CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #12

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251222_150718_0000 L’Assessore alla Mobilità: Monopattini e biciclette stop alla sosta selvaggia ecco gli stalli comunali in nome di “ordine, maggior decoro e sicurezza”. Sembra più una strategia di contenimento del disordine che una politica di mobilità come servizio.

Stalli per bici e monopattini: bene, ma non basta. Disegnare stalli per bici e monopattini in sharing è una buona notizia per Roma. Significa riconoscere una cosa semplice ma fondamentale:
se un mezzo è legittimo nello spazio pubblico, deve avere uno spazio pubblico dedicato.

Il problema del parcheggio selvaggio è reale: marciapiedi occupati, disagi per pedoni, anziani, persone con disabilità.
Intervenire era necessario, ma attenzione gli stalli sono solo un pezzo del puzzle.

Se il bikesharing e la micromobilità vengono trattati solo come un problema di ordine e decoro, qualcosa non va: questi mezzi non sono nati per “essere parcheggiati bene”, ma per ridurre l’uso dell’auto nell’ultimo miglio, per rendere quindi la città più accessibile.

Il rischio è dunque fare ordine ma non mobilità.

Perché se:

si disegnano stalli
si aumentano le multe
le auto continuano a correre
le Zone 30 restano rare o simboliche

allora il conflitto nello spazio pubblico non diminuisce. Si sposta soltanto.

La vera domanda non è dove parcheggiano bici e monopattini, ma che ruolo vogliamo dare alla micromobilità nella città:

❓Trasporto?
❓Alternativa all’auto?
❓Estensione del TPL?
❓ Qualcosa da “tenere in ordine”?

Le città in cui il bikesharing funziona davvero fanno tre cose insieme:

1️⃣ Stalli
2️⃣ Zone 30 diffuse
3️⃣ Narrazione chiara: questa è mobilità, non intralcio.

Roma invece parte dal punto 1 senza 2 e 3.

L’urbanistica non è solo disegnare a terra,
è decidere chi conta di più nello spazio pubblico. Gli stalli sono una buona soluzione, ma da soli non sono una politica urbana.

#stalli #mobilitàsostenibile #roma #bikesharing #monopattini

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CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #11

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251221_113131_0000 Contare nom basta. Senza diritti, è solo controllo.

Il 26 gennaio 2026 prende l’avvio la rilevazione delle persone senza dimora, promossa da ISTAT insieme a fio.PSD. Un censimento però non è una politica pubblica. Contare, senza assumersi responsabilità, non è un’attività neutra. È una scelta politica precisa: fermarsi alla conoscenza senza trasformarla in obbligo.

In questi anni abbiamo visto troppe volte come funziona: i dati arrivano, ma le politiche restano le stesse. Emergenze al posto di soluzioni. Progetti al posto di diritti. Masoprattutto, decoro al posto di giustizia urbana.

L’espressione “decoro urbano” è diventata la parola chiave per non dire assolutamente niente. Non dice “casa”, dice “ordine”. Non dice “povertà strutturale”, dice “degrado”. Non dice “responsabilità pubblica”, dice “comportamenti da correggere”. Dentro orrenda espressione, la persona senza dimora smette di essere cittadina e diventa solo un corpo fuori posto, un problema da spostare, non una vita da sostenere.

Usare i dati del censimento per rafforzare politiche di decoro (ordinanze, allontanamenti, spostamenti forzati) significa tradire il senso stesso della rilevazione.
Quando nel dibattito pubblico invece ci si concentra sul termine decoro siate certi che il problema povertà non sarà risolto. Anzi, lo si renderà un problema intermittente, invisibile, mobile allontanandolo dallo sguardo, ma non dalla città.

I dati hanno valore solo se producono:

politiche abitative strutturali
investimenti stabili e continuativi
responsabilità chiare tra Stato, Regioni e Comuni
superamento definitivo della logica emergenziale

Altrimenti, il censimento resta una fotografia utile a chi governa il fastidio, non a chi vuole ridurre la disuguaglianza.

La città non ha bisogno di più decoro.
Ha bisogno di meno ipocrisia e più diritti.

#TuttiContano #AscanioCelestini #Istat #fiopsd #roma

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CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #10

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251219_181058_0000Abitare, città e conflitto politico: Ostia e il nodo Housing First. All’ex Colonia Vittorio Emanuele la fragilità è visibile. L’inclusione, molto meno.

Ad Ostia, nell’ex Colonia Vittorio Emanuele sul lungomare Toscanelli, è in corso il progetto “Un tetto con cura”, intervento di housing temporaneo promosso da Roma Capitale per il contrasto alla grave marginalità abitativa.

È un passo avanti rispetto ai modelli puramente emergenziali, ma dal punto di vista urbanistico solleva una questione ben più ampia: non è importante solo come si accoglie, ma dove e con quale modello di città.
La localizzazione non è mai neutra e l’ex Colonia Vittorio Emanuele III non è un luogo qualunque del Municipio X. Potremmo definirla la porta urbana per Nuova Ostia, con affaccio sul lungomare, soglia tra quartieri residenziali molto diversi, spazio pubblico e (teorici) flussi turistici.

Collocarvi una struttura di accoglienza significa attribuire a questo luogo una funzione urbana specializzata, che rischia di produrre:

concentrazione della fragilit
esposizione sociale più che integrazione
marcatura spaziale del disagio

Non tutti gli edifici sono equivalenti e non tutti sono adatti a sostenere processi di inclusione.

“Un tetto con cura” propone il c.d. abitare mediato:

permanenze temporanee
presenza continuativa di operatori
servizi concentrati nello stesso edificio

un modello che migliora le condizioni materiali rispetto ai dormitori, ma che mantiene una distanza dal sistema abitativo ordinario.
In un luogo simbolico come l’ex Colonia, questa distanza diventa anche distanza urbana.

️ HOUSING FIRST: UN MODELLO TESTATO E NON IDEOLOGICO

Housing First nasce negli Stati Uniti negli anni ’90, con l’esperienza di Pathways to Housing a New York. Non come slogan, ma come sperimentazione monitorata, supportata da dati scientifici, studi longitudinali e valutazioni comparative.
La letteratura internazionale mostra i seguenti risultati:

✅ maggiore stabilità abitativa nel tempo
✅ migliori esiti di salute e autonomia
✅ riduzione dei costi pubblici indiretti

Dal punto di vista urbanistico, Housing First lavora, rispetto a “un tetto con cura” in modo proprio opposto:

✅ alloggi ordinari
✅ dispersione nel tessuto urbano
✅ assenza di luoghi dedicati e riconoscibili

Dunque, meno eccezione e più normalità.

Nonostante i dati consolidati, la destra continua ad opporsi a questo modello e la sinistra non ha il coraggio di replicarlo. Il motivo non è tecnico, è politico e spaziale.

️ Housing First pone la casa come diritto non condizionato. Gli obiettivi dichiarato sono: ridurre il controllo istituzionale diretto, rendere la marginalità meno visibile ma più integrata e infine rompere la logica della separazione spaziale.
È un modello che chiede alla città di integrare, non di confinare. E questo mette in crisi una visione dell’ordine urbano fondata su controllo, zonizzazione implicita e distinzione tra chi “merita” e chi no. Housing First, interviene sul sistema urbano perché redistribuisce l’abitare, riduce le esternalità sociali, tratta la fragilità come parte della città, non come eccezione.

Progetti come “Un tetto con cura” rispondono invece ad un’urgenza reale, ma se restano temporanei, concentrati e localizzati in luoghi, per altro storicamente, simbolici, rischiano di produrre nuove forme di marginalità spaziale, anche quando migliorano le condizioni materiali.

La questione dunque non era se accogliere, ma
come pianificare l’abitare fragile: contenitori disponibili o infrastruttura urbana diffusa? A Roma si è scelta la prima strada.

Housing First non è solo una buona politica sociale – che ha e continua ad avere grandi risultati – ma è soprattutto un cambio di paradigma urbanistico che a Roma non siamo riusciti ad imitare.

#excoloniavittorioemanuele #ostia #MunicipioX #roma #housingfirst #tettoconcura #labur

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CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #9

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251218_142713_0000 ALBERI STRADALI: L’INVESTIMENTO PUBBLICO PIÙ SOTTOVALUTATO

Non esiste miglior uso dei fondi pubblici degli alberi lungo le strade.
Gli alberi proteggono i pedoni, riducono gli incidenti (eh sì), abbassano le temperature, assorbono acqua piovana e inquinanti, migliorano la salute, aumentano il valore delle case e delle attività commerciali.
Un solo albero maturo può raffrescare quanto 10 condizionatori accesi 24 ore su 24.

Gli alberi non sono arredo urbano:
sono infrastruttura climatica e sanitaria.

CONTINUOUS CANOPY: DUE CASI, UNA STESSA DOMANDA

Ostia – Parco del Mare – Municipio X
Il progetto prevede circa 433 palme.
Ma le palme:
❌ non creano ombra efficace
❌ non raffrescano lo spazio urbano
❌ non gestiscono l’acqua piovana
❌ non migliorano il microclima

In un’epoca di ondate di calore sempre più frequenti, questa scelta pone più domande che risposte.

Viale di Castelporziano – Infernetto, Municipio X
Qui, invece, quasi tutti i pini sono stati abbattuti.
Oggi il viale è più caldo, più esposto, più fragile.
E mentre si discute — senza una chiara comunicazione pubblica — su cosa ripiantare, manca un punto fondamentale:

non basta ripiantare ‘qualcosa’.
Serve scegliere alberi adatti alla strada, capaci di creare una chioma continua (continuous canopy), ombra, sicurezza e qualità dello spazio pubblico per i prossimi 50–70 anni.

Due contesti diversi, stesso problema: assenza di una strategia chiara di canopy continuo.

In tutto il mondo si parla di continuous canopy: filari continui di alberi veri, ombreggianti e resilienti, non soluzioni decorative o simboliche. A Roma no e nemmeno viene rispettato l’obbligo di legge di ripiantumazione entro 1 anno dall’abbattimento.

Vogliamo strade “da rendering” o strade che funzionino davvero per chi le vive ogni giorno?

Piantare alberi non è una scelta estetica.
È una scelta di clima, salute pubblica, sicurezza e futuro urbano.

(Nella foto, viale di Castelporziano com’era. Ora il deserto).

#Ostia #ParcoDelMare #Castelporziano #AlberiUrbani #Pini #Palme
#CittàVivibili #Urbanistica #CrisiClimatica #ContinuousCanopy #SpazioPubblico #Infernetto #MunicipioX #SabrinaAlfonsi #roma #verderoma #continuouscanopy #labur

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PORTO CROCIERISTICO DI FIUMICINO: RICHIESTA COMMISSIONE CONGIUNTA AD OSTIA

Screenshot_2025-12-17-15-35-19-46_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274Il Porto crocieristico di Fiumicino è una questione urbanistica di scala metropolitana. Per questo oggi si è tenuto un consiglio straordinario nel Municipio X. La Comunità Foce del Tevere ha chiesto e ottenuto l’impegno del consiglio municipale a convocare una Commissione congiunta Ambiente, Urbanistica e Lavori Pubblici al fine di verificare se sono stati effettuati studi sull’erosione e il rischio idrogeologico su sponda sinistra del Tevere, considerato che non si farà più l’argine maestro ad altezza Tor San Michele.

LabUr darà il proprio supporto tecnico alla Comunità Foce Tevere affinché il dibattito sul porto crocieristico di Fiumicino non sia ridotto ad una mera contrapposizione tra ‘sviluppo’ e tutela ambientale. Sotto il profilo meramente urbanistico, il progetto rivela una questione più profonda: la difficoltà di governare trasformazioni infrastrutturali complesse in assenza di una visione territoriale integrata.

Le critiche avanzate in questi anni hanno evidenziato nodi reali: la trasformazione sostanziale di una concessione nata per un porto turistico, l’uso della variante come strumento di adattamento incrementale, la fragilità paesaggistica e ambientale dell’area di Isola Sacra. Tuttavia, queste criticità non possono essere comprese pienamente se non vengono collocate dentro un quadro più ampio di governance urbana e di pianificazione assente.

Infrastrutture sovrapposte, pianificazione frammentata

Fiumicino rappresenta uno dei casi più evidenti di sovrapposizione infrastrutturale non governata nel contesto romano: aeroporto intercontinentale, foce fluviale, costa fragile, tessuti residenziali recenti e ora un’infrastruttura portuale di scala regionale. Questi elementi vengono affrontati attraverso procedimenti settoriali – VIA, concessioni, pareri – che valutano singole opere, ma non costruiscono un disegno complessivo.

Il Porto crocieristico, in questo senso, non è solo un progetto controverso: è il sintomo di una pianificazione che procede per addizioni successive, inseguendo opportunità economiche (anche eticamente fortemente criticabili) senza chiarire quale assetto urbano e territoriale si intenda costruire alla foce del Tevere.

Idrogeologia, foce e Passo della Sentinella

La questione idraulica e idrogeologica – che comprende gli argini del Tevere, la foce e l’area di Passo della Sentinella – è emblematica di questa ambiguità. Nei procedimenti autorizzativi esistono studi di compatibilità idraulica, ma il dibattito pubblico ha spesso sovrapposto piani diversi: rischio idraulico, demanialità, classificazione come golena, sicurezza territoriale.

Il contributo di LabUr, richiamando una recente sentenza su Passo della Sentinella in cui ha seguito l’ATP, chiarisce un punto essenziale: la qualificazione giuridica di un’area non esaurisce la valutazione urbanistica e territoriale. Un suolo può non essere golenale in senso formale e, allo stesso tempo, far parte di un sistema fragile, esposto a pressioni infrastrutturali, modifiche morfologiche e scenari di rischio legati agli eventi estremi.

In questo contesto, la foce del Tevere va letta non come un margine amministrativo, ma come un’infrastruttura naturale complessa, il cui equilibrio dipende dall’interazione tra fiume, mare, opere a terra e a mare.

La sponda sinistra: Ostia, Idroscalo, Municipio X

Un elemento rimasto spesso sullo sfondo è l’impatto sistemico dell’opera sulla sponda sinistra del Tevere, in particolare su Ostia e sull’Idroscalo. Dal punto di vista fisico, le dinamiche costiere mostrano una deriva litoranea prevalente verso nord: gli effetti diretti sulla dinamica dei sedimenti si manifestano dunque soprattutto lungo il litorale a nord della foce. Tuttavia, questo non esaurisce la questione nella sua complessità.

Le trasformazioni della foce – dragaggi, opere a mare, modifiche dell’assetto portuale – incidono sull’equilibrio morfologico e idraulico complessivo del sistema, con ricadute indirette sulla gestione del rischio, sulla vulnerabilità degli insediamenti e sulla capacità di adattamento ad eventi estremi. Ostia, in particolare l’Idroscalo, sono territori già segnati da fragilità sociali, insediative e infrastrutturali e non sono estranei a questi processi anche se non ne sono il luogo diretto di intervento.

Un unico sistema urbano, ambientale e infrastrutturale

Ostia, Idroscalo e Fiumicino costituiscono di fatto un unico sistema, per almeno tre ragioni.

1. Dal punto di vista ambientale, condividono la stessa foce fluviale e lo stesso sistema costiero: le dinamiche idrauliche, morfologiche e di rischio non si fermano ai confini comunali.

2. Dal punto di vista infrastrutturale, l’aeroporto, le reti viarie, il porto e le connessioni locali generano flussi che attraversano entrambe le sponde, incidendo su mobilità, accessibilità e pressione antropica.

3. Dal punto di vista urbano e sociale, Ostia e Idroscalo rappresentano il fronte residenziale e fragile di un sistema che concentra funzioni economiche strategiche sull’altra sponda, senza un adeguato riequilibrio in termini di servizi, investimenti e qualità urbana.

Trattare questi ambiti come realtà separate significa ignorare la natura reale del territorio e produrre decisioni parziali, incapaci di governare le esternalità anche su sponda sinistra (esternalità idrauliche e di rischio con aumento della vulnerabilità in eventi estremi; esternalità ambientali con inquinamento indiretto; esternalità infrastrutturali e di mobilità con pressione indiretta sulla rete viaria del Municipio X; esternalità urbanistiche e territoriali con rafforzamento della marginalità dell’Idroscalo e nascita della vera “porta turistica di Roma” spostata su sponda destra).

Le criticità delle critiche

Le critiche urbanistiche, solide, fino ad oggi enunciate, sono concentrate sull’iter e sui vizi procedurali, ma non hanno analizzato e costruito ancora scenari credibili e misurabili sul futuro di tutta l’area della foce e di Ostia in particolare. È ora di compiere questo passo affinché il dibattito non rimanga confinato tra ricorsi e pareri, senza affrontare la domanda centrale: che progetto urbano e territoriale si intende costruire alla foce del Tevere.

Una lezione di metodo

Il caso del porto crocieristico di Fiumicino mostra che le grandi opere non possono essere valutate come episodi isolati. Richiedono una visione di scala metropolitana, capace di integrare infrastrutture, ambiente e città. Senza questo salto di scala, il conflitto è destinato a persistere per molti altri anni e a pagarne le conseguenze saranno soprattutto i più fragili.

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OSTIOPOLI, GLI IMPREVISTI STRAPPINI NEL CAMPO LARGO – CAPITOLO 6

Ostiololi_20251216_154154_0000Sul tabellone di Ostiòpoli tira già aria di elezioni. Il count-down per le amministrative è partito, perché per i volponi della politica il 2027 è alle porte. E questo che sta per entrare è l’anno delle grandi scelte. Il “campo largo” prova a rimettere insieme i cocci. Pd e M5S, reduci da anni di governo locale più simili a una sit-com che a un’esperienza amministrativa, avrebbero trovato il loro volto del rinnovamento: Valeria Strappini, presidente Ascom, giovane, sorridente e immagine pulita.

È lei, dicono, la risposta alle stagioni imbarazzanti che hanno segnato Ostia: prima Giuliana Di Pillo, poi Mario Falconi. Due presidenze che ancora oggi fanno sudare freddo i piani alti dei partiti. Falconi, in particolare, è passato alla storia come il presidente della “Camporella”. Una vicenda che vide il suo nome sulla stampa (e non) associato al politico del X fermato in pineta dalla polizia locale, con l’auto in sosta vietata e in dolce compagnia. Da lì in poi, un crescendo. Memorabile quando, durante la conferenza stampa proprio sul Sexgate di Ostia, ammise di aver chiamato personalmente il comandante dei vigili per chiedere se fosse vero che i caschi bianchi avessero fermato… il “Presidente del Municipio”. Gelo in sala. Qualcuno dall’opposizione gli fece notare che il presidente era lui. Mancava solo la risposta: «Allora già so tutto». Roba da Scary Movie 3. Il “Leslie Nielsen di Ostia”. Impacciato ma determinato, recentemente, lo avrebbero visto anche scatenarsi in una festa privata sulle note di “YMCA” e “Sarà perché ti amo”. A confronto, i parenti di Checco Zalone a quel matrimonio con Capareza vocalist sembravano piccoli Roberto Bolle. C’è chi giura che neanche la Signora Coriandoli a Ballando si muoverebbe così male. Lui, felice tra una movenza e un “Se casca il mondo, almeno ci spostiamo”, non rinuncia alla danza con la sua giovane signora di piazza Gasparri.

L’imperativo in ambiente Pd è solo uno: voltare pagina.

Se Atene piange, Sparta non ride.

Anche perché i Cinque Stelle di uscite infelici se ne intendono. Indimenticabile il during-Covid della Di Pillo, citando Bergamo: «Volete vedere le bare sulla spiaggia di Ostia quest’estate?». O come quella volta in posa per la foto con Ferrara, Di Giovanni e l’ex assessore Ieva come i Beatles su Abbey Road per celebrare il rifacimento delle strisce pedonali davanti al Municipio. Applausi.

E allora ecco Strappini.

Secondo i rumors avrebbe già incassato l’ok della corrente dem che fa capo ad Emanuela Droghei (almeno così si vanterebbero i suoi rappresentanti sul territorio). Un “sì” sarebbe arrivato anche da una fetta dei pentastellati, quella che guarda a Paolo Ferrara, ex “badante” politico – così come fu ribattezzato allora dalla stampa locale – della Di Pillo. Il nome di Strappini non entusiasma tutti. Da quanto trapela, non convincerebbe Antonino Di Giovanni, fresco coordinatore M5S del X, che starebbe lavorando per una candidatura in proprio nel campo largo. I rapporti tra lui e Ferrara, si sa, non sono mai stati idilliaci. Coltelli sotto il tavolo.

Nel frattempo Strappini sembra aver accantonato i problemi dell’Ascom, che – raccontano – attraverserebbe una crisi identitaria tra uscite di associati storici ed elezioni imminenti. In molti si chiedono come possa rappresentare il commercio una presidente che, di fatto, non è titolare di alcuna attività: l’azienda di famiglia chiusa durante il Covid e anche l’attività di catering sarebbe stata dismessa. Il tempo, invece, lo dedica agli studi: Scienze Politiche. Casualità?

Pare stia frequentando il corso da remoto in un’università telematica. I malpensanti dicono per accelerare i tempi e arrivare puntuale con il titolo alla scadenza elettorale. Curriculum e facciata, almeno, sono salvi.

E gli altri? Non stanno a guardare. Il sottobosco si muove, le pedine avanzano. Ma per loro bisognerà aspettare il prossimo lancio di dadi.

Per ora, Ostiòpoli pesca un’altra carta. Casella: IMPREVISTI.

Certo, che confusione…

“Sarà perché ti amo”.

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CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #8

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251216_154425_0000Il “caso Mazzei” in pillole. 

Roma cambia di nuovo passo sulla gestione del Litorale con la nomina di Carlo Mazzei (130mila euro l’anno) alla guida della “Rigenerazione del Litorale e Grandi Progetti”.

Legittimo, ma chi governa oggi il mare di Roma e con quali competenze?

Quello che è certo è che il Litorale è diventato solo questione politica, da centralizzare e controllare.

Mazzei è un urbanista, con esperienza nella macchina capitolina e nel coordinamento politico-amministrativo, vicino prima a Claudio Mancini e ora a Tobia Zevi.

Nulla sa di demanio marittimo, spiagge, concessioni balneari o gestione costiera.

Siamo passati da una gestione tecnico procedurale (e fallimentare) di Tommaso Antonucci, ad una gestione prettamente politico-fiduciaria. Non è un salto di livello: è una scelta di campo su un terreno ad altissimo rischio tra concessioni scadute, contenziosi, indagini giudiziarie, opacità amministrative, infiltrazioni criminali e pressioni di ogni tipo.

Dunque, a tutti questi problemi, l’amministrazione Gualtieri, in piena campagna elettorale, risponde con più controllo politico. Ma quando la competenza tecnica arretra, aumentano i ricorsi, si indeboliscono gli atti e cresce la distanza tra decisioni e territorio.

⛱️ Il mare è un bene comune e governarlo senza competenze significa spostare il problema, non risolverlo. Il suo futuro chi lo decide? I cittadini, gli interessi economici o i palazzi della politica?

Troppa politica in un settore ad alto rischio che avrebbe bisogno di una direzione tecnica indipendente e non permeabile in discontinuità col passato. La gestione del demanio marittimo richiede conoscenze giuridiche e procedurali altamente specialistiche, non di uno sherpa correntizio di palazzo. Perché si tratta di un ambito storicamente esposto a rendite e interessi forti, dove servono regole chiare, procedure aperte, controllo diffuso, non una nuova catena di comando in perenne gestione emergenziale con poca partecipazione, poca trasparenza e molta verticalità.

Ostia è un pezzo di città che chiede trasparenza, competenza e partecipazione, non l’ennesimo incarico fiduciario.

 

#labur #romacapitale #marediroma #MunicipioX #RobertoGualtieri #TobiaZevi #ostia #ostiabeach #demaniomarittimo

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Infernetto, le strade fantasma: come un consorzio “sciolto” da 40 anni tiene chiuse due vie pubbliche di Roma

Screenshot_2025-12-15-16-32-52-18_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274Via Pinzolo e via Preore, Municipio Roma X. Strade pubbliche sulla carta, private nei fatti. Da quasi vent’anni una sbarra nega il passaggio. Chi doveva rimuoverla lo sapeva. E non l’ha fatto.

Una sbarra su una strada pubblica

All’Infernetto, Municipio Roma X, via Pinzolo è una strada pubblica. Lo dicono gli atti urbanistici del Comune di Roma, lo conferma il Programma Integrato (PRINT) n. 5 “Infernetto”, lo certifica la Polizia Locale.

Eppure da anni è chiusa da una sbarra che impedisce l’accesso anche a via Preore, anch’essa viabilità pubblica di quartiere. Chi ha messo quella sbarra? Chi la mantiene? E soprattutto: perché nessuno l’ha mai rimossa?

Il consorzio che non doveva più esistere

La chiusura delle strade viene attribuita al sedicente Consorzio “La Pinetina”, nato nel 1975 come Consorzio Volontario di Ristrutturazione Urbanistica e Lottizzazione. Un consorzio con uno scopo preciso: urbanizzare e poi consegnare le opere pubbliche al Comune.

Secondo una relazione tecnica d’ufficio depositata al Tribunale Ordinario di Roma (RG 74563/2021), quel consorzio: “ha raggiunto il proprio scopo già nel 1985 e non avrebbe avuto più motivo di esistere”. Quarant’anni fa.

Eppure il Consorzio ha continuato ad agire come se nulla fosse, gestendo strade che non gli appartenevano, fino alla recente “trasformazione” in Condominio “La Pinetina”, avvenuta il 4 giugno 2025. Una trasformazione che, per stessa ammissione dell’amministratore, è solo formale: stessa gestione, stessi poteri, stesso controllo sulle strade.

Strade pubbliche diventate “private” senza titolo

Qui il punto è cruciale. Via Pinzolo e via Preore non risulterebbero mai state di proprietà del consorzio. In alcuni atti di compravendita degli immobili interni alla lottizzazione non esiste alcuna comproprietà stradale. Negli atti urbanistici del Comune di Roma:

  • il Consorzio non compare;
  • le strade risultano pubbliche;
  • la viabilità deve essere continua e aperta.

Quindi, con quale titolo quelle strade sono state chiuse? Risposta: nessuno.

La Polizia Locale lo dice chiaramente (dal 2007)

Il 4 giugno 2007 la Polizia Locale di Roma Capitale accerta l’abuso. In data 11 luglio 2024 lo ribadisce per iscritto, nero su bianco, al Municipio Roma X: “La sbarra è abusiva. Si invita ad un intervento in danno per la rimozione forzosa e il ripristino dello stato dei luoghi. Considerata la lunga inerzia, l’intervento è urgente”.
Diciassette anni dopo il primo accertamento, la sbarra è ancora lì.

Il silenzio dell’amministrazione

Il Direttore Tecnico del Municipio Roma X, ripetutamente sollecitato, non risponde. Nessun atto. Nessuna rimozione. Nessuna spiegazione pubblica. E intanto una strada pubblica resta chiusa. Con buona pace di cittadini, sicurezza, accessi, emergenze.

Da consorzio a condominio: l’operazione che “ripulisce” l’abuso

Nel 2025 il colpo di scena: il Consorzio “La Pinetina” si scioglie e rinasce come Condominio. Ma attenzione: un condominio può avere solo beni privati comuni. Se le strade sono pubbliche, non possono diventare proprietà condominiale per semplice delibera degli ex Consorziati che le avrebbero dovute cedere!

Eppure è ciò che è avvenuto: beni pubblici “assorbiti” nel patrimonio condominiale, senza titolo, senza atto di cessione, senza trascrizione valida. Un’operazione che solleva una domanda pesante: non siamo davanti a un’occupazione abusiva di suolo pubblico protratta nel tempo, con danno erariale?

Le responsabilità che nessuno vuole vedere

Qui non si parla di una sbarra qualunque. Si parla di: interdizione della pubblica viabilità; abuso edilizio su bene demaniale; inerzia amministrativa documentata; possibili responsabilità contabili per mancato intervento.

E di un precedente pericoloso: se passa questo principio, chiunque può chiudere una strada pubblica e poi “sanarla” col tempo.

Dunque, chi doveva intervenire lo sapeva. Chi poteva rimuovere la sbarra poteva farlo. Chi oggi tace continua a coprire una situazione illegittima. Allora la domanda non è più se la sbarra sia abusiva. La domanda è: perché, dopo 17 anni, dal 2007, è ancora lì?

 

 

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CHI SA VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #7

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251215_091445_0000Parco del Mare: un progetto non è pianificazione. Bandito e aggiudicato come intervento di riqualificazione dello spazio pubblico, produce effetti urbanistici rilevanti su usi, funzioni, flussi e valore del fronte mare.

La sua “calata dall’alto” avviene in assenza dell’approvazione del Piano di Utilizzazione degli Arenili, che dovrebbe costituire il quadro di riferimento per qualunque trasformazione del Lungomare di Ostia di Roma Capitale.

È un’inversione dell’ordine della pianificazione: prima il progetto, poi (forse) il piano.

️ La Conferenza di Servizi, come sede principale di decisione, ha ridotto il confronto urbano ad un procedimento autorizzativo. Non è uno strumento di partecipazione né un luogo in cui si definisce il modello urbano: raccoglie solo pareri tecnici e prescrizioni. Quindi, molte osservazioni – sul rapporto città–mare, sugli effetti sociali e spaziali dell’intervento, sulle questioni ambientali – pur fondate, non possono incidere realmente sul procedimento e finiscono per diventare merce di scambio in campagna elettorale (con pochi, tra pochi).

️️Restano due temi totalmente assenti, anche dal dibattito pubblico: la frammentazione della governance e i costi di gestione e manutenzione. Un’infrastruttura pubblica lineare complessa richiede risorse stabili nel tempo e una regia unitaria. In assenza di un quadro pianificatorio e gestionale esplicito, è certo che si produrranno solo spazi difficili da governare, destinati al degrado e ad una progressiva esternalizzazione della gestione.

Il nodo non è il ‘disegno’ – e nemmeno la botanica, i parcheggi o la doppia carreggiata ecc. – ma il metodo: un progetto non può sostituirsi alla pianificazione che manca, soprattutto in un contesto urbano frammentato come Ostia.

#LabUr #urbanistica #pianificazione #ParcodelMare #Ostia #MunicipioX #arenili #PUA #RomaCapitale #marediroma #governanceurbana #spaziopubblico #manutenzione #progettourbano

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Per saperne di più:  LINK 1,  LINK 2

 

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CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #6

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251214_025734_0000Il Ponte dell’Industria, costruito negli anni Sessanta dell’Ottocento, è una delle prime infrastrutture della Roma moderna. Nato come ponte metallico funzionale al sistema industriale e portuale dell’Ostiense, non è mai stato un monumento, ma un dispositivo produttivo. Il suo nome non celebra un valore: descrive una funzione. Ed è proprio questa precisione storica che è stata messa in discussione.

Gli aspetti che ci appaiono i più gravi:

 

1) urbanisticamente si tratta di una rottura della continuità tra forma urbana e significato storico rendendo di fatto la città illegibile. Una città che non si lascia leggere non si può governare, solo raccontare e ogni spazio può diventare qualsiasi cosa, a seconda della convenienza politica del momento, rompendo il rapporto tra spazio e memoria e la città diventa solo un manifesto.

 

2) In una Repubblica che si definisce “fondata sul lavoro”, cancellare di fatto simbolicamente la parola “industria” dallo spazio urbano non è un dettaglio toponomastico, è una scelta culturale. Il Ponte dell’Industria era uno dei rarissimi luoghi in cui Roma nominava senza filtri la propria modernità produttiva. Aggiungere il nome e la statua di un Santo, dunque un simbolo spirituale, significa arretrare dall’alfabeto repubblicano a un immaginario pre-politico, dove i valori morali prendono il posto dei rapporti sociali reali.

 

3) Che questa scelta avvenga sotto un sindaco del Partito democratico, storico ed economista come Roberto Gualtieri, rende la contraddizione ancora più netta. Per anni Gualtieri ha parlato di lavoro, di città produttiva, di superamento della Roma cartolina. Poi, nel momento in cui la città poteva raccontare se stessa attraverso la sua infrastruttura più onesta, sceglie la metafora invece della storia, il santo invece del lavoro. Non è ingenuità: è rinuncia.

 

4) Il fatto che su questa operazione convergano centrosinistra e destra dice tutto. Quando tutti possono dirsi d’accordo davanti a un santo, significa che il lavoro non divide più, perché non viene più nominato. È così che una Repubblica “fondata sul lavoro” finisce per assomigliare di nuovo a un Paese di simboli rassicuranti: non più santi, poeti e navigatori per decreto, ma santi per mancanza di coraggio politico.

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