ROMA, L’URBANISTICA DELL’ECCEZIONE PERMANENTE

Nero Oro Gala Invito_20260318_102754_0000Tutti parlano di speculazione, ma pochi spiegano come funziona davvero. A Roma non è solo una questione di “palazzinari”. C’è stato un cambio di paradigma: l’abitare è diventato prodotto finanziario, il patrimonio pubblico è entrato nei fondi e la pianificazione è stata sostituita da procedure eccezionali.
Questo articolo non vuole essere solo una denuncia, ma ambisce a smontare il meccanismo. Santa Palomba non è un caso isolato. È il modello.

 

E’ di questi giorni la notizia del piano di social housing annunciato da Gualtieri: “30mila case in 10 anni”. Sembra una cifra enorme. In realtà, se la si guarda con un minimo di struttura urbana, diventa molto meno impressionante. Roma ha circa 2,8 milioni di abitanti e la domanda abitativa reale, tra giovani, studenti, lavoratori precari, separazioni e nuovi nuclei familiari, è stimata da molti studi tra 120.000 e 150.000 alloggi mancanti. Gualtieri parla di 3.000 alloggi l’anno: una goccia nel mare. Se si guarda questo piano come una semplice politica abitativa, lo si fraintende completamente.

La questione urbanistica è decisiva. Le aree citate dall’Amministrazione sono Muratella, Selva Candida, Santa Palomba, Pietralata, Ostiense, Tor Vergata, Ostia e Flaminio, tutte aree già dentro strategie urbanistiche più ampie. E quando il Sindaco parla di “privati invitati a investire”, il punto è chiaro: la città non costruisce case popolari, ma crea le condizioni per l’investimento immobiliare privato.

Questo è, in fondo, il modello europeo del social housing degli ultimi vent’anni: non edilizia pubblica in senso classico, ma partnership pubblico-privato con canoni calmierati. A Roma, però, questo modello mostra subito i suoi limiti: il prezzo calmierato spesso non è davvero accessibile, le case finiscono nelle periferie estreme e la crisi degli affitti dentro la città esistente resta irrisolta. Il punto non è negare la fisiologia dei flussi temporanei in una metropoli moderna. Il punto è che, quando lo student housing viene organizzato quasi esclusivamente attraverso il modello SGR, una funzione urbana di servizio si trasforma in un dispositivo di estrazione di valore a danno della residenzialità stabile. A quel punto anche il social housing smette di essere una politica sociale imperfetta e diventa un’infrastruttura finanziaria. L’abitare non è più il fine pubblico, ma il mezzo tecnico attraverso cui stabilizzare capitali istituzionali e rendite.

Se si unisce il tema dell’abitare a quello della mobilità, il quadro è ancora più chiaro. Una casa senza trasporto rapido significa isolamento urbano. Una casa vicina a una metropolitana significa integrazione urbana. Quando Roma promette 30.000 case senza dire come le collega, il rischio è semplice: 30.000 nuove periferie.

Santa Palomba, per esempio, non è un’area “vuota” da urbanizzare. È già dentro un sistema territoriale molto preciso: il grande quadrante logistico-industriale, Pomezia-Ardea-Roma sud. Quel quadrante oggi concentra poli logistici legati alla via Ardeatina e alla Pontina, piattaforme distributive e magazzini, insediamenti industriali storici dell’area di Pomezia, il futuro termovalorizzatore di Roma e corridoi di traffico pesante verso il porto di Civitavecchia e il GRA. Non è semplicemente periferia: è una piattaforma produttiva metropolitana. Se lì si colloca social housing, si compie una scelta precisa: avvicinare l’abitare ai poli logistici e produttivi. È un modello che molte città europee oggi cercano di evitare, perché produce quartieri con bassa qualità urbana, forte dipendenza dall’automobile, esposizione a traffico pesante e impatti ambientali, popolazioni residenti spesso economicamente fragili. È, in fondo, una logica da Londra ottocentesca: l’abitare vicino alla produzione.

Le aree citate in questi ultimi giorni dal Campidoglio non sono casuali. Pietralata è una nuova centralità urbana, tra stadio, università, ferrovia e metro. Flaminio è un’area interna alla città consolidata, ad alta valorizzazione immobiliare. Muratella è un’area aeroportuale-direzionale. Santa Palomba e Tor Vergata stanno nel corridoio produttivo sud. Non siamo davanti ad un unico piano casa. Siamo davanti ad una mappa della trasformazione urbana di Roma, che mette nello stesso pacchetto comunicativo strategie completamente diverse. Vediamo con quali modelli.

Il primo modello è quello delle trasformazioni interne alla città consolidata. Flaminio è una delle aree più pregiate di Roma: qui il “social housing” è in realtà rigenerazione urbana ad alta valorizzazione immobiliare, tra ex caserme, aree pubbliche dismesse e operazioni di densificazione in un quartiere già servito da trasporto pubblico e servizi. Ostiense è un altro quadrante centrale di trasformazione: Roma Tre, spazi industriali dismessi, hub culturali. Qui l’housing è più facilmente legato a studentati e residenze temporanee che non alla crisi abitativa delle famiglie.

Il secondo modello è quello delle nuove centralità metropolitane. Pietralata è forse la trasformazione più strategica: nuova sede della Sapienza, ospedale, stadio, ferrovia, metro B. Qui il social housing può avere un senso sulla carta perché si inserisce in una centralità vera. Tor Vergata è un grande quadrante universitario e scientifico, con spazio disponibile, ma anche qui il problema resta quello dei trasporti, insufficienti rispetto alla scala degli interventi.

Il terzo modello è quello delle espansioni periferiche o logistiche, ed è il più problematico. Muratella, ex Fiera di Roma, è una grande area tra aeroporto, autostrade e direzionale Alitalia: più immobiliare che città. Selva Candida è periferia nord-ovest pura, cresciuta nella dipendenza dall’automobile e con servizi deboli. Santa Palomba è corridoio logistico-industriale verso Pomezia, con traffico pesante, grandi infrastrutture e il futuro termovalorizzatore. Ostia, infine, viene raccontata come area di sviluppo, ma il suo problema è opposto: è una città già costruita che non riesce a integrarsi davvero con Roma.

Quando Gualtieri promette 30.000 case, dunque, mescola tre politiche diverse: rigenerazione urbana centrale, nuove centralità universitarie, espansioni periferiche o logistiche. Le racconta come un unico grande piano casa, ma è proprio qui che il racconto politico si indebolisce.

Negli anni ’80 e 2000 Roma si è espansa con grandi quartieri privati: Ponte di Nona, Bufalotta, Tor Pagnotta, Malafede. Oggi il linguaggio cambia: non si parla più di espansione edilizia, ma di rigenerazione e social housing. La domanda, però, resta identica: chi costruirà queste case? Se dietro ci sono fondi immobiliari, SGR e grandi operatori, allora la storia urbanistica di Roma continua nello stesso solco. E se la si guarda in prospettiva, la continuità storica è evidente. Cambia il lessico, non il meccanismo: prima “espansione”, oggi “rigenerazione”, ma sempre grandi operatori che trasformano il suolo urbano attraverso strumenti finanziari sempre più sofisticati.
Negli ultimi trent’anni Roma si è espansa lungo assi immobiliari molto precisi, dove operano pochi grandi gruppi e una rete di fondi immobiliari. Quando l’Amministrazione dice “invitiamo i privati a investire” ad ascoltatore medio può sembrare una frase neutra, ma non lo è. 

Malafede, Ponte di Nona, Tor Pagnotta sono state il prodotto di una precisa stagione urbanistica, quella delle convenzioni urbanistiche con grandi operatori privati. Il Comune pianificava l’espansione, il privato realizzava residenze, servizi e opere pubbliche. Sulla carta il meccanismo funzionava. Nella realtà, però, spesso è accaduto altro: le infrastrutture sono arrivate tardi (alcune mai arrivate), i servizi sono rimasti incompleti e la città è cresciuta per isole immobiliari.

Il caso Malafede che abbiamo raccontato negli ultimi anni (LINK) è stato esattamente questo. Quando oggi leggiamo “social housing con investimenti privati”, il modello non è così diverso: è lo stesso schema, aggiornato alla finanza immobiliare contemporanea. Non c’è più soltanto il costruttore classico, ma i fondi immobiliari, SGR, capitali previdenziali, partenariati pubblico-privato. È la finanziarizzazione dell’immobiliare.


Negli ultimi quindici o vent’anni, nel mercato immobiliare europeo, gli studentati sono diventati un business perché si sono collocati all’incrocio tra finanza immobiliare, politiche urbane e domanda abitativa giovane. Per i fondi sono un asset ideale: offrono rendita stabile e prevedibile, grazie a flussi di affitto costanti, basso rischio di morosità e possibilità di aggiornare spesso i prezzi.
C’è poi stata una seconda ragione: la regolazione urbanistica favorevole. In molte città lo student housing viene incentivato come risposta al diritto allo studio. Questo ha prodotto agevolazioni urbanistiche, cambi di destinazione d’uso più semplici, finanziamenti pubblici o fondi dedicati, diventando così un investimento quasi protetto.
La terza ragione è stata la crisi degli affitti nelle città universitarie. Quando gli affitti salgono, gli studenti diventano un mercato enorme e concentrato. Roma, Milano, Bologna, Firenze hanno decine di migliaia di studenti fuori sede. Dove c’è domanda concentrata, la finanza immobiliare arriva rapidamente. Ma il punto più importante è un altro: la finanziarizzazione della casa. Per i fondi immobiliari gli studentati sono un prodotto perfetto perché appartengono alla categoria del “residenziale alternativo”, insieme a senior housing, co-living e affitti brevi: rendita stabile e prevedibile, basso rischio di morosità e maggiore flessibilità dei canoni rispetto a una locazione familiare lunga.

Quando si parla di social housing, rigenerazione urbana e student housing, il linguaggio sembra sociale, ma per gli operatori immobiliari queste categorie sono soprattutto nuovi segmenti di mercato. E se in molte città gli studentati servono davvero, il loro sviluppo risponde sempre più (se non quasi esclusivamente) alla logica degli investitori prima che a quella del diritto all’abitare.
Per questo in molte città europee sta emergendo una critica forte: se si costruiscono molti studentati privati e poche case accessibili per i residenti, il risultato è una città pensata per flussi temporanei (studenti, turisti, lavoratori mobili) e sempre meno per chi ci vive stabilmente.

I fondi immobiliari cercano oggi soprattutto tre cose: student housing, affitti brevi, residenze temporanee, tutte forme di abitare più redditizie e flessibili della casa tradizionale. A Roma il mercato è enorme. La città ha circa 250.000–300.000 studenti universitari tra Sapienza, Roma Tre, Tor Vergata, LUISS, Cattolica e accademie varie. Gli studenti fuori sede sono stimati tra 90.000 e 120.000. I posti letto negli studentati ufficiali sono meno di 10.000. Questo vuol dire che il mercato è enorme e quasi vuoto, ed è esattamente il tipo di situazione che attira i fondi immobiliari.

Chi si sta muovendo davvero a Roma? Camplus, gruppo CEUR, è uno dei principali operatori italiani di student housing. A Roma è presente con strutture vicino alla Sapienza e alla LUISS. Hines, uno dei maggiori investitori immobiliari globali, guarda anche a Roma, spesso attraverso joint venture con fondi pensione e capitali internazionali. Stonehill/Beyoo, operatore internazionale di fascia alta, ha già investimenti importanti in Italia e considera Roma una città target. Poi c’è il mondo delle SGR italiane – DeA Capital Real Estate, Investire SGR, Fabrica SGR – che raccolgono capitali di assicurazioni, casse previdenziali e grandi investitori per indirizzarli verso operazioni immobiliari. Infine c’è CDP, attraverso il Fondo Investimenti per l’Abitare e altri veicoli immobiliari, formalmente pensati per l’housing accessibile, ma spesso attivi insieme ai fondi privati.

Gli studentati si concentrano sempre negli stessi quadranti: Sapienza/Tiburtina/Pietralata, Roma Tre/Ostiense/Marconi, LUISS/Parioli/Trieste, Tor Vergata. Sono aree dove si incrociano università, trasporto pubblico e disponibilità di immobili da riconvertire. Per la finanza immobiliare sono perfette: affitti più alti della residenza normale, contratti brevi, rotazione continua, rischio basso, facilitazioni urbanistiche. Più redditizi, in molti casi, delle case per famiglie.

Da qui nasce il conflitto urbano: la città si trasforma in un mercato immobiliare per popolazioni temporanee (studenti, turisti, lavoratori mobili, non residenti stabili), un tema entrato nel dibattito che oggi si fa a Barcellona, Lisbona, Amsterdam, Berlino. Roma, invece, continua a raccontare tutto questo solo come inclusione. L’amministrazione Gualtieri infatti sin dal suo insediamento fa politica urbana dentro il mercato immobiliare finendo per trasformare il mercato della casa. Non a caso al MIPIM, la più grande fiera immobiliare europea, Roma si presenta con lo slogan “Roma connects. People, places, opportunities”: il linguaggio tipico della valorizzazione immobiliare.
E’ noto che Gualtieri non ami confrontarsi nei convegni urbanistici e preferisca presenziare ai forum organizzati dal mondo immobiliare e della consulenza urbana (dal Roma Regeneration Forum al MIPIM di Cannes, dove il taglio è legato alla rigenerazione e agli investimenti), piuttosto che nei forum di urbanistica. Se saldiamo i documenti tecnici alle dichiarazioni rilasciate nelle fiere immobiliari internazionali come il MIPIM, si riesce a documentare lo slittamento del dibattito: dalla garanzia del diritto alla casa alla promozione della competizione tra città, dove il suolo pubblico viene offerto come prodotto a scaffale per il mercato globale.

Quali strumenti di pianificazione guidano queste trasformazioni? Come si integrano con mobilità, servizi e spazio pubblico? Chi definisce le priorità urbane: il piano o il mercato?

Edoardo Salzano, Astengo, Campos Venuti, Insolera avrebbero ricordato una cosa elementare: urbanistica e mercato immobiliare non stanno sullo stesso piano da mediare. L’urbanistica è infatti il potere pubblico di governo del territorio, nato proprio per limitare la rendita fondiaria e orientare lo sviluppo della città nell’interesse collettivo. La città è infatti un bene comune e la pianificazione decide dove e come si costruisce. Il mercato dovrebbe operare dentro quelle regole e invece accade il contrario. E’ così che la città diventa merce, oggetto di valorizzazione immobiliare, non progetto politico.

Evidentemente non ci sono bastati anni di deregolazione urbanistica, varianti negoziate, urbanistica contrattata, trasformazione della pianificazione in negoziazione con i privati. Continua a mancare la risposta alla domanda fondamentale: qual è il progetto di città che guida queste operazioni? La città è una questione politica e sociale, non un portafoglio di progetti immobiliari.

Un altro caso emblematico è quello Invimit. È di pochi giorni fa la notizia che Invimit gestirà 500 immobili di Roma Capitale, dal Colosseo a Centocelle. L’Assessore al Patrimonio del Comune di Roma, Tobia Zevi, lo presenta così: “Il loro valore può aumentare fino al 50%. Questo sta a dimostrare che la città pubblica può essere una grande infrastruttura di sviluppo”. Invimit è una SGR pubblica, controllata dal Ministero dell’Economia, nata nel 2013 per gestire e valorizzare il patrimonio immobiliare pubblico attraverso fondi immobiliari. Tradotto, il Comune non gestisce più direttamente quegli immobili, ma li aggrega in un fondo, il fondo viene gestito da una SGR professionale dove possono entrare investitori istituzionali e privati. Non è un dettaglio tecnico. È una scelta di modello di gestione urbana, anche perché Roma ha migliaia di immobili pubblici (caserme, uffici, edifici dismessi, terreni) e invece di gestirli direttamente li trasforma in operazioni di valorizzazione urbana.

Il linguaggio è sempre lo stesso. Molti progetti di social housing in Italia sono stati realizzati proprio attraverso fondi immobiliari, SGR e capitale istituzionale. Il passaggio Invimit rischia di diventare la piattaforma immobiliare per molte trasformazioni urbane: una strategia urbana basata su strumenti finanziari immobiliari.
In pratica la Capitale usa il patrimonio pubblico per attivare nuovi cicli immobiliari legati alla finanziarizzazione dell’abitare. La città cresce non dove serve, ma dove la rendita si attiva. E la nuova rendita urbana si attiva anche attraverso il social housing, che così perde progressivamente la sua funzione principale di risposta sociale.
La rendita dunque non è più soltanto fondiaria bensì immobiliare, patrimoniale e finanziaria, attuata mediante rigenerazione urbana, conversioni d’uso, gestione patrimoniale, finanziarizzazione dell’abitare.
Questo processo è conosciuto come financialization of housing. Uno dei riferimenti principali è Manuel Aalbers. La sua tesi è semplice e potente: la casa non è più soltanto un bene abitativo, ma un asset finanziario dentro circuiti globali di investimento. Anche David Harvey spiega che nelle economie contemporanee le città diventano luoghi privilegiati di assorbimento del capitale in eccesso. Quando il capitale cerca rendimento, si sposta verso immobiliare e trasformazioni urbane. Da qui nascono rigenerazione, gentrificazione, valorizzazione immobiliare. Nelle città italiane, in particolare, si sta affermando una nuova combinazione di fondi immobiliari, patrimonio pubblico valorizzato, housing sociale finanziarizzato. Non è più edilizia pubblica classica, ma un abitare intermediato da capitale istituzionale, cioè un prodotto immobiliare a rendimento moderato, ma stabile.
A Roma per altro il processo parte spesso proprio dal patrimonio pubblico: aree dismesse, valorizzazione, fondi immobiliari, sviluppo urbano. Comune e Stato dunque non sono più solo regolatori: diventano attivatori di valore immobiliare. E se in altre città la questione è la gentrificazione o l’espulsione sociale, nel caso romano il problema è che la città non espelle soltanto, ma sposta e ricolloca popolazioni dentro nuovi spazi della rendita.
Territori come Santa Palomba diventano quasi zone funzionali metropolitane.

Una politica abitativa dovrebbe partire dalla domanda sociale: quante famiglie, con quali redditi, con quali bisogni abitativi. Invece è diventata una politica di attivazione immobiliare che parte dall’offerta urbana: aree disponibili, capitale investibile, progetti di sviluppo. E non a caso questi annunci vengono fatti nei grandi eventi immobiliari. Per questo si fa sempre più ricorso al dispositivo degli eventi straordinari, come il Giubileo, PNRR, Olimpiadi ecc. Lo schema, da vent’anni, è sempre lo stesso: evento straordinario, poteri speciali, opere pubbliche accelerate, aumento dei valori immobiliari.
È l’urbanistica dell’eccezione permanente: la città si trasforma per ondate legate agli eventi, più che per pianificazione continua.

Che ad esempio il social housing possa diventare un sussidio all’offerta privata non è una novità. Gainsforth lo spiega bene. Ma il punto decisivo è vedere come questo avviene nei meccanismi amministrativi concreti: conferimento di aree pubbliche, strumenti urbanistici utilizzati, accordi pubblico-privato, fondi immobiliari specifici, soggetti attuatori. È lì che il discorso diventa serio.

L’atto quadro è la DAC n. 140 del 27 luglio 2023, il Piano strategico per il diritto all’abitare 2023-2026. È il testo richiamato negli atti successivi del Dipartimento e contiene già l’obiettivo di acquisire 1.500-2.000 nuove unità abitative al patrimonio capitolino, oltre a quelle in fitto passivo. La domanda allora è inevitabile: il Comune continua ad acquisire per poi trasferire gestione e valorizzazione ai fondi immobiliari?

Il 27 marzo 2025 Roma Capitale approva atti che danno attuazione alla DAC 140/2023 e insistono su due punti: scarsità di ERP e necessità di dotarsi di strumenti per reperire alloggi in locazione, compresi Osservatorio sulla condizione abitativa e Agenzia sociale dell’abitare. Il problema pubblico dichiarato è la carenza di ERP, la retorica del MIPIM, invece, si sposta su social housing e investitori.

La Determina QC/634/2025 del 10 marzo 2025 approva l’avviso pubblico per l’acquisto dal libero mercato di unità immobiliari da destinare all’edilizia residenziale sociale. Anche questo è un documento chiave: il Comune, invece di produrre direttamente edilizia, entra sul mercato per acquistare unità abitative. La successiva Determina n. 2371 del 5 agosto 2025 approva la graduatoria di quell’avviso.

Nel 2026, però, avviene un salto di scala. Roma Capitale, nel comunicato del 9 marzo 2026 sulla presenza al MIPIM, si presenta esplicitamente come città che crea “nuovo valore sociale ed economico” e partecipa a una fiera “di riferimento del real estate, dell’edilizia e del mercato immobiliare”. In parallelo, l’Agenzia del Demanio al MIPIM 2026 presenta a Tor Vergata progetti di social e student housing per attrarre investitori. La grammatica del 2026 è apertamente immobiliare. L’abitare entra pienamente nel circuito della valorizzazione degli asset pubblici.

Questo quadro non è astratto. A Roma esiste già un caso in cui questi meccanismi si vedono chiaramente all’opera: Santa Palomba.

IL CASO SCUOLA SANTA PALOMBA

La radiografia del caso Santa Palomba mostra in concreto ciò che Gainsforth ha descritto in termini generali: il social housing come meccanismo di sussidio all’offerta privata. Qui si vede il meccanismo concreto di trasferimento del rischio e del suolo. Non a caso, la narrazione pubblica di questi giorni presenta l’intervento denominato ‘Prati Latini’, come una semplice ripartenza, senza entrare nel merito del modello urbanistico e finanziario che lo sostiene. Il soggetto attuatore non è il Comune, ma il Fondo Roma Housing, gestito da DeA Capital Real Estate SGR con partecipazione di CDP Immobiliare. La finanziarizzazione, qui, smette di essere teoria e diventa firma in calce a un atto.

Lo strumento è il Programma Integrato (PRINT), cioè l’atto amministrativo che consente di “integrare” interessi pubblici e privati. Invece di seguire il PRG, si costruisce una deroga negoziata. Il meccanismo del suolo è chiaro: in molti comparti, aree a destinazione servizi o industriale vengono trasformate in residenziale speciale attraverso varianti e convenzioni. Ed è nella convenzione che si nasconde il sussidio: il privato costruisce una quota di housing sociale, ma in cambio ottiene scomputo degli oneri e quote di edilizia libera o convenzionata che garantiscono il ritorno dell’investimento.

Santa Palomba è un caso scuola perché l’housing sociale nasce nel nulla infrastrutturale, rendendo il privato quasi l’unico vero gestore del territorio.
Nel 2018 il sito di Roma Capitale riporta il progetto di social housing “voluto da Roma Capitale e da CDP” con oltre 950 appartamenti. Un altro atto ufficiale dello stesso anno precisa che si tratta di circa 30.000 mq di superficie edificabile in diritto di superficie, quindi con proprietà pubblica mantenuta, e che il programma prevede quasi 1.000 appartamenti: più della metà in locazione calmierata per 15 anni, il 15% in affitto con riscatto e il 30% in vendita convenzionata.

Nella Determina QI/1955/2018 sul PRINT Santa Palomba compaiono, nero su bianco, CO.GE.SAN – Costruzioni Generali Santarelli come soggetto attuatore unico dell’intervento e DeA Capital Real Estate SGR come società di gestione del “Fondo Roma Santa Palomba SH”, subentrata a DeA Fimit. Nello stesso atto si legge il riferimento al trasferimento in diritto di superficie novantanovennale e alle garanzie fideiussorie per le opere di urbanizzazione sulla quota di SUL pubblica. Qui la finanziarizzazione dell’abitare diventa struttura procedurale.

Sul lato CDP c’è poi la cornice ufficiale del FIA – Fondo Investimenti per l’Abitare, che dichiara apertamente di investire nell’edilizia privata sociale per incrementare l’offerta di alloggi in locazione a canone calmierato e in vendita convenzionata, “a integrazione” delle politiche pubbliche. Questo consente di dire, con base documentale, che il social housing romano non è un corpo estraneo: è inserito dentro un’infrastruttura nazionale di investimento abitativo a capitale istituzionale.

Gli atti mostrano dunque che Santa Palomba è un caso emblematico di housing sociale costruito attraverso finanza immobiliare e urbanistica negoziata. Una domanda sorge spotanea: il termovalorizzatore ha inciso sull’equilibrio urbanistico ed economico dell’intervento?

LabUr, sul termovalorizzatore, ha da tempo documentato alcuni punti: la parziale inedificabilità di una quota rilevante dei terreni acquistati da AMA, il fatto che nell’atto notarile del 25 novembre 2022 il terreno sia stato trattato come edificabile mentre negli atti richiamati comparivono vincoli consortili e obblighi di non edificazione, la questione della particella 105 non inclusa correttamente nella ricognizione GE.CO. e la critica alla formula secondo cui l’AIA funzionerebbe come “variante urbanistica puntuale laddove necessario” (LINK).
LabUr ha anche mostrato che quelli che sembrano errori tecnici sono in realtà un metodo urbanistico. Secondo il PRG vigente, l’area di Santa Palomba non è idonea senza variante. La relazione GE.CO. sul termovalorizzatore lascia volutamente incerta la destinazione urbanistica, scaricando il problema sulla futura autorizzazione. È urbanistica dell’ora per domani. Per altro, sulla base del foglio d’impianto catastale georeferenziato, il 60% dei terreni edificabili ricadrebbe nel Comune di Albano e non in quello di Roma, mentre il 40% sarebbe inedificabile per l’atto d’obbligo.
In altre parole, sull’acquisto dell’area è esistito un problema serio di qualità e completezza dell’istruttoria urbanistica e notarile e la fattibilità urbanistica è stata trattata come se una futura variante o l’effetto sostitutivo dell’AIA potessero risolvere ex post criticità non sciolte ex ante. Il termovalorizzatore è stato quindi impostato dentro un quadrante amministrativamente fragile e controverso.

Ma andiamo oltre. Nei documenti del PAUR si legge che l’impianto viene autorizzato tramite procedura straordinaria, commissariale e art. 208, che comporta variante urbanistica automatica. Inoltre, viene ritenuto coerente con il PTPG perché l’area è considerata produttiva/logistica e  viene inserito dentro un sistema metropolitano delle attività produttive. Il PAUR però  non entra nel merito della residenzialità reale del quadrante. Non ci sono ad esempio analisi integrate su housing sociale, ERP, popolazione reale. Non c’è una valutazione unitaria tra politiche abitative, impianti rifiuti e pianificazione urbana. Nei documenti compare soltanto che l’area è dentro Programmi Integrati, ma il termovalorizzatore entra con una procedura che bypassa la pianificazione ordinaria. Solo che il PRINT dell’housing segue una logica urbanistica negoziata, il termovalorizzatore segue invece una logica commissariale straordinaria. Le due cose non si parlano.
A Santa Palomba, dunque, non esiste una pianificazione unitaria, ma procedure separate che insistono sullo stesso territorio senza mai essere valutate insieme.

 

COSA FANNO ALL’ESTERO

Il problema non è solo che Roma usa il social housing come leva immobiliare. Il problema è che lo fa dentro una città in cui il governo del territorio è sempre più sostituito da procedure eccezionali, piattaforme finanziarie e valorizzazione di asset. Non un progetto di città, ma una somma di operazioni. Nessuna pianificazione, ma attivazione di valore.

Questa, alla fine, è la questione: chi governa Roma? Il piano o il mercato?

All’opposto di quanto Roma sta facendo oggi, dove patrimonio pubblico e social housing vengono sempre più trattati come leve di attivazione immobiliare, è utile guardare i modelli europei che hanno scardinato il nesso tra abitare e speculazione.
In città come Vienna, il Comune non aliena il suolo ma lo concede a lungo termine a cooperative no-profit (modello
cost-rent), dove l’affitto copre esclusivamente i costi di costruzione e gestione, eliminando il profitto finanziario. Esperienze come i Community Land Trusts di Bruxelles o le politiche di prelazione pubblica di Barcellona dimostrano che è possibile sottrarre stabilmente la casa al mercato, separando la proprietà del terreno (che resta bene comune) da quella delle mura, garantendo così un’accessibilità che non scada dopo quindici anni, ma che resti un patrimonio strutturale della città.

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OSTIA, LUNGOMARE VESPUCCI: SICUREZZA SOTTO VERIFICA

Nero Oro Gala Invito_20260313_155238_0000Riprese con drone e verifiche sul posto documentano la nuova configurazione della sede stradale del lungomare Amerigo Vespucci a Ostia dopo i lavori della pista ciclabile. Le analisi tecniche evidenziano criticità per la sicurezza della circolazione, per il passaggio dei mezzi di emergenza e per il traffico della stagione balneare.

Le immagini riprese con drone lungo il lungomare Amerigo Vespucci (video completo a questo LINK), mostrano una trasformazione profonda di una delle principali arterie del mare di Roma. La realizzazione della pista ciclabile e la conseguente riorganizzazione della sede stradale stanno modificando in modo significativo la geometria della carreggiata, riducendo gli spazi disponibili per la circolazione e cancellando numerosi posti auto.

Proprio da queste immagini e dalle verifiche effettuate sul posto emergono alcune criticità che meritano un accertamento tecnico da parte delle autorità competenti. In vista dell’imminente stagione balneare, quando il traffico sul litorale aumenta in modo esponenziale, il rischio è che una delle strade più frequentate del mare di Roma si trovi ad affrontare la pressione del traffico in condizioni potenzialmente problematiche per la sicurezza della circolazione, per il passaggio dei mezzi di soccorso e per il funzionamento del trasporto pubblico.
Il tema è stato portato all’attenzione delle istituzioni da LabUr – Laboratorio di Urbanistica, che ha avviato una serie di verifiche tecniche sulla nuova configurazione del lungomare che qui riportiamo per sommi capi.

Una carreggiata più stretta e irregolare
La realizzazione della pista ciclabile ha introdotto cordoli e delimitazioni che in diversi punti riducono la larghezza utile della carreggiata e ne modificano la geometria. In alcuni tratti la sezione stradale appare caratterizzata da restringimenti e variazioni improvvise che meritano una verifica rispetto alle norme tecniche di progettazione.

Il Decreto Ministeriale 5 novembre 2001, che disciplina le norme funzionali e geometriche per la costruzione delle strade, stabilisce infatti che la configurazione della sede stradale debba garantire condizioni di sicurezza, visibilità e regolarità della circolazione. In contesti ad alto traffico, come quello del lungomare di Ostia, eventuali restringimenti o discontinuità della carreggiata possono determinare criticità operative soprattutto nei periodi di maggiore afflusso.

Il nodo dei mezzi di soccorso
Uno degli aspetti più delicati riguarda l’accessibilità dei mezzi di emergenza.
Le autopompe dei Vigili del Fuoco utilizzate negli interventi urbani hanno generalmente una larghezza di circa 2,50 metri e una lunghezza che può arrivare fino a 8–9 metri, con un raggio di sterzata superiore ai 12 metri. Le indicazioni tecniche sull’accessibilità dei mezzi di soccorso prevedono normalmente una larghezza minima di transito pari a circa 3,5 metri per consentire il passaggio in sicurezza.
In presenza di traffico veicolare o di veicoli in sosta, la nuova configurazione della strada potrebbe non garantire tali condizioni in alcuni tratti del lungomare Vespucci. Una circostanza che, se confermata, potrebbe tradursi in difficoltà operative o in ritardi negli interventi di emergenza.

Trasporto pubblico e circolazione dei mezzi pesanti
La compatibilità della nuova configurazione della carreggiata riguarda anche il trasporto pubblico. Gli autobus urbani hanno una larghezza standard di circa 2,55 metri e una lunghezza fino a 12 metri.
Le norme tecniche di progettazione stradale richiedono che la sezione della carreggiata consenta la circolazione sicura dei veicoli pesanti e dei mezzi del trasporto pubblico locale. La presenza di cordoli e delimitazioni fisiche della pista ciclabile potrebbe rendere più complessa la manovra degli autobus in alcuni punti del lungomare.

La riduzione dei posti auto
La realizzazione della pista ciclabile ha comportato anche la soppressione di numerosi posti auto lungo il lungomare. In assenza di una riorganizzazione complessiva della mobilità e della sosta, questa riduzione potrebbe favorire fenomeni di sosta irregolare, con l’effetto di restringere ulteriormente la carreggiata disponibile per la circolazione.

La disciplina del traffico
Un ulteriore elemento che richiede chiarimenti riguarda la disciplina della circolazione. A quanto risulta, non sarebbe stata ancora adottata una nuova ordinanza di regolamentazione del traffico conseguente alla modifica della configurazione della strada.
Il Codice della Strada prevede che eventuali modifiche significative dell’assetto della viabilità siano accompagnate da specifici provvedimenti amministrativi. La mancanza di una nuova disciplina formale del traffico potrebbe quindi determinare una situazione di incertezza nella gestione della circolazione.

Accessibilità e barriere architettoniche
Infine, la nuova configurazione degli attraversamenti e dei percorsi pedonali merita una verifica anche rispetto alla normativa sull’eliminazione delle barriere architettoniche. La legge 13/1989 e il decreto ministeriale 236/1989 impongono infatti che gli spazi pubblici siano progettati in modo da garantire l’accessibilità alle persone con disabilità.

La richiesta di verifiche
Alla luce di queste criticità, LabUr – Laboratorio di Urbanistica ha chiesto, attraverso un esposto, che le autorità competenti procedano con urgenza a una verifica tecnica della conformità della nuova configurazione del Lungomare Amerigo Vespucci rispetto:

  • alle norme del Codice della Strada in materia di sicurezza della circolazione
  • alle norme tecniche di progettazione stradale
  • alle esigenze operative dei mezzi di soccorso
  • ai requisiti di accessibilità degli spazi pubblici
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PARCO DEL MARE, OPERA DEL GIUBILEO CON ANAS: GUALTIERI ACCELERA CON POTERI STRAORDINARI MA RESTA IL NODO DEL DEMANIO

Nero Oro Gala Invito_20260312_125150_0000Il progetto sul lungomare di Ostia rientra tra le opere strategiche del Giubileo 2025. Con i poteri commissariali il sindaco può accelerare procedure e cantieri e ANAS è stata individuata come stazione appaltante. Ma Capitaneria di Porto e Agenzia delle Dogane hanno richiamato un problema preliminare: la delimitazione del demanio marittimo. Si possono accelerare i cantieri. Non si può spostare il confine dello Stato.

Il progetto del Parco del Mare di Ostia rischia di inciampare su una questione che avrebbe dovuto essere verificata prima ancora di mettere mano ai rendering: la linea di confine tra demanio marittimo e proprietà comunale. Il problema non è stato sollevato da opposizioni politiche o polemiche di quartiere. Ad evidenziarlo sono state due autorità dello Stato: la Capitaneria di Porto e l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Entrambe hanno richiamato in Conferenza dei Servizi precise norme di legge che regolano l’uso delle aree costiere. Lo si evince chiaramente dalla D.D. del Dipartimento Programmazione Urbanistica del 6 marzo 2026.

Articolo 55 del Codice della Navigazione: cosa significa davvero
La Capitaneria di Porto ha richiamato l’articolo 55 del Codice della Navigazione, una norma fondamentale per la gestione delle aree costiere. Questo articolo stabilisce che nelle zone vicine al demanio marittimo non è possibile realizzare opere, costruzioni o trasformazioni del territorio senza la preventiva autorizzazione dell’autorità marittima. Il motivo è semplice: il demanio marittimo non è un normale terreno pubblico. Comprende spiagge, arenili, dune, zone portuali e aree funzionali alla navigazione, e la sua gestione è sottoposta a regole molto più rigide. L’articolo 55 serve proprio a impedire che interventi urbanistici comunali interferiscano con beni demaniali dello Stato. Per cui, prima di progettare passerelle, piazze, piste ciclabili o riqualificazioni del lungomare, bisogna sapere con precisione dove finisce il demanio e dove inizia il territorio comunale. Se questo confine non è chiaro, qualsiasi progetto rischia di violare la normativa sulla tutela del demanio marittimo.

Articolo 7 del Dlgs 141/2024: il controllo delle aree costiere
Parallelamente è intervenuta anche l’Agenzia delle Dogane, richiamando l’articolo 7 dell’Allegato 1 del Decreto Legislativo 141/2024. Questa norma disciplina le aree demaniali soggette a controllo doganale, cioè quelle parti del litorale che, per la loro posizione, sono considerate sensibili per motivi di sicurezza, accesso al mare e vigilanza dello Stato.
Il principio stabilito dalla norma è chiaro: qualsiasi intervento che possa modificare l’assetto di queste aree deve essere verificato e autorizzato dalle autorità competenti, perché può incidere su funzioni statali come il controllo delle coste. Ancora una volta dunque emerge lo stesso nodo: serve una delimitazione certa del demanio marittimo.

IL VERO PROBLEMA: IL CONFINE NON E’ MATERIALMENTE SEGNATO
Ed è qui che la vicenda diventa grave. Sul litorale di Ostia i cippi terminali della delimitazione demaniale non risultano presenti, cioè i riferimenti fisici che indicano sul terreno dove termina il demanio marittimo. Senza questi punti di delimitazione ufficiali, il confine tra proprietà dello Stato e aree comunali non è chiaramente individuabile sul territorio. Tradotto, l’intero progetto del Parco del Mare potrebbe essere stato progettato senza una base giuridica certa. La conseguenza è evidente: il confine dovrà probabilmente essere ricalcolato e ridefinito, proprio come LabUr chiede da anni, un errore che il Comune avrebbe dovuto evitare essendone a conoscenza.

La domanda che ora si pongono molti cittadini è inevitabile: com’è possibile che questo problema non sia stato verificato prima? Parliamo infatti di un elemento basilare per qualsiasi intervento sul litorale. Eppure né i progettisti privati, né il Comune di Roma, né la società partecipata Risorse per Roma sembrano aver affrontato seriamente la questione. Un’omissione che rischia di mettere in crisi un intero progetto di riqualificazione del lungomare. Nel frattempo si attende ancora una risposta ufficiale dalla Capitaneria di Porto, che dovrà chiarire definitivamente la situazione.

IL COLLEGAMENTO CON IL BANDO DELLE SPIAGGE 2025
La questione della linea demaniale non riguarda solo il Parco del Mare. Come evidenziato in un’analisi pubblicata da LabUr (LINK), il bando delle spiagge del 2025 potrebbe presentare lo stesso problema: alcune aree messe a gara potrebbero non essere più demaniali, perché nel tempo sarebbero state sdemanializzate o riclassificate. Il Comune avrebbe infatti inserito nella gara porzioni di territorio che non appartengono più al demanio marittimo e che quindi non dovrebbero essere affidate tramite concessione balneare. Se questo scenario fosse confermato, le conseguenze sarebbero pesanti: l’intero bando potrebbe essere impugnato e annullato e a quel punto il caos amministrativo sul litorale romano sarebbe inevitabile. E tutto per non aver fatto ciò che la legge impone prima di qualsiasi progetto: verificare con precisione dove passa il confine del demanio.

Ma su questo torneremo presto, perché la vicenda è tutt’altro che chiusa.

 


IL PARCO DEL MARE NEL PROGRAMMA DELLE OPERE DEL GIUBILEO
Con la Deliberazione di Giunta Capitolina n. 404 del 7 novembre 2024 è stata autorizzata la firma della convenzione con la Regione Lazio (avvenuta il 17 dicembre 2024), prevista dalla DGR n. 756 del 10 ottobre 2024, che all’articolo 7 disciplina le modalità attuative degli interventi. In base alla convenzione (LINK) i progetti ammessi a finanziamento nella prima fase devono essere appaltati con stipula dei relativi contratti entro 18 mesi dalla sottoscrizione della Convenzione tra il Comune beneficiario e l’Autorità di Gestione, dunque entro il 18 giugno 2026. Il rispetto del termine dei 18 mesi e il raggiungimento dei risultati previsti consente di avviare i progetti di seconda fase. Qualora entro i 18 mesi siano stati stipulati contratti per un valore finanziario compreso tra il 70% e il 100% delle risorse, è possibile ottenere una proroga di altri sei mesi. Entro tale ulteriore scadenza devono essere aggiudicati, con stipula del contratto, i residui interventi, pena l’impossibilità di accedere alla seconda fase.

Dunque non è assolutamente vero quello che a mezzo stampa sostiene l’ingegner Marco Moladori, responsabile della struttura territoriale Lazio di ANAS e cioè che “a giugno partirà il cantiere che cambierà il lungomare di Roma”. Diciamo che di certo è partita la propaganda politica, visto che le elezioni del Sindaco di Roma dovrebbero svolgersi tra il 15 aprile e il 15 giugno 2027, secondo quanto indicato dalla Circolare n. 83/2024 del Ministero dell’Interno.

Ricordiamo che il progetto del Parco del Mare non è soltanto un intervento di riqualificazione urbana finanziato con fondi europei. L’opera è stata infatti inserita anche nel programma degli interventi connessi al Giubileo 2025, approvato con DPCM 11 giugno 2024, che individua una serie di opere considerate strategiche per l’accoglienza dei flussi turistici e dei pellegrini a Roma. In questo quadro il litorale di Ostia viene indicato come sbocco marittimo della Capitale e possibile polo turistico complementare al centro storico.
Proprio nell’ambito di queste procedure straordinarie Roma Capitale ha stipulato un accordo con ANAS S.p.A., alla quale sono state attribuite le funzioni di stazione appaltante nella fase esecutiva dell’intervento. Un accordo che ha portato l’ANAS S.p.A. molto ‘vicina’ ai voleri del Sindaco Roberto Gualtieri, che opera come Commissario straordinario per il Giubileo, con poteri speciali finalizzati ad accelerare la realizzazione delle opere previste dal programma. Nei decreti governativi che regolano il Giubileo è previsto che la struttura commissariale resti attiva anche DOPO l’Anno Santo fino al completamento degli interventi programmati. Questo accade perché molte opere (come il Parco del Mare) partono in ritardo rispetto al Giubileo e verranno completate negli anni immediatamente successivi. In pratica il commissario Gualtieri resta in carica per chiudere i cantieri e rendicontare i fondi almeno fino a quando resterà sindaco di Roma.

Quindi, proprio perché il Parco del Mare è un intervento inserito in una programmazione straordinaria dello Stato, le criticità richiamate durante la Conferenza dei Servizi — in particolare quelle relative alla delimitazione del demanio marittimo segnalate dalla Capitaneria di Porto e dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli — assumono un rilievo ancora maggiore e dovranno essere chiarite prima dell’avvio effettivo dei cantieri. In altre parole, ANAS e Gualtieri dovrebbero essere più cauti ed evitare la propaganda da campagna elettorale, soprattutto ad Ostia.

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CHI SA, VEDE. ROMA E IL RITORNO DEL TRIUMVIRATO. PILLOLE DI URBANISTICA #31

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260313_075755_0000Roma soffre di una bulimia di poteri commissariali e di una anoressia di poteri ordinari. La notizia dell’ennessimo accentramento nel Gabinetto del Sindaco è una risposta alla “palude” dei dipartimenti. Se la macchina ordinaria è incagliata da veti incrociati e burocrazia lenta, il vertice crea una “corsia preferenziale” che però serve solo ai grandi progetti, mentre la buca sotto casa o il parco di quartiere restano nella “palude”.
A Parigi o a Barcellona, tanto evocate dal Sindaco Gualtieri, i distretti sono luoghi di conflitto e mediazione politica. A Roma, i Municipi sono spesso ridotti a meri “uffici relazioni con il pubblico” con pochissimo budget autonomo. Una città si trasforma con il PRG (Piano Regolatore Generale), non con il Piano Giubileo permanente.
L’evento ha una data di scadenza, la città no e usare l’evento per rifare i marciapiedi significa che quei marciapiedi verranno rifatti solo dove passano i pellegrini, non dove servono ai residenti.

 

E’ di pochi giorni fa la notizia di una nuova strategia del Comune che passa attraverso l’ennesimo potenziamento della macchina amministrativa: la Protezione Civile entra nel gabinetto del Sindaco. Negli ultimi anni il governo della città si sta spostando sempre più verso un modello centralizzato e legato ai grandi eventi, fondi straordinari e strutture speciali. È una traiettoria che viene spesso giustificata evocando capitali europee come Parigi o Barcellona. Ma il confronto mostra l’opposto: quelle città sono governate attraverso sistemi istituzionali più stabili e con livelli locali molto più forti. Berlino, ad esempio, è quasi l’opposto di Roma con i distretti (Bezirke) ad ampia autonomia e un Sindaco che governa un Senato collegiale. O Londra dove il Sindaco è fortissimo, ma la London Assembly lo controlla e i boroughs hanno grandi poteri locali.

IL CASO ROMA
Roma oggi funziona sempre più attraverso strumenti straordinari: Giubileo, poteri commissariali, PNRR, task force e strutture di coordinamento, accentramento nel Gabinetto del Sindaco e nella Direzione Generale. Questo produce un modello di governo molto verticale. Le decisioni strategiche si concentrano nel vertice politico-amministrativo mentre municipi e consigli, che avevano perso già molto potere in favore delle Giunte di nomina politica, hanno un ruolo sempre più debole. Ma anche le Giunte non se la passano più così bene.  È un modello che punta sulla rapidità decisionale ma che rischia di ridurre ancora di più gli spazi di controllo democratico e di pianificazione urbana ordinaria.

PARIGI
Parigi ha un sindaco molto forte, ma non è governata per emergenze. La città è articolata in 20 arrondissement con sindaci (non minisindaci come nei Municipio romani), consigli locali, competenze territoriali reali. Molte politiche urbane fondamentali sono inoltre coordinate con la Métropole du Grand Paris, cioè il livello metropolitano che a Roma coincide con quello capitolino. La pianificazione urbana rimane uno strumento centrale.

BARCELLONA
Barcellona è probabilmente il caso europeo più studiato di governance urbana. La città è organizzata in 10 distretti con strutture amministrative autonome, partecipazione locale forte e pianificazione urbana stabile. Le grandi trasformazioni urbane sono guidate da strumenti urbanistici e politiche di quartiere, non da poteri emergenziali.

IL PARADOSSO ROMANO
Roma è una capitale europea ma continua a essere governata con gli strumenti di un Comune ordinario. Questa debolezza istituzionale spinge spesso l’amministrazione a ricorrere a soluzioni straordinarie: commissariamenti, grandi eventi, strutture di coordinamento con il risultato che il potere di governo della città è centrato sul vertice politico-amministrativo e su interventi legati a fondi o eventi esterni.

Il problema non è tanto la rapidità decisionale, perché le grandi città hanno bisogno di amministrazioni capaci di decidere, quanto il fatto che il governo urbano si sposta stabilmente verso strutture straordinarie, task force e accentramento nel vertice politico-amministrativo. La città smette di essere governata attraverso gli strumenti ordinari della democrazia urbana, esattamente il contrario di quanto avviene nelle altre capitali europee dove si rafforzano i livelli territoriali, il governo metropolitano e la pianificazione pubblica
con istituzioni solide e poteri territoriali reali.

Dopo 2069 anni torna la “Lex Titia”, Roma riscopre il triunvirato: Roberto Gualtieri (Sindaco), Albino Ruberti (City Manager) e Giuseppe Napolitano (Capo della Protezione Civile). Il modello straordinario si fa sistema e l’eccezione diventa permanente.
La Repubblica (dei Municipi) può attendere.
E forse ora si comprende la ragione per cui i rumors danno per certa la chiusura del patto politico sulla ricandidatura per il centro sinistra al Municipio X dell’81enne Mario Falconi (bruciata dunque Valeria Strappini) noto per la sua governance estemporanea.

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SPIAGGIA CASTELPORZIANO CHIOSCO 3: IL CDS SOSPENDE SENTENZA TAR

Nero Oro Gala Invito_20260311_140332_0000Spiaggia Castelporziano Chiosco 3: il Consiglio di Stato sospende la sentenza del TAR e l’assegnazione ad Happy Surf One ASD. 

Da quasi un anno la vicenda del bando dei chioschi di Castelporziano è accompagnata da polemiche, attacchi anche personali e tentativi di delegittimazione nei confronti di chi ha posto domande sugli atti amministrativi. Per mesi le analisi pubblicate da LabUr sono state liquidate come polemiche o insinuazioni.

Oggi però è intervenuto il Consiglio di Stato che con ordinanza cautelare ha sospeso gli effetti della sentenza del TAR, congelando di fatto la situazione fino alla decisione nel merito fissata per il 7 luglio 2026.

Secondo il Consiglio di Stato “risulta prima facie fondata la censura volta a contestare la possibilità per l’ASD Happy Surf assegnataria di svolgere l’attività di ristoro”.
Non si tratta di un dettaglio tecnico. Nel disciplinare di gara, infatti, l’attività di ristoro è indicata come primo servizio previsto, elemento che rende difficile considerarla una funzione accessoria o secondaria rispetto all’attività sportiva.

Il Collegio osserva inoltre che tale attività presenta indubbie finalità lucrative e dunque sono necessari approfondimenti: se l’attività economica non è secondaria, diventa problematico il ricorso al regime proprio delle associazioni sportive dilettantistiche. È esattamente il nodo che da mesi segnaliamo nella vicenda del bando di Castelporziano.

Sospesa quindi l’efficacia della decisione del TAR e dunque anche l’invito allo sgombero.

 

UN ANNO DI ATTI, DOCUMENTI E DOMANDE

La vicenda del bando di Castelporziano non nasce oggi. Negli ultimi mesi è stata oggetto di una lunga serie di analisi e approfondimenti basati sugli atti amministrativi. Tra luglio e settembre 2025 LabUr ha pubblicato diversi articoli che ricostruiscono passo dopo passo la gestione del bando e le sue criticità (in calce i link agli articoli):

– 5 luglio 2025 – dossier sulla gestione delle spiagge e sul caso Castelporziano (LINK)

– 9 luglio 2025 – analisi del bando e delle opere abusive messe in gara (LINK)

– 15 luglio 2025 – aggiornamento sulle novità amministrative relative alle spiagge di Ostia (LINK)

– 12 agosto 2025 – critica alle dichiarazioni sull’apertura dei chioschi (LINK)

– 14 agosto 2025 – Castelporziano a Ferragosto con chioschi chiusi (LINK)

– 15 agosto 2025 – “Ostiopoli”, il vicolo corto amministrativo di Castelporziano (LINK)

– 22 agosto 2025 – approfondimento sulla gestione della spiaggia (LINK)

– 4 settembre 2025 – dubbi sui documenti prodotti nella gara (LINK)

– 7 settembre 2025 – il ruolo opaco di alcuni soggetti nella gestione del bando (LINK)

– 11 settembre 2025 – la prima decisione cautelare del TAR (LINK)

Per mesi queste analisi, liquidate come polemiche, sono le questioni al centro della valutazione del Consiglio di Stato.

 

UNA STAGIONE BALNEARE CHE NON PARTIRÀ IL 1° MAGGIO

La sospensione disposta dal Consiglio di Stato produce anche un effetto immediato sul piano amministrativo.

Il 1° maggio, data di apertura della stagione balneare, Castelporziano dunque non aprirà come sperava e come ha annunciato Carlo Mazzei, Direttore della Direzione “Rigenerazione del Litorale e Grandi Progetti” di Roma Capitale, in Commissione Patrimonio settimana scorsa.  L’assetto della concessione resta infatti congelato fino alla decisione di merito fissata per il 7 luglio 2026.

LE AFFERMAZIONI CONTENUTE NELLA MEMORIA PROCESSUALE

Nella memoria difensiva depositata dalla controparte sono state inoltre formulate affermazioni pesanti e inappropriate nei confronti dei gestori del chiosco, in particolare che non avrebbero alcun titolo sull’area, che sarebbero stati destinatari di uno sgombero definitivo, che il chiosco sarebbe rimasto chiuso e fatiscente e che avrebbe impedito la fruizione della spiaggia. Tutte affermazioni false e tendenziose assieme a quelle che attribuiscono invece ad Happy Surf One ASD di avere invece regolari titoli per partecipare.

Non risulta infatti alcun ordine di sgombero, ma solo un semplice recente invito a rilasciare l’area. Inoltre il chiosco risulta ancora nella piena disponibilità materiale degli storici gestori (titolari di licenza) comprensiva di beni e attrezzature. Infine, ricordiamo, che sulla vicenda è in corso una consulenza tecnica d’ufficio (CTU) presso il Tribunale di Roma.

 

UNA VICENDA ANCORA APERTA

La sospensiva non chiude la vicenda.
Il giudizio di merito dovrà stabilire definitivamente se il bando e la gestione delle attività siano conformi al quadro normativo. Ma una cosa è già chiara: le criticità segnalate non erano polemiche, bensì questioni giuridiche reali, oggi poste all’attenzione del massimo giudice della giustizia amministrativa.
A volte, per capire cosa sta accadendo, basta semplicemente leggere gli atti. In buonafede.

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MUNICIPIO X, IL COSTO DEL COMMISSARIAMENTO DEL 2015

Nero Oro Gala Invito_20260311_095659_0000Nel 2015 il Municipio Roma X è stato sciolto per infiltrazioni mafiose e amministrato da una gestione commissariale fino al 2017. A undici anni di distanza, il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sugli aspetti giudiziari e politici, mentre poco si è discusso delle conseguenze economiche di quel periodo sul territorio.
Questo dossier prova a colmare questo vuoto analizzando le principali dinamiche socio-economiche del litorale romano tra il 2014 e il 2024 e confrontandole con quelle del vicino Comune di Fiumicino, un territorio costiero con caratteristiche simili ma dotato di autonomia amministrativa. I dati mostrano che nel decennio il sistema costiero metropolitano ha seguito traiettorie divergenti, con una differenza patrimoniale complessiva stimabile in oltre due miliardi di euro tra i due territori.
S
tigma territoriale, governance metropolitana e trasformazioni economiche fanno parte di questa analisi.

Nonostante la rilevanza istituzionale dello scioglimento del Municipio Roma X nel 2015, non esistono analisi sistematiche che abbiano misurato le trasformazioni socio-economiche del litorale romano nel decennio successivo.
Il dibattito pubblico si è concentrato prevalentemente su aspetti giudiziari, cronaca criminale e dinamiche politiche locali. Molto meno attenzione è stata dedicata agli effetti economici e territoriali di quel periodo, nonostante esista letteratura sugli enti locali sciolti per infiltrazioni mafiose in Italia ma che analizzano soprattutto comuni di piccola e media dimensione del Mezzogiorno.
Il caso del litorale romano presenta caratteristiche peculiari perché appartiene alla Capitale d’Italia, è inserito in un grande sistema metropolitano ed è fortemente influenzato dal mercato immobiliare e dal turismo.
Questo dossier intende contribuire a colmare questo vuoto attraverso un’analisi comparativa delle traiettorie economiche del litorale romano nel periodo 2014–2024.

Metodo e fonti
L’analisi utilizza un approccio comparativo basato su serie temporali decennali.
I territori analizzati sono:

  • Municipio Roma X
  • Roma
  • Fiumicino

Gli indicatori considerati sono:

  • popolazione residente
  • reddito medio dei contribuenti
  • mercato immobiliare
  • Affitti
  • imprese attive
  • ricettività turistica
  • investimenti pubblici.

Le principali fonti utilizzate sono:

  • Istat
  • Ministero dell’Economia e delle Finanze
  • Agenzia delle Entrate
  • InfoCamere
  • Roma Capitale
  • Regione Lazio
  • OpenCoesione

I dati sono stati rielaborati per costruire un quadro comparativo delle trasformazioni socio-economiche del sistema costiero metropolitano.

L’analisi considera l’intero periodo 2014–2024. Il biennio pandemico (2020–2021) non è stato trattato come fase autonoma poiché i suoi effetti economici risultano sostanzialmente simmetrici sui territori analizzati e non modificano in modo significativo le traiettorie relative osservate.

ChatGPT Image 11 mar 2026, 09_29_42Il caso comparativo: Fiumicino
Il confronto con il Comune di Fiumicino risulta particolarmente significativo dal punto di vista istituzionale e territoriale. Fiumicino è infatti un comune autonomo nato nel 1992 a seguito della separazione amministrativa da Roma. Da allora dispone di autonomia amministrativa e fiscale. Il Municipio Roma X  – che presenta da molti anni un fenomeno di richiesta di autonomia da Roma – pur presentando caratteristiche territoriali simili (costa, turismo, mercato immobiliare), rimane invece un livello amministrativo interno al Comune di Roma e dipende dalle scelte di bilancio e pianificazione della Capitale. Questa differenza istituzionale offre un caso particolarmente interessante per analizzare come diversi livelli di autonomia amministrativa possano influenzare la capacità dei territori di reagire a shock politici ed economici.
L’aeroporto è un fattore stante per Fiumicino (c’era anche prima del 2014), mentre la divergenza ha subito un’accelerazione proprio in concomitanza con lo shock istituzionale.

ANALISI DEI DATI

Popolazione

Territorio 2014 2024 Variazione
Roma 2.870.493 2.797.266 –2,5%
Municipio X 230.544 228.450 –0,9%
Fiumicino 76.501 82.481 +7,8%

Il dato mostra una dinamica demografica differenziata: mentre Roma perde abitanti, il Municipio X rimane sostanzialmente stabile e Fiumicino registra una crescita significativa.
All’interno del Municipio X però emergono dinamiche interne diverse:

  • Infernetto: +10,6%
  • Ostia Antica: +13,2%
  • Ostia Nord: –4,1%
  • Ostia Sud: –2,8%

Questo suggerisce una crescente polarizzazione territoriale tra il litorale storico e le aree residenziali interne.

Reddito medio

Territorio 2014 2024
Roma €24.950 €27.210
Fiumicino €20.840 €23.150
Ostia €23.800 €25.100
Infernetto/Palocco €31.450 €34.800

Il Municipio X mostra quindi una significativa eterogeneità interna, con livelli di reddito più elevati nel c.d. “entroterra” (Infernetto/Casalpalocco) che si trova proprio alle spalle del litorale storico di Ostia (cintura di prossimità).

Mercato immobiliare

Zona €/mq 2014 €/mq 2024
Roma 3.150 2.950
Ostia 2.650 2.250
Infernetto 2.450 2.550
Fiumicino 2.100 2.350

Variazione:

  • Ostia: –15%
  • Infernetto: +4%
  • Fiumicino: +12%

Affitti

Zona €/mq 2014 €/mq 2024
Roma 12,5 14,8
Ostia 9,2 11,5
Infernetto 8,5 10,8
Fiumicino 7,8 10,5

Il mercato immobiliare del litorale romano mostra quindi una divergenza significativa tra valori di vendita e canoni di locazione. Lo “spread della fiducia” mostra che il territorio è attrattivo per l’uso (viverci), ma “radioattivo” per l’investimento (comprarci).


Imprese attive

Territorio 2014 2024
Roma 252.000 268.000
Municipio X 16.240 17.150
Fiumicino 5.380 6.520

Crescita imprese:

  • Roma: +6%
  • Municipio X: +5%
  • Fiumicino: +21%

Ricettività turistica

Nel periodo 2014–2024 il sistema turistico romano ha registrato una profonda trasformazione, caratterizzata da una forte crescita delle strutture extra-alberghiere.

Secondo i dati dell’Ufficio Statistica di Roma Capitale e della Regione Lazio, il numero complessivo di strutture ricettive nella città di Roma è aumentato in modo significativo, trainato soprattutto dalla diffusione degli alloggi turistici e delle locazioni brevi.

Tipologia 2014 2024
Alberghi ~1.050 ~994
Extra-alberghiero ~9.400 ~32.430
Posti letto ~165.000 ~225.000

Nel Municipio Roma X la struttura dell’offerta turistica presenta caratteristiche specifiche.

  • Gli alberghi rimangono relativamente pochi e concentrati principalmente sul lungomare di Ostia (circa 25–28 strutture nel periodo analizzato).
  • L’extra-alberghiero è invece cresciuto rapidamente, passando da poche centinaia di strutture a oltre 1.100 unità nel 2024.
  • I posti letto complessivi sono stimabili in circa 8.500.

Nel Comune di Fiumicino il modello turistico è differente.

  • Gli alberghi sono meno numerosi (circa 15 strutture) ma spesso di grandi dimensioni, legati al traffico dell’aeroporto.
  • L’extra-alberghiero è cresciuto rapidamente, passando da circa 60 strutture nel 2014 a oltre 450 nel 2024.
  • I posti letto complessivi sono stimabili in circa 6.200.

Questa evoluzione riflette due modelli turistici distinti:

  • Ostia mantiene una forte stagionalità balneare e una diffusione capillare dell’extra-alberghiero.
  • Fiumicino sviluppa invece un sistema ricettivo più legato alla funzione aeroportuale e alla ristorazione.

La crescita delle locazioni turistiche può aver contribuito a influenzare il mercato degli affitti residenziali, riducendo in alcuni casi l’offerta abitativa stabile e contribuendo all’aumento dei canoni di locazione osservato nel periodo analizzato.
L’esplosione dell’extra-alberghiero (+245% a Roma e crescita ad Ostia) unita alla stasi degli alberghi è spesso indice di un turismo “mordi e fuggi” che non crea occupazione di qualità e dunque va valutato come un possibile altro segnale della mancanza di grandi investitori (che preferiscono Fiumicino o il centro di Roma) che preferiscono un ambiente istituzionale più stabile.

Investimenti pubblici
Nel periodo 2014–2024 il sistema costiero romano ha registrato una significativa crescita degli investimenti pubblici, soprattutto a partire dal 2021 con l’attivazione dei programmi legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e agli interventi per il Giubileo.

Secondo le elaborazioni basate sui dati di OpenCoesione e della piattaforma di trasparenza di Roma Capitale, il volume complessivo degli investimenti programmati o monitorati nel Municipio Roma X nel decennio 2014-2024 può essere stimato in circa 180–210 milioni di euro.

Gli interventi si concentrano principalmente in tre ambiti:

  • difesa del litorale e ripascimenti costieri

  • mobilità e riqualificazione delle infrastrutture della Roma–Lido

  • progetti di rigenerazione urbana e valorizzazione del patrimonio pubblico.

Nel caso del Comune di Fiumicino, la stima degli investimenti pubblici nel periodo considerato si colloca tra 95 e 120 milioni di euro, con una distribuzione più continua nel tempo e una forte concentrazione su infrastrutture urbane, mobilità sostenibile e progetti legati allo sviluppo della cosiddetta blue economy.

La differenza principale tra i due territori non riguarda tanto l’ordine di grandezza degli investimenti, quanto la struttura istituzionale che ne governa la programmazione. Mentre Fiumicino, in quanto comune autonomo, gestisce direttamente la pianificazione urbanistica e la programmazione delle opere pubbliche, il Municipio Roma X dipende in larga misura dalle decisioni e dalle risorse del bilancio centrale di Roma.
Questa differenza di governance può influenzare la capacità dei territori di reagire agli shock economici e di attivare politiche di sviluppo locale.

Considerati congiuntamente, questi indicatori suggeriscono una divergenza progressiva tra i due territori: mentre il Comune di Fiumicino mostra una dinamica demografica, imprenditoriale e immobiliare espansiva, il Municipio Roma X evidenzia una maggiore stabilità ma anche segnali di progressiva polarizzazione territoriale.

Per comprendere in modo sintetico le trasformazioni osservate nei diversi indicatori analizzati, è possibile costruire una stima aggregata del bilancio economico del decennio.


Il bilancio economico del decennio del litorale romano
Nel tentativo di sintetizzare le trasformazioni osservate nel periodo 2014–2024, è possibile stimare un bilancio economico complessivo del sistema costiero compreso tra il Municipio Roma X e il Comune di Fiumicino. L’analisi dei principali indicatori socio-economici (popolazione residente, imprese attive, valori immobiliari e superficie residenziale stimata) mostra una divergenza significativa tra i due territori.
Nel periodo considerato, il Municipio X registra una sostanziale stabilità demografica (–0,9%) e una crescita moderata del numero di imprese (+5%), ma evidenzia una contrazione del valore medio immobiliare stimabile intorno al –6%. Applicando tale variazione alla superficie residenziale stimata del territorio, è possibile valutare una svalutazione patrimoniale complessiva dell’ordine di circa 1,3–1,5 miliardi di euro.

Nel medesimo periodo, il Comune di Fiumicino registra invece una crescita demografica significativa (+7,8%), una dinamica imprenditoriale più sostenuta (+21%) e un incremento medio dei valori immobiliari stimabile intorno al +12%, con una rivalutazione patrimoniale complessiva valutabile in circa 0,8 miliardi di euro.

Nel complesso, il confronto tra i due territori suggerisce che nel decennio 2014–2024 si sia prodotta una divergenza patrimoniale superiore ai due miliardi di euro all’interno dello stesso sistema costiero metropolitano. Il litorale romano dunque non avrebbe seguito una traiettoria economica uniforme nel periodo considerato.

Lo shock istituzionale
L’analisi non consente di stabilire un rapporto causale diretto tra commissariamento e traiettorie economiche del territorio. Tuttavia, la coincidenza temporale tra la gestione commissariale del Municipio Roma X (2015–2017) e l’inizio della divergenza osservata suggerisce che tale evento possa aver contribuito a produrre una discontinuità istituzionale rilevante, costituendo uno dei possibili fattori interpretativi delle traiettorie socio-economiche del decennio successivo.

Divergenza immobiliare
Il mercato immobiliare del litorale romano mostra una divergenza significativa tra valori di vendita e canoni di locazione. Questa discrepanza può essere interpretata come indicatore di una riduzione della fiducia degli investitori nel lungo periodo.

Stigma territoriale
La letteratura sul c.d. “territorial stigma” suggerisce che la rappresentazione pubblica di determinati territori possa influenzare le scelte residenziali e di investimento. Nel caso del litorale romano, la sedimentazione di narrazioni mediatiche fortemente associate alla criminalità può aver contribuito a rafforzare percezioni negative del territorio.

Conclusioni

L’analisi delle serie socio-economiche del periodo 2014–2024 suggerisce che il litorale romano non presenti una dinamica uniforme. Il Municipio Roma X mostra una relativa stabilità demografica complessiva ma evidenzia una crescente polarizzazione territoriale tra il litorale storico di Ostia e le zone residenziali interne.
Nel confronto con il Comune di Fiumicino, quest’ultimo appare caratterizzato da una traiettoria economica e demografica più dinamica.
I risultati suggeriscono che fattori istituzionali, economici e reputazionali possano aver contribuito a produrre queste traiettorie divergenti all’interno dello stesso sistema costiero metropolitano. L’analisi suggerisce quindi che le dinamiche economiche del litorale romano non possano essere comprese esclusivamente attraverso categorie giudiziarie o criminali, ma richiedano anche una lettura territoriale ed economica di lungo periodo.

 

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LA FILIERA NASCOSTA DEL VERDE A ROMA

Nero Oro Gala Invito_20260309_105117_0000A Roma la manutenzione del verde produce decine di migliaia di tonnellate di biomassa vegetale ogni anno. Per legge sfalci e potature sono rifiuti urbani biodegradabili e devono seguire una filiera tracciata: raccolta, trasporto, impianto autorizzato, ma nei capitolati del verde pubblico spesso il costo reale di smaltimento non viene nemmeno stimato. Quando quantità, impianti e costi non sono chiaramente indicati negli appalti, si crea inevitabilmente una pericolosa zona grigia amministrativa a rischio infiltrazione criminale. 


Sulla gestione amministrativa della biomassa vegetale nei lavori pubblici esiste ancora molta confusione. Si tratta di un settore frammentato, attraversato da zone grigie e opacità, anche perché diversi sistemi normativi – europei e nazionali – governano contemporaneamente lo stesso oggetto.
Nonostante l’entità dei flussi materiali e la rilevanza economica del settore, questo sistema nel suo insieme è raramente oggetto di analisi integrata. Eppure la biomassa vegetale rappresenta un osservatorio privilegiato per leggere la c.d. governance urbana del verde a Roma, perché si colloca all’incrocio tra diverse politiche pubbliche:

  • gestione dei rifiuti
  • gestione del verde urbano
  • appalti pubblici
  • gestione delle aree naturali
  • politiche di economia circolare.

Roma produce ogni anno decine di migliaia di tonnellate di biomassa vegetale, provenienti da:

  • potature delle alberature stradali
  • manutenzione di parchi e giardini pubblici
  • gestione delle pinete costiere
  • interventi nelle aree naturali e forestali.

Questa biomassa attraversa una filiera amministrativa complessa che coinvolge:

  • appalti pubblici
  • imprese del verde
  • sistemi di trasporto
  • impianti di recupero o trattamento.

Quando ambiti di policy diversi operano sullo stesso materiale, il sistema tende inevitabilmente a diventare frammentato e opaco, con competenze distribuite tra uffici, normative e livelli amministrativi differenti.


COME FUNZIONA LA FILIERA DEL VERDE

1. Sfalci e potature sono rifiuti urbani

Negli ultimi anni si è consolidata una posizione normativa piuttosto chiara, sia a livello europeo sia nella legislazione italiana: gli sfalci e le potature derivanti dalla manutenzione del verde pubblico e privato devono essere considerati rifiuti urbani biodegradabiliNon sono quindi automaticamente classificabili come sottoprodotti o biomassa riutilizzabile.

Questa interpretazione deriva da due passaggi principali:

  • l’interpretazione della direttiva europea sui rifiuti 2008/98/CE
  • l’aggiornamento della normativa italiana con il Decreto Ambiente 153/2024, convertito nella legge 191/2024.

La Commissione europea ha chiarito che i residui della manutenzione del verde non derivano da un processo produttivo vero e proprio e quindi non possono essere qualificati come sottoprodotti ai sensi dell’art.184-bis del Testo Unico AmbientaleNella maggior parte dei casi devono quindi essere gestiti all’interno della filiera dei rifiuti.

2. Il dibattito europeo

Il tema è diventato oggetto di discussione anche a livello politico europeo. Un esempio è l’interrogazione parlamentare P-004292/2025, presentata al Parlamento europeo sulla gestione dei rifiuti biodegradabili provenienti dalla manutenzione di parchi e giardini.
La questione sollevata riguarda tre aspetti principali:

  • chiarire il regime giuridico di questi materiali
  • evitare che vengano esclusi impropriamente dalla disciplina sui rifiuti
  • garantire una filiera trasparente di recupero (compost, biomassa, biogas).

3. Le conseguenze operative

Questo cambiamento interpretativo produce effetti concreti nella gestione del verde urbano. Le imprese che effettuano manutenzione del verde devono trattare sfalci e potature come rifiuti a tutti gli effetti, applicando la normativa del Testo Unico Ambientale. Ciò comporta:

  • trasporto autorizzato
  • tracciabilità dei materiali
  • conferimento in impianti autorizzati.

In molti casi è inoltre necessario l’inserimento nell’Albo Gestori Ambientali, in particolare nella categoria 2-bis per il trasporto dei rifiuti prodotti dalla propria attività.
Gli sfalci e le potature possono essere conferiti anche ai centri di raccolta comunali, ma solo entro limiti quantitativi stabiliti dai regolamenti locali. L’inquadramento come rifiuti urbani comporta inoltre un aumento dei costi di gestione, perché diventano necessari raccolta, trasporto e trattamento in impianti autorizzati. Questo ha un impatto diretto sui contratti di manutenzione del verde e sugli appalti pubblici.
Allo stesso tempo, il fatto che sfalci e potature siano rifiuti non impedisce il recupero del materiale. La normativa europea punta anzi a favorire filiere di valorizzazione come:

  • compostaggio
  • recupero energetico da biomassa.

Infine, la classificazione come rifiuti dovrebbe rafforzare i controlli ambientali, riducendo pratiche problematiche come l’abbandono dei residui vegetali, la combustione illegale o lo smaltimento non tracciato.

4. Cosa significa per un Comune

Tradotto nella pratica amministrativa, il principio è semplice: la manutenzione del verde produce rifiuti urbaniNei contratti pubblici dovrebbero quindi essere esplicitati tutti i passaggi della filiera:

  • raccolta del materiale vegetale
  • trasporto
  • trattamento negli impianti autorizzati
  • destinazione finale.

Nei capitolati speciali d’appalto dovrebbe essere indicato esplicitamente che:

  • sfalci e potature sono rifiuti urbani biodegradabili
  • il codice CER/EER (di norma 20 02 01)
  • la gestione avviene ai sensi del Testo Unico Ambientale.

Di conseguenza dovrebbero essere escluse formulazioni generiche come:

  • “biomassa vegetale”
  • “materiale vegetale riutilizzabile”
  • “residui vegetali destinati a recupero”.

Per quanto riguarda trasporto e tracciabilità, il Comune dovrebbe inoltre richiedere all’impresa:

  • iscrizione all’Albo Gestori Ambientali
  • compilazione del FIR o sistema di tracciabilità rifiuti
  • indicazione dell’impianto di destinazione.

Un capitolato non può limitarsi a indicare genericamente che “il materiale vegetale sarà conferito presso impianti autorizzati”.
Dal punto di vista economico, la voce più critica è quella dello smaltimento. Nei computi dovrebbero comparire separatamente:

  • carico del materiale vegetale
  • trasporto all’impianto
  • oneri di conferimento del rifiuto verde

oppure una tariffa a tonnellataSe invece il prezzo della potatura è indicato come “tutto incluso”, significa che gli sfalci continuano a essere trattati come se non fossero rifiuti. Ed è qui che nascono molte criticità negli appalti del verde a Roma.

 

ROMA CAPITALE
Nei capitolati del verde di Roma degli ultimi anni la voce “rifiuto vegetale” viene formalmente utilizzata, ma il costo di smaltimento non viene quasi mai separato dalle lavorazioniQuesto produce una conseguenza rilevante: l’impresa è costretta a scaricare il costo dei rifiuti sul prezzo della lavorazione oppure a cercare filiere alternative non sempre controllabili. È uno dei motivi per cui i prezzi delle potature a Roma stanno diventando molto alti oppure difficili da giustificare.


IL CASO DELLA PINETA DI CASTELFUSANO
Nel caso dell’accordo quadro relativo alla Pineta di Castel Fusano emerge chiaramente questa contraddizione. Nel computo metrico lo smaltimento è incorporato nella lavorazione con la formula “raccolta e trasporto del materiale di risulta a pubblica discarica compreso l’onere per lo smaltimento”.
Non esiste:

  • una voce separata di gestione rifiuti
  • una quantificazione a tonnellata
  • l’indicazione del codice EER 20 02 01
  • l’indicazione dell’impianto di destinazione.

Il prezzo è costruito come lavoro forestale, non come gestione rifiuti. Le lavorazioni previste (decespugliamento, trinciatura, spalcature, piantumazioni, irrigazione, cure colturali) sono infatti tipiche lavorazioni silviculturali, dove il materiale vegetale è considerato residuo di lavorazione, non rifiuto urbano con filiera di trattamento.
Anche il quadro economico lo conferma. Nei circa 759 mila euro di lavori non compare alcuna voce dedicata alla gestione dei rifiuti verdi. Il costo del rifiuto è quindi implicitamente incorporato nelle lavorazioni.

La zona grigia dell’appalto
Nel computo metrico, ad esempio nella lavorazione di spalcatura, l’intervento comprende: “raccolta e trasporto del materiale di risulta a pubblica discarica compreso l’onere per lo smaltimento”. Questa formulazione sposta di fatto il rischio economico sull’impresa. Il progetto infatti non quantifica:

  • il volume o peso del materiale vegetale
  • il costo unitario di conferimento
  • la tipologia di impianto
  • la distanza di trasporto
  • il codice rifiuto.

Il prezzo della lavorazione viene quindi determinato senza conoscere il costo reale dello smaltimentoEd è qui che nasce la zona grigia.

IL SISTEMA NON REGGE
Se l’impresa gestisce davvero il materiale come rifiuto urbano, il prezzo della lavorazione diventa spesso troppo basso. Se invece il materiale segue filiere alternative – trinciatura in loco, riuso come pacciamatura, recupero come biomassa – il prezzo torna sostenibile. Il problema è che queste soluzioni non sono quasi mai esplicitate nei capitolati, che si limitano a indicare genericamente il “trasporto a discarica”.
Ora, se osserviamo gli accordi quadro del Dipartimento Ambiente, il prezzo medio per albero è spesso tra 180 e 320 euro. Se tutto il materiale fosse trattato rigidamente come rifiuto urbano tracciato, molti di questi prezzi diventerebbero difficili da sostenere.

Prendiamo ad esempio la voce “spalcatura dei pini” (prezzo circa 246 € a pianta), con la formula “raccolta e trasporto del materiale di risulta a discarica compreso smaltimento”. Nei 246 € devono stare:

  • lavoro dell’operatore
    • mezzi e attrezzature
    • carico materiale
    • trasporto
    • smaltimento.

Fin qui tutto normale. Il problema nasce quando stimiamo il materiale vegetale prodotto. Un pino domestico adulto, anche con una spalcatura leggera, produce facilmente:

  • 80-150 kg di ramaglie
    • in alcuni casi anche 200 kg.

Facciamo una media prudente: 120 kg per pianta. Nel caso dell’accordo quadro di Castelfusano, le piante sono 37. Quindi il materiale vegetale stimato diventa 37 × 120 kg = 4.440 kg, cioè 4,4 tonnellate.
Qual è il costo reale di smaltimento? Se trattato come rifiuto verde (EER 20 02 01), il costo medio nel Lazio è, più o meno:

  • conferimento impianto: 70-120 €/ton
    • trasporto: 30-60 €/ton.

Totale medio realistico: 100-180 €/tonnellata. Usiamo una stima moderata: 120 €/ton.
Smaltire 4,4 tonnellate costa quindi circa: 4,4 × 120 € = 528 €.
Sembrerebbe sostenibile. Ma il problema è la struttura dei prezzi delle altre lavorazioni. Prendiamo il decespugliamento a mano su terreno infestato: circa 2.847 € per ettaro. 1 ettaro di macchia o infestanti può produrre tranquillamente dalle 10 alle 20 tonnellate di materiale vegetale. Prendiamo una stima bassa: 12 tonnellate. Smaltimento reale: 12 t × 120 € = 1.440 €. Quindi solo il conferimento dei residui vegetali mangia metà della lavorazione. E dentro i restanti 1.400 € dovrebbero starci i costi di:

  • operatori
    • macchine
    • carburante
    • sicurezza
    • utile d’impresa.

Il prezzo diventa economicamente plausibile solo se il materiale vegetale non viene trattato davvero come rifiuto. Ed è qui che nasce la zona grigia di quasi tutti gli appalti del verde.

Negli appalti pubblici la stazione appaltante ha l’obbligo di determinare prezzi realistici e congrui rispetto ai costi di esecuzione del lavoro. Quando il costo di smaltimento non viene stimato, si crea uno squilibrio strutturale del prezzo di gara. E siccome la normativa sui rifiuti è una norma imperativa, l’impresa deve comunque rispettarla. Il risultato è dunque un paradosso: o lavora in perdita oppure adotta modalità operative diverse da quelle ipotizzate nel capitolato.


CHI CONTROLLA LA FILIERA
In teoria la catena di controllo è chiara. Quando il materiale vegetale è classificato come rifiuto (EER 20 02 01), la filiera dovrebbe prevedere:

  • impresa iscritta all’Albo Gestori Ambientali
  • trasporto con formulario
  • conferimento in impianto autorizzato
  • registri ambientali verificabili da ARPA e autorità di controllo.

Nella pratica del verde urbano romano, però, il materiale vegetale non sempre entra realmente nella filiera dei rifiuti.
Può essere:

  • trinciato e riutilizzato in loco
  • destinato a filiere di biomassa
  • utilizzato come materiale agronomico.

In questi casi la tracciabilità diventa difficile. Formalmente il controllo è distribuito tra:

  • Direzione lavori
  • RUP e Dipartimento Ambiente
  • ARPA Lazio
  • Carabinieri Forestali.

Ma nella pratica il controllo dipende da un fattore decisivo: quanta biomassa esce davvero dal cantiereSe il materiale viene lasciato sul posto, la filiera si chiude all’interno del cantiere stesso. Se invece viene trasportato, dovrebbe entrare nella filiera rifiuti e quindi essere tracciato. Solo che quasi sempre nei progetti non viene mai stimata la quantità reale di biomassa prodotta.


LEGALITÀ E VULNERABILITÀ DELLA FILIERA
La trasparenza della filiera della biomassa vegetale non è solo una questione ambientale o economica. È anche una questione di legalità.
I servizi legati alla manutenzione del verde e alla gestione dei rifiuti vegetali presentano caratteristiche che, secondo numerose analisi istituzionali sul rischio di infiltrazioni nei servizi pubblici locali, li rendono potenzialmente vulnerabili: elevato uso di subappalti, costi di smaltimento difficili da stimare a priori, movimentazione di materiali di cui non sempre è tracciata con precisione la quantità. In contesti urbani complessi, quando la filiera non è definita in modo chiaro nei capitolati (quantità di biomassa prodotta, impianti di destinazione, costi di conferimento e sistemi di tracciabilità) si crea uno spazio di intermediazione poco controllato.
Non è un caso che il settore dei servizi ambientali e della gestione del verde sia stato citato in diverse indagini giudiziarie come uno dei comparti più esposti al rischio di infiltrazione criminale e il Municipio X lo ha pagato sulla sua pelle nel 2015. Rendere esplicita e tracciabile la gestione della biomassa vegetale nei lavori pubblici non è soltanto una questione tecnica, ma una condizione necessaria per garantire controllo amministrativo, correttezza economica e tutela della legalità.

(FINE PRIMA PARTE)

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OSTIA, IL GRANDE SILENZIO SULLE SPIAGGE LIBERE

OSTIA, SPIAGGE LIBERE: IL RITORNO DEI CHIOSCHI

IMG-20260308-WA0020Riassegnazioni senza gara, gazebo senza autorizzazioni e chioschi smontati in ritardo: cosa il Comune sta consentendo

Il 6 marzo 2026, presso il Municipio X di Roma, si è riunita la Commissione Capitolina Patrimonio per fare il punto sulla prossima stagione balneare. Un incontro che avrebbe dovuto chiarire molti nodi sulla gestione del litorale. E invece no.

Su un tema cruciale – le spiagge libere di Ostia – è calato un silenzio imbarazzante. Proviamo allora a capire cosa sta realmente accadendo e perché la situazione solleva seri dubbi di legittimità amministrativa.

Il vero problema del mare di Ostia

Quando si parla di litorale romano si pensa subito a Castelporziano, Capocotta o agli stabilimenti balneari. In realtà il nodo più delicato riguarda le spiagge libere. È lì che si è consumato il caos della stagione balneare 2025, ed è lì che oggi si rischia di ripetere gli stessi errori.

Le aree in questione sono spiagge libere con servizi (SLS), cioè tratti di demanio marittimo che il Comune assegna a operatori privati per garantire alcuni servizi essenziali ai bagnanti. Ma il sistema utilizzato dal Comune di Roma è tutt’altro che lineare.

Il bando 2025: un modello giuridico confuso

Il bando del 2025 ha utilizzato due strumenti giuridici diversi contemporaneamente.

Concessione demaniale marittima: consente al concessionario di utilizzare una piccola area della spiaggia pagando un canone annuale di circa 3.200 euro.

Convenzione di gestione: affida allo stesso soggetto la gestione di alcuni servizi pubblici sulla spiaggia libera (pulizia dell’arenile, assistenza ai bagnanti, manutenzione, servizi igienici)

Il risultato è un sistema ibrido: una piccola area in concessione per chioschi e servizi, una grande area in convenzione che resta formalmente spiaggia libera.

In teoria il concessionario dovrebbe solo gestire servizi per conto del Comune. In pratica però può: noleggiare lettini e ombrelloni, vendere cibo e bevande, organizzare attività turistiche.

In altre parole sfrutta economicamente l’intera spiaggia pur gestendo formalmente solo una piccola parte. Il dubbio è evidente: si tratta davvero di gestione di servizi o di concessione economica del demanio mascherata?

Un problema già visto: il precedente dei chioschi

Questa situazione non è nuova. Dieci anni fa il Comune fu costretto a demolire i chioschi sul litorale non ritenuti regolari. La vicenda poi sfociò nelle sentenze della Corte dei Conti del 2019 e del 2021, con responsabilità contestate a funzionari pubblici per: mancata imposizione di canoni adeguati, violazione delle regole sulle concessioni demaniali e conseguente danno erariale. Oggi, però, sembra che si stia tornando esattamente allo stesso modello nel silenzio di tutti.

La riassegnazione: una proroga mascherata

Il 26 gennaio 2026 il Comune di Roma ha adottato una Determinazione Dirigenziale con cui ha riassegnato le concessioni delle spiagge libere agli stessi concessionari del 2025. Formalmente non si parla di proroga. Il termine utilizzato (diremo: inventato) è “riassegnazione” che non esiste in materia di concessioni demaniali.

Nella sostanza cambia poco. Le spiagge sono state affidate: agli stessi operatori, alle stesse condizioni e senza una nuova gara pubblica. Questo meccanismo entra in rotta di collisione con i principi stabiliti dal diritto europeo, secondo cui le concessioni su beni pubblici devono essere assegnate tramite procedure trasparenti e competitive, senza vantaggi per il concessionario uscente.

Il Comune ha invece inserito nel bando del 2025 una clausola che ‘consente’ la riassegnazione allo stesso operatore. Una scelta che di fatto deroga ai principi europei sulla concorrenza.

Una riassegnazione nata su richiesta dei concessionari

Il dato più sorprendente è un altro. La riassegnazione non nasce da una nuova programmazione del Comune. È stata attivata su richiesta degli stessi concessionari. Gli operatori hanno inviato una PEC il 21 gennaio 2026 chiedendo di ottenere nuovamente le spiagge. Il Comune ha firmato la determina cinque giorni dopo, il 26 gennaio.

In meno di una settimana si è concluso l’intero procedimento senza una nuova gara, una verifica di mercato, una valutazione di altri operatori interessati. Altro che concorrenza!

La falsa rimozione delle strutture

La determina giustifica la riassegnazione sostenendo che le strutture sono state rimosse a fine stagione e che dunque non ci sono state violazioni contrattuali da parte degli operatori  Un video però testimonia che non è andata così.

Infatti in diversi casi i chioschi non sono stati smontati nei tempi previsti ed è stato necessario l’intervento della Capitaneria di Porto. In altri, proprio non sono stati mai montati. Una circostanza che mette seriamente in discussione la motivazione dell’atto.

Un problema che parte dal bando 2025

La riassegnazione del 2026 non è un problema isolato. Deriva direttamente da una clausola contenuta nel bando del 2025. Questo significa che il concessionario, già al momento della gara, sapeva di poter ottenere una seconda stagione senza nuova competizione. Di fatto la gara era formalmente annuale ma sostanzialmente biennale. Questa osservazione, qualora fosse confermata dalle autorità giudiziarie preposte a cui ci rivolgeremo porterebbe a conseguenze pesanti. Infatti potrebbe essere messo in discussione l’intero bando del 2025 e le assegnazioni.

Se la spiaggia diventa una concessione di servizi

La questione si complica ulteriormente se il rapporto gestore/Comune viene interpretato non come concessione demaniale ma come convenzione di servizi su bene pubblico. In questo caso la riassegnazione senza gara diventa ancora più problematica perché nei servizi pubblici la legge è ancora più severa contro proroghe e rinnovi senza procedure competitive.

I problemi urbanistici e paesaggistici

La stagione balneare 2025 ha evidenziato anche altre criticità mai risolte.

Manufatti permanenti: alcune spiagge presentano strutture in muratura già esistenti, come p.es. bagni permanenti. Questo contrasta con la definizione delle spiagge libere con servizi, che prevede solo strutture temporanee e removibili.

Il vincolo paesaggistico ignorato: le spiagge interessate dal bando sono sottoposte a vincolo paesaggistico. In queste aree qualsiasi intervento – anche temporaneo – richiede una specifica autorizzazione paesaggistica. Lo scorso anno i chioschi non sono stati installati per mesi proprio per problemi legati a queste autorizzazioni. Nel frattempo sono stati sostituiti da gazebo. Ma quei gazebo hanno occupato stabilmente l’arenile, sono stati collegati a acqua ed elettricità e hanno svolto attività di ristorazione. Non erano dunque più semplici strutture temporanee. Erano veri e propri manufatti commerciali, anch’essi soggetti alla normativa paesaggistica. Normativa che però non risulta essere stata applicata, anzi neppure considerata.

Il nodo urbanistico: le spiagge interessate dal bando sono classificate nel Piano Regolatore come ambiti di valorizzazione D1 oppure servizi pubblici. Nel diritto urbanistico esiste un principio fondamentale: la concessione demaniale non sostituisce il titolo urbanistico. Questo significa che anche se il Comune concede l’area, l’intervento deve essere compatibile con il Piano Regolatore. Il bando invece ha autorizzato attività economiche senza alcun strumento urbanistico esecutivo, creando una possibile incompatibilità tra pianificazione urbanistica e concessione balneare.

Conclusione

Il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante. Le spiagge libere con servizi sono state: riassegnate agli stessi operatori, senza una nuova gara, sulla base di una clausola che favorisce il concessionario uscente.

A questo si aggiungono: problemi urbanistici, vincoli paesaggistici ignorati, gazebo utilizzati come chioschi, ritardi nello smontaggio delle strutture stagionali.

Tutti elementi che sollevano seri dubbi sulla correttezza amministrativa della gestione delle spiagge libere di Ostia. Per questo motivo la vicenda sarà portata all’attenzione delle autorità giudiziarie competenti, chiedendo chiarimenti al Dipartimento Patrimonio e ai responsabili della procedura, Tommaso Antonucci e Carlo Mazzei.

Perché il mare di Ostia è un bene pubblico e la gestione dei beni pubblici dovrebbe essere trasparente, legale e nell’interesse di tutti. Dovrebbe. Attendiamo infine che parta il bando (con il solito ritardo) per le tre spiagge libere di ponente più la nuova di Aneme ‘e Core.

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VIA DI CASTELFUSANO: 280 ALBERI IN 15 GIORNI “AD OCCHIO”

Nero Oro Gala Invito_20260304_130905_0000In Commissione Ambiente viene presentato un intervento di ripiantumazione lungo Via di Castel Fusano finanziato con residui giubilari.
Ma tavole progettuali, planimetrie e autorizzazioni non si vedono: solo rendering, immagini da Google Maps e foto di vivaio. Il Regolamento del Verde prevede però un progetto tecnico e verifiche paesaggistiche.
Si può ridisegnare la pineta storica del litorale in quindici giorni?

Nella Commissione Ambiente del Municipio X del 25 febbraio è stato illustrato un intervento di ripiantumazione su Via di Castel Fusano: 280 alberature tra pini domestici, sughere e lecci. A presentare l’intervento è stato Francesco Messina, responsabile dell’Ufficio Monitoraggio e Lotta Fitosanitaria del Dipartimento Tutela Ambientale di Roma Capitale, intervenuto in Commissione per illustrare le modalità con cui si intenderebbe procedere alla nuova piantumazione. Secondo quanto dichiarato, l’intervento verrebbe realizzato utilizzando risorse residue di un appalto giubilare di 1,5 milioni di euro destinato a deceppamenti e nuove piantumazioni, per un residuo di 540 mila euro per un valore di circa 1.800 euro ad alberatura di curca 40cm di diametro e altezza 4 metri.

Durante l’esposizione è stato spiegato che le nuove alberature verrebbero collocate:

“dove c’era spazio”

“in base alle aree libere e all’esposizione”

con pini distanziati fino a 50 metri, alternati a lecci (semiombra) e sughere (pieno sole).

Non sono state mostrate tavole progettuali, planimetrie o sezioni tecniche dell’intervento. In Commissione sono stati invece proiettati, nella moda del momento, rendering illustrativi, immagini tratte da Google Maps e fotografie di alberature scattate all’interno di un vivaio, senza indicazioni progettuali relative alla collocazione delle piante lungo il viale.

Questo intervento nasce, per bontà capitolina, dopo l’incidente occorso il 17 febbraio, quando un grande ramo è caduto su Via di Castel Fusano. Nel giro di 15 giorni si è arrivati alla presentazione in Commissione di un piano di ripiantumazione e addirittura all’annuncio dell’apertura del cantiere il 9 marzo, meteo permettendo.

Un tempo di intervento da stato di emergenza, per di più su alberature stradali in area naturale protetta. Incredibile, perché alcune cose, semplicemente, non si fanno in quindici giorni:

• in 15 giorni NON si prepara un progetto

• in 15 giorni NON si fanno perizie di stabilità

• in 15 giorni NON si ottiene una autorizzazione paesaggistica

• in 15 giorni NON si approva una variante sul ribasso

• in 15 giorni NON si programma un cantiere in Riserva Naturale

Via di Castel Fusano, lo ricordiamo, ricade all’interno del sistema ambientale della Pineta di Castel Fusano, riconosciuto dal Piano Regolatore Generale di Roma come parte del paesaggio naturale e storico del litorale. Questo pone una questione evidente: se e in che modo l’intervento sia stato verificato rispetto alle previsioni del Regolamento del Verde, che richiede che gli interventi sulle alberature pubbliche siano supportati da una progettazione tecnica e da una valutazione coerente con il contesto ambientale e paesaggistico.

E non basta dire: “sono 30 anni che sto al Dipartimento Ambiente”.

Il Regolamento del Verde di Roma Capitale prevede che gli interventi sulle alberature stradali siano supportati da un progetto tecnico completo e coerente con il contesto paesaggistico, con indicazione delle specie, delle distanze di impianto e delle modalità di inserimento nel sistema del verde urbano. Invece, l’intervento presentato da Messina non risulterebbe conforme al Regolamento del Verde, perché violerebbe tre articoli fondamentali:

1. Violazione dell’art. 21 – Progettazione delle alberature stradali

Il Regolamento impone che ogni intervento di alberatura su strada sia preceduto da un progetto tecnico completo:

sezioni

sotto-servizi

distanze

condizioni pedologiche

ingombri dell’apparato radicale

e che rispetti criteri uniformi e verificabili.

Messina invece afferma in Commissione che:

• “abbiamo messo dove c’era spazio”

• “abbiamo scelto alberature in base alle aree libere e all’esposizione”

Il metro è l’occhio?

2. Violazione dell’art. 40 – Autorizzazioni obbligatorie

Qualsiasi intervento su alberature pubbliche, a maggior ragione in una Riserva Naturale, richiede:

un atto autorizzativo

una motivazione tecnica

una relazione botanico-forestale

un parere vincolante perché in area tutelata

Messina invece dichiara:

• “abbiamo trovato i soldi nel ribasso”

• “abbiamo visto dove c’era spazio e deciso di mettere gli alberi”

Con quale autorizzazione paesaggistica (obbligatoria in Riserva)?

Con quale relazione forestale?

Con quale relazione fitostatica sugli alberi abbattuti?

Con quale motivazione delle scelte di specie?

Con quale atto autorizzativo di piantumazione?

 

3. Violazione dell’art. 41 – Sostituzione degli alberi abbattuti

Il Regolamento è chiaro: “Gli alberi abbattuti devono essere sostituiti entro un anno con criteri coerenti con il contesto paesaggistico e con specie idonee.”

Il Dipartimento non sta operando un atto di bontà perché non ha sostituito gli oltre 400 alberi abbattuti dal 2023, ma solo 280. E non li sostituisce uno a uno con la stessa specie, come richiede la tutela del paesaggio costiero, né ripristina coerentemente la matrice ecologica della pineta. Alterna invece tre tipologie di alberature, per loro stessa ammissione, per non scontentare nessuno. Quindi il criterio di scelta è il consenso politico camuffato da scelta tecnica?

Affermare che “non bisognerebbe ripiantare più il pino perché la Tumayella è ancora attiva e non c’è controllo fitosanitario sulle aree private limitrofe” è una contraddizione in termini con la scelta fatta e contraddice, peraltro, la normativa del paesaggio per le pinete costiere. Il paesaggio di Castel Fusano è tutelato come Pineta Mediterranea, non come bosco misto di lecci e sughere.

La cosa più grave è che queste Commissioni non hanno quasi mai interlocutori qualificati che si rendano conto che il Dipartimento Ambiente sta di fatto operando una riconversione ecologica del paesaggio senza dichiararla, dopo aver fallito la gestione della Pineta in un’area protetta.

Messina, per altro, è RUP solo per un progetto PON concluso nel 2022. Dal 2023 in poi non risultano atti su Castel Fusano che lo indichino come RUP e tutti gli interventi sulla Pineta hanno RUP diversi (Clemente, Khandan, Arcioni, Vannelli, Braganti). Quello che lui presenta in Commissione come “nostro intervento” non risulta:

correlato ad alcun atto in cui lui sia RUP o progettista

ricondotto ad alcun progetto approvato per Castel Fusano

coperto da documentazione progettuale pubblicata

Tecnicamente si tratta di un intervento “cavallo di Troia” di enorme rilevanza paesaggistica, senza progetto pubblico, senza autorizzazione paesaggistica, con scelta di specie non conforme al paesaggio tutelato, criteri di piantumazione non coerenti con il Regolamento del Verde e dichiarata volontà di ridurre i pini.

Continuiamo così, ad occhio… e noi ci facciamo la croce.

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CHI SA, VEDE. PERIFERIE ROMANE, UN ROMANZO SENZA AUTORE. PILLOLE DI URBANISTICA #30

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260302_125613_0000 Negli ultimi quindici anni Roma ha smontato la periferia come tema politico unitario. La periferia non è scomparsa. È stata semplicemente parcelizzata. Divisa tra urbanistica, lavori pubblici, sociale, patrimonio, cultura, municipi, emergenze. Ognuno gestisce un pezzo, nessuno governa l’insieme. E quando tutti amministrano una parte, la responsabilità collettiva svanisce.

Un tempo il quadro era diverso. Figure come Dante Pomponi, anche sotto un sindaco tra i più narrativi come Walter Veltroni, tenevano le periferie dentro una visione unica: lettura tecnica, responsabilità politica, continuità territoriale. Le periferie erano la città, non un capitolo secondario dell’amministrazione.

Il segno più chiaro del cambiamento in queste ore è stato “l’olimpico di sabbia” all’Idroscalo di Ostia (LINK), un luogo fragile, simbolico, liminare. Una conquista che un tempo sarebbe finita su tutti i giornali. Nessun assessorato rivendica il tema, segno che l’istituzione non assume il territorio come responsabilità pubblica. La periferia non è più spazio politico. È diventata episodica.

In questo quadro, la figura di Pino Battaglia è emblematica perché incarna perfettamente il nuovo modello. Battaglia, che nasce come mediatore politico, è Assessore alle Periferie, una delega vastissima sulla carta ma quasi priva di leve strutturali mostrando plasticamente la frammentazione dell’intero sistema. Il suo assessorato coordina, monitora, comunica, ma non governa casa, spazi pubblici, mobilità minuta, vulnerabilità, manutenzione, emergenze urbane. È l’esatto contrario dell’epoca in cui Assessore era Dante Pomponi, cioè quando le periferie avevano (con tutti i limiti di essere sotto la guida di uno dei sindaci più narrativi come Walter Veltroni) una regia, una mano unica, un disegno.

La parola “periferia” oggi è stata completamente sterilizzata. Non indica più la trama sociale e geografica della città, ma un aggregato di progetti PNRR, qualche sopralluogo, alcuni sportelli. È diventata una cornice malleabile e smesso di essere un terreno di conflitto urbano. Di fatto chi governa la città non riconosce più i margini come luogo di decisione, ma come sfondo amministrativo.

La conseguenza è una Roma dove la periferia è un romanzo senza autore, dove le emergenze non hanno un referente unico, i territori fragili diventano invisibili, la stampa non trova più centri decisionali da incalzare, i municipi restano senza poteri reali, i cittadini non sanno chi è responsabile di cosa e la città smette di pensare la propria struttura come un insieme.

La periferia si è svuotata per perdita di governo e quando questo accade non c’è più una città da tenere insieme.

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