ROMA: CITTÀ PUBBLICA VS CITTÀ PRIVATA

Nero Oro Gala Invito_20260119_142911_0000Questo Dossier utilizza esclusivamente dati ufficiali prodotti da Roma Capitale (Ufficio Statistica, Dipartimenti tecnici), ISPRA–SNPA e ISTAT. Le superfici e le categorie sono ricostruite tramite classificazioni istituzionali (suolo consumato, edificato, infrastrutture) e rielaborate in chiave urbanistica.

Tre i livelli, spesso confusi nel dibattito pubblico:

  • proprietà: chi detiene formalmente lo spazio;
  • gestione/manutenzione: chi lo mantiene, lo usa e ne sostiene i costi;
  • governance: politiche e strumenti pubblici che coordinano trasformazioni e manutenzione.

L’obiettivo non è produrre un paper accademico, ma offrire un’interpretazione urbanistica fondata e verificabile della relazione strutturale tra città pubblica e città privata.

CAPITOLO 1 — LA CITTÀ PUBBLICA CHE NON BASTA PIÙ

A Roma esiste una rimozione strutturale che attraversa l’urbanistica, la politica e il dibattito pubblico: la città viene raccontata come se fosse prevalentemente “pubblica”, mentre nella realtà quotidiana è una città massicciamente privata, frammentata e scarsamente governata. È una questione di numeri, di suolo, di gestione.

Screenshot_2026-01-19-14-19-59-66_40deb401b9ffe8e1df2f1cc5ba480b12Secondo i dati ambientali ufficiali, il territorio di Roma Capitale misura circa 1.287 km². Di questi, circa il 25% risulta “suolo consumato”: oltre 316 km² di città artificiale. Dentro questa superficie si concentrano edifici, strade, piazzali, parcheggi, infrastrutture. Emerge quindi il primo dato chiave: la città “costruita” non coincide affatto con la città “pubblica”. Gli edifici occupano circa 8.600 ettari. Questa quota è in larghissima parte proprietà privata e in modo prevalente condominiale: edilizia plurifamiliare costruita tra gli anni ’50 e ’80, spesso ad alta densità, con centinaia di migliaia di unità immobiliari frammentate tra proprietari diversi. È la vera ossatura abitativa di Roma.
Le strade, formalmente, occupano circa 6.500 ettari. Ma qui la statistica inganna.
A Roma esistono infatti tre tipi di strade che vengono abitualmente sommate come se fossero la stessa cosa, ma non lo sono. La prima categoria è quella delle strade comunali effettivamente manutenute: carreggiate, marciapiedi, illuminazione, sicurezza. Sono meno di quanto si immagini e assorbono quasi tutte le risorse disponibili per la manutenzione urbana. La seconda categoria – enorme e sistematicamente rimossa – è quella delle strade a patrimonio comunale ma non prese in carico. Strade nate da piani di lottizzazione, convenzioni urbanistiche mai concluse, opere non collaudate o incomplete. Sulla carta sono pubbliche, ma nei fatti non lo sono: il Comune non le manutiene, non le mette in sicurezza e non le riconosce come infrastruttura pienamente funzionante. Per i residenti questo significa vivere su una “strada pubblica” che non gode di nessuna tutela pubblica. La terza categoria è quella delle strade private ad uso pubblico: proprietà di consorzi o condomini, percorse quotidianamente da tutti, senza che esista una responsabilità chiara sulla gestione. Spazi pubblici di fatto, privati di diritto, governati dall’abbandono.

Dunque, la superficie “pubblica” è sovrastimata nei dati ufficiali, la quota di città che funziona grazie a gestione privata (condomini, consorzi, autogestione) è molto più alta di quanto risulti e il confine pubblico/privato è amministrativamente rotto. A Roma una parte rilevante della rete stradale non è città pubblica in senso operativo, anche se lo è in senso patrimoniale. E questo fa sì che il peso della gestione urbana ricada ancora di più sulla città privata.

A questa ambiguità si aggiunge un’altra superficie enorme – oltre 12.000 ettari – di aree impermeabilizzate miste: parcheggi, piazzali, cortili, spazi di pertinenza. Anche qui, una quota enorme è privata, ma incide direttamente sulla vita collettiva: traffico, sicurezza, accessibilità, degrado, manutenzione. Se si tiene conto di tutto questo, la distinzione classica tra “città pubblica” e “città privata” salta. Roma di fatto funziona come una città ibrida, dove una massa enorme di spazio e di popolazione vive in ambiti privati che producono effetti pubblici continui, senza essere governati come tali.

Il punto più dolente è che l’urbanistica romana non ha mai affrontato questa realtà. Ha pianificato volumi, indici, destinazioni d’uso, ma non ha mai pianificato la gestione nel tempo della città che stava producendo: nessuna politica strutturale sui condomini come infrastruttura urbana, nessuna riflessione sulla sostenibilità dei costi di manutenzione, nessun coordinamento tra amministrazione pubblica e amministrazioni condominiali.
Il risultato è una città in cui il pubblico rincorre gli effetti senza governarne le cause. Si rifà una strada, ma si ignora l’edificio che la degrada. Si investe nello spazio pubblico, ma si lascia crollare la capacità privata di sostenerlo. Insomma, si parla di decoro, sicurezza, coesione, senza guardare dove queste cose si producono o si distruggono ogni giorno, cioè nei condomini.

Affermare che una quota enorme – prudenzialmente oltre il 40% della città costruita – è gestita privatamente non è una forzatura. È una constatazione. Sostenere che questa gestione privata incide pesantemente sul pubblico è persino riduttivo perché di fatto lo determina. Finché Roma continuerà a essere governata come se fosse una città pubblica compatta quando è una città privata frammentata, ogni politica urbana resterà parziale, emergenziale ed inefficace. Non è una questione tecnica. È una questione politica ed è il grande non detto dell’urbanistica romana.

 

CAPITOLO 2 — I CONDOMINI: L’INFRASTRUTTURA INVISIBILE

Oltre l’80% dei romani vive in edifici plurifamiliari. Gran parte di questi edifici sono stati costruiti tra gli anni ’50 e ’90, quando l’edilizia privata ha plasmato interi quadranti della città in assenza di un coordinamento vero con le politiche pubbliche. Lo spazio condominiale – cortili, autorimesse, spazi comuni, rampe, recinzioni, viabilità interna – non è classificato come “infrastruttura”, ma svolge funzioni infrastrutturali a tutti gli effetti. Vediamo quali sono.

Funzione 1: Mobilità e sosta

Nella Roma di oggi la gestione condominiale determina:
– quante auto restano in strada
– quante invadono marciapiedi e piazze
– dove si crea congestione
– come si forma (o si evita) il degrado ai bordi dei quartieri

Un condominio mal gestito non resta un problema privato: scarica costi sul pubblico. Un condominio ben gestito “scarica” meno auto sulla strada pubblica.

Funzione 2: Sicurezza urbana

Illuminazione, cancelli, spazi interni abbandonati, recinzioni rotte, vegetazione non curata cambiano la percezione e la realtà della sicurezza anche fuori dal perimetro privato. Roma investe milioni per migliorare la sicurezza su strada, ma ignora completamente la sicurezza generata (o degradata) dal tessuto condominiale a ridosso della strada.

Funzione 3: Gestione delle acque e rischio idraulico

Cortili asfaltati, rampe impermeabili, parcheggi interrati e superfici cementizie non drenanti contribuiscono al problema delle alluvioni urbane tanto quanto la mancata manutenzione dei tombini. Se, come abbiamo scritto, il 40% della città costruita è privata e impermeabile, non puoi fare idraulica urbana senza il privato.

Funzione 4: Costi sociali e fragilità economica

Il condominio è anche un indicatore sociale potentissimo. Lo si vede chiaramente da alcuni indicatori:
– manutenzione rinviata = degrado urbano
– morosità condominiale = aumento del carico sui servizi sociali
– assenza di risorse = impossibilità di interventi energetici o strutturali
– decisioni frammentate = incapacità di rispondere alle emergenze

Funzione 5: Architettura e decoro urbano

La qualità della strada pubblica dipende dalla qualità del fronte privato. È inutile rifare i marciapiedi se il fronte condominiale è degradato, i balconi cadono o i giardini interni diventano discariche. Insomma, Roma investe sullo spazio pubblico, ma lo spazio pubblico è un effetto ottico del privato.

Funzione 6: Contesto urbanistico e servizi

La presenza di cortili condominiali inaccessibili, aree private inutilizzate, reti interne obsolete influisce su:

– accessibilità ai servizi
– percorsi pedonali
– piazze di quartiere
– quartieri 15-minuti

Una città con enormi spazi privati mal gestiti non può diventare una città di prossimità.

CONCLUSIONI

Le grandi città europee affrontano la città privata come parte integrante della governance urbana. Se dovessimo prendere a paragone quelle che piacciono al Sindaco Roberto Gualtieri, potemmo schematizzare così:

– Parigi: la copropriété è regolata e monitorata; esistono strumenti pubblici di intervento sugli edifici degradati.
– Madrid: le politiche di “rehabilitación integral” integrano riqualificazione degli edifici privati e spazio pubblico.
– Barcellona: la gestione degli isolati e dei “patios de manzana” è urbanistica, non solo privata.
– Berlino: una quota significativa dello stock residenziale è soggetta a vincoli e strumenti pubblici di qualità urbana.
– Amsterdam: lo spazio privato è trattato come “bene urbano comune”, con forti obblighi di manutenzione.

Roma è l’eccezione europea: governa lo spazio pubblico, ma lascia fuori dal suo campo visivo la città privata che ne determina qualità, sicurezza, manutenzione e costi. Nelle altre capitali europee la città privata è parte integrante della governance urbana. A Roma invece la relazione si interrompe appena viene rilasciato il titolo edilizio: gli oneri concessori infatti regolano la nascita degli edifici, ma non la loro vita e finiscono nel bilancio ordinario disperdendosi. Quello che succede dopo – manutenzione, degrado, trasformazioni, fragilità sociali – resta fuori da qualsiasi politica pubblica.
Siamo cioè di fronte ad una governance ex ante e lì si ferma. 

Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. La città pubblica paga il prezzo degli squilibri prodotti dal privato. Succede ogni giorno, in forme molto semplici da capire:

– quando un cortile privato non gestisce correttamente l’acqua piovana, lo sversamento finisce sulla strada pubblica e la danneggia: buche, pozzanghere, gelo, pericoli per pedoni e auto.
– quando un parcheggio interrato cambia illegalmente destinazione d’uso e diventa magazzino o (peggio) abitazione, si perdono posti auto, aumenta la pressione sulla sosta pubblica e peggiora la vivibilità del quartiere.

Sono esempi minimi ma chiarissimi: la città privata degrada la città pubblica quando nessuno la governa.

La vicenda ERP–ENASARCO esplosa in questi giorni mostra lo stesso schema su scala maggiore: un patrimonio privato costruito decenni fa, mai inserito in una governance urbana stabile, che ora scarica sul territorio fragilità economiche, sociali e infrastrutturali.
Quando il privato collassa, è il pubblico a dover tamponare. Ed è esattamente il modello che Roma non può più permettersi.
Se Roma vuole ‘funzionare’, deve includere la città privata nelle sue politiche urbane, integrarla nella manutenzione programmata e trattare i condomini come una parte reale della macchina della città, cioè cambiare una volta per tutte il governo della città.

Roma è Patrimonio UNESCO, “Caput Mundi”, ma lo è solo dove sopravvive la città delle rovine antiche. La città contemporanea invece è rovinosamente in degrado.
O Roma decide di guardare finalmente tutta la città – pubblica e privata – oppure continuerà a essere capitale solo del proprio passato, incapace di governare il proprio presente.

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SCAVI DI OSTIA ANTICA: LA POSTURA ISTITUZIONALE DI UN DIRETTORE

Screenshot_2026-01-17-14-41-40-54_99c04817c0de5652397fc8b56c3b3817Un Parco non è un brand: è una garanzia pubblica. Tra eventi politici, promozione selettiva e silenzi sulla città reale, il Parco rischia di perdere il proprio ruolo istituzionale.

Il Parco archeologico di Ostia Antica è uno dei luoghi più importanti della storia italiana. È un bene dello Stato, non di un territorio. La sua missione è chiara: tutelare, studiare, rendere fruibile un patrimonio unico e svolgere una funzione di presidio culturale in un’area – il Municipio X – dove pressioni urbanistiche, fragilità sociali e interessi consolidati convivono da decenni.

In un territorio così delicato, la figura del Direttore non è mai neutra. È un ruolo istituzionale che richiede misura, equidistanza e consapevolezza del contesto. Quale modello di direzione ha adottato il Parco negli ultimi anni? Vediamolo per punti.

1. Partecipazione a eventi politicamente connotati
Il Direttore Alessandro D’Alessio appare con grande frequenza in iniziative pubbliche con chiara connotazione politica: eventi dedicati alla “valorizzazione del litorale”, alla “identità del territorio”, al “rilancio turistico”, a progetti come il “Giubileo del Mare”, a DMO, Pro Loco e circuiti associativi che sono, di fatto, strutture a nomina politica. Partecipare non è il problema. È fisiologico che ci siano momenti di dialogo tra istituzioni e territorio. Il punto è un altro.

2. Una valorizzazione che resta confinata al Parco
In tutti questi contesti il Direttore interviene quasi esclusivamente come Direttore del Parco: illustra progetti interni, numeri, risultati, attività culturali, iniziative specifiche. Non affronta mai, nemmeno genericamente, ciò che accade oltre il perimetro del Parco. Eppure la “valorizzazione del territorio”, ai sensi del Ministero che rappresenta, è anche responsabilità culturale, visione, capacità di orientare il dibattito pubblico, soprattutto nei territori fragili come il Municipio X.

3. I siti fuori perimetro: non competenza, ma responsabilità culturale
È vero che molti dei luoghi più delicati del Municipio X sotto il profilo archeologico (si pensi alla Villa di Plinio, il quartiere Caltagirone ecc.) non ricadono nelle competenze dirette del Parco archeologico di Ostia Antica. Ma questa verità amministrativa non può diventare un alibi culturale. Il Direttore di un Parco archeologico statale non è il guardiano di un recinto, ma un rappresentante del Ministero della Cultura in un territorio per altro complesso. Essere responsabili della “valorizzazione” significa anche essere presenti, almeno con la parola, dove la tutela è più fragile. E invece, su questi fronti, domina il silenzio tombale.

4. Silenzi significativi e presenze selettive
Il Direttore si presta a raccontare il territorio negli eventi politici, ma non dice nulla quando il territorio subisce compromissioni culturali evidenti. Mai una presa di posizione, nemmeno di principio, sui resti archeologici inglobati nel cemento ad esempio a Malafede. Nessuna riflessione pubblica sulla condizione della Villa di Plinio, né sull’archeologia diffusa e minacciata da interventi edilizi. Nulla nei momenti in cui la tutela si confronta con la rendita. Insomma, la sua funzione pubblica è esercitata dove non c’è conflitto e mai dove servirebbe.

5. Le apparizioni istituzionali: il problema della misura
Un Direttore deve essere prudente nel prestare la propria presenza ad iniziative politiche. Il caso dell’8 marzo 2022 è invece emblematico: la dedica della sala multimediale della Biblioteca di Ostia Antica a Raissa Calza (storica studiosa di Odessa) avviene in un contesto politicamente marcato, nel pieno della narrazione geopolitica sulla guerra in Ucraina. È un atto simbolico che coinvolge un dirigente dello Stato in una cornice che esula dalla tutela del sito e che ha trasformato l’istituzione in un contenitore politico.

6. Il caso Castello Giulio II: l’asimmetria
Arriviamo ai giorni nostri. Il Castello Giulio II è un bene statale con accesso tradizionalmente molto regolato. Per associazioni, cittadini, realtà culturali, ottenerne l’uso è estremamente difficile. Eppure lo stesso Castello compare come sede di eventi politicamente connotati ai quali il Direttore partecipa. Una disponibilità che non sembra valere per tutti. Non è in discussione la legalità delle concessioni, ma l’asimmetria evidente: alcune iniziative ottengono accesso privilegiato a spazi statali quando il Direttore è coinvolto. È il caso, ad esempio, dell’evento previsto il prossimo 19 gennaio dal titolo “La voce del terzo settore”.

7. La DMO “H2O Tevere Mare”: un tema di trasparenza
La DMO H2O Tevere Mare non è un organismo neutrale: è una struttura di promozione territoriale pubblico-privata con genealogia politica chiara e un numero vastissimo di enti coinvolti.
È noto che il Direttore del Parco ne sia parte attiva. Però, quando un dirigente del Ministero della Cultura siede in un organismo politico-territoriale esterno al Ministero, la trasparenza su ruoli, funzioni e compatibilità non è un optional.

8. Nomina e riconferma: il modello D’Alessio piace a tutti i governi
Il Direttore è stato nominato quando Dario Franceschini era Ministro della Cultura e poi riconfermato dall’attuale Governo Meloni. Questo ci dice una cosa molto chiara e cioè che il modello D’Alessio piace a tutti: molto visibile, poco conflittuale, altamente spendibile sul piano territoriale. Siamo quindi davanti ad una questione sistemica, non individuale e francamente anche molto criticabile.

9. Il confronto nazionale
Se paragoniamo il modello D’Alessio con quello di altri Parchi, saltano all’occhio vistose differenze. Il Direttore del Parco del Colosseo mantiene un profilo tecnico-istituzionale rigoroso, quello di Ercolano lavora in chiave manageriale con governance chiara e senza esposizione politica. Appia Antica invece sperimenta tutela diffusa intervenendo anche nel rapporto fra archeologia e città.
Ostia Antica no: segue un modello che potremmo definire di visibilità selettiva, centrato sul Parco, privo di una voce pubblica sulla tutela diffusa e dove si privilegiano eventi sicuri, visibilità, marketing di territorio a basso rischio, relazioni utili ed evitando tutto ciò che sarebbe necessario: i nodi della tutela, i conflitti con la rendita, le questioni culturali più delicate del Municipio X. Insomma, siamo in presenza di un modello con tanta narrazione, come dicono quelli bravi.

Quando un Parco archeologico diventa un palco, la città perde un presidio. E lo Stato perde un pezzo della sua voce.

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CHI SA, VEDE: “CIPRESSI MAUSOLEO DI AUGUSTO, LA POLEMICA È FUORI FUOCO” – PILLOLE DI URBANISTICA #21

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260116_172523_0000In questi giorni si discute molto dei cipressi attorno al Mausoleo di Augusto. La discussione, però, sta scivolando su un piano sbagliato, perché nasce da una difficoltà diffusa: non sapere come si leggono i documenti di progetto.

Nei progetti di restauro urbano e archeologico non si parla quasi mai di “abbattimento di alberi”. Si parla di “riordino del verde” e di “compatibilità” che non significa “albero sano o malato”.

Esistono infatti due piani diversi che spesso vengono volutamente confusi nel dibattito pubblico:

– il piano biologico (lo stato di salute della pianta, valutato da perizie fitosanitarie);

– il piano progettuale (la coerenza tra alberature, monumento, spazio pubblico, percorsi, visuali, sicurezza e tutela archeologica).

Un albero può essere perfettamente sano ed essere comunque incompatibile con un progetto, come è accaduto in questo caso.

Quindi non c’è alcun abuso, c’è invece una scelta progettuale ampiamente discussa nelle sedi opportune da molto tempo.

Per questo, nei documenti, si trovano formule come “riordino del verde con eventuale sostituzione di elementi non compatibili”. Non è linguaggio vago, ma linguaggio tecnico. La decisione puntuale su singole alberature avviene in fase esecutiva, dopo perizie, sopralluoghi e autorizzazioni degli enti di tutela.

Il corto circuito su questo tipo di progetti nasce quando:

– si giudica un progetto solo con categorie emotive (“alberi sani = intoccabili”);

– si ignora che nei restauri la compatibilità non è solo botanica ma anche urbana, archeologica e percettiva;

– si sposta il dibattito dal progetto alla polemica strumentale.

Come si riconosce un corto circuito? Leggendo le carte.
Chi si occupa di città ha una responsabilità in più: non semplificare ciò che è complesso e non cavalcare la pancia dei cittadini.

 

#mausoleodiaugusto #mausoleodaugusto #mausoleoaugusto

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CHI SA, VEDE: “CASETTE PATER, VOTATA LA DELIBERA”. PILLOLE DI URBANISTICA #20

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260113_180631_0000Dopo oltre quarant’anni, votata poco fa la delibera per la vendita delle Casette Pater ad Acilia.
Una vicenda rimasta sospesa per decenni, tra alienazioni incompiute, incertezze giuridiche, assenza di censimenti e una sostanziale rimozione politica del problema.

LabUr se ne occupa dal 2022 (*), quando il tema era ignorato da tutti, segnalando le criticità patrimoniali e amministrative, denunciando l’assenza di un quadro chiaro sugli utilizzatori, richiamando la natura pubblica e sociale del comprensorio.

La delibera approvata oggi non chiude la questione, ma certifica finalmente ciò che era evidente da anni: le Casette Pater non erano un “vuoto urbano”, bensì un nodo irrisolto di politiche abitative, patrimonio pubblico e responsabilità amministrativa. Quindi una delibera dovuta, non una svolta.

Chi sa, vede. E chi vede, prima o poi, costringe le istituzioni a guardare.

#casettepater #Acilia #MunicipioX

(*)
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MUNICIPIO X, STRISCE BLU: OSTIA È UN QUARTIERE NON UNA STAGIONE

IMG_20260113_152014Le politiche di sosta recentemente annunciate dal Comune di Roma, e in particolare l’estensione delle aree di sosta a pagamento con applicazione stagionale sul litorale, pongono una questione che è prima di tutto urbanistica, territoriale e di metodo.

Il Municipio X (e Ostia in particolare) sono quartieri di Roma, non mete turistiche, non funzioni stagionali, non spazi accessori della città, ma parti strutturali dell’area urbana: abitate tutto l’anno, attraversate quotidianamente da flussi pendolari e caratterizzate da criticità infrastrutturali note e persistenti.

Per questo motivo, l’adozione di una logica stagionale nella regolazione della sosta rischia di produrre un errore di impostazione. La sosta infatti non è un servizio legato ai picchi turistici, ma uno degli strumenti fondamentali di governo della mobilità urbana. Incide su comportamenti quotidiani e strutturali: scelta del mezzo di trasporto, durata degli spostamenti, pressione sullo spazio pubblico. Questi comportamenti non sono stagionali: dipendono dalla qualità del trasporto pubblico, dall’affidabilità delle infrastrutture e dalla distribuzione delle funzioni urbane.

Affermare, come fa il Comune, che sul litorale le misure di sosta a pagamento opereranno solo nei mesi estivi può apparire, a prima vista, una tutela del territorio, ma in realtà, in un sistema urbano integrato, la sosta funziona come un sistema comunicante: quando alcune parti della città vengono regolate in modo più restrittivo e continuativo, la pressione si redistribuisce verso le aree meno regolate.

In questo quadro, Ostia rischia di non essere esclusa dalla misura, ma messa a sistema come area di compensazione, con effetti che si producono durante tutto l’anno: saturazione della sosta lunga, congestione dello spazio pubblico, conflitti tra residenti e utenti esterni.

A ciò si aggiunge una criticità urbanistica strutturale che LabUr segnala da anni, attraverso analisi e documentazione pubblicata sul sito di LabUr: l’assenza degli standard di parcheggio lungo il lungomare di Ostia, elemento regolarmente fuori da ogni scelta anche quella del Parco del Mare.

Il lungomare di Ostia presenta da anni una dotazione insufficiente di stalli pubblici progettati e dimensionati secondo gli standard urbanistici, a fronte di un’intensità d’uso elevata e continuativa. In questo contesto, l’introduzione o l’estensione della sosta a pagamento solleva una domanda preliminare che non può essere elusa: come è possibile istituire parcheggi a pagamento in un’area già strutturalmente carente di parcheggi pubblici regolamentati?

La questione per altro è anche giuridica. La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha chiarito che le delibere comunali istitutive di parcheggi a pagamento sono legittime solo se garantiscono, contestualmente o nelle immediate vicinanze, un’adeguata ed equa disponibilità di stalli gratuiti, salvo specifiche e motivate esigenze di traffico, tipicamente riferibili ai centri storici. La sosta a pagamento non può sostituire la dotazione minima di parcheggi pubblici né essere utilizzata come strumento compensativo in territori già carenti di standard.

Non si tratta di una questione nuova per Ostia. Già nel 2012, durante la presidenza del Municipio X di Giacomo Vizzani, il tema dei parcheggi a pagamento sul litorale di Ostia fu oggetto di un ampio dibattito pubblico e di iniziative legali da parte dei cittadini. In quel contesto, pur in presenza di dichiarazioni istituzionali volte a distinguere tali misure dalle “strisce blu” in senso stretto, emersero con forza le stesse criticità che LabUr continua a segnalare: carenza di standard, fragilità della mobilità locale, rischio di trattare Ostia come funzione accessoria più che come quartiere urbano.

Il fatto che quelle criticità siano rimaste irrisolte rafforza oggi l’esigenza di affrontare il tema non come misura contingente, ma come nodo strutturale mai sciolto.

A rendere il quadro ancora più complesso è l’attuale assetto della governance tecnica: Risorse per Roma SpA, società in-house di Roma Capitale, svolge un ruolo centrale sia nella gestione e nell’affidamento degli interventi sulla rete stradale ordinaria, sia nella progettazione della viabilità del lungomare nell’ambito del progetto del Parco del Mare. Parallelamente, una parte rilevante delle trasformazioni dello spazio stradale – in particolare la realizzazione di piste ciclabili – è progettata da soggetti diversi, con effetti che comportano una riduzione della disponibilità di posti auto sul lungomare e nelle aree e quartieri limitrofi.

In assenza di una regia unitaria, il rischio è una sovrapposizione di interventi settoriali: riduzione fisica della sosta, estensione della sosta a pagamento e carenze del trasporto pubblico, senza una valutazione complessiva degli effetti cumulativi sul territorio.

A indebolire ulteriormente l’impostazione stagionale della regolazione della sosta c’è un dato di realtà spesso omesso nel racconto pubblico: l’attuale incertezza del sistema degli stabilimenti balneari. Una quota significativa delle concessioni sul litorale risulta oggi chiusa, sottoposta a sequestro, oggetto di contenziosi o in fase di riassegnazione. In questo quadro, gli stabilimenti non sono in grado di svolgere una funzione compensativa stabile rispetto alla carenza di parcheggi pubblici. La disponibilità di aree di sosta private o convenzionate risulta frammentata, incerta nel tempo e non programmabile come infrastruttura urbana. A ciò si aggiunge un caso emblematico: quello del Polo Natatorio di Ostia, dotato di un’ampia area di parcheggio che nel tempo è stata sottratta all’uso pubblico per essere destinata in via esclusiva alla struttura, pur insistendo su un contesto territoriale già caratterizzato da una forte carenza di standard di sosta.

Questo esempio evidenzia una criticità più generale: la progressiva riduzione dello spazio di parcheggio pubblico a fronte di usi speciali, senza un parallelo ripristino degli standard urbanistici e senza una visione complessiva del sistema della sosta sul litorale.

Infine, vi è il tema della destinazione dei proventi: le entrate derivanti dalla sosta a pagamento affluiscono agli enti proprietari della strada e sono vincolate per legge a finalità precise quali miglioramento della mobilità urbana, finanziamento del trasporto pubblico locale, realizzazione e gestione di nuovi parcheggi e interventi infrastrutturali connessi. La sosta a pagamento non è quindi uno strumento neutro di entrata, ma una leva finalizzata, la cui legittimità sostanziale dipende anche dalla coerenza tra ciò che il territorio paga e ciò che riceve. Nel caso di Ostia e del Municipio X, questa coerenza deve essere resa esplicita e verificabile cosa che ad oggi non è. Senza investimenti strutturali sul trasporto pubblico locale (Roma – Lido compresa), senza il ripristino degli standard di parcheggio e senza trasparenza sulla destinazione delle risorse, la regolazione della sosta rischia di trasformarsi da strumento di governo della mobilità a meccanismo di prelievo territoriale.

Non è una questione ideologica né oppositiva per principio, ma di rigore urbanistico, rispetto dei principi giuridici e trasparenza amministrativa. Ostia è un quartiere di Roma e come tale deve essere governato: dodici mesi l’anno, come parte integrante della città, non come una parentesi stagionale.

 

Tre le domande che a questo punto poniamo al Comune di Roma:

1. Standard e legittimità: in che modo l’istituzione o l’estensione della sosta a pagamento sul litorale di Ostia garantisce, contestualmente o nelle immediate vicinanze, un’adeguata ed equa disponibilità di stalli gratuiti, tenuto conto della documentata carenza degli standard di parcheggio lungo il lungomare?

2. Impatto territoriale e annuale: quali analisi di impatto sono state effettuate per valutare gli effetti annuali e non solo stagionali della regolazione della sosta su Ostia e sul Municipio X, in particolare in relazione alla pressione pendolare e all’affidabilità del trasporto pubblico locale?

3. Destinazione dei proventi: quale quota dei proventi derivanti dalla sosta a pagamento sarà destinata in modo tracciabile ad interventi sul trasporto pubblico locale, alla realizzazione di nuovi parcheggi e al miglioramento delle infrastrutture nel Municipio X e con quali modalità di rendicontazione pubblica?

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INFERNETTO CENTRO RACCOLTA RIFIUTI AMA: CHIAREZZA NON BANDIERE

Screenshot_2026-01-12-11-40-01-61_99c04817c0de5652397fc8b56c3b3817In relazione alle dichiarazioni rese da AMA nel corso di un servizio di RAI3 (Buongiorno Regione) sul cantiere del Centro di Raccolta Rifiuti in via Wolf Ferrari all’Infernetto, LabUr – Laboratorio di Urbanistica ritiene utile riportare il dibattito su un piano di chiarezza tecnica e documentale, nell’interesse dei cittadini e della corretta informazione pubblica.

Dalle dichiarazioni di AMA emerge che nel cantiere è stato rinvenuto materiale contenente amianto e che si è resa necessaria una procedura di bonifica, fondata su un piano di lavoro condiviso con l’autorità sanitaria. Si tratta di un elemento rilevante, che conferma come l’evento non fosse marginale né meramente formale.

Allo stesso tempo, riteniamo importante evitare confusioni tra piani diversi. Il richiamo al rispetto delle Concentrazioni Soglia di Contaminazione del suolo, più volte utilizzato a fini rassicurativi, riguarda la qualità ambientale del terreno, ma non coincide con la gestione dei rifiuti contenenti amianto, che segue criteri e responsabilità differenti. Anche una “bassa percentuale” di amianto richiede procedure specifiche, tempi congrui e tracciabilità documentale.

Come laboratorio civico che si occupa di urbanistica, ambiente e opere pubbliche, LabUr non entra nel terreno delle polemiche politiche né delle semplificazioni mediatiche. Riteniamo però che, quando si parla di salute, sicurezza e cantieri pubblici, la discussione debba fondarsi su atti verificabili, cronologie chiare e ruoli ben definiti, non su dichiarazioni generiche o bandiere di parte.

La tutela dei cittadini non si esercita a posteriori con comunicati, ma prima, garantendo trasparenza, accesso agli atti e chiarezza tecnica. È su questo terreno che continueremo a lavorare.

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MUNICIPIO X, LAVORI PUBBLICI: QUANDO IL DEGRADO NON È PERCEZIONE MA IL RISULTATO DI SCELTE AMMINISTRATIVE

IMG_20260111_173236Nel Municipio Roma X il degrado dello spazio pubblico non è una questione percettiva o episodica. È il risultato cumulativo di scelte amministrative, procedure carenti e controlli inefficaci che, nel corso del mandato, hanno prodotto ritardi, maggiori costi e opere spesso inutilizzabili.

Strade, piazze, edifici e infrastrutture raccontano una sequenza ricorrente di criticità che non può più essere liquidata come somma di singoli incidenti. Si tratta, al contrario, di un modello di gestione dei lavori pubblici che presenta elementi strutturali di inefficienza.

Alla conclusione del mandato della Giunta municipale guidata da Mario Falconi, LabUr – Laboratorio di Urbanistica sta predisponendo un dossier tecnico-documentale finalizzato alla trasmissione alla Corte dei Conti, affinché siano valutati eventuali profili di danno erariale.

Di seguito si sintetizzano le principali aree critiche riscontrate.

1. Progettazione carente e varianti prevedibili
Numerosi interventi risultano avviati sulla base di progetti incompleti o insufficientemente verificati. Le successive varianti in corso d’opera appaiono, in molti casi, non riconducibili a eventi imprevedibili, ma a carenze progettuali originarie.

Effetti riscontrabili: incremento dei costi, dilatazione dei tempi, necessità di nuove procedure di affidamento e perdita di efficienza complessiva.

2. Direzione lavori e controllo dell’esecuzione
Emergono criticità nella fase di direzione e vigilanza dei cantieri. In diversi casi si rilevano difformità esecutive, controlli prevalentemente formali e una gestione poco incisiva delle non conformità.

Effetti riscontrabili: opere di qualità inferiore, necessità di interventi correttivi, contenziosi e ulteriori oneri a carico dell’ente pubblico.

3. Ritardi, proroghe e gestione dei contratti
La gestione dei tempi contrattuali evidenzia frequenti slittamenti, proroghe reiterate e una limitata applicazione di penali, anche in presenza di ritardi significativi.

Effetti riscontrabili: aumento dei costi indiretti, rischio di perdita di finanziamenti, infrastrutture inutilizzabili per lunghi periodi.

4. Stati di avanzamento e liquidazioni
In alcuni interventi si riscontra uno scollamento tra avanzamento reale dei lavori e stati di avanzamento liquidati, talvolta in assenza di collaudi funzionali o di piena fruibilità delle opere.

Effetti riscontrabili: impiego di risorse pubbliche senza corrispondente beneficio per la collettività.

5. Opere prive di effettiva utilità o rapidamente degradate
Non mancano casi di interventi formalmente conclusi ma scarsamente funzionali, abbandonati o deterioratisi in tempi molto brevi.

Effetti riscontrabili: spreco di risorse, ulteriore degrado urbano, perdita di fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

 

RACCOLTA DOCUMENTATA DI SEGNALAZIONI
LabUr ha attivato una raccolta strutturata di segnalazioni, documenti e materiali relativi ai lavori pubblici nel Municipio Roma X.

Le segnalazioni, anche in forma anonima, possono essere inviate all’indirizzo

llpp.labur@gmail.com

Ogni contributo sarà sottoposto a verifica e analisi tecnica.

La raccolta resterà aperta fino al 31 agosto 2026 e confluirà nel dossier conclusivo.

OBIETTIVO
Non si tratta di una iniziativa polemica né di una denuncia generica. L’obiettivo è ricostruire fatti, procedure e responsabilità, affinché gli organi competenti possano valutare, sulla base di elementi oggettivi, l’uso delle risorse pubbliche e l’efficacia dell’azione amministrativa.

Quando i problemi sono sistemici, non bastano spiegazioni episodiche. Servono dati, metodo e assunzione di responsabilità.

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DOSSIER: GOVERNANCE CULTURALE, PARTECIPAZIONE E SPAZIO URBANO NEL MUNICIPIO X

Screenshot_2026-01-10-20-06-14-62_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274Nella letteratura contemporanea sulle politiche urbane e culturali, la cultura non è più considerata un ambito accessorio o meramente simbolico, bensì una infrastruttura immateriale che incide direttamente sull’uso dello spazio pubblico, sulla coesione sociale, sull’accesso ai diritti e sulla qualità della democrazia urbana.

Quando la cultura assume questa dimensione infrastrutturale, diventa parte integrante del governo della città rientrando pienamente nel campo di osservazione dell’urbanistica. Un laboratorio che si occupa di trasformazioni urbane, spazio pubblico e politiche territoriali non può dunque non interrogarsi sulle politiche culturali, non in quanto produzione di eventi, ma in quanto dispositivi capaci (o incapaci) di strutturare relazioni, pratiche e accesso reale ai luoghi.

Università, organismi internazionali e amministrazioni locali avanzate convergono su un punto centrale: la cultura non si governa attraverso la sola programmazione di eventi, ma attraverso assetti di governance capaci di integrare obiettivi espliciti, strumenti coerenti, misurazione degli effetti e capacità di apprendimento istituzionale.

Il presente dossier si colloca in questo quadro teorico e nasce come contributo tecnico e analitico al dibattito aperto nel Municipio Roma X, anche alla luce dell’incontro pubblico tenutosi ieri con l’Assessore alla Cultura di Roma Capitale, Massimiliano Smeriglio.

Per non appesantire l’avvio della lettura, il riferimento alle scelte metodologiche è rimandato alla nota in chiusura.

Non si tratta di una valutazione politica né di un giudizio sugli operatori culturali, ma di un’analisi del modello di governo dell’offerta culturale, dei suoi presupposti impliciti e dei suoi effetti osservabili sul territorio.

 

DIAGNOSI DEL MODELLO LOCALE: LA CULTURA COME CARTELLONE

Dall’analisi dell’offerta culturale 2025 nel Municipio Roma X emerge un elemento strutturale: la cultura è prevalentemente trattata come successione di eventi, più che come politica pubblica orientata a risultati. La programmazione appare fondata su un criterio implicito di riuscita: l’evento è considerato positivo per il solo fatto di essere stato realizzato. In questo quadro, la partecipazione non assume valore di indicatore e l’impatto nel tempo non è oggetto di valutazione sistematica.

In sede pubblica è stata richiamata l’idea secondo cui la riuscita di un’iniziativa culturale non sarebbe misurabile attraverso la partecipazione, potendo essere considerato un successo anche un evento con un numero minimo di presenti. Tale affermazione, pur comprensibile come difesa simbolica del valore intrinseco dell’atto culturale, risulta problematica se assunta come criterio generale di policy pubblica.

Nella letteratura sulle politiche culturali urbane, l’assenza di indicatori di partecipazione non è considerata una scelta neutra, ma una rinuncia alla responsabilità di governo, poiché impedisce di distinguere tra sperimentazione consapevole, inefficacia strutturale e criticità progettuali o comunicative.

La mancanza sistematica di rendicontazione ex post (dati, immagini, valutazioni qualitative) rappresenta un ulteriore elemento critico: interrompe il ciclo di apprendimento istituzionale e tende implicitamente a spostare la responsabilità all’esterno dell’Istituzione, anziché interrogare il disegno delle politiche, i formati proposti, la localizzazione degli eventi e la capacità di costruire domanda culturale nel tempo.

 

IL CONFRONTO INTERNAZIONALE: CULTURA COME INFRASTRUTTURA URBANA

Il confronto con città considerate all’avanguardia nelle politiche culturali urbane – come Medellín, Helsinki e Seul – evidenzia uno scarto significativo non tanto sul piano dei contenuti, quanto su quello della governance.

A Medellín la cultura è stata utilizzata come strumento di riequilibrio territoriale e trasformazione urbana, attraverso la realizzazione di infrastrutture culturali permanenti nei quartieri marginalizzati. In questo modello la partecipazione è necessariamente misurata, poiché costituisce condizione di legittimità dell’investimento pubblico.

Helsinki invece concepisce la cultura come servizio pubblico quotidiano: luoghi accessibili ogni giorno, progettati con gli utenti e capaci di produrre dati costanti di utilizzo. La domanda culturale non viene sollecitata episodicamente, ma costruita nel tempo.

Infine, a Seul la politica culturale è esplicitamente orientata alla riduzione del “cultural gap” tra territori e gruppi sociali. Ciò implica una conseguenza strutturale: la necessità di misurare chi partecipa e chi resta escluso.

In tutti questi casi, la cultura non è utilizzata come strumento compensativo o simbolico, ma come infrastruttura urbana permanente, capace di incidere sulle pratiche quotidiane e sull’accesso allo spazio pubblico.

 

MUNICIPIO X, COSA SI DEVE MIGLIORARE

Alla luce della diagnosi e del confronto internazionale impietosi, sarebbe raccomandabile:

1. Introduzione di obblighi minimi di rendicontazione ex post per le iniziative sostenute o ospitate dal Municipio X.

2. Definizione di indicatori di partecipazione per le infrastrutture culturali pubbliche, intesi come strumenti di apprendimento e non di sanzione.

3. Analisi territoriale della partecipazione, per individuare quartieri, fasce d’età e gruppi sociali sistematicamente esclusi.

4. Separazione chiara tra politiche culturali e supplenze di altre funzioni amministrative (come è avvenuto nell’estate 2025 sulle spiagge libere di Ostia ponente)

5. Valorizzazione delle pratiche culturali che dimostrano capacità di attrarre pubblico anche in assenza di finanziamento pubblico, al fine di comprenderne i fattori di efficacia.

 

CONCLUSIONE

Affermare che la realizzazione di un evento sia di per sé sufficiente a definirne il successo equivale, sul piano delle politiche pubbliche, a rinunciare al governo dei processi. In assenza di obiettivi verificabili e di misurazione degli effetti, l’azione pubblica rischia di limitarsi all’amministrazione delle percezioni, piuttosto che alla costruzione di cittadinanza culturale.

Se la cultura è infrastruttura urbana (come affermano teoria e pratiche internazionali) allora non può essere governata come semplice somma di iniziative. Dove l’infrastruttura non viene governata, lo spazio pubblico si svuota. E uno spazio pubblico che si svuota non è un problema culturale, ma urbano, sociale e democratico.

_________

NOTA METODOLOGICA

La presente analisi è stata sviluppata attraverso un approccio metodologico integrato, comunemente utilizzato negli studi sulle politiche culturali urbane e sulla governance territoriale, in particolare nei contesti caratterizzati da una limitata disponibilità di dati amministrativi pubblici.

Il lavoro si fonda su una combinazione di:

– analisi documentale delle comunicazioni istituzionali ufficiali (canali digitali del Municipio Roma X e di Roma Capitale);

– ricognizione sistematica dell’offerta culturale nel periodo 1° maggio – 30 settembre 2025, con classificazione degli eventi per tipologia, localizzazione, durata, target dichiarato e soggetto organizzatore;

– osservazione diretta partecipante a una selezione significativa di iniziative, utilizzata come strumento qualitativo di verifica della relazione tra offerta, contesto e partecipazione effettiva;

– analisi delle pratiche di comunicazione ex post, con particolare attenzione alla presenza o assenza di dati di partecipazione, restituzioni pubbliche e valutazioni qualitative;

– confronto comparativo (benchmarking) con modelli internazionali di governance culturale urbana, selezionati sulla base della letteratura scientifica e dei principali osservatori globali sulle politiche culturali delle città.

In linea con gli studi prodotti in ambito universitario, e in particolare con il filone di ricerca sviluppato dall’Università di Roma La Sapienza sui temi della partecipazione culturale, delle disuguaglianze territoriali e del rapporto tra cultura e spazio pubblico, l’analisi considera la mancanza di indicatori e di rendicontazione pubblica non come una semplice lacuna informativa, ma come un dato analiticamente rilevante ai fini della valutazione della qualità della governance.

L’assenza di misurazione sistematica incide infatti sulla capacità dell’istituzione di apprendere, correggere e orientare le politiche culturali nel medio periodo, trasformando l’offerta in una successione di eventi non cumulativi.

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“PARCO DEL MARE”: IL RIGORE E IL RUMORE

Screenshot_2026-01-08-14-34-46-10_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274Tra procedure, scadenze e titoli urlati, riportiamo il dibattito sul piano dei fatti perché capire le fasi è il primo atto di partecipazione. 

 

In questi giorni, attorno al progetto del Parco del Mare di Ostia, si è prodotto molto rumore. Sui social e su parte della stampa locale si è costruita una narrazione allarmistica, fondata sull’idea di una scadenza imminente e decisiva, capace di chiudere ogni spazio di discussione sul futuro del lungomare.

Questa narrazione non restituisce correttamente la natura degli atti in corso. Per questo è necessario riportare il dibattito su un terreno di rigore amministrativo, distinguendo i fatti dalle suggestioni.

LA SCADENZA DI OGGI, 8 GENNAIO
La data dell’8 gennaio 2026 riguarda esclusivamente un adempimento previsto dall’art. 21 del Regio Decreto n. 1126/1926, relativo al vincolo idrogeologico che interessa una porzione limitata del territorio, in particolare aree residuali dunali e boschive nell’intorno del Palafijlkam. Non riguarda quindi l’approvazione del progetto del Parco del Mare o una variante urbanistica né un processo partecipativo generale.
È una procedura settoriale e obbligatoria, che il Comune è tenuto ad attivare prima della trasmissione degli atti agli uffici competenti.

I TEMPI AMMINISTRATIVI
Conclusa la fase di pubblicazione e raccolta delle eventuali osservazioni, la documentazione viene istruita dagli enti competenti in materia di vincolo idrogeologico, che dispongono, ai sensi di legge, di un termine massimo di 180 giorni per pronunciarsi.

Non esiste, dunque, alcun effetto immediato legato alla data dell’8 gennaio, né alcuna decisione irrevocabile assunta in quella sede. Raccontare questa scadenza come uno spartiacque è tecnicamente improprio.

A CHE PUNTO È IL PROGETTO
Il Parco del Mare si trova ancora nella fase di Progetto di Fattibilità Tecnico Economica (PFTE).
I passaggi decisivi (valutazioni ambientali, variante urbanistica, progetto definitivo ed esecutivo) non sono stati esauriti e seguono procedure autonome, con tempi e strumenti di partecipazione specifici.

Confondere una finestra tecnica sul vincolo idrogeologico con una decisione complessiva sul progetto significa indebolire il dibattito, non rafforzarlo.

OSSERVAZIONI LABUR
LabUr oggi ha presentato le proprie osservazioni nei limiti strettamente definiti dalla procedura in corso. Si tratta di un atto di presidio metodologico, non di adesione a una narrazione emergenziale. Le osservazioni sono infatti un passaggio di garanzia messo agli atti.

RIGORE CONTRO RUMORE
Il Parco del Mare è un progetto complesso, che merita analisi serie, confronto informato e partecipazione reale. Non merita semplificazioni forzate né allarmi impropri.

LabUr continuerà a lavorare su questo terreno: presidiando i processi, distinguendo le fasi, difendendo il diritto dei cittadini a comprendere ciò che accade davvero.

Il rigore non fa rumore. Ma senza rigore, il rumore prende il posto di tutto il resto.

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CHI SA, VEDE. “CARBONE BAGNATO PER GUALTIERI. PILLOLE DI URBANISTICA #19

FB_IMG_1767879473255Quando il Sindaco TikToker affoga nel marketing politico.

 

Quattro anni di mandato del Sindaco Roberto Gualtieri al grido di resilienza, adattamento, transizione. Slogan mai tradotti in fatti concreti e reali. La pioggia che sta cadendo in queste ore sulla Capitale lo dimostra meglio di qualunque editoriale.

Una città che si fosse adattata davvero avrebbe potenziato la rete di drenaggio, programmato manutenzione preventiva sistematica, ridotto l’impermeabilizzazione del suolo, realizzato vasche di laminazione e sistemi di drenaggio urbano sostenibile, integrato acqua, verde, strade e sottoservizi in un’unica regia tecnica.

Nulla di tutto questo è stato fatto. Roma affoga negli allagamenti ricorrenti e sempre negli stessi punti: tombini ostruiti, strade che diventano canali, quartieri interi paralizzati per piogge perfettamente prevedibili. Questo non è “climate change estremo”, è semplicemente assenza di governo della città.

La resilienza non si racconta sui social o nei convegni, la si costruisce, la si realizza, cioè si spendono soldi dove non si tagliano nastri, non si fanno rendering, non si fanno post instagrammabili, cioè nel noioso e invisibile sottoterra.

Quindi il carbone è strameritato: le parole sono ‘avanzate’ in ogni senso, i fatti no e continuare a darsi arie europee, quando la gestione è da emergenza permanente, è straniante.

Se il Sindaco la smettesse di invocare il clima per giustificare i disagi, quando invece il clima mette solo a nudo fragilità strutturali preesistenti, sarebbe il primo atto vero di resilienza.

Buona epifania.

 

#RobertoGualtieri #roma #Befana

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