Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella richiama con forza valori condivisibili: dignità della persona, coesione sociale, pace, rispetto della Costituzione.
È un discorso formalmente ineccepibile, misurato, rassicurante, ma lascia una domanda cruciale aperta: dove si producono oggi, concretamente, le disuguaglianze citate che minano la democrazia?
La crisi democratica non è solo un problema di linguaggio o di clima politico, è una crisi materiale che attraversa lo spazio.
Prendiamo un esempio banale e locale:
– quartieri senza servizi
– periferie isolate
– litorali sacrificati in nome di un “interesse pubblico” opaco
– città iperregolate per alcuni e completamente deregolate per altri.
Qui la moral suasion del Presidente mostra il suo limite: quando le disuguaglianze vengono nominate senza essere localizzate, rischiano di diventare un fatto meramente morale, non politico. La Costituzione non è neutra rispetto allo spazio: l’articolo 3 infatti non parla solo di uguaglianza formale, ma di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona. E quegli ostacoli, oggi, hanno un indirizzo preciso anche in campo urbanistico: stanno nelle scelte urbanistiche, nella pianificazione assente o piegata agli interessi forti, nella trasformazione del diritto alla città in concessione.
Il Presidente Mattarella richiama giustamente più volte alla responsabilità collettiva, ma nelle città italiane la responsabilità non è mai astratta: è nelle delibere, nei piani regolatori, nelle concessioni, nelle deroghe continue che producono contenziosi, esclusione, sfiducia.
Quindi, dire “coesione”, senza dire come lo spazio viene organizzato, significa chiedere unità a territori che vivono condizioni strutturalmente diseguali. Dire “diritti”, senza dire dove vengono negati, significa spostare il conflitto dal piano politico a quello etico.
Dunque c’è un vuoto. Non basta più richiamare la Costituzione se poi lo Stato, anche a livello locale, produce regole incerte, contenziosi permanenti e in campo urbanistico diventa strumento di esclusione invece che di riequilibrio. La democrazia si misura nei luoghi, non solo nei principi. Non è costituzionalmente accettabile una Repubblica che proclama uguaglianza e poi organizza lo spazio in modo diseguale scaricando i costi sui più deboli e privatizzando i benefici.
Un esempio su tutti lo troviamo a Castelporziano, dotazione proprio del Presidente, abbandonata come spazio pubblico ai biechi interessi di una politica corrotta.
Le istituzioni devono tornare a produrre giustizia spaziale, sociale e costituzionale e assumersi le responsabilità dei propri errori, ciò che Mattarella evita accuratamente di dire nei 15 minuti del suo discorso di fine anno. Ricordiamoci che non tutto ciò che è legale è anche giusto, ma soprattutto ricordiamoci che quando la crisi è strutturale, investire sulla continuità e sulla sola stabilizzazione del sistema è un errore.
Mattarella avrebbe potuto segnare una linea rossa, come fecero Pertini e Scalfaro: l’Italia attraversa infatti una fase in cui drammaticamente le disuguaglianze sociali si accentuano e la fiducia nelle istituzioni si indebolisce.
Non tutte le difficoltà derivano da eventi esterni o inevitabili: alcune sono il risultato di scelte, omissioni, ritardi. La coesione invocata da Mattarella deve andare a braccetto con la coerenza.
Quando il linguaggio pubblico scivola verso la semplificazione, quando il conflitto sociale viene ridotto a colpa individuale, quando i diritti diventano concessioni, la democrazia si indebolisce.
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