ECLISSI DELLA PIAZZA E GOVERNO DELL’ISTANTE

Nero Oro Gala Invito_20260216_121324_0000 Prima il consenso politico si costruiva sulle soluzioni. Oggi sulla spettacolarizzazione del degrado. E’ una mutazione del conflitto urbano e sta cambiando in peggio il modo in cui si governa la città.

C’è stato un tempo in cui l’impegno civico si strutturava attraverso assemblee, comitati di quartiere, confronto documentato con tecnici e amministrazioni. Il conflitto aveva come oggetto soluzioni alternative e si sviluppava in una dimensione di prossimità. Oggi invece la partecipazione si svolge prevalentemente nello spazio digitale. Non è una semplice evoluzione degli strumenti, ma un cambiamento nel modo in cui si forma il consenso e si costruisce il dissenso.
Siamo passati dalla comunità alla reazione digitale, ma mentre la comunità opera nel tempo e produce sintesi, il formato digitale privilegia la reazione immediata con un ciclo dell’attenzione breve che tende a sostituire la continuità del lavoro. Episodi isolati generano picchi di mobilitazione social, seguiti da rapide dispersioni. La discussione così si concentra su frame visivi più che su documentazione tecnica e il commento prende il posto dell’analisi strutturata.
La visibilità dunque ha sostituito un elemento fondamentale per la crescita di un territorio: la sedimentazione necessaria richiesta dalle analisi.

Uno degli aspetti davvero più preoccupanti è la spettacolarizzazione del degrado e la crescente centralità dell’immagine del disagio urbano (quando non umano, con evidenti connotati razzisti).
Incroci pericolosi, superfici asfaltate, cantieri incompiuti diventano oggetti di narrazione autonoma fuori da qualunque quadro normativo e pianificatorio che li ha generati. Il problema viene mostrato e quasi mai ricondotto a vincoli, iter amministrativi, scelte pregresse o responsabilità sistemiche. Questo produce una rappresentazione parziale dei processi urbani a cui segue, nel dibattito pubblico, una crescente diffidenza verso qualunque competenza ridotta a figura caricaturale e l’argomentazione tecnica viene relegata a formalismo o ostruzionismo.
La competenza non è infallibile, ma è sempre verificabile perché si fonda su norme, dati, standard progettuali. Il controllo tecnico costituisce, proprio per la sua verificabilità, uno degli strumenti attraverso cui si garantiscono diritti concreti, a partire dall’accessibilità e dalla sicurezza.
La spettacolarizzazione del degrado no ed è per questo che tende sempre a provocare lo scontro spostando la discussione dall’argomento all’identità, attribuendo patenti, passaporti e diritti di cittadinanza.
Questa distorta contrapposizione impropria tra azione e analisi è dolosa: si omette cioè che lo studio dei progetti, la presentazione di osservazioni, il ricorso agli strumenti di controllo amministrativo ecc. sono forme di azione civica. Se la mobilitazione pubblica è legittima, non può però sostituire la verifica tecnica, soprattutto quando le decisioni producono effetti di lungo periodo sullo spazio urbano.

Quali sono i vantaggi?
Prima di tutto la trasformazione del consenso. In passato il conflitto tra amministrazioni e comitati si articolava attorno a proposte alternative. Il consenso si formava sulla capacità di elaborare soluzioni.Oggi invece tende a consolidarsi attorno alla critica più urlata. La possibilità di amplificare i contenuti attraverso strumenti di promozione digitale produce una legittimazione fondata esclusivamente sulla visibilità che troppo spesso non coincide con solidità argomentativa.
La denuncia di un problema genera consenso immediato, la costruzione di una soluzione con basi solide richiede invece tempo e competenza e la politica ha il fiato corto, anzi cortissimo.

Inoltre, quando il dissenso resta sul piano solo simbolico produce pressione mediatica, ma quando entra nel merito tecnico produce vincoli formali. Una critica documentata obbliga l’amministrazione a risposte verificabili. Una critica puramente rappresentativa genera solo conflitto e quasi mai modifica l’impianto decisionale e quando lo modifica deresponsabilizza la politica.
Questo fenomeno da tempo osservato e raccontato dagli analisti è diventata una dinamica sistemica molto pericolose: se tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole.

Quale il rischio?
Di certo non è la presenza del conflitto, che è fisiologico. Il rischio vero è che le decisioni pubbliche vengano orientate prevalentemente dalla pressione narrativa polarizzante, che ha un costo non solo economico ma anche di compressione dei diritti, come si è assistito anche nelle ultime settimane a Roma e ad Ostia in particolare.
La pianificazione urbana, il governo della città, richiedono coerenza normativa, valutazioni tecniche e visione di lungo periodo. La logica del trend non è compatibile con questi criteri.

Parlare dei soggetti che popolano questo ‘mondo urlante’ è irrilevante. Ciò che è rilevante invece è il metodo. La competenza, qualunque competenza, non sostituisce la partecipazione, ma la integra. Il controllo tecnico non è antagonismo, ma garanzia. La partecipazione, quella vera, diventa efficace quando non si limita alla rappresentazione (magari anche distorta) del problema, ma analizza le cause, verifica le soluzioni e si assume la responsabilità.

Una città non si trasforma attraverso la sola esposizione del disagio, ma attraverso decisioni coerenti e verificabili. E il merito, il rigore metodologico, dovrebbero essere le uniche ad orientare le decisioni della P.A. Il resto è ‘caciara’.

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ERP: LA LEGITTIMITÀ NON È IL PROBLEMA

Nero Oro Gala Invito_20260214_111859_0000L’acquisto è ordinario. L”istruttoria sui costi decisiva. La vera “innovazione” non è comprare. E’ siccome la concentrazione conta, bisogna che il Comune dimostri di poter sostenere nel tempo l’operazione. 

L’Assessore al Patrimonio del Comune di Roma, Tobia Zevi, due giorni fa, in un incontro presso un circolo del PD, ha riconosciuto che la concentrazione degli alloggi in uno stesso edificio può produrre effetti diversi. È un passaggio importante: significa che l’impatto non è neutro e che la distribuzione conta. Ma una soglia (15%) è un criterio politico. La gestione è invece una questione amministrativa.
Se si introduce un limite quantitativo, occorre introdurre anche un modello gestionale esplicito e verificabile per i condomini misti:

– esiste un fondo di garanzia per eventuali morosità?
– esiste un protocollo standard per la gestione dei rapporti condominiali?
– esiste un piano manutentivo pluriennale con copertura finanziaria dedicata?
– esiste un sistema di monitoraggio pubblico sugli oneri effettivi sostenuti dal Comune?

L’operazione di acquisizione può essere legittima e persino necessaria, ma senza un modello gestionale dichiarato, finanziato e trasparente, il rischio non è l’emergenza abitativa ma l’accumulo di criticità nel medio periodo. La vera “innovazione” non è comprare, ma governare nel tempo. E questo non si misura con una soglia percentuale, ma con strumenti amministrativi solidi.

L’acquisizione da parte di un Comune di Roma di alloggi destinati a edilizia residenziale pubblica (ERP) all’interno di condomìni misti (come nel caso dell’operazione sugli immobili provenienti dal patrimonio ENASARCO) è, sotto il profilo civilistico, pienamente legittima. L’ordinamento italiano non richiede alcuna omogeneità soggettiva tra proprietari di unità immobiliari: un ente pubblico può essere condomino esattamente come un privato, senza autorizzazioni assembleari e senza limiti di quota. Le parti comuni non diventano beni pubblici e il condominio non muta natura giuridica per la presenza di unità ERP. Tuttavia, sul piano amministrativo e contabile pubblico, l’operazione è soggetta a un principio decisivo: l’ente deve svolgere una istruttoria preventiva completa su tutti gli oneri prevedibili connessi all’acquisto, comprese le spese condominiali ordinarie e straordinarie. Questo obbligo deriva dai principi di buona amministrazione, prudenza finanziaria ed economicità, costantemente affermati dalla Corte dei conti. Le spese condominiali, infatti, non sono eventuali né discrezionali: sono obbligazioni legali che sorgono automaticamente dalla proprietà dell’unità immobiliare. Per questo motivo devono essere stimate prima dell’acquisto e considerate nella valutazione di sostenibilità economica dell’operazione.

Una volta acquistato l’immobile, il Comune diventa debitore diretto verso il condominio. Eventuali meccanismi di recupero delle spese sugli assegnatari ERP sono rapporti interni tra ente e inquilino e non incidono sui diritti del condominio, che può pretendere il pagamento solo dal proprietario. Se il bilancio comunale non contiene stanziamenti sufficienti, non si blocca l’obbligo: nasce semplicemente l’ennesimo debito fuori bilancio, che il Comune dovrà successivamente riconoscere e coprire. Il vincolo contabile interno non è opponibile ai terzi creditori. Ne consegue che la sostenibilità finanziaria dell’operazione non dipende da dichiarazioni politiche o programmatiche, ma esclusivamente dall’esistenza di una reale istruttoria tecnica documentata prima dell’acquisto.

Dichiarazioni pubbliche che facciano riferimento a possibili “sottovalutazioni” possono costituire al massimo indizi, ma non dimostrano di per sé alcuna irregolarità: nel diritto della responsabilità amministrativa vale infatti il principio per cui la responsabilità non si presume, ma deve essere provata attraverso atti e documenti. Solo l’analisi degli atti istruttori (relazioni tecniche, stime di costi, verifiche condominiali, analisi finanziarie) può stabilire se la valutazione preventiva sia stata adeguata o carente.

La fissazione di soglie percentuali di concentrazione di alloggi ERP negli edifici, o la scelta di modalità particolari di assegnazione, rientra invece nella discrezionalità amministrativa e non ha effetti sul piano civilistico: non modifica diritti condominiali né obblighi di contribuzione. Sono strumenti organizzativi interni dell’ente, leciti se motivati e trasparenti, ma irrilevanti rispetto alla validità delle delibere condominiali e agli obblighi patrimoniali del proprietario pubblico.

In conclusione, l’operazione di acquisizione di alloggi ERP in condomìni misti è giuridicamente valida e ordinaria; il punto centrale non è la legittimità dell’acquisto (che non è in discussione) bensì la correttezza dell’istruttoria economico-finanziaria che lo precede. Se tale istruttoria è stata completa e documentata, l’operazione è pienamente conforme ai principi di diritto pubblico. Se invece mancasse o risultasse gravemente carente, potrebbe emergere un profilo di criticità contabile e, nei casi più gravi, di responsabilità amministrativa.

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CHI SA, VEDE – LA CLESSIDRA STRADALE DI OSTIA. PILLOLE DI URBANISTICA #27

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260213_221144_0000 Ad Ostia abbiamo un caso quasi didattico di come la geometria possa generare conflitto.
Si tratta della cosiddetta “clessidra” del traffico, realizzata per regolare i flussi verso un cavalcavia e che sta producendo ingorghi, ma soprattutto è stata teatro di uno scontro tra una volante della Polizia e un’ambulanza.

Jeff Speck è un urbanista statunitense tra i principali teorici contemporanei della città camminabile. Insegna alla Harvard Graduate School of Design ed è autore di “Walkable City”, testo di riferimento nei programmi di pianificazione urbana, presente anche nei corsi del Politecnico di Milano e dell’Università degli Studi di Torino. I temi della mobilità dolce e della “città dei 15 minuti”, oggi molto evocati anche a Roma, trovano nel suo lavoro una base teorica solida e per questo lo citiamo. Speck ricorda una cosa essenziale: le strade devono essere auto-esplicative. La loro geometria deve guidare il comportamento senza costringere chi guida ad interpretare o negoziare ogni movimento.

Una buona intersezione:
– chiarisce le precedenze
– riduce i punti di conflitto
– rende intuitive le traiettorie

Quando invece la carreggiata si restringe, si apre, si incrocia e concentra i flussi in un unico punto centrale, il sistema non sta semplificando. Sta comprimendo.

Il risultato è visibile: traiettorie sovrapposte, decisioni prese all’ultimo secondo, area centrale saturata.

Se nello stesso punto entrano addirittura in collisione due mezzi di emergenza, addestrati alla guida in condizioni critiche, non siamo davanti a una “distrazione”. Siamo davanti a un problema di geometria.

La sicurezza stradale non è uno slogan. È progetto.

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OSTIA, CAOS SPIAGGE: IL TAR ENTRA A GAMBA TESA, COMUNE NEL PANICO

Nero Oro Gala Invito_20260212_201755_0000Il TAR non sospende la gara delle 31 concessioni balneari di Roma.

Ma sposta le udienze dopo il 1° maggio 2026.
Tradotto: la stagione 2026 potrebbe partire mentre pende un giudizio che può annullare tutto.
La domanda è: con quale livello di rischio per il Comune di Roma e dunque per i cittadini?
Ostia merita certezze, non l’ennesima stagione balneare in bilico.

Con più ordinanze, il TAR del Lazio inizia a pronunciarsi circa l’avviso pubblico del 14.02.2025 per l’affidamento di 31 concessioni demaniali marittime del litorale di Roma Capitale ma anche la determinazione dirigenziale di indizione e le deliberazioni di Giunta Capitolina n. 136/2024 e n. 44/2025.

Il TAR non è entrato nel merito ma ha disposto l’integrazione del contraddittorio nei confronti degli operatori inseriti nelle graduatorie fissando nuovi termini per le notifiche e per il deposito prova facendo di fatto slittare a dopo il 1 maggio 2026 (inizio della stagione balneare) l’udienza pubblica per la trattazione dei numerosi ricorsi.

Le ordinanze sono quindi meramente interlocutorie e processuali e non sospendono né annullano la gara impugnata dai balneari. La domanda è: si potrà iniziare la stagione balneare 2026 il 1° maggio? La risposta dipende da tre profili fondamentali:

1) Effetti delle ordinanze
le ordinanze non contengono una sospensiva, non annullano la gara, non bloccano le procedure di assegnazione. Dunque, in assenza di una misura cautelare ex art. 55 c.p.a., gli atti amministrativi impugnati restano efficaci ed esecutivi.

2) Pendenza del giudizio e rischio giuridico
Tuttavia le udienze di merito sono fissate dopo il 1 maggio 2026 e potrebbero arrivare successivamente (giugno/luglio 2026) creando di fatto una situazione di un rischio di “giudicato sopravvenuto” qualora il TAR dovesse annullare l’avviso e le graduatorie.
In tal caso gli eventuali concessionari già insediati dal 1° maggio potrebbero trovarsi in perdita del titolo legittimante con responsabilità risarcitoria.

3) Principi giuridici rilevanti
Eiste di fatto una presunzione di legittimità dell’atto amministrativo finché non annullato ma nello stesso tempo esiste un forte Interesse pubblico alla continuità del servizio perché la
stagione balneare incide su turismo, sicurezza, occupazione e servizi pubblici locali.
Neppure sarà possibile (su tale argomento è stata chiara la Procura, che l’anno scorso ha chiuso un occhio) che gli operatori attuali maturino un affidamento qualificato e cioè che possano condurre la gestione dello stabilimento fino alla sentenza. Ciò vale anche per gli operatori per ora indicati dalla graduatoria (i subentranti)

Per quanto sopra, avviare la stagione il 1° maggio 2026 è a questo punto una scelta ad alto rischio amministrativo. Quali soluzioni (da concordare tra Procura e Comune)?

1. Concessioni con clausola risolutiva espressa
2. Affidamenti temporanei “in via provvisoria”
3. Proroghe tecniche motivate (se compatibili con diritto UE)
4. Accelerazione richiesta al TAR (istanza di prelievo)

Resta il fatto che la determinazione dirigenziale del Comune di Roma del 16 maggio 2025 (nr rep QC/1398/2025, nr prot QC/60555/2025), spacciata per assegnazione definitiva pur non essendolo e rettificata più volte (con esclusione tardiva di molti partecipanti privi dei requisiti di gara), rappresenta un caso più unico che raro sul litorale romano negli ultimi 20 anni. Vediamo perché.

Una determinazione dirigenziale che approva la graduatoria definitiva di una gara può essere rettificata, ma solo entro precisi limiti e secondo i principi generali dell’azione amministrativa. Occorre distinguere due situazioni principali:

1) Rettifica per errore materiale
È l’ipotesi più lineare se l’atto contiene errori di calcolo, refusi, inesattezze meramente formali, errata trascrizione di punteggi o dati già risultanti dai verbali. In tali casi l’amministrazione può rettificare in autotutela senza riaprire la gara, perché non modifica la volontà amministrativa ma si limita a correggere un errore oggettivo.
In altre parole, non serve annullare l’intera graduatoria: basta una nuova determinazione che dia conto dell’errore e lo corregga.

2) Modifica sostanziale della graduatoria
Se invece la rettifica incide su criteri di valutazione, attribuzione dei punteggi discrezionali,
ammissibilità/esclusione dei concorrenti, non si parla più di semplice rettifica ma di esercizio dell’autotutela decisoria che prevede o l’annullamento d’ufficio (art. 21-nonies L. 241/1990) o la revoca (art. 21-quinquies L. 241/1990)

Nel caso in questione, il 2), oltre quanto dirà il TAR, occorre pertanto che in piena trasparenza amministrativa il Comune mantenga la sua discrezionalità entro i limiti importanti fissati dalla giurisprudenza e cioè non usare la rettifica per eludere un contenzioso in corso o peggio ancora per introdurre nella procedura degli altri perché l’’esercizio reiterato di poteri di autotutela sostanziale su un’aggiudicazione definitiva è ammissibile solo in presenza di nuove circostanze.

In conclusione, il Comune di Roma, sulla base di una sedicente aggiudicazione definitiva di quasi un anno fa (che in realtà è una ‘proposta’) ha introdotto a sua discrezione delle rettifiche non dovute a nuovi motivi ma a correzione di una negligente condotta delle commissioni aggiudicatrici che hanno compiuto sbagli su sbagli, alcuni eclatanti.
Sta forse il Comune eludendo la revoca della gara correggendo di volta in volta i suoi errori iniziali (segnalati peraltro da LabUr e dagli operatori concorrenti e mai per iniziativa del Comune) per non incorrere in reati anche di carattere penale (p.es. omissione di atti d’ufficio)?

Ora, in questa evidente incapacità del Comune di far partire regolarmente la stagione balneare 2026 addirittura peggiorando la situazione con inviti rivolti ai concorrenti (uscenti ed entranti) a mettersi d’accordo (inviti da alcuni erroneamente indicati come ‘ordini di sgombero’), si è intromesso a gamba tesa il TAR spostando la data dopo il 1 maggio.

Mai il testo di una canzone fu più appropriato per descrivere questo disastro amministrativo: “ Onda su onda, il mare mi porterà alla deriva, in balia di una sorte bizzarra e cattiva”. Povera Ostia.

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IL MARE NON È UN EVENTO. È UNA SCELTA DI GOVERNO

Foto di Mino Ippoliti

Foto di Mino Ippoliti

All’Auditorium Parco della Musica, a 30 km dal lungomare di Roma, va in onda il festival Un Solo Mare, “che intreccia scienza, responsabilità civile e creatività per esplorare il mare come bene comune globale, imprescindibile per il futuro del pianeta”. Mentre si celebra il mare, la costa della Capitale perde metri.

 

All’Auditorium Parco della Musica si parla di mare come responsabilità collettiva. Scienza, clima, Mediterraneo, biodiversità. Intervengono ricercatori, istituzioni, centri di ricerca. Tutto corretto. Tutto necessario. Il punto non è il festival. Il punto è ciò che accade a trenta chilometri di distanza sul mare della Capitale che ospita l’evento.

Tra Levante e Ponente, a Ostia, la linea di riva arretra. In alcuni tratti si registrano perdite dell’ordine di decine di metri in pochi anni. Strutture legittimamente autorizzate diventano vulnerabili non per abuso, ma perché il sistema morfologico è cambiato. Le mareggiate non sono l’emergenza: rendono visibile un problema strutturale. L’INGV aggiorna gli scenari di innalzamento del livello marino, sottolineando l’effetto combinato con la subsidenza costiera. ISPRA pubblica da anni dati sull’erosione e sul dissesto. Roma Tre – Ingegneria del Mare, la cosiddetta “Università del Mare” di Ostia – lavora su vulnerabilità, bilancio sedimentario, dinamiche costiere. La conoscenza esiste. Non manca la diagnosi. Manca la decisione.

Difendere tutto? Arretrare in alcuni tratti? Rivedere le concessioni in aree a rischio?

Compensare le opere rigide – progettate dagli stessi che fanno le diagnosi – che hanno alterato il trasporto dei sedimenti? Stabilire dove non ha più senso intervenire?

Finché queste scelte non vengono esplicitate, l’ “erosione” continuerà ad essere trattata come emergenza meteo. E l’emergenza, per definizione, giustifica interventi tampone: ripascimenti urgenti, rifioriture, fondi straordinari. Ma un fenomeno strutturale non si governa con misure emergenziali.

In Francia esiste una strategia di arretramento pianificato. Nel Regno Unito per ogni tratto di costa si dichiara se “mantenere la linea” o procedere a realignment. Nei Paesi Bassi il governo dell’acqua è una politica nazionale permanente.

In Italia la costa è frammentata tra competenze comunali, regionali e statali. Senza una cabina unica con potere decisionale e orizzonte pluridecennale, continueremo a inseguire il mare.

Il tema quindi non è criticare la cultura del mare. Il tema è trasformare il sapere scientifico in architettura decisionale. Se sappiamo che il livello marino cresce, che la subsidenza amplifica il rischio e che alcuni tratti arretrano rapidamente, allora serve una governance nazionale della costa, con mandato chiaro:

– monitoraggio continuo e pubblico della linea di costa;

– bilancio sedimentario aggiornato;

– scelta esplicita tra difesa e arretramento per tratti omogenei;

– revisione delle concessioni in aree ad alta vulnerabilità;

– fondo pluriennale strutturale, non emergenziale.

Il mare non aspetta le legislature e non è distopico. È coerente con le leggi fisiche. La vera distopia è continuare a parlarne in termini alti a 30km dalla costa mentre sul territorio lo trattiamo come un incidente stagionale.

Il mare non è un evento. È una scelta di governo. Di questo, quando ne parliamo?

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OSTIA, CONCESSIONI BALNEARI: IL CAOS CONTINUA DAL SALUS ALL’ELMI

Nero Oro Gala Invito_20260211_182224_0000Concessioni balneari, il caos continua: dal caso Salus alla revoca di Caffè Tre, la trasparenza promessa resta sulla carta.

Sul litorale romano, di Ostia, si sta accumulando un nuovo strato di opacità amministrativa. Da un lato strutture mai passate per una gara pubblica che finiscono sul mercato come se fossero imprese private; dall’altro procedure che inciampano sui requisiti minimi e vengono rattoppate mesi dopo, quando il problema è già diventato contenzioso.

Il primo caso riguarda lo stabilimento Salus. Pur non essendo mai stato messo a gara, oggi è in vendita come azienda su piattaforme di aste giudiziarie, destinato a un soggetto ancora da definire. La concessione demaniale marittima, però, non ha mai attraversato alcun vaglio pubblico. Nessuna verifica edilizia, nessun controllo urbanistico, nessun passaggio davanti a Comune di Roma o ANAC. Un bene dello Stato che arriva sul mercato come se fosse un bene privato, senza che la legalità amministrativa abbia potuto fare il suo lavoro.

Il secondo fronte è il caso della società Caffè Tre. Segnalata da LabUr già mesi fa, è stata oggetto di una determina del Comune di Roma datata 5 febbraio, non ancora pubblicata all’Albo Pretorio, con cui viene annullata la precedente aggiudicazione per lo stabilimento Elmi (lotto A4). La ragione è la mancata presentazione da parte della ditta del DURC attestante la sua regolarità contributiva: una mancanza nota già da dicembre, ma ignorata per negligenza dalla commissione giudicatrice presieduta dall’allora Direttore del Dipartimento Patrimonio, Tommaso Antonucci, poi rimosso dal suo incarico su questioni demaniali. Solo due mesi dopo il ricorso della società Elmi, con la procedura incagliata e il TAR già investito della questione, l’Amministrazione tenta di rientrare nei binari cercando di far cadere la “materia del contendere” e presentando in sede giudiziaria una determinazione dirigenziale (firmata da Antonucci) non ancora resa pubblica. Ora si attende il pronunciamento del tribunale amministrativo per capire se la revoca potrà davvero sanare una procedura nata fragile e proseguita peggio.

In questo contesto risuonano le parole pronunciate il 5 marzo 2025 dall’Assessore al Patrimonio Tobia Zevi agli Stati Generali del Turismo Balneare, in rappresentanza del Sindaco Roberto Gualtieri. Sosteneva che i bandi non siano un vezzo burocratico ma lo strumento per ristabilire trasparenza e legalità, e che opporsi alle gare significhi fermare un percorso necessario. Una dichiarazione che oggi stride con l’evidenza dei fatti: concessioni mai messe in gara che finiscono all’asta, commissioni che ammettono concorrenti privi dei requisiti, determinazioni tardive, ricorsi e controricorsi che paralizzano l’intero processo.

A più di un anno dall’avviso pubblico di affidamento di 31 concessioni, il Comune di Roma non ha ancora raggiunto gli obiettivi amministrativi fissati. In superficie continuano le passerelle e le dichiarazioni di principio; sotto, il sistema delle concessioni resta intrappolato in errori, vuoti di controllo e contraddizioni che nessun comunicato riesce a coprire.

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OSTIA, LE ‘DOLIA’ DEL ‘PARTO’ DEL MARE

Nero Oro Gala Invito_20260211_112838_0000 Il Parco del Mare usa ‘dolie romane’ come simbolo identitario. Ma Ostia Lido nasce tra il 1916 e il 1933: nessun legame con Ostia Antica. Ecco cosa dicono storia, urbanistica e progetto originale del lungomare.


Al di là delle gravi lacune che abbiamo rilevato (LINK), lunedì scorso, alla presentazione dei rendering, abbiamo perso il conto di quante volte i progettisti dell’Abacus abbiano nominato le ‘dolia’ come elemento caratterizzante il nuovo Parco del Mare.

Chiunque sa che il Lido di Ostia non è nato con le palme tropicali e le sedute a spirale. È nato con una fascia verde lineare, disegnata tra il 1916 e il 1933, e quella fascia è l’unica cosa che oggi racconta la sua origine.
Il PRG del 1916 di Paolo Orlando immaginava una città-balneare sobria, ventilata, con una grande fascia marittima pubblica non edificata. Una strada litoranea lineare. Villini in seconda linea. Verde costiero. Niente monumentalità, niente “dune di design”, niente palme importate.
Il fascismo, che colonizzerà ogni aspetto urbanistico di Ostia, prende quel disegno e lo formalizza. Nasce il c.d. lungomare monumentale: marciapiedi larghi, panchine razionaliste, pini e tamerici a protezione dal vento, la sequenza urbana “strada–giardino–stabilimenti–mare” che ancora oggi si può ancora riconoscere sebbene sia manutenuto malissimo. Proprio tra Canale dei Pescatori e la Cristoforo Colombo, prende forma la fascia verde che oggi chiamiamo “giardini storici”: il cuore geometrico, urbano, paesaggistico del Lido moderno. È l’unica parte rimasta quasi intatta.
E cosa fa oggi il PFTE? La cancella.
E ci sostituisce: dune artificiali,palme da catalogo,sedute circolari pseudo ‘dolia’ per una sinuosità da waterfront globale, un’estetica indistinguibile da Rimini, Jesolo o Santa Monica in California.
Abacus non sta progettando Ostia. Sta applicando un format.
Non è un problema di gusto, ma identitario. Si elimina l’unico tratto appunto identitario che la città aveva conservato, l’unico pezzo del progetto 1916–1933 ancora riconoscibile, l’unico frammento autentico di un lungomare pensato come infrastruttura verde, non come fondale scenico. Ostia Lido non si rigenera cancellando ciò che è, ma recuperando la sua origine che non è quella di Ostia Antica che dista oltre 4km.
Forse, per 2 MLN di euro di rendering e 23MLN di progetto di un parco urbano dall’estetica indistinguibile da Rimini, Jesolo o Santa Monica, meritavamo un’idea progettuale di un lungomare contemporaneo che sia Ostia Lido e non un “ovunque del mondo”. Quello che riconosci quando spegni le luci della passerella.

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A titolo meramente informativo:
Con tutto il rispetto per Rimini (RN), ma Roma (RM) è un’altra partita.
Il 22 luglio 2024 l’assessore Maurizio Veloccia (quello del mantra “il Parco del mare si farà” con o senza il vostro consenso) è a Rimini per studiare da vicino il Parco del Mare progettato da Abacus. Passano poco più di due settimane “di studio’ e il 9 agosto 2024 Risorse per Roma pubblica la gara per il Parco del Mare di Ostia, gara che sarà poi aggiudicata proprio ad Abacus il 21/2/2025. 

Così scriveva il Comune di Rimini sulla sua pagina il 22/7/2024.

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L’Asse Politico nel Partito Democratico ed il pellegrinaggio a Rimini di Maurizio Veloccia da Andrea Gnassi.

Entrambi appartengono alla classe dirigente del PD che promuove la cosiddetta “Rigenerazione Urbana Green”.
Gnassi è considerato il “pioniere” di questo modello a livello nazionale, avendo trasformato il lungomare di Rimini in un parco lineare.
Veloccia, fin dal suo insediamento nella giunta Gualtieri, ha cercato modelli di riferimento per il litorale romano che fossero già stati “testati” politicamente. La sintonia tra i due è emersa in diversi convegni nazionali del PD dedicati alle città e all’ambiente, dove il “modello Rimini” è stato presentato come l’esempio da seguire per le amministrazioni dem.
L’obiettivo dichiarato: studiare “dal vivo” come superare le resistenze di commercianti e balneari, lo stesso problema che Veloccia aveva, ma ha risolto, ad Ostia.
Il risultato: in quell’occasione, Gnassi ha agito come “mentor” politico, spiegando come la pedonalizzazione e l’arretramento dei parcheggi avessero portato, nel lungo periodo, ad un aumento del valore immobiliare e turistico. Questo incontro è considerato l’atto di nascita “politico” del Parco del Mare di Ostia, che ha poi portato alla gara lampo vinta da Abacus (progettista di Gnassi)
C’è un legame indiretto ma potente attraverso le società di consulenza e ingegneria.
Abacus srl, che ha lavorato a stretto contatto con l’amministrazione Gnassi a Rimini, è diventata l’anello di congiunzione tecnico.
Negli ambienti dell’urbanistica romana si parla spesso del ruolo di facilitatore che figure vicine a Gnassi avrebbero avuto nel consigliare a Veloccia il raggruppamento tecnico capace di gestire un progetto così complesso in tempi brevi (quelli richiesti dai fondi giubilari o dal PNRR).
Veloccia cita spesso Gnassi nei suoi discorsi pubblici per giustificare l’approccio decisionista (il famoso “si farà con o senza consenso”). L’argomento è: “A Rimini Gnassi è stato contestato all’inizio, ma oggi i cittadini lo ringraziano”. Questa è la linea difensiva che Veloccia usa sistematicamente contro i comitati di Ostia, ricalcando parola per parola la comunicazione politica usata da Gnassi anni fa. Una vera e propria trasmissione di un “pacchetto” politico-tecnico (visione di Gnassi + tecnica di Abacus) che Veloccia ha deciso di importare integralmente a Roma.
Fondi PNRR: Il denominatore comune
Il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) è il motore economico che ha permesso a entrambi di finanziare il “format” Parco del Mare:
A Rimini: Il Comune ha ottenuto circa 20 milioni di euro dai fondi PNRR (specificamente destinati alla rigenerazione urbana) per completare i tratti sud (6, 7 e 9) del Parco del Mare.
Ad Ostia: Il progetto presentato da Veloccia a febbraio 2026 prevede un investimento complessivo stimato tra i 24 e i 50 milioni di euro. Una parte sostanziale di questi fondi è legata a Strategie Territoriali finanziate dall’Unione Europea e inserite nel quadro dei progetti PNRR e fondi straordinari di Roma Capitale.

Il lobbying di cui si parla spesso nei territori si nutre proprio di queste scadenze:
Abacus srl ha potuto vantare un “vantaggio competitivo” unico: avendo già gestito la rendicontazione e le specifiche tecniche richieste dall’Europa per il progetto di Rimini, ha garantito a Veloccia la certezza della spesa.
Per un’amministrazione come quella di Roma, il rischio maggiore non è il dissenso dei cittadini, ma la perdita dei fondi per incapacità progettuale. Importare un progetto “chiavi in mano” da chi ha già convinto i tecnici del PNRR a Rimini ha ridotto a zero i rischi burocratici per Veloccia.
In sintesi, il legame tra i due politici è cementato dalla necessità di spendere miliardi di euro in tempi brevissimi usando format tecnici pre-approvati, rendendo lo studio Abacus il terminale operativo di questa operazione di “fast-urbanism”.

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OSTIA, SPIAGGE: FINTI ORDINI DI SGOMBERO SU UNA GARA VIZIATA E NON AGGIUDICATA

Nero Oro Gala Invito_20260210_184951_0000Dossier LabUr – Concessioni balneari 2025 #6.
La gara #4788/2025: una procedura senza aggiudicazione definitiva e con gravi irregolarità.

Ad oggi non esiste alcuna aggiudicazione definitiva della gara pubblica n. 4788 del 14/02/2025 per le 31 concessioni demaniali marittime di Ostia.

Nonostante questo, Roma Capitale – attraverso comunicazioni firmate da Carlo Mazzei, subentrato formalmente nella gestione operativa di Tommaso Antonucci (che siede al suo fianco) – ha inviato alle ditte uscenti lettere che assomigliano a ordini di sgombero, dei veri e propri inviti, intimando di liberare gli stabilimenti entro il 31 marzo 2026 previo accordo con i nuovi affidatari così da consentirne il “subentro”. Non solo. Il Comune di Roma precisa nell’invito che lo sgombero dovrà avvenire mantenendo solo le opere e i beni da esso ritenuti di interesse. Se non adempirà procederà ai sensi dell’art. 49 del Codice della Navigazione ad ulteriori azioni a tutela del bene pubblico.

Questa comunicazione è illegittima per un motivo elementare: il subentro può avvenire solo dopo l’aggiudicazione definitiva, che non c’è. Esiste solo una proposta di aggiudicazione, peraltro rettificata in seguito alle irregolarità emerse in sede di commissione comunale.

Il Comune parla di “rilascio e ripristino dell’area demaniale”, ma dal punto di vista tecnico-giuridico non si tratta di un ordine formale: è un invito improprio, privo di titolo, che condiziona gli operatori e altera la posizione giuridica di tutti i concorrenti, comprimendone i diritti. Un atto amministrativo senza fondamento, che espone l’ente e i funzionari a profili di responsabilità.

Le irregolarità già emerse: il caso delle esclusioni selettive

Come abbiamo raccontato l’anno scorso nei Dossier Spiagge (LINK) il Comune ha disposto solo il 5 agosto 2025 l’esclusione di diverse società per due motivi ricorrenti:

  • “Centro decisionale unico” (art. 95, comma 1, lett. d) Codice appalti)
  • Superamento del numero massimo di lotti consentiti (punto 4.1 lett. A Avviso pubblico)

Sono state escluse:

  • Meccanismo Appio srl – Lotto A6 (Marechiaro/Kelly’s)
  • Roma Levante srl – Lotti A11 e A19 (La Vecchia Pineta e Miami)
  • Orizzonte srl – Lotti A11 e A19 (La Vecchia Pineta e Miami)
  • Stabilimenti Balneari Lido di Roma – Lotto A11 (La Vecchia Pineta)
  • Mamb srls – Lotto A16 (La Bicocca)
  • S.Fra srls – Lotto A16 (La Bicocca)

Gli stessi criteri non sono però stati applicati ad altri operatori identici per struttura societaria, legami personali, amministratori in comune o sedi condivise.

Esempi:

– Il ‘gruppo Ferracci’ partecipa a 4 lotti “A” (A3-Urbinati, A4-Elmi, A5-Lido, A6-Marechiaro/Kelly’s), superando il limite di 3 previsto dal bando. È stata esclusa solo Meccanismo Appio (Lotto A6) per violazione del punto 4.1 lett. A) dell’Avviso Pubblico in quanto più società (BB Pannonia srl, Caffè tre srl, Margherita Appia srl e Meccanismo Appio srl) sono risultate riconducibili allo stesso centro decisionale (controllo diretto/indiretto del Sig. Ferracci Federico).

Il concorrente che voleva presentarsi in più lotti doveva, a pena di esclusione, farlo sempre nella stessa forma e non con più società. Pertanto all’esclusione di Meccanismo Appio (A6 Marechiaro-Kelly’s) perché lotto ‘più alto’, doveva seguire l’esclusione anche delle altre tre società.

– Il ‘gruppo Burlone’, coinvolto anche nel servizio di Report, nonostante evidenze di collegamenti societari diretti, è rimasto in gara, fatta eccezione per alcune società minori (S.Fra e Mamb sul Lotto A16 La Bicocca). La Kokai, unica partecipante sul Lotto A25 (Circolo Nautico) si è ritirata spontaneamente solo negli ultimi giorni.

– Sul Lungomare Duca degli Abruzzi 84 (Porto di Roma) risultavano le sedi societarie di Caffé del Porto, Sailing 809, Magic Beach: un unico cluster decisionale. Nonostante ciò, Sailing 809 è stata reinserita in gara e poi addirittura dichiarata vincitrice del Lotto A11 (La Vecchia Pineta), benché inizialmente esclusa per mancanza del codice ATECO. La riammissione è avvenuta senza alcun provvedimento giudiziario e per sola discrezionalità del RUP, cioè Tommaso Antonucci.

Questa disparità di trattamento è incompatibile con la lex specialis e con i principi di imparzialità e parità di condizioni.

Royalty: il problema decisivo (Rmax)

L’Avviso pubblico del 14/2/2025 stabiliva che il punteggio economico si dovesse calcolare con la formula Ri/Rmax × 30, dove:

  • Ri = rialzo netto (oltre il 2%)
  • Rmax = il rialzo più alto tra i concorrenti rimasti in gara

Quindi ogni esclusione di un concorrente dal singolo lotto finiva per cambiare automaticamente Rmax e imponeva un ricalcolo della graduatoria. Il RUP, Tommaso Antonucci, invece ha dichiarato di procedere allo “scorrimento” senza ricalcolare i punteggi economici, vale a dire che la classifica fatta su un Rmax di un concorrente escluso non è stata modificata secondo il Rmax aggiornato tra i concorrenti in gara. Questo è tecnicamente impossibile: la formula rende obbligatorio il ricalcolo.

E infatti:

– Nel Lotto A19 (Miami): eliminati Roma Levante, Orizzonte e Balneare Lido (intestate alla famiglia Civida) – escluse per violazione dell’art. 95 del Codice degli Appalti – il Rmax scendeva da 20,00 a 18,20.

La graduatoria reale dei rimanenti è diventata:

  • Progetti Ecosportivi (vincitore però del Lotto A18 La Vela, dove non ci sono società escluse)
  • Hydra
  • ACSOM
  • ARPA
  • Isla Bonita

– Nel Lotto A16 (Bicocca): eliminati S.Fra e Mamb, e con Dory esclusa perché già vincitrice su A7 (El Miramar), restavano solo FDL e ACSOM.

Nuovo Rmax = 10,00. La graduatoria reale dunque:

  • FDL
  • ACSOM

In entrambi i casi, la graduatoria pubblicata il 5 agosto non rifletteva i valori matematici corretti. Rimangono infatti gli stessi numeri nella graduatoria non definitiva del 5 agosto 2025 che erano presenti in quella precedente. Peccato che il risultato finale può anche rimanere simile a quello dichiarato, ma la procedura è viziata. Questo bastava allora come oggi per annullare l’intera gara in quanto comprime il diritto di valutare la possibilità da parte di un concorrente del ricorso amministrativo avverso un atto (tra l’altro provvisorio) riportante una falsa istruttoria.

I casi più critici

A) Sailing 809 (Vecchia Pineta – Lotto A11)

Esclusa per codice ATECO mancante, fa un esposto (a differenza di Acsom che fa ricorso al TAR), poi viene riammessa “per discrezionalità”, quindi diventa unica concorrente il 5 agosto (per esclusione della famiglia Civida che partecipa al completo con 3 società) e infine aggiudicataria. Un bel lotto, proprio davanti al futuro e tanto decantato Parco del Mare.

Lo schema, oltre a non essere trasparente, si incrocia con un sistema di società collegate tutte tra Lungomare Duca degli Abruzzi 84 e via Borsari 29, con amministratori comuni e relazioni di parentela. Insomma, un centro decisionale ben camuffato.

B) Acsom

Risulta priva dei codici ATECO richiesti dal bando (93.29 o 56.10) anche mesi dopo la gara. Eppure è stata ammessa su 6 lotti di tre gare diverse e ha anche vinto il Lotto B28 (Ristorante Kelly’s).

C) Il cluster Burlone–Milani–Migliore–Napoleoni

Decine di partecipazioni, amministratori incrociati, sedi condivise.
Vengono esclusi solo tre soggetti minori come per dare un’apparenza di controllo, ma la struttura complessiva rimane intatta.

Conclusione

Non esiste alcuna aggiudicazione definitiva.
Le esclusioni sono state applicate in modo selettivo, la formula economica non è stata rispettata e alcune riammissioni appaiono discrezionali e non motivate. L’intera procedura è viziata nei presupposti, nello svolgimento, nelle istruttorie e nelle graduatorie finali.
La regia finale della gara – lasciata da Antonucci al suo sostituto Mazzei – appare priva di garanzie di imparzialità. Le condizioni per l’annullamento totale della gara ci sono tutte, sulla base di dati oggettivi e verificabili. Le ipotesi di reato sono: falsità ideologica in atto pubblico (479 c.p.): una graduatoria rappresentata come corretta pur non rispettando la formula; turbativa d’asta (art. 353 c.p.): neutralizzazione del meccanismo competitivo, alterazione dell’esito naturale della procedura, scorrimento senza ricalcolo, requisiti applicati in modo selettivo, criteri non previsti dal bando; omissione di atti d’ufficio (art. 328 c.p.): mancata applicazione della lex specialis; irregolarità amministrative: violazione del principio di automazione, disparità di trattamento, istruttorie incoerenti.

Quindi, non esiste alcuna aggiudicazione definitiva e neppure sono state rispettate le regole. Tutto in mano al potere discrezionale di Tommaso Antonucci che ha lasciato la regia delle operazioni finali al frontman Carlo Mazzei, uomo dell’Assessore Tobia Zevi, che invia inviti a sgomberare con le modalità che abbiamo visto all’inizio.
L’unica cosa certa, per ammissione dunque dello stesso Mazzei nell’invito allo sgombero, è che sono stati messi a gara gli abusi (esattamente quello che è accaduto nel 2020, Direttore del Municipio Giacomo Guastella, gara poi sospesa in autotutela 2 anni dopo). Intanto, attendiamo che Risorse per Roma completi il lavoro di definizione delle consistenze. In fondo, è solo un dettaglio… oh no?

Ad maiora.

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PARCO DEL MARE: 2 MLN PER RENDERING SENZA ANALISI

Nero Oro Gala Invito_20260207_222747_0000Oggi Roma Capitale ha presentato il progetto “Parco del Mare” dentro una cornice definita “processo partecipativo”.

A beneficio di chi non c’era, ma soprattutto di chi c’era, mettiamo in fila i fatti.

1. Non era un processo partecipativo.

La partecipazione avviene prima delle decisioni. Qui le decisioni erano già prese: il progetto è infatti già in Conferenza dei Servizi, con una procedura non conclusa e addirittura riavviata lo scorso 28 gennaio.

Oggi si è semplicemente svolta una presentazione pubblica, non un percorso decisionale aperto.

2. La documentazione ufficiale è incompleta.

Il fascicolo tecnico pubblicato dal Comune non contiene: la geologia completa dell’area; la geotecnica necessaria per valutare stabilità, liquefazione, portanza; un’analisi idraulica dell’intero lungomare; una perimetrazione del vincolo idrogeologico; un modello di mobilità in grado di descrivere l’Ostia vera, non solo un’ora invernale feriale.

La parte sul vincolo idrogeologico è sbagliata in radice: non si riferisce all’area di progetto e non è accompagnata da relazione regionale, come prevede la legge.

3. La mobilità non descrive Ostia.

La relazione comunale registra solo l’ora di punta invernale feriale.

Nessun dato su: estate, fine settimana, domanda turistica, tempi di attraversamento, livelli di servizio prima/dopo, viabilità alternativa, TPL in condizioni reali.

È un modello che ignora la cosa più importante: Ostia cambia volto ogni tre mesi.

E senza mobilità non esiste urbanistica.

4. I gruppi più organizzati hanno criticato il progetto, ma solo a metà. Ad esempio, si leggono analisi vegetazionale anche corrette (il tema del vento e della salinità è reale), ma il loro lavoro è parziale: non tocca la geologia, la geotecnica, l’idraulica e non mette in discussione le premesse procedurali. Se sono critiche che possano migliorare il disegno del progetto, non interrogano però la sua fattibilità profonda.

La naturalizzazione non è mettere una pianta sulla sabbia. È lavorare sulla dinamica della falda, sul comportamento del terreno, sulle canalizzazioni di bonifica, sulla morfologia complessiva del fronte mare.

Se le osservazioni colgono la sensibilità del luogo, mancano però della parte tecnica che rende una duna fotografica in duna come sistema.

Il progetto del Parco del Mare nasce con un impianto geologico incompleto, geotecnica insufficiente, idraulica di tratti isolati, mobilità non realistica, vincolo idrogeologico non dimostrato. E se mancano questi dati qualsiasi discussione su alberature, panchine, ciclopedonali, arredi, eventi o rendering è esercizio retorico autoreferenziale.

Poi, se ci volessero anche dire come ci sono arrivati (l’analisi) a quei rendering sarebbe fantastico. In fondo ci sono costati 2MLN di euro.

(Paula de Jesus)

 

Si chiama Parco del Mare fondamentalmente perchè, senza alcuna sostanziale variante Urbanistica (motivo per cui non ci sarà alcun processo partecipativo) si riduce a sistemare le aree a destinazione verde pubblico. Un costo impressionante che peggiorerà la mobilità e che non comprende la manutenzione: sarà competenza del Municipio X (che ha la delega al verde) o del Comune? In tutta la mattinata si è fatto un uso spropositato del termine ‘pineta’ (che non c’è piú) e di ‘dolia’ (i grandi contenitori in terracotta dell’antichità) che possono essere tipiche ad Ostia Antica ma non sul Litorale. A proporre una stucchevole descrizione della teoria della sedicente progettazione, l’Abacus che ha confuso Roma con Rimini e che in neanche 5 mesi, dall’aggiudicazione, di Ostia non ha capito ancora nulla. 

Se Ostia è Roma, una Capitale non merita un progetto raffazzonato solo per ottenere fondi europei futuri che la politica usa per propaganda. Secondo l’Abacus, passeremo dalla pineta secca e giardini secchi sul lungomare e dagli stabilimenti abbandonati alle mareggiate, ad un bosco di centinaia di migliaia di piante con ‘intrusioni sportive’ e passaggi pedonali verso il litorale. Tutto bello? No, tutto finto. 

Per la mobilità, si è mantenuto il numero degli stalli regolari non considerando quelli abusivi che tutto l’anno sopperiscono all’assenza di dotazione standard di ben 23 campi da calcio (dati del Comune). Il rilievo della mobilità è insufficiente tant’è che non è affiancato dal Tpl. Imbarazzante dire che l’infrastruttura ambientale e sociale migliora quella della mobilità se non si progetta nuova viabilità ma semplicemente l

a si arretra” (Andrea Schiavone)

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SCUOLA INFERNETTO, GUALTIERI DICE UN FALSO: I DOCUMENTI DEL COMUNE LO SMENTISCONO

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260207_164824_0000Nelle dichiarazioni rilasciate in questi giorni su Canale10 tv, il Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, rispondendo alla domanda di un cittadino sul costruendo Centro di Raccolta Rifiuti all’Infernetto, ha affermato che in quell’area “la scuola non c’era e non ci sarà, perché non ci sono abbastanza bambini”.

Peccato che gli atti del Comune dicano l’esatto contrario.

Nei documenti ufficiali la scuola c’è. Eccome se c’è. La destinazione scolastica nell’area di via Wolf Ferrari non è mai stata cancellata da un atto urbanistico regolare. Il PRG la prevede, gli uffici la confermano e nessun documento pubblico sostiene che “non serva più” o che “non ci siano bambini”.

La frase del Sindaco non compare né nel parere urbanistico del 13/11/2019, né nella Determina di approvazione del 27/12/2019, né nella relazione del Dipartimento, né nella Delibera di Giunta 469/2023. Non esiste in alcun atto pubblico.

Se davvero la scuola non serviva, perché allora gli uffici l’hanno spostata?

Il 31/12/2019 il Dipartimento Urbanistica ha prodotto infatti un secondo parere (peraltro fuori dalla Conferenza dei Servizi), in cui scrive chiaramente che la scuola va ricollocata nel Comparto 7. Non cancellata, bensì spostata.

Se una cosa non serve, non la sposti. La elimini. E invece all’Infernetto la scuola è stata trattata come una funzione necessaria, tanto da essere ricollocata addirittura su una strada (addirittura) e un’area cani.

Quindi la verità è una sola: non si voleva più fare lì.

Il Sindaco quindi, che aveva ricevuto un assist volontario grazie alla domanda del cittadino, si tira la zappa sui piedi scambiando la causa con l’effetto. La sua nuova versione è: Non c’è la scuola ➡️ allora usiamo l’area per AMA.

La versione degli atti è l’opposto: Si è scelta AMA ➡️ allora la scuola va spostata (male, e fuori tempo massimo).

Un servizio pubblico previsto nel PRG viene spostato poco più in là senza un percorso urbanistico pieno e trasparente.

Caro Sindaco, gli uffici non hanno mai detto che “non ci sono bambini”. Anzi. Nessun dirigente ha mai dichiarato che la scuola fosse inutile. Tutti gli atti tecnici trattano la scuola come una funzione da mantenere. E se la scuola “non si farà”, non è per ragioni demografiche bensì perché quell’area è stata occupata dal centro raccolta rifiuti.

Se davvero “non ci sono bambini”, allora dove sono le analisi demografiche? dove sono i report del Municipio X? dove sono gli atti che cancellano la destinazione scolastica? dove è la variante urbanistica? In qualche cassetto segreto in Campidoglio?

Quello che è certo è che ci sono:

– due pareri urbanistici in conflitto tra loro,
– uno prodotto fuori procedura,
– una delibera comunale che recepisce un atto tardivo,
– e una scuola che esisteva nei piani ma è stata “spinta” altrove.

La verità è più semplice di tutte le opinioni strampalate e spacciate per analisi: non era la scuola a non servire. Era quell’area che non si voleva più usare per la scuola. E invece di dirlo apertamente, invece di spiegare le scelte urbanistiche, i criteri, gli atti, il perché di molte illegittimità e irregolarità, ora si racconti che “mancano i bambini”.

La frase del Sindaco, rimane un falso perché non regge alla prova degli atti. Non la regge urbanisticamente, non la regge demograficamente, non la regge amministrativamente.

 

#MunicipioX #Infernetto #CRR

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