OSTIA, SHILLING E SPORTING BEACH: IL “METODO ROMA” SOTTO LE MACERIE

Copia di Nero Oro Gala Invito_20261023_105625_0000Il Prefetto nega gli atti, i Vigili del Fuoco ordinano di demolire lo Sporting, ma cade lo Shilling. E mentre il Campidoglio doveva vigilare sui mezzi, lo stabilimento brucia. La nuova inchiesta LabUr basata sui documenti ufficiali del Comando dei Vigili del Fuoco di Roma che smentiscono la narrazione istituzionale sulla demolizione dello stabilimento Shilling di Ostia, celebrata il 28 luglio 2026 da Campidoglio e Prefettura come simbolo del cosiddetto “Metodo Roma”.

 

La demolizione celebrata dal Sindaco Roberto Gualtieri e dal Prefetto Lamberto Giannini come trionfo della legalità e battezzata con enfasi “Metodo Roma” si infrange contro gli atti ufficiali dello Stato. Non si tratta di interpretazioni politiche o indiscrezioni, ma di ordini di servizio a valenza di polizia giudiziaria firmati dai vertici dei Vigili del Fuoco: per ben due volte il Comando provinciale ha disposto la mobilitazione di uomini, fondi pubblici e mezzi pesanti per demolire lo Sporting Beach, non lo Shilling.

Eppure, a favore di telecamere viene abbattuto lo Shilling.
Due notti dopo, mentre l’ordine operativo è in pieno vigore e il Comune di Roma ha l’obbligo formale di sorvegliare l’area di cantiere, lo Sporting Beach viene divorato da un incendio doloso a inneschi multipli. Sullo sfondo restano il silenzio tombale di Capitaneria e Demanio Marittimo, la distruzione materiale delle strutture al centro dell’inchiesta penale e una nota della Prefettura che sbarra le porte all’accesso agli atti, blindando il verbale da cui tutto avrebbe avuto origine.

La passerella del 28 luglio e il verbale negato

Il 28 luglio 2026, davanti ai cancelli dello Shilling, il parterre istituzionale è al completo: il Sindaco Roberto Gualtieri, il Prefetto Lamberto Giannini, l’Assessore al Patrimonio Tobia Zevi e il Presidente del Municipio X Mario Falconi.
Davanti ai microfoni, Giannini rivendica con orgoglio che la decisione di intervenire sui beni sequestrati è scaturita in sede di Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica (CPOSP) insieme a Comune e Procura: «L’abbiamo fatto in undici giorni». Gualtieri rilancia, parlando di un modello sinergico d’eccellenza: il “Metodo Roma”.

Quando però, a fari spenti, viene richiesto formalmente di esaminare gli atti di quel meccanismo, la trasparenza si arresta.

Con la nota n. 0422741 del 15 ottobre 2026, la Prefettura di Roma oppone il diniego: il verbale della riunione del Comitato provinciale del 18 giugno è dichiarato «non ostensibile». Giannini espone pubblicamente la narrazione del vertice, presenzia alle ruspe e ne incassa il dividendo d’immagine. La sua amministrazione, tuttavia, impedisce ai cittadini di verificare il documento originario sul quale poggia l’intera catena amministrativa.
Una discrepanza però che trova la sua spiegazione leggendo gli ordini di servizio dei Vigili del Fuoco.

Il doppio ordine di servizio: l’obiettivo era lo Sporting Beach

A smentire la narrazione istituzionale non sono congetture, ma due ordini del giorno del Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Roma.

Il primo è l’Ordine del Giorno n. 201 del 20 luglio 2026, firmato digitalmente alle ore 18:39 dal comandante provinciale Adriano De Acutis. Al punto 13, l’oggetto non lascia margini di equivoco:

«Programmazione attività del Nucleo G.O.S. per demolizioni presso l’ex stabilimento balneare “Sporting Beach” sito in Lungomare Amerigo Vespucci, 6 – Roma».

Il testo dell’atto recepisce e mette nero su bianco proprio il deliberato della Prefettura:

«Il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, nella riunione tenutasi in data 18 giugno 2026 u.s., ha disposto, nell’ambito dell’attività di riqualificazione della spiaggia del litorale di Ostia, la demolizione di parte della struttura costituente lo stabilimento balneare in argomento, oggetto di illeciti urbanistici, amministrativi e penali».

L’atto non cita minimamente lo Shilling. Stabilisce un cronoprogramma stringente: operazioni dal 27 luglio al 1° agosto 2026, 12 ore al giorno (dalle 07:00 alle 19:00), mobilitando il Gruppo Operativo Speciale (GOS) con cinque operatori e un istruttore per turno, supportati dalla Colonna Mobile Regionale (CMR) Lazio.

Soprattutto, l’atto dispone che alla scheda d’intervento aperta dalla sala operativa sia assegnato il codice tipologico 366: «attività di polizia giudiziaria».

Non si tratta di un refuso. Quattro giorni dopo, il 24 luglio 2026, il Comando emana l’Ordine del Giorno n. 205 (a firma del dirigente delegato Piergiorgio D’Elia). Il punto 2 richiama espressamente il precedente ordine 201 e fissa la turnazione nominativa per tutta la settimana dal 27 luglio al 1° agosto: ancora una volta, tassativamente, presso l’ex stabilimento «SPORTING BEACH sito in Lungomare Amerigo Vespucci, 6», sotto il coordinamento operativo sul campo dei funzionari DCS Paolo Parlani e IA Diego Tosi.

Due ordini formali, a firma dei vertici del Corpo, classificati come attività di PG, comandano la demolizione dello Sporting Beach.
Eppure, il 27 e 28 luglio, le pinze demolitrici e le ruspe abbattono lo Shilling. Lo Sporting non viene toccato.

A sancire il corto circuito è il verbale comunale di consegna delle aree, protocollo QC/91186 del 27 luglio: redatto materialmente «presso l’ex stabilimento Shilling», consegna d’un tratto ai Vigili del Fuoco l’ibrida formula «Shilling e Sporting – area di demolizione». Una toppa burocratica per tentare di fondere a posteriori due beni demaniali distinti, mentre l’intervento si concentra esclusivamente sullo Shilling.

La notte del rogo: chi doveva sorvegliare lo Sporting?

Se il dirottamento dell’obiettivo apre un baratro di legittimità amministrativa, quanto accade nella notte tra il 30 e il 31 luglio trasforma la vicenda in un caso giudiziario.

Mentre l’OdG n. 205 è pienamente vigente e la squadra GOS è calendarizzata per l’intero arco settimanale, lo Sporting Beach viene dato alle fiamme. Le perizie iniziali parlano di matrice dolosa: il fuoco parte simultaneamente da più punti all’interno di uno stabilimento chiuso e formalmente inaccessibile.

C’è un passaggio dell’O.d.G. 201 che inchioda le responsabilità:

«I mezzi movimento terra saranno lasciati presso l’area dello stabilimento ove sarà allestito un servizio di sorveglianza a cura del Comune di Roma».

L’ordine di servizio dei Vigili del Fuoco attesta che il parco macchine speciali — escavatore CAT 315 con pinza demolitrice, escavatore CAT 308, minipala cingolata, abbattitore di polvere e autobotte — doveva sostare nell’area con un servizio di presidio e sorveglianza a carico esclusivo di Roma Capitale.

Le domande a cui la Procura e il Campidoglio devono rispondere sono dunque:

  1. Dov’era il servizio di sorveglianza allestito dal Comune la notte del 30 luglio?
  2. I mezzi pesanti del Ministero dell’Interno erano presenti sul posto al momento dell’innesco?
  3. Come ha potuto un commando incendiario penetrare all’interno di un’area cantierizzata per attività di polizia giudiziaria, piazzare inneschi multipli e dileguarsi indisturbato?
  4. Quali strutture e potenziali fonti di prova sono state incenerite dal fuoco prima che gli ordini di demolizione VVF sullo Sporting venissero misteriosamente accantonati?

La demolizione “gratuita” a carico dei contribuenti

Nel rivendicare l’operazione, Roma Capitale ha vantato un intervento a costo zero per le casse capitoline, grazie all’impiego del GOS dei Vigili del Fuoco e al circuito AMA per il conferimento dei detriti. Ma “senza oneri per Roma Capitale” non significa affatto a costo zero per la collettività.

Gli ordini di servizio n. 201 e 205 specificano per tabulas che gli operatori e i funzionari impiegati per 12 ore al giorno accedevano al monte ore dello «straordinario di soccorso» con erogazione di buoni pasto, carburante e impiego dei mezzi pesanti della Colonna Mobile Regionale: risorse finanziarie ed economiche interamente a carico del Ministero dell’Interno.
L’escavatore non grava sul bilancio del Campidoglio, ma grava direttamente sui capitoli dell’emergenza statale. Un impiego di fondi di soccorso urgente per una demolizione amministrativa priva di quadro economico d’appalto, capitolato speciale e progettazione esecutiva ordinaria.

Un paradosso, che stride con la realtà territoriale: lo stesso comandante De Acutis che mobilitava d’urgenza il GOS per la passerella balneare è la figura finita al centro della crisi della caserma VVF di Ostia in via Angelo Celli, per la quale era stato prospettato il trasferimento a Fiumicino (con un incremento dei tempi di soccorso fino a trenta minuti nel X Municipio), scongiurato solo dopo una mobilitazione popolare da oltre 16 mila firme (LINK).
Per la sicurezza dei cittadini e dei pompieri di Ostia, mesi di inerzia. Per l’abbattimento dello Shilling, il “Metodo Roma” ha trovato uomini e fondi in undici giorni.

Demanio e Capitaneria assenti, e le macerie del corpo del reato

Nel mosaico della legalità sbandierata mancano all’appello due autorità determinanti: l’Agenzia del Demanio e la Capitaneria di Porto.

I manufatti insistevano su demanio marittimo dello Stato.
Il Demanio è il proprietario pubblico deputato a verificare consistenza, incameramento o ripristino, mentre la Capitaneria è l’organo di polizia marittima territorialmente competente.
Dagli atti ostesi non emerge alcuna presa in carico sostanziale, verbale di constatazione congiunta o certificazione di fine lavori da parte di queste due amministrazioni statali, rimaste spettatrici mentre Comune, Prefettura e Vigili del Fuoco gestivano le demolizioni sulla base di intese verbali.

Resta infine il nodo giudiziario.
Lo Shilling era sottoposto a sequestro penale nel procedimento su concessioni e corruzione che ha visto il patteggiamento dell’imprenditore Fabio Balini, senza che si celebrasse un dibattimento sulle collusioni politico-amministrative emerse nelle indagini. Roma Capitale ha chiesto il dissequestro il 19 giugno e la Procura ha autorizzato l’accesso all’area il 23 giugno.
Il punto non è dubitare della cessazione formale delle esigenze cautelari ritenuta dal PM, ma chiarire se prima di azionare le pinze demolitrici siano stati depositati rilievi plano-volumetrici certificati, perizie metriche irripetibili e un fascicolo fotografico forense esaustivo sulle difformità edilizie. Negli atti finora prodotti non se ne trova traccia: gli stessi Vigili del Fuoco dichiarano che i sopralluoghi operativi sono avvenuti solo tramite accordi verbali e che le fotografie acquisite attestano unicamente lo stato dei luoghi dopo l’intervento delle ruspe.

Il “Metodo Roma”oggetto di un nuovo esposto

Il “Metodo Roma” ha prodotto una bella photo-opportunity: Sindaco, Prefetto e ruspe davanti allo Shilling. Dietro quella fotografia restano però un verbale secretato, ordini operativi formalmente vincolati ad un altro stabilimento, un incendio doloso dimenticato, autorità marittime silenziose e un corpo materiale dell’indagine finito sotto i cingoli.

Più che voltare pagina, qualcuno sembra averla frettolosamente strappata per non far leggere cosa vi fosse scritto. Ma i documenti d’archivio e gli ordini di servizio parlano chiaro. Per questa ragione, l’intera ricostruzione documentale, con la sequenza cronologica degli atti e delle incongruenze riscontrate, sarà oggetto di un formale esposto inviato alla Procura della Repubblica di Roma, alla Procura Regionale della Corte dei Conti, al Ministero dell’Interno, alla Prefettura e al Campidoglio. Saranno le autorità competenti, messe formalmente di fronte a questi atti, a dover chiarire se la demolizione dello Shilling al posto dello Sporting sia stata una gigantesca catena di errori materiali o una precisa, e finora ingiustificata, deviazione amministrativa e giudiziaria.

Più che un modello di efficienza e trasparenza, la sequenza degli atti racconta una vicenda in cui la narrazione politica ha marciato in senso opposto ai documenti amministrativi. E quando le carte smentiscono la passerella, il silenzio istituzionale non è più una risposta accettabile.

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TRE FONTANE, VELOCCIA VUOLE COMPRARE IL VERDE PER SALVARLO DAL SUO STESSO COMUNE

Copia di Nero Oro Gala Invito_20261022_161645_0000Il Campidoglio annuncia di voler salvare 14 ettari dal cemento. Ma quale edificazione è davvero possibile senza ulteriori decisioni pubbliche? Tra gli annunci sul futuro parco, resta in ombra il nodo decisivo: che cosa compra Roma Capitale, a quale prezzo e da quale trasformazione intende proteggerlo.

 

 

A Roma succede anche questo: un assessore all’Urbanistica annuncia di voler salvare dal cemento un terreno la cui trasformazione edificatoria richiederebbe proprio il coinvolgimento urbanistico dell’amministrazione di cui è assessore. Insomma, un salvataggio da se stesso.

È il caso del compendio Tre Fontane: circa 14 ettari tra via Laurentina e via Cristoforo Colombo, di proprietà della SAPAM Immobiliare, società in liquidazione sottoposta a concordato preventivo, storicamente inserita nel gruppo Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone.
Il 6 ottobre l’area è stata provvisoriamente aggiudicata per 2,48 milioni di euro. Ora Roma Capitale vuole concorrere all’acquisto per realizzare un parco pubblico.

Secondo i comunicati capitolini, il percorso è passato velocemente dalla proposta approvata dalla Giunta il 13 ottobre al via libera dell’Assemblea Capitolina del 20 ottobre, con il riconoscimento dell’interesse pubblico e strategico dell’area e l’autorizzazione a partecipare alla procedura competitiva.
Anche il percorso assembleare merita attenzione. La proposta n. 161/2026, non prevista nell’ordine del giorno, viene introdotta “fuori sacco” durante la trattazione di un altro provvedimento, a pochi giorni dalla scadenza per le offerte migliorative. Le modalità di inserimento suscitano contestazioni in aula sulla possibilità di esaminare adeguatamente l’operazione.

Per presentare un’offerta migliorativa c’è tempo fino alle ore 17 del 26 ottobre, in vista della seduta del 27. E il prezzo di ingresso è già salito: la scheda aggiornata della vendita indica un’offerta minima di 2.728.000 euro, il 10% in più dell’aggiudicazione provvisoria. L’acquisto, dunque, non è concluso e il costo finale resta da determinare.

Da quale cemento bisogna salvare questi terreni?

La documentazione della procedura ricostruisce una storia urbanistica che parte da lontano. Il PRG del 1962 classificava il compendio come Zona N, destinata a verde pubblico e impianti sportivi. Il Piano di utilizzazione delle aree verdi della Cristoforo Colombo, approvato nel 2001, lo individuava come “Verde con caratteristiche speciali – Ambito 5”.
Il PRG del 2008 lo colloca nella Città della Trasformazione, fra gli Ambiti a pianificazione particolareggiata definita. Ma, secondo il rapporto dell’ingegner Marcello Scifoni, non gli attribuisce parametri edificatori diretti: capacità insediativa e modalità attuative devono essere definite attraverso un Accordo di Programma.

Una proposta privata presentata nel giugno 2022 prevedeva 25.100 metri quadrati di superficie utile lorda. Il 22 gennaio 2026 il Dipartimento PAU (Pianificazione e Attuazione Urbanistica) ha comunicato motivi ostativi al suo accoglimento: un passaggio procedimentale che non va confuso con un diniego definitivo.

Nella relazione conclusiva del 22 giugno 2026 Scifoni continua a ritenere perseguibile lo sviluppo immobiliare, ma segnala la necessità di rivedere la proposta e l’incertezza dei tempi. Per questo ritiene che la stima di 6 milioni formulata nel 2023 debba essere significativamente ridotta.
Il punto, quindi, non è sostenere che sull’area non si potrà mai costruire. Il punto è che non si compra un terreno con un programma edilizio già autorizzato, pronto a partire indipendentemente dalle scelte pubbliche.

L’ammissione del Campidoglio

Nell’illustrazione all’Assemblea Capitolina del 20 ottobre, secondo la trascrizione della seduta, l’Assessore all’Urbanistica, Maurizio Veloccia, riconosce che le precedenti proposte edificatorie non sono mai andate a buon fine, che la trasformazione richiede un complesso procedimento mediante Accordo di Programma e che la disciplina paesaggistica limita fortemente le funzioni ammissibili. L’acquisto viene quindi motivato come un’opportunità per valorizzare l’area sotto il profilo naturalistico ed ecologico. Il Comune vuole acquisire un terreno privato per farne verde pubblico. Resta da dimostrare quale rischio edificatorio concreto renda necessario presentare questa scelta come un salvataggio dal cemento.

Anche il percorso assembleare merita attenzione. La proposta n. 161/2026 viene portata all’esame dell’aula con urgenza, durante la trattazione di un altro provvedimento e a pochi giorni dalla scadenza per le offerte migliorative. Le modalità di inserimento suscitano contestazioni sulla possibilità di esaminare adeguatamente l’operazione.

Durante il dibattito vengono sollevate domande sui costi futuri di sistemazione e manutenzione, sull’accessibilità e sulle condizioni urbanistiche del compendio. Gli elementi economici utili alla strategia d’asta rimangono però riservati: una circostanza che non dimostra l’assenza di una stima, ma lascia ancora fuori dal confronto pubblico una parte decisiva dell’operazione.

Secondo la ricostruzione della seduta, in aula viene riferito che la Ragioneria ha individuato una copertura sul capitolo pertinente, mantenendo riservati gli elementi economici utilizzati per partecipare all’asta. Per i 100 emendamenti, inizialmente dichiarati ammissibili, si attende inoltre il parere della Ragioneria e la seduta viene temporaneamente sospesa. La riservatezza della strategia d’offerta non dimostra l’assenza di una valutazione economica, ma resta da chiarire quale spesa sia coperta e quali risorse siano previste per la successiva realizzazione e manutenzione del parco.

La Presidenza comunica l’inammissibilità di tutti i 52 ordini del giorno presentati, richiamando l’articolo 67 e motivandola con il riferimento a strumenti o procedimenti diversi da quello sottoposto all’Assemblea. La Giunta esprime inoltre parere contrario su tutti i 100 emendamenti. I numeri, da soli, non dimostrano un’irregolarità, ma rendono rilevante capire quali richieste siano rimaste senza accoglimento.

La proposta viene infine approvata con 30 voti favorevoli e uno contrario. L’immediata eseguibilità ottiene 27 voti favorevoli su 27 votanti.

I soldi

Il Campidoglio deve spiegare ai cittadini la convenienza dell’acquisto: quale valore attribuisce al terreno nelle condizioni urbanistiche attuali, quanto costerà trasformarlo in un parco e con quali risorse ne garantirà la manutenzione.
Il confronto con una precedente stima più elevata non basta, da solo, a dimostrare un buon affare. Occorre capire che cosa si stia valutando oggi e quanto pesino sul prezzo eventuali aspettative di trasformazione ancora subordinate alle decisioni pubbliche.

La cura futura, peraltro, non è una questione di poco conto. Già nel settembre 2025, discutendo i progetti per il Parco delle Tre Fontane esistente, il Comitato Parchi Colombo aveva riferito la preoccupazione dell’assemblea cittadina per la manutenzione di un’area tanto estesa e per la capacità dei patti di collaborazione di garantirla. Era una discussione diversa dall’acquisto SAPAM, ma la domanda resta pertinente: chi curerà il verde, con quali mezzi e per quanto tempo?

Resta inoltre da chiarire pubblicamente la provenienza storica dei terreni, in un quadrante interessato dagli espropri per l’E42 e dalle antiche proprietà dei Trappisti dell’Abbazia delle Tre Fontane. La ricostruzione dei passaggi proprietari e degli eventuali obblighi gravanti sul compendio è parte della trasparenza patrimoniale che un’acquisizione pubblica richiede.

LabUr chiede dunque che l’interesse ambientale sia accompagnato da una spiegazione urbanistica, patrimoniale ed economica all’altezza della spesa perché continuare a raccontare questa storia solo come una questione di ‘verde salvato’ è fuorviante. Restano ai margini le condizioni che rendono possibile la sua trasformazione e il ruolo delle amministrazioni chiamate a consentirla. Quanto pagano e pagheranno i romani per avere forse un parco e quanto, invece, per scongiurare una trasformazione che richiede ancora le decisioni delle amministrazioni pubbliche?


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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CASTELPORZIANO, IL CONSIGLIO DI STATO ANNULLA L’AFFIDAMENTO DEL CHIOSCO 3. DUE STAGIONI PERDUTE, ORA CHI PAGA?

Copia di Nero Oro Gala Invito_20261021_144911_0000Accolto l’appello di Maria Rita Gastaldi contro Roma Capitale e Happy Surf One di Stefano Albertini. I giudici censurano l’omessa verifica della sostenibilità economica dell’offerta dell’aggiudicataria. L’affidamento biennale scade nel 2026, il chiosco è rimasto chiuso e il secondo classificato non ha potuto lavorare. Dopo un anno di denunce documentate da LabUr, alla questione della legittimità si aggiunge quella delle conseguenze economiche e amministrative.

 

Oggi, 21 ottobre 2026, il Consiglio di Stato ha annullato l’aggiudicazione del Chiosco 3 della spiaggia libera di Castel Porziano all’A.S.D. Happy Surf One di Stefano Albertini.
La sentenza n. 7686/2026 della Settima Sezione – Sentenza di riferimento: Consiglio di Stato, Sezione VII, n. 7686/2026, pubblicata il 21 ottobre 2026, R.G. 1221/2026 – accoglie l’appello della ditta individuale Maria Rita Gastaldi, seconda classificata nella procedura indetta da Roma Capitale, e riforma la decisione con cui il TAR Lazio aveva respinto il ricorso.

Ma c’è un dato che rende questa pronuncia particolarmente significativa: l’affidamento contestato aveva durata biennale, dal 2025 al 2026. La sentenza arriva quando il periodo di gestione è ormai alla conclusione.

Nel frattempo, Gastaldi non ha lavorato. E il Chiosco 3 è rimasto chiuso.
La stagione balneare 2026 è terminata. L’attuale periodo di prolungamento della stagione baneare si concluderà il 30 ottobre. Restano dunque pochi giorni di un affidamento che, dopo due gradi di giudizio, viene annullato proprio mentre esaurisce la propria durata.

Il problema non è soltanto chi avesse ragione davanti al giudice amministrativo, ma sopratutto che cosa ha prodotto, concretamente, la gestione della procedura da parte di Roma Capitale: un servizio non attivato, un bene pubblico rimasto inutilizzato, un operatore economico escluso dall’attività e una possibile richiesta risarcitoria.

Il vizio accertato: un’offerta aggiudicata senza la verifica necessaria

Il Consiglio di Stato ha individuato il punto decisivo nell’omessa verifica della sostenibilità economica dell’offerta presentata da Happy Surf One di Stefano Albertini.

Il disciplinare di gara prevedeva un insieme di servizi integrati, tra i quali anche l’attività di ristoro e somministrazione di alimenti e bevande. Non una prestazione marginale, come aveva ritenuto il TAR, ma una componente rilevante dell’affidamento.
Secondo i giudici, Roma Capitale avrebbe dovuto verificare preventivamente se l’associazione sportiva dilettantistica fosse in grado di sostenere economicamente l’offerta anche nell’ipotesi di applicazione del regime fiscale ordinario, anziché di quello agevolato connesso alla sua natura associativa. Questa verifica non è stata compiuta.
Il Collegio ha ritenuto che la mancata valutazione abbia compromesso le condizioni di confronto tra gli operatori economici viziando l’aggiudicazione.
Non ha invece accertato che l’offerta di Happy Surf One fosse necessariamente insostenibile. Ha stabilito che spettava all’Amministrazione verificarne la sostenibilità prima di affidare il servizio.

Una distinzione fondamentale perché il giudice non può sostituirsi agli Uffici nell’esercizio di un potere amministrativo che hanno omesso di esercitare. Può però annullare il provvedimento adottato senza quella verifica. Ed è ciò che è accaduto.

Seconda in graduatoria, ma fuori dal chiosco

La graduatoria vedeva Happy Surf One al primo posto con 84,65 punti e Maria Rita Gastaldi al secondo con 78,68. Gastaldi dunque era il concorrente immediatamente successivo.
La sentenza, tuttavia, non dispone l’automatico scorrimento della graduatoria né l’affidamento del lotto alla seconda classificata. L’annullamento deriva dall’omissione di una verifica amministrativa e non da una pronuncia che esclude definitivamente Happy Surf One dalla procedura.

Questo però non cancella il problema economico.
Per due stagioni Gastaldi non ha potuto esercitare l’attività. E oggi, quando potrebbe aprirsi la fase di riesame amministrativo, il tempo utile per gestire il chiosco è praticamente esaurito. Che cosa vale una vittoria giudiziaria quando il periodo economico al quale si riferisce è ormai trascorso? È qui che il contenzioso potrebbe spostarsi dall’annullamento dell’aggiudicazione al risarcimento del danno.
Se verrà dimostrato che, in assenza dell’illegittimità, Gastaldi avrebbe conseguito l’affidamento, potrà essere valutata una richiesta per l’utile non realizzato. Se invece non sarà possibile dimostrare con sufficiente certezza il diritto all’aggiudicazione, potrà assumere rilievo la perdita di una concreta possibilità di ottenerla. Il danno, il nesso causale e la sua quantificazione dovranno essere dimostrati nelle sedi competenti, ma il problema esiste e non può essere liquidato come un semplice effetto collaterale del contenzioso.

Un anno di atti, ricorsi e denunce

LabUr segue la vicenda del bando di Castel Porziano dall’estate del 2025.

Il 22 agosto, nell’articolo Spiaggia di Castelporziano: Canis canem non est, documentavamo l’annullamento in autotutela, da parte della Capitaneria di Porto, dell’autorizzazione ex art. 45-bis relativa a Happy Surf One. Una decisione intervenuta mentre l’Assessorato capitolino al Patrimonio rivendicava pubblicamente l’operatività dei servizi.

Il 4 settembre, con Castelporziano, bando dei chioschi: falsi documenti in gara, sollevavamo questioni relative alle attestazioni presentate per dimostrare i requisiti richiesti dal disciplinare.

Il 7 settembre, nell’approfondimento Bando di Castelporziano: il ruolo opaco di Giuseppe Sesa, esaminavamo ulteriori profili della vicenda, compresi i rapporti tra attività professionali, incarichi pubblici e soggetti coinvolti nella procedura.

L’11 settembre raccontavamo la prima decisione cautelare del TAR.

Poi arrivava la sentenza di primo grado, sfavorevole a Gastaldi.

L’11 marzo 2026, però, il Consiglio di Stato sospendeva l’efficacia della pronuncia del TAR. LabUr ne dava conto nell’articolo Spiaggia Castelporziano Chiosco 3: il CdS sospende sentenza TAR, evidenziando proprio la questione dell’attività di ristoro svolta dall’associazione aggiudicataria.

Era il profilo destinato a risultare decisivo nella sentenza di merito.

Vediamo ora che cosa il Consiglio di Stato non ha deciso: la specifica censura relativa alla pregressa gestione di una concessione balneare o di un servizio integrato è stata dichiarata inammissibile perché introdotta soltanto in appello. La pronuncia non conferma quindi tutte le contestazioni documentali pubblicate nel corso dell’anno, ma conferma l’esistenza di un vizio nell’aggiudicazione sufficientemente grave da determinarne l’annullamento.

Il paradosso di un servizio affidato e mai partito

Mentre la controversia proseguiva, Roma Capitale continuava a intervenire sulla gestione della spiaggia.

Il 1° aprile 2026 LabUr contestava, nell’articolo Spiaggia di Castelporziano: il Comune forza il 45-bis, alcuni passaggi della gestione amministrativa delle autorizzazioni demaniali.

L’11 giugno, con 3° Cancello Castelporziano e kitesurf: l’ennesimo pasticcio amministrativo, pubblicavamo una ricostruzione della richiesta comunale di istituire due corridoi di lancio davanti al Chiosco 3.

La nota del Dipartimento Patrimonio del 22 maggio 2026 richiamava espressamente il contenzioso ancora pendente e la necessità di intervenire nelle more dell’aggiudicazione. Dunque l’Amministrazione Capitolina era pienamente consapevole che l’assetto del lotto C3 non fosse stabilizzato.
Oggi, dopo l’annullamento, è necessario ricostruire quali decisioni siano state assunte durante il giudizio, quali servizi siano stati effettivamente garantiti e perché il chiosco sia rimasto chiuso, perché non basta attribuire genericamente la mancata apertura alla controversia giudiziaria. Occorre distinguere gli effetti dei provvedimenti cautelari dalle scelte e dalle omissioni amministrative che li hanno preceduti e seguiti. Un contenzioso può impedire temporaneamente l’esecuzione di un affidamento. Non può diventare una spiegazione sufficiente per sottrarre ogni scelta amministrativa a una verifica di responsabilità.

Il conto della gestione amministrativa

Il Consiglio di Stato ha condannato Roma Capitale e Happy Surf One a rifondere alla ditta Gastaldi le spese dei due gradi di giudizio, liquidate in 3.000 euro per ciascuna parte, per complessivi 6.000 euro oltre agli accessori. È l’unico importo economico espressamente riconosciuto dalla sentenza.
Non è stato liquidato alcun risarcimento per i mancati guadagni di Gastaldi. Il costo della vicenda dunque potrebbe non fermarsi alle spese processuali. Se verrà proposta e accolta una domanda risarcitoria, Roma Capitale potrebbe essere chiamata a rispondere delle conseguenze economiche dell’aggiudicazione illegittima. Sarà quindi necessario accertare quale parte della perdita lamentata da Gastaldi sia effettivamente riconducibile al vizio della procedura e quale risultato avrebbe prodotto una corretta valutazione dell’offerta.

Allo stato, non esiste un danno erariale accertato. Esiste però una questione di possibile esposizione economica dell’Amministrazione che merita attenzione e trasparenza. Ma sopratutto esiste un altro costo, meno facilmente quantificabile: quello di un servizio previsto su una spiaggia pubblica, quella in dotazione della Presidenza della Repubblica, e rimasto inattivo per due stagioni.

Ora Roma Capitale deve dare delle spiegazioni pubbliche

La sentenza ordina all’autorità amministrativa di darvi esecuzione, ma l’affidamento 2025-2026 è ormai alla conclusione e il prolungamento della stagione balneare terminerà il 30 ottobre. Roma Capitale dovrà quindi chiarire quale percorso intenda seguire per conformarsi alla pronuncia, se e come procederà alla verifica economica omessa, quale sia la situazione giuridica attuale del lotto C3 e quali conseguenze derivino dagli atti adottati nel frattempo.
Dovrà inoltre rendere comprensibile perché, dopo due stagioni, il servizio non sia stato attivato.
Sul piano politico, la vicenda investe l’Assessorato al Patrimonio guidato da Tobia Zevi e la gestione complessiva delle procedure di affidamento dei servizi sul litorale. Sul piano amministrativo, impone di esaminare il lavoro istruttorio degli uffici competenti e le verifiche effettuate prima dell’aggiudicazione.
Si tratta dunque di pretendere che un annullamento giudiziario non venga archiviato come un incidente burocratico, soprattutto quando i suoi effetti si manifestano a contratto sostanzialmente scaduto.

La legalità non può arrivare a stagione finita

Nell’estate del 2025 LabUr chiedeva di leggere gli atti e verificare i presupposti degli affidamenti.
Nell’ottobre del 2026 il Consiglio di Stato annulla l’aggiudicazione del Chiosco 3 per una verifica economica che Roma Capitale avrebbe dovuto compiere prima.
In mezzo ci sono due stagioni, un chiosco chiuso, un operatore rimasto fuori e un servizio che non è partito.
La sentenza ristabilisce la legalità della procedura, ma non restituisce automaticamente il tempo perduto. Perché una cosa è vincere una causa. Un’altra è recuperare due stagioni di lavoro che non torneranno.

Il Consiglio di Stato ha accertato un’alterazione delle regole della concorrenza nell’affidamento del lotto C3 a Happy Surf One. Questo accertamento, di natura amministrativa, non equivale di per sé all’accertamento del reato di turbata libertà degli incanti, previsto dall’articolo 353 del Codice penale, né dimostra l’esistenza di responsabilità penali.

LabUr ritiene tuttavia che i fatti emersi meritino un approfondimento anche da parte dell’autorità giudiziaria penale. Per questa ragione presenterà un esposto alla Procura della Repubblica, mettendo a disposizione la documentazione raccolta e la sentenza del Consiglio di Stato, affinché venga valutata l’eventuale sussistenza di condotte penalmente rilevanti e siano svolti gli accertamenti ritenuti necessari.


 

LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.


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IDROSCALO DI OSTIA, 3 ANNI PER FINIRE I CANTIERI MA DOPO 3 ANNI NON C’È NEMMENO IL PROGETTO

Copia di Nero Oro Gala Invito_20261017_094025_0000Nel bilancio di fine mandato Falconi rivendica la riqualificazione dell’Idroscalo e la salvaguardia del borgo storico, attraverso il suo Assessore Giuseppe Sesa. Ma la delibera del 2023 approvava soltanto gli indirizzi per un accordo interistituzionale mai sottoscritto. Nel frattempo sono rimasti sulla carta case popolari, fognature, parchi, opere pubbliche e finanziamenti PNRR. Martedì 20 ottobre la Comunità Foce del Tevere tornerà in Municipio per discutere ancora delle acque meteoriche di via dell’Idroscalo.

 

Il 15 ottobre 2026, durante la presentazione del bilancio di fine mandato al Teatro del Lido, il Presidente del Municipio Roma X, Mario Falconi, ha inserito tra i risultati della propria amministrazione la Deliberazione n. 4 del 10 febbraio 2023, relativa alla riqualificazione dell’Idroscalo di Ostia.

«Il Municipio X ha al suo interno diverse zone di disagio sociale legato alle politiche dell’abitare», ha dichiarato, ricordando come l’amministrazione si fosse posta fin dall’inizio l’obiettivo di recuperare le aree più fragili, in collaborazione con l’assessorato capitolino.

Poi il riferimento all’Idroscalo: «Delibera di riqualificazione dell’Idroscalo di Ostia, pensando alla riqualificazione del quartiere partendo dai cittadini che lo hanno sempre vissuto, pensando alla salvaguardia del nucleo storico prevedendo la possibilità di un borgo che tutelasse tali realtà».

Parole che, ascoltate senza conoscere gli atti e la storia amministrativa del quartiere, potrebbero far pensare a un programma di rigenerazione almeno avviato.

La realtà è diversa.

A tre anni e otto mesi dall’approvazione della delibera non risulta sottoscritto l’accordo interistituzionale che avrebbe dovuto dare avvio al percorso. Non esiste un progetto attuativo approvato della riqualificazione annunciata, non sono stati aperti i relativi cantieri e nessuna delle principali opere promesse è stata realizzata.

E c’è un dettaglio che rende il bilancio di fine mandato ancora più singolare.

Martedì prossimo, 20 ottobre, la Comunità dell’Idroscalo tornerà negli uffici del Municipio X per discutere del problema delle acque meteoriche di via dell’Idroscalo. Una questione infrastrutturale irrisolta, sulla quale lo stesso Falconi si era impegnato a interloquire con il Porto Turistico di Roma.

Il giovedì si rivendica la riqualificazione del quartiere. Il martedì successivo si torna a discutere di come smaltire l’acqua piovana.
Non è una battuta. È la misura della distanza tra il racconto politico e l’effettiva capacità dell’amministrazione di affrontare problemi conosciuti da anni.

La delibera del 2023: l’urgenza di un accordo che non è mai arrivato

La Deliberazione della Giunta municipale n. 4 del 10 febbraio 2023 ha un oggetto preciso: l’approvazione degli indirizzi per un accordo interistituzionale relativo alla rigenerazione urbana, alla messa in sicurezza, alla vigilanza urbanistica e all’edilizia residenziale pubblica dell’Idroscalo.

Il dispositivo è molto più limitato di quanto la successiva comunicazione politica abbia lasciato intendere.
La Giunta approva le linee di indirizzo e conferisce mandato al Direttore apicale del Municipio X di predisporre gli atti necessari alla formalizzazione dell’accordo tra le istituzioni interessate.
Non approva un progetto urbanistico. Non individua un cronoprogramma dei lavori. Non finanzia direttamente nuove infrastrutture. Non istituisce un borgo storico e non disciplina la permanenza delle famiglie nelle abitazioni esistenti.
La deliberazione viene dichiarata immediatamente eseguibile per l’urgenza di provvedere.
Eppure, a distanza di quasi quattro anni, proprio il primo risultato atteso, l’accordo interistituzionale, non è arrivato.

Questo è il dato che rende problematica la rivendicazione di Falconi: un atto propedeutico viene inserito nel bilancio di fine mandato senza che il percorso amministrativo per il quale era stato approvato abbia prodotto i risultati annunciati.

Ma per comprendere quanto fosse ambizioso quel racconto bisogna tornare al maggio 2023.

Maggio 2023: tre anni per completare i cantieri

Il 15 maggio 2023 la Repubblica, titola «Villette e vie asfaltate, la rinascita dell’Idroscalo di Ostia», in cui racconta il progetto del Municipio X come un programma di trasformazione già avviato.

La prospettiva era quella di un quartiere ecosostenibile, con abitazioni recuperate, infrastrutture rinnovate, spazi pubblici attrezzati e nuove soluzioni abitative.

La tempistica annunciata era di tre anni: il primo per la progettazione, i successivi due per le procedure di affidamento e la realizzazione delle opere.
Il termine è scaduto nel maggio 2026. Siamo ad ottobre e il programma non è stato realizzato. Non sono partiti i cantieri della rigenerazione e nemmeno approvato il progetto che avrebbe dovuto sostenerli.

Non siamo davanti a un’opera incompleta o a un cantiere rallentato. Siamo davanti a una trasformazione annunciata come imminente e rimasta allo stadio delle intenzioni.

Vale allora la pena ripercorrere, una per una, le promesse del 2023.

L’argine contro le mareggiate: la confusione tra mare e fiume

Tra gli interventi annunciati compariva un nuovo argine per proteggere l’Idroscalo dalle mareggiate. Peccato che un argine fluviale e una scogliera marittima non siano la stessa cosa.

La protezione dalle mareggiate riguarda le opere di difesa costiera, tra cui la scogliera dell’Idroscalo, oggetto di precedenti interventi ovviamente regionali. L’argine di Ostia Ponente, invece, riguarda la sicurezza idraulica della riva sinistra del Tevere e la mitigazione del rischio di esondazione nel quadrante di Nuova Ostia. Se realizzato ‘manderebbe a bagno l’abitato dell’Idroscalo’.

Si tratta di sistemi differenti, destinati a contrastare fenomeni differenti e appartenenti a percorsi amministrativi distinti. La stessa Deliberazione n. 4/2023 richiama la necessità dell’argine di Ostia Ponente, ma non approva alcuna opera di difesa costiera.

La distinzione è essenziale per comprendere quali interventi siano realmente necessari, chi debba realizzarli e con quali finanziamenti. Confondere la difesa dalle piene del Tevere con quella dalle mareggiate significa costruire un racconto della riqualificazione nel quale perfino la natura delle opere pubbliche perde precisione.

Strade asfaltate e fognature: il problema rimane

Il progetto del 2023 prometteva il rifacimento delle strade e la realizzazione di un nuovo sistema fognario.
Nell’ottobre 2026 la rete viaria dell’Idroscalo non è stata oggetto della riqualificazione complessiva annunciata. L’intervento di asfaltatura ha riguardato solo via dell’Idroscalo, sistemata in occasione delle iniziative legate al Punta Sacra Film Fest. Non è dunque il programma di trasformazione infrastrutturale raccontato tre anni prima.
Quanto alle fognature, il sistema promesso non è stato realizzato.

E qui emerge una vicenda amministrativa ancora più antica, che LabUr documenta da anni: quella dello smaltimento delle acque meteoriche lungo via dell’Idroscalo e degli obblighi collegati all’Accordo di Programma per la realizzazione del Porto Turistico di Roma.

La questione delle acque piovane non nasce nel 2023 e non può essere trattata come un problema scoperto soltanto oggi. Era un’opera obbligatoria nell’Accordo di Programma della nascita del Porto di Roma ad Ostia. Falconi, n 2021 si era reso disponibile ad inizio mandato ad interloquire con il Porto per affrontare il problema. Nulla di fatto.

Il 20 ottobre, dopo 5 anni di mandato, la Comunità è nuovamente convocata in Municipio per discuterne. Dopo anni di amministrazione e dopo una delibera dichiarata urgente nel 2023, si continua ancora discutere di un’infrastruttura essenziale senza poter indicare una soluzione.

Piazza dei Piroscafi: il lungomare in legno può attendere, la pensilina anche

Il progetto annunciato nel maggio 2023 comprendeva la sistemazione di piazza dei Piroscafi, un parco giochi, un campo sportivo, spazi verdi e una passeggiata in legno per il birdwatching, la pesca e le attività artistiche.
Ad ottobre 2026 queste opere non esistono. Piazza dei Piroscafi non è stata trasformata secondo il programma annunciato. E, a distanza di cinque anni dall’inizio del mandato, gli abitanti attendono ancora la realizzazione di una pensilina alla fermata del capolinea della linea 05, cioè un elemento ordinario di servizio pubblico, non un’opera di particolare complessità urbanistica.

Il confronto è impietoso: nel 2023 si raccontava un nuovo lungomare attrezzato, mentre nel 2026 manca ancora una struttura per riparare dall’attesa chi utilizza l’autobus.

Quanto al campo sportivo, all’Idroscalo esiste oggi uno spazio informale realizzato in occasione dell’iniziativa civica nata dopo P.P.P. Podema Idroscalo, grazie all’ASD Ostia Calcio 1884, dove ogni sabato continuano gli allenamenti dei bambini e dei ragazzi e dove è cresciuta l’esperienza della squadra AC Idrosqalo. Non è un’opera realizzata dall’amministrazione municipale, ma un esempio concreto di come la comunità abbia continuato a costruire occasioni di socialità e presidio del territorio mentre la riqualificazione pubblica rimaneva sulla carta.

Le case regolarizzate, il borgo storico e cento alloggi popolari mai costruiti

La parte più delicata delle promesse del 2023 riguardava il futuro abitativo dell’Idroscalo. L’articolo di Repubblica prospettava la regolarizzazione e il recupero di parte delle abitazioni esistenti, con la possibilità per le famiglie storicamente insediate di rimanere nel quartiere. Per altri nuclei, circa un centinaio, secondo le stime allora riportate, veniva ipotizzato il trasferimento volontario in nuovi alloggi di edilizia residenziale pubblica, da realizzare nell’area dell’ex skate park di via Baffigo e nella zona terminale di via delle Azzorre. Tre anni dopo, quelle abitazioni non sono state costruite e chissà se lo saranno mai. Non risulta attuato il programma di ricollocazione descritto, né un progetto organico di regolarizzazione e recupero dell’edificato storico.

Ma c’è una contraddizione ancora più significativa, contenuta proprio nella delibera che Falconi ha rivendicato giovedì: il provvedimento richiama il programma di edilizia residenziale sociale denominato «Ostia Ponente – Idroscalo», per un importo complessivo di 15,75 milioni di euro, che prevedeva la demolizione delle abitazioni e la ricollocazione delle famiglie in nuovi alloggi pubblici. Nello stesso documento compare, tra le proposte di Print Fiumara, la messa in sicurezza del Borgo dell’Idroscalo per la salvaguardia del nucleo storico.
Da una parte, dunque, la demolizione e la ricollocazione. Dall’altra, la salvaguardia del borgo, obiettivi che avrebbero richiesto una precisa scelta urbanistica: quali edifici conservare, quali eventualmente rimuovere, con quali criteri, attraverso quali strumenti e con quali garanzie per gli abitanti. La delibera non scioglie questo nodo. Non individua il perimetro del borgo, non approva una disciplina di salvaguardia e non stabilisce un percorso di partecipazione dei residenti.

Nonostante ciò nel bilancio di fine mandato, Falconi torna a parlare di riqualificazione «partendo dai cittadini che lo hanno sempre vissuto» e di tutela del nucleo storico. Ma dove sono gli atti che traducono quelle parole in una scelta urbanistica effettiva?
La salvaguardia di una comunità non si realizza evocandone la storia e patrocinando iniziative celebrative del ventennio fascista. Richiede strumenti di pianificazione, progetti, risorse e garanzie concrete.

Cantieri nautici, investimenti privati e PNRR: finanziamenti annunciati, opere assenti

Nel maggio 2023 veniva prospettato anche il coinvolgimento dei cantieri nautici dell’Idroscalo.

Il Municipio avrebbe proposto alle società private di partecipare alla riqualificazione attraverso investimenti destinati alle opere urbane. Un’ulteriore linea di finanziamento sarebbe arrivata dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Siamo ad ottobre 2026 e non risulta attuato alcun partenariato pubblico-privato per la rigenerazione annunciata, né risultano opere del programma realizzate con le risorse PNRR evocate allora. Le iniziative riguardanti Tor San Michele appartengono a un ambito specifico e non possono essere contabilizzate come interventi di rigenerazione dell’insediamento abitato dell’Idroscalo.

La questione è semplice: quali accordi sono stati sottoscritti con i cantieri nautici? Quali investimenti sono stati effettivamente impegnati? Quali progetti sono stati finanziati attraverso il PNRR? Nessuno.
Una disponibilità politica a coinvolgere soggetti privati non costituisce un partenariato e una possibile fonte di finanziamento non equivale comunque a risorse assegnate e spese che poi nemmeno sono mai esistite.

Nel frattempo arriva il PSO Tevere. Ma quale futuro per l’Idroscalo?

Mentre il programma municipale rimaneva inattuato, Roma Capitale ha sviluppato un altro percorso di pianificazione: il PSO Tevere.

LabUr ne ha già analizzato le previsioni, evidenziando le criticità dell’ambito Idroscalo–Isola Sacra–Ostia Antica e gli interrogativi relativi al rapporto tra valorizzazione ambientale, trasformazioni territoriali e permanenza degli abitanti.

Nel 2023 si prometteva la salvaguardia del nucleo storico, il recupero delle abitazioni e la possibilità per le famiglie di rimanere nel quartiere. Nel 2026 il nuovo scenario di pianificazione parla di delocalizzazione dell’intero quartiere.

Quale delle due visioni intende perseguire Roma Capitale?
Quale rapporto esiste tra il programma richiamato dalla delibera municipale del 2023 e le successive previsioni del PSO Tevere?
E soprattutto, quale ruolo viene riconosciuto agli abitanti nella definizione delle scelte che riguardano il loro territorio?
Sono domande alle quali non si può rispondere con un’altra dichiarazione di intenti.

L’Idroscalo diventa quartiere. Ma non per effetto della delibera del 2023

Nel frattempo, l’Idroscalo ha ottenuto un riconoscimento importante: è entrato nella rappresentazione amministrativa di Roma Capitale come quartiere, grazie alla richiesta avanzata da LabUr. Un risultato che non può essere attribuito alla mancata attuazione della Deliberazione n. 4/2023.

Il riconoscimento non regolarizza automaticamente le abitazioni, non supera i vincoli idraulici e demaniali e non sostituisce la necessità di una pianificazione urbanistica, ma cambia il punto di partenza del confronto pubblico. L’Idroscalo non può continuare a essere trattato soltanto come un problema da rimuovere o come uno spazio sul quale proiettare periodicamente nuovi scenari di trasformazione. È un quartiere abitato da circa 500 famiglie, con una storia, una comunità e bisogni concreti, che richiede politiche pubbliche verificabili.

E proprio mentre le istituzioni annunciano opere mai realizzate, la comunità ha continuato a produrre iniziative sociali, culturali e sportive, dimostrando che la rigenerazione non è soltanto una questione di cantieri, ma anche di capacità degli abitanti di costruire relazioni e presidiare il proprio territorio.

Il bilancio di fine mandato: quando una delibera diventa un risultato

Torniamo allora al 15 ottobre 2026.
Falconi presenta il bilancio della propria amministrazione e rivendica la delibera di riqualificazione dell’Idroscalo di Ostia parlando di salvaguardia del nucleo storico e di attenzione ai cittadini che hanno sempre abitato il quartiere. Ma la Deliberazione n. 4 del 10 febbraio 2023 non ha approvato il progetto di riqualificazione raccontato tre mesi dopo alla stampa. Ha approvato gli indirizzi per un accordo interistituzionale, un accordo che, dopo tre anni e otto mesi, non è stato sottoscritto.

Nel maggio 2023 si annunciavano tre anni per completare i cantieri. Ad ottobre 2026 non è stato realizzato il programma, non sono state costruite le abitazioni promesse, non sono stati realizzati il parco giochi e la passeggiata in legno, non è stata attuata la riqualificazione fognaria e non è stato definito il progetto di salvaguardia del borgo storico. E martedì prossimo gli abitanti torneranno ancora una volta negli uffici municipali per discutere delle acque meteoriche di via dell’Idroscalo.che dovevano essere completate nel 2001.

Non si può continuare a confondere l’approvazione di un atto con la realizzazione di una politica pubblica.
Un bilancio di fine mandato dovrebbe rendere conto di ciò che è stato effettivamente realizzato, delle risorse utilizzate, degli obiettivi mancati e delle ragioni dei ritardi. Dovrebbe distinguere gli interventi conclusi da quelli soltanto programmati e, soprattutto, spiegare ai cittadini perché le promesse non siano state mantenute.

Il problema non è che Falconi abbia ricordato una delibera effettivamente approvata dalla sua Giunta. Il problema è averla inserita tra i risultati di un mandato senza rendere conto della sua mancata attuazione. Perché una delibera può essere approvata all’unanimità, dichiarata urgente, presentata alla stampa e rivendicata tre anni dopo. Ma tutto questo non produce, da solo, una strada, una fognatura, un alloggio o una tutela urbanistica.

E mentre l’amministrazione continua a raccontare il futuro dell’Idroscalo, gli abitanti continuano ad aspettare opere che avrebbero dovuto essere realizzate da 25 anni.

Martedì, quando si tornerà a parlare delle acque piovane, la domanda da rivolgere al Municipio dovrebbe essere una sola: dopo cinque anni di amministrazione, che cosa è stato fatto concretamente per risolvere un problema già conosciuto?

La stessa domanda vale per l’intera riqualificazione.
Un quartiere non si rigenera annunciando il suo futuro, ma assumendosi la responsabilità di realizzarlo.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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OSTIA, ECCO IL PARCO DEL MARE A ZERO EURO: MILIONI PER COSTRUIRLO, NULLA PER NON FARLO MORIRE

Copia di Nero Oro Gala Invito_20261007_084049_0000LabUr deposita istanza di accesso civico generalizzato alla Regione Lazio. Il progetto esecutivo da 23,8 milioni impone potature, diserbo e irrigazioni continue, ma nel computo la spesa per la manutenzione è pari a zero. Un buco gestionale che viola le regole del regolamento europeo sui fondi FESR.

 

Il Parco del Mare di Ostia rischia di nascere già condannato all’incuria. Ventitré milioni e ottocentotrentatremila euro (€28.833.000) di fondi europei per spianare, lastricare e piantumare il lungomare. Ma alla voce cruciale — quella che dovrebbe impedire alla vegetazione di seccare pochi mesi dopo il taglio del nastro — gli atti ufficiali registrano un dato insostenibile: zero euro.

A svelare il corto circuito contabile e amministrativo è l’analisi degli elaborati tecnici ed economici dello Stralcio 1, sulla base dei quali LabUr ha formalizzato una richiesta di accesso civico generalizzato (FOIA) alla Regione Lazio per verificare la sussistenza della sostenibilità finanziaria dell’opera.

Il paradosso di pag. 558: verde da curare a costo zero

La beffa emerge dal confronto tra il progetto tecnico e i documenti contabili:

  • Le prescrizioni tecniche: L’elaborato MN 01 (il piano di manutenzione) prescrive a pagina 827 interventi stringenti: irrigazione mensile delle siepi, sfalcio e diserbo ogni quattro mesi, concimazioni e potature semestrali. Un carico continuo di manodopera, cisterne, carburante ed energia.
  •  Il computo metrico: Alla pagina 558 (numerata 557), la sottocategoria 019 «Opere a verde – Manutenzione e garanzia» recita testualmente: € 0,00.

Gli 864 mila euro impegnati per la fornitura delle piante e i 203 mila euro per le tubature di irrigazione servono a posare l’opera, non a farla funzionare nel tempo. L’acquisto di un impianto irriguo non paga le bollette dell’acqua né la manodopera che dovrà ripararlo quando si ostruirà con la salsedine. Il quadro economico copre le ruspe del cantiere, non la vita del parco.

Pasticcio nei capitolati: l’appaltatore garantisce 24 mesi o 3 anni?

All’assenza di un piano per la gestione ordinaria futura si aggiunge un conflitto interno agli atti di gara che rischia di innescare contenziosi immediati.

Nel computo metrico, gli obblighi di attecchimento e garanzia a carico dell’impresa sono computati per 24 mesi dalla piantumazione. Nel Capitolato Speciale d’Appalto (art. 16.3.18.1), invece, la manutenzione a carico dell’appaltatore viene fissata in 3 anni dalla fine complessiva dei lavori.

Un anno di differenza scoperto: chi pagherà il terzo anno di manutenzione? L’impresa lavorerà gratis assorbendo i costi o presenterà riserve economiche all’amministrazione? E soprattutto: una volta scaduto il periodo transitorio di garanzia, chi manterrà in vita il verde?

La norma UE violata e l’atto fantasma

Questo vuoto non è un semplice disallineamento contabile: mette a rischio la legittimità del finanziamento comunitario.

L’articolo 73, paragrafo 2, lettera d) del Regolamento UE 2021/1060 stabilisce un obbligo perentorio per l’Autorità di Gestione regionale: prima di ammettere un’infrastruttura ai fondi del PR FESR, deve verificare che il beneficiario disponga delle risorse e dei meccanismi finanziari necessari a coprire i costi di funzionamento e manutenzione.

La Regione Lazio, con la DGR 756 del 10 ottobre 2024, ha approvato lo schema di convenzione richiamando il verbale della Commissione di valutazione del 20 settembre 2024. Ma quel verbale non è pubblico, non compare sul BURL né nella sezione trasparenza del portale regionale. Nessuno può leggere su quali garanzie la Regione abbia dichiarato sostenibile l’opera. Nemmeno la delibera di Giunta Capitolina 404 del 7 novembre 2024 (che recepisce la convenzione) individua la copertura della gestione ordinaria nei bilanci futuri di Roma Capitale.

Il teatrino politico sul litorale

Il dossier era noto ai vertici. Già nell’agosto scorso una lettera del presidente regionale Francesco Rocca al sindaco Roberto Gualtieri poneva l’accento proprio sull’incognita delle risorse per la futura gestione.

Eppure, a fronte degli strumenti vincolanti previsti dalla convenzione (l’art. 16 consente la sospensione o revoca del contributo in caso di inadempimento delle condizioni UE), la partita si è trasformata in schermaglia politica: esponenti regionali di Forza Italia hanno intimato al Campidoglio e al Municipio X di rendere note le coperture prima della fine dei lavori. Una mossa che aggira il punto fondamentale: quell’accertamento non andava chiesto a cantiere aperto, doveva essere accertato e certificato dalla stessa Regione Lazio prima di autorizzare la spesa.

L’accesso civico presentato da LabUr punta a ottenere il verbale del nucleo di valutazione, la lettera di Rocca e le carte che dimostrano — se esistono — come l’Autorità di Gestione regionale abbia validato il progetto.

Senza quelle coperture, il Parco del Mare rischia di replicare la consueta parabola delle opere pubbliche romane: inaugurazioni con fascia tricolore, segnate fin dal primo giorno da un’incuria programmata sulla carta.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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OSTIA, IL COMANDANTE FRANCESCO BABUSCI SE NE VA. IL CONTO RESTA APERTO.

Comandante Francesco BabusciConfini demaniali ancora sotto verifica, interventi fondati su qualificazioni contestate e interlocuzioni sulla prosecuzione delle attività a Castelporziano sottoposte alla richiesta di accertamenti. Per LabUr, il bilancio della gestione Babusci è negativo. Il trasferimento non chiude le questioni del suo mandato.

 

Il Comandante Francesco Babusci lascia fra pochi giorni la Delegazione di Spiaggia di Ostia della Capitaneria di Porto per una nuova destinazione a Lampedusa, chiudendo un incarico iniziato nel 2022.
Lascia un litorale sul quale restano irrisolte questioni fondamentali: l’esatta estensione del demanio marittimo, il rapporto fra accertamenti amministrativi e interventi sul territorio, il rispetto delle competenze nella gestione di Castelporziano.

Per LabUr il bilancio della sua gestione è negativo. Durante il suo mandato, alle verifiche sui confini si sono affiancati avvicendamenti, contestazioni di occupazione abusiva e sequestri, senza che sia diventato conoscibile il raccordo fra le incertezze documentate e le certezze assunte nei provvedimenti. A Castelporziano, inoltre, abbiamo chiesto i giorni scorsi di accertare il suo ruolo nelle interlocuzioni relative alla prosecuzione delle attività oltre la stagione balneare.

Sono vicende diverse, con responsabilità distribuite fra più amministrazioni, ma riguardano tutte il territorio presidiato dalla Delegazione e il modo in cui vi è stata esercitata l’autorità marittima. Il cambio di comando è il momento per chiedere conto di questa gestione.

Toscanelli: una questione territoriale, non solo Urbinati

Il 17 febbraio 2026 LabUr presenta alla Capitaneria di Porto di Roma un’istanza di verifica e riesame della delimitazione del demanio marittimo sul «Tratto costiero Lungomare Paolo Toscanelli».
La richiesta riguarda un tratto di costa, mettendo a confronto la documentazione storica con la moderna rappresentazione del Sistema Informativo del Demanio marittimo (SID). Nasce come questione territoriale più ampia del caso Urbinati: la medesima configurazione della linea SID investe infatti una sequenza continua di cinque concessioni, comprendendo anche gli stabilimenti contigui Battistini, Elmi, Salus e La Conchiglia. Troppi per ridurre il problema alla contestazione di un singolo concessionario uscente.

Il 13 marzo la Capitaneria risponde con una nota firmata dal Comandante Emilio Casale: la documentazione tecnica è stata acquisita all’istruttoria ed è stata convocata l’apposita Commissione per valutare i presupposti del procedimento previsto dall’articolo 32 del Codice della navigazione.

La questione era dunque conosciuta dall’Autorità marittima: aveva una storia, una documentazione e un percorso amministrativo avviato. Nessuno poteva trattarla come una contestazione comparsa improvvisamente davanti alla riconsegna di uno stabilimento.

Babusci guidava l’ufficio locale chiamato a operare su quel territorio. Se è vero che le competenze sulla delimitazione appartengono a livelli diversi della struttura marittima, questo non esaurisce la valutazione del suo mandato: occorre capire come la Delegazione di Spiaggia di Ostia abbia tenuto conto di quella verifica nelle attività alle quali ha partecipato.

Urbinati: l’incertezza amministrativa e la certezza penale

In aprile la società Stabilimento Balneare Moderno, conosciuta come Urbinati, presenta le proprie istanze. La Capitaneria richiama i lavori della Commissione di delimitazione ex art. 32 e le successive operazioni tecniche e di sopralluogo. Il dubbio era dunque formalizzato e agli atti.

Il 21 luglio la Guardia Costiera partecipa agli accessi insieme alla Polizia Locale. Il 27 luglio viene trasmessa alla Procura l’informativa per occupazione abusiva di demanio marittimo, ai sensi dell’articolo 1161 del Codice della navigazione. Il sequestro viene convalidato il 10 agosto.

Nella ricostruzione cautelare l’area è definita «certamente demaniale». È il passaggio più critico: con quale accertamento tecnico dell’Autorità marittima quell’incertezza, formalmente aperta prima, è diventata certezza nel fascicolo penale? Ricordiamo che la scadenza di una concessione riguarda il titolo di utilizzazione e non dimostra, da sola, che ogni metro quadrato precedentemente ricompreso nel titolo sia necessariamente demanio marittimo. Ciò era proprio quanto la procedura ex art. 32 avrebbe dovuto accertare.

Come abbiamo visto nel nostro dossier, l’informativa conteneva anche allegati relativi alla controversia demaniale. La domanda riguardava quindi il peso attribuito a quei documenti e il modo in cui il dubbio sia stato affrontato nella ricostruzione cautelare. Eppure, in una conversazione, è proprio Babusci ad ammettere che la linea SID è una mera rappresentazione grafica e non un confine definitivo, riconoscendo che la reale delimitazione spetta all’Autorità marittima. Un chiarimento sostanziale che non ha trovato però riscontro nella rappresentazione trasmessa all’autorità giudiziaria.

La decisione giudiziaria appartiene al giudice. Le attività e le valutazioni degli uffici che hanno operato sul territorio restano però scrutinabili. Nel bilancio di Babusci pesa questa distanza: una verifica conosciuta da mesi e interventi rispetto ai quali il suo esito e la sua rilevanza non risultano chiariti.

Vespucci e La Vela: persino lo Stato riconosce il confine da definire

Sul Lungomare Amerigo Vespucci il problema si allarga. Entrano in discussione i verbali storici del 1933, del 1976 e il verbale n. 69/2017, insieme alla cartografia IGM e alle rappresentazioni SID. In questo quadro si colloca anche La Vela, la cui società ha formalmente chiesto di partecipare al procedimento di delimitazione già avviato d’ufficio.

Il caso de La Vela evidenzia la delicatezza del quadro: la CTU depositata nel giudizio civile ha concluso che non vi è certezza che la maggior parte delle aree su cui insistono le strutture inamovibili siano effettivamente pertinenze demaniali. Ciononostante, quelle stesse superfici continuano a incidere su concessioni, canoni, qualificazione dei manufatti e procedure di riaffidamento.

Con nota del 14 agosto 2026, la Capitaneria ha dichiarato che i verbali storici e la cartografia erano oggetto di valutazioni congiunte con l’Agenzia del Demanio, confermando l’avvio d’ufficio delle procedure di delimitazione. Pochi giorni dopo, l’Agenzia del Demanio ha comunicato lo svolgimento di attività istruttorie finalizzate alla «definizione e all’aggiornamento» della linea dividente della porzione meridionale di Ostia, qualificando la conclusione di tali rilievi come «presupposto indispensabile» per definire l’assetto dominicale e la natura giuridica dei sedimi.

È lo Stato stesso dunque ad ammettere formalmente che la linea non è definita. Queste verifiche non dimostrano che le aree siano private, ma certificano che l’amministrazione ne sta riesaminando il fondamento. Al momento del cambio di comando, resta quindi da conoscere quali elementi siano stati confermati, quali rettificati e quali superfici siano realmente interessate dall’incertezza.

Per LabUr, è sull’incapacità di rendere verificabili questi presupposti nell’esercizio dell’autorità che la gestione Babusci ha mostrato gravi insufficienze.

Castelporziano: le interlocuzioni e i nodi di competenza

A Castelporziano il ruolo di Babusci entra nella vicenda attraverso circostanze specifiche descritte nell’esposto LabUr del 2 ottobre.

Roma Capitale utilizza l’arenile in forza della concessione statale n. 1/2023. È concessionario, mentre l’Autorità concedente resta statale. Gli operatori dei punti ristoro svolgono attività affidate nell’ambito di quel titolo, previa autorizzazione dell’Autorità marittima. La prosecuzione oltre la stagione balneare imponeva di verificare che cosa consentiva la concessione e gli affidamenti, quali ulteriori atti fossero necessari e chi avesee la competenza ad adottarli, perché prima si stabilisce con certezza il bene e il titolo, poi si decide chi lo gestisce.

L’ordinanza comunale n. 127 del 29 settembre disciplina la destagionalizzazione e richiama incredibilmente la spiaggia di Castelporziano. Nel suo testo, però, non viene individuato il provvedimento dell’Autorità marittima che avrebbe assentito la prosecuzione invernale delle attività comprese nella concessione statale.

Il 30 settembre, dopo che LabUr aveva pubblicamente sollevato il problema, il Direttore della Direzione Rigenerazione del Litorale e Grandi Progetti del Comune di Roma, Carlo Mazzei, chiede un nulla osta di proroga per il lotto C1. Il 1° ottobre comunica un’estensione della stagione balneare al 30 ottobre, senza indicare nella comunicazione gli estremi del provvedimento che l’avrebbe disposta. LabUr ha chiesto perciò di acquisire gli atti presupposti e verificarne contenuto, competenza ed effetti.

L’esposto chiede inoltre di accertare le interlocuzioni fra Babusci e Mazzei e se abbiano preceduto, orientato o trovato corrispondenza negli atti successivi. Fra le circostanze sottoposte a verifica figura l’indicazione di far procedere direttamente il Comune, evitando una richiesta formale di pronunciamento all’Autorità marittima che avrebbe potuto avere esito sfavorevole.

È questo il passaggio più critico: quale ruolo abbia svolto il responsabile dell’ufficio marittimo locale nell’individuazione di una soluzione che, secondo la ricostruzione sottoposta agli accertamenti, avrebbe evitato il pronunciamento dell’Autorità competente. La presentazione dell’esposto non accerta responsabilità penali, ma individua interrogativi precisi che fanno parte integrante del giudizio sulla gestione della Delegazione guidata da Babusci.

La sentenza 7128/2026: il dubbio documentato impone l’accertamento

La sentenza del Consiglio di Stato (Sezione VII) n. 7128 del 25 settembre 2026 offre un criterio dirimente. Nel caso esaminato dai giudici d’appello, la demanialità è stata ritenuta dimostrata attraverso catasto e SID in quanto convergenti e in assenza di prove contrarie capaci di generare un’incertezza effettiva.

La stessa pronuncia ribadisce il presupposto cardine della delimitazione ex articolo 32: la presenza di un’«obiettiva incertezza» sui confini. A Ostia il quadro si capovolge rispetto al caso deciso dal Consiglio di Stato. Sul litorale romano non si è infatti di fronte a una mera contestazione di parte, ma a un compendio documentale opposto:

  • istanze formali di riesame territoriale;
  • verbali storici tra loro contrastanti;
  • perizie tecniche giurate (CTU);
  • rappresentazioni SID difformi dalla cartografia storica;
  • procedimenti di delimitazione aperti d’ufficio;
  • note formali della Capitaneria e dell’Agenzia del Demanio;
  • riconoscimento ufficiale della necessità di aggiornare la dividente.

L’incertezza è amministrativamente accertata. Il Consiglio di Stato chiarisce inoltre che per il demanio marittimo non esiste sdemanializzazione tacita, richiedendosi il formale decreto ex art. 35 Cod. nav. Sul piano logico vale il principio speculare: non basta una traccia grafica isolata sul SID per creare demanialità laddove gli atti storici pongono un problema reale sulla consistenza del bene. Il contenuto delle verifiche aperte deve trovare una risposta motivata negli atti che assumono come certa la natura delle aree.

Il trasferimento non chiude il bilancio

Babusci dunque lascia Ostia con questioni che incidono sull’esercizio concreto dei poteri pubblici ancora da chiarire. Sul Toscanelli e sul Vespucci restano da rendere conoscibili gli esiti delle verifiche e il loro rapporto con gli interventi operativi. A Castelporziano sono stati chiesti accertamenti sulle interlocuzioni tra enti e sulla formazione degli atti per la prosecuzione delle attività.

Per LabUr questo è un bilancio pesantemente negativo. La gestione del litorale richiedeva rigore sui confini, rispetto rigoroso delle competenze e tracciabilità delle decisioni. I documenti raccolti mostrano quanto resti ancora da spiegare.

Il cambio di comando trasferisce l’incarico a Lampedusa, ma le attività svolte, le scelte amministrative e le interlocuzioni del quadriennio Babusci restano oggetto di valutazione e delle richieste di accertamento presentate.

Il conto dunque resta aperto.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

 

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OSTIA, SHILLING: GIÙ I MANUFATTI, IN PIEDI IL SISTEMA

Copia di Nero Oro Gala Invito_20261005_094803_0000Il Campidoglio celebra la demolizione dello Shilling e richiama alla guida del Municipio X il dirigente che nel 2021 aveva riferito delle richieste di denaro negli uffici. Esce Marcello Visca, il cui parere negativo aveva ostacolato la regolarizzazione cercata dai protagonisti delle intercettazioni. Tra sequestri, mareggiate e demolizione dei manufatti qualificati come corpo del reato, le risposte agli accessi di LabUr non restituiscono il quadro completo delle decisioni, degli accertamenti e delle spese.

 

Il Campidoglio mostra le ruspe allo Shilling e parla di legalità. E’ il 28 luglio 2026. Due mesi dopo richiama alla guida del Municipio X Nicola De Bernardini, il dirigente che nel gennaio 2021 aveva riferito agli investigatori delle richieste di denaro attribuite ai funzionari Antonio Loddo e Salvatore Saraceno, poi coinvolti proprio nella vicenda di corruzione legata al tentativo di regolarizzare le strutture del famoso stabilimento balneare.

A lasciare la direzione a De Bernardini è Marcello Visca. Nella vicenda Shilling, il suo parere negativo aveva ostacolato il risultato cercato dai protagonisti delle intercettazioni. Oggi viene mandato in ferie fino al pensionamento e sostituito dal vice capo di Gabinetto del Sindaco Gualtieri.

Questa successione merita più attenzione della fotografia delle ruspe. Soprattutto a Ostia, il Municipio sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2015, uno dei territori più estesi della Capitale e l’unico affacciato sul mare.

Gli uffici prima dello stabilimento

La storia comincia prima del sequestro e della demolizione. L’ordinanza cautelare del 28 aprile 2023 ricostruisce l’origine dell’indagine negli accertamenti sul ristorante La Bettola, effettuati nel settembre 2020, e nelle relazioni di Loddo e Saraceno. Secondo l’ipotesi accusatoria, le opere abusive vennero fatte apparire come semplici irregolarità amministrative per evitarne l’abbattimento.

L’inchiesta raggiunge anche il Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica, con la distinta vicenda contestata al funzionario Salvatore Migliaro. La filiera investigata oltrepassa dunque gli uffici municipali.

Le informazioni raccolte dagli investigatori attraversano due stagioni politiche:

  • La prima ricade sotto l’amministrazione municipale di Giuliana Di Pillo e la Giunta capitolina di Virginia Raggi. La squadra del Municipio X comprendeva Alessandro Ieva, vicepresidente con delega all’Ambiente; Claudio Bollini, Lavori pubblici, Urbanistica e Mobilità; Damiano Pichi, Turismo e Attività produttive; Paola Zanichelli, Bilancio e Patrimonio; Silvana Denicolò, Sport e Politiche giovanili; Germana Paoletti, Politiche sociali ed educative.
  • Dal novembre 2021 subentra la Giunta municipale presieduta da Mario Falconi, durante l’amministrazione capitolina di Roberto Gualtieri, composta da Valentina Prodon, Guglielmo Calcerano, Antonio Caliendo, Denise Lancia, Angela Mastrantoni e Giuseppe Sesa.

La successione politica non implica una responsabilità penale degli assessori, ma fissa la linea temporale della vigilanza: nel gennaio 2021 viene sentito De Bernardini, altri dipendenti riferiscono nel 2021 e nel 2022. Ciononostante, Loddo e Saraceno continuano a trattare pratiche delicate fino agli arresti del maggio 2023.

L’amministrazione reagisce introducendo gli appuntamenti tracciati per ricevere gli utenti. Gli incontri, come evidenzia l’ordinanza, si spostano fuori dagli uffici. La risposta organizzativa è debole e non interrompe le condotte contestate. È questo il fallimento sul quale la politica deve rispondere: informazioni disponibili, controlli insufficienti e procedimenti delicati ancora affidati agli stessi funzionari.

LabUr lo aveva scritto il 4 maggio 2023, sulla base dell’ordinanza cautelare acquisita: ridurre la vicenda a due soli funzionari di Ostia lasciava fuori la filiera di comando e il funzionamento complessivo dell’amministrazione.

Il parere negativo di Marcello Visca

La pratica Shilling riguarda strutture presentate come pergotende, ma chiuse fino a formare volumi destinati alla somministrazione di alimenti e bevande. L’ordinanza evidenzia l’assenza dell’assenso del proprietario demaniale e il parere contrario del geometra Massimo Catà, dell’Ufficio Demanio marittimo, dove presta servizio anche Rosa Rugari.

Fabio Campanella interviene come mediatore tra Loddo e Saraceno e il progettista Saverio Colivicchi. Le intercettazioni descrivono incontri, promesse di utilità e tentativi di aggirare gli ostacoli alla regolarizzazione. Secondo l’ordinanza, il 5 gennaio 2023 vengono consegnati circa 3.000 euro da Colivicchi e altri 5.000 euro dall’imprenditore Fabio Balini.

Si interviene anche sulla Conferenza di servizi: il rinvio strumentale, sfruttando il ritardo nella trasmissione del parere sanitario (ASL), e la gestione della verbalizzazione del parere contrario dell’Ufficio Demanio marittimo diventano strumenti per cercare un esito favorevole.

Ma il risultato non arriva. In una conversazione riportata negli atti, Saraceno si lamenta del parere negativo espresso da Marcello Visca, allora direttore apicale del Municipio X, incarico assunto dal 1° settembre 2022, come documenta il suo curriculum ufficiale. Quel parere ostacola l’esito cercato dai protagonisti delle intercettazioni. I 5.000 euro vengono successivamente restituiti a Balini, in attesa di un eventuale esito favorevole della pratica.

Nel maggio 2025 la cronaca giudiziaria riporta che Antonio Loddo definisce la propria posizione patteggiando tre anni e quattro mesi. Fabio Campanella patteggia un anno e dieci mesi. Salvatore Saraceno viene rinviato a giudizio.

Il patteggiamento chiude le singole posizioni processuali, ma non esaurisce l’accertamento politico e amministrativo sulla catena di controllo interna.

Dal “corpo del reato” alle macerie

Nel giugno 2024 lo Shilling viene sequestrato nel distinto procedimento penale relativo alle occupazioni e alle trasformazioni del demanio marittimo. Il 20 giugno il pubblico ministero dispone il sequestro preventivo urgente dello stabilimento, convalidato dal GIP il 26 giugno e integrato il 1° luglio: l’area e i manufatti vengono sottoposti a vincolo quali “corpo del reato” in relazione agli articoli 54 e 1161 del Codice della Navigazione.

La Corte di cassazione, con la sentenza n. 13576 del 2025, respinge il ricorso contro il sequestro. La decisione ricostruisce gli accertamenti sulle opere e richiama anche le lavorazioni successive alla mareggiata del 22 novembre 2022 e quelle accertate nel 2023, rilevanti per contrastare l’eccezione di prescrizione.

Successivamente, nuove mareggiate danneggiano gravemente lo stabilimento già sottoposto a sequestro. Il 23 aprile 2026 una segnalazione urgente denuncia macerie, erosione e rischi per la sicurezza e l’ambiente. Seguono la risposta di ARPA Lazio del 30 aprile, la nota ASL del 2 luglio e la trasmissione degli uffici municipali del 6 luglio (LINK). La cronaca dell’intervento riferisce poi del dissequestro che consente la demolizione. Il relativo provvedimento e le sue prescrizioni restano tra gli atti necessari a ricostruire l’operazione.

Il 28 luglio 2026 comincia l’abbattimento, alla presenza del sindaco Roberto Gualtieri, del prefetto Lamberto Giannini, del presidente del Municipio X Mario Falconi e dell’assessore capitolino al Patrimonio Tobia Zevi. Il Campidoglio celebra il “Metodo Roma”: collaborazione tra amministrazione, Prefettura, Municipio, Procura, forze di polizia e Vigili del fuoco.

Le ruspe eliminano ciò che resta dei manufatti che il GIP aveva qualificato come corpo del reato. L’operazione è irreversibile: quei luoghi non saranno più direttamente esaminabili nelle condizioni precedenti alla demolizione. Gli accertamenti già acquisiti restano, ma LabUr non ha ottenuto gli atti che permettono di ricostruire le condizioni poste dall’autorità giudiziaria e la documentazione formata prima dell’intervento.

Il Campidoglio celebra la rapidità delle ruspe. La sequenza che le precede — sequestro, mareggiate, deterioramento, disponibilità del bene e demolizione — resta invece documentata solo per frammenti.

L’emergenza finale non assolve la gestione precedente. Demolire ciò che resta dello stabilimento non equivale a risanare l’amministrazione che quella vicenda ha attraversato.

Anche l’impiego dei Vigili del fuoco è stato contestato. Il giorno della demolizione, il Coordinamento provinciale USB VVF Roma denuncia l’utilizzo di operatori ed escavatori per attività programmate, sostenendo che sottragga risorse al soccorso urgente mentre il presidio di Ostia affronta le conseguenze dell’inagibilità della caserma. È una contestazione sindacale precisa, che il racconto celebrativo lascia fuori.

Insieme davanti alle ruspe, separati davanti al FOIA

Dopo la demolizione, LabUr ha chiesto mediante istanze di accesso civico generalizzato autorizzazioni, nulla osta, sopralluoghi, corrispondenza istituzionale, documentazione ambientale, tracciabilità dei rifiuti e costi dell’intervento.

Le risposte ricevute non restituiscono il quadro unitario dell’operazione:

  • La Prefettura, pubblicamente indicata tra i protagonisti dell’intervento, ha risposto di non possedere documenti o provvedimenti.
  • La Capitaneria di Porto ha opposto il segreto investigativo sulle relazioni e sulla corrispondenza con Procura e Prefettura, rinviando a Roma Capitale per gli atti amministrativi.
  • L’Agenzia del Demanio ha giudicato la richiesta troppo generica.
  • I Vigili del fuoco hanno negato l’accesso, richiamando la riservatezza delle informazioni operative e l’onerosità della ricerca.
  • AMA ha comunicato un esborso complessivo per Roma Capitale pari a 2.615.778,50 euro, relativo alle attività di rimozione degli stabilimenti balneari, «tra cui lo Shilling». Un importo cumulativo dal quale non è possibile ricavare quanto sia costato quello specifico intervento.

Negli atti consegnati da AMA non compare un ordine di servizio puntuale sullo Shilling, non è indicato chi abbia eseguito materialmente la demolizione, non vengono quantificati i relativi rifiuti e non compare una contabilità separata. L’azienda dichiara inoltre di non possedere i registri di carico e scarico e i certificati di smaltimento.

La demolizione ha una regia pubblicamente celebrata. La ricostruzione delle decisioni e delle spese si disperde tra gli enti.

Alle richieste di LabUr il “Metodo Roma” restituisce dunque risposte separate, dalle quali manca il quadro completo: tutti rivendicano il risultato, mentre il cittadino deve inseguire i documenti.

Visca esce, De Bernardini torna

In questo quadro torna centrale Nicola De Bernardini, che non è un estraneo alla storia amministrativa del litorale: è stato direttore tecnico del Municipio X dal gennaio 2017 al dicembre 2020 e, in parte di quel periodo, anche direttore apicale facente funzioni.

Il 25 gennaio 2021 aveva riferito agli investigatori di avere appreso da più fonti delle richieste di denaro attribuite a Loddo e Saraceno. Il Campidoglio oggi ne invoca l’esperienza per richiamarlo a Ostia. Proprio per questo deve spiegare quando quelle informazioni furono ricevute e quali iniziative seguirono.

L’articolo 331 del Codice di procedura penale impone ai pubblici ufficiali di denunciare senza ritardo al pubblico ministero o a un ufficiale di polizia giudiziaria le notizie di reati perseguibili d’ufficio apprese nell’esercizio o a causa delle funzioni. Nella documentazione disponibile a LabUr non abbiamo individuato una denuncia di De Bernardini precedente alla sua audizione: è questo il passaggio da ricostruire.

A lasciare la direzione a De Bernardini è Marcello Visca, il dirigente il cui parere negativo aveva ostacolato il risultato cercato nella pratica Shilling. Canale Dieci descrive il suo “siluramento”: collocamento in congedo ordinario continuativo fino al pensionamento del 1° marzo 2027 e contestuale sostituzione per sei mesi affidata a De Bernardini con ordinanza sindacale del 23 settembre 2026.

Quest’ultimo assume ad interim la direzione del Municipio X e la relativa U.O. amministrativa, concentrando nelle proprie mani:

  • l’incarico di vice capo di Gabinetto vicario del Sindaco Gualtieri;
  • la direzione dell’Ufficio di scopo che coordina gli interventi dell’amministrazione centrale sul Municipio X;
  • la direzione apicale del Municipio X;
  • la responsabilità ad interim della struttura amministrativa municipale.

Ostia è commissariata di fatto: la direzione municipale viene concentrata nel vertice dello staff del Sindaco, mentre i cittadini devono inseguire tra più enti gli atti necessari a capire come viene amministrato il territorio.

Nel Municipio sciolto per mafia nel 2015, la trasparenza della filiera amministrativa dovrebbe essere la prima garanzia. Sullo Shilling abbiamo invece un’operazione celebrata davanti alle telecamere, costi non distinguibili nelle risposte ricevute e passaggi giudiziari e amministrativi ancora da ricomporre.

Visca esce. Torna De Bernardini, che nel 2021 aveva riferito delle richieste di denaro. Il Campidoglio ne valorizza l’esperienza senza spiegare come furono affrontate le informazioni che possedeva.

Le ruspe hanno concluso la storia materiale dello stabilimento. Quella degli uffici resta aperta.

 


Fonti: la ricostruzione dell’inchiesta per corruzione deriva dall’ordinanza cautelare del 28 aprile 2023 acquisita da LabUr. Il procedimento demaniale è ricostruito anche attraverso la sentenza della Cassazione n. 13576/2025. La sezione sugli accessi agli atti riferisce le risposte ricevute dal Laboratorio. Le ulteriori fonti pubbliche sono collegate nei rispettivi passaggi.

LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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CASTEL PORZIANO, STAGIONE BALNEARE “ALLUNGATA” DI UN MESE: LABUR PRESENTA ESPOSTO IN PROCURA

Copia di Nero Oro Gala Invito_20261002_155824_0000Gli affidamenti ai gestori erano legati alla stagione balneare, conclusa il 30 settembre. Ma il 1° ottobre Roma Capitale comunica l’estensione al 30 ottobre senza indicare l’atto che l’avrebbe disposta. LabUr chiede alla Procura di verificare titoli, autorizzazioni ex art. 45-bis, procedure di affidamento e interlocuzioni precedenti agli atti.

 

Gli affidamenti ai gestori di Castel Porziano erano legati alla stagione balneare, terminata il 30 settembre. Ma il 1° ottobre Roma Capitale comunica l’“estensione della stagione balneare” fino al 30 ottobre, senza indicare nell’atto quale provvedimento l’abbia disposta.

Il 30 settembre viene chiesto alla Capitaneria di Porto un nulla osta per la destagionalizzazione, ma il giorno successivo compare invece l’estensione della stagione balneare.

Sono due fatti amministrativi diversi: dal 1° ottobre, qual è il titolo giuridico che consente agli stessi affidatari di proseguire le attività?

La questione è ancora più delicata perché a Castel Porziano Roma Capitale non è l’Autorità demaniale concedente: è essa stessa concessionaria dello Stato.

Su questa incredibile vicenda piena di retroscene, LabUr ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma, chiedendo di acquisire gli atti e verificare la regolarità della sequenza amministrativa, delle autorizzazioni ex art. 45-bis e delle procedure di affidamento.

Pubblichiamo integralmente l’esposto.

 

Esposto_LabUr_Castelporziano_CDM_1_2023-1


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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OSTIA, IL MISTERO DELL’INVERNO SUL LITORALE: CAPOCOTTA SCOMPARE, A CASTEL PORZIANO IL CONCESSIONARIO DIVENTA AUTORIZZATORE

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260930_112307_0000Con l’Ordinanza n. 127 del 29 settembre Roma Capitale vara la “destagionalizzazione” dei servizi turistico-ricreativi. Capocotta resta fuori, con pesanti interrogativi su pulizia, igiene e presidio dell’arenile. Castel Porziano, invece, compare espressamente nelle premesse. Peccato che lì il Comune non sia l’autorità demaniale concedente: è il concessionario dello Stato. E agli atti dell’ordinanza non compare alcun provvedimento dell’Autorità marittima che abbia destagionalizzato la concessione comunale.

 

Una cosa è certa: l’Ordinanza del Sindaco n. 127 del 29 settembre 2026 non destagionalizza le spiagge bensì le attività turistico-ricreative esercitate in forza di una concessione o di una convenzione. La differenza non è semantica, è il cuore del problema.
L’articolo 2 individua infatti i destinatari nei «gestori di strutture demaniali marittime in concessione» e negli «assegnatari di servizi turistico-ricreativi in convenzione», chiamati a presentare alla Direzione Rigenerazione del Litorale una specifica istanza per ottenere l’autorizzazione alla prosecuzione delle attività oltre la stagione balneare.

Fin qui, tutto apparentemente lineare. Poi si prende una carta del litorale romano e le cose diventano decisamente più complicate.

Capocotta: l’inverno comincia al confine dell’ordinanza

La prima anomalia riguarda Capocotta. Nelle premesse l’ordinanza n. 127 individua espressamente il «litorale di Roma Capitale, ivi compreso il tratto di costa della spiaggia libera di Castel Porziano». Capocotta non viene espressamente citata.
Non è un dettaglio geografico. L’ordinanza nasce dichiaratamente anche per contrastare nei mesi invernali «fenomeni di abbandono e degrado delle strutture balneari», con conseguenze sul «decoro», sulla «sicurezza pubblica» e sulla «qualità ambientale dell’arenile». Se la destagionalizzazione viene presentata anche come strumento per assicurare presenza, gestione, pulizia e tutela del litorale durante l’inverno, occorre spiegare cosa accada immediatamente oltre il perimetro interessato. Perché i problemi di igiene, rifiuti, sicurezza, accessibilità e tutela ambientale non conoscono il confine amministrativo di un’ordinanza e soprattutto non vanno in letargo il 30 settembre.

Consentire a un operatore economico di restare aperto è una cosa, ma assicurare pulizia, igiene, sicurezza e tutela di una spiaggia pubblica è un’altra.
Proprio per questo il fatto che Capocotta non venga nominata merita una spiegazione amministrativa precisa: quali servizi vengono assicurati durante l’inverno, da chi, sulla base di quali atti e con quali risorse?

Castel Porziano c’è. Ma qui cominciano i guai seri

Castel Porziano invece viene espressamente richiamata. Peccato che i c.d. “cancelli” abbiano una particolarità che l’ordinanza sembra trattare con sorprendente disinvoltura: Roma Capitale non è lì l’autorità demaniale concedente, bensì la concessionaria.
La fascia di arenile compresa tra Canale Palocco e Fosso del Tellinaro è infatti oggetto della concessione demaniale marittima statale n. 1/2023, rep. 101/2023, intestata a Roma Capitale. Quindi, non ci possono essere equivoci, anche perché il Consiglio di Stato con sentenza n. 3369/2024 e successivamente il TAR Lazio con sentenza n. 3803/2026 hanno ricostruito lo speciale regime di quel tratto di costa: le funzioni amministrative in materia di demanio marittimo restano attribuite all’autorità statale e non seguono l’ordinario percorso Regione Lazio-Comuni costieri.

Precisiamo che nella ordinanza, i gestori di Castel Porziano rientrano nella n. 127 perché l’ordinanza include espressamente il litorale di Castel Porziano nelle premesse e l’art. 2 individua tra i destinatari gli «assegnatari di servizi turistico-ricreativi in convenzione».
È precisamente la posizione dei gestori dei punti ristoro: non concessionari demaniali, ma assegnatari a valle della concessione intestata a Roma Capitale.

Il Comune concessionario che autorizza la destagionalizzazione

Tra le fonti richiamate dall’ordinanza troviamo infatti proprio la DGR Lazio n. 2816/1999 sulla «sub delega di compiti e funzioni amministrative ai comuni in materia di demanio marittimo» e la DGR n. 1161/2001 sulle funzioni subdelegate. Il problema però nasce quando quella costruzione giuridica arriva a Castel Porziano, dove la giustizia amministrativa ha già chiarito che il regime è diverso.
L’ordinanza stabilisce poi che l’operatore presenti al Comune una «istanza per l’autorizzazione alla destagionalizzazione». Bisogna tenere ferma la catena dei rapporti giuridici: l’Autorità marittima statale dispone Roma Capitale come concessionaria che affida a operatori/assegnatari i servizi di Castel Porziano.
Quindi, il Comune può certamente regolare i rapporti con i propri affidatari. Può pretendere il rispetto della convenzione. Può imporre gli obblighi che discendono legittimamente dal proprio titolo. Può esercitare tutti i poteri che la legge gli attribuisce autonomamente in materia di igiene, sicurezza, commercio, accessibilità e così via.
Ma chi ha autorizzato il concessionario Roma Capitale a destagionalizzare le attività comprese nella propria concessione demaniale statale?

Cercasi firma del concedente

Nel testo dell’ordinanza n. 127 una risposta alla domanda non c’è.
L’ordinanza richiama il Codice della navigazione, la normativa regionale, il Regolamento regionale n. 19/2016, le ordinanze della Capitaneria e una lunga serie di disposizioni. Ma nell’ordinanza non è indicato un provvedimento della competente Autorità marittima che abbia modificato, integrato o comunque assentito la destagionalizzazione della concessione n. 1/2023 intestata a Roma Capitale.
Se l’attività invernale è già integralmente compresa nella concessione statale, qualcuno mostri la disposizione. Se invece occorreva un’autorizzazione, un nulla osta o una modifica del titolo, qualcuno indichi il relativo provvedimento.

La concessione dalla quale dovrebbe decadere… Roma

Poi c’è l’articolo 9 di questa ultima bizzarra creazione amministrativa di Roma Capitale sul litorale. Qui l’ordinanza raggiunge probabilmente il suo punto più curioso e imbarazzante.
Il Comune stabilisce che anche l’accertamento di una violazione degli obblighi prescritti possa determinare l’avvio delle procedure previste dall’articolo 47 del Codice della navigazione, cioè «decadenza dalla Concessione Demaniale Marittima» e/o «revoca della Convenzione».

La congiunzione non risolve il problema. Lo evidenzia. Perché concessione demaniale e convenzione sono due cose differenti. Se l’operatore di Castel Porziano è assegnatario di un servizio in convenzione, Roma potrà verificare se sussistano i presupposti per intervenire su quella convenzione. Ma la concessione demaniale marittima dell’arenile è intestata a Roma Capitale. Dunque, prima di minacciare la decadenza dalla concessione, sarebbe utile chiarire chi dovrebbe decadere da cosa. Altrimenti si arriva a un risultato amministrativamente singolare: il concessionario prevede una procedura di decadenza dalla concessione della quale concessionario è lui stesso.

Due estremi, un solo problema

L’ordinanza n. 127 finisce così per produrre due questioni opposte.

A Capocotta occorre capire perché il sistema predisposto non arrivi e soprattutto come vengano comunque garantiti durante l’inverno quei servizi di interesse pubblico – igiene, pulizia, sicurezza, presidio e tutela ambientale – che non possono dipendere semplicemente dall’apertura o chiusura delle attività economiche.

A Castel Porziano, invece, occorre capire fino a che punto possa arrivare il Comune e soprattutto a quale titolo, essendo Roma concessionaria di un bene demaniale la cui amministrazione resta statale.

Non è una disputa accademica. Significa sapere chi autorizza, chi controlla, chi sanziona, chi può modificare le condizioni di utilizzazione del bene e chi può dichiarare la decadenza da una concessione. Per questo LabUr chiederà formalmente a Roma Capitale e alla Capitaneria di Porto di indicare l’eventuale atto con il quale l’Autorità concedente abbia assentito la prosecuzione invernale delle attività comprese nella concessione di Castel Porziano e il titolo in forza del quale il Comune ritiene applicabili agli assegnatari le diverse disposizioni dell’ordinanza n. 127.
La questione sarà inoltre segnalata, per le rispettive competenze, all’Avvocatura dello Stato, all’Agenzia del Demanio, alla Guardia di Finanza e alla Presidenza della Repubblica, chiedendo un intervento urgente volto a chiarire il regime applicabile prima che dalla teoria delle ordinanze si passi alla pratica delle autorizzazioni.

Amministrare il demanio marittimo è certamente complicato. Tra Stato, Regione, Comune, concessioni, convenzioni e Codice della navigazione è facile perdere il filo.
Ma quando il concessionario comincia ad assomigliare al concedente, la convenzione alla concessione e Capocotta non viene espressamente citata proprio mentre si parla di tutela invernale del litorale, una domanda, magari poco istituzionale ma perfettamente comprensibile, finisce per sorgere spontanea: ma questi, sono del mestiere?


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

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PARCHI DELLA COLOMBO, DEPOSITATE LE OSSERVAZIONI ALLA VAS

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260918_095549_0000Dalla mobilità alle reti idriche, dal consumo di suolo agli effetti cumulativi: LabUr trasmette 37 pagine di osservazioni sul Programma Urbanistico “Parchi della Colombo”. Il documento finale è stato presentato in nome e per conto delle associazioni, dei comitati e dei cittadini che hanno aderito all’iniziativa. È il terzo contributo trasmesso da LabUr nell’ambito della procedura di VAS. Si chiude oggi, 18 settembre, il lavoro che nelle ultime settimane abbiamo anticipato su alcuni degli aspetti più delicati del Programma Urbanistico “Parchi della Colombo”.
LabUr – Laboratorio di Urbanistica ha trasmesso all’Autorità Competente per la Valutazione Ambientale Strategica e all’Autorità Procedente le osservazioni complessive al Programma: un documento di 37 pagine che raccoglie e mette a sistema le questioni emerse dall’analisi del Rapporto Ambientale, dello Studio sulla Mobilità, del Piano di Monitoraggio e degli ulteriori elaborati specialistici.
È il terzo contributo trasmesso da LabUr nell’ambito della procedura di VAS.

L’8 settembre avevamo depositato una prima relazione tecnica sulla capacità della rete idropotabile dell’Infernetto, partendo da una criticità che lo stesso Rapporto Ambientale definisce come «potenziale inadeguatezza del sistema di approvvigionamento idrico».
Il 10 settembre è seguita la seconda relazione tecnica, dedicata al rapporto tra la cassa di espansione del Canale Palocco a Madonnetta e la vasca di laminazione W1 prevista dai Parchi della Colombo: due opere diverse, ma inserite nello stesso sistema idraulico territoriale.
Oggi abbiamo depositiamo l’ultimo documento: sei osservazioni che affrontano mobilità, effetti cumulativi, alternative di Programma, capacità delle reti idriche e fognarie, consumo e impermeabilizzazione del suolo con la componente idraulica e arborea, e Piano di Monitoraggio Ambientale. È esattamente la struttura con cui il documento individua le questioni che incidono sulla verificabilità del giudizio di sostenibilità ambientale.

 

Le osservazioni finali non sono state presentate soltanto da LabUr.
Il documento è stato trasmesso in nome e per conto delle associazioni/comitati LabUr – Laboratorio di Urbanistica, Salviamo le Riserve Naturali, Infernetto Attivo, Uniti con trasporto e dei cittadini Fabio Toreti, Cristiano Viviana, Carlo Fissore, Cristina Franchi, Marco Antonucci, Massimo Ferri, Margherita Celli, Rodolfo Leccese, Franca Brocca, Nadia Carneschi, Ida Mumolo, Alberto Lubrano, Luisella Proietti Gretti, Claudia Dominici, Paolo Ceroni e Anna Catalani. È il segno che su una trasformazione destinata a incidere sull’Infernetto e sull’intero quadrante si è costruita una richiesta comune: prima di dichiararne la sostenibilità ambientale, bisogna dimostrarla.

SEI OSSERVAZIONI, UNA SOLA QUESTIONE

Le osservazioni depositate riguardano sei grandi temi tra loro strettamente collegati: mobilità, effetti cumulativi, alternative di Programma, capacità delle reti idriche e fognarie, consumo e impermeabilizzazione del suolo con la componente idraulica e arborea, efficacia del Piano di Monitoraggio. Il filo che li attraversa è sempre lo stesso: quanto è verificabile, sulla base dei documenti oggi disponibili, il giudizio di sostenibilità ambientale della trasformazione?

VIA CRISTOFORO COLOMBO GIÀ CRITICA

La prima osservazione riguarda la mobilità.
Il nodo Colombo/Wolf Ferrari/Pindaro risulta già nello stato attuale in condizioni di sovrasaturazione, con indice medio 1,02 e Livello di Servizio F.
E persino nello scenario feriale utilizzato dal proponente la simulazione serale registra il peggioramento di numerosi parametri: diminuisce la velocità media, aumentano tempi di percorrenza, fermate, perditempo e domanda latente.

Ma abbiamo posto anche due questioni metodologiche.
La prima riguarda la ritaratura semaforica: nello scenario di progetto entrano contemporaneamente il nuovo carico urbanistico e una modifica della regolazione dei semafori. Senza simulare la nuova regolazione senza il nuovo insediamento, non è possibile isolare compiutamente quanto del risultato derivi dal nuovo traffico e quanto dal miglioramento gestionale della rete.

La seconda riguarda una caratteristica dell’Infernetto che chi ci vive conosce molto bene: la Colombo non ha lo stesso traffico tutto l’anno. Lo Studio non sviluppa uno scenario specificamente rappresentativo dei fine settimana e della stagione maggio-settembre, quando ai flussi ordinari si sovrappone il pendolarismo verso e dal litorale. Né questa lacuna viene recuperata dal Piano di Monitoraggio.
E c’è poi il problema della baseline: alcune fonti utilizzate nello Studio richiamano dati del 1998-1999, mentre l’Infernetto conta oggi circa 30.000 residenti e il complesso delle previsioni urbanistiche porta, a completa attuazione, a una capacità insediativa nell’ordine dei 65.000 abitanti.

NON ESISTE UN TERRITORIO NUOVO PER OGNI NUOVO PROGRAMMA

La seconda osservazione riguarda gli effetti cumulativi.
Il Rapporto Ambientale considera trasformazioni che, complessivamente, interessano oltre 25 ettari e comportano 192.673,60 metri cubi di volumetria, oltre 60.000 mq di SUL residenziale, 1.604 nuovi abitanti e 102 addetti. Ma la valutazione quantitativa cumulativa viene sviluppata principalmente traducendo questi carichi nella relativa domanda di mobilità.
La nostra osservazione pone una questione molto semplice: acqua, fognature, aria, suolo, sistema ecologico e infrastrutture non ripartono da zero ogni volta che viene valutato un nuovo intervento.
Occorre quindi conoscere la capacità residua e distinguere ciò che esiste oggi, ciò che è già stato autorizzato, ma non ancora realizzato, e ciò che deriva dalle ulteriori trasformazioni previste. Non basta, cioè, verificare separatamente che ogni singolo intervento possa essere assorbito dalla capacità disponibile oggi, se quella stessa capacità è destinata a essere utilizzata anche dagli altri carichi già pianificati.

LE ALTERNATIVE VANNO CONFRONTATE ANCHE AMBIENTALMENTE

La terza osservazione riguarda le alternative.
Il Rapporto Ambientale ne considera tre. Non abbiamo quindi sostenuto che le alternative non esistano, ma abbiamo posto un problema diverso: manca una comparazione ambientale omogenea che permetta di comprendere vantaggi e svantaggi delle diverse configurazioni rispetto a consumo di suolo, impermeabilizzazione, traffico, acqua, reflui, rumore, emissioni, rischio idraulico, patrimonio arboreo e servizi ecosistemici.
La presenza formale di più scenari, infatti, non esaurisce la valutazione delle alternative se non vengono confrontate le rispettive prestazioni ambientali attraverso criteri comuni.
Abbiamo quindi chiesto anche di verificare almeno una ragionevole alternativa a minore pressione ambientale oppure di motivarne puntualmente l’eventuale irragionevolezza o impraticabilità.

ACQUA E REFLUI: PRIMA LA CAPACITÀ, POI IL MONITORAGGIO

La quarta osservazione riprende una delle questioni che avevamo già anticipato nei giorni scorsi.
Sono gli stessi elaborati ambientali a individuare tra le principali criticità la «potenziale inadeguatezza del sistema di approvvigionamento idrico» e la «potenziale inadeguatezza del sistema di smaltimento dei reflui».
Per questo abbiamo chiesto che venga dimostrata quantitativamente la capacità residua delle reti, considerando anche i carichi cumulativi. Risparmiare acqua è utile. Monitorare è necessario. Ma né l’uno né l’altro dimostrano preventivamente che l’infrastruttura abbia capacità sufficiente.
Il documento distingue infatti tra mitigazione, monitoraggio e condizione necessaria all’attuabilità dell’intervento: se le reti risultassero prive della capacità residua necessaria, occorrerebbe individuare preventivamente gli adeguamenti, i responsabili della loro realizzazione e la loro entrata in esercizio rispetto alla tempistica del Programma.

IL SUOLO NON È SOLTANTO ACQUA CHE DEVE DEFLUIRE

La quinta osservazione mette insieme consumo di suolo, compatibilità idraulica e patrimonio arboreo.
Il Programma interviene su un’area attualmente libera e AUBAC ha inquadrato l’intervento come di «dimensione significativa» in un sottobacino caratterizzato da risposta idraulica elevata CL3. Nel frattempo, sul sistema territoriale interessato è prevista anche la cassa di espansione del Canale Palocco a Madonnetta.
Lo Studio assume inoltre, per il sottobacino afferente alla vasca W1, una configurazione post operam con circa il 69% di superficie impermeabile e un coefficiente medio di deflusso pari a 0,73. Da qui una distinzione fondamentale: invarianza idraulica e conservazione delle funzioni ecosistemiche del suolo non sono la stessa cosa.
Una vasca può compensare temporalmente l’aumento del deflusso prodotto dall’impermeabilizzazione, ma non restituisce, per questo solo fatto, le funzioni perdute di infiltrazione, evapotraspirazione, regolazione microclimatica, supporto alla vegetazione, habitat e stoccaggio del carbonio.

Lo stesso vale per gli alberi. L’indagine ante operam ne censisce 59, 46 dei quali risultano nelle classi di stato buono o medio. La stessa relazione definisce le querce «l’ossatura ecologica di maggior valore e stabilità dell’area», mentre il bilancio definitivo tra esemplari conservati e rimossi viene rinviato alle successive fasi progettuali. Aumentare numericamente gli alberi non equivale automaticamente a ricostruire le funzioni ecosistemiche degli esemplari maturi eventualmente rimossi.

E ALLA FINE BISOGNA POTER MISURARE

La sesta osservazione riguarda il Piano di Monitoraggio Ambientale.
Ed è il punto che chiude logicamente tutti gli altri: se una VAS individua effetti, obiettivi e mitigazioni, deve poi essere possibile sapere se quelle previsioni si stanno verificando oppure no.
Per questo abbiamo chiesto indicatori realmente misurabili, baseline, soglie o valori-obiettivo ove tecnicamente applicabili, frequenze, responsabilità e soprattutto misure correttive da attivare quando i risultati si discostano da quanto previsto. Perché monitorare non significa semplicemente raccogliere dati. Significa costruire un sistema capace di accorgersi quando qualcosa non sta andando come previsto e stabilire che cosa accade dopo.

TRE CONTRIBUTI ALLA VAS

Il documento depositato oggi conclude quindi un percorso iniziato nei giorni scorsi.
L’8 settembre LabUr ha trasmesso la prima relazione tecnica, dedicata alla rete idropotabile dell’Infernetto e alla necessità di verificare la capacità effettiva del sistema rispetto al nuovo carico urbanistico.
Il 10 settembre abbiamo trasmesso la seconda relazione tecnica, dedicata al rapporto tra la cassa di espansione del Canale Palocco a Madonnetta e la vasca di laminazione prevista dal Programma Urbanistico, ponendo il problema del coordinamento tra programmazione dei lavori pubblici, pianificazione urbanistica e governo del bacino idrografico.
Il 18 settembre sono state infine depositate le osservazioni complessive: 37 pagine, sei osservazioni e una serie di richieste puntuali all’Autorità Competente, questa volta presentate in nome e per conto dell’insieme di associazioni, comitati e cittadini indicati nel documento.

ADESSO TOCCA ALLA VAS

Queste osservazioni non chiedono alla VAS di sostituirsi alla pianificazione urbanistica e non attribuiscono ai Parchi della Colombo il compito di risolvere tutte le criticità pregresse dell’Infernetto. Chiedono qualcosa di più preciso: che il nuovo carico venga valutato rispetto al territorio che esiste davvero, alle infrastrutture realmente disponibili, alle trasformazioni già pianificate e agli effetti cumulativi che esse producono.

Dopo anni di compensazioni urbanistiche una questione politica va posta.
Le compensazioni hanno stufato, non perché i diritti edificatori possano essere semplicemente ignorati, ma perché non è più accettabile continuare a spostarli sulla città come se ogni territorio di destinazione fosse un foglio bianco e ogni Accordo di Programma potesse essere valutato come un francobollo separato da quello accanto.

L’Infernetto è forse uno degli esempi più evidenti di questa contraddizione: ogni trasformazione viene istruita singolarmente, mentre nelle Conferenze dei Servizi e negli stessi elaborati ambientali le Autorità e gli enti competenti continuano a far emergere criticità sulla mobilità, sull’assetto idraulico, sulle reti, sul consumo di suolo e sulla capacità del territorio di assorbire ulteriori carichi. Se una rete idrica ha una capacità residua, quella capacità è una sola. Se un nodo stradale è già saturo, non torna libero all’apertura del procedimento successivo. Se più trasformazioni scaricano sullo stesso sistema idraulico, l’acqua non distingue quale provenga da un Accordo di Programma e quale da quello vicino. E un ettaro di suolo impermeabilizzato resta impermeabilizzato anche quando si chiude la Conferenza dei Servizi.

È per questo che abbiamo insistito tanto sugli effetti cumulativi. La domanda non può più essere soltanto: “questo singolo intervento è compatibile?”. Bisogna finalmente chiedersi: quanto altro carico può sostenere complessivamente questo territorio, considerando tutto ciò che esiste, tutto ciò che è già stato autorizzato e tutto ciò che è ancora previsto?

La relazione è stata depositata. Questa volta dietro quelle 37 pagine non c’è soltanto LabUr. Ci sono associazioni, comitati e cittadini che hanno scelto di sottoscrivere insieme una richiesta che è tecnica, ma inevitabilmente anche politica: basta pianificare per francobolli. Prima di aggiungere altro carico urbanistico bisogna sapere quanto carico il territorio può ancora sostenere. Adesso la parola passa all’Autorità competente.

Il documento completo osservazioni VAS “Parchi della Colombo”.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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