DOSSIER: GOVERNANCE CULTURALE, PARTECIPAZIONE E SPAZIO URBANO NEL MUNICIPIO X

Screenshot_2026-01-10-20-06-14-62_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274Nella letteratura contemporanea sulle politiche urbane e culturali, la cultura non è più considerata un ambito accessorio o meramente simbolico, bensì una infrastruttura immateriale che incide direttamente sull’uso dello spazio pubblico, sulla coesione sociale, sull’accesso ai diritti e sulla qualità della democrazia urbana.

Quando la cultura assume questa dimensione infrastrutturale, diventa parte integrante del governo della città rientrando pienamente nel campo di osservazione dell’urbanistica. Un laboratorio che si occupa di trasformazioni urbane, spazio pubblico e politiche territoriali non può dunque non interrogarsi sulle politiche culturali, non in quanto produzione di eventi, ma in quanto dispositivi capaci (o incapaci) di strutturare relazioni, pratiche e accesso reale ai luoghi.

Università, organismi internazionali e amministrazioni locali avanzate convergono su un punto centrale: la cultura non si governa attraverso la sola programmazione di eventi, ma attraverso assetti di governance capaci di integrare obiettivi espliciti, strumenti coerenti, misurazione degli effetti e capacità di apprendimento istituzionale.

Il presente dossier si colloca in questo quadro teorico e nasce come contributo tecnico e analitico al dibattito aperto nel Municipio Roma X, anche alla luce dell’incontro pubblico tenutosi ieri con l’Assessore alla Cultura di Roma Capitale, Massimiliano Smeriglio.

Per non appesantire l’avvio della lettura, il riferimento alle scelte metodologiche è rimandato alla nota in chiusura.

Non si tratta di una valutazione politica né di un giudizio sugli operatori culturali, ma di un’analisi del modello di governo dell’offerta culturale, dei suoi presupposti impliciti e dei suoi effetti osservabili sul territorio.

 

DIAGNOSI DEL MODELLO LOCALE: LA CULTURA COME CARTELLONE

Dall’analisi dell’offerta culturale 2025 nel Municipio Roma X emerge un elemento strutturale: la cultura è prevalentemente trattata come successione di eventi, più che come politica pubblica orientata a risultati. La programmazione appare fondata su un criterio implicito di riuscita: l’evento è considerato positivo per il solo fatto di essere stato realizzato. In questo quadro, la partecipazione non assume valore di indicatore e l’impatto nel tempo non è oggetto di valutazione sistematica.

In sede pubblica è stata richiamata l’idea secondo cui la riuscita di un’iniziativa culturale non sarebbe misurabile attraverso la partecipazione, potendo essere considerato un successo anche un evento con un numero minimo di presenti. Tale affermazione, pur comprensibile come difesa simbolica del valore intrinseco dell’atto culturale, risulta problematica se assunta come criterio generale di policy pubblica.

Nella letteratura sulle politiche culturali urbane, l’assenza di indicatori di partecipazione non è considerata una scelta neutra, ma una rinuncia alla responsabilità di governo, poiché impedisce di distinguere tra sperimentazione consapevole, inefficacia strutturale e criticità progettuali o comunicative.

La mancanza sistematica di rendicontazione ex post (dati, immagini, valutazioni qualitative) rappresenta un ulteriore elemento critico: interrompe il ciclo di apprendimento istituzionale e tende implicitamente a spostare la responsabilità all’esterno dell’Istituzione, anziché interrogare il disegno delle politiche, i formati proposti, la localizzazione degli eventi e la capacità di costruire domanda culturale nel tempo.

 

IL CONFRONTO INTERNAZIONALE: CULTURA COME INFRASTRUTTURA URBANA

Il confronto con città considerate all’avanguardia nelle politiche culturali urbane – come Medellín, Helsinki e Seul – evidenzia uno scarto significativo non tanto sul piano dei contenuti, quanto su quello della governance.

A Medellín la cultura è stata utilizzata come strumento di riequilibrio territoriale e trasformazione urbana, attraverso la realizzazione di infrastrutture culturali permanenti nei quartieri marginalizzati. In questo modello la partecipazione è necessariamente misurata, poiché costituisce condizione di legittimità dell’investimento pubblico.

Helsinki invece concepisce la cultura come servizio pubblico quotidiano: luoghi accessibili ogni giorno, progettati con gli utenti e capaci di produrre dati costanti di utilizzo. La domanda culturale non viene sollecitata episodicamente, ma costruita nel tempo.

Infine, a Seul la politica culturale è esplicitamente orientata alla riduzione del “cultural gap” tra territori e gruppi sociali. Ciò implica una conseguenza strutturale: la necessità di misurare chi partecipa e chi resta escluso.

In tutti questi casi, la cultura non è utilizzata come strumento compensativo o simbolico, ma come infrastruttura urbana permanente, capace di incidere sulle pratiche quotidiane e sull’accesso allo spazio pubblico.

 

MUNICIPIO X, COSA SI DEVE MIGLIORARE

Alla luce della diagnosi e del confronto internazionale impietosi, sarebbe raccomandabile:

1. Introduzione di obblighi minimi di rendicontazione ex post per le iniziative sostenute o ospitate dal Municipio X.

2. Definizione di indicatori di partecipazione per le infrastrutture culturali pubbliche, intesi come strumenti di apprendimento e non di sanzione.

3. Analisi territoriale della partecipazione, per individuare quartieri, fasce d’età e gruppi sociali sistematicamente esclusi.

4. Separazione chiara tra politiche culturali e supplenze di altre funzioni amministrative (come è avvenuto nell’estate 2025 sulle spiagge libere di Ostia ponente)

5. Valorizzazione delle pratiche culturali che dimostrano capacità di attrarre pubblico anche in assenza di finanziamento pubblico, al fine di comprenderne i fattori di efficacia.

 

CONCLUSIONE

Affermare che la realizzazione di un evento sia di per sé sufficiente a definirne il successo equivale, sul piano delle politiche pubbliche, a rinunciare al governo dei processi. In assenza di obiettivi verificabili e di misurazione degli effetti, l’azione pubblica rischia di limitarsi all’amministrazione delle percezioni, piuttosto che alla costruzione di cittadinanza culturale.

Se la cultura è infrastruttura urbana (come affermano teoria e pratiche internazionali) allora non può essere governata come semplice somma di iniziative. Dove l’infrastruttura non viene governata, lo spazio pubblico si svuota. E uno spazio pubblico che si svuota non è un problema culturale, ma urbano, sociale e democratico.

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NOTA METODOLOGICA

La presente analisi è stata sviluppata attraverso un approccio metodologico integrato, comunemente utilizzato negli studi sulle politiche culturali urbane e sulla governance territoriale, in particolare nei contesti caratterizzati da una limitata disponibilità di dati amministrativi pubblici.

Il lavoro si fonda su una combinazione di:

– analisi documentale delle comunicazioni istituzionali ufficiali (canali digitali del Municipio Roma X e di Roma Capitale);

– ricognizione sistematica dell’offerta culturale nel periodo 1° maggio – 30 settembre 2025, con classificazione degli eventi per tipologia, localizzazione, durata, target dichiarato e soggetto organizzatore;

– osservazione diretta partecipante a una selezione significativa di iniziative, utilizzata come strumento qualitativo di verifica della relazione tra offerta, contesto e partecipazione effettiva;

– analisi delle pratiche di comunicazione ex post, con particolare attenzione alla presenza o assenza di dati di partecipazione, restituzioni pubbliche e valutazioni qualitative;

– confronto comparativo (benchmarking) con modelli internazionali di governance culturale urbana, selezionati sulla base della letteratura scientifica e dei principali osservatori globali sulle politiche culturali delle città.

In linea con gli studi prodotti in ambito universitario, e in particolare con il filone di ricerca sviluppato dall’Università di Roma La Sapienza sui temi della partecipazione culturale, delle disuguaglianze territoriali e del rapporto tra cultura e spazio pubblico, l’analisi considera la mancanza di indicatori e di rendicontazione pubblica non come una semplice lacuna informativa, ma come un dato analiticamente rilevante ai fini della valutazione della qualità della governance.

L’assenza di misurazione sistematica incide infatti sulla capacità dell’istituzione di apprendere, correggere e orientare le politiche culturali nel medio periodo, trasformando l’offerta in una successione di eventi non cumulativi.

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