Il Sindaco Gualtieri parla di “Modello Roma” dopo il successo del concerto di Ultimo (LINK). Ma una città si misura dalla capacità di organizzare un evento straordinario o dalla qualità della trasformazione urbana che quell’evento lascia in eredità? Il successo organizzativo di un evento è un fatto. Il successo di una trasformazione urbana è una valutazione. Confondere i due piani significa confondere la governance con l’urbanistica.
Dopo venticinque anni di progetti, promesse e grandi eventi, quale funzione urbana permanente ha assunto Tor Vergata?
Un ponte non è buono perché un giorno ha retto cento camion. È buono perché li regge tutti i giorni, con margini di sicurezza, senza mandare in crisi il resto della rete.
Lo stesso vale per una città.
Il concerto di Ultimo a Tor Vergata è stato un evento straordinario: circa 250.000 spettatori, una macchina organizzativa imponente, un forte valore simbolico per un artista romano che ha scelto una periferia romana per un concerto da record.
Il Sindaco parla di “Modello Roma” di Bettiniana memoria, che richiama la stagione amministrativa di Francesco Rutelli e Walter Veltroni (1993-2008), fondata sulla proiezione internazionale della Capitale, sui grandi eventi, sulle nuove centralità urbane e sul Piano Regolatore del 2008. Una stagione caratterizzata dalla progressiva sostituzione della pianificazione pubblica con l’urbanistica contrattata, dall’affermazione della città-evento come strumento di governo urbano, dalla difficoltà delle nuove centralità a trasformarsi in autentici pezzi di città, dalla crescente subordinazione dell’interesse pubblico alle logiche della valorizzazione immobiliare e del marketing urbano.
Fa sorridere dunque che il “Modello Roma” venga oggi richiamato proprio a Tor Vergata, uno dei luoghi simbolo di quella stagione urbanistica.
Al Sindaco Gualtieri ricordiamo che programmazione, coordinamento, collaborazione tra istituzioni e organizzatori sono un modello organizzativo e quindi non può essere assunto come prova del successo di una trasformazione urbana. Non dimostra automaticamente che un luogo è pronto per diventare un’infrastruttura permanente per i grandi eventi.
Non è un caso isolato. L’appello “Per chi è Roma?”, firmato da docenti e ricercatori (Celata, Gainsforth, Campailla), denuncia la stessa logica su altri fronti — dagli ex Mercati Generali al deposito Ama della Montagnola: “Roma non può continuare a essere progettata per attrarre capitali, turisti e investitori”. La domanda che poniamo su Tor Vergata è la stessa che oggi si pone, su altri terreni, buona parte del dibattito urbanistico romano (LINK).
La Vela di Calatrava non è un luogo qualunque per Roma. È una delle grandi incompiute urbanistiche della Capitale (LINK). In estrema sintesi, il progetto della Città dello Sport nasce nel 2005, sotto l’amministrazione Veltroni, con un costo iniziale previsto di circa 60 milioni di euro, diventati 120 già all’assegnazione dei lavori e poi cresciuti fino a 660 milioni. L’opera, pensata per i Mondiali di Nuoto del 2009, non venne completata in tempo e l’evento fu spostato al Foro Italico (LINK)
Da allora, quell’area è stata continuamente attraversata da promesse di rifunzionalizzazione (LINK): Mondiali, Olimpiadi, Expo, Giubileo, Città della Conoscenza, grandi eventi. Cambia ogni volta la funzione annunciata (LINK), ma quale ruolo stabile ha questo luogo nella città?
Per il Giubileo 2025 l’area è stata oggetto di un intervento di riqualificazione (LINK). Roma Capitale parla di 80 milioni di euro di investimento per il recupero della Città dello Sport, l’Agenzia del Demanio descrive l’obiettivo come una nuova centralità metropolitana, una “Green City per la salute, la ricerca e la formazione”. Quello che di è visto, sul piano infrastrutturale, è il nuovo ponte sopra l’A1, utile a migliorare l’accessibilità dell’area, dell’Ateneo e del Policlinico (LINK). È un’opera importante, certo, ma il ponte, per definizione, migliora l’accessibilità. Non definisce, da solo, una centralità urbana e non basta a trasformare una grande spianata in un’infrastruttura capace di sostenere stabilmente flussi da centinaia di migliaia di persone.
La Vela non instagrammabile
Un dettaglio colpisce osservando le immagini degli eventi: la vela non c’è mai. Si parla continuamente della “Vela di Calatrava”, ma né il Giubileo dei Giovani né il concerto di Ultimo si sono svolti nella Vela. Entrambi hanno utilizzato la grande spianata antistante, già scelta nel 2000 per la Giornata Mondiale della Gioventù.
La Vela è diventata il simbolo della narrazione scritta nei comunicati, mentre la spianata è il luogo reale degli eventi. È la differenza che passa tra il valore iconico di un’opera sparita dai radar e la funzione effettiva di uno spazio.
Il nodo politico
Secondo l’Assessore ai Grandi Eventi di Roma Capitale, Alessandro Onorato, il “Modello Roma” funziona: oltre 650.000 euro corrisposti dagli organizzatori per i servizi pubblici, oltre 2 milioni di euro di imposta di soggiorno e un indotto stimato superiore ai 90 milioni (LINK). Si tratta di numeri stimati dagli organizzatori” (Vivo Concerti), non da un ente terzo indipendente. Anche se quei 90 milioni fossero metodologicamente corretti, resterebbe aperta la domanda più importante: l’indotto economico basta a valutare la qualità di una scelta?
Matteo Scarlino, su RomaToday, ha posto il problema da un’altra prospettiva (LINK): il dispositivo straordinario ha concentrato risorse pubbliche e organizzative su un solo punto della città, con circa mille agenti della Polizia Locale, personale ATAC, AMA, sicurezza, sanità, Protezione Civile e inevitabili effetti sul funzionamento ordinario nei giorni successivi. Ha richiamato inoltre le criticità dell’area del Policlinico Tor Vergata, tra viabilità, parcheggi e accessibilità.
La coperta corta
Roma sa gestire lo straordinario. Lo ha dimostrato con il Giubileo dei Giovani, con circa un milione di partecipanti da 146 Paesi, e lo ha dimostrato con il concerto di Ultimo. Ma governare l’eccezione non significa automaticamente saper governare la città.
L’OCSE, nelle raccomandazioni sui grandi eventi e lo sviluppo locale (LINK), invita a valutare non solo gli impatti economici, ma anche quelli sociali, ambientali, la governance, la trasparenza, la capacità istituzionale e soprattutto la legacy, cioè ciò che l’evento lascia stabilmente al territorio e al benessere dei cittadini.
Ed è proprio qui che le parole del Sindaco Roberto Gualtieri diventano significative. Durante il concerto ha scritto sui social che, dopo il Giubileo, “le infrastrutture, le competenze e il metodo di collaborazione costruiti in questi anni continuano a lasciare un’eredità concreta per la città” (LINK).
Se l’eredità riguarda le competenze organizzative e il coordinamento istituzionale, è difficile negarne il valore. Se invece riguarda le infrastrutture urbane, la valutazione non è rosea.
Una città non è più forte solo quando riesce a organizzare un evento eccezionale, ma quando quell’evento non deve supplire, ogni volta, a ciò che manca nella normalità.
La lezione di Edoardo Salzano e Paolo Berdini
L’urbanistica non serve a inseguire l’evento. Serve a costruire la città che rimane quando l’evento finisce.
Le Vele di Calatrava raccontano una storia lunga venticinque anni. Non la storia di un concerto, ma quella di una città che continua a cercare negli eventi la funzione di un luogo che la pianificazione non è ancora riuscita a definire compiutamente. Forse è proprio qui che si misura la differenza tra la città dell’evento e la città dei cittadini.
Perché il palco si smonta. La città resta, con tutti i suoi problemi… Linea G compresa.
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LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche.









