulla collettività.

E allora, al netto delle versioni politiche e delle narrazioni ottimistiche, resta la realtà dei fatti denunciati da LabUr nell’ottobre 2024 e ribadita a dicembre a Report.
Dire ‘ve l’avevamo detto’ è persino troppo facile, soprattutto perché ora iniziano i guai seri. La battaglia in aula Giulio Cesare per l’approvazione della delibera di acquisto sarà durissima.

___________

LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

OSTIA, SPIAGGE: IL CASO URBINATI METTE A RISCHIO LE GARE 2025

Nero Oro Gala Invito_20260428_112508_0000 Alla vigilia della stagione balneare emerge una questione ignorata per decenni: dove finisce davvero il demanio marittimo? Il primo banco di prova sarà lo storico stabilimento Urbinati, su cui la Capitaneria di Porto avvia una verifica formale.
Se l’area non risultasse demaniale, il Bando Spiagge 2025 rischierebbe di essere travolto.
La notizia è destinata a cambiare il quadro del litorale romano: lo storico stabilimento Urbinati sarà il primo caso concreto su cui la Capitaneria di Porto avvierà una verifica formale per accertare se l’area su cui insiste sia realmente demanio marittimo. Non è un passaggio tecnico qualsiasi, ma un accertamento decisivo. Perché se, come emerge dagli atti storici già nella disponibilità della stessa Capitaneria, quell’area non fosse demaniale, la gara pubblica del 2025 che lo ha coinvolto perderebbe il suo presupposto giuridico e dovrebbe essere annullata.

È da qui che bisogna partire per capire cosa sta accadendo a Ostia. Mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi sugli abusi edilizi, una questione molto più profonda è rimasta per oltre un secolo senza risposta: la reale perimetrazione del demanio marittimo.

Il caso Urbinati non nasce oggi come denunciamo da anni. Nei documenti ufficiali richiamati nella procedura emerge un elemento dirompente: un verbale del 25 gennaio 1923 individua porzioni della fascia costiera come già sdemanializzate. Quelle stesse aree, però, risultano oggi ricomprese nella linea SID utilizzata per le attuali rappresentazioni amministrative, creando una contraddizione evidente tra la realtà storica e quella attuale.
Questa discrepanza non è un dettaglio per addetti ai lavori. Ha effetti diretti sulla legittimità degli atti amministrativi. Se manca la certezza che un’area sia demaniale, vengono meno i presupposti stessi per rilasciare concessioni o indire gare pubbliche.
In altre parole, senza confini certi, tutto il sistema rischia di poggiare su basi fragili.

Per decenni, nessuno ha davvero affrontato questo nodo. Né in passato né oggi, nonostante l’attenzione mediatica e politica sul futuro delle spiagge di Ostia. Si è discusso di abusi, concessioni e rotazioni, ma non si è mai messo mano alla questione originaria: stabilire con precisione dove passa il confine del demanio.
A riportare il tema al centro è stata l’iniziativa di LabUr, che ha attivato formalmente la Capitaneria di Porto chiedendo una verifica tecnico-giuridica sulla corretta delimitazione, proprio nel tratto più simbolico del litorale, quello degli stabilimenti storici sul Lungomare Paolo Toscanelli.
La risposta è arrivata con l’avvio del procedimento previsto dal Codice della Navigazione. La Capitaneria sta infatti formando la Commissione di delimitazione, l’organo chiamato a svolgere sopralluoghi, analizzare gli atti e ricostruire in modo definitivo la linea di confine. Un passaggio che, per la prima volta dopo oltre cento anni, affronta in modo diretto la questione.

Nel frattempo, resta una contraddizione evidente: si continua a parlare di regolarità delle concessioni e di legalità edilizia senza aver prima chiarito se le aree su cui insistono siano effettivamente demaniali.
È come discutere delle regole di utilizzo senza sapere a chi appartiene davvero il terreno.

La stagione balneare 2026 si apre quindi con una novità che potrebbe segnare un punto di svolta. Il caso Urbinati non è solo una vicenda locale, ma il primo test concreto di un principio semplice quanto finora trascurato: prima di ogni gara, di ogni concessione e di ogni polemica, serve una certezza giuridica sui confini.
Se questa verifica porterà a confermare le risultanze storiche, le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre un singolo stabilimento, aprendo una fase nuova per tutto il litorale di Ostia, finalmente fondata su dati certi e non su presupposti mai davvero verificati.

 

__________

LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento