A Ostia siamo arrivati al punto in cui una questione sociale viene trascinata dentro una narrazione da “sicurezza nazionale” evocando perfino il demanio militare per un’area davanti a uno stabilimento balneare dell’Esercito. Non sappiamo se faccia più impressione il livello della propaganda o il fatto che una nota prudenziale del Ministero venga trasformata in una campagna politico-mediatica (LINK) come se si stesse discutendo di una base strategica NATO e non di camper e fragilità sociali sul lungomare di Roma Capitale.
Nel 2010 l’emergenza abitativa dell’Idroscalo, a seguito dello sgombero e della demolizione delle case di 38 nuclei familiari, venne affrontata attraverso ordinanze straordinarie e il trasferimento di decine di famiglie nei residence sparsi nelle periferie romane. LabUr seguì direttamente le vicende legate a quello sgombero e al successivo trasferimento dei nuclei nei residence dell’emergenza abitativa (LINK).
Quello dei CAAT (Centri di Assistenza Alloggiativa Temporanea) non fu un intervento isolato, ma un vero sistema strutturale che nel triennio 2008-2011 arrivò a costare alle casse capitoline circa 25 milioni di euro l’anno, arrivando a ospitare oltre 1.250 famiglie.
Per ogni singolo appartamento nei residence (spesso monolocali o bilocali gestiti da grandi gruppi immobiliari privati) il Comune di Roma arrivava a pagare cifre comprese tra 1.800€ e 2.200€ al mese, ben superiori ai valori medi di mercato dell’epoca.
Una spesa interamente versata a soggetti privati che, nel corso di permanenze diventate croniche (spesso superiori ai 10-12 anni), arrivava a superare il costo teorico di acquisizione di un alloggio ERP (Edilizia Residenziale Pubblica), senza però produrre alcun incremento del patrimonio abitativo pubblico della città.
Il 2026 e il ritorno della questione sul waterfront di Ostia
Sedici anni dopo, il dibattito sulle aree di sosta e sulle fragilità abitative lungo il lungomare Amerigo Vespucci di Ostia riporta al centro una domanda che Roma non ha mai davvero risolto: la città sta costruendo una politica strutturale dell’abitare oppure continua a gestire la marginalità principalmente attraverso il suo spostamento geografico?
La recente Delibera del Municipio X per l’istituzione di un’area attrezzata per la sosta camper sul lungomare Vespucci (LINK), pensata per trasferire i mezzi da Piazzale Mediterraneo e censire le fragilità presenti, è entrata immediatamente in collisione con residenti, opposizioni politiche e rilievi tecnici legati alla sicurezza e all’idoneità dello spazio.
Non è la stessa stagione politica. Non sono gli stessi strumenti amministrativi. E non sarebbe corretto sostenere che i CAAT dell’epoca Alemanno coincidano con gli attuali modelli del SASSAT (Servizio di Assistenza e Sostegno Socio Alloggiativo Temporaneo), fondati su alloggi diffusi nel mercato privato, contributi economici più contenuti e percorsi teoricamente limitati nel tempo. Ma proprio le differenze di linguaggio e di strumenti rendono interessante osservare le continuità materiali del fenomeno.
Dalla città dei diritti alla città della compatibilit
Esiste infatti un filo che collega le demolizioni dell’Idroscalo del 2010 alle tensioni odierne sui camper e sulle fragilità abitative lungo il waterfront di Ostia e non perché gli strumenti amministrativi siano identici o perché le stagioni politiche siano sovrapponibili, ma perché in entrambi i casi emerge una domanda implicita: dove può stare la marginalità dentro la città che si vuole rappresentare?
Più il lungomare assume una funzione strategica legata al turismo, ai grandi eventi, alla valorizzazione immobiliare e alla costruzione di una nuova immagine del Mare di Roma, più la povertà visibile rischia di essere percepita come elemento incompatibile con il paesaggio urbano desiderato. La questione allora smette di essere soltanto sociale e diventa territoriale, simbolica e politica. La povertà, ancora una volta, non viene affrontata solo come problema abitativo, ma progressivamente come problema di compatibilità urbana e rappresentativa.
Il nodo irrisolto delle politiche della casa
Il rischio è che la gestione dell’emergenza abitativa continui a oscillare tra dispositivi straordinari, trasferimenti, ricollocazioni e soluzioni temporanee, senza affrontare davvero il nodo strutturale della casa pubblica, del recupero del patrimonio esistente e della costruzione di politiche ordinarie dell’abitare. In questo senso, la riflessione di Enrico Puccini aggiunge un elemento fondamentale: il problema non riguarda soltanto la rappresentazione della marginalità, ma anche il progressivo svuotamento materiale delle politiche pubbliche della casa.
Attraverso il lavoro di Mappa Roma (LINK), Puccini ha mostrato come il tema abitativo romano possa essere letto contemporaneamente attraverso i dati e attraverso le vite reali che attraversano gli spazi residuali della città. I numeri raccontano infatti una contrazione cronica dell’offerta pubblica, la difficoltà di accesso all’ERP, l’espansione delle fragilità abitative e la crescita di forme temporanee o emergenziali di assistenza.
In questo quadro, il linguaggio del decoro, della sicurezza e della riqualificazione rischia talvolta di diventare il contenitore narrativo attraverso cui la città affronta gli effetti visibili di un problema strutturale che continua però a non risolversi. Pulire lo sguardo urbano non significa necessariamente sanare le ferite sociali che lo attraversano.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.