ROMA, PIAZZE DI PIETRA E AUTOSTRADE ELETTROMAGNETICHE: IL GRANDE INGANNO DI TERMINI

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260530_153433_0000I recenti progetti di riqualificazione urbana a Roma, da Piazza dei Cinquecento a Piazza San Giovanni fino a Piazza Pia, stanno sistematicamente sostituendo il verde storico con gigantesche distese di pietra. Sebbene queste opere vengano presentate come ammodernamenti architettonici necessari per il Giubileo, l’abbattimento delle alberature monumentali ha rimosso le più complesse barriere biologiche naturali, spianando la strada alla propagazione delle reti 5G.

 

Sotto il paravento politico di fantomatici “boschi urbani”, le motoseghe hanno eliminato i filari storici, trasformando i nodi vitali della città in spianate ottimizzate per la connettività wireless a discapito della vivibilità. Il piano tecnologico parallelo trova attuazione formale nella Convenzione per la concessione del servizio “Roma 5G” alla società di scopo Smart City Roma S.p.A., approvata d’urgenza sui canali del Dipartimento Trasformazione Digitale nel marzo 2023.

 

La strategia del “marketing verde” davanti alla stazione Termini
La metamorfosi di Piazza dei Cinquecento è iniziata con una narrazione politica impeccabile. Per contenere il dissenso dei cittadini davanti alle ruspe, l’amministrazione capitolina ha sbandierato per mesi la nascita di un avveniristico bosco composto da centinaia di nuovi alberi. Questa strategia di comunicazione ha faito da scudo finché le motoseghe non hanno completato il loro lavoro, eliminando definitivamente 24 alberi storici e sani che da decenni garantivano ombra e mitigazione termica al capolinea dei bus.

Il cortocircuito è emerso solo a tabula rasa avvenuta. Con una giustificazione tecnica tardiva, i progettisti hanno dichiarato che il carico statico e lo sviluppo radicale di grandi alberi avrebbero compromesso le sottostanti gallerie della metropolitana. Il grandioso bosco promesso si è così ridotto a poche e sparute aiuole laterali, molte delle quali ospitano giovani piante già seccate. La piazza è stata consegnata alla città come una landa di pietra che amplifica il calore, sacrificando il benessere collettivo sull’altare di una pianificazione approssimativa.

 

La classificazione scientifica degli alberi come “muri” radio
Se per i cittadini la sparizione degli alberi rappresenta un danno ambientale, per gli ingegneri delle telecomunicazioni ha significato la rimozione di formidabili barriere. La capacità delle piante di bloccare le frequenze del 5G è un dato scientifico regolato dai modelli internazionali di radiopropagazione, come la raccomandazione ITU-R P.833 dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (“Attenuation in vegetation”). Questo modello analizza come la densità del fogliame, la geometria delle foglie e il tasso di umidità interna dei tessuti vegetali assorbano e disperdano le microonde.

I 24 alberi storici abbattuti a Piazza dei Cinquecento rientravano precisamente nelle categorie di massimo ostacolo radio secondo i parametri fisici dello spettro a $3.6\text{ GHz}$:

– 10 Pini domestici (Pinus pinea): Classificati come schermatura totale. La loro densa chioma a ombrello e la lunghezza degli aghi innescano fenomeni di risonanza e dispersione multipla (scattering). La loro rimozione ha eliminato un tetto biologico che causava perdite di segnale superiori a 30 dB.

– 8 Lecci (Quercus ilex): Classificati come ostacolo elevato e perenne. Trattandosi di sempreverdi con foglie spesse e ricche d’acqua, il leccio non concede tregua stagionale, assorbendo costantemente l’energia delle bande a 3.6 GHz.

– 6 Platani (Platanus acerifolia): Classificati come ostacolo variabile. In estate le loro foglie enormi agiscono come scudi riflettenti, costringendo i software di rete a continui ricalcoli della potenza del segnale per compensare il ciclo vegetativo.

 

Campo libero alle micro-celle: il taglio dei costi industriali
Nessun gestore telefonico ha mai chiesto apertamente il taglio degli alberi per evitare un disastro d’immagine, ma il comparto tecnologico si è trovato a beneficiare di un’autostrada completamente vuota. In una piazza normale, la presenza di questi 24 giganti verdi avrebbe costretto la società di progetto a sviluppare un piano di rete estremamente complesso e costoso, moltiplicando il numero di micro-antenne o ricorrendo a un uso esasperato del Beamforming (i fasci di segnale dinamici) per far rimbalzare le onde sui palazzi circostanti.

Sfruttando la piazza trasformata in una distesa di travertino priva di barriere, il progetto del 5G è diventato standardizzato ed economico. Le micro-antenne destinate alla superficie — che il piano ufficiale “Roma 5G” (marzo 2023, pag. 14) quantifica in 6.000 Small Cells complessive sul territorio comunale integrate nei nuovi pali dell’illuminazione intelligente — non dovranno più combattere contro la densità biologica delle foglie. Avranno l’unico compito di gestire il traffico dati della massa di passeggeri quotidiani. La mancanza di ostacoli ha permesso alle aziende di risparmiare sui costi di progettazione speciale, eliminando le variabili naturali dal bilancio di collegamento radio (link budget).

 

Il fact-checking delle scuse ufficiali: smontiamo la retorica di palazzo
Quando l’evidenza dei fatti ha iniziato a sollevare le proteste dei comitati cittadini, il Comune di Roma e i tecnici delle telecomunicazioni hanno eretto un muro di giustificazioni ingegneristiche per difendere la spianata di travertino di Piazza dei Cinquecento. Tuttavia, analizzando le risposte ufficiali con rigore logico e scientifico, emerge come quelle presentate come “soluzioni d’avanguardia” o “vincoli insuperabili” siano in realtà scuse di convenienza per coprire un preciso disegno economico e politico.

L’obiezione del “Beamforming che aggira gli alberi”: I tecnici del 5G affermano che le antenne moderne non hanno bisogno del taglio degli alberi perché usano il Beamforming e sfruttano il rimbalzo delle onde sulle facciate dei palazzi per aggirare le foglie.

Il Fact-Checking: Questa difesa descrive uno scenario da laboratorio che si scontra con le leggi della fisica applicata. Far rimbalzare continuamente un segnale ad altissima frequenza sulle superfici artificiali comporta una drastica perdita di potenza per riflessione, aumenta la latenza e riduce la reale larghezza di banda. I gestori sanno perfettamente che la “linea di vista diretta” (Line-of-Sight – LoS) è l’unico modo per avere una rete stabile e a basso costo di gestione. Dire che il 5G “aggira l’ostacolo” è il paravento tecnologico per nascondere che una piazza vuota è infinitamente più redditizia per il concessionario.

L’obiezione della “Geometria tridimensionale del segnale”: Gli agronomi e i periti comunali sostengono che, poiché le micro-antenne vengono installate sui lampioni a 6 metri di altezza e sparano verso il basso, il segnale viaggia nello spazio vuoto al di sotto delle grandi chiome dei pini o dei lecci.

Il Fact-Checking: Questa tesi si basa su una mistificazione geometrica dello spazio urbano. I vecchi alberi abbattuti occupavano esattamente la fascia visiva e spaziale compresa tra i 2 e i 7 metri dal suolo, intersecando in pieno la traiettoria delle micro-celle. Inoltre, i coni visivi e i lobi di radiazione devono rimanere sgombri anche per l’altra grande componente del progetto blindata dal Capitolato di Gara: l’installazione di

– 12.000 telecamere ad alta definizione IoT collegate alla nuova Sala Operativa per la Sicurezza con Intelligenza Artificiale del Campidoglio. Le foglie, semplicemente, coprivano la visuale agli algoritmi di rilevamento dei flussi.

L’obiezione dell’Indipendenza amministrativa dei bandi”: Il Campidoglio si difende affermando che il concorso internazionale per il restyling della piazza e il piano Smart City per il 5G sono due progetti nati in tempi diversi e privi di coordinamento.

Il Fact-Checking: Questa separazione formale ignora la cabina di regia politica unica della Giunta Comunale. Al Comune conveniva eliminare il verde storico per azzerare i pesanti costi correnti di manutenzione ordinaria e straordinaria (visto che nella contabilità pubblica l’albero è solo un costo che non produce dati); ai colossi delle telecomunicazioni serviva una piazza “fibra e travertino” pulita. Come confermato dai report sul monitoraggio delle infrastrutture digitali a Roma (cfr. Dossier City Vision 2026), il valore economico viene oggi estratto dalla raccolta dati del “palo intelligente”, che nella scala delle priorità amministrative ha surclassato il valore non monetizzabile dei servizi ecosistemici del patrimonio arboreo.

L’obiezione dei “Carichi statici sopra la metropolitana”: La difesa apparentemente più solida sostiene che i grandi alberi sono stati rimossi perché le normative di sicurezza vietano di gravare sui solai della Metro B.

Il Fact-Checking: Questo argomento crolla davanti allo stato dell’arte dell’ingegneria civile moderna applicata nelle Smart City europee. Tecnologie consolidate (giardini pensili alleggeriti su matrici vulcaniche, celle strutturali di ripartizione del carico Silva Cells e strutture in fibra di carbonio) permettono di mantenere alberi monumentali sopra i tunnel ferroviari in totale sicurezza. Affermare che “non si poteva fare” significa che non si è voluto spendere il budget edilizio necessario, preferendo regalare la spianata perfetta all’infrastruttura digitale a costo zero per il privato.

 

Passerelle politiche e un modello che si ripete
Mentre l’infrastruttura digitale sotterranea veniva completata a tempo di record, la superficie della piazza rimaneva intrappolata nelle maglie della burocrazia. Questo non ha impedito al Sindaco di Roma e ai vertici istituzionali di esibirsi nelle classiche passerelle politiche, inaugurando lotti parziali e dichiarando davanti alle telecamere che tutto stava procedendo per il meglio. La realtà vissuta dai cittadini è opposta: Piazza dei Cinquecento continua a essere un cantiere a cielo aperto, un dedalo di transenne metalliche privo di pensiline adeguate e di zone d’ombra.

Questo modus operandi non è un caso isolato. Lo stesso identico schema di desertificazione verde si sta consumando nei cantieri speculari di Piazza San Giovanni e Piazza Pia, anch’essi inseriti come nodi nevralgici di snodo e videosorveglianza nei piani operativi di Smart City Roma. Ovunque si ripete la medesima formula: abbattimento dei grandi alberi storici, colate di pavimentazione continua e promesse di micro-vegetazione decorativa che non vedrà mai la maturità. La fretta propagandistica di celebrare una modernità “da vetrina” ha sdoganato un modello di città iper-connessa ma profondamente ostile agli esseri umani. Avremo piazze roventi e zero ombra, ma consoliamoci: se non altro, sotto il sole cocente di Roma, potrete scaricare il vostro certificato di insolazione alla velocità della luce. Solare.

 

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DALL’IDROSCALO AI CAMPER SUL LUNGOMARE: LA LUNGA TRANSIZIONE DELL’EMERGENZA ABITATIVA

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260528_220710_0000A Ostia siamo arrivati al punto in cui una questione sociale viene trascinata dentro una narrazione da “sicurezza nazionale” evocando perfino il demanio militare per un’area davanti a uno stabilimento balneare dell’Esercito. Non sappiamo se faccia più impressione il livello della propaganda o il fatto che una nota prudenziale del Ministero venga trasformata in una campagna politico-mediatica (LINK) come se si stesse discutendo di una base strategica NATO e non di camper e fragilità sociali sul lungomare di Roma Capitale.

 

Nel 2010 l’emergenza abitativa dell’Idroscalo, a seguito dello sgombero e della demolizione delle case di 38 nuclei familiari, venne affrontata attraverso ordinanze straordinarie e il trasferimento di decine di famiglie nei residence sparsi nelle periferie romane. LabUr seguì direttamente le vicende legate a quello sgombero e al successivo trasferimento dei nuclei nei residence dell’emergenza abitativa (LINK).

Quello dei CAAT (Centri di Assistenza Alloggiativa Temporanea) non fu un intervento isolato, ma un vero sistema strutturale che nel triennio 2008-2011 arrivò a costare alle casse capitoline circa 25 milioni di euro l’anno, arrivando a ospitare oltre 1.250 famiglie.
Per ogni singolo appartamento nei residence (spesso monolocali o bilocali gestiti da grandi gruppi immobiliari privati) il Comune di Roma arrivava a pagare cifre comprese tra 1.800€ e 2.200€ al mese, ben superiori ai valori medi di mercato dell’epoca.
Una spesa interamente versata a soggetti privati che, nel corso di permanenze diventate croniche (spesso superiori ai 10-12 anni), arrivava a superare il costo teorico di acquisizione di un alloggio ERP (Edilizia Residenziale Pubblica), senza però produrre alcun incremento del patrimonio abitativo pubblico della città.

Il 2026 e il ritorno della questione sul waterfront di Ostia
Sedici anni dopo, il dibattito sulle aree di sosta e sulle fragilità abitative lungo il lungomare Amerigo Vespucci di Ostia riporta al centro una domanda che Roma non ha mai davvero risolto: la città sta costruendo una politica strutturale dell’abitare oppure continua a gestire la marginalità principalmente attraverso il suo spostamento geografico?
La recente Delibera del Municipio X per l’istituzione di un’area attrezzata per la sosta camper sul lungomare Vespucci (LINK), pensata per trasferire i mezzi da Piazzale Mediterraneo e censire le fragilità presenti, è entrata immediatamente in collisione con residenti, opposizioni politiche e rilievi tecnici legati alla sicurezza e all’idoneità dello spazio.
Non è la stessa stagione politica. Non sono gli stessi strumenti amministrativi. E non sarebbe corretto sostenere che i CAAT dell’epoca Alemanno coincidano con gli attuali modelli del SASSAT (Servizio di Assistenza e Sostegno Socio Alloggiativo Temporaneo), fondati su alloggi diffusi nel mercato privato, contributi economici più contenuti e percorsi teoricamente limitati nel tempo. Ma proprio le differenze di linguaggio e di strumenti rendono interessante osservare le continuità materiali del fenomeno.

Dalla città dei diritti alla città della compatibilit
Esiste infatti un filo che collega le demolizioni dell’Idroscalo del 2010 alle tensioni odierne sui camper e sulle fragilità abitative lungo il waterfront di Ostia e non perché gli strumenti amministrativi siano identici o perché le stagioni politiche siano sovrapponibili, ma perché in entrambi i casi emerge una domanda implicita: dove può stare la marginalità dentro la città che si vuole rappresentare?

Più il lungomare assume una funzione strategica legata al turismo, ai grandi eventi, alla valorizzazione immobiliare e alla costruzione di una nuova immagine del Mare di Roma, più la povertà visibile rischia di essere percepita come elemento incompatibile con il paesaggio urbano desiderato. La questione allora smette di essere soltanto sociale e diventa territoriale, simbolica e politica. La povertà, ancora una volta, non viene affrontata solo come problema abitativo, ma progressivamente come problema di compatibilità urbana e rappresentativa.

Il nodo irrisolto delle politiche della casa
Il rischio è che la gestione dell’emergenza abitativa continui a oscillare tra dispositivi straordinari, trasferimenti, ricollocazioni e soluzioni temporanee, senza affrontare davvero il nodo strutturale della casa pubblica, del recupero del patrimonio esistente e della costruzione di politiche ordinarie dell’abitare. In questo senso, la riflessione di Enrico Puccini aggiunge un elemento fondamentale: il problema non riguarda soltanto la rappresentazione della marginalità, ma anche il progressivo svuotamento materiale delle politiche pubbliche della casa.

Attraverso il lavoro di Mappa Roma (LINK), Puccini ha mostrato come il tema abitativo romano possa essere letto contemporaneamente attraverso i dati e attraverso le vite reali che attraversano gli spazi residuali della città. I numeri raccontano infatti una contrazione cronica dell’offerta pubblica, la difficoltà di accesso all’ERP, l’espansione delle fragilità abitative e la crescita di forme temporanee o emergenziali di assistenza.

In questo quadro, il linguaggio del decoro, della sicurezza e della riqualificazione rischia talvolta di diventare il contenitore narrativo attraverso cui la città affronta gli effetti visibili di un problema strutturale che continua però a non risolversi. Pulire lo sguardo urbano non significa necessariamente sanare le ferite sociali che lo attraversano.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

 

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IL RITORNO DELLO STABILIMENTO ROMA

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260528_132847_0000Mentre erosione, concessioni e degrado consumano il mare di Roma, la politica trova l’unità nella ricostruzione simbolica di un fantasma del ‘900.

 

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel fatto che una Commissione capitolina congiunta (Patrimonio e Urbanistica), convocata per discutere il Piano di Utilizzazione degli Arenili (P.U.A.) del litorale romano (cioè lo strumento che dovrebbe affrontare temi come erosione, accessibilità, concessioni, capacità di carico, sostenibilità e gestione della costa) trovi improvvisamente una convergenza quasi unanime attorno alla ricostruzione dello Stabilimento Roma. Un fantasma architettonico distrutto nel 1943 irrompe così nel cuore del dibattito sul mare di Roma del 2026. E non come semplice suggestione nostalgica, ma come vero dispositivo simbolico capace di sospendere il conflitto politico e urbanistico.

Mentre si discute sulle concessioni, sui futuri bandi, sulle spiagge libere che saranno solo con servizi di chiosco, sulla gestione del transitorio addirittura non contemplato, sugli abbattimenti e sul modello economico del litorale, accade che sullo Stabilimento Roma improvvisamente tutti convergono. La destra lo legge come continuità identitaria del mare di Roma. La sinistra riformista come landmark urbano e memoria collettiva del waterfront.

Il caso dello Stabilimento Roma non riguarda soltanto la nostalgia balneare romana, ma un meccanismo molto più profondo della cultura urbanistica italiana, cioè la sua capacità di neutralizzare il conflitto storico attraverso la patrimonializzazione consensuale dello spazio.
Per questa ragione, ci sembra opportuno trattare l’argomento in questo breve saggio.


La via italiana alla pacificazione spaziale
A differenza di altri paesi europei, l’Italia non ha quasi mai affrontato il proprio passato architettonico novecentesco attraverso la rimozione radicale o la demolizione simbolica. La materia spaziale è rimasta sostanzialmente intatta. EUR, Foro Italico, città di fondazione, colonie marine, assi monumentali, architetture razionaliste… tutto è stato progressivamente riassorbito dentro la continuità democratica e amministrativa della Repubblica, non attraverso una cancellazione della memoria, ma attraverso una trasformazione narrativa del significato. Una vera e propria “transustanziazione narrativa”: la forma rimane identica, ma cambia lo spirito politico che la abita. Il fascismo scompare come autore ideologico e viene sostituito dalla memoria urbana, dalla modernizzazione, dalla qualità architettonica, dalla fatica dei lavoratori che costruirono quelle opere, dall’identità collettiva dei territori.

La sinistra riformista italiana ha svolto un ruolo centrale in questo processo.
Davanti alle architetture del Ventennio, il PCI amministrativo e la cultura urbanistica democratica non hanno scelto la strada iconoclasta, ma hanno preferito una strategia di riappropriazione funzionale e simbolica. Ad esempio, il Foro Mussolini è diventato Foro Italico, l’E42 invece EUR. Le città di fondazione diventano quindi patrimonio urbanistico nazionale. La materia spaziale resta identica, ma cambia il racconto.

 

Il primato del lavoro sulla genealogia ideologica
Uno dei meccanismi più potenti di questa pacificazione spaziale è stato lo spostamento dell’attenzione dall’autore politico dell’opera ai lavoratori che la realizzarono. L’architettura fascista è stata così “espropriata” del proprio contenuto originario e restituita alla collettività come prodotto materiale del lavoro popolare, cioè non “l’ha fatto il regime”, ma “l’hanno costruito operai, braccianti, carpentieri, scalpellini”.

Questo slittamento culturale ha permesso alla sinistra di salvare la qualità spaziale, la monumentalità, l’efficacia urbanistica, la modernizzazione territoriale senza percepire quell’eredità come incompatibile con la democrazia repubblicana. È il motivo per cui l’EUR è diventato il quartiere direzionale della Roma contemporanea e il Foro Italico il luogo simbolico dello sport nazionale, pur conservando ancora oggi interi apparati simbolici originari.

 

Dal riuso della materia alla risignificazione dello spettro
Nel caso dello Stabilimento Roma però si sta compiendo un salto ulteriore. Mentre EUR, Foro Italico o Sabaudia sono esempi di riuso e reinterpretazione dell’esistente (oggetti materiali sopravvissuti al proprio tempo storico e successivamente neutralizzati, rifunzionalizzati e patrimonializzati), lo Stabilimento Roma no, semplicemente perché non esiste più. Quindi, non siamo sul piano della risignificazione della materia, ma la risignificazione dell’assenza. Uno spettro architettonico viene evocato mentre si discute del PUA come simbolo condiviso del nuovo waterfront romano, cioè un’immagine consensuale di ciò che quel manufatto rappresenta nella memoria collettiva.

Cioè si vuole compiere il passaggio dalla gestione del patrimonio reale alla produzione politica del simulacro. Qui il riferimento teorico alla nostalgia restaurativa descritta da Svetlana Boym appare inevitabile. Non si accetta cioè il vuoto, la perdita, la rovina, la trasformazione del tempo storico, ma si tenta invece di ricostruire l’oggetto idealizzato per sanare simbolicamente il presente.


Il simulacro come anestetico urbanistico
Forse non è un caso che questa operazione avvenga durante la discussione del PUA di Roma Capitale mentre il litorale romano attraversa una crisi concessoria, amministrativa, ambientale, infrastrutturale e forse anche identitaria.

Il mare avanza, la costa si erode, le concessioni esplodono nei tribunali, il transitorio amministrativo è fragile, i bandi vengono contestati, la mobilità costiera resta irrisolta. Eppure il punto di massima convergenza politica diventa la ricostruzione simbolica di un oggetto scomparso da oltre ottant’anni, come se la politica urbanistica trovasse più facilmente unità sulla nostalgia, sulla cartolina, sull’immagine condivisa del passato che non sulla gestione concreta del territorio reale.

Il PUA, nato per pianificare gli arenili, rischia così di trasformarsi in un dispositivo di costruzione narrativa del waterfront.


Il paradosso ambientale
La contraddizione raggiunge il suo punto massimo sul piano tecnico e ambientale perché il PUA del litorale romano costruisce gran parte della propria legittimazione pubblica attraverso il lessico contemporaneo della sostenibilità costiera. Le parole d’ordine sono: resilienza climatica, adattamento, infrastrutture verdi, permeabilità, reversibilità delle strutture balneari, flessibilità d’uso, alleggerimento del waterfront, riduzione delle rigidità permanenti sulla linea di costa. È esattamente il vocabolario urbanistico mutuato dalle strategie europee di adattamento climatico applicate ai waterfront contemporanei con
meno rigidità, meno artificializzazione permanente, più strutture leggere, smontabili, temporanee, adattabili alle trasformazioni della linea di costa. Ma proprio dentro questo quadro teorico e amministrativo emerge il cortocircuito dello Stabilimento Roma.

Lo Stabilimento Roma rappresentava esattamente il paradigma opposto: fondazioni permanenti contro la reversibilità, masse murarie contro la flessibilità, monumentalizzazione della battigia contro l’alleggerimento del waterfront. Dunque non una struttura adattiva o reversibile, ma una gigantesca macchina balneare concepita per fissare rigidamente il rapporto tra città e mare attraverso artificializzazione dell’arenile, stabilizzazione monumentale della costa, permanenza fisica della struttura e dominio architettonico della battigia, cioè l’esatto contrario del modello costiero che il PUA dichiara formalmente di voler perseguire.

L’unanimità politica sulla sua ricostruzione simbolica smette così di essere soltanto una fuga nostalgica e diventa qualcosa di più profondo, una forma di analfabetismo urbanistico rispetto alle sfide climatiche, erosive e ambientali del waterfront contemporaneo.
Mentre il mare avanza, la costa arretra e l’Europa spinge verso modelli reversibili e adattivi, la politica romana continua a immaginare il futuro del litorale attraverso il simulacro monumentale di una macchina balneare concepita per dominare rigidamente la costa nel pieno del Novecento.


Il Kursaal: il corpo reale contro il fantasma
Ed è qui che il confronto col Kursaal diventa devastante.
Mentre la Commissione PUA discute unanimemente della resurrezione simbolica dello Stabilimento Roma, il Kursaal, che è patrimonio reale del dopoguerra, progettato da Attilio Lapadula e realizzato da Pier Luigi Nervi, continua a degradarsi. Da una parte il fantasma unanimemente celebrato, dall’altra il corpo reale del waterfront lasciato collassare.
La politica contemporanea sembra molto più capace di amministrare simboli che materia.


Il waterfront come cartolina politica
Il caso dello Stabilimento Roma mostra forse il punto terminale della lunga tradizione italiana di pacificazione spaziale. Se l’EUR rappresenta la risignificazione della materia, lo Stabilimento Roma nel PUA rappresenta la risignificazione dello spettro, cioè non il recupero dell’esistente o il riuso della memoria materiale, ma la produzione consensuale di un fantasma architettonico capace di unire forze politiche opposte dentro la stessa nostalgia urbana.
Nel frattempo, la costa reale continua a erodersi, il demanio resta instabile, la mobilità costiera rimane fragile, il Kursaal continua a degradarsi e il mare di Roma attende ancora una pianificazione capace di governarne davvero la complessità contemporanea.

Forse è proprio questo il paradosso finale della politica urbanistica italiana: quando il territorio reale diventa troppo difficile da governare, si governa più facilmente la sua immagine nostalgica.

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P.U.A ROMA 2026 E IL FUTURO DEL LITORALE

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260526_162115_0000Le osservazioni e gli emendamenti al Piano di Utilizzazione degli Arenili (P.U.A.) del mare di Roma proposti da LabUr in Commissione Patrimonio.

 

Dopo mesi di discussione nelle stanze del Dipartimento Patrimonio tra Amministrazione e balneari, finalmente approda in Commissione Patrimonio la Relazione Tecnica P.U.A di Roma Capitale, presieduta da Yuri Trombetti.

LabUr – Laboratorio di Urbanistica ha predisposto una relazione tecnica preliminare e una proposta di emendamenti, consegnati alla Commissione, finalizzati ad approfondire alcuni nodi strutturali del Piano che meritano ulteriore attenzione amministrativa, infrastrutturale e territoriale.

Il tema centrale non è se il litorale debba cambiare oppure no, ma come venga governata questa trasformazione.
Dalla Relazione Tecnica d’Ufficio (Prot. QF/2026/0014156 del 7 maggio 2026) emerge infatti un modello molto più complesso di una semplice regolamentazione degli arenili:

– La frammentazione in 30 Sub-Ambiti (SAMB) per il coordinamento territoriale;

– L’istituzione di 81 Unità Minime di Intervento (UMI), intese come vere e proprie “cellule fondamentali di gestione” (ripartite in 50 destinate a concessione demaniale e 31 a convenzione per spiagge libere e con servizi);

– La creazione delle ACM (Aree di Concentrazione dei Manufatti) per il diradamento volumetrico;

– Un coordinamento vincolante tra pianificazione urbanistica, gestione del patrimonio e procedure di evidenza pubblica.

Si tratta di un modello che produrrà effetti destinati a incidere sul litorale romano per i prossimi decenni e che si intreccia direttamente con altre grandi trasformazioni territoriali già in corso (ed evocati nel PUA), a partire dal progetto del Parco del Mare (DGC n. 326/2025) e dal ridisegno complessivo del waterfront ostiense. Ed è proprio qui che emergono le principali criticità tecniche sollevate da LabUr.

IL TEMA DEL TRANSITORIO E IL RISCHIO DI INCERTEZZA AMMINISTRATIVA
La relazione tecnica del PUA riconosce esplicitamente che, sebbene i censimenti delle concessioni siano aggiornati, la verifica sistematica dello stato legittimo dei manufatti e delle strutture sul litorale risulta tuttora “in fase di completamento”.

Eppure, il Piano interviene già dettando regole stringenti su riordini, redistribuzione della SUL (Superficie Utile Lorda) legittima, aggregazioni delle UMI e trasformazioni morfologiche.

Quindi:

– Come verrà governata concretamente la fase di transizione senza un quadro conoscitivo totalmente consolidato? Chi sosterrà economicamente i costi reali di demolizione, ricollocazione e riordino funzionale? Come verranno gestiti i potenziali contenziosi amministrativi e la continuità delle attività economiche durante la fase di riordino?

– Il combinato disposto tra modularità gestionale e possibilità di assegnazioni aggregate delle UMI rischia di favorire esclusivamente operatori ad altissima capacità finanziaria, penalizzando le imprese minori del tessuto storico locale?

MOBILITÀ, PARCO DEL MARE E CAPACITÀ DI CARICO
Il PUA richiama più volte la sostenibilità, il coordinamento con il PUMS e la capacità di carico del sistema infrastrutturale. Parallelamente, Roma Capitale promuove il Parco del Mare con la previsione di “parcheggi green” e ciclabili.

Tuttavia, nella documentazione esaminata non emerge alcuna evidenza quantitativa o studio trasportistico organico.

Mancano:

– Modellazioni dei flussi veicolari e pedonali e simulazioni dei carichi stagionali;

– Verifiche comparative degli impatti infrastrutturali tra l’assetto attuale e quello previsto;

– Valutazioni integrate sugli effetti cumulativi tra il nuovo impianto del PUA e le opere del Parco del Mare.

Il litorale di Ostia non è assimilabile ad altri modelli costieri. Soffre di una dipendenza cronica dalla mobilità automobilistica e di una forte fragilità strutturale delle arterie longitudinali. Riprogettare l’arenile (con la metrica delle spiagge libere ogni 300 metri o la concentrazione dei manufatti) senza una preventiva e scientifica dimostrazione della capacità di assorbimento dei flussi è un rischio che la città non può correre.

CAPOCOTTA E CASTELPORZIANO: GOVERNARE LA REALTÀ, NON L’IMMOBILISMO
Una parte sostanziale della proposta elaborata da LabUr riguarda il tratto Capocotta–Castelporziano lungo la SP601. Qui il problema non è “costruire nuova urbanizzazione”, ma prendere atto di una trasformazione territoriale già consolidata nei fatti negli ultimi trent’anni. La fascia costiera è oggi utilizzata come infrastruttura lineare di mobilità balneare stagionale, affetta da sosta spontanea sulle banchine, attraversamenti irregolari e degrado funzionale permanente.

Ignorare questa condizione in nome di una “rinaturalizzazione integrale” teorica – resa impraticabile dalla presenza stessa della litoranea e della viabilità interna parallela che hanno spezzato la continuità ecologica dunale – significa condannare l’area al degrado permanente.

Gli emendamenti di LabUr chiedono di inserire nel PUA specifici approfondimenti tecnico-trasportistici per:

– Pianificare e ordinare la mobilità balneare e la sosta lineare;

– Migliorare la sicurezza degli attraversamenti pedonali;

– Salvaguardare i corridoi strategici per future forme di trasporto pubblico costiero rapido di superficie, compatibili con la tutela ambientale e necessari per ridurre la pressione automobilistica nel lungo periodo.

Un PUA destinato a governare il mare di Roma per i prossimi 20 o 30 anni non può limitarsi a ridisegnare gli spazi sulla carta. Deve dimostrare la sostenibilità reale del transitorio amministrativo e della capacità di carico territoriale della nostra costa.

Il documento integrale con osservazioni tecniche ed emendamenti proposti da LabUr in Commissione Patrimonio del 27 maggio 2026 qui :  PUA_EMENDAMENTI_FILIGRANA

 

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IL GRANDE BLUFF DEL SAILGP A OSTIA

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260526_130218_0000Analisi critica sui reali ritorni economici, i limiti strutturali del litorale e il rischio di un “mordi e fuggi” da miliardi (virtuali)

 

L’annuncio ufficiale dello sbarco del SailGP sul litorale romano nel settembre 2027 (LINK) è stato accostato dalle istituzioni regionali e capitoline con il consueto spartito della retorica dei grandi eventi (LINK). Definito la “Formula 1 del mare”, il circuito multimilionario fondato da Russell Coutts viene presentato come un volano messianico di marketing territoriale, capace di generare decine di milioni di euro di indotto per il territorio ospitante. Ma se si gratta la vernice dorata della narrazione istituzionale e si calano i flussi finanziari globali nella realtà materiale della costa di Ostia, il bilancio preventivo comincia a mostrare crepe strutturali profonde.

La domanda che la cittadinanza e gli analisti del territorio devono porsi non è quanto l’evento sia spettacolare, ma dove ricadrà effettivamente la ricchezza prodotta e chi pagherà i costi vivi dell’operazione.

Il cortocircuito ricettivo: il caso emblematico dell’hotellerie
Il primo, insormontabile ostacolo alla promessa di un ROI (Ritorno sull’Investimento) diffuso sul litorale risiede nella fotografia immobiliare e ricettiva di Ostia. I report ufficiali del SailGP si basano su un presupposto fondamentale, cioè che il territorio abbia la capacità di trattenere i flussi ad alto budget nelle proprie strutture alberghiere.

Ostia, semplicemente, non può farlo. Se si escludono le piccole strutture tre stelle storiche o i boutique hotel di recente apertura, il comparto alberghiero di fascia medio-alta sul lungomare si riduce a un’unica vera struttura di riferimento: lo Smy Aran Blu al Porto Turistico, dotato di appena una sessantina di camere.
Una macchina da guerra come il SailGP muove una quantità impressionante di addetti ai lavori: 10 nazioni in gara, ognuna delle quali composta da team di 40-50 persone tra atleti, ingegneri, cambusieri e logisti, a cui si sommano centinaia di membri dello staff centrale della federazione, giudici, produzione televisiva internazionale e global sponsor. Parliamo di un fabbisogno immediato di migliaia di pernottamenti per un periodo di 10-14 giorni tra allestimento e regate.

Il verdetto è matematico. La quasi totalità di questo flusso miliardario non pernotterà a Ostia. I team e l’organizzazione orbiteranno inevitabilmente sui grandi poli alberghieri internazionali di Fiumicino o sulle strutture ricettive dell’EUR e del centro di Roma. I VIP e i partner commerciali d’élite vivranno l’evento all’interno di un perimetro blindato, soggiornando nei cinque stelle della Capitale e muovendosi verso il litorale a bordo di van privati solo per le ore della competizione.

La fragilità dei numeri: quando l’“impatto economico” non coincide con la ricchezza del territorio
Uno degli aspetti più delicati del dibattito sul SailGP riguarda proprio i numeri utilizzati per legittimare l’operazione. I report economici prodotti o richiamati dal circuito SailGP e dai partner di consulenza internazionale come Deloitte utilizzano infatti categorie estremamente ampie (economic impact, gross expenditure, regional impact, visitor spending, media value) che non coincidono automaticamente né con la ricchezza netta generata per il territorio ospitante né con benefici economici realmente distribuiti alla popolazione residente.
Si tratta spesso di modelli econometrici costruiti attraverso effetti moltiplicatori teorici, spesa indiretta, ritorni reputazionali e valorizzazione mediatica, che tendono ad amplificare l’impatto complessivo dell’evento ma non chiariscono dove il valore economico si sedimenti realmente. In altre parole, il fatto che un grande evento “muova denaro” non significa che quel denaro resti nel territorio che lo ospita.

I numeri diffusi negli anni dal circuito SailGP mostrano bene questa dinamica. Per la tappa di Plymouth 2021 Deloitte stimò circa 8,9 milioni di sterline di spesa lorda e 6,9 milioni di impatto economico complessivo. Per Cadice 2023 si arrivò addirittura a parlare di circa 100 milioni di dollari di impatto locale, mentre per l’intera stagione internazionale 2025 SailGP ha dichiarato circa 230 milioni di dollari distribuiti sulle regioni ospitanti. Peccato che questi risultati dipendono in larga misura dalla capacità delle città coinvolte di trattenere la spesa esterna attraverso alberghi, ospitalità premium, ristorazione, permanenza turistica, servizi corporate, mobilità e commercio locale, che Ostia non ha. Allo stato attuale, non è una “destination economy” autonoma di fascia alta, cioè un sistema urbano capace di assorbire e trattenere internamente i flussi economici generati da un evento globale di lusso. Appare piuttosto come una “venue”, cioè un luogo scenografico e logisticamente funzionale all’evento, ma non necessariamente il principale beneficiario economico dello stesso.
La differenza è sostanziale. Città come Cadice disponevano già di una forte identità turistica internazionale, di un sistema alberghiero consolidato, di un waterfront integrato con l’economia urbana e di una capacità ricettiva in grado di trasformare l’evento in permanenza economica sul territorio. Ostia, invece, rischia concretamente il modello dell’“evento ospitato localmente ma monetizzato altrove”.
Il mare e il paesaggio fanno da sfondo alla competizione globale, mentre una parte significativa della spesa ad alta capacità economica si sposta verso Fiumicino, l’EUR, il centro di Roma e i grandi operatori internazionali dell’hospitality e dell’intrattenimento.

Chi paga e chi incassa: la asimmetria della “Host City Fee”
Mentre i profitti legati all’hotellerie e alla spesa corporate prenderanno immediatamente la via delle grandi catene extra-territoriali, i costi e i disagi logistici rimarranno interamente ancorati sulla terraferma di Ostia.
Per entrare nel calendario del SailGP, la sinergia tra Roma Capitale e Regione Lazio dovrà garantire l’esborso di una “Host City Fee” (la quota di ingresso) che storicamente oscilla tra i 2,5 e i 4 milioni di euro di denaro pubblico. A questa cifra vanno sommati i costi extra-canone, i cosiddetti oneri operativi, cioè la concessione gratuita di ampie aree demaniali a terra (sottratte alla pubblica fruizione), la gestione della sicurezza, l’ordine pubblico, il potenziamento straordinario della nettezza urbana e il sovraccarico di una rete di trasporti locale (a partire dalla martoriata ferrovia ex Roma-Lido (oggi Metromare) già strutturalmente al collasso.

Il rischio concreto è la configurazione di un’economia coloniale. Lo specchio d’acqua e il suolo pubblico di Ostia vengono prestati come set scenografico per un prodotto televisivo globale, le ricadute commerciali di prossimità vengono azzerate dal fatto che la spesa del pubblico viene canalizzata dentro il “Race Village” ufficiale (gestito tramite i partner e i food-truck interni del circuito), e il territorio viene restituito a ottobre con il carico delle esternalità negative e le casse pubbliche alleggerite.

Tra “Greenwashing” e snaturazione del mare
Anche la retorica della sostenibilità, pilastro del marketing di SailGP attraverso la sua “Impact League”, merita un’analisi critica. Casi internazionali recenti (come la tappa neozelandese di Lyttelton nel marzo 2024) hanno dimostrato come le esigenze dello spettacolo commerciale entrino spesso in rotta di collisione con la tutela ecologica reale, scatenando le dure reazioni delle associazioni ambientaliste (tra cui Greenpeace) che hanno accusato il circuito di puro greenwashing amministrativo.

Inoltre, l’estrema spettacolarizzazione di questo sport (catamarani F50 che sfrecciano a 100 km/h all’interno di confini geometrici strettissimi a ridosso della spiaggia di ponente, che per altro presenta una barriera soffolta, per favorire le tribune commerciali a terra) risponde a logiche di puro intrattenimento televisivo d’élite, che nulla hanno a che vedere con il radicamento della cultura marittima locale, la salvaguardia della biodiversità costiera o il sostegno ai circoli velici di base del territorio.

Conclusioni
Se l’obiettivo della politica locale è utilizzare il SailGP come una gigantesca e costosa campagna pubblicitaria per appuntarsi una medaglia internazionale sul petto, l’operazione 2027 sarà probabilmente un successo d’immagine televisiva.
Se invece l’obiettivo fosse generare uno sviluppo economico strutturale, duraturo e diffuso sul litorale romano, l’evento si preannuncia come un colossale abbaglio.
Senza infrastrutture ricettive adeguate, con un commercio locale tagliato fuori dai circuiti di spesa interni all’evento e con i profitti centralizzati nelle multinazionali dell’hotellerie di Fiumicino e del centro storico, Ostia rischia di essere la periferia che lavora e subisce il traffico, mentre la Roma d’alta quota incassa i dividendi.
Un editoriale contabile, prima ancora che politico, che il territorio farebbe bene a iniziare a scrivere da subito.

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CHI SA, VEDE – LA “BUONA MOVIDA” E LA CATTIVA NOVELLA. PILLOLE DI URBANISTICA #38

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260523_185633_0000Roma lancia il “Piano Notte” per una “buona movida”: più luci, steward, bus a chiamata, videosorveglianza e vigilanza urbana. Ma una città sicura nasce dal controllo o da un’urbanistica che funziona?

 

Oggi i principali quotidiani nazionali dedicano addirittura due pagine al nuovo “Piano Notte” del Sindaco Gualtieri.
È bene ricordare che quando una città deve moltiplicare tutor, steward, vigilanza privata, controllori informali, illuminazione straordinaria e presidi aggiuntivi, spesso non sta risolvendo un problema urbano, ma cerca di compensarlo.
La stessa espressione ‘buona movida’ è tautologica perché la vita urbana notturna nasce per definizione come spazio di socialità, incontro e vitalità urbana. Quando una città sente il bisogno di qualificarla continuamente come ‘buona’, forse il problema non è più soltanto la sicurezza, ma il rapporto stesso tra amministrazione e spazio pubblico.

Da decenni urbanistica e criminologia studiano il rapporto tra forma urbana, spazio pubblico e sicurezza percepita. Jane Jacobs parlava già negli anni ’60 di “eyes on the street” cioè di quartieri vivi, misti, attraversati e abitati che generano spontaneamente controllo sociale e sicurezza diffusa. Oscar Newman sviluppò invece il concetto di “Defensible Space”, alla base delle moderne teorie CPTED (Crime Prevention Through Environmental Design) in cui l’ambiente urbano influenza direttamente percezione della sicurezza, comportamento e qualità delle relazioni sociali.

Le città più sicure non sono necessariamente quelle con più dispositivi di controllo.
Sono quelle che funzionano meglio perché hanno trasporto pubblico affidabile, continuità urbana, spazio pubblico vivo, quartieri misti, servizi diffusi, presenza naturale delle persone e riduzione delle frizioni quotidiane. Perché in urbanistica il principio è piuttosto semplice: le città funzionano meglio quando la sicurezza non viene percepita come “sorveglianza”, ma come normalità urbana.

Le città europee più vivibili non funzionano perché hanno 150 “tutor della notte”, ma perché hanno reti notturne efficienti, densità coerente, spazio pubblico continuo, minore dipendenza dall’auto e presidio sociale spontaneo.
Il rischio, invece, è che Roma (che a questo punto non abbiamo ancora capito se sia davvero sicura oppure no dalle parole del Sindaco) trasformi la città notturna in uno spazio continuamente assistito, monitorato e corretto, senza affrontare le cause strutturali che producono disagio urbano. E’ un’ammissione di sconfitta perché vuol dire che la città non riesce più ad autoregolarsi naturalmente.

 

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SICUREZZA O SPECULAZIONE? LA FILIERA DEL VERDE CHE NESSUNO CONTROLLA

Screenshot_2026-05-22-20-28-06-56_f9ee0578fe1cc94de7482bd41accb329Forse il miglior servizio realizzato finora sul disastro ambientale conseguente all’abbattimento di centinaia di migliaia di alberi a Roma, pinete comprese. Il video di Media Pluralisti (#byoblu), a cura di Miriam Gualandi, denuncia tutto, anche la sporca filiera del guadagno nascosto di cui parla Paula Filipe De Jesus di LabUr – Laboratorio di Urbanistica e dall’europarlamentare Dario Tamburrano (M5S). Circa 25 minuti assolutamente da ascoltare, soprattutto dal minuto 16.

A questo link l’intero servizio: LINK

Qui gli ultimi 12 minuti, tutti da vedere: LINK

 

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OSTIA NON È RIMINI. IL RAPPORTO ISTAT 2026 E IL RISCHIO DI TRASFORMAZIONI URBANE SENZA STRUTTURA TERRITORIALE

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260522_100129_0000Quando il CAP diventa destino.
Il rapporto ISTAT 2026 racconta una verità scomoda: nelle città italiane il disagio non è più solo sociale. È territoriale.

Ci sono passaggi del Rapporto annuale ISTAT 2026 presentato ieri (LINK) che andrebbero letti più nelle commissioni urbanistiche che nei talk show economici. Dietro i numeri su salari, produttività, povertà e crescita emerge una fotografia molto precisa: in Italia la disuguaglianza si sta concentrando nello spazio urbano.
Non è più soltanto una questione di reddito individuale, ma una questione di quartiere, accesso, tempo, mobilità e qualità territoriale.

L’ISTAT dedica un focus specifico al disagio nei quartieri delle 14 Città metropolitane, dimostrando che la fragilità è ormai multidimensionale: unisce l’esclusione sociale alla povertà energetica e alla segregazione spaziale (LINK) ed è probabilmente uno dei passaggi più importanti dell’intero rapporto, perché fotografa un fenomeno che molte città italiane vivono ormai apertamente, quello della concentrazione geografica della fragilità sociale, cioè il disagio non si distribuisce uniformemente, ma si accumula.

Ci sono quartieri dove si sommano redditi bassi, lavoro fragile, scarsa accessibilità, vulnerabilità energetica, servizi più deboli, tempi di spostamento più lunghi, minore qualità ambientale, minori opportunità educative e sociali.
Quando questi fattori si concentrano nello stesso spazio urbano, la città smette lentamente di essere uno strumento di mobilità sociale e diventa una macchina che riproduce disuguaglianze.

La “crescita” non basta
Uno dei punti più interessanti del rapporto ISTAT è la messa in discussione di una convinzione molto diffusa nel dibattito pubblico e cioè l’idea che la crescita urbana produca automaticamente benessere diffuso. Ma i numeri hanno la testa dura e raccontano qualcosa di più complesso e complicato.

L’Italia continua a crescere meno della Spagna e di altre economie europee, ma soprattutto cresce in modo diverso (1). L’ISTAT evidenzia che negli ultimi anni la crescita italiana è stata sostenuta soprattutto da aumento dell’occupazione (2), aumento delle ore lavorate, costruzioni e servizi, mentre restano deboli produttività, innovazione, investimenti immateriali e ricerca e sviluppo (3) e (4). Questo significa che il sistema economico italiano continua spesso a espandersi “in quantità”, ma fatica a trasformare quelle quantità in miglioramento strutturale della qualità della vita urbana.

Roma come laboratorio della frattura urbana
Roma è forse uno dei casi più evidenti. Negli ultimi anni la città ha conosciuto una forte pressione turistica, una crescita della rendita immobiliare, trasformazioni accelerate di interi quadranti urbani, aumento degli affitti brevi, polarizzazione territoriale dei servizi ed espansione di grandi progetti di rigenerazione e valorizzazione.
Contemporaneamente assistiamo ad una vera e propria esplosione della povertà di tempo, dove l’inefficienza della mobilità si mangia ore di vita e di reddito delle fasce medie e popolari. Inoltre, sono cresciute anche le disuguaglianze in termini di accessibilità, la compressione del ceto medio, la fragilità energetica (5), le difficoltà abitative. 

L’Istat parla proprio di povertà di tempo: il CAP cioè diventa destino perché chi vive in periferia o in quartieri strutturalmente separati (come Ostia e il Municipio X rispetto al centro) sperimenta una sistematica asportazione di ore di vita, che si traduce in una disuguaglianza nell’accesso alla salute, alla cultura e alle relazioni sociali.
In questo quadro, il disagio socioeconomico non coincide più soltanto con la povertà estrema, ma coinvolge sempre di più anche chi lavora, si sposta, paga affitti elevati e vive una progressiva erosione della stabilità economica.

Il rischio è che il CAP diventi destino.

La questione urbana del prossimo decennio. Ostia non è Rimini
Il rapporto ISTAT fa una cosa molto interessante e utile perché collega temi spesso trattati separatamente: salari, produttività, casa, mobilità, energia, struttura demografica, trasformazioni del lavoro e distribuzione territoriale delle opportunità.
Nelle città questi elementi si sommano.
Per questo è importante chiedersi sempre non solo “quanto cresce una città”, ma chi riesce ancora a viverla, a quali condizioni e con quale qualità della vita. Se una città produce valore economico ma contemporaneamente espelle progressivamente residenti, tempo, accessibilità e stabilità sociale, allora la crescita rischia di diventare solo un altro nome della c.d. polarizzazione urbana.

Quando si evoca l’idea che “Ostia debba diventare come Rimini”, il Rapporto ISTAT 2026 ricorda indirettamente una verità semplice ma fondamentale: una trasformazione urbana non è automaticamente progressista solo perché è nuova, verde, pedonale o raccontata come “rigenerazione”. Il problema non è se cambiare, ma come si cambia, per chi, con quali effetti territoriali, sociali ed economici e soprattutto su quale struttura urbana si interviene, perché le città non sono rendering replicabili.

Ostia non nasce come città monoculturale balneare sul modello romagnolo, ma come terminale urbano e costiero della Capitale, con fragilità infrastrutturali, sociali e ambientali completamente diverse e il rapporto ISTAT mostra chiaramente che quando le trasformazioni urbane aumentano valore economico senza redistribuire accessibilità, qualità urbana e resilienza sociale, il rischio è che la crescita produca nuove disuguaglianze territoriali invece di ridurle.

I dati ISTAT sulle emissioni ricordano che i capoluoghi metropolitani concentrano oltre la metà dell’impatto ambientale delle imprese. Pensare di risolvere le fratture di Ostia esportando il modello Rimini senza redistribuire servizi, infrastrutture e resilienza significa fare del greenwashing urbanistico.

Non tutto ciò che è verde, pedonale e nuovo è automaticamente urbanisticamente giusto e il Rapporto ISTAT 2026 lo dimostra meglio di molti slogan politici.
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  1. ad esempio, nel settore dei servizi in volume nel 2025 la Spagna accelera al +3,4%, mentre l’Italia mostra una dinamica molto più contenuta al +0,6%
  2. L’ISTAT segnala che il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,5% nel 2025 (62,4% a marzo 2026). Tuttavia, specifica che la crescita si associa a una forte ricomposizione settoriale: tra il 2007 e il 2025 l’Italia ha perso quote nella manifattura a bassa tecnologia a favore di servizi ad alta intensità di lavoro ma a basso valore aggiunto, come i servizi di alloggio e ristorazione (+0,7 punti percentuali), mentre i servizi ICT ad alta tecnologia hanno perso lo 0,6%. Questo convalida in pieno la tua tesi: espansione quantitativa, ma debolezza qualitativa.
  3. il Rapporto dichiara esplicitamente che la crescita degli investimenti negli ultimi anni è stata trainata dalla componente estensiva legata ai bonus edilizi e al PNRR (opere pubbliche), a scapito degli investimenti intensivi (R&S e innovazione immateriale), con la ricerca e sviluppo che ha registrato persino variazioni negative in alcuni frangenti della serie recente.
  4. Il Rapporto evidenzia come le grandi città metropolitane siano i veri hub emissivi del sistema produttivo. Di conseguenza, la transizione ecologica non può limitarsi a “isole pedonali centrali” o rendering di facciata, ma deve affrontare la delocalizzazione e l’impatto strutturale delle attività economiche sul territorio urbano complessivo.
  5. Il Rapporto dedica spazio alla povertà energetica (paragrafo 2.4.3) e alla persistenza di un’area di vulnerabilità economica strutturale che in Italia colpisce quasi 11 milioni di individui a rischio povertà (il 18,6% della popolazione). Inoltre, evidenzia la crescente difficoltà a stabilizzare il lavoro: più della metà delle entrate nell’occupazione tra i 35 e i 49 anni avviene ormai con contratti a termine
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CHI SA, VEDE – IL PARADOSSO SULLA MOBILITA’ SOSTENIBILE. PILLOLA DI URBANISTICA #37

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260522_092832_0000Le città funzionano davvero quando la sostenibilità non sembra una missione eroica, ma semplicemente vita urbana.

Esiste un nervo scoperto del dibattito sulla mobilità sostenibile che viene spesso rimosso: la differenza tra “sicurezza reale” e “percezione del rischio”.
Quando una pratica quotidiana viene comunicata costantemente come pericolosa, complessa e piena di precauzioni, una parte della popolazione smette semplicemente di praticarla.

E’ quello che sta accadendo in Danimarca che ha una delle migliori infrastrutture ciclabili del mondo. Eppure sta calando l’uso della bici proprio tra giovani e anziani, cioè le categorie più sensibili alla percezione sociale e alla “frizione” comportamentale (LINK).

È il principio del “Behaviour follows perception”. Se trasformi il ciclismo da gesto normale a “attività da gestire”, introduci inconsapevolmente una barriera psicologica. Accade quando inserisci casco, alta visibilità, allarmi, retorica del pericolo, iper-focus sul rischio, equipaggiamento, narrazione emergenziale. A quel punto la bici non è più un semplice “salgo e vado”, ma diventa “sto facendo qualcosa di potenzialmente rischioso”. E questo cambia completamente il comportamento sociale.

Il tema è delicatissimo perché la sicurezza conta davvero. I caschi salvano vite in certi contesti e le campagne informative nascono da motivazioni reali. Ma una delle contraddizioni delle politiche pubbliche contemporanee è che molte campagne di sicurezza ragionano come se il problema fosse solo ridurre il rischio individuale, ignorando il danno collettivo derivante dalla riduzione della pratica stessa.

È un po’ lo stesso errore che si vede in altre politiche urbane: quando una città comunica continuamente paura, controllo e rischio, finisce per svuotare l’uso spontaneo dello spazio pubblico.
Dal punto di vista urbanistico, infatti, il successo storico dell’uso della bicicletta in Olanda e Danimarca non nasceva dall’aver introdotto i caschi di protezione, ma dal fatto che le città fossero compatte, le velocità basse, la presenza di servizi di prossimità, continuità urbana e una normalizzazione sociale della bici. La sicurezza cioè era “ambientale”, non “individualizzata”. Non eri tu a proteggerti dal sistema, ma era il sistema ad essere progettato in modo che la bici apparisse normale.

Il paradosso dunque è che una mobilità progettata per essere sempre più sicura rischia, culturalmente, di apparire sempre meno naturale. E le città funzionano davvero quando la sostenibilità non sembra una missione eroica, ma semplicemente vita urbana.

 

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SPIAGGE, OSTIA: DEMOLIRE O INCAMERARE?

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260519_163156_0000Sul mare di Roma ad Ostia per anni alcuni manufatti balneari sono stati trattati come pertinenze demaniali ai fini dei canoni. Oggi però vengono demoliti come abusi edilizi privati. Un cortocircuito giuridico ed economico.

 

Da settimane sul litorale romano non si fa altro che parlare di abusi edilizi e di ruspe. Ma un manufatto può essere un abuso edilizio privato da demolire e contemporaneamente una pertinenza pubblica utile a incassare canoni maggiorati?

Dipende dalla natura stessa delle strutture balneari: se sono già entrate nella sfera dello Stato come beni pubblici o se appartengono ancora alla responsabilità del privato. Una distinzione che produce conseguenze enormi su demolizioni, canoni, responsabilità e contenziosi economici.

Il fulcro della questione risiede nell’articolo 49 del Codice della Navigazione che disciplina la cosiddetta “devoluzione”: allo scadere della concessione, le opere non amovibili realizzate dal privato sono suscettibili di devoluzione allo Stato come pertinenze demaniali.
Ed è esattamente in questo meccanismo che si inserisce il cortocircuito.

Per anni, l’amministrazione ha applicato ai concessionari canoni d’affitto parametrati sulla natura pertinenziale di quei manufatti, applicando coefficienti decisamente più onerosi rispetto alle semplici aree scoperte. Di fatto, lo Stato ha trattato quei beni come propri per incassare di più.

Tuttavia, quando oggi quegli stessi manufatti vengono colpiti da ordinanze di demolizione per abuso edilizio indirizzate al concessionario, la qualificazione giuridica si ribalta. La demolizione presuppone infatti che l’opera sia ancora un abuso riconducibile alla sfera materiale e alle tasche del privato.

Si apre così una evidente contraddizione: se il bene è già stato incamerato dalla mano pubblica come pertinenza, come può il privato essere obbligato a demolire a proprie spese un patrimonio ormai dello Stato?

Viceversa, se l’opera è un abuso privato da abbattere, su quale presupposto giuridico l’amministrazione ha preteso per anni canoni maggiorati?

Attenzione, questo non significa automaticamente che esistano crediti certi o rimborsi dovuti. Significa però che si profila l’ombra dell’indebito oggettivo ai sensi dell’articolo 2033 del Codice Civile. Il cortocircuito, infatti, riguarda proprio quei manufatti che l’amministrazione ha già censito e preteso di tassare come pertinenze. Laddove venisse dimostrato che determinati importi sono stati riscossi sulla base di una qualificazione pertinenziale smentita dagli stessi atti successivi della pubblica amministrazione, non si parlerebbe di risarcimento del danno, ma di restituzione di somme non dovute. Un’azione, quest’ultima, soggetta al termine di prescrizione ordinario decennale.

Le demolizioni in corso sul litorale romano, dunque, non smantellano soltanto cabine e ristoranti. Smantellano soprattutto la coerenza amministrativa. Abuso privato, pertinenza demaniale, bene pubblico e opera da demolire sono categorie giuridiche distinte che non possono essere sovrapposte per convenienza, senza attendersi che prima o poi il nodo venga al pettine.

Nei prossimi giorni LabUr invierà un dettagliato esposto alla procura della Corte dei Conti regionale e all’Agenzia del demanio.

Video: ️ spiegato facile in 1 minuti (LINK)

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