SCAVI DI OSTIA ANTICA: LA POSTURA ISTITUZIONALE DI UN DIRETTORE

Screenshot_2026-01-17-14-41-40-54_99c04817c0de5652397fc8b56c3b3817Un Parco non è un brand: è una garanzia pubblica. Tra eventi politici, promozione selettiva e silenzi sulla città reale, il Parco rischia di perdere il proprio ruolo istituzionale.

Il Parco archeologico di Ostia Antica è uno dei luoghi più importanti della storia italiana. È un bene dello Stato, non di un territorio. La sua missione è chiara: tutelare, studiare, rendere fruibile un patrimonio unico e svolgere una funzione di presidio culturale in un’area – il Municipio X – dove pressioni urbanistiche, fragilità sociali e interessi consolidati convivono da decenni.

In un territorio così delicato, la figura del Direttore non è mai neutra. È un ruolo istituzionale che richiede misura, equidistanza e consapevolezza del contesto. Quale modello di direzione ha adottato il Parco negli ultimi anni? Vediamolo per punti.

1. Partecipazione a eventi politicamente connotati
Il Direttore Alessandro D’Alessio appare con grande frequenza in iniziative pubbliche con chiara connotazione politica: eventi dedicati alla “valorizzazione del litorale”, alla “identità del territorio”, al “rilancio turistico”, a progetti come il “Giubileo del Mare”, a DMO, Pro Loco e circuiti associativi che sono, di fatto, strutture a nomina politica. Partecipare non è il problema. È fisiologico che ci siano momenti di dialogo tra istituzioni e territorio. Il punto è un altro.

2. Una valorizzazione che resta confinata al Parco
In tutti questi contesti il Direttore interviene quasi esclusivamente come Direttore del Parco: illustra progetti interni, numeri, risultati, attività culturali, iniziative specifiche. Non affronta mai, nemmeno genericamente, ciò che accade oltre il perimetro del Parco. Eppure la “valorizzazione del territorio”, ai sensi del Ministero che rappresenta, è anche responsabilità culturale, visione, capacità di orientare il dibattito pubblico, soprattutto nei territori fragili come il Municipio X.

3. I siti fuori perimetro: non competenza, ma responsabilità culturale
È vero che molti dei luoghi più delicati del Municipio X sotto il profilo archeologico (si pensi alla Villa di Plinio, il quartiere Caltagirone ecc.) non ricadono nelle competenze dirette del Parco archeologico di Ostia Antica. Ma questa verità amministrativa non può diventare un alibi culturale. Il Direttore di un Parco archeologico statale non è il guardiano di un recinto, ma un rappresentante del Ministero della Cultura in un territorio per altro complesso. Essere responsabili della “valorizzazione” significa anche essere presenti, almeno con la parola, dove la tutela è più fragile. E invece, su questi fronti, domina il silenzio tombale.

4. Silenzi significativi e presenze selettive
Il Direttore si presta a raccontare il territorio negli eventi politici, ma non dice nulla quando il territorio subisce compromissioni culturali evidenti. Mai una presa di posizione, nemmeno di principio, sui resti archeologici inglobati nel cemento ad esempio a Malafede. Nessuna riflessione pubblica sulla condizione della Villa di Plinio, né sull’archeologia diffusa e minacciata da interventi edilizi. Nulla nei momenti in cui la tutela si confronta con la rendita. Insomma, la sua funzione pubblica è esercitata dove non c’è conflitto e mai dove servirebbe.

5. Le apparizioni istituzionali: il problema della misura
Un Direttore deve essere prudente nel prestare la propria presenza ad iniziative politiche. Il caso dell’8 marzo 2022 è invece emblematico: la dedica della sala multimediale della Biblioteca di Ostia Antica a Raissa Calza (storica studiosa di Odessa) avviene in un contesto politicamente marcato, nel pieno della narrazione geopolitica sulla guerra in Ucraina. È un atto simbolico che coinvolge un dirigente dello Stato in una cornice che esula dalla tutela del sito e che ha trasformato l’istituzione in un contenitore politico.

6. Il caso Castello Giulio II: l’asimmetria
Arriviamo ai giorni nostri. Il Castello Giulio II è un bene statale con accesso tradizionalmente molto regolato. Per associazioni, cittadini, realtà culturali, ottenerne l’uso è estremamente difficile. Eppure lo stesso Castello compare come sede di eventi politicamente connotati ai quali il Direttore partecipa. Una disponibilità che non sembra valere per tutti. Non è in discussione la legalità delle concessioni, ma l’asimmetria evidente: alcune iniziative ottengono accesso privilegiato a spazi statali quando il Direttore è coinvolto. È il caso, ad esempio, dell’evento previsto il prossimo 19 gennaio dal titolo “La voce del terzo settore”.

7. La DMO “H2O Tevere Mare”: un tema di trasparenza
La DMO H2O Tevere Mare non è un organismo neutrale: è una struttura di promozione territoriale pubblico-privata con genealogia politica chiara e un numero vastissimo di enti coinvolti.
È noto che il Direttore del Parco ne sia parte attiva. Però, quando un dirigente del Ministero della Cultura siede in un organismo politico-territoriale esterno al Ministero, la trasparenza su ruoli, funzioni e compatibilità non è un optional.

8. Nomina e riconferma: il modello D’Alessio piace a tutti i governi
Il Direttore è stato nominato quando Dario Franceschini era Ministro della Cultura e poi riconfermato dall’attuale Governo Meloni. Questo ci dice una cosa molto chiara e cioè che il modello D’Alessio piace a tutti: molto visibile, poco conflittuale, altamente spendibile sul piano territoriale. Siamo quindi davanti ad una questione sistemica, non individuale e francamente anche molto criticabile.

9. Il confronto nazionale
Se paragoniamo il modello D’Alessio con quello di altri Parchi, saltano all’occhio vistose differenze. Il Direttore del Parco del Colosseo mantiene un profilo tecnico-istituzionale rigoroso, quello di Ercolano lavora in chiave manageriale con governance chiara e senza esposizione politica. Appia Antica invece sperimenta tutela diffusa intervenendo anche nel rapporto fra archeologia e città.
Ostia Antica no: segue un modello che potremmo definire di visibilità selettiva, centrato sul Parco, privo di una voce pubblica sulla tutela diffusa e dove si privilegiano eventi sicuri, visibilità, marketing di territorio a basso rischio, relazioni utili ed evitando tutto ciò che sarebbe necessario: i nodi della tutela, i conflitti con la rendita, le questioni culturali più delicate del Municipio X. Insomma, siamo in presenza di un modello con tanta narrazione, come dicono quelli bravi.

Quando un Parco archeologico diventa un palco, la città perde un presidio. E lo Stato perde un pezzo della sua voce.

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