IL VILLAGE E LA LEGALITÀ DEL GIORNO DOPO

Nero Oro Gala Invito_20260505_094843_0000Sequestrato, confiscato alla mafia, gestito per anni dallo Stato e poi rimesso a bando dal Comune. Ma se gli abusi erano noti da oltre un decennio, perché il costo della “legalità” emerge solo oggi e lo paghiamo noi? Tutto quello che non vi dicono sullo stabilimento confiscato ai Fasciani. 

 

Sul litorale romano sta andando in scena una vasta operazione di “ritorno alla legalità” sulle concessioni balneari ad opera dell’Amministrazione Gualtieri. Sequestri, demolizioni, verifiche, ordinanze, ruspe. Il principio oggi rivendicato da Roma Capitale è chiaro: gli abusi devono essere eliminati prima della consegna al nuovo concessionario.

Nelle ultime ore però il quadro si è ulteriormente complicato.
Sul Village sono intervenuti anche Vigili del Fuoco, Polizia Locale, Polizia di Stato e ispettori di Risorse per Roma nell’ambito delle operazioni di nuove demolizioni. Il motivo sarebbe legato anche alla necessità di verificare la presenza di materiali potenzialmente pericolosi, come eternit o amianto, oltre alla stabilità delle strutture durante le fasi di abbattimento (LINK)
Demolizioni, bonifiche e verifiche tecniche dunque stanno avvenendo ad un anno dalla gara e dopo l’assegnazione della concessione.

Le regole per gli stabilimenti balneari non applicate al Village
Il Village non è uno stabilimento qualsiasi. È lo stabilimento confiscato alla mafia, passato attraverso sequestri, amministrazione pubblica, degrado e infine nuova assegnazione tramite bando comunale. Una storia lunga almeno dieci anni.

Già nel 2016 LabUr – Laboratorio di Urbanistica aveva presentato un esposto sul Village parlando apertamente di possibile danno erariale e sollevando il tema della permanenza di strutture ritenute abusive all’interno di un bene ormai entrato nella disponibilità pubblica.
Il nodo posto allora era già molto chiaro: come poteva un bene sequestrato e poi confiscato continuare ad essere gestito e utilizzato in presenza di consistenze considerate irregolari?
In quegli stessi mesi LabUr pubblicava infatti i seguenti articoli:

  • “Ostia, esposto di LabUr sul Village: presunto danno erariale” (LINK)
  • “Municipio X: sequestri stabilimenti balneari, i costi della legalità e della disinformazione” (LINK)
  • “Ostia, cosa c’è dietro l’ondata di sequestri e dissequestri degli stabilimenti balneari sul litorale romano” (LINK)

Erano gli anni successivi al commissariamento del Municipio X, con Direttrice Cinzia Esposito e Sindaco Ignazio Marino. Già allora il tema centrale era lo stesso che riemerge oggi: il rapporto tra abusivismo, gestione pubblica del demanio, sequestri preventivi, demolizioni e assenza di una pianificazione definitiva del litorale attraverso il PUA.

Dieci anni dopo il quadro appare ancora irrisolto.


La messa a gara de Il Village nel 2025 e le dichiarazioni di Trombetti
Nel 2025 Roma Capitale pubblica la Gara #5308 (SUAFF E005308/2025) per l’affidamento di 8 concessioni demaniali marittime del litorale romano (LINK).
Il Village compare come Lotto A.1 tra gli stabilimenti balneari. Ne abbiamo parlato l’anno scorso nel Dossier Spiagge (LINK)
Nel bando si legge che le concessioni vengono assegnate “nelle more dell’approvazione del PUA” e con durata stagionale o annuale. Dopo oltre un decennio di emergenze e commissariamenti, il Piano di Utilizzazione Arenili ancora non esiste.

Ma il nodo vero emerge ieri, 4 maggio, durante una trasmissione su Radio Roma.
Intervistato sul caso Village, il Presidente della Commissione Patrimonio di Roma Capitale, Yuri Trombetti, conferma che le demolizioni in corso sono coordinate con Vigili del Fuoco e Dipartimento Patrimonio e dichiara che “quella parte lì era totalmente abusiva.” Ma soprattutto aggiunge un passaggio molto più rilevante: “anche nella scorsa concessione che era stata data, quella parte lì era abusiva.”

È una frase pesantissima sul piano amministrativo perché conferma ancora una volta che gli abusi erano conosciuti, che il bene è rimasto in gestione pubblica, che lo Stato ha continuato a convivere con quelle consistenze e che Roma Capitale ha successivamente rimesso il bene a bando.
Tutte cose che LabUr denuncia da anni.

La gestione dell’ANBSC
Nel frattempo il Village, confiscato e gestito per anni dall’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC), veniva lasciato degradare fino a trasformarsi in un dormitorio e in un’area fortemente deteriorata nel cuore di Ostia Ponente.

La gestione di beni confiscati alla criminalità organizzata che presentano abusi edilizi rappresenta una delle questioni più complesse per gli amministratori giudiziari e per l’ANBSC, nell’ambito della disciplina prevista dal Codice Antimafia (D.Lgs. 159/2011, LINK).
La presenza di difformità urbanistiche, infatti, non blocca automaticamente la procedura di confisca, ma impone verifiche tecniche, eventuali procedure di sanatoria e, nei casi insanabili, interventi di demolizione e ripristino ai sensi del D.P.R. 380/2001 (LINK).

Se gli abusi erano noti da anni, quali percorsi amministrativi sono stati concretamente avviati? Sono state tentate sanatorie? Sono stati valutati interessi pubblici prevalenti? Sono stati emessi ordini di ripristino? E soprattutto: chi avrebbe dovuto sostenere economicamente gli interventi?

Lo Stato e la sua convivenza con gli abusi
Perché lo Stato e gli enti pubblici hanno convissuto amministrativamente con quell’abuso per oltre un decennio?
Se infatti oggi il principio applicato alle concessioni balneari è che “l’uscente deve demolire gli abusi”, “il bene va riconsegnato ripristinato”, “le opere abusive non possono essere trasferite”, allora il caso Village apre una contraddizione enorme.
Chi era l’uscente nel Village? Chi doveva demolire? Chi sosterrà i costi? Perché le opere abusive sono rimaste per anni dentro un bene confiscato e gestito pubblicamente? Quale istruttoria è stata svolta prima della pubblicazione della gara 2025? Risorse per Roma e gli uffici tecnici quali consistenze hanno considerato legittime e quali abusive? Il canone concessorio è stato calcolato anche su superfici oggi ritenute abusive? Perché il principio del ripristino immediato sembra valere oggi per i concessionari uscenti e non per un bene confiscato alla mafia?
Gli abusi erano noti al sistema pubblico dal 2015-2016 che ha preso in carico il bene, ha continuato a gestirlo, ne ha consente l’utilizzo per motivi di profitto e infine lo ha rimesso a gara senza aver prima chiarito definitivamente responsabilità, costi e obblighi di demolizione.

Il punto politico
Al Village il problema non sono la ruspa o le demolizioni, ma la gestione pubblica dell’irregolarità perché la legalità dei fatti e non degli slogan non dovrebbe arrivare “il giorno dopo”, quando il bene è già stato utilizzato, amministrato e valorizzato economicamente per anni, ma prima.
Per altro, il concessionario vincitore non entra in possesso di un bene “pronto all’uso”, ma di una struttura ancora attraversata da demolizioni, verifiche statiche, interventi dei Vigili del Fuoco e possibili criticità legate alla presenza di materiali pericolosi. Tutto questo mentre la stagione balneare è iniziata il 1° maggio e il tempo economico utile della concessione sta già scorrendo. Come sarà ricompensato il vincitore? Chi sostiene i costi indiretti dei ritardi, delle demolizioni e delle eventuali bonifiche? In un sistema di concessioni brevi e stagionali, ogni settimana persa pesa enormemente. 

Il caso Village non è una vicenda di abusivismo edilizio, ma il simbolo di una legalità del giorno dopo, che rischia di scaricare sugli ultimi anelli della catena il costo di problemi conosciuti da anni e dove per oltre dieci anni lo Stato ha convissuto amministrativamente con quelle strutture, fino a rimettere a gara un bene ancora immerso tra abusi, demolizioni e verifiche di sicurezza.

Forse non dovremmo stupirci visto quanto è accaduto nel 2017 con la gestione da parte di Donato Maria Pezzuto, amministratore e custode goudiziario (LINK) finito poi così (LINK)

Chi sa, vede.

 

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ROMA E L’ ‘URBANISTICA ALGORITMICA’ DI GUALTIERI

Nero Oro Gala Invito_20260504_155154_0000Dietro accelerazione, smart city e milestone PNRR si nasconde un cambio di paradigma: la città non come spazio democratico da negoziare, ma come sistema da ottimizzare.

 

Roma, sotto la guida dell’Amministrazione Gualtieri, sta sperimentando una forma di governance urbana sempre più commissariale, accelerata e centralizzata. La compressione dei tempi decisionali viene presentata come una necessità tecnica inevitabile, ma ogni accelerazione produce anche una riduzione degli spazi di negoziazione democratica.

La città negli ultimi quattro anni ha progressivamente cambiato il proprio linguaggio amministrativo. Il lessico politico si è spostato verso concetti come accelerazione, semplificazione, capacità attuativa, monitoraggio in tempo reale. Basti pensare ai riferimenti continui alla “Control Room Giubileo”, alle piattaforme PNRR basate su “milestone” e “target”, alla “Smart Mobility”, alla “sensoristica urbana” e alle “dashboard digitali” per il controllo dei flussi. Non significa che Roma sia già una “smart city” pienamente compiuta. La macchina amministrativa romana resta infatti spesso lenta, frammentata e contraddittoria, ma il modello culturale e decisionale si sta orientando sempre più verso una logica di ottimizzazione: ridurre gli attriti, comprimere i tempi, garantire l’esecuzione.

È qui che emerge il tema della governance urbana a logica algoritmica, che abbiamo sinteticamente chiamato “urbanistica algoritmica”. La città non viene più raccontata come uno spazio politico da discutere e mediare, ma come un’infrastruttura da efficientare.


Il Modello Commissariale e il PNRR

Il PNRR ha accelerato enormemente questa trasformazione. La gestione urbana viene concepita sempre più come una macchina orientata alla performance amministrativa. In questo contesto il conflitto urbano tende a essere percepito come un rallentamento, la negoziazione democratica come un attrito e la discussione pubblica come un ostacolo alla capacità attuativa.  Lo si è visto chiaramente in molte delle principali trasformazioni recenti della Capitale, dagli interventi per il Giubileo (“termovalorizzatore” compreso) al Parco del Mare di Ostia, fino alle opere PNRR, tutti accompagnati da ordinanze straordinarie, deroghe procedurali e catene decisionali corte.

Il caso del Parco del Mare ad Ostia è emblematico. Un intervento da decine di milioni di euro (che lievitano di settimana in settimana) viene portato avanti attraverso poteri commissariali e procedure accelerate, mentre il dibattito pubblico resta confinato a margine delle decisioni già assunte. Le Conferenze dei Servizi diventano luoghi sempre più tecnici, difficilmente accessibili e spesso utilizzati per “chiudere” rapidamente i conflitti amministrativi.

La figura del Sindaco-Commissario incarnata da Gualtieri oggi (domani chissà) rappresenta dunque perfettamente questa trasformazione: riduzione degli attriti, priorità assoluta all’esecuzione e centralizzazione della decisione.


Cos’è la Governance Urbana a Logica Algoritmica
Le decisioni urbane vengono sempre più orientate da raccolta massiva di dati, piattaforme digitali, modelli previsionali e sistemi di monitoraggio capaci di intervenire sui flussi urbani in tempo reale: mobilità, sicurezza, turismo, accessibilità, consumo energetico.
Il problema non è la tecnologia in sé quanto la sua presunta neutralità. Ogni sistema infatti incorpora priorità politiche invisibili: decide cosa misurare, cosa ignorare, quale comportamento incentivare e quale funzione urbana privilegiare.
L’algoritmo non elimina la politica, ma la nasconde dentro i parametri.

Facciamo un esempio: se una piattaforma gestisce il traffico urbano, deve necessariamente scegliere chi privilegiare. Il trasporto pubblico o il flusso delle auto private? I residenti o la mobilità turistica? La velocità di attraversamento o la permanenza nello spazio pubblico?Queste decisioni apparentemente tecniche sono in realtà gerarchie politiche tradotte in standard.

Il Dibattito Internazionale: Toronto vs Amsterdam
Il caso simbolo del rischio “corporate” (come dicono quelli bravi) è stato Sidewalk Toronto, il progetto promosso da Google/Alphabet per realizzare un quartiere completamente digitalizzato. Il progetto fallì nel 2020 dopo fortissime proteste civiche su questioni decisive quali chi dovesse controllare i dati urbani, chi avrebbe gestito gli algoritmi e se potesse una multinazionale influenzare direttamente la governance di una città.

All’estremo opposto si colloca il caso di Amsterdam. Nel 2020 la città ha introdotto un registro pubblico degli algoritmi utilizzati dall’amministrazione. Il principio è semplice ma radicale: se il Comune utilizza sistemi automatizzati o algoritmici per orientare decisioni pubbliche, i cittadini devono sapere quali strumenti vengono utilizzati, con quali dati e per quali finalità, questo per evitare la c.d. “black box governance”, cioè una governance opaca, dove i criteri decisionali si spostano dentro sistemi tecnici invisibili.

Il paradosso Romano
Roma non è Toronto e non è Amsterdam. Eppure presenta un paradosso molto particolare. La città è già immersa in processi crescenti di digitalizzazione amministrativa (ZTL intelligenti, analytics sui flussi, piattaforme di monitoraggio, sistemi automatizzati di controllo accessi), ma il dibattito pubblico su questi temi è praticamente inesistente.

Non esistono registri pubblici degli algoritmi, né un vero dibattito sulla proprietà dei dati urbani e neppure esiste trasparenza sui criteri con cui le piattaforme definiscono le priorità urbane. Più il governo della città si trasferisce dentro sistemi tecnici opachi, più diventa difficile comprendere chi prende realmente le decisioni, sulla base di quali criteri e nell’interesse di chi.

La fine del conflitto o la fine del controllo?
Roma ha storicamente sofferto una paralisi decisionale reale, fatta di corporazioni, micro-veti, rendite di posizione e conflitti permanenti. Spesso la cosiddetta “partecipazione” non è stata un vero processo democratico, ma una lunga trattativa opaca tra interessi organizzati, ma eliminare la negoziazione non significa automaticamente eliminare i grandi poteri. I grandi operatori economici, gli stessi “palazzinari” o i soggetti più strutturati trovano sempre un canale di accesso verso il decisore centrale. Chi rischia davvero di sparire è il cittadino comune, cioè l’unico soggetto che può controllare ciò che accade nel proprio territorio soltanto attraverso il tempo pubblico della discussione, dell’accesso agli atti e del conflitto democratico.

Il paradosso del PNRR: velocità contro qualit
L’idea che il PNRR sia semplicemente un “regalo” da spendere rapidamente è una narrazione purtroppo molto diffusa: si tratta in larga parte di debito pubblico che dovrà essere restituito. La pressione continua su milestone e target rischia di produrre opere progettate in funzione della velocità amministrativa più che della qualità urbana. Il rischio è un doppio costo: opere accelerate, manutenzioni future ancora più onerose, ulteriori risorse pubbliche necessarie per correggere errori progettuali o opere incomplete.

Chi decide davvero?
Nella città contemporanea il decisore non è più soltanto il politico eletto. Sempre più spesso il potere si sposta verso figure tecniche, come i gestori delle piattaforme, i produttori degli standard e i soggetti che definiscono i parametri del sistema.
Se lo standard appare “neutrale”, bisogna chiedersi chi lo ha scritto perché nel momento in cui la politica abdica in favore della pura ottimizzazione tecnica, smette progressivamente di guidare la città e rischia di trasformarsi nell’interfaccia amministrativa di decisioni prese altrove.
La grande questione del prossimo decennio non sarà se le città diventeranno intelligenti, ma chi controllerà i criteri con cui quell’intelligenza definirà cosa conta davvero dentro lo spazio urbano.

Smart Roma e il progressismo a sinistra.
Nel libro “Smart Roma – Come la Capitale si sta trasformando in una città sostenibile” (ED. Hoepli, 2025 con prefazione di Roberto Gualtieri), il consigliere comunale PD Riccardo Corbucci descrive la trasformazione digitale della Capitale come un processo di innovazione, integrazione tecnologica e capacità attuativa. È una visione coerente con il modello amministrativo in questo anni di PNRR e Giubileo: una città sempre più governata attraverso piattaforme, monitoraggio dei flussi e accelerazione decisionale.

È un saggio che mostra come si sia trasformata la sinistra a Roma. È passata da elementi storicamente identitari come partecipazione, pianificazione pubblica, mediazione sociale, conflitto regolato al progressismo urbano incentrato su governance tecnica, managerialismo, controllo dei flussi, decisionismo amministrativo, centralità della performance.

È una trasformazione culturale molto profonda sulla quale appunto riflettere. Il dibattito non dovrebbe limitarsi ai benefici della “smart city”, ma interrogarsi anche su un altro tema: chi definisce i criteri con cui quella stessa intelligenza urbana decide cosa ottimizzare, quali priorità privilegiare e quali conflitti comprimere.

 

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INFERNETTO, CASA DI COMUNITÀ: TAGLIO DEL NASTRO, SERVIZI FANTASMA

Nero Oro Gala Invito_20260502_155627_0000Una notizia diffusa sui social network il 28 aprile 2026 lascia intendere l’imminente apertura della Casa di Comunità dell’Infernetto in via Lino Liviabella 70, ma una lettura attenta restituisce un quadro molto più complesso e problematico. Dietro l’annuncio autoreferenziale dell’inaugurazione entro il 30 giugno (data limite prevista dal PNRR), emergono infatti carenze di personale, tempistiche compresse e servizi ancora lontani dalla piena operatività.

Più che informare sul reale stato di funzionamento della struttura, la comunicazione pubblica appare costruita attorno all’imminenza del taglio del nastro, lasciando sullo sfondo gli elementi decisivi: personale sanitario disponibile, servizi effettivamente attivi e tempi concreti di piena operatività.

La notizia del 28 aprile 2026 non dice semplicemente che all’Infernetto “apre una Casa di Comunità”, cioè una struttura del Servizio Sanitario Nazionale prevista dal PNRR e disciplinata dal DM 77/2022 come presidio territoriale integrato di prossimità. Dice, di fatto, qualcosa di molto più sottile: si inaugura entro il 30 giugno perché quella è la scadenza del PNRR, ma “la struttura avrà bisogno di un periodo di assestamento prima di diventare pienamente operativa”.

È la stessa scansione temporale degli atti amministrativi a suggerire che la priorità sia il rispetto della milestone PNRR del 30 giugno 2026, mentre la piena operatività del servizio sanitario resta ancora tutta da verificare. Lo si capiva leggendo gli atti. Già nella deliberazione della ASL Roma 3 del gennaio 2026 si prevedeva l’apertura delle Case di Comunità “a partire dal 1° marzo 2026”, includendo esplicitamente anche Infernetto-San Tommaso, in via Lino Liviabella 70. Ma nello stesso documento si ammetteva la necessità di integrare il personale medico per garantire la continuità assistenziale. Non solo: si parlava apertamente di una manifestazione di interesse rivolta a medici libero-professionisti, “nelle more” del reclutamento a tempo indeterminato.

In termini amministrativi significa che il personale stabile non è ancora pienamente disponibile e si ricorre a soluzioni temporanee per consentire l’avvio delle attività, come avevamo ampiamente documentato (LINK).

Qualificare come realmente operativo un presidio sanitario che, secondo gli stessi atti amministrativi, necessita ancora di personale, assestamento organizzativo e attivazione progressiva dei servizi è alquanto discutibile, soprattutto in campagna elettorale.

Come è nata la Casa di Comunità all’Infernetto
Tutto parte nel 2021, quando dopo le polemiche sull’ex parrocchia di San Tommaso, Comune di Roma e ASL sottoscrivono un protocollo per la cessione dell’immobile. Nella comunicazione pubblica successiva l’edificio viene descritto come “di proprietà del Campidoglio”, ma resta aperta la questione delle anomalie catastali e patrimoniali già segnalate da LabUr all’epoca e mai del tutto chiarite con atti facilmente verificabili.

Nel 2022 entra formalmente in scena il PNRR. La Regione Lazio trasmette alla ASL gli interventi della Missione 6 Salute e prende forma la rete delle Case di Comunità. È il passaggio che colloca anche l’intervento di via Liviabella dentro la più ampia strategia nazionale di riorganizzazione della sanità territoriale.

Il 2023 è l’anno delle decisioni tecniche. Il 27 giugno viene approvato il progetto definitivo della struttura e validato ufficialmente, mentre il 28 settembre si attiva il contratto per progettazione esecutiva ed esecuzione dei lavori. La macchina amministrativa si mette in moto, ma i tempi iniziano già a comprimersi.

Nel 2024 prende forma la narrazione pubblica dell’intervento. Si annuncia la trasformazione dell’ex oratorio in presidio sanitario e, quasi in secondo piano, si riconosce un elemento decisivo: la ASL sta predisponendo un bando per assumere personale sanitario. Un dettaglio solo apparentemente marginale, perché dimostra che il problema dell’organizzazione e delle risorse umane procede parallelamente a quello edilizio.

Nel 2025 il progetto viene rilanciato come intervento PNRR da oltre 5,8 milioni di euro, con ristrutturazione integrale e ampliamento dell’edificio. Ma proprio nello stesso anno emerge il dato più significativo: il progetto esecutivo viene approvato soltanto il 19 dicembre 2025. Ciò significa che tra validazione definitiva e scadenza del 30 giugno 2026 restano pochi mesi per completare lavori, collaudi e attivazione dei servizi. Non una corsa imprevista, ma una condizione strutturale.

Nel 2026 il nodo diventa esplicito. Il 27 gennaio la ASL pubblica una manifestazione di interesse per medici libero-professionisti destinati alle Case di Comunità di prossima apertura, con incarichi temporanei fino a fine anno e nelle more dei concorsi. Non si tratta di personale stabile, ma di una soluzione tampone per consentire l’avvio delle attività.
L’opera edilizia viene portata verso il traguardo amministrativo previsto dal PNRR, ma la struttura rischia di nascere solo come contenitore e non come servizio. E la stessa comunicazione del 28 aprile, probabilmente senza volerlo, lo lascia intendere quando parla di inaugurazione entro la scadenza e di successivo “assestamento”.

Non basta aprire una porta per aprire un servizio sanitario.
Nel sistema PNRR non basta rilevare soltanto l’esistenza fisica dell’edificio, ma la concreta attivazione del servizio secondo i requisiti previsti dal DM 77/2022.
Se il 30 giugno serve soprattutto a certificare il raggiungimento formale della milestone europea, mentre personale, organizzazione e servizi restano ancora incompleti, il rischio è che l’inaugurazione della Casa di Comunità dell’Infernetto si trasformi più in un adempimento amministrativo-contabile che in una risposta sanitaria pienamente funzionante per il territorio. Une vetrina per la campagna elettorale.

Alla data dell’inaugurazione quali servizi saranno effettivamente attivi? Con quali orari? Con quale personale già contrattualizzato? Quanti medici, infermieri e specialisti saranno realmente presenti? La struttura funzionerà davvero come Hub secondo il modello previsto dal DM 77/2022 oppure resterà tale solo sulla carta? E il nodo patrimoniale dell’ex San Tommaso è stato definitivamente risolto con atti pubblici pienamente verificabili?

La Casa di Comunità è necessaria in un quartiere come l’Infernetto che paga da decenni l’assenza di servizi essenziali, ma il problema è evitare che l’ennesima inaugurazione venga utilizzata come sostituto della piena funzionalità. Perché tra un edificio aperto e un servizio che funziona, nel sistema sanitario, la differenza è sostanziale.

 

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ROMA (OSTIA), PARCO DEL MARE: L’URBANISTICA PER ORDINANZA

Nero Oro Gala Invito_20260429_134646_0000Parco del Mare, l’ordinanza al posto della pianificazione: milioni in corsa e democrazia compressa.

 

Inutile il teatrino andato oggi in scena, tra aula e piazza, a Ostia sul cosiddetto Parco del Mare.

Sul litorale romano ogni “intervento urgente” degli ultimi decenni ha prodotto quasi sempre lo stesso esito: opere incompiute, progetti cancellati, fallimenti o grandi annunci rimasti sulla carta. Dal ponte della Scafa mai realizzato al sottopasso di Malafede cancellato, dalle stagioni rutelliana e veltroniana fino al porto turistico ancora sequestrato e al waterfront targato Alemanno, Ostia conosce bene questa storia.

È dentro questa lunga sequenza che nasce il Parco del Mare: non come svolta, ma come replica di un metodo già visto.

La differenza, oggi, è che si compie un passo ulteriore. Il Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, agisce come Commissario straordinario e utilizza questo ruolo per sostituire il normale processo democratico, evitando il passaggio in Assemblea Capitolina e comprimendo ogni reale spazio di confronto. Non si discute: si ordina.

L’ordinanza del 17 aprile 2026 lo dimostra chiaramente. Con questo atto viene approvato il progetto e adottata la variante urbanistica senza voto dell’Aula, in deroga alle procedure ordinarie previste dal Testo Unico degli enti locali e dalla normativa urbanistica. L’urgenza viene dichiarata in via automatica, i lavori diventano indifferibili e ogni margine sostanziale di revisione viene chiuso.

La partecipazione è ridotta a una finestra simbolica di quindici giorni per eventuali osservazioni: un termine lontanissimo dai tempi, dalle garanzie e dalla sostanza della pianificazione ordinaria.

Non solo. La stessa ordinanza si fonda sul potere commissariale di operare “in deroga a ogni disposizione di legge”, salvo poche eccezioni. È questo il punto politico e amministrativo: non una pianificazione che rispetta le regole, ma una decisione che piega le regole per arrivare a spendere risorse entro una scadenza.
Una scadenza nota da anni, ma mai governata con serietà.

Già il 12 marzo 2026 LabUr aveva denunciato questa deriva, spiegando come l’urgenza fosse costruita per giustificare scorciatoie e svuotare la partecipazione (LINK).

Oggi, nel consiglio straordinario municipale, quell’analisi trova piena conferma.
Il risultato è un progetto che avanza non perché condiviso, ma perché imposto. Non perché pianificato, ma perché accelerato. Non perché davvero discusso, ma perché finanziato.

Siamo davanti a un metodo riconoscibile: decisione accentrata, narrazione salvifica, uso sistematico dell’emergenza per legittimare deroghe. Un’amministrazione pubblica seria non dovrebbe funzionare così.

E allora i teatrini messi in scena tra piazze e aule municipali appaiono per quello che sono: irrilevanti. Non incidono su decisioni già prese altrove e non modificano un processo già blindato.

La pianificazione urbanistica è un’altra cosa. È regole, tempi, confronto, responsabilità.
Qui invece resta una sola scelta politica: spendere soldi rapidamente, venga quel che venga. E visto il passato del litorale romano, il rischio è purtroppo fin troppo prevedibile.

A questo punto resta solo da verificare se Comune e Regione (che rappresentano la legge, ma non sono la legge) abbiano davvero rispettato la legge, sempre che la conoscano.

La recente vicenda del termovalorizzatore di Santa Palomba, oggi di fatto bloccato anche grazie al lavoro di LabUr, dimostra che le scorciatoie amministrative possono presentare il conto. Anche quando sembrano blindate.

 

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DOSSIER SPIAGGE – 7° PARTE: IL CASO MIRAMAR

Nero Oro Gala Invito_20260429_013751_0000Due società sulla carta. Un solo stabilimento nella realtà. Ma non solo. Nel verbale della Polizia di Roma Capitale compare un’anomalia grave. 

 

Il dossier sui bandi 2025 delle spiagge del “Mare di Roma” (LINK) si arricchisce di un nuovo capitolo. Dopo aver visionato gli atti di ‘assegnazione delle nuove concessioni (LINK), spunta un documento inedito e amministrativamente inconsueto: un verbale della Polizia di Roma Capitale con elementi critici.

Tutti i documenti visionati da un anno a questa parte mostrano l’ennesima possibile criticità nella corretta applicazione del vincolo di aggiudicazione previsto dall’Avviso pubblico per l’affidamento di n. 31 concessioni demaniali marittime del litorale di Roma (Gara #4788 del 14/2/25). Il nuovo caso riguarda lo stabilimento balneare denominato “El Miramar”, oggetto di doppia assegnazione (lotto A7 e B29) a soggetti formalmente distinti ma potenzialmente riconducibili a un unico centro decisionale.

Il quadro normativo e di gara
L’Avviso pubblico stabiliva che ciascun operatore economico potesse aggiudicarsi un numero limitato di concessioni (max 3 concessioni complessive per operatore economico intendendo anche società controllanti, controllate e collegate, ai sensi dell’art. 2359 c.c.) per evitare concentrazioni e garantire concorrenza effettiva.

L’aggiudicazione sullo stesso sito
Dalla Determinazione Dirigenziale n. QC/1398/2025 del 16/05/2025 (Protocollo: QC/60555/2025 del 16/05/2025) si evince:

– Lotto A7 – Stabilimento balneare “El Miramar” assegnato a DORY SRLS

– Lotto B29 – Esercizio di ristorazione “El Miramar” assegnato a NEMO SRL

Sullo stesso sito fisico (bene demaniale) insistono dunque due attività (balneare + ristorazione) funzionalmente integrate.

Struttura della partecipazione
Dalla griglia di gara emerge che la società DORY SRLS compare più volte tra i partecipanti e la società NEMO SRL si colloca nello stesso ambito competitivo. Entrambe risultano attive nella medesima procedura. La coincidenza di alcune percentuali offerte come Royalty (ad esempio 18,01%) costituisce un elemento che, come abbiamo già denunciato all’ANAC e unitamente agli altri dati emersi, merita approfondimento.

Il collegamento soggettivo
Dal verbale della Polizia Locale (25/04/2026) visionato da LabUr emerge che il soggetto subentrante risulta amministratore unico di DORY SRLS e socio della NEMO SRL. Quindi le due società aggiudicatarie nello stesso sito sono riconducibili, almeno in parte, allo stesso soggetto economico.

Lo schema appare il seguente:

– Partecipazione alla gara tramite più soggetti giuridici distinti;

– Aggiudicazione di lotti differenti sul medesimo sito;

– Ricomposizione della gestione attraverso un soggetto operativo sostanzialmente coincidente.

Cioè, ciò che era separato nella fase di gara sembrerebbe ricomporsi nella fase di gestione.

Il limite del vincolo ex art. 2359 c.c.
Il vincolo previsto dal bando sembra dunque intercettare solo i collegamenti societari formali, ma non le forme di coordinamento sostanziale e la possibile unicità del centro decisionale di fatto. Quindi la norma di gara poteva essere formalmente rispettata, ma sostanzialmente essere elusa.

Profili di possibile criticità amministrativa
–  Elusione del vincolo di concentrazione;

– Alterazione della concorrenza sostanziale;

– Mancata intercettazione di assetti decisionali unitari;

– Ricomposizione post-gara della gestione economica.

Il meccanismo di gara adottato, come abbiamo visto in questi mesi, ha mostrato limiti nel garantire l’effettiva separazione tra operatori economici e a consentire nei fatti una gestione unitaria attraverso soggetti formalmente distinti.

In questo caso specifico siamo in presenza di due società sulla carta, ma di un solo stabilimento nella realtà.

Il nodo del verbale della Polizia di Roma Capitale
Nel verbale di accordo tra le parti della Polizia di Roma Capitale, si sottoscrive l’accordo fra le società (entrante e uscente) previo accordo telefonico con il Dirigente del Dipartimento Valorizzazione del Patrimonio e Politiche Abitative – Direzione Rigenerazione del Litorale e Grandi Eventi, dott. Carlo Mazzei.
Si tratta di un elemento amministrativamente anomalo e che pone interrogativi sotto il profilo della tracciabilità amministrativa.

Il problema infatti non è la telefonata, ma l’assenza dell’atto visto che in materia demaniale, l’azione della Pubblica Amministrazione dovrebbe esprimersi attraverso atti formalizzati, disposizioni tracciabili, provvedimenti verificabili e non attraverso assensi informali riportati all’interno di un verbale operativo. E invece non compare alcun provvedimento, non viene richiamata alcuna determina, non risultano indicati protocolli o disposizioni dirigenziali scritte.

Lo stesso verbale limita inoltre gli interventi alle sole “attrezzature di facile rimozione”, escludendo opere ancorate al suolo o ai muri. Quindi, ciò che è mobile può essere rimosso, mentre le opere strutturali risultano escluse dall’intervento.

Anche questo elemento merita attenzione, soprattutto in una fase di subentro delicata e in un territorio che negli anni è stato segnato da contenziosi, commissariamento e criticità amministrative proprio nella gestione del demanio marittimo, soprattutto in tema di abusi edilizi su cui verte per altro gran parte dell’azione della Procura nelle ultime settimane.

La questione è dunque istituzionale: può la gestione di beni pubblici demaniali fondarsi su assensi informali richiamati in un verbale operativo?

Nel demanio pubblico la forma amministrativa è sostanza perché è la prima garanzia di trasparenza, tracciabilità e responsabilità.

Se, come dichiarato più volte sulla stampa dall’Assessore al Patrimonio Tobia Zevi (LINK), l’obiettivo era inaugurare una nuova stagione di legalità amministrativa, allora anche le modalità operative devono essere pienamente tracciabili e formalizzate.

I fatti accaduti da un anno a questa parte ci paiono lontani da questo obiettivo. Perché se un meccanismo di gara finisce per consentire a soggetti formalmente distinti, ma riconducibili al medesimo centro decisionale, di operare sullo stesso sito, allora il problema non riguarda soltanto le imprese partecipanti, ma l’impianto amministrativo costruito dalla stazione appaltante. Senza contare che non c’è stata una reale perimetrazione del demanio marittimo e dunque le gare 2025 sono a rischio annullamento (LINK).

 

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LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

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TERMOVALORIZZATORE ROMA: IL FOSSO CHE “NON ESISTEVA” E CHE BLOCCA IL PROGETTO

Nero Oro Gala Invito_20260428_175658_0000Per oltre un anno il Fosso della Cancelliera è stato liquidato come un dettaglio. Ora è diventato decisivo.
ed entra negli atti ufficiali come “ex alveo” bloccando tutto: progetto esecutivo, consegna lavori, tempi.
L’Amministrazione corre ai ripari, approva, compra. Ovviamente con soldi pubblici.

Da oltre un anno LabUr ha sostenuto, documenti alla mano, che il Fosso della Cancelliera non solo esisteva, ma aveva una natura pubblica e non poteva essere ignorato dentro un progetto come quello del termovalorizzatore di Roma.
Lo ha scritto nero su bianco in più interventi pubblici, tra cui l’articolo del 4 ottobre 2024 (LINK), insistendo su un punto preciso: quel fosso non era un dettaglio, ma un elemento giuridico e territoriale rilevante.

La questione è poi esplosa definitivamente con la puntata del dicembre 2024 di Report (LINK), dove proprio LabUr, insieme all’urbanista Paolo Berdini, hanno messo al centro della scena il Fosso della Cancelliera. Il messaggio era chiarissimo: quel corso d’acqua esisteva, aveva implicazioni demaniali ed era stato ignorato nella costruzione del progetto.
La linea istituzionale era opposta: Roberto Gualtieri e AMA hanno sostanzialmente negato che il fosso rappresentasse un problema, sostenendo che la situazione fosse già chiarita o comunque non ostativa. Il progetto del termovalorizzatore veniva descritto come “pronto”, “impostato”, “avviabile”.
Aprile 2026: nonostante gli annunci di apertura cantieri che slittavano di primavera in primavera, la realtà entra orepotente negli atti ufficiali.
Nella Commissione Capitolina congiunta Ambiente e Patrimonio (LINK), presiedute rda Giammarco Palmieri e Yuri Trombetti, con la presenza dell’Assessore al Patrimonio Tobia Zevi e dei vertici Capitolini, compare nero su bianco ciò che prima veniva ridimensionato a mero dettaglio: un terreno di quasi duemila metri quadrati definito “ex alveo del Fosso della Cancelliera” .
Quindi,  il fosso esisteva (ovviamente), aveva una rilevanza giuridica e oggi è diventato il nodo operativo. Senza quell’area infatti non si può validare il progetto esecutivo del termovalorizzatore e non si possono consegnare i lavori.
Tutto ciò che doveva essere “già pronto” si scopre improvvisamente incompleto.
E accade quello succede puntualmente quando i problemi non si affrontano nei tempi e nei modi corretti: si accelera.
Le Commissioni approvano all’unanimità, senza alcuna opposizione – nemmeno da parte di Movimento 5 Stelle e Europa Verde, che in questi mesi si sono dichiarati contrari all’impianto – di acquisire quell’area a circa 20 euro al metro quadro, una cifra che contrasta nettamente con i circa 75 euro al metro quadro pagati in passato da AMA per terreni analoghi, differenza oggi finita sotto attenzione della magistratura.

Ma per comprarlo il fosso deve essere sdemanializzato. In condizioni ordinarie, dovrebbe seguire procedure pubbliche di alienazione, ma qui entra in gioco il ruolo di Roberto Gualtieri in qualità di Commissario straordinario per il Giubileo 2025. Con un’ordinanza, supera il percorso ordinario e dispone l’acquisto diretto da parte di Roma Capitale, per circa 37 mila euro (LINK).
È una soluzione rapida, resa possibile dai poteri straordinari (LINK). Ma è anche il segnale evidente di una corsa contro il tempo.
Perché il punto non è il costo in sé. Il punto è che quell’area, oggi, diventa indispensabile per sbloccare un’opera che per mesi è stata raccontata come pronta a partire (LINK).
Ed è qui che il racconto si ribalta. Quello che per oltre un anno è stato trattato come un “allarme esagerato” si ritrova, alla fine, scritto negli atti ufficiali come presupposto tecnico: “ex alveo del Fosso della Cancelliera” che incide direttamente sulla possibilità di realizzare l’opera.
È sotto gli occhi di tutti: si è arrivati alla fine del percorso con un nodo non risolto, affrontandolo in emergenza, approvando tutto rapidamente e utilizzando strumenti straordinari per chiudere la partita.
Nel frattempo, il costo economico e amministrativo, ricade sulla collettività.

E allora, al netto delle versioni politiche e delle narrazioni ottimistiche, resta la realtà dei fatti denunciati da LabUr nell’ottobre 2024 e ribadita a dicembre a Report.
Dire ‘ve l’avevamo detto’ è persino troppo facile, soprattutto perché ora iniziano i guai seri. La battaglia in aula Giulio Cesare per l’approvazione della delibera di acquisto sarà durissima.

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OSTIA, SPIAGGE: IL CASO URBINATI METTE A RISCHIO LE GARE 2025

Nero Oro Gala Invito_20260428_112508_0000 Alla vigilia della stagione balneare emerge una questione ignorata per decenni: dove finisce davvero il demanio marittimo? Il primo banco di prova sarà lo storico stabilimento Urbinati, su cui la Capitaneria di Porto avvia una verifica formale.
Se l’area non risultasse demaniale, il Bando Spiagge 2025 rischierebbe di essere travolto.
La notizia è destinata a cambiare il quadro del litorale romano: lo storico stabilimento Urbinati sarà il primo caso concreto su cui la Capitaneria di Porto avvierà una verifica formale per accertare se l’area su cui insiste sia realmente demanio marittimo. Non è un passaggio tecnico qualsiasi, ma un accertamento decisivo. Perché se, come emerge dagli atti storici già nella disponibilità della stessa Capitaneria, quell’area non fosse demaniale, la gara pubblica del 2025 che lo ha coinvolto perderebbe il suo presupposto giuridico e dovrebbe essere annullata.

È da qui che bisogna partire per capire cosa sta accadendo a Ostia. Mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi sugli abusi edilizi, una questione molto più profonda è rimasta per oltre un secolo senza risposta: la reale perimetrazione del demanio marittimo.

Il caso Urbinati non nasce oggi come denunciamo da anni. Nei documenti ufficiali richiamati nella procedura emerge un elemento dirompente: un verbale del 25 gennaio 1923 individua porzioni della fascia costiera come già sdemanializzate. Quelle stesse aree, però, risultano oggi ricomprese nella linea SID utilizzata per le attuali rappresentazioni amministrative, creando una contraddizione evidente tra la realtà storica e quella attuale.
Questa discrepanza non è un dettaglio per addetti ai lavori. Ha effetti diretti sulla legittimità degli atti amministrativi. Se manca la certezza che un’area sia demaniale, vengono meno i presupposti stessi per rilasciare concessioni o indire gare pubbliche.
In altre parole, senza confini certi, tutto il sistema rischia di poggiare su basi fragili.

Per decenni, nessuno ha davvero affrontato questo nodo. Né in passato né oggi, nonostante l’attenzione mediatica e politica sul futuro delle spiagge di Ostia. Si è discusso di abusi, concessioni e rotazioni, ma non si è mai messo mano alla questione originaria: stabilire con precisione dove passa il confine del demanio.
A riportare il tema al centro è stata l’iniziativa di LabUr, che ha attivato formalmente la Capitaneria di Porto chiedendo una verifica tecnico-giuridica sulla corretta delimitazione, proprio nel tratto più simbolico del litorale, quello degli stabilimenti storici sul Lungomare Paolo Toscanelli.
La risposta è arrivata con l’avvio del procedimento previsto dal Codice della Navigazione. La Capitaneria sta infatti formando la Commissione di delimitazione, l’organo chiamato a svolgere sopralluoghi, analizzare gli atti e ricostruire in modo definitivo la linea di confine. Un passaggio che, per la prima volta dopo oltre cento anni, affronta in modo diretto la questione.

Nel frattempo, resta una contraddizione evidente: si continua a parlare di regolarità delle concessioni e di legalità edilizia senza aver prima chiarito se le aree su cui insistono siano effettivamente demaniali.
È come discutere delle regole di utilizzo senza sapere a chi appartiene davvero il terreno.

La stagione balneare 2026 si apre quindi con una novità che potrebbe segnare un punto di svolta. Il caso Urbinati non è solo una vicenda locale, ma il primo test concreto di un principio semplice quanto finora trascurato: prima di ogni gara, di ogni concessione e di ogni polemica, serve una certezza giuridica sui confini.
Se questa verifica porterà a confermare le risultanze storiche, le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre un singolo stabilimento, aprendo una fase nuova per tutto il litorale di Ostia, finalmente fondata su dati certi e non su presupposti mai davvero verificati.

 

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OSTIOPOLI: PARCO DELLA VITTORIA, LA PARTITA A DADI PER LA PRESIDENZA – CAPITOLO 7

Ostiololi_20260427_211913_0000Amministrative, conto alla rovescia. Un anno o poco più e anche per il X Municipio sarà il tempo della scelta. Scenari in movimento sul mare di Roma. Nel campo del centrosinistra, il famoso “toto-presidente” è già iniziato. E come spesso accade, è partito da una casella che sembrava già assegnata. Il nome di Valeria Strappini, frutto di un’intesa preliminare tra Pd e Movimento 5 Stelle, avrebbe dovuto rappresentare la giusta sintesi. Il nome della presidente uscente (e in vista di conferma) dell’Ascom Confcommercio Roma-Litorale non avrebbe però convinto al primo colpo (ma il corso di laura in Scienze politiche on line potrà sempre tornare utile), così si è aperta la fase dello “scouting”, parola elegante per dire: siamo punto e a capo. Tra le ipotesi circolate, anche quella di riproporre l’attuale presidente in carica, Mario Falconi.

Circostanza non smentita dallo stesso Falconi, anzi. L’attuale minisindaco non ha mai chiuso la porta: la disponibilità c’è. Quello che manca, semmai, è la chiamata. Il telefono non sembra squillare nell’ufficio di via Claudio. A incidere, diverse cause. Non solo l’operato della sua amministrazione (dalle buche, alla gestione spiagge, alla questione camper), ma anche le continue gaffe e vicende sentimentali private – e non- salite alla ribalta delle cronache. E che in campagna elettorale potrebbero rappresentare il solito boomerang (anche per Roma). Eppure le questioni di “cuore” non dovrebbero essere un problema, visto che Falconi esercita la professione in uno studio di cardiologia anche se la sua specializzazione medica – come riportato nel suo curriculum pubblicato sul sito istituzionale di Roma Capitale e come anticipato in una precedente puntata di OstioPoli- sarebbe in Gastroenterologia. Il tutto senza dimenticare il limite dovuto all’età: si presenterebbe ai nastri di partenza alle prossime elezioni alla veneranda età di 81 anni. Candidatura? Forse più una dichiarazione di resistenza. Livello di ambizione: Ciriaco De Mita.

Nel frattempo, dal Campidoglio il segnale è chiaro, anche senza dichiarazioni ufficiali. L’obiettivo? Scaricare quel minisindaco un po’ troppo “ingombrante”. Gli assessori capitolini (l’inquilino dalle parti di Fontana di Trevi, in primis) lo ignorano. Il sindaco Gualtieri si limita a tollerarlo. Fin dal suo insediamento, quando il primo cittadino è dovuto intervenire di persona e a gamba tesa per dirimere la questione dei giovani dem incatenati davanti al Municipio. Per non parlare del comizio-evento di Cineland, dove il Sindaco ha presentato in pompa magna il suo programma (e la sua candidatura) agli elettori del X Municipio. A Falconi fu stato assegnato il ruolo di figurante. Un cameo che non è passato inosservato, solo perché in molti si sono accorti che Gualtieri continuava a citarlo storpiandone il cognome (quando confondere una vocale rivela più di ogni altro retroscena).

E allora, se il Pd considera il X Municipio una patata bollente, perché non passarla di mano? L’idea che circola – neanche troppo sottovoce – è semplice: lasciare la candidatura ai Cinquestelle, nell’ambito dell’asse strategico che guarda alle prossime sfide capitoline (e nazionali). Un’elegante exit-strategy. Gli onori al Pd, magari sbandierando i risultati ottenuti dalla gestione dei fondi Pnrr. Gli oneri al Movimento, con la scusa – neanche troppo campata in aria – che questo territorio è (o era) una roccaforte grillina. A muovere i fili ci sarebbe sarebbe il consigliere capitolino Paolo Ferrara che punterebbe però anche a tentare la scalata al Parlamento o a giocarsi un posto in Campidoglio, eventualmente come assessore in una futura giunta rosso-gialla. Serate danzanti e giri in monopattino, permettendo.

In pole, resterebbero Alessandro Ieva (l’ex assessore al Verde nonché paladino dell'”impeccabile” pista ciclabile del lungomare di Ostia) e Antonino Di Giovanni, ricordato come il “Signore degli Anelli”, per la sua passione estetica che non passa di certo inosservata.

Ma attenzione ai ritorni: perché in politica, come nelle saghe di successo, il sequel è sempre dietro l’angolo. Sulla scia del “Diavolo Veste Prada 2”, sugli schermi di Ostia potrebbe riapparire la “Casalinga di Voghera”, come fu ribattezzata Giuliana Di Pillo da social e oppositori politici. E tutto ha il sapore di déjà-vu: l’appello surreale in piena pandemia che evocava bare sulle spiagge di Ostia ai tempi del Covid o quella chiamata di Grillo mai arrivata perché lui – parole sue dal tono evangelico pronunciate all’indomani dell’elezione- è «sempre in mezzo a noi». Gli incubi del passato: le foto in stile Abbey Road davanti alla sede del Municipio per pubblicizzare le nuove strisce pedonali, lo spot che rievoca la “capocciata” di Roberto Spada per promuovere il turismo e l’estate romana: «Un’estate senza testate», recitava la pubblicità trasmessa in tutte le Metro di Roma. «Ma questa è ironia sottile! Non capisco perché la gente non se ne accorga», si crucciò all’epoca la minisindaca.

Eccolo, il “Parco della Vittoria”. Peggio forse solo di quello del “Mare”, dove tutti vogliono costruire. Ma nessuno sembra avere un progetto. E ora il “brivido” che la storia possa ripetersi.

Enrico Giorge’

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IDROSCALO: CLASSIFICAZIONE SENZA DATI, TRA FOCE E PORTO

Nero Oro Gala Invito_20260427_191834_0000LabUr chiede criteri, monitoraggi e perimetrazione. La Regione risponde, ma senza gli elementi istruttori richiesti.

A pochi giorni dall’inizio della stagione balneare 2026, il tratto di costa in corrispondenza dell’Idroscalo di Ostia resta classificato come “non adibito alla balneazione”.
Si tratta di un’area estesa e continua lungo costa che si sviluppa tra la foce del Tevere e il porto turistico di Ostia e che include la spiaggia libera dell’Idroscalo (superficie 3.948 m², lunghezza 104 m) utilizzata stabilmente dalla cittadinanza.

Per comprendere i presupposti di tale classificazione, LabUr ha trasmesso una richiesta formale di accesso agli atti alla Regione Lazio, ad ARPA e alla Capitaneria di Porto (LINK), chiedendo in particolare:

– i criteri tecnico-scientifici adottati
– la cartografia ufficiale di delimitazione
– i dati di monitoraggio della qualità delle acque
– la natura del rischio alla base della classificazione (sanitario o di sicurezza)

La Regione Lazio (R.U. U.0428836.23-04-2026) ha fornito un primo riscontro, indicando che il tratto è considerato non balneabile in quanto “compreso tra la foce del Tevere e il Porto di Ostia”,
Si tratta di una motivazione di tipo geografico, che non esplicita i presupposti tecnico-scientifici richiesti: dati, monitoraggi, profilo dell’area e criteri di perimetrazione.

Infatti:

– non sono stati trasmessi i dati di monitoraggio
– non è stata fornita la cartografia di delimitazione
– non sono stati esplicitati i criteri tecnico-scientifici adottati
– non è stata chiarita la natura del rischio alla base della classificazione

Un elemento emerge tuttavia con chiarezza dalla deliberazione regionale n. 224 del 16 aprile 2026 (LINK): per la stagione balneare in corso nessuna acqua di balneazione è classificata come “scarsa” sul Lungomare della Capitale. Dunque siamo di fronte ad una contraddizione: il divieto non risulta fondato su una classificazione negativa della qualità delle acque, ma su una delimitazione dell’area tra foce e porto.

Resta quindi da chiarire:

– su quali basi tecniche sia stata definita tale perimetrazione
– quali elementi istruttori giustifichino l’estensione dell’area
– se e in quale misura siano stati considerati dati idrodinamici e di monitoraggio puntuale

In assenza di tali elementi, la classificazione si presenta come una determinazione non verificabile nei suoi presupposti.

A seguito di questa risposta da parte della Regione Lazio, LabUr ha trasmesso una richiesta di integrazione istruttoria.

Sono stati nuovamente richiesti:

– il profilo dell’area ai sensi del D.M. 30 marzo 2010
– i dati di monitoraggio ARPA e i punti di campionamento
– la cartografia ufficiale e i criteri di perimetrazione
– la distinzione tra rischio sanitario e vincoli di sicurezza.

La questione non è stabilire se l’area sia balneabile o meno, ma comprendere su quali basi tecniche e documentali venga esclusa in quanto una classificazione, per essere tale, deve essere motivata, tracciabile e verificabile.

 

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SPIAGGE, OSTIA: COSA STANNO DAVVERO FIRMANDO I NUOVI CONCESSIONARI

Nero Oro Gala Invito_20260424_215455_0000Sul Mare di Roma approda un nuovo modello di concessione in cui l’Amministrazione mantiene piena libertà di intervento, mentre il rischio economico e giuridico ricade interamente sugli operatori. Un impianto formalmente legittimo, ma sostanzialmente squilibrato. Una vera e propria mutazione genetica della concessione demaniale ad Ostia: da strumento di partenariato per la valorizzazione del bene pubblico a dispositivo di esternalizzazione totale del rischio amministrativo.

 

A Ostia sta accadendo qualcosa di molto grave: la stagione balneare si prepara a partire il 17 maggio, mentre ancora non si sa se il bando del 2025 con cui sono state assegnate le nuove concessioni sia regolare oppure no.

LabUr ha visto e preso atto delle nuove concessioni rilasciate. E proprio leggendo quegli atti emerge un dato chiaro: anche il Comune sa che la partita non è chiusa.

Dentro le concessioni, infatti, si prevede cosa accadrà se il Consiglio di Stato dovesse annullare il bando. Il giudice deciderà il 12 maggio, ma la sentenza sarà pubblicata solo nei giorni successivi. Questo significa che la stagione potrebbe partire prima di conoscere davvero l’esito e le conseguenze della decisione.

È un cortocircuito. Da una parte si parla da mesi di legalità, trasparenza e nuovo corso. Dall’altra si rilasciano concessioni nate da un bando che, dopo un anno, è ancora sotto giudizio.

Le nuove concessioni, quindi, non chiudono il problema, ma lo confermano. Sono atti pieni di cautele, clausole e paracadute, come se l’amministrazione volesse andare avanti comunque, ma sapesse benissimo che tutto potrebbe essere rimesso in discussione.

L’analisi delle concessioni
L’analisi coordinata degli atti di gara e la visione diretta di più atti concessori tra loro sostanzialmente identici consentono di ricostruire con precisione l’impianto delle nuove concessioni adottate da Roma Capitale che solleva diverse criticità.

Innanzitutto l’impianto adottato da Roma Capitale tende a qualificare la concessione come atto unilaterale dell’Amministrazione, più che come rapporto contrattuale.
Si legge infatti “Il presente atto non costituisce rapporto contrattuale tra le parti”. Eppure, al concessionario vengono imposti obblighi tipici di un rapporto contrattuale. Al concessionario infatti vengono imposti obblighi puntuali, continuativi e onerosi, tipici di un vero e proprio contratto (gestione del servizio, responsabilità verso terzi, manutenzione, sicurezza, rispetto integrale della normativa di settore).

Si tratta di una struttura ambigua perché da una parte si presenta come un non contratto quando si tratta di riconoscere tutele, e dall’altra un contratto quando si tratta di imporre obblighi. Un’asimmetria che ha delle conseguenze importanti.

È evidente che la concessione, per sua natura, attribuisce all’Amministrazione poteri più ampi rispetto a un contratto di appalto. Tuttavia, anche in questo quadro, resta fermo il principio di proporzionalità e di equilibrio del rapporto, che non può tradursi in una compressione generalizzata delle tutele del concessionario.

Non è un caso che in più atti concessori compaiono formule del tipo: “il presente atto non costituisce rapporto contrattuale tra le parti”, oppure che si preveda che “il concessionario rinuncia a qualsiasi pretesa di indennizzo, risarcimento o compensazione”.

Allo stesso modo, si ribadisce che “resta fermo l’obbligo di garantire la continuità del servizio anche in caso di sopravvenienze amministrative”, mentre l’Amministrazione “si riserva la facoltà di modificare, sospendere o revocare” il rapporto.

Letti singolarmente, si tratta di passaggi formali, ma nel loro insieme, delineano un assetto preciso.

Il rischio è solo del concessionario
Nel modello adottato, il rischio economico e giuridico dell’intera operazione risulta sostanzialmente concentrato in capo al concessionario. Anche in presenza di eventi non imputabili a lui (inclusi scenari di inefficacia o revisione degli atti amministrativi a seguito di sentenze) la continuità dell’attività resta in capo all’operatore, senza che emergano meccanismi chiari di compensazione o riequilibrio.

Si tratta, in sostanza, di un sistema in cui l’obbligo di operare resta, la garanzia economica si riduce e il rischio resta integralmente privato.

Il sistema sanzionatorio
Il sistema sanzionatorio prevede penali che possono arrivare a diverse migliaia di euro per singola violazione e fino a decine di migliaia di euro nei casi più gravi, mentre il concessionario è tenuto a sostenere integralmente i costi di gestione, a corrispondere il canone demaniale e una componente variabile legata ai ricavi.

Continuità del servizio anche in condizioni di incertezza
L’impianto della concessione appare costruito per garantire la continuità del servizio anche in presenza di criticità amministrative o contenziosi, assicurata attraverso una compressione significativa della posizione del concessionario, chiamato a proseguire l’attività anche in condizioni di instabilità del titolo.

Potere ampio, stabilità debole
Parallelamente, l’Amministrazione conserva ampi margini di intervento. Può sospendere, riassegnare, ridefinire le condizioni operative. Il tutto in un quadro in cui la durata della concessione resta strutturalmente limitata e incerta (1 anno, rinnovabile massimo fino a 3).

Siamo in presenza di un equilibrio fragile: forte il potere pubblico, debole la stabilità del rapporto, con evidenti interrogativi sulla sostenibilità nel medio periodo nell’interesse collettivo.

Il tema, quindi, non è la presenza del rischio imprenditoriale (che è fisiologico nelle concessioni), ma la sua distribuzione. Nel modello adottato da Roma Capitale a guida Gualtieri, tale rischio appare concentrato in modo quasi esclusivo sul concessionario, senza meccanismi evidenti di riequilibrio.

Una concessione “a rischio unico”
Non è un caso che, informalmente, tra gli operatori si parli di una concessione “a rischio unico”. Un’espressione sintetica, ma efficace, per descrivere un assetto in cui il rischio per l’amministrazione si riduce mentre si alza notevolmente il rischio per il privato.

Il rischio di nuovi contenziosi
Un modello concessorio fortemente sbilanciato può ridurre il rischio immediato per l’Amministrazione, ma al tempo stesso aumentare il rischio di contenzioso nel medio periodo.

Insomma, la lunghissima e onerosa stagione dei contenziosi non sembra al tramonto, soprattutto in presenza di eventi che incidono sull’equilibrio economico del rapporto. Ed è proprio sul terreno dell’equilibrio e della proporzionalità che la giurisprudenza amministrativa ha progressivamente costruito i propri limiti all’azione pubblica e a farne le spese sono state le casse comunali, cioè i cittadini.

Il modello Gualtieri tutela l’interesse pubblico?
È sostenibile un sistema in cui il rapporto concessorio perde equilibrio, trasformandosi in un trasferimento unilaterale del rischio? Perché è su questo terreno e non su quello formale che si giocherà la tenuta reale del modello Gualtieri sul Mare di Roma ad Ostia.

Un modello di questo tipo, anche laddove formalmente legittimo, rischia di produrre effetti distorsivi: riduzione della capacità di investimento, compressione dei margini operativi e, nel medio periodo, minore qualità del servizio.

Il punto, infatti, non è la maggiore forza dell’Amministrazione nel rapporto concessorio (il suo rafforzamento è auspicabile, soprattutto in un settore come quello demaniale dove l’interesse collettivo dovrebbe prevalere su quello individuale), ma l’adozione di atti a forte connotazione unilaterale appare solo funzionale all’esigenza dell’Amministrazione di recuperare capacità di intervento in un settore segnato da ritardi, abusi e rigidità storiche.
Uno squilibrio così marcato può essere giustificato solo a una condizione, cioè che si traduca in un miglioramento concreto e misurabile del servizio, della qualità degli spazi pubblici e dell’accessibilità della costa.
In assenza di questi elementi, il rischio è che il rafforzamento del potere pubblico non produca un beneficio collettivo, ma si traduca semplicemente in una redistribuzione del rischio a carico degli operatori.

Per altro, questo modello rischia di non attirare “imprenditori illuminati”, ma “estrattori di valore a breve termine” che massimizzano il profitto subito, tagliando sui costi di manutenzione e qualità, esattamente l’opposto di ciò che l’Amministrazione dichiara di voler ottenere.

Conclusioni
Il nuovo modello prova a tenere insieme due esigenze opposte: far partire subito la stagione e proteggersi da una possibile bocciatura nelle aule giudiziarie. Il risultato è un atto che sembra solido, ma che in realtà è costruito sull’incertezza.

La conclusione è amara.
Ostia non riparte nella chiarezza, ma nell’incertezza.

Si apre così la stagione balneare 2026 mentre la legalità tanto sbandierata resta appesa ad una sentenza. E ancora una volta cittadini, operatori e territorio si ritrovano davanti a un’amministrazione che corre prima che la giustizia abbia finito di decidere.

 

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