OSTIA, ECCO IL PARCO DEL MARE A ZERO EURO: MILIONI PER COSTRUIRLO, NULLA PER NON FARLO MORIRE

Copia di Nero Oro Gala Invito_20261007_084049_0000LabUr deposita istanza di accesso civico generalizzato alla Regione Lazio. Il progetto esecutivo da 23,8 milioni impone potature, diserbo e irrigazioni continue, ma nel computo la spesa per la manutenzione è pari a zero. Un buco gestionale che viola le regole del regolamento europeo sui fondi FESR.

 

Il Parco del Mare di Ostia rischia di nascere già condannato all’incuria. Ventitré milioni e ottocentotrentatremila euro (€28.833.000) di fondi europei per spianare, lastricare e piantumare il lungomare. Ma alla voce cruciale — quella che dovrebbe impedire alla vegetazione di seccare pochi mesi dopo il taglio del nastro — gli atti ufficiali registrano un dato insostenibile: zero euro.

A svelare il corto circuito contabile e amministrativo è l’analisi degli elaborati tecnici ed economici dello Stralcio 1, sulla base dei quali LabUr ha formalizzato una richiesta di accesso civico generalizzato (FOIA) alla Regione Lazio per verificare la sussistenza della sostenibilità finanziaria dell’opera.

Il paradosso di pag. 558: verde da curare a costo zero

La beffa emerge dal confronto tra il progetto tecnico e i documenti contabili:

  • Le prescrizioni tecniche: L’elaborato MN 01 (il piano di manutenzione) prescrive a pagina 827 interventi stringenti: irrigazione mensile delle siepi, sfalcio e diserbo ogni quattro mesi, concimazioni e potature semestrali. Un carico continuo di manodopera, cisterne, carburante ed energia.
  •  Il computo metrico: Alla pagina 558 (numerata 557), la sottocategoria 019 «Opere a verde – Manutenzione e garanzia» recita testualmente: € 0,00.

Gli 864 mila euro impegnati per la fornitura delle piante e i 203 mila euro per le tubature di irrigazione servono a posare l’opera, non a farla funzionare nel tempo. L’acquisto di un impianto irriguo non paga le bollette dell’acqua né la manodopera che dovrà ripararlo quando si ostruirà con la salsedine. Il quadro economico copre le ruspe del cantiere, non la vita del parco.

Pasticcio nei capitolati: l’appaltatore garantisce 24 mesi o 3 anni?

All’assenza di un piano per la gestione ordinaria futura si aggiunge un conflitto interno agli atti di gara che rischia di innescare contenziosi immediati.

Nel computo metrico, gli obblighi di attecchimento e garanzia a carico dell’impresa sono computati per 24 mesi dalla piantumazione. Nel Capitolato Speciale d’Appalto (art. 16.3.18.1), invece, la manutenzione a carico dell’appaltatore viene fissata in 3 anni dalla fine complessiva dei lavori.

Un anno di differenza scoperto: chi pagherà il terzo anno di manutenzione? L’impresa lavorerà gratis assorbendo i costi o presenterà riserve economiche all’amministrazione? E soprattutto: una volta scaduto il periodo transitorio di garanzia, chi manterrà in vita il verde?

La norma UE violata e l’atto fantasma

Questo vuoto non è un semplice disallineamento contabile: mette a rischio la legittimità del finanziamento comunitario.

L’articolo 73, paragrafo 2, lettera d) del Regolamento UE 2021/1060 stabilisce un obbligo perentorio per l’Autorità di Gestione regionale: prima di ammettere un’infrastruttura ai fondi del PR FESR, deve verificare che il beneficiario disponga delle risorse e dei meccanismi finanziari necessari a coprire i costi di funzionamento e manutenzione.

La Regione Lazio, con la DGR 756 del 10 ottobre 2024, ha approvato lo schema di convenzione richiamando il verbale della Commissione di valutazione del 20 settembre 2024. Ma quel verbale non è pubblico, non compare sul BURL né nella sezione trasparenza del portale regionale. Nessuno può leggere su quali garanzie la Regione abbia dichiarato sostenibile l’opera. Nemmeno la delibera di Giunta Capitolina 404 del 7 novembre 2024 (che recepisce la convenzione) individua la copertura della gestione ordinaria nei bilanci futuri di Roma Capitale.

Il teatrino politico sul litorale

Il dossier era noto ai vertici. Già nell’agosto scorso una lettera del presidente regionale Francesco Rocca al sindaco Roberto Gualtieri poneva l’accento proprio sull’incognita delle risorse per la futura gestione.

Eppure, a fronte degli strumenti vincolanti previsti dalla convenzione (l’art. 16 consente la sospensione o revoca del contributo in caso di inadempimento delle condizioni UE), la partita si è trasformata in schermaglia politica: esponenti regionali di Forza Italia hanno intimato al Campidoglio e al Municipio X di rendere note le coperture prima della fine dei lavori. Una mossa che aggira il punto fondamentale: quell’accertamento non andava chiesto a cantiere aperto, doveva essere accertato e certificato dalla stessa Regione Lazio prima di autorizzare la spesa.

L’accesso civico presentato da LabUr punta a ottenere il verbale del nucleo di valutazione, la lettera di Rocca e le carte che dimostrano — se esistono — come l’Autorità di Gestione regionale abbia validato il progetto.

Senza quelle coperture, il Parco del Mare rischia di replicare la consueta parabola delle opere pubbliche romane: inaugurazioni con fascia tricolore, segnate fin dal primo giorno da un’incuria programmata sulla carta.

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OSTIA, IL COMANDANTE FRANCESCO BABUSCI SE NE VA. IL CONTO RESTA APERTO.

Comandante Francesco BabusciConfini demaniali ancora sotto verifica, interventi fondati su qualificazioni contestate e interlocuzioni sulla prosecuzione delle attività a Castelporziano sottoposte alla richiesta di accertamenti. Per LabUr, il bilancio della gestione Babusci è negativo. Il trasferimento non chiude le questioni del suo mandato.

 

Il Comandante Francesco Babusci lascia fra pochi giorni la Delegazione di Spiaggia di Ostia della Capitaneria di Porto per una nuova destinazione a Lampedusa, chiudendo un incarico iniziato nel 2022.
Lascia un litorale sul quale restano irrisolte questioni fondamentali: l’esatta estensione del demanio marittimo, il rapporto fra accertamenti amministrativi e interventi sul territorio, il rispetto delle competenze nella gestione di Castelporziano.

Per LabUr il bilancio della sua gestione è negativo. Durante il suo mandato, alle verifiche sui confini si sono affiancati avvicendamenti, contestazioni di occupazione abusiva e sequestri, senza che sia diventato conoscibile il raccordo fra le incertezze documentate e le certezze assunte nei provvedimenti. A Castelporziano, inoltre, abbiamo chiesto i giorni scorsi di accertare il suo ruolo nelle interlocuzioni relative alla prosecuzione delle attività oltre la stagione balneare.

Sono vicende diverse, con responsabilità distribuite fra più amministrazioni, ma riguardano tutte il territorio presidiato dalla Delegazione e il modo in cui vi è stata esercitata l’autorità marittima. Il cambio di comando è il momento per chiedere conto di questa gestione.

Toscanelli: una questione territoriale, non solo Urbinati

Il 17 febbraio 2026 LabUr presenta alla Capitaneria di Porto di Roma un’istanza di verifica e riesame della delimitazione del demanio marittimo sul «Tratto costiero Lungomare Paolo Toscanelli».
La richiesta riguarda un tratto di costa, mettendo a confronto la documentazione storica con la moderna rappresentazione del Sistema Informativo del Demanio marittimo (SID). Nasce come questione territoriale più ampia del caso Urbinati: la medesima configurazione della linea SID investe infatti una sequenza continua di cinque concessioni, comprendendo anche gli stabilimenti contigui Battistini, Elmi, Salus e La Conchiglia. Troppi per ridurre il problema alla contestazione di un singolo concessionario uscente.

Il 13 marzo la Capitaneria risponde con una nota firmata dal Comandante Emilio Casale: la documentazione tecnica è stata acquisita all’istruttoria ed è stata convocata l’apposita Commissione per valutare i presupposti del procedimento previsto dall’articolo 32 del Codice della navigazione.

La questione era dunque conosciuta dall’Autorità marittima: aveva una storia, una documentazione e un percorso amministrativo avviato. Nessuno poteva trattarla come una contestazione comparsa improvvisamente davanti alla riconsegna di uno stabilimento.

Babusci guidava l’ufficio locale chiamato a operare su quel territorio. Se è vero che le competenze sulla delimitazione appartengono a livelli diversi della struttura marittima, questo non esaurisce la valutazione del suo mandato: occorre capire come la Delegazione di Spiaggia di Ostia abbia tenuto conto di quella verifica nelle attività alle quali ha partecipato.

Urbinati: l’incertezza amministrativa e la certezza penale

In aprile la società Stabilimento Balneare Moderno, conosciuta come Urbinati, presenta le proprie istanze. La Capitaneria richiama i lavori della Commissione di delimitazione ex art. 32 e le successive operazioni tecniche e di sopralluogo. Il dubbio era dunque formalizzato e agli atti.

Il 21 luglio la Guardia Costiera partecipa agli accessi insieme alla Polizia Locale. Il 27 luglio viene trasmessa alla Procura l’informativa per occupazione abusiva di demanio marittimo, ai sensi dell’articolo 1161 del Codice della navigazione. Il sequestro viene convalidato il 10 agosto.

Nella ricostruzione cautelare l’area è definita «certamente demaniale». È il passaggio più critico: con quale accertamento tecnico dell’Autorità marittima quell’incertezza, formalmente aperta prima, è diventata certezza nel fascicolo penale? Ricordiamo che la scadenza di una concessione riguarda il titolo di utilizzazione e non dimostra, da sola, che ogni metro quadrato precedentemente ricompreso nel titolo sia necessariamente demanio marittimo. Ciò era proprio quanto la procedura ex art. 32 avrebbe dovuto accertare.

Come abbiamo visto nel nostro dossier, l’informativa conteneva anche allegati relativi alla controversia demaniale. La domanda riguardava quindi il peso attribuito a quei documenti e il modo in cui il dubbio sia stato affrontato nella ricostruzione cautelare. Eppure, in una conversazione, è proprio Babusci ad ammettere che la linea SID è una mera rappresentazione grafica e non un confine definitivo, riconoscendo che la reale delimitazione spetta all’Autorità marittima. Un chiarimento sostanziale che non ha trovato però riscontro nella rappresentazione trasmessa all’autorità giudiziaria.

La decisione giudiziaria appartiene al giudice. Le attività e le valutazioni degli uffici che hanno operato sul territorio restano però scrutinabili. Nel bilancio di Babusci pesa questa distanza: una verifica conosciuta da mesi e interventi rispetto ai quali il suo esito e la sua rilevanza non risultano chiariti.

Vespucci e La Vela: persino lo Stato riconosce il confine da definire

Sul Lungomare Amerigo Vespucci il problema si allarga. Entrano in discussione i verbali storici del 1933, del 1976 e il verbale n. 69/2017, insieme alla cartografia IGM e alle rappresentazioni SID. In questo quadro si colloca anche La Vela, la cui società ha formalmente chiesto di partecipare al procedimento di delimitazione già avviato d’ufficio.

Il caso de La Vela evidenzia la delicatezza del quadro: la CTU depositata nel giudizio civile ha concluso che non vi è certezza che la maggior parte delle aree su cui insistono le strutture inamovibili siano effettivamente pertinenze demaniali. Ciononostante, quelle stesse superfici continuano a incidere su concessioni, canoni, qualificazione dei manufatti e procedure di riaffidamento.

Con nota del 14 agosto 2026, la Capitaneria ha dichiarato che i verbali storici e la cartografia erano oggetto di valutazioni congiunte con l’Agenzia del Demanio, confermando l’avvio d’ufficio delle procedure di delimitazione. Pochi giorni dopo, l’Agenzia del Demanio ha comunicato lo svolgimento di attività istruttorie finalizzate alla «definizione e all’aggiornamento» della linea dividente della porzione meridionale di Ostia, qualificando la conclusione di tali rilievi come «presupposto indispensabile» per definire l’assetto dominicale e la natura giuridica dei sedimi.

È lo Stato stesso dunque ad ammettere formalmente che la linea non è definita. Queste verifiche non dimostrano che le aree siano private, ma certificano che l’amministrazione ne sta riesaminando il fondamento. Al momento del cambio di comando, resta quindi da conoscere quali elementi siano stati confermati, quali rettificati e quali superfici siano realmente interessate dall’incertezza.

Per LabUr, è sull’incapacità di rendere verificabili questi presupposti nell’esercizio dell’autorità che la gestione Babusci ha mostrato gravi insufficienze.

Castelporziano: le interlocuzioni e i nodi di competenza

A Castelporziano il ruolo di Babusci entra nella vicenda attraverso circostanze specifiche descritte nell’esposto LabUr del 2 ottobre.

Roma Capitale utilizza l’arenile in forza della concessione statale n. 1/2023. È concessionario, mentre l’Autorità concedente resta statale. Gli operatori dei punti ristoro svolgono attività affidate nell’ambito di quel titolo, previa autorizzazione dell’Autorità marittima. La prosecuzione oltre la stagione balneare imponeva di verificare che cosa consentiva la concessione e gli affidamenti, quali ulteriori atti fossero necessari e chi avesee la competenza ad adottarli, perché prima si stabilisce con certezza il bene e il titolo, poi si decide chi lo gestisce.

L’ordinanza comunale n. 127 del 29 settembre disciplina la destagionalizzazione e richiama incredibilmente la spiaggia di Castelporziano. Nel suo testo, però, non viene individuato il provvedimento dell’Autorità marittima che avrebbe assentito la prosecuzione invernale delle attività comprese nella concessione statale.

Il 30 settembre, dopo che LabUr aveva pubblicamente sollevato il problema, il Direttore della Direzione Rigenerazione del Litorale e Grandi Progetti del Comune di Roma, Carlo Mazzei, chiede un nulla osta di proroga per il lotto C1. Il 1° ottobre comunica un’estensione della stagione balneare al 30 ottobre, senza indicare nella comunicazione gli estremi del provvedimento che l’avrebbe disposta. LabUr ha chiesto perciò di acquisire gli atti presupposti e verificarne contenuto, competenza ed effetti.

L’esposto chiede inoltre di accertare le interlocuzioni fra Babusci e Mazzei e se abbiano preceduto, orientato o trovato corrispondenza negli atti successivi. Fra le circostanze sottoposte a verifica figura l’indicazione di far procedere direttamente il Comune, evitando una richiesta formale di pronunciamento all’Autorità marittima che avrebbe potuto avere esito sfavorevole.

È questo il passaggio più critico: quale ruolo abbia svolto il responsabile dell’ufficio marittimo locale nell’individuazione di una soluzione che, secondo la ricostruzione sottoposta agli accertamenti, avrebbe evitato il pronunciamento dell’Autorità competente. La presentazione dell’esposto non accerta responsabilità penali, ma individua interrogativi precisi che fanno parte integrante del giudizio sulla gestione della Delegazione guidata da Babusci.

La sentenza 7128/2026: il dubbio documentato impone l’accertamento

La sentenza del Consiglio di Stato (Sezione VII) n. 7128 del 25 settembre 2026 offre un criterio dirimente. Nel caso esaminato dai giudici d’appello, la demanialità è stata ritenuta dimostrata attraverso catasto e SID in quanto convergenti e in assenza di prove contrarie capaci di generare un’incertezza effettiva.

La stessa pronuncia ribadisce il presupposto cardine della delimitazione ex articolo 32: la presenza di un’«obiettiva incertezza» sui confini. A Ostia il quadro si capovolge rispetto al caso deciso dal Consiglio di Stato. Sul litorale romano non si è infatti di fronte a una mera contestazione di parte, ma a un compendio documentale opposto:

  • istanze formali di riesame territoriale;
  • verbali storici tra loro contrastanti;
  • perizie tecniche giurate (CTU);
  • rappresentazioni SID difformi dalla cartografia storica;
  • procedimenti di delimitazione aperti d’ufficio;
  • note formali della Capitaneria e dell’Agenzia del Demanio;
  • riconoscimento ufficiale della necessità di aggiornare la dividente.

L’incertezza è amministrativamente accertata. Il Consiglio di Stato chiarisce inoltre che per il demanio marittimo non esiste sdemanializzazione tacita, richiedendosi il formale decreto ex art. 35 Cod. nav. Sul piano logico vale il principio speculare: non basta una traccia grafica isolata sul SID per creare demanialità laddove gli atti storici pongono un problema reale sulla consistenza del bene. Il contenuto delle verifiche aperte deve trovare una risposta motivata negli atti che assumono come certa la natura delle aree.

Il trasferimento non chiude il bilancio

Babusci dunque lascia Ostia con questioni che incidono sull’esercizio concreto dei poteri pubblici ancora da chiarire. Sul Toscanelli e sul Vespucci restano da rendere conoscibili gli esiti delle verifiche e il loro rapporto con gli interventi operativi. A Castelporziano sono stati chiesti accertamenti sulle interlocuzioni tra enti e sulla formazione degli atti per la prosecuzione delle attività.

Per LabUr questo è un bilancio pesantemente negativo. La gestione del litorale richiedeva rigore sui confini, rispetto rigoroso delle competenze e tracciabilità delle decisioni. I documenti raccolti mostrano quanto resti ancora da spiegare.

Il cambio di comando trasferisce l’incarico a Lampedusa, ma le attività svolte, le scelte amministrative e le interlocuzioni del quadriennio Babusci restano oggetto di valutazione e delle richieste di accertamento presentate.

Il conto dunque resta aperto.

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OSTIA, SHILLING: GIÙ I MANUFATTI, IN PIEDI IL SISTEMA

Copia di Nero Oro Gala Invito_20261005_094803_0000Il Campidoglio celebra la demolizione dello Shilling e richiama alla guida del Municipio X il dirigente che nel 2021 aveva riferito delle richieste di denaro negli uffici. Esce Marcello Visca, il cui parere negativo aveva ostacolato la regolarizzazione cercata dai protagonisti delle intercettazioni. Tra sequestri, mareggiate e demolizione dei manufatti qualificati come corpo del reato, le risposte agli accessi di LabUr non restituiscono il quadro completo delle decisioni, degli accertamenti e delle spese.

 

Il Campidoglio mostra le ruspe allo Shilling e parla di legalità. E’ il 28 luglio 2026. Due mesi dopo richiama alla guida del Municipio X Nicola De Bernardini, il dirigente che nel gennaio 2021 aveva riferito agli investigatori delle richieste di denaro attribuite ai funzionari Antonio Loddo e Salvatore Saraceno, poi coinvolti proprio nella vicenda di corruzione legata al tentativo di regolarizzare le strutture del famoso stabilimento balneare.

A lasciare la direzione a De Bernardini è Marcello Visca. Nella vicenda Shilling, il suo parere negativo aveva ostacolato il risultato cercato dai protagonisti delle intercettazioni. Oggi viene mandato in ferie fino al pensionamento e sostituito dal vice capo di Gabinetto del Sindaco Gualtieri.

Questa successione merita più attenzione della fotografia delle ruspe. Soprattutto a Ostia, il Municipio sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2015, uno dei territori più estesi della Capitale e l’unico affacciato sul mare.

Gli uffici prima dello stabilimento

La storia comincia prima del sequestro e della demolizione. L’ordinanza cautelare del 28 aprile 2023 ricostruisce l’origine dell’indagine negli accertamenti sul ristorante La Bettola, effettuati nel settembre 2020, e nelle relazioni di Loddo e Saraceno. Secondo l’ipotesi accusatoria, le opere abusive vennero fatte apparire come semplici irregolarità amministrative per evitarne l’abbattimento.

L’inchiesta raggiunge anche il Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica, con la distinta vicenda contestata al funzionario Salvatore Migliaro. La filiera investigata oltrepassa dunque gli uffici municipali.

Le informazioni raccolte dagli investigatori attraversano due stagioni politiche:

  • La prima ricade sotto l’amministrazione municipale di Giuliana Di Pillo e la Giunta capitolina di Virginia Raggi. La squadra del Municipio X comprendeva Alessandro Ieva, vicepresidente con delega all’Ambiente; Claudio Bollini, Lavori pubblici, Urbanistica e Mobilità; Damiano Pichi, Turismo e Attività produttive; Paola Zanichelli, Bilancio e Patrimonio; Silvana Denicolò, Sport e Politiche giovanili; Germana Paoletti, Politiche sociali ed educative.
  • Dal novembre 2021 subentra la Giunta municipale presieduta da Mario Falconi, durante l’amministrazione capitolina di Roberto Gualtieri, composta da Valentina Prodon, Guglielmo Calcerano, Antonio Caliendo, Denise Lancia, Angela Mastrantoni e Giuseppe Sesa.

La successione politica non implica una responsabilità penale degli assessori, ma fissa la linea temporale della vigilanza: nel gennaio 2021 viene sentito De Bernardini, altri dipendenti riferiscono nel 2021 e nel 2022. Ciononostante, Loddo e Saraceno continuano a trattare pratiche delicate fino agli arresti del maggio 2023.

L’amministrazione reagisce introducendo gli appuntamenti tracciati per ricevere gli utenti. Gli incontri, come evidenzia l’ordinanza, si spostano fuori dagli uffici. La risposta organizzativa è debole e non interrompe le condotte contestate. È questo il fallimento sul quale la politica deve rispondere: informazioni disponibili, controlli insufficienti e procedimenti delicati ancora affidati agli stessi funzionari.

LabUr lo aveva scritto il 4 maggio 2023, sulla base dell’ordinanza cautelare acquisita: ridurre la vicenda a due soli funzionari di Ostia lasciava fuori la filiera di comando e il funzionamento complessivo dell’amministrazione.

Il parere negativo di Marcello Visca

La pratica Shilling riguarda strutture presentate come pergotende, ma chiuse fino a formare volumi destinati alla somministrazione di alimenti e bevande. L’ordinanza evidenzia l’assenza dell’assenso del proprietario demaniale e il parere contrario del geometra Massimo Catà, dell’Ufficio Demanio marittimo, dove presta servizio anche Rosa Rugari.

Fabio Campanella interviene come mediatore tra Loddo e Saraceno e il progettista Saverio Colivicchi. Le intercettazioni descrivono incontri, promesse di utilità e tentativi di aggirare gli ostacoli alla regolarizzazione. Secondo l’ordinanza, il 5 gennaio 2023 vengono consegnati circa 3.000 euro da Colivicchi e altri 5.000 euro dall’imprenditore Fabio Balini.

Si interviene anche sulla Conferenza di servizi: il rinvio strumentale, sfruttando il ritardo nella trasmissione del parere sanitario (ASL), e la gestione della verbalizzazione del parere contrario dell’Ufficio Demanio marittimo diventano strumenti per cercare un esito favorevole.

Ma il risultato non arriva. In una conversazione riportata negli atti, Saraceno si lamenta del parere negativo espresso da Marcello Visca, allora direttore apicale del Municipio X, incarico assunto dal 1° settembre 2022, come documenta il suo curriculum ufficiale. Quel parere ostacola l’esito cercato dai protagonisti delle intercettazioni. I 5.000 euro vengono successivamente restituiti a Balini, in attesa di un eventuale esito favorevole della pratica.

Nel maggio 2025 la cronaca giudiziaria riporta che Antonio Loddo definisce la propria posizione patteggiando tre anni e quattro mesi. Fabio Campanella patteggia un anno e dieci mesi. Salvatore Saraceno viene rinviato a giudizio.

Il patteggiamento chiude le singole posizioni processuali, ma non esaurisce l’accertamento politico e amministrativo sulla catena di controllo interna.

Dal “corpo del reato” alle macerie

Nel giugno 2024 lo Shilling viene sequestrato nel distinto procedimento penale relativo alle occupazioni e alle trasformazioni del demanio marittimo. Il 20 giugno il pubblico ministero dispone il sequestro preventivo urgente dello stabilimento, convalidato dal GIP il 26 giugno e integrato il 1° luglio: l’area e i manufatti vengono sottoposti a vincolo quali “corpo del reato” in relazione agli articoli 54 e 1161 del Codice della Navigazione.

La Corte di cassazione, con la sentenza n. 13576 del 2025, respinge il ricorso contro il sequestro. La decisione ricostruisce gli accertamenti sulle opere e richiama anche le lavorazioni successive alla mareggiata del 22 novembre 2022 e quelle accertate nel 2023, rilevanti per contrastare l’eccezione di prescrizione.

Successivamente, nuove mareggiate danneggiano gravemente lo stabilimento già sottoposto a sequestro. Il 23 aprile 2026 una segnalazione urgente denuncia macerie, erosione e rischi per la sicurezza e l’ambiente. Seguono la risposta di ARPA Lazio del 30 aprile, la nota ASL del 2 luglio e la trasmissione degli uffici municipali del 6 luglio (LINK). La cronaca dell’intervento riferisce poi del dissequestro che consente la demolizione. Il relativo provvedimento e le sue prescrizioni restano tra gli atti necessari a ricostruire l’operazione.

Il 28 luglio 2026 comincia l’abbattimento, alla presenza del sindaco Roberto Gualtieri, del prefetto Lamberto Giannini, del presidente del Municipio X Mario Falconi e dell’assessore capitolino al Patrimonio Tobia Zevi. Il Campidoglio celebra il “Metodo Roma”: collaborazione tra amministrazione, Prefettura, Municipio, Procura, forze di polizia e Vigili del fuoco.

Le ruspe eliminano ciò che resta dei manufatti che il GIP aveva qualificato come corpo del reato. L’operazione è irreversibile: quei luoghi non saranno più direttamente esaminabili nelle condizioni precedenti alla demolizione. Gli accertamenti già acquisiti restano, ma LabUr non ha ottenuto gli atti che permettono di ricostruire le condizioni poste dall’autorità giudiziaria e la documentazione formata prima dell’intervento.

Il Campidoglio celebra la rapidità delle ruspe. La sequenza che le precede — sequestro, mareggiate, deterioramento, disponibilità del bene e demolizione — resta invece documentata solo per frammenti.

L’emergenza finale non assolve la gestione precedente. Demolire ciò che resta dello stabilimento non equivale a risanare l’amministrazione che quella vicenda ha attraversato.

Anche l’impiego dei Vigili del fuoco è stato contestato. Il giorno della demolizione, il Coordinamento provinciale USB VVF Roma denuncia l’utilizzo di operatori ed escavatori per attività programmate, sostenendo che sottragga risorse al soccorso urgente mentre il presidio di Ostia affronta le conseguenze dell’inagibilità della caserma. È una contestazione sindacale precisa, che il racconto celebrativo lascia fuori.

Insieme davanti alle ruspe, separati davanti al FOIA

Dopo la demolizione, LabUr ha chiesto mediante istanze di accesso civico generalizzato autorizzazioni, nulla osta, sopralluoghi, corrispondenza istituzionale, documentazione ambientale, tracciabilità dei rifiuti e costi dell’intervento.

Le risposte ricevute non restituiscono il quadro unitario dell’operazione:

  • La Prefettura, pubblicamente indicata tra i protagonisti dell’intervento, ha risposto di non possedere documenti o provvedimenti.
  • La Capitaneria di Porto ha opposto il segreto investigativo sulle relazioni e sulla corrispondenza con Procura e Prefettura, rinviando a Roma Capitale per gli atti amministrativi.
  • L’Agenzia del Demanio ha giudicato la richiesta troppo generica.
  • I Vigili del fuoco hanno negato l’accesso, richiamando la riservatezza delle informazioni operative e l’onerosità della ricerca.
  • AMA ha comunicato un esborso complessivo per Roma Capitale pari a 2.615.778,50 euro, relativo alle attività di rimozione degli stabilimenti balneari, «tra cui lo Shilling». Un importo cumulativo dal quale non è possibile ricavare quanto sia costato quello specifico intervento.

Negli atti consegnati da AMA non compare un ordine di servizio puntuale sullo Shilling, non è indicato chi abbia eseguito materialmente la demolizione, non vengono quantificati i relativi rifiuti e non compare una contabilità separata. L’azienda dichiara inoltre di non possedere i registri di carico e scarico e i certificati di smaltimento.

La demolizione ha una regia pubblicamente celebrata. La ricostruzione delle decisioni e delle spese si disperde tra gli enti.

Alle richieste di LabUr il “Metodo Roma” restituisce dunque risposte separate, dalle quali manca il quadro completo: tutti rivendicano il risultato, mentre il cittadino deve inseguire i documenti.

Visca esce, De Bernardini torna

In questo quadro torna centrale Nicola De Bernardini, che non è un estraneo alla storia amministrativa del litorale: è stato direttore tecnico del Municipio X dal gennaio 2017 al dicembre 2020 e, in parte di quel periodo, anche direttore apicale facente funzioni.

Il 25 gennaio 2021 aveva riferito agli investigatori di avere appreso da più fonti delle richieste di denaro attribuite a Loddo e Saraceno. Il Campidoglio oggi ne invoca l’esperienza per richiamarlo a Ostia. Proprio per questo deve spiegare quando quelle informazioni furono ricevute e quali iniziative seguirono.

L’articolo 331 del Codice di procedura penale impone ai pubblici ufficiali di denunciare senza ritardo al pubblico ministero o a un ufficiale di polizia giudiziaria le notizie di reati perseguibili d’ufficio apprese nell’esercizio o a causa delle funzioni. Nella documentazione disponibile a LabUr non abbiamo individuato una denuncia di De Bernardini precedente alla sua audizione: è questo il passaggio da ricostruire.

A lasciare la direzione a De Bernardini è Marcello Visca, il dirigente il cui parere negativo aveva ostacolato il risultato cercato nella pratica Shilling. Canale Dieci descrive il suo “siluramento”: collocamento in congedo ordinario continuativo fino al pensionamento del 1° marzo 2027 e contestuale sostituzione per sei mesi affidata a De Bernardini con ordinanza sindacale del 23 settembre 2026.

Quest’ultimo assume ad interim la direzione del Municipio X e la relativa U.O. amministrativa, concentrando nelle proprie mani:

  • l’incarico di vice capo di Gabinetto vicario del Sindaco Gualtieri;
  • la direzione dell’Ufficio di scopo che coordina gli interventi dell’amministrazione centrale sul Municipio X;
  • la direzione apicale del Municipio X;
  • la responsabilità ad interim della struttura amministrativa municipale.

Ostia è commissariata di fatto: la direzione municipale viene concentrata nel vertice dello staff del Sindaco, mentre i cittadini devono inseguire tra più enti gli atti necessari a capire come viene amministrato il territorio.

Nel Municipio sciolto per mafia nel 2015, la trasparenza della filiera amministrativa dovrebbe essere la prima garanzia. Sullo Shilling abbiamo invece un’operazione celebrata davanti alle telecamere, costi non distinguibili nelle risposte ricevute e passaggi giudiziari e amministrativi ancora da ricomporre.

Visca esce. Torna De Bernardini, che nel 2021 aveva riferito delle richieste di denaro. Il Campidoglio ne valorizza l’esperienza senza spiegare come furono affrontate le informazioni che possedeva.

Le ruspe hanno concluso la storia materiale dello stabilimento. Quella degli uffici resta aperta.

 


Fonti: la ricostruzione dell’inchiesta per corruzione deriva dall’ordinanza cautelare del 28 aprile 2023 acquisita da LabUr. Il procedimento demaniale è ricostruito anche attraverso la sentenza della Cassazione n. 13576/2025. La sezione sugli accessi agli atti riferisce le risposte ricevute dal Laboratorio. Le ulteriori fonti pubbliche sono collegate nei rispettivi passaggi.

LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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CASTEL PORZIANO, STAGIONE BALNEARE “ALLUNGATA” DI UN MESE: LABUR PRESENTA ESPOSTO IN PROCURA

Copia di Nero Oro Gala Invito_20261002_155824_0000Gli affidamenti ai gestori erano legati alla stagione balneare, conclusa il 30 settembre. Ma il 1° ottobre Roma Capitale comunica l’estensione al 30 ottobre senza indicare l’atto che l’avrebbe disposta. LabUr chiede alla Procura di verificare titoli, autorizzazioni ex art. 45-bis, procedure di affidamento e interlocuzioni precedenti agli atti.

 

Gli affidamenti ai gestori di Castel Porziano erano legati alla stagione balneare, terminata il 30 settembre. Ma il 1° ottobre Roma Capitale comunica l’“estensione della stagione balneare” fino al 30 ottobre, senza indicare nell’atto quale provvedimento l’abbia disposta.

Il 30 settembre viene chiesto alla Capitaneria di Porto un nulla osta per la destagionalizzazione, ma il giorno successivo compare invece l’estensione della stagione balneare.

Sono due fatti amministrativi diversi: dal 1° ottobre, qual è il titolo giuridico che consente agli stessi affidatari di proseguire le attività?

La questione è ancora più delicata perché a Castel Porziano Roma Capitale non è l’Autorità demaniale concedente: è essa stessa concessionaria dello Stato.

Su questa incredibile vicenda piena di retroscene, LabUr ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma, chiedendo di acquisire gli atti e verificare la regolarità della sequenza amministrativa, delle autorizzazioni ex art. 45-bis e delle procedure di affidamento.

Pubblichiamo integralmente l’esposto.

 

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LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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OSTIA, IL MISTERO DELL’INVERNO SUL LITORALE: CAPOCOTTA SCOMPARE, A CASTEL PORZIANO IL CONCESSIONARIO DIVENTA AUTORIZZATORE

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260930_112307_0000Con l’Ordinanza n. 127 del 29 settembre Roma Capitale vara la “destagionalizzazione” dei servizi turistico-ricreativi. Capocotta resta fuori, con pesanti interrogativi su pulizia, igiene e presidio dell’arenile. Castel Porziano, invece, compare espressamente nelle premesse. Peccato che lì il Comune non sia l’autorità demaniale concedente: è il concessionario dello Stato. E agli atti dell’ordinanza non compare alcun provvedimento dell’Autorità marittima che abbia destagionalizzato la concessione comunale.

 

Una cosa è certa: l’Ordinanza del Sindaco n. 127 del 29 settembre 2026 non destagionalizza le spiagge bensì le attività turistico-ricreative esercitate in forza di una concessione o di una convenzione. La differenza non è semantica, è il cuore del problema.
L’articolo 2 individua infatti i destinatari nei «gestori di strutture demaniali marittime in concessione» e negli «assegnatari di servizi turistico-ricreativi in convenzione», chiamati a presentare alla Direzione Rigenerazione del Litorale una specifica istanza per ottenere l’autorizzazione alla prosecuzione delle attività oltre la stagione balneare.

Fin qui, tutto apparentemente lineare. Poi si prende una carta del litorale romano e le cose diventano decisamente più complicate.

Capocotta: l’inverno comincia al confine dell’ordinanza

La prima anomalia riguarda Capocotta. Nelle premesse l’ordinanza n. 127 individua espressamente il «litorale di Roma Capitale, ivi compreso il tratto di costa della spiaggia libera di Castel Porziano». Capocotta non viene espressamente citata.
Non è un dettaglio geografico. L’ordinanza nasce dichiaratamente anche per contrastare nei mesi invernali «fenomeni di abbandono e degrado delle strutture balneari», con conseguenze sul «decoro», sulla «sicurezza pubblica» e sulla «qualità ambientale dell’arenile». Se la destagionalizzazione viene presentata anche come strumento per assicurare presenza, gestione, pulizia e tutela del litorale durante l’inverno, occorre spiegare cosa accada immediatamente oltre il perimetro interessato. Perché i problemi di igiene, rifiuti, sicurezza, accessibilità e tutela ambientale non conoscono il confine amministrativo di un’ordinanza e soprattutto non vanno in letargo il 30 settembre.

Consentire a un operatore economico di restare aperto è una cosa, ma assicurare pulizia, igiene, sicurezza e tutela di una spiaggia pubblica è un’altra.
Proprio per questo il fatto che Capocotta non venga nominata merita una spiegazione amministrativa precisa: quali servizi vengono assicurati durante l’inverno, da chi, sulla base di quali atti e con quali risorse?

Castel Porziano c’è. Ma qui cominciano i guai seri

Castel Porziano invece viene espressamente richiamata. Peccato che i c.d. “cancelli” abbiano una particolarità che l’ordinanza sembra trattare con sorprendente disinvoltura: Roma Capitale non è lì l’autorità demaniale concedente, bensì la concessionaria.
La fascia di arenile compresa tra Canale Palocco e Fosso del Tellinaro è infatti oggetto della concessione demaniale marittima statale n. 1/2023, rep. 101/2023, intestata a Roma Capitale. Quindi, non ci possono essere equivoci, anche perché il Consiglio di Stato con sentenza n. 3369/2024 e successivamente il TAR Lazio con sentenza n. 3803/2026 hanno ricostruito lo speciale regime di quel tratto di costa: le funzioni amministrative in materia di demanio marittimo restano attribuite all’autorità statale e non seguono l’ordinario percorso Regione Lazio-Comuni costieri.

Precisiamo che nella ordinanza, i gestori di Castel Porziano rientrano nella n. 127 perché l’ordinanza include espressamente il litorale di Castel Porziano nelle premesse e l’art. 2 individua tra i destinatari gli «assegnatari di servizi turistico-ricreativi in convenzione».
È precisamente la posizione dei gestori dei punti ristoro: non concessionari demaniali, ma assegnatari a valle della concessione intestata a Roma Capitale.

Il Comune concessionario che autorizza la destagionalizzazione

Tra le fonti richiamate dall’ordinanza troviamo infatti proprio la DGR Lazio n. 2816/1999 sulla «sub delega di compiti e funzioni amministrative ai comuni in materia di demanio marittimo» e la DGR n. 1161/2001 sulle funzioni subdelegate. Il problema però nasce quando quella costruzione giuridica arriva a Castel Porziano, dove la giustizia amministrativa ha già chiarito che il regime è diverso.
L’ordinanza stabilisce poi che l’operatore presenti al Comune una «istanza per l’autorizzazione alla destagionalizzazione». Bisogna tenere ferma la catena dei rapporti giuridici: l’Autorità marittima statale dispone Roma Capitale come concessionaria che affida a operatori/assegnatari i servizi di Castel Porziano.
Quindi, il Comune può certamente regolare i rapporti con i propri affidatari. Può pretendere il rispetto della convenzione. Può imporre gli obblighi che discendono legittimamente dal proprio titolo. Può esercitare tutti i poteri che la legge gli attribuisce autonomamente in materia di igiene, sicurezza, commercio, accessibilità e così via.
Ma chi ha autorizzato il concessionario Roma Capitale a destagionalizzare le attività comprese nella propria concessione demaniale statale?

Cercasi firma del concedente

Nel testo dell’ordinanza n. 127 una risposta alla domanda non c’è.
L’ordinanza richiama il Codice della navigazione, la normativa regionale, il Regolamento regionale n. 19/2016, le ordinanze della Capitaneria e una lunga serie di disposizioni. Ma nell’ordinanza non è indicato un provvedimento della competente Autorità marittima che abbia modificato, integrato o comunque assentito la destagionalizzazione della concessione n. 1/2023 intestata a Roma Capitale.
Se l’attività invernale è già integralmente compresa nella concessione statale, qualcuno mostri la disposizione. Se invece occorreva un’autorizzazione, un nulla osta o una modifica del titolo, qualcuno indichi il relativo provvedimento.

La concessione dalla quale dovrebbe decadere… Roma

Poi c’è l’articolo 9 di questa ultima bizzarra creazione amministrativa di Roma Capitale sul litorale. Qui l’ordinanza raggiunge probabilmente il suo punto più curioso e imbarazzante.
Il Comune stabilisce che anche l’accertamento di una violazione degli obblighi prescritti possa determinare l’avvio delle procedure previste dall’articolo 47 del Codice della navigazione, cioè «decadenza dalla Concessione Demaniale Marittima» e/o «revoca della Convenzione».

La congiunzione non risolve il problema. Lo evidenzia. Perché concessione demaniale e convenzione sono due cose differenti. Se l’operatore di Castel Porziano è assegnatario di un servizio in convenzione, Roma potrà verificare se sussistano i presupposti per intervenire su quella convenzione. Ma la concessione demaniale marittima dell’arenile è intestata a Roma Capitale. Dunque, prima di minacciare la decadenza dalla concessione, sarebbe utile chiarire chi dovrebbe decadere da cosa. Altrimenti si arriva a un risultato amministrativamente singolare: il concessionario prevede una procedura di decadenza dalla concessione della quale concessionario è lui stesso.

Due estremi, un solo problema

L’ordinanza n. 127 finisce così per produrre due questioni opposte.

A Capocotta occorre capire perché il sistema predisposto non arrivi e soprattutto come vengano comunque garantiti durante l’inverno quei servizi di interesse pubblico – igiene, pulizia, sicurezza, presidio e tutela ambientale – che non possono dipendere semplicemente dall’apertura o chiusura delle attività economiche.

A Castel Porziano, invece, occorre capire fino a che punto possa arrivare il Comune e soprattutto a quale titolo, essendo Roma concessionaria di un bene demaniale la cui amministrazione resta statale.

Non è una disputa accademica. Significa sapere chi autorizza, chi controlla, chi sanziona, chi può modificare le condizioni di utilizzazione del bene e chi può dichiarare la decadenza da una concessione. Per questo LabUr chiederà formalmente a Roma Capitale e alla Capitaneria di Porto di indicare l’eventuale atto con il quale l’Autorità concedente abbia assentito la prosecuzione invernale delle attività comprese nella concessione di Castel Porziano e il titolo in forza del quale il Comune ritiene applicabili agli assegnatari le diverse disposizioni dell’ordinanza n. 127.
La questione sarà inoltre segnalata, per le rispettive competenze, all’Avvocatura dello Stato, all’Agenzia del Demanio, alla Guardia di Finanza e alla Presidenza della Repubblica, chiedendo un intervento urgente volto a chiarire il regime applicabile prima che dalla teoria delle ordinanze si passi alla pratica delle autorizzazioni.

Amministrare il demanio marittimo è certamente complicato. Tra Stato, Regione, Comune, concessioni, convenzioni e Codice della navigazione è facile perdere il filo.
Ma quando il concessionario comincia ad assomigliare al concedente, la convenzione alla concessione e Capocotta non viene espressamente citata proprio mentre si parla di tutela invernale del litorale, una domanda, magari poco istituzionale ma perfettamente comprensibile, finisce per sorgere spontanea: ma questi, sono del mestiere?


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

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PARCHI DELLA COLOMBO, DEPOSITATE LE OSSERVAZIONI ALLA VAS

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260918_095549_0000Dalla mobilità alle reti idriche, dal consumo di suolo agli effetti cumulativi: LabUr trasmette 37 pagine di osservazioni sul Programma Urbanistico “Parchi della Colombo”. Il documento finale è stato presentato in nome e per conto delle associazioni, dei comitati e dei cittadini che hanno aderito all’iniziativa. È il terzo contributo trasmesso da LabUr nell’ambito della procedura di VAS. Si chiude oggi, 18 settembre, il lavoro che nelle ultime settimane abbiamo anticipato su alcuni degli aspetti più delicati del Programma Urbanistico “Parchi della Colombo”.
LabUr – Laboratorio di Urbanistica ha trasmesso all’Autorità Competente per la Valutazione Ambientale Strategica e all’Autorità Procedente le osservazioni complessive al Programma: un documento di 37 pagine che raccoglie e mette a sistema le questioni emerse dall’analisi del Rapporto Ambientale, dello Studio sulla Mobilità, del Piano di Monitoraggio e degli ulteriori elaborati specialistici.
È il terzo contributo trasmesso da LabUr nell’ambito della procedura di VAS.

L’8 settembre avevamo depositato una prima relazione tecnica sulla capacità della rete idropotabile dell’Infernetto, partendo da una criticità che lo stesso Rapporto Ambientale definisce come «potenziale inadeguatezza del sistema di approvvigionamento idrico».
Il 10 settembre è seguita la seconda relazione tecnica, dedicata al rapporto tra la cassa di espansione del Canale Palocco a Madonnetta e la vasca di laminazione W1 prevista dai Parchi della Colombo: due opere diverse, ma inserite nello stesso sistema idraulico territoriale.
Oggi abbiamo depositiamo l’ultimo documento: sei osservazioni che affrontano mobilità, effetti cumulativi, alternative di Programma, capacità delle reti idriche e fognarie, consumo e impermeabilizzazione del suolo con la componente idraulica e arborea, e Piano di Monitoraggio Ambientale. È esattamente la struttura con cui il documento individua le questioni che incidono sulla verificabilità del giudizio di sostenibilità ambientale.

 

Le osservazioni finali non sono state presentate soltanto da LabUr.
Il documento è stato trasmesso in nome e per conto delle associazioni/comitati LabUr – Laboratorio di Urbanistica, Salviamo le Riserve Naturali, Infernetto Attivo, Uniti con trasporto e dei cittadini Fabio Toreti, Cristiano Viviana, Carlo Fissore, Cristina Franchi, Marco Antonucci, Massimo Ferri, Margherita Celli, Rodolfo Leccese, Franca Brocca, Nadia Carneschi, Ida Mumolo, Alberto Lubrano, Luisella Proietti Gretti, Claudia Dominici, Paolo Ceroni e Anna Catalani. È il segno che su una trasformazione destinata a incidere sull’Infernetto e sull’intero quadrante si è costruita una richiesta comune: prima di dichiararne la sostenibilità ambientale, bisogna dimostrarla.

SEI OSSERVAZIONI, UNA SOLA QUESTIONE

Le osservazioni depositate riguardano sei grandi temi tra loro strettamente collegati: mobilità, effetti cumulativi, alternative di Programma, capacità delle reti idriche e fognarie, consumo e impermeabilizzazione del suolo con la componente idraulica e arborea, efficacia del Piano di Monitoraggio. Il filo che li attraversa è sempre lo stesso: quanto è verificabile, sulla base dei documenti oggi disponibili, il giudizio di sostenibilità ambientale della trasformazione?

VIA CRISTOFORO COLOMBO GIÀ CRITICA

La prima osservazione riguarda la mobilità.
Il nodo Colombo/Wolf Ferrari/Pindaro risulta già nello stato attuale in condizioni di sovrasaturazione, con indice medio 1,02 e Livello di Servizio F.
E persino nello scenario feriale utilizzato dal proponente la simulazione serale registra il peggioramento di numerosi parametri: diminuisce la velocità media, aumentano tempi di percorrenza, fermate, perditempo e domanda latente.

Ma abbiamo posto anche due questioni metodologiche.
La prima riguarda la ritaratura semaforica: nello scenario di progetto entrano contemporaneamente il nuovo carico urbanistico e una modifica della regolazione dei semafori. Senza simulare la nuova regolazione senza il nuovo insediamento, non è possibile isolare compiutamente quanto del risultato derivi dal nuovo traffico e quanto dal miglioramento gestionale della rete.

La seconda riguarda una caratteristica dell’Infernetto che chi ci vive conosce molto bene: la Colombo non ha lo stesso traffico tutto l’anno. Lo Studio non sviluppa uno scenario specificamente rappresentativo dei fine settimana e della stagione maggio-settembre, quando ai flussi ordinari si sovrappone il pendolarismo verso e dal litorale. Né questa lacuna viene recuperata dal Piano di Monitoraggio.
E c’è poi il problema della baseline: alcune fonti utilizzate nello Studio richiamano dati del 1998-1999, mentre l’Infernetto conta oggi circa 30.000 residenti e il complesso delle previsioni urbanistiche porta, a completa attuazione, a una capacità insediativa nell’ordine dei 65.000 abitanti.

NON ESISTE UN TERRITORIO NUOVO PER OGNI NUOVO PROGRAMMA

La seconda osservazione riguarda gli effetti cumulativi.
Il Rapporto Ambientale considera trasformazioni che, complessivamente, interessano oltre 25 ettari e comportano 192.673,60 metri cubi di volumetria, oltre 60.000 mq di SUL residenziale, 1.604 nuovi abitanti e 102 addetti. Ma la valutazione quantitativa cumulativa viene sviluppata principalmente traducendo questi carichi nella relativa domanda di mobilità.
La nostra osservazione pone una questione molto semplice: acqua, fognature, aria, suolo, sistema ecologico e infrastrutture non ripartono da zero ogni volta che viene valutato un nuovo intervento.
Occorre quindi conoscere la capacità residua e distinguere ciò che esiste oggi, ciò che è già stato autorizzato, ma non ancora realizzato, e ciò che deriva dalle ulteriori trasformazioni previste. Non basta, cioè, verificare separatamente che ogni singolo intervento possa essere assorbito dalla capacità disponibile oggi, se quella stessa capacità è destinata a essere utilizzata anche dagli altri carichi già pianificati.

LE ALTERNATIVE VANNO CONFRONTATE ANCHE AMBIENTALMENTE

La terza osservazione riguarda le alternative.
Il Rapporto Ambientale ne considera tre. Non abbiamo quindi sostenuto che le alternative non esistano, ma abbiamo posto un problema diverso: manca una comparazione ambientale omogenea che permetta di comprendere vantaggi e svantaggi delle diverse configurazioni rispetto a consumo di suolo, impermeabilizzazione, traffico, acqua, reflui, rumore, emissioni, rischio idraulico, patrimonio arboreo e servizi ecosistemici.
La presenza formale di più scenari, infatti, non esaurisce la valutazione delle alternative se non vengono confrontate le rispettive prestazioni ambientali attraverso criteri comuni.
Abbiamo quindi chiesto anche di verificare almeno una ragionevole alternativa a minore pressione ambientale oppure di motivarne puntualmente l’eventuale irragionevolezza o impraticabilità.

ACQUA E REFLUI: PRIMA LA CAPACITÀ, POI IL MONITORAGGIO

La quarta osservazione riprende una delle questioni che avevamo già anticipato nei giorni scorsi.
Sono gli stessi elaborati ambientali a individuare tra le principali criticità la «potenziale inadeguatezza del sistema di approvvigionamento idrico» e la «potenziale inadeguatezza del sistema di smaltimento dei reflui».
Per questo abbiamo chiesto che venga dimostrata quantitativamente la capacità residua delle reti, considerando anche i carichi cumulativi. Risparmiare acqua è utile. Monitorare è necessario. Ma né l’uno né l’altro dimostrano preventivamente che l’infrastruttura abbia capacità sufficiente.
Il documento distingue infatti tra mitigazione, monitoraggio e condizione necessaria all’attuabilità dell’intervento: se le reti risultassero prive della capacità residua necessaria, occorrerebbe individuare preventivamente gli adeguamenti, i responsabili della loro realizzazione e la loro entrata in esercizio rispetto alla tempistica del Programma.

IL SUOLO NON È SOLTANTO ACQUA CHE DEVE DEFLUIRE

La quinta osservazione mette insieme consumo di suolo, compatibilità idraulica e patrimonio arboreo.
Il Programma interviene su un’area attualmente libera e AUBAC ha inquadrato l’intervento come di «dimensione significativa» in un sottobacino caratterizzato da risposta idraulica elevata CL3. Nel frattempo, sul sistema territoriale interessato è prevista anche la cassa di espansione del Canale Palocco a Madonnetta.
Lo Studio assume inoltre, per il sottobacino afferente alla vasca W1, una configurazione post operam con circa il 69% di superficie impermeabile e un coefficiente medio di deflusso pari a 0,73. Da qui una distinzione fondamentale: invarianza idraulica e conservazione delle funzioni ecosistemiche del suolo non sono la stessa cosa.
Una vasca può compensare temporalmente l’aumento del deflusso prodotto dall’impermeabilizzazione, ma non restituisce, per questo solo fatto, le funzioni perdute di infiltrazione, evapotraspirazione, regolazione microclimatica, supporto alla vegetazione, habitat e stoccaggio del carbonio.

Lo stesso vale per gli alberi. L’indagine ante operam ne censisce 59, 46 dei quali risultano nelle classi di stato buono o medio. La stessa relazione definisce le querce «l’ossatura ecologica di maggior valore e stabilità dell’area», mentre il bilancio definitivo tra esemplari conservati e rimossi viene rinviato alle successive fasi progettuali. Aumentare numericamente gli alberi non equivale automaticamente a ricostruire le funzioni ecosistemiche degli esemplari maturi eventualmente rimossi.

E ALLA FINE BISOGNA POTER MISURARE

La sesta osservazione riguarda il Piano di Monitoraggio Ambientale.
Ed è il punto che chiude logicamente tutti gli altri: se una VAS individua effetti, obiettivi e mitigazioni, deve poi essere possibile sapere se quelle previsioni si stanno verificando oppure no.
Per questo abbiamo chiesto indicatori realmente misurabili, baseline, soglie o valori-obiettivo ove tecnicamente applicabili, frequenze, responsabilità e soprattutto misure correttive da attivare quando i risultati si discostano da quanto previsto. Perché monitorare non significa semplicemente raccogliere dati. Significa costruire un sistema capace di accorgersi quando qualcosa non sta andando come previsto e stabilire che cosa accade dopo.

TRE CONTRIBUTI ALLA VAS

Il documento depositato oggi conclude quindi un percorso iniziato nei giorni scorsi.
L’8 settembre LabUr ha trasmesso la prima relazione tecnica, dedicata alla rete idropotabile dell’Infernetto e alla necessità di verificare la capacità effettiva del sistema rispetto al nuovo carico urbanistico.
Il 10 settembre abbiamo trasmesso la seconda relazione tecnica, dedicata al rapporto tra la cassa di espansione del Canale Palocco a Madonnetta e la vasca di laminazione prevista dal Programma Urbanistico, ponendo il problema del coordinamento tra programmazione dei lavori pubblici, pianificazione urbanistica e governo del bacino idrografico.
Il 18 settembre sono state infine depositate le osservazioni complessive: 37 pagine, sei osservazioni e una serie di richieste puntuali all’Autorità Competente, questa volta presentate in nome e per conto dell’insieme di associazioni, comitati e cittadini indicati nel documento.

ADESSO TOCCA ALLA VAS

Queste osservazioni non chiedono alla VAS di sostituirsi alla pianificazione urbanistica e non attribuiscono ai Parchi della Colombo il compito di risolvere tutte le criticità pregresse dell’Infernetto. Chiedono qualcosa di più preciso: che il nuovo carico venga valutato rispetto al territorio che esiste davvero, alle infrastrutture realmente disponibili, alle trasformazioni già pianificate e agli effetti cumulativi che esse producono.

Dopo anni di compensazioni urbanistiche una questione politica va posta.
Le compensazioni hanno stufato, non perché i diritti edificatori possano essere semplicemente ignorati, ma perché non è più accettabile continuare a spostarli sulla città come se ogni territorio di destinazione fosse un foglio bianco e ogni Accordo di Programma potesse essere valutato come un francobollo separato da quello accanto.

L’Infernetto è forse uno degli esempi più evidenti di questa contraddizione: ogni trasformazione viene istruita singolarmente, mentre nelle Conferenze dei Servizi e negli stessi elaborati ambientali le Autorità e gli enti competenti continuano a far emergere criticità sulla mobilità, sull’assetto idraulico, sulle reti, sul consumo di suolo e sulla capacità del territorio di assorbire ulteriori carichi. Se una rete idrica ha una capacità residua, quella capacità è una sola. Se un nodo stradale è già saturo, non torna libero all’apertura del procedimento successivo. Se più trasformazioni scaricano sullo stesso sistema idraulico, l’acqua non distingue quale provenga da un Accordo di Programma e quale da quello vicino. E un ettaro di suolo impermeabilizzato resta impermeabilizzato anche quando si chiude la Conferenza dei Servizi.

È per questo che abbiamo insistito tanto sugli effetti cumulativi. La domanda non può più essere soltanto: “questo singolo intervento è compatibile?”. Bisogna finalmente chiedersi: quanto altro carico può sostenere complessivamente questo territorio, considerando tutto ciò che esiste, tutto ciò che è già stato autorizzato e tutto ciò che è ancora previsto?

La relazione è stata depositata. Questa volta dietro quelle 37 pagine non c’è soltanto LabUr. Ci sono associazioni, comitati e cittadini che hanno scelto di sottoscrivere insieme una richiesta che è tecnica, ma inevitabilmente anche politica: basta pianificare per francobolli. Prima di aggiungere altro carico urbanistico bisogna sapere quanto carico il territorio può ancora sostenere. Adesso la parola passa all’Autorità competente.

Il documento completo osservazioni VAS “Parchi della Colombo”.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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PARCO DEL MARE, TUTTO ESECUTIVO. TRANNE QUELLO CHE CAMBIA

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260913_084359_0000Il progetto è approvato, validato e in cantiere. Ma Gualtieri apre a nuovi parcheggi e al P8 (in via Fernando D’Aragona), tra cronoprogramma, bonifica bellica, cartello e catasto, gli atti raccontano storie diverse.

 

Il Sindaco Roberto Gualtieri risponde solo ieri, sulle colonne de Il Messaggero, dopo oltre un mese, alla lettera del Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e apre a nuovi parcheggi. Intanto al P8 (in via F. D’Aragona) parte un cantiere che al giorno 87 dovrebbe già essere agli scavi: tra bonifica bellica assente dal cronoprogramma, date che non coincidono e una particella catastale «da accertare» dal 1979.
Il progetto è esecutivo, ma i parcheggi si stanno ancora ridiscutendo nonostante i lavori risultino iniziati il 18 giugno, ma la notifica sul cartello è del 22 giugno.

Il cronoprogramma dice che P7-P8 dovrebbero essere agli scavi, ma P8 è stato recintato e sfalciato solo da qualche giorno. Inoltre, prima degli scavi è prescritta la bonifica bellica fino a tre metri, ma nel cronoprogramma del Progetto Esecutivo (PE) non compare. Ma sotto il nuovo parcheggio P8 c’è una particella di Roma Capitale che dal 1979 risulta ancora «Fabbricato Urbano da Accertare».

Benvenuti, ancora una volta, nel Parco del Mare di Ostia.

MENTRE GUALTIERI RISPONDE A ROCCA, IL CANTIERE VA AVANTI

L’8 agosto diventava pubblica la lettera con cui il Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca sollevava rilievi sul Parco del Mare: parcheggi insufficienti e mal distribuiti, collegamenti con il trasporto pubblico, manutenzione, coordinamento con il PUA. Gualtieri ha risposto oltre un mese dopo: il 12 settembre Il Messaggero titola: «Parco del Mare di Ostia, “Ok a nuovi parcheggi”». Il Sindaco difende l’iter e il progetto, ma apre alla possibilità di rafforzare l’offerta di sosta attraverso un tavolo tecnico che individui ulteriori aree.
Curioso. Perché nel frattempo il progetto è già esecutivo, approvato, validato, consegnato e dichiarato in corso di realizzazione.
In pratica, si costruiscono i parcheggi del progetto mentre si discute se ne servano altri.

P8: AL GIORNO 87 DOVREBBE ESSERE GIÀ AGLI SCAVI

LabUr continua quindi il monitoraggio dei lavori iniziati (?) a giugno.
Al giorno 63 ANAS ci aveva spiegato che erano in corso le consuete «attività propedeutiche alla risoluzione delle interferenze». Oggi siamo al giorno 87 e siamo andati a vedere il P8, parcheggio previsto in via Ferdinando d’Aragona: 85 posti auto su circa 2.400 mq.

Il cantiere è comparso soltanto nei giorni scorsi: recinzione arancione, cartello e sfalcio.
Peccato che il cronoprogramma esecutivo racconta però altro.
Per il gruppo P7-P8 prevede 5 giorni di cantierizzazione, dal giorno 5 al 60 scotico e scavo di sbancamento e dal giorno 60 al 130 scavi per sottoservizi e rete irrigua. Al giorno 87 dovremmo quindi essere nella terza fase. In realtà siamo alla prima.

Il cronoprogramma è stato aggiornato? Non si sa perché il documento non è pubblico.

IL CARTELLO CHE RIESCE A COMPLICARE ANCHE IL CALENDARIO

Poi c’è il cartello appena affisso a P8.
La Notifica preliminare dichiara:

inizio lavori: 18 giugno 2026
durata: 643 giorni
fine presunta: 22 marzo 2028.

solo che è datata 22 giugno 2026, quattro giorni dopo l’inizio dichiarato.

E il 18 giugno riserva altre sorprese.
Nel cronoprogramma è indicato come «Consegna Lavori». Secondo la successiva risposta di ANAS a LabUr è anche il giorno in cui Roma Capitale ha approvato e validato il Progetto Esecutivo. Nello stesso giorno, quindi, il progetto viene approvato e validato, i lavori vengono consegnati e risultano iniziati. Quattro giorni dopo arriva la Notifica.

Non basta.
Il cartello è esposto nel cantiere di via Ferdinando d’Aragona. La Notifica indica come indirizzo del cantiere però «Piazzale Cristoforo Colombo, SNC». Può trattarsi della notifica generale dell’intera opera, ma allora sarebbe interessante sapere quali fronti di lavoro copra e quando ciascuno di essi sia stato realmente aperto.

E LA BONIFICA BELLICA CHE FINE HA FATTO?

A P8 il Progetto Esecutivo prescrive la Bonifica Sistematica Terrestre dagli ordigni bellici, superficiale e profonda fino a 3 metri. È preliminare alle successive lavorazioni e soggetta al Parere Vincolante dell’Autorità Militare, previa predisposizione del DUB.
C’è solo un particolare: nel cronoprogramma dei 643 giorni inspiegabilmente la BST non compare.

Per P7-P8 si passa direttamente dalla cantierizzazione allo scotico e allo sbancamento.
Per altro, lo sfalcio effettuato nei giorni scorsi apre un’altra domanda, perché la stessa relazione sulla bonifica prevede la rimozione della vegetazione come attività TV001, da eseguire esclusivamente con personale BCM qualificato.
Quindi è molto semplice: se quello effettuato a P8 è il TV001 della bonifica bellica, vorremmo vedere DUB, Parere Vincolante dell’Autorità Militare e documentazione BCM. Se non lo è, vorremmo sapere quando verrà effettuata la BST prevista dal Progetto Esecutivo prima delle lavorazioni invasive.

SOTTO P8 C’È ANCHE UNA PARTICELLA «DA ACCERTARE» DAL 1979

Abbiamo guardato anche il terreno sul quale il parcheggio dovrebbe essere realizzato.

La particella 167 del foglio 1120, sezione C, ha una superficie catastale di 3.050 mq ed è intestata al Comune di Roma per 1.000/1.000. Ma dal 19 febbraio 1979 conserva al Catasto Terreni la qualità:

«FU D ACCERT» – Fabbricato Urbano da Accertare.

Abbiamo controllato anche le immagini storiche disponibili: almeno dal 2003 al 2026 la grande area destinata al parcheggio risulta sostanzialmente libera da fabbricati. Quindi non abbiamo alcuna intenzione di inventarne uno. Il problema che si pone è perché quella classificazione catastale è ancora lì dopo 47 anni?

C’è poi l’ispezione ipotecaria telematica effettuata sull’attuale identificativo catastale per il periodo informatizzato dal 31 dicembre 1997 all’11 settembre 2026. Il risultato è:

«NON È STATO REPERITO NESSUN IMMOBILE A FRONTE DEI DATI DELLA RICHIESTA».

Questo non dimostra affatto che Roma Capitale non sia proprietaria: il titolo può essere precedente, riferito a vecchi identificativi catastali o richiedere la ricostruzione della continuità storica, però dimostra che quella ricostruzione va fatta.
Per questo LabUr chiederà il titolo di provenienza, la relativa nota di trascrizione, gli eventuali identificativi catastali precedenti e la scheda dell’inventario patrimoniale di Roma Capitale, perché prima di trasformare un terreno con denaro pubblico, sapere esattamente che cosa sia, da dove provenga e con quale titolo sia disponibile non dovrebbe essere una pretesa rivoluzionaria di una “resistenza al cambiamento anche organizzata” come l’ha definita l’Assessore Veloccia.

LE INTERFERENZE

IMG-20260911-WA0047E così, al giorno 87, siamo ancora alle famose «interferenze». Il progetto è esecutivo, ma si discutono nuovi parcheggi. Il cronoprogramma dice scavi, P8 è appena stato recintato. La bonifica bellica è prescritta, ma nel cronoprogramma non c’è. L’inizio lavori è stato dichiarato il 18 giugno, ma la Notifica è del 22. Il 18 giugno è contemporaneamente approvazione e validazione del PE, consegna e inizio dichiarato dei lavori. Il cartello è a via Ferdinando d’Aragona, ma la Notifica dice Piazzale Cristoforo Colombo. E la particella comunale destinata al parcheggio è ancora «Fabbricato Urbano da Accertare» dal 1979. ANAS le chiama interferenze. Noi, più modestamente, chiediamo gli atti perché dopo 87 giorni il Parco del Mare non ha più bisogno di essere raccontato sui giornali o nei comunicati stampa. Ha bisogno di tornare nella realtà.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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CASTELPORZIANO, LA SPIAGGIA DEL PRESIDENTE TRA AFFIDAMENTI-PONTE E UN FUTURO GIÀ DISEGNATO

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260912_155855_0000Demolire i vecchi chioschi, costruirne di nuovi, riscrivere servizi e affidamenti. Nel mezzo, ‘concessioni ponte’ per mantenere in funzione l’attuale sistema fino al nuovo assetto. A Castelporziano il problema non è soltanto che cosa si vuole fare, ma come ci si sta arrivando: senza che dagli atti disponibili emerga un confine demaniale chiaramente definito e con un ruolo della Presidenza della Repubblica ancora non conoscibile. Per questo LabUr invierà al Segretariato generale della Presidenza una richiesta formale di chiarimenti.

 

Castelporziano non è una spiaggia qualunque. È la spiaggia legata alla dotazione del Presidente della Repubblica e regolata per decenni da un rapporto particolare tra Presidenza, Stato e Comune di Roma. Proprio per questo dovrebbe essere uno dei luoghi amministrativamente più trasparenti e tutelati d’Italia. Purtroppo non appare così.

Roma Capitale si prepara infatti ad abbattere i chioschi esistenti e a ridisegnare completamente l’assetto della spiaggia. A luglio 2026, Risorse per Roma ha attivato un contratto applicativo che comprende i rilievi tecnici collegati alla “progettazione per l’abbattimento e la successiva rimozione di chioschi sul tratto di spiaggia libera di Castelporziano”.

I rilievi fanno capo all’accordo quadro aggiudicato a GRS S.r.l., società romana specializzata in rilievi topografici, geometrici e architettonici. L’accordo ha un valore massimo di 200.000 euro oltre IVA, durata di 36 mesi, ed è stato aggiudicato con un ribasso del 44,6%. Il RUP è Domenico Bartucca. Negli atti di gara compaiono inoltre, tra i soggetti sottoposti alle verifiche, Marco Santoni, Andrea Santoni e Giorgio Ascolese.

GRS, è bene precisarlo, non risulta progettista dei nuovi chioschi. Il suo ruolo, allo stato degli atti disponibili, è quello di fornire i rilievi tecnici necessari alla progettazione che Risorse per Roma sviluppa per conto di Roma Capitale. Ed è proprio questo che rende il passaggio cruciale: la demolizione dei chioschi è ormai entrata concretamente nel circuito tecnico della progettazione pubblica.

Ripercorriamo cosa è accaduto nei mesi scorsi.

Prima c’era stato il project financing (su progetto di Structura Srl) promosso dai gestori e preso in considerazione dal Comune: demolizione, ricostruzione, nuove strutture, nuovo modello di gestione.

Quel progetto è stato poi fermato dall’Avvocatura dello Stato, facendo emergere una questione fondamentale: Comune e operatori stavano immaginando insieme il futuro della spiaggia del Presidente dando per risolta una disponibilità giuridica dell’area che risolta non era.

Quindi, formalmente il project financing è stato bloccato ma è noto – anche dalle dichiarazioni ufficiali dell’Amministrazione Capitolina – che non sono scomparsi gli obiettivi che ne costituivano l’impianto. L’impostazione di fondo riemerge oggi nel percorso pubblico: abbattere, ricostruire, ridisegnare il sistema dei punti ristoro, riorganizzare servizi e concessioni.

Rimane dunque il nodo da chiarire: quanto del progetto privato bocciato dall’Avvocatura dello Stato finirà, al momento opportuno, dentro Risorse per Roma e dentro la nuova progettazione pubblica?

Oggi non abbiamo ancora un atto che dimostri il trasferimento formale degli elaborati, ma abbiamo una continuità di obiettivi abbastanza evidente da rendere indispensabile una verifica documentale completa. Nel frattempo, però, il vecchio sistema non può essere ‘spento’ ed è qui che entreranno in gioco gli ‘affidamenti ponte’, come già avvenuto sul resto del Litorale di Roma Capitale.

Tra il vecchio Castelporziano e quello futuro si sta costruendo una fase transitoria: affidamenti e rinnovi temporanei necessari a mantenere aperti i chioschi e garantire i servizi mentre si preparano demolizioni, nuove strutture e futuro assetto concessorio. Il c.d. ‘ponte’ serve esattamente a questo: tenere in vita gli attuali operatori fino a quando il nuovo modello non sarà pronto.

E qui si apre una questione delicatissima. Se la fase temporanea continua a mantenere gli stessi soggetti sul posto e, contemporaneamente, il nuovo sistema viene costruito attribuendo peso all’esperienza pregressa, il rischio è che il passaggio dal vecchio al nuovo finisca per produrre una continuità sostanziale anche dopo la gara.

La futura architettura amministrativa appare infatti abbastanza leggibile: rinnovo o rilascio della concessione demaniale a Roma Capitale, affidamenti ai privati, servizi di spiaggia, attività di ristorazione e nuove convenzioni, come avvenuto a Capocotta. Solo che Castelporziano è più complesso perché ancora non è stato definito il confine del demanio marittimo.

Dunque, prima di progettare, demolire, ricostruire e riaffidare, sarebbe necessario sapere con certezza su quale bene si sta intervenendo, quale amministrazione ne dispone e con quale titolo.

Come scriviamo da anni, una linea informatica (SID) non può sostituire una delimitazione giuridicamente certa. Nonostante ciò, l’Amministrazione procede programmando abbattimenti, affidando rilievi, immaginando nuove strutture, mantenendo in esercizio gli operatori attraverso una ‘fase ponte’ e preparandi un futuro assetto pluriennale.

Nel frattempo, il ruolo della Presidenza della Repubblica non emerge con chiarezza dagli atti pubblicamente disponibili, nonostante la trasformazione prevista sia destinata a modificare profondamente la spiaggia. Un ruolo necessariamente centrale, perché Castelporziano costituisce una dotazione del Presidente della Repubblica, non una proprietà della Presidenza.

È qui che si concentra il problema vero. Non sono i chioschi in sé, né le gare: è la trasparenza dell’intero percorso istituzionale. Proprio perché Castelporziano costituisce una dotazione del Presidente della Repubblica, la Presidenza dovrebbe rendere conoscibile la propria posizione e sollecitare Roma Capitale e gli altri soggetti coinvolti a pubblicare integralmente il precedente project financing, il parere dell’Avvocatura dello Stato, gli atti della Capitaneria, gli elaborati consegnati dai gestori, gli incarichi affidati a Risorse per Roma, i rilievi eseguiti da GRS, il progetto che ne scaturirà e tutti gli atti preparatori dei futuri affidamenti.

Solo allora sarà possibile capire se il project financing sia stato davvero definitivamente abbandonato oppure se, bocciato come iniziativa privata, stia semplicemente aspettando di ricomparire, pezzo dopo pezzo, dentro la progettazione pubblica.

Castelporziano appare sospeso tra due mondi: il vecchio sistema sopravvive attraverso concessioni ponte, mentre il nuovo viene lentamente costruito.

Ma siamo davvero sicuri che la spiaggia del Presidente della Repubblica sia la spiaggia più tutelata d’Italia? O proprio l’assenza di confini certi, atti pubblici completi e trasparenza rischia di trasformarla nel luogo dove politica e interessi imprenditoriali possono ridisegnare insieme il futuro di un bene che dovrebbe essere protetto più di ogni altro?

Le sorti di questo tratto di arenile della Capitale d’Italia, iscritto di fatto nella Costituzione italiana come dotazione del Presidente della Repubblica, non sono materia di interlocuzioni informali, mediazioni opache e interessi particolari.

Per questa ragione LabUr invierà una segnalazione al Segretariato della Presidenza chiedendo chiarimenti prima che si decida della autunnale destagionalizzazione e cioè dell’apertura dei lidi anche fuori dalla stagione balneare.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

 

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PARCHI DELLA COLOMBO, L’ACQUA NON CONOSCE I CONFINI DEI PROCEDIMENTI

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260910_181143_0000Mentre nella Commissione Capitolina Lavori Pubblici la cassa di Madonnetta viene definita essenziale e propedeutica agli interventi successivi sul sistema idraulico, procede la VAS di una nuova urbanizzazione che recapita le acque nell’Influente I del sistema Palocco. LabUr trasmette all’Autorità competente una seconda relazione tecnica.

 

 

Dopo l’analisi tecnica sulla rete idropotabile, vediamo ora il sistema idraulico. Anticipiamo dunque una seconda questione che sarà posta nell’ambito della Valutazione Ambientale Strategica (VAS) del Programma Urbanistico “Parchi della Colombo”: il rapporto tra la nuova trasformazione dell’Infernetto e il sistema Palocco–Influente I, sul quale Roma Capitale sta contemporaneamente programmando la cassa di espansione di Madonnetta.

 

La relazione tecnica LabUr – Laboratorio di Urbanistica è stata trasmessa in data odierna all’Autorità competente affinché sia acquisita nell’istruttoria in corso. C’è infatti un punto nel procedimento dei Parchi della Colombo che deve essere chiarito prima della conclusione della VAS perché la questione non riguarda soltanto la documentazione urbanistica, ma il suo confronto con ciò che Roma Capitale sta facendo, contemporaneamente, sul sistema idraulico del Canale Palocco.

MADONNETTA: L’OPERA “ESSENZIALE E PROPEDEUTICA”

Il 7 settembre la Commissione Lavori Pubblici di Roma Capitale ha dato parere favorevole al progetto della cassa di espansione del Canale Palocco in località Madonnetta.

Si tratta di un’opera strutturale di bacino, con un volume utile di laminazione di circa 277.000 metri cubi, destinata alla mitigazione del rischio idraulico del quadrante. Nel corso della Commissione gli uffici capitolini ne hanno sottolineato il carattere essenziale e propedeutico rispetto agli interventi successivi sul sistema idraulico.

E non stiamo parlando di una criticità astratta. La documentazione progettuale predisposta per la cassa descrive un territorio interessato da frequenti allagamenti connessi all’insufficienza della rete di drenaggio, richiama la saturazione delle infrastrutture idrauliche esistenti e il sottodimensionamento del reticolo di bonifica e individua nell’aumento delle superfici impermeabili e nella progressiva urbanizzazione fattori che contribuiscono alla vulnerabilità idraulica del sistema.

800 METRI CUBI DENTRO UN SISTEMA MOLTO PIÙ GRANDE

Contemporaneamente procede la VAS del Programma Urbanistico “Parchi della Colombo”, all’Infernetto: oltre 52.000 metri cubi di nuova edificazione, 16.264,66 mq di SUL e una capacità insediativa teorica di 365 abitanti.

Per compensare l’aumento del deflusso prodotto dalla trasformazione, il Programma prevede la vasca di laminazione W1, della capacità di 800 metri cubi, collegata direttamente all’Influente I del sistema Palocco.

Lo stesso Studio di compatibilità idraulica assume, per il sottobacino afferente alla vasca, una configurazione post operam con circa il 69% di superfici impermeabili e un coefficiente medio di deflusso pari a 0,73.

Il problema, sia chiaro, non è confrontare 800 metri cubi con 277.000. Le due opere infatti hanno natura e funzione completamente diverse. Madonnetta è un’opera strutturale di bacino, mentre W1 è una misura di invarianza idraulica del singolo comparto urbanistico. Il problema è che le due opere non appartengono a sistemi idraulici indipendenti.

La W1 restituisce infatti le proprie acque all’Influente I, appartenente alla rete artificiale di bonifica e confluente nel sistema Palocco. L’invarianza idraulica locale serve quindi a compensare l’incremento del picco di portata prodotto dalla trasformazione. Non interrompe il rapporto tra quel comparto e il sistema idraulico nel quale le acque vengono recapitate.

I LAVORI PUBBLICI RAGIONANO PER BACINO, L’URBANISTICA PER COMPARTO

È qui che emerge una delle questioni che LabUr sottopone alla VAS.
Da una parte Roma Capitale affronta la sicurezza idraulica alla scala del bacino e considera Madonnetta un’opera essenziale e propedeutica agli interventi successivi sul sistema. Dall’altra, la nuova trasformazione urbanistica viene valutata attraverso l’invarianza idraulica del singolo comparto.

Mentre i Lavori Pubblici ragionano per bacino, l’Urbanistica, almeno nella documentazione oggi disponibile, ragiona per comparto. Ma l’acqua che esce dal comparto non scompare. Entra nell’Influente I e continua a far parte dello stesso sistema territoriale sul quale l’Amministrazione sta programmando opere strutturali di mitigazione del rischio.

LO STESSO STUDIO TROVA UNA CRITICITÀ A WOLF FERRARI

È lo stesso Studio di compatibilità idraulica dei Parchi della Colombo a rilevare che l’attraversamento dell’Influente I in corrispondenza di via Ermanno Wolf Ferrari non è idoneo a convogliare la portata associata all’evento con tempo di ritorno di 200 anni. La simulazione determina il sormonto dell’attraversamento, l’allagamento di Largo Raffaello de Rensis e la propagazione delle acque in parte lungo la Cristoforo Colombo e in parte verso Palocco.

Lo Studio non conclude che le aree fondiarie destinate all’edificazione dei Parchi della Colombo siano interessate dall’allagamento simulato, ma la sicurezza locale delle aree edificabili non coincide automaticamente con la capacità e la sicurezza del sistema idraulico nel quale la trasformazione viene inserita.

Ed è proprio questo sistema che presenta criticità documentate e sul quale Roma Capitale sta contemporaneamente programmando un’opera strutturale di grande rilevanza.

L’INVARIANZA DEL COMPARTO NON È L’INVARIANZA DEL BACINO

La domanda ambientale, quindi, non può essere soltanto se il singolo lotto restituisce la stessa portata di picco che restituiva prima della trasformazione. Occorre verificare anche che cosa accada al sistema nel quale quella portata viene restituita, tenendo conto delle condizioni effettivamente esistenti, delle ulteriori trasformazioni urbanistiche, dell’impermeabilizzazione progressiva del territorio e delle opere strutturali programmate ma non ancora entrate in esercizio.

Madonnetta, oggi, è solo un’opera finanziata, progettata e ambientalmente istruita, ma non ancora realizzata e funzionante. Anche per i Parchi della Colombo alcuni elementi della soluzione idraulica non risultano ancora definitivamente determinati, tant’è che lo Studio rinvia alle successive fasi progettuali il dimensionamento definitivo di alcune opere connesse all’Influente I e la calibrazione delle misure di laminazione sulla configurazione effettivamente realizzata. È quindi necessario che la VAS ricostruisca un quadro unitario e temporalmente coerente del sistema idraulico, chiarendo il rapporto tra Parchi della Colombo, Influente I, Canale Palocco e gli interventi strutturali programmati.

Tradotto, chiediamo di distinguerle tecnicamente e coordinarle territorialmente, perché c’è una cosa che i procedimenti amministrativi possono fare e l’acqua no: fermarsi al confine di una pratica.

 

Qui la seconda Relazione_tecnica_confronto_Madonnetta_Parchi_della_Colombo_VAS (RELAZIONE TECNICA – “Cassa di espansione del Canale Palocco/Madonnetta e vasca di laminazione del Programma Urbanistico ‘Parchi della Colombo’ – Criticità di coordinamento tra programmazione dei lavori pubblici, pianificazione urbanistica e governo unitario del bacino idrografico”), trasmessa in data odierna all’Autorità competente nell’ambito della VAS.

La prima relazione è disponibile a questo LINK. Prima della scadenza dei termini seguirà la Relazione finale contenente tutte le osservazioni complessive di LabUr.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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PALESTRA DELLA LEGALITÀ – DA DISTRIBUTORE A PALESTRA: DI CHI ERANO IL TERRENO E IL FABBRICATO? (2/3)

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260909_081727_0000Seconda puntata del dossier LabUr sulla Palestra della Legalità costruita all’interno del Porto Turistico di Roma. Dopo aver ricostruito nella prima puntata gli affitti pagati a una società privata sotto sequestro, i flussi di contributi pubblici e il crollo dei bilanci della controllata in house, entriamo nei fascicoli urbanistici ed edilizi: la metamorfosi del fabbricato D da pertinenza di una pompa di benzina a “palestra privata”, l’azzeramento degli oneri concessori, la finzione del rischio idraulico, la giostra delle metrature catastali e un cortocircuito patrimoniale che gli stessi atti di Roma Capitale non riescono a sanare: di chi erano realmente il terreno e l’immobile mentre un ente pubblico versava oltre 100 mila euro l’anno di canoni di locazione? Esposto alla Corte dei Conti.

 

Prima della Palestra della Legalità c’era un impianto di rifornimento carburanti. Il fabbricato D di via dell’Idroscalo 103 nasce all’interno dell’Accordo di Programma del Porto Turistico di Roma del 2000 (ratificato con delibera di Consiglio Comunale n. 134/2000) ed è stato realizzato in forza del Permesso di Costruire n. 862 del 4 agosto 2006 come pertinenza della stazione di servizio TAMOIL. Non nasceva come impianto sportivo e non aveva alcuna funzione sociale o ricreativa.

Nel 2017 l’amministrazione giudiziaria di Immobilgest 2010 S.r.l. chiede di mutarne la destinazione d’uso. Nel 2018 Roma Capitale approva la variante e autorizza i lavori interni. Nel febbraio 2019 la struttura apre al pubblico.

Il percorso amministrativo formale esiste, ma l’esame analitico della Determinazione Dirigenziale di Roma Capitale (Dipartimento PAU rep. QI/1305/2018 del 31 agosto 2018) e della relazione tecnica asseverata del progettista dell’IPAB Asilo Savoia (prot. QI132046 del 2 agosto 2018) spalanca una sequenza di forzature tecniche e vuoti documentali che investono direttamente la sicurezza e le casse pubbliche.

La scorciatoia urbanistica: cambio d’uso e zero oneri concessori

L’area ricade nella zona M, sottozona M2, destinata a “Servizi generali e locali di proprietà privata” con vincolo specifico a distributore carburanti. Per trasformarla, il Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica (PAU) ricorre alla procedura semplificata dell’art. 1-bis della Legge Regionale Lazio n. 36/1987 per le modifiche non sostanziali agli strumenti urbanistici attuativi.

La Determinazione QI/1305/2018 approva la variante sostituendo la destinazione a stazione di servizio con quella di “palestra privata c.d. della legalità”. L’operazione viene fatta passare come mero mutamento interno alla medesima categoria funzionale “produttiva e direzionale” prevista dall’art. 23-ter del D.P.R. 380/2001.

Asseverando che l’intervento non aumentava la superficie utile lorda (SUL), non modificava volume, sagoma e prospetti e non comportava opere strutturali, il Comune ha stabilito che non era dovuto un solo euro di contributo di costruzione (artt. 16 e 19 D.P.R. 380/2001), esentando l’intervento da oneri di urbanizzazione primaria, secondaria, costo di costruzione e contributo straordinario.

Una classificazione di comodo: una palestra ad alto afflusso viene equiparata a un gabbiotto commerciale di carburanti, consentendo alla proprietà del bene — all’epoca la società privata sotto sequestro Immobilgest 2010 S.r.l. — di veder riqualificato e trasformato il proprio cespite a costo zero in termini di oneri comunali.

La finzione del carico antropico in piena area di rischio alluvionale R4

Il punto più allarmante sul piano della pubblica sicurezza riguarda la compatibilità idraulica.
Il fabbricato sorge alla foce del Tevere ed è compreso, per tabulas, in Fascia A fluviale, corridoio primario di pianificazione e zona a rischio idraulico molto elevato R4 del Piano di Bacino. In un’area R4 le norme di salvaguardia impongono cautele massime e il vincolo stringente del nulla osta dell’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Tevere per qualsiasi mutamento funzionale che incrementi l’esposizione umana al pericolo di alluvione.

Come ha superato questo scoglio Roma Capitale?

L’istruttoria della Determinazione QI/1305/2018 stabilisce che il nulla osta idraulico non è necessario sulla base di un presupposto messo nero su bianco: l’asserita assenza di incremento del carico antropico.
Si tratta di una contraddizione insostenibile. Come può un impianto sportivo presentare lo stesso carico antropico di un distributore di benzina con annesso chiosco merci?

  • Nella stazione di rifornimento la presenza umana è puntiforme, rapida ed episodica;
  • Nella Palestra della Legalità, la Regione Lazio e Asilo Savoia hanno rivendicato pubblicamente numeri imponenti: 1.500 abbonati nel 2020 con 31 corsi attivi su 78 ore settimanali e 53.298 ingressi annui, saliti nel consuntivo 2023 a 1.060 iscritti su 99 ore di attività settimanale!

Decine di cittadini si allenano, si cambiano e sostano contemporaneamente all’interno di un compendio a rischio inondazione R4. Dichiarare amministrativamente che non vi fosse aumento di carico antropico è stato l’artificio tecnico per bypassare le prescrizioni di sicurezza idraulica e i vincoli di bacino. Quale piano di evacuazione spondale è stato predisposto? Quali sono i limiti di affollamento istantaneo autorizzati per garantire l’incolumità in caso di piena del Tevere? Negli atti non ve n’è traccia.

Il buco nero dei titoli: dov’è l’agibilità? Dove sono gli impianti e l’antincendio?

La Determinazione dirigenziale del 2018 approvava un progetto su carta, non dava il via libera incondizionato all’apertura. Il dispositivo subordinava l’avvio del cantiere al deposito presso il Municipio X di adempimenti di legge inderogabili: comunicazione di inizio lavori, nominativo del direttore dei lavori, impresa esecutrice e regolarità contributiva (DURC), oltre alla successiva comunicazione di fine lavori.

Dagli atti ufficiali finora esaminati da LabUr mancano tutti i documenti essenziali che attestano la conformità dell’opera finita:

  1. La Comunicazione di Inizio Lavori (CIL) con l’identità dell’impresa affidataria;
  2. La Comunicazione di Fine Lavori con i collaudi tecnici;
  3. La Segnalazione Certificata di Agibilità (SCA);
  4. La SCIA Antincendio / Certificato di Prevenzione Incendi (CPI), presidio inderogabile per locali sportivi aperti al pubblico;
  5. I certificati di conformità degli impianti (elettrico, idrico, climatizzazione e ricambio d’aria).

Il progetto asseverato dall’architetto di Asilo Savoia descriveva l’intervento come “manutenzione straordinaria leggera”: demolizione e ricostruzione di tramezzi non strutturali per ricavare spogliatoi, docce e percorsi interni, lasciando intatta la sagoma e le maglie dei pilastri. Tuttavia, gli elaborati grafici non contengono alcun computo metrico estimativo né tavole esecutive degli impianti.

L’apertura della palestra a febbraio 2019 poggiava su tutti i collaudi di sicurezza prescritti dalla legge o l’inaugurazione politica ha scavalcato la burocrazia ordinaria?

Il giallo delle superfici: quattro metrature per lo stesso stabile

L’opacità amministrativa si riflette direttamente sulla consistenza fisica del bene. Negli atti e nelle dichiarazioni delle istituzioni compaiono ben quattro dimensioni differenti per lo stesso edificio:

  • 1.060,84 mq nella Deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 33/2024 (l’atto formale di concessione ventennale);
  • circa 1.200 mq nei comunicati ufficiali della Regione Lazio (2020);
  • circa 1.800 mq nella relazione ufficiale di consegna dell’ANBSC (giugno 2023);
  • circa 2.000 mq nelle comunicazioni celebrative di Asilo Savoia (marzo 2024).

Una forbice che raddoppia le superfici. A ciò si somma l’anomalia catastale: l’istanza di cambio d’uso del 2018 riguarda esclusivamente il subalterno 18 della particella 2827, mentre il dispositivo conclusivo della determina dirigenziale approva i subalterni 15, 18 e 19, categoria D/8.

Quali porzioni sono state effettivamente riqualificate? Quali erano coperte dai canoni di locazione? E se la concessione comunale del 2024 riguarda solo 1.060 mq, a quale titolo e su quali spazi Asilo Savoia dichiara un centro da 2.000 metri quadrati?

Risorse per Roma S.p.A. dichiara nei suoi report di aver effettuato proprio su questo bene verifiche catastali, sopralluoghi tecnici e monitoraggi per conto del Comune. Cosa contengono le relazioni tecniche di Risorse per Roma? Sono state riscontrate difformità?

Di chi erano il terreno e il fabbricato? Il paradosso del doppio proprietario

La faglia più profonda dell’intera operazione tocca il regime patrimoniale del compendio.

Nella Determinazione PAU QI/1305/2018, il Comune di Roma qualifica espressamente il fabbricato D come immobile di «proprietà di Roma Capitale», ubicato su un’area parimenti capitolina. Il 15 settembre 2018 l’amministrazione ribadiva pubblicamente attraverso i propri canali istituzionali di essere «proprietaria sia del terreno su cui ricade l’immobile sia dell’immobile».

Eppure, nello stesso identico testo della determina urbanistica, il gruppo di lavoro ammetteva un quadro incompatibile: la particella 2827 — espropriata dal Comune al Demanio nel 1979 — era stata successivamente venduta a soggetti privati dell’Accordo di Programma del Porto, e il Dipartimento Patrimonio capitolino aveva avviato un contenzioso giudiziario per tentare di riacquisirla!

Nel frattempo, per quello stesso edificio, la società confiscata Immobilgest 2010 S.r.l. figurava formalmente come proprietaria e locatrice, incassando da Asilo Savoia due canoni per complessivi 102.040 euro l’anno. La titolarità pubblica del bene si perfezionerà solo cinque anni dopo, con il decreto ANBSC del 2 marzo 2023 di destinazione al patrimonio indisponibile capitolino e la successiva trascrizione.

Il corto circuito è insanabile:

  • Se Roma Capitale era già proprietaria del terreno e dell’immobile nel 2018, a quale titolo un ente pubblico regionale (Asilo Savoia) pagava oltre 100 mila euro di affitto a una S.r.l. privata sotto sequestro per occupare un bene già pubblico?
  • Se invece l’immobile apparteneva a Immobilgest 2010 Srl (tanto da richiederne la confisca e il formale decreto di trasferimento statale nel 2023), su quali basi il Dipartimento Urbanistica nel 2018 ha autorizzato varianti e titoli edilizi qualificando l’area come patrimonio capitolino?

I conti che non tornano: dal milione speso ai nuovi 950.000 euro

Questo vuoto patrimoniale e urbanistico rende ancora più opaca la gestione delle risorse.

Asilo Savoia ha dichiarato di aver investito circa 1 milione di euro per riqualificare la struttura e acquistare macchinari sportivi. Ma dai bilanci di Immobilgest 2010 Srl emerge che solo 210.000 euro di lavori sono stati formalmente compensati e scomputati dai canoni di locazione.

Per una trasformazione definita dagli atti comunali come “manutenzione straordinaria leggera” (senza opere murarie portanti, né scavi, né variazioni volumetriche), come si giustifica la spesa di 1 milione di euro? Chi ha redatto i computi metrici e validato la congruità dei prezzi prima di autorizzare la spesa di fondi pubblici? Quanta parte di quella cifra ha incrementato stabilmente il valore del manufatto e quanta è finita in attrezzature mobili?

La domanda diventa stringente alla luce dei nuovi finanziamenti piovuti sulla Palestra:

  • € 700.000 a valere sul Fondo statale “Sport e Periferie”;
  • € 250.000 erogati dalla Regione Lazio a fine 2024 con la L.R. 17/2024.

Un ulteriore pacchetto da 950.000 euro di risorse pubbliche destinato a un “polo attrezzato outdoor” e all’ampliamento dell’impianto.

Qual è il nuovo titolo edilizio? Su quali subalterni o aree esterne insistono le nuove opere? In un contesto sottoposto a vincolo paesaggistico della Riserva Statale del Litorale e a vincolo idraulico R4, sono stati acquisiti i nulla osta ambientali e dell’Autorità di Bacino o si replicherà la scorciatoia amministrativa del 2018?

Seguire gli atti, non la propaganda

Nella prima puntata abbiamo seguito i flussi finanziari. In questa seconda abbiamo seguito le pietre, le carte catastali e le norme di sicurezza violate o aggirate. Entrambe le piste conducono allo stesso punto critico: l’assenza di trasparenza. Un immobile trasformato con una variante urbanistica priva di oneri e di pareri idraulici essenziali, inaugurato senza che siano reperibili i certificati di agibilità e prevenzione incendi, mentre un ente pubblico pagava affitti a una società privata su un bene che il Comune dichiarava simultaneamente proprio.

Nella terza e ultima puntata affronteremo la filiera delle responsabilità politiche e la filiera dei controlli omessi: dal modello di governance accentrato nelle mani del presidente di Asilo Savoia Massimiliano Monnanni, all’acquisizione societaria del Montespaccato per 830.000 euro, fino all’evanescenza del Comitato di valutazione semestrale e dei tavoli di vigilanza territoriale, perché la legalità non si misura sulla targa all’ingresso, ma sulla conformità di ogni singolo atto amministrativo.

Esposto alla Corte dei Conti

Per questo motivo presenteremo un esposto (che alleghiamo in calce) alla Procura regionale della Corte dei Conti per il Lazio, perché la criticità più rilevante riguarda l’eventuale impiego di risorse pubbliche — investimenti e canoni sostenuti da Asilo Savoia — su un immobile la cui titolarità patrimoniale non risulta chiaramente ricostruita. In conoscenza:

  • Dipartimento Valorizzazione del Patrimonio di Roma Capitale:
  • Dipartimento Programmazione Urbanistica:
  • Dipartimento Attuazione Urbanistica:
  • Municipio Roma X:
  • Ragioneria Generale di Roma Capitale:
  • Regione Lazio, quale amministrazione di vigilanza sull’ente pubblico Asilo Savoia;
  • Asilo Savoia, affinché produca titolo di disponibilità, canoni pagati, investimenti sostenuti e autorizzazioni.

Relazione_tecnica_Palestra_della_Legalita_professionale


Documenti e fonti


 

AGGIORNAMENTO (9 settembre, ore 17.18)

PALESTRA DELLA LEGALITÀ: LA REPLICA DELL’ASP NON RISPONDE ALLE DOMANDE POSTE DA LABUR

Asilo Savoia rivendica, attraverso Canale 10 [1], la regolarità formale della gestione, ma non smentisce le criticità documentate da LabUr [2 e 3]. Canoni, investimenti pubblici, concessione gratuita, finanziamenti e regolarità dell’immobile restano tutti da verificare.

La replica di ASP Asilo Savoia non chiude il caso della Palestra della Legalità. Al contrario, conferma la complessità della vicenda senza rispondere alle questioni sostanziali sollevate da LabUr.

 

Nessuno ha sostenuto che la presentazione di un esposto equivalga all’apertura di un’indagine della Corte dei Conti. È però singolare che l’ASP concentri la propria difesa su questo aspetto formale, invece di chiarire documentalmente come siano stati impiegati e rendicontati i fondi pubblici.

L’ASP afferma che la locazione con Immobilgest 2010 Srl era prevista nell’ambito dell’amministrazione giudiziaria. Ma la questione non è se il contratto fosse formalmente consentito: occorre verificare se i due canoni, complessivamente pari a 102.040 euro l’anno, fossero congrui rispetto allo stato, al valore e al regime giuridico del bene sequestrato. 

Occorre inoltre sapere quanto sia stato realmente pagato, quanto compensato con lavori e quale parte degli investimenti dichiarati per circa 1 MLN di euro abbia incrementato stabilmente il valore dell’immobile.

Neppure la successione tra sequestro, confisca, destinazione a Roma Capitale e concessione gratuita risolve il problema. La ricostruzione dell’ASP conferma che un ente pubblico ha pagato canoni e sostenuto investimenti su quel bene fino al 2023, ottenendone poi l’utilizzo gratuito per 20 anni (+20). Proprio per questo deve essere verificata la proporzionalità del vantaggio riconosciuto e il criterio con cui Roma Capitale ha utilizzato anche i precedenti canoni e lavori per determinare la durata della concessione.

L’ASP ricorda poi che la Palestra svolge una funzione sociale e non opera per produrre profitto. È un argomento che non risponde alle contestazioni. La finalità sociale non attenua gli obblighi di economicità, rendicontazione e trasparenza: li rende ancora più stringenti, perché si tratta di risorse, beni e soggetti pubblici.

Anche la precisazione sui finanziamenti non smentisce LabUr. Le nostre relazioni distinguono espressamente contributi, cofinanziamenti e fondi amministrati per voucher, evitando di sommare poste differenti. Resta però necessario riconciliare ogni somma con il relativo beneficiario, progetto, costo e rendiconto. E la conferma che i 700.000 euro di “Sport e Periferie” siano gestiti da Sport e Salute quale stazione appaltante unica individua chiaramente l’ulteriore livello di verifica su progetto rimodulato, affidamenti, pagamenti, lavori e collaudi.

Anche il tentativo di derubricare le immagini del degrado e dei bivacchi a fatti avvenuti in “spazi esterni autonomi” non sposta i termini del problema: lo stato delle pertinenze, dei locali tecnici e delle vie di esodo incide direttamente sulla sicurezza e sull’agibilità di una struttura pubblica affidata in concessione.

La replica tace infine sulle principali questioni urbanistiche ed edilizie: corrispondenza tra opere autorizzate e realizzate, inizio e fine lavori, agibilità, prevenzione incendi, conformità degli impianti e compatibilità dell’effettivo afflusso di utenti con il presupposto dell’assenza di incremento del carico antropico in un’area classificata a rischio idraulico molto elevato R4.

Dunque l’ASP non ha smentito le relazioni di LabUr. Ha invece confermato canoni, passaggi patrimoniali, pluralità dei finanziamenti e coinvolgimento di più soggetti pubblici, senza fornire una risposta documentale sui punti decisivi. 

Proprio le risultanze emerse e le dichiarazioni dell’ente rendono oggi doveroso e non procrastinabile l’intervento coordinato della Procura regionale della Corte dei conti, della Procura della Repubblica, dell’ANAC e della Regione Lazio, ai quali LabUr ha formalmente rimesso gli atti.

[1] https://canaledieci.it/2026/09/09/asilo-savoia-la-palestra-della-legalita-di-ostia-opera-nel-rispetto-delle-norme/

[2] https://www.labur.eu/public/blog/2026/09/07/palestra-della-legalita-dentro-il-porto-di-ostia-dal-video-ai-conti-labur-scrive-alla-corte-dei-conti-13/

[3] https://www.labur.eu/public/blog/2026/09/09/palestra-della-legalita-23-da-distributore-a-palestra-di-chi-erano-il-terreno-e-il-fabbricato/

 


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