CHI SA VEDE. “SPIAGGE LIBERE DEL MARE DI ROMA: IL PROBLEMA DEL RISPETTO DELLE REGOLE”. PILLOLA DI URBANISTICA #34

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260404_035001_0000Quando si toccano interessi consolidati, la reazione è sempre la stessa: si prova a ridurre tutto a una polemica, ma non è questo il caso.

Nel 2025 Roma Capitale ha bandito una gara pubblica per l’assegnazione delle spiagge libere con servizi. La procedura si è conclusa regolarmente, con graduatoria e rilascio delle concessioni (D.D. QC/1196/2025 del 29/04/2025). Nel 2026, però, quelle stesse concessioni sono state riassegnate agli stessi operatori, alle medesime condizioni, senza una nuova gara (D.D. QC/249/2026 del 26/01/2026). Ne avevamo parlato qui (LINK).

Gli atti amministrativi sono stentorei. Nel caso delle spiagge libere non si tratta formalmente di un rinnovo, ma produce lo stesso effetto: continuità del rapporto senza confronto competitivo. La riassegnazione dei lotti non andati deserti si fonda su una clausola inserita nella licenza, che consente all’Amministrazione di affidare nuovamente la gestione al concessionario uscente (licenza art. 2 comma 5).

Ed è qui il punto: una clausola negoziale può regolare un rapporto?

Quello che è certo è che non può sostituire le regole della concorrenza quando si tratta di beni pubblici.

Per questo abbiamo chiesto alle autorità competenti di verificare la legittimità della procedura adottata.

Non è una questione tecnica per addetti ai lavori. È una questione semplice: se una gara serve a selezionare il miglior operatore, non può diventare il meccanismo per mantenere sempre gli stessi.

Si chiama “concorrenza” che non è un optional.

Dispiace dunque, se verranno confermate le voci di corridoio, venire a conoscenza che sarebbe in corso un’altra anomalia: l’affidamento diretto al figlio di Roberto De Prosperis della spiaggia Anema e Core (LINK).

 

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ROMA, SPIAGGIA DI BETTINA: LA CONCESSIONE IMPOSSIBILE

Nero Oro Gala Invito_20260403_164829_0000La Spiaggia di Bettina è, per legge, dal 1995 area di preminente interesse nazionale, legata alla sicurezza e alla navigazione marittima. Il Comune non poteva concederla. Esposto alla Capitaneria e al MIT.

 

C’è una vicenda sul litorale romano che è sotto gli occhi di tutti.
La conoscono le istituzioni, la conoscono gli uffici pubblici e la conoscono perfino molti addetti ai lavori. Eppure continua a essere trattata come se non esistesse.

Parliamo di un fatto documentato nero su bianco da un atto dello Stato: il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 21 dicembre 1995, con il quale sono state individuate le aree del demanio marittimo escluse dalla delega alle Regioni prevista dall’articolo 59 del DPR 24 luglio 1977 n. 616 (LINK).

In termini semplici: esistono tratti del litorale italiano che non possono essere dati in concessione. Non possono esserlo perché lo Stato li considera di preminente interesse nazionale, legati alla sicurezza e alla navigazione marittima. Uno di questi tratti si trova proprio sul litorale romano dove il Sindaco Roberto Gualtieri sta portando la legalità.

Il tratto di costa che non doveva essere dato a nessuno
Nel decreto del 1995 l’area è indicata in modo preciso e inequivocabile:

Comune: Roma

Località: Castel Fusano

Destinazione: Stabilimento balneare del Ministero della Marina Mercantile

Ubicazione: litorale compreso tra il complesso Maresole e il CRAL ACI

Superficie: 16.882 mq

Annotazione (unica in tutta Italia): “Area per eventuale consegna al Corpo delle Capitanerie di Porto per fini istituzionali”

Questa area è oggi conosciuta come La Spiaggia di Bettina, già ex stabilimento Corallo. Il decreto stabilisce chiaramente che questa porzione di costa è esclusa dalla delega prevista dal DPR 616/1977, proprio perché ritenuta strategica per gli interessi dello Stato e per la sicurezza della navigazione. Quindi, non avrebbe dovuto essere concessa a privati. Mai.

I riferimenti geografici
Il decreto cita due punti di riferimento molto chiari:

1) Il “Complesso Maresole” indicava all’epoca l’insieme delle strutture oggi note come l’area degli attuali cottages e la zona di Peppino a Mare (ristorante e stabilimento)

2) Il CRAL ACI, che corrisponde all’attuale stabilimento La Spiaggia.

Anche la superficie indicata nel decreto – 16.882 metri quadrati – coincide con l’estensione dell’area oggi occupata. Non si tratta quindi di interpretazioni. I confini sono esattamente quelli.

La concessione che non poteva esistere
Nonostante questo quadro normativo chiarissimo, quella stessa area è stata nel tempo concessa, prorogata e infine messa addirittura a bando nel 2020 (LINK). Il bando è stato firmato dal direttore del Municipio Roma X, Nicola De Bernardini, insieme al Direttore Giacomo Guastella.
Ma c’è un dettaglio ancora più sconcertante.
Le prime concessioni sarebbero state rilasciate proprio dalla Capitaneria di Porto di Roma, cioè l’ente che, secondo lo stesso decreto, avrebbe dovuto eventualmente ricevere quell’area per fini istituzionali. Dunque, la Capitaneria aveva il titolo per occuparla, ma anche il dovere di non concederla. Eppure è accaduto l’opposto.

Lo stabilimento che esisteva già negli anni ’80
Le anomalie non finiscono qui. Le foto aeree del 1986 mostrano che sull’area erano già presenti insediamenti balneari privati (LINK). Questo significa che l’occupazione della zona precede di anni il decreto del 1995, che infatti segnala una situazione già problematica.

Un ulteriore elemento emerge dal portale SID del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (LINK), il sistema ufficiale del demanio marittimo. Nella scheda della concessione relativa alla Spiaggia di Bettina, aggiornata al 2021, compare infatti la Ingiunzione n. 125 del 1992

Un dato tutt’altro che secondario. Questo tipo di ingiunzione indica generalmente un provvedimento di autotutela amministrativa spesso legato a occupazione abusiva oppure al mancato pagamento dei canoni concessori. In altre parole, già prima del decreto del 1995 esistevano contestazioni formali sull’occupazione dell’area.

La società vincitrice e i passaggi societari
Il bando del 2020 ha portato alla concessione dell’area alla società Ecoseaglobe Srl, costituita il 15 gennaio 2021, proprio in occasione della gara. La società ha sede in via Armando Armuzzi, 6 a Ostia. Tra le figure coinvolte nei passaggi societari c’è Claudio Balini, amministratore dal 16 dicembre 2022 al 14 marzo 2024. La società risultava detenuta al 90% da Laura De Rose, collaboratrice dello stesso Balini.

Un altro dettaglio temporale merita attenzione. Il ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio che ha portato al riconoscimento del titolo concessorio alla Ecoseaglobe (ricorso n. 08365 depositato il 30 luglio 2024 dopo il cambio di amministratore della società ).

La sentenza del TAR e i dubbi rimasti aperti
Con sentenza N. 07917/2025 REG.PROV.COLL. N. 08365/2024 REG.RIC., il TAR (sez. Seconda) ha restituito la concessione alla Ecoseaglobe Srl, ma la domanda centrale resta irrisolta: come può essere concessa un’area che un decreto dello Stato dichiara non concedibile? Gli articoli di stampa usciti solo oggi (RomaToday, Canale10) non affrontano il nodo giuridico preliminare, cioè la concedibilità stessa dell’area, ma parlano di un “dissequestro” che, alla luce della normativa citata, non potrebbe neppure esistere.

Il costo per i cittadini
Chi paga davvero sono appunto i cittadini. Prima del sequestro della struttura, molti avevano già versato abbonamenti stagionali a Claudio Balini, con cifre che – secondo diverse testimonianze – oscillano mediamente tra 3.000 e 5.000 euro. Soldi pagati in anticipo. Soldi che ci si augura verranno prima o poi restituiti.

Cui prodest?
Ai cittadini no e nemmeno alla legalità. Forse a quella parte dello Stato che per decenni non ha visto, non ha controllato e non ha agito e che oggi rischia di cancellare ogni responsabilità con un colpo di spugna. Nel nome della legalità si sta rischiando di far sparire il c.d  corpo del reato.

L’esposto alle autorit
Per le ragioni sopra descritte sarà trasmesso un esposto formale alla Capitaneria di Porto di Roma e alla Direzione Generale per il mare, il trasporto marittimo e per vie d’acqua interne affinché chiariscano ciò che, sulla carta, ci appare chiarissimo da oltre trent’anni.

 

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ROMA CENSISCE GLI ALBERI, MA IL RISCHIO RESTA FUORI MAPPA

Nero Oro Gala Invito_20260403_105541_0000Dopo tredici anni torna il censimento del patrimonio arboreo: georeferenziazione, database e tracciabilità degli interventi. Ma si parte dai parchi, non dalle grandi arterie. E i limiti strutturali restano.

 

Nel corso della Commissione Ambiente del Municipio X (LINK), è stato illustrato l’avvio del nuovo censimento del patrimonio arboreo. Un passaggio atteso da anni, che arriva dopo un lungo vuoto: l’ultimo censimento risale infatti al 2013.

Il censimento che inizierà dopo Pasqua, permetterà di conoscere meglio lo stato attuale del patrimonio arboreo. Tuttavia, la sua efficacia dipenderà dalla capacità di integrare anche i dati storici sugli abbattimenti. Roma Capitale ha dichiarato tra 13.281 (dati al febbraio 2025) e 21.450 (dichiarazione dell’ottobre 2025) alberi abbattuti dall’inizio del mandato, a fronte di circa 37.000 nuove piantumazioni dichiarate. La discrepanza tra i numeri forniti dall’amministrazione rispetto alle stime di comitati e inchieste giornalistiche evidenzia la necessità di un sistema unico di rendicontazione trasparente.

Il nuovo sistema introduce elementi che, almeno sulla carta, segnano un cambio di approccio: ogni albero sarà georeferenziato, identificato tramite etichettatura fisica e associato a una scheda digitale contenente specie, dimensioni e cronologia degli interventi. Un database dinamico che, nelle intenzioni, consentirà di tracciare nel tempo potature, manutenzioni e abbattimenti.

Si tratta del passaggio da una logica di semplice conteggio a una logica di gestione. Un passaggio necessario e in linea con gli standard minimi oggi adottati in molti contesti urbani.
Ma è proprio qui che emerge il primo nodo: ciò che viene presentato come innovazione è, in realtà, un recupero di ritardo.
Il sistema infatti arriva dopo tredici anni senza aggiornamenti, in un contesto in cui la gestione del verde urbano è sempre più legata alla sicurezza pubblica, agli eventi climatici estremi e alla responsabilità amministrativa. Non è un salto in avanti, bensì un allineamento tardivo.

Le criticità, però, non si fermano al ritardo.
La scelta operativa di partire da parchi e scuole municipali, lasciando in una fase successiva le grandi arterie ad alto traffico – come via Cristoforo Colombo o via del Mare – solleva interrogativi evidenti. Non si tratta delle aree più esposte, né di quelle dove il rischio per la sicurezza pubblica è maggiore. È una scelta che sposta in avanti proprio i nodi più sensibili.

Non è un dettaglio tecnico. È una scelta politica.

A questo si aggiunge una fragilità strutturale del sistema, che emerge chiaramente anche nel racconto degli uffici: piattaforme che inizialmente non dialogano tra loro, dati difficili da integrare, appalti sospesi e riadattati in corsa. La costruzione dell’infrastruttura digitale appare ancora in fase di assestamento.

Anche sul piano tecnologico, il modello adottato si colloca su un livello funzionale, ma non avanzato. L’etichettatura tramite Arbotag consente l’identificazione degli alberi, ma non integra soluzioni più evolute oggi già diffuse in altri contesti urbani.

In diverse città europee, i sistemi di gestione del verde includono:

  • monitoraggi tramite sensori per la stabilità e lo stress idrico delle alberature
  • rilievi periodici con tecnologie LiDAR o fotogrammetriche
  • integrazione con sistemi previsionali legati a vento, pioggia ed eventi estremi
  • piattaforme pubbliche consultabili dai cittadini in tempo reale

Esperienze come quelle di Barcellona o Parigi hanno già introdotto modelli di gestione che non si limitano alla catalogazione, ma orientano direttamente le priorità di intervento sulla base del rischio e delle condizioni dell’albero.

È proprio questo il punto che, allo stato attuale, manca. Dal quadro emerso non risultano infatti criteri espliciti per la classificazione delle alberature in base alla pericolosità, né un sistema che orienti le priorità di intervento. In assenza di una classificazione del rischio, la gestione resta emergenziale: si interviene quando l’albero è già un problema, non prima. Senza questo passaggio, il censimento resta uno strumento descrittivo, non ancora un vero strumento di governo.

Infine, resta aperta la questione della frammentazione delle competenze. Il sistema coinvolge Municipio X, Roma Capitale, Dipartimento per la Trasformazione Digitale e soggetti esterni, in un intreccio che ha già prodotto disallineamenti operativi. A questo si aggiunge il tema delle aree non direttamente gestite dal Municipio, come le grandi pinete urbane, che rischiano di rimanere fuori da una mappatura realmente unitaria.

Il risultato è un processo che parte, ma che impiegherà anni per restituire una fotografia completa e affidabile del patrimonio arboreo. Eppure, proprio da qui passa una parte rilevante della qualità urbana e della sicurezza dei territori.

Per questo il punto non è se il censimento sia utile. Lo è certamente. Il punto è se sarà all’altezza delle sfide che dovrebbe affrontare o se resterà, ancora una volta, un sistema che descrive il problema senza governarlo.

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CHI SA, VEDE. OSTIA, ANNUNCI, RUSPE SENZA CARTELLI E PROGETTI FANTASMA. PILLOLA DI URBANISTICA #33

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260402_175407_0000Lunedì scorso, al Cineland di Ostia, il Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ha lanciato un annuncio che ha sorpreso anche l’Assessore municipale al Patrimonio:

«Il piano di potenziamento dell’edilizia residenziale pubblica passerà dalla realizzazione di nuovi alloggi presso l’ex Idroscalo» (30 marzo 2026).

Una frase che, ascoltata da chi segue davvero le vicende del territorio, ha fatto alzare più di un sopracciglio.
Basta tornare indietro di qualche anno per scoprire che la storia raccontata dagli atti e quella raccontata a Cineland dal Sindaco non coincidono affatto.

Idroscalo: quattro anni di silenzio
Torniamo al novembre 2021. Nella prima seduta del Consiglio municipale, il Presidente del Municipio X Mario Falconi parlò del desiderio di festeggiare la vittoria all’Idroscalo di Ostia.

Peccato che proprio in quei giorni il Comune di Roma avesse pubblicato un documento ben più importante: l’avvio di una ricognizione interna tra tecnici e amministrativi per affidare lo studio di fattibilità tecnico-economica sulla riqualificazione ambientale dell’Idroscalo e sulla nuova edilizia sociale. Da allora, silenzio.
Nessun progetto presentato pubblicamente. Nessuna cabina di regia partecipata — quella promessa in campagna elettorale — per discutere davvero il futuro di quella Comunità che chiedeva di realizzare un borghetto.
Nel frattempo sono passati sia il PNRR sia il Giubileo, che nel Municipio X si sono tradotti soprattutto in piccoli interventi di decoro. Qualche luce, qualche sistemazione, qualche ristrutturazione di monumenti, ma nulla che cambi davvero il destino delle aree più fragili.

Case popolari: l’annuncio che non torna
Ed è qui che l’annuncio del Sindaco solleva più di una domanda, perché l’unico intervento di edilizia residenziale pubblica previsto nel Municipio X riguarda Dragoncello, non l’Idroscalo.

Negli anni passati, le poche ipotesi di trasferimento degli abitanti della foce del Tevere erano state collocate a Nuova Ostia, peraltro in un’area classificata a rischio idrogeologico R4.

Proprio lì — poco prima delle elezioni — il consigliere capitolino Giovanni Zannola si fece fotografare nel 2021 davanti a una ruspa impegnata in un cantiere senza autorizzazioni e senza nemmeno la cartellonistica obbligatoria.

La scena era semplice: si stava facendo “pulizia” di rifiuti speciali senza alcuna tracciabilità, presentando l’operazione come l’inizio di un “grande riscatto” territoriale. Quattro anni dopo, di quel riscatto restano solo imbarazzanti fotografie.

Confusione tra quartieri o annuncio a effetto?
Il dubbio viene. Il Sindaco ha confuso due quartieri distanti sette chilometri oppure siamo davanti all’ennesimo annuncio a effetto?
Perché mentre si parla con entusiasmo di grandi progetti come il Parco del Mare, continuano a restare fermi proprio i dossier più delicati di Ostia: Idroscalo, ex Colonia Vittorio Emanuele, Piazza Gasparri. Tre luoghi simbolo dove le promesse si accumulano da anni, ma le decisioni non arrivano mai.

Ex Colonia Vittorio Emanuele: la resa
Sempre a Cineland il Sindaco ha parlato anche dell’ex colonia Vittorio Emanuele. E qui il tono è stato molto diverso.

Tolte le formule istituzionali, il messaggio è stato chiaro: Roma Capitale non ha le risorse per affrontare da sola una riqualificazione da centinaia di milioni di euro. In altre parole, non c’è un piano. L’unica ipotesi sul tavolo resta un futuro partenariato pubblico-privato ancora tutto da inventare. Nel frattempo l’edificio resta lì, enorme, a tratti fatiscente, con tutti i problemi sociali da risolvere, simbolo di una città che annuncia più di quanto riesca davvero a fare.

I fondi spariti
C’è poi una domanda che continua a rimanere senza risposta. Che fine hanno fatto i fondi destinati a Ostia Ponente?

Le risorse pubbliche stanziate nel 2020 risultano ancora inutilizzate. I 4,3 milioni di euro di fondi privati previsti come opere compensative sono spariti dal dibattito. E la delocalizzazione degli abitanti dell’Idroscalo — condizione centrale del progetto proposto — non è mai avvenuta. Per fortuna, aggiungiamo noi.

La politica delle vetrine
Il contrasto è evidente. Quando si parla di progetti simbolici come il Parco del Mare, l’amministrazione elenca cronoprogrammi, cifre e cantieri.
Quando invece si affrontano le situazioni più complesse di Ostia — quelle che riguardano davvero la vita quotidiana dei residenti — tutto diventa improvvisamente vago. Il problema non è solo comunicativo. È politico.

Si accelera sui progetti più visibili, quelli che fanno immagine. Si rinvia su quelli più difficili. E così, anno dopo anno, Ostia continua a vivere di annunci, mentre i problemi veri restano fermi dove sono sempre stati: sulla carta e spesso pure sbagliata.

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LabUr è un watchdog civico indipendente che analizza atti e procedure amministrative, verificando la coerenza tra decisioni, norme e dichiarazioni pubbliche.
La critica non è opposizione: è metodo.

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VIALE DI CASTELPORZIANO: L’ALBERATURA STORICA VA RICOSTRUITA, NON SOSTITUITA

Nero Oro Gala Invito_20260401_135945_0000Dopo anni di abbattimenti e mancati reimpianti, il Municipio X interviene con una proposta di risoluzione – a firma dei Presidenti di Commissione Ambiente e Lavori Pubblici – ma senza chiarire scelte e responsabilità.

Prendiamo atto dell’iniziativa del Consiglio del Municipio Roma X volta a procedere alla sostituzione delle essenze arboree lungo viale di Castel Porziano e alla ricostituzione della sua alberata storica. Si tratta di un obiettivo condivisibile e atteso da anni dai cittadini, dai comitati territoriali e dalle associazioni che hanno più volte denunciato la progressiva perdita del patrimonio arboreo del litorale romano.

Tuttavia, proprio alla luce delle vicende pregresse, riteniamo necessario che questo intervento sia accompagnato da garanzie di trasparenza, coerenza normativa e ripristino effettivo dell’alberata originaria.

Occorre infatti chiarire che l’iniziativa arriva al termine di un lungo processo di segnalazioni pubbliche e non come risposta a una emergenza recente. Il tema è noto da anni e richiede oggi un’assunzione piena di responsabilità amministrativa.

Il contesto: anni di abbattimenti e mancati reimpianti
Negli ultimi anni viale di Castel Porziano ha subito numerosi abbattimenti di pini domestici, motivati principalmente da problemi fitosanitari o da esigenze di sicurezza. Tali interventi hanno determinato una grave discontinuità paesaggistica e ambientale dell’alberata storica, riducendo drasticamente il valore identitario e ambientale del viale che contava in origine oltre 400 pini.

Già nel 2022 LabUr – Laboratorio di Urbanistica segnalava formalmente al Municipio Roma X che 37 pini abbattuti lungo il viale (LINK) non risultavano essere stati ripiantati, chiedendo che il reimpianto avvenisse nello stesso luogo e non in altre aree del territorio (LINK).

Il ripristino dell’alberata nel punto originario è fondamentale perché il valore paesaggistico e storico del viale prevale su qualsiasi forma di compensazione ambientale decentrata. Ad oggi non risulta mai pubblicamente chiarito perché tali reimpianti non siano stati eseguiti né quali atti amministrativi abbiano disciplinato quella fase.

Le criticità già denunciate dai comitati
Le associazioni civiche e i comitati territoriali hanno più volte evidenziato problemi nella gestione del patrimonio arboreo del Municipio X.
Già nel 2014 il Comitato Civico 2013 denunciava alla Corte dei Conti le modalità con cui venivano eseguite potature e interventi sui pini del territorio, segnalando:

– interventi effettuati spesso in periodi non idonei dal punto di vista agronomico;

– lavori eseguiti senza adeguata assistenza tecnica;

– danneggiamenti degli apparati radicali durante lavori stradali;

– carenze di trasparenza amministrativa negli affidamenti.

Questi precedenti rendono indispensabile che ogni nuovo intervento sull’alberata storica sia accompagnato da un piano tecnico chiaro, pubblico e verificabile.

Necessità di un piano organico e non di interventi episodici
Positiva l’intenzione di predisporre una relazione paesaggistica e un piano di ripiantumazione, ma è necessario che tale piano:

– sia pubblico e accessibile ai cittadini;

– indichi chiaramente numero, specie e posizione degli alberi da reimpiantare;

– specifichi tempi e finanziamenti dell’intervento;

– garantisca la coerenza con il disegno storico del viale.

È inoltre indispensabile che venga pubblicato un censimento aggiornato degli alberi abbattuti e delle relative motivazioni tecniche, al fine di consentire una verifica pubblica delle scelte effettuate.

In particolare occorrerà chiarire:

– se il reimpianto avverrà nella stessa sede degli alberi abbattuti;

– se verrà rispettato il principio previsto dal regolamento del verde urbano secondo cui nei viali monumentali deve essere reimpiantata la stessa specie arborea;

– quale sarà il programma di manutenzione e monitoraggio delle nuove alberature.

In assenza di tali elementi, il piano rischia di configurarsi come un atto di indirizzo privo di effetti vincolanti, incapace di garantire il risultato dichiarato.

Ripristinare il corridoio verde storico
Viale di Castel Porziano non è una semplice strada urbana, ma una infrastruttura paesaggistica storica del litorale romano, con un ruolo fondamentale per l’identità territoriale del quartiere Infernetto, la continuità ecologica con la pineta costiera e la Tenuta Presidenziale di Castelporziano, e la mitigazione climatica e la qualità ambientale del quadrante.
Per questo motivo il ripristino dell’alberata non deve essere considerato un intervento meramente sostitutivo, ma un progetto di ricostruzione del corridoio verde originario. Qualsiasi scelta diversa (inclusa la sostituzione con specie differenti) costituirebbe una trasformazione strutturale del paesaggio e dovrebbe essere esplicitamente dichiarata e motivata.

Chiediamo dunque che:

– venga pubblicato un piano dettagliato di ripiantumazione dell’alberata di Viale di Castel Porziano;

– sia garantito il reimpianto nello stesso viale degli alberi abbattuti;

– sia rispettata la coerenza con l’impianto storico e paesaggistico dell’alberata;

– sia attivato un percorso di informazione e confronto con cittadini e associazioni del territorio;

– siano resi pubblici gli atti e le verifiche tecniche che hanno portato agli abbattimenti già effettuati.

Il ripristino dell’alberata storica di Via di Castel Porziano rappresenta un intervento strategico per la tutela del paesaggio e della qualità ambientale del litorale romano. È necessario evitare che gli errori e le criticità del passato si ripetano. Ricordiamo che il pino domestico (Pinus pinea) non è considerato a Roma un semplice albero ornamentale. È riconosciuto da urbanisti, storici del paesaggio e dalle normative di tutela come elemento identitario del paesaggio romano, presente da secoli lungo strade storiche, pinete e viali monumentali. Se è vero che la cocciniglia rappresenta un problema serio (che è stato mal gestito nel Municipio X),  non esiste una ragione scientifica assoluta per non piantare più pini. Il tema sanitario non può diventare il pretesto per una sostituzione silenziosa dell’alberata storica. Interventi di questa natura richiedono il coinvolgimento e la supervisione degli enti preposti alla tutela paesaggistica, a partire dal Ministero della Cultura, e non possono essere ridotti a scelte esclusivamente amministrative o contingenti o di propaganda elettorale.

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SPIAGGIA DI CASTELPORZIANO IL COMUNE FORZA IL 45-BIS

Nero Oro Gala Invito_20260401_104102_0000Roma Capitale, semplice concessionario di un’area nella disponibilità del Presidente della Repubblica, chiede ai gestori uscenti di proseguire i servizi per il 2026. Ma il quadro normativo è quello del Codice della Navigazione.

 

A Castelporziano non c’è pace per chi chiede il rispetto delle regole.
Ricordiamo, per l’ennesima volta, che Roma Capitale non è l’autorità concedente. È un concessionario di area demaniale marittima in un ambito nella disponibilità del Presidente della Repubblica. Quindi le regole non le decide il Comune, ma il Codice della Navigazione e con esso il sistema delle concessioni e degli affidamenti che ne deriva.

Ne era consapevole lo stesso Assessore al Patrimonio del Comune di Roma, Tobia Zevi, che in un’intervista del 25 ottobre del 2025 confermava che Castelporziano è un ambito in cui la Presidenza della Repubblica, attraverso la Capitaneria di Porto, concede a Roma Capitale, che a sua volta gestisce i servizi. In altre parole, il Comune non è l’autorità, ma un concessionario. Non solo. Zevi aveva anche indicato la traiettoria amministrativa: l’obiettivo dichiarato era quello di arrivare al 2029, data di rinnovo della concessione della Presidenza della Repubblica, attraverso un percorso che includesse anche ipotesi di project financing per la riqualificazione dell’area, ovviamente obiettivo fallito perché giuridicamente non perseguibile come avevamo denunciato. E aveva ammesso anche che, in assenza di soluzioni condivise con Capitaneria, Presidenza e Demanio, la strada sarebbe stata quella del rinnovo delle concessioni esistenti. Esattamente ciò che accade oggi.

A un mese dall’avvio della stagione balneare, Roma Capitale chiede ai vecchi gestori (con D.D. n. QC/23741 del 31.3. 2026 a firma del Direttore Carlo Mazzei), affidatari dei servizi, di manifestare la disponibilità a proseguire anche per il 2026, motivando la scelta con un generico “interesse pubblico” e con l’esigenza di garantire la continuità del servizio.

Non è emergenza. E’ una cattiva gestione programmata e annunciata.

Il punto critico sta nel richiamo all’art. 45-bis del Codice della Navigazione: non siamo davanti a un semplice affidamento tecnico, ma al tentativo di utilizzare uno strumento che, per sua natura, richiede coerenza con il quadro concessorio e con i principi di evidenza pubblica. Se il modello è quello dell’affidamento annuale, non può diventare una proroga di fatto costruita su una clausola interna di capitolato. E soprattutto non può esserlo selettivamente: ciò che viene negato a tutti gli altri operatori del litorale, non può essere riconosciuto a Castelporziano in nome dell’urgenza su un evento stagionale.

C’è poi un elemento che rende il quadro ancora più fragile.
Nei giorni scorsi, agli operatori sarebbe stata richiesta informalmente una disponibilità a proseguire il servizio, senza che tale richiesta fosse accompagnata da un atto formale dell’amministrazione. Solo successivamente il Comune ha messo nero su bianco una richiesta ufficiale. Un’inversione che non è solo procedurale perché in materia demaniale e concessoria, prima viene l’atto pubblico, poi (eventualmente) la disponibilità degli operatori. Non il contrario.
Questo rafforza la sensazione di una gestione costruita a posteriori, in cui la formalizzazione arriva dopo, per legittimare decisioni già orientate nei fatti.

Non solo.
Questa dinamica produce un effetto istituzionale preciso: sposta la pressione sulla Capitaneria di Porto, chiamata a confrontarsi con una situazione resa emergenziale a ridosso della stagione. È uno schema già visto: si arriva all’ultimo miglio e si costringono gli altri livelli istituzionali a scegliere tra il rispetto rigoroso delle regole e la gestione dell’ordine pubblico.

Nel frattempo resta aperto il nodo più fragile di tutta la vicenda: il chiosco C3.
Un caso che ha già mostrato tutte le criticità del sistema, con un affidamento ad Happy Surf One di Stefano Albertini contestato e ancora sub iudice, rinviata nel merito al Consiglio di Stato. Il fatto che oggi quel lotto scompaia dal quadro complessivo non è un dettaglio: è il segnale di una gestione che non ha mai trovato un equilibrio stabile.

E qui emerge la contraddizione politica più evidente. Il sindaco Roberto Gualtieri, pochi giorni fa a Cineland, ha rivendicato con forza il ripristino della legalità sulle spiagge, dando il benvenuto ai nuovi concessionari e segnando una linea di discontinuità con il passato. Peccato che di discontinuità a Castelporziano non se ne vada affatto sotto il profilo della legalità da parte dell’Amministrazione.

Roma Capitale resta un concessionario. E proprio in questo ruolo, costi quel che costi – anche sotto la pressione delle verifiche e delle indagini in corso da parte della Magistratura – l’amministrazione mostra di adattare le regole alle proprie esigenze. Il Sindaco Gualtieri ha costruito la propria narrazione sulla legalità, ma a Castelporziano, più che applicare le regole, sembra piegarle. E quando le regole vengono adattate alle esigenze di chi le applica, la legalità smette di essere un principio e diventa un mero strumento politico.

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LA TEOLOGIA POLITICA DI GUALTIERI PONTEFICE

Nero Oro Gala Invito_20260331_175341_0000La comunicazione di Gualtieri nel 2025/2026 (il periodo del Giubileo e dei cantieri PNRR) si è cristallizzata nel formato dell'”unboxing della città”. Usa video brevi, caschetto, spiegazioni tecniche quasi didattiche. Uno stile definito da alcuni osservatori come un mix tra Alberto Angela e un ingegnere dell’Anas.
È la vittoria del dato sulla narrazione sociale, ma soffre di un deficit storico dell’intera industria del marketing e della comunicazione in Italia, quello che i sociologi chiamano “ritardo strutturale di adattamento”. L’Italia importa modelli americani (come il managerialismo urbano di Bloomberg o il political marketing spinto) quando negli USA quegli stessi modelli sono già in crisi profonda.

L’incontro di ieri a Cineland di Gualtieri consente di fare alcune riflessioni sulla salute democratica di questa città e su quali modelli poggia la comunicazione del Sindaco alla ricerca del secondo mandato.

 

IL MODELLO BLOOMBERG/GUALTIERI VS MAMDANI
La politica in Italia è tendenzialmente percepita come “sporca” o inefficiente. Di conseguenza, il modello Bloomberg (il miliardario/manager che mette in ordine i conti) arriva da noi come una soluzione miracolosa. Ma qui sta il paradosso. Gualtieri importa il modello Bloomberg proprio quando negli USA si è capito che quello stesso modello ha svuotato le periferie, favorito la gentrification selvaggia e aumentato le disuguaglianze (motivo per cui oggi negli USA si studiano modelli più vicini a Mamdani o alla giustizia sociale).

Questo accade quando le agenzie di comunicazione e i consulenti politici (profumatamente pagate con soldi dei contribuenti romani) si formano spesso su testi e case-studies americani di 10-15 anni fa. Adottano il micro-targeting e la segmentazione algoritmica come se fossero novità, mentre negli Stati Uniti si sta tornando alla “comunità reale” perché si sono accorti che i dati non spiegano la pancia del paese. Per cui a Roma come a Milano assistiamo all’importazione dello strumento (es. video brevi, caschetto nei cantieri, numeri snocciolati come rosari) senza avere l’infrastruttura culturale per gestirlo. Gualtieri infatti usa i social per “informare” (modello top-down tipico del marketing anni ’90), mentre la comunicazione moderna dovrebbe essere “partecipativa”. Il risultato è che il cittadino si sente un utente che subisce un servizio, non un protagonista del cambiamento.

Mentre un Mamdani direbbe che i cantieri a Roma sono una ferita nel tessuto sociale che richiede ascolto e mediazione, il modello Bloomberg/Gualtieri risponde: “I dati dicono che tra 18 mesi il traffico diminuirà del 12%”. Questa asimmetria tra la realtà quotidiana patita dai cittadini e la freddezza del dato tecnico è il motivo per cui questi modelli, pur essendo efficienti sulla carta nel breve periodo, spesso falliscono nel creare un vero legame con i cittadini.

 

IL NERVO SCOPERTO DI GUALTIERI IERI A CINELAND
Ieri si è assistito ad un evento che creava distopia nei presenti. Gualtieri ha compiuto il passaggio ulteriore nella sua comunicazione, passando dalla figura del tecnico-amministratore a quella del “Pontefice” di fronte ad una sala gremita a Cineland. Cosa rappresentasse Cineland lo avevamo scritto pochi giorni fa (LINK). Non più o solo metafora, ma una vera e propria liturgia politica.

L’autorappresentazione che è emersa seguiva quasi un percorso religioso, che potremmo suddividere in tre “stazioni” narrative:

1. Il Sindaco come “Pontefice” (Il Costruttore di Ponti)
Più volte ha fatto riferimento alla figura del Pontefice attraverso l’etimologia Sacra. Ha giocato sul termine latino pontifex (costruttore di ponti) per definire la sua squadra e se stesso. L’Assessore ai Lavori Pubblici Ornella Segnalini “la nostra pontefice”, per la capacità di “cucire e collegare” una città frammentata. Una pretesa di centralità quasi sacrale nella storia della città.

Non solo. Ha fatto riferimento al miracolo delle opere, rivendicando di aver fatto “persino più ponti degli anni della fine dell’Ottocento, quando Roma era Capitale” (un’iperbole retorica a bassa precisione, costruita forse per impressionare ma di certo non per essere verificata. Insomma, una ‘sparata’). Questa non è solo una statistica, è l’affermazione di un primato storico che sconfina nel mitologico. Infine, si è buttato sulla resurrezione delle “opere incompiute” descrivendo quelle ferme come “abbandonate” o “dimenticate”, paragonandone alcune (come le “vele di Calatrava”) a dei fallimenti monumentali che solo la sua amministrazione ha il potere di “compiere una a una”. Su questo punto lasciamo al lettore il recupero delle migliaia di analisi sparse anche su internet.

 

2. Il Tono Messianico: La Promessa del “Paradiso Terrestre”
La descrizione del futuro di Ostia e del litorale è stata presentata non come un piano urbanistico, ma come una trasfigurazione, una visione profetica.
Ha utilizzato più volte la metafora della “macchina del tempo” per proiettarsi in un futuro dove i cittadini guarderanno al presente con orrore, come si “guardano oggi le vecchie foto di Piazza del Popolo piena di auto. Tra 50 anni verremo ricordati per aver riportato la normalità”, una vera e propria proiezione escatologica: il presente è sofferenza (cantieri, rifiuti, buio), ma il futuro promesso è la salvezza.
E poi ha aggiunto la purezza degli elementi, parlando dell’acqua di Roma come “tra le più pulite del Tirreno” e descrivendo il futuro lungomare di Roma Capitale come una cosa “pazzesca, stupenda”, degna di più bravi progettisti e paesaggisti del mondo.
Il tutto condito con l’espulsione dei peccatori: nel passaggio sul problema dei parcheggi del progetto Parco del Mare, Gualtieri ha operato una netta distinzione tra “civiltà” (il suo modello) e “inciviltà” (il passato o chi lo critica). Chi vuole l’auto davanti allo stabilimento è invitato a “votare per un altro sindaco”, definendo così una sorta di “popolo eletto” che cammina nel “passeggio” e nello “struscio”.

 

3. La “confessione” e l’auto assoluzione
Davanti a qualche centinaio di persone, il Sindaco ha usato l’ironia per disinnescare l’unico momento di conflitto, quasi fosse un confessore che scherza con i peccatori arrivando ad utilizzare in modo disinvolto la tecnica dell’auto-denuncia. Quando un cittadino, per altro un tecnico, lo ha incalzato sui parcheggi diminuiti nel progetto Parco del Mare, lui ha risposto: “Io mi autoaccuso, lo denuncio. Mi auto-denuncio. Quello che dice è vero solo se si contano anche i parcheggi illegali” e poi aggiunge la soluzione “magica”: una navetta, un nuovo parcheggio “più dietro” risolveranno il problema “in un modo civile”. Peccato che nel progetto non ci sia tutto questo se non in futuro indefinito e immaginifico.

 

4. La Disintermediazione Liturgica
Invece di passare per i consigli comunali o le conferenze stampa tradizionali, usa la “finta intervista” davanti a centinaia di cittadini per creare un’esperienza collettiva mediata. I primi 18 minuti sono stati spesi per parlare dell’App diventata reliquia, strumento miracoloso per il contatto diretto, un modo per arrivare subito al leader saltando ogni filtro, mentre di fronte a lui c’era un pubblico in carne e ossa ridotto a spettatore.

E poi l’invito ad epurarsi dal passato: il male non è mai nell’oggi, ma nel “modello fallimentare” dei predecessori o nella “separatezza” del passato.
Insomma, la forma Papale usata come tecnica (forse per gestire l’ansia di una contestazione all’interno di una città complessa come Roma), perché un leader non può essere solo un ragioniere dei fondi PNRR, deve essere colui che infonde speranza davanti ad un pubblico spettatore.

Presentarsi come il “Pontefice” che ricuce le ferite della città (le “incompiute”) gli permette di passare dalla narrazione social del Sindaco, che misura il tappetino, che coprirà la buca in strada, alla “qualità architettonica degna di Roma”, creando un senso di destino per la Capitale. Lo slogan? “Roma deve avere il meglio” che neutralizza una eventuale opposizione: se lui rappresenta la “normalità” e la “civiltà”, chiunque lo contesti si pone automaticamente fuori dalla comunità civile.

Una rottura con la tradizione della politica romana “classica”, una mutazione genetica della comunicazione istituzionale che mescola il tecnocrate globale con il predicatore carismatico, dallo “statista” al “Project Manager di Dio”.

Gualtieri parla come un CEO di una multi nazionale che deve vendere un prodotto ad una platea di investitori che però sono cittadini, che propina una sedicente invulnerabilità tecnica.
Non ha mai detto “proveremo a fare”, ma ha elencato numeri, dai “1.500 cantieri” al “mezzo miliardo”, come se fossero dogmi indiscutibili.
La delega formale ai tecnici – quando chiede l’applauso per chi lavora “nel silenzio” – spostando l’autorità dai partiti (tradizione romana) alla struttura tecnica “di scopo”, è sintomatico di una peculiarità di questo Sindaco, che non parla mai da “primus inter pares”, ma da primo della classe al comando di esecutori tecnici. E infatti ha annunciato l’ennesimo ufficio di scopo.

E non poteva mancare in questo schema il “reframing” morale, la nuova “inquisizione del decoro”. Se prima il dissenso sui servizi (come i parcheggi) veniva gestito con la promessa di un compromesso, Gualtieri trasforma il problema logistico in una questione di fede civile.

Ma a lui ieri non è bastato. Ha dovuto aggiungere la scomunica politica: chi chiede il rispetto degli standard a parcheggio è un sostenitore dell’inciviltà.

Non cercava voti ieri a Cineland, stava selezionando un “popolo di puri” che meritava il nuovo lungomare. Se sei puro scegli lui.
Non era un Sindaco che ascoltava la città, ma un Sindaco che evangelizzava la città sulla sua inevitabile trasformazione.

Non basteranno i numeri del 2026 a cancellare quella frase pronunciata da Gualtieri nel 2025 (chissà se studiata a tavolino): “le periferie di Roma fanno schifo”, in cui chi ci vive non ha letto un’analisi tecnica ma ha sentito un giudizio sulla propria vita.

Quando un sindaco-manager smette di vedere la complessità sociale (alla Mamdani) e vede solo “degrado da riparare”; quando sbaglia addirittura più volte il nome dei quartieri e degli edifici pubblici; quando decide quale terreno di battaglia fisico concedere al nemico per controllarlo (come nel caso dell’ex colonia Vittorio Emanuele); quando perde il contatto con l’anima della città per privilegiare il disinnesco virtuale della polarizzazione tra ‘decoro’ e ‘degrado’, inseguendo la narrazione becera alla ‘Welcome to Favelas’… ha già perso, a prescindere che sia riconfermato, magari per assenza di partecipanti.

 

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OSTIA, IRREGOLARITÀ NEI LAVORI DELLA NUOVA PISTA CICLABILE DAVANTI AL LIDO DEL FINANZIERE

Nero Oro Gala Invito_20260331_112156_0000Comparso un varco non previsto nel progetto esecutivo e senza atti autorizzativi noti.
Sparisce un attraversamento pedonale e cambia la circolazione su un tratto strategico del lungomare.

 

La nuova pista ciclabile di Ostia Levante, già al centro di polemiche e contestazioni, si arricchisce di un ulteriore elemento che solleva interrogativi sulla regolarità dei lavori. Al centro della vicenda c’è la comparsa improvvisa di un varco per l’inversione di marcia davanti allo stabilimento Lido del Finanziere, un elemento che non risulta previsto nel progetto esecutivo approvato dagli uffici capitolini e pervenuto a LabUr poche settimane fa. Le planimetrie progettuali e le fotografie attuali della zona mostrano chiaramente la discrepanza.

Il varco “fantasma” davanti allo stabilimento

Nel punto esatto dell’ingresso del Lido del Finanziere è avvenuta una modifica significativa: l’attraversamento pedonale è stato eliminato, senza essere collocato altrove, e al suo posto è comparso un varco per l’inversione di marcia che di fatto favorisce i frequentatori dello stabilimento rispetto agli altri utenti del lungomare.
La questione più critica riguarda l’assenza di qualsiasi tracciabilità amministrativa di questa modifica. Nei documenti disponibili non compare alcuna revisione progettuale, e il Gruppo X Mare della Polizia Locale di Roma Capitale non ha ancora emesso la determinazione dirigenziale necessaria per la nuova disciplina definitiva del traffico. In altre parole, non è chiaro chi abbia autorizzato l’intervento né con quale procedura.

Un progetto già pieno di criticità

La pista ciclabile era già stata oggetto di analisi e critiche in precedenti approfondimenti (LINK). Tuttavia, l’esame dei documenti progettuali continua a far emergere nuovi dubbi sulla sua regolarità. Un primo elemento riguarda i pareri mancanti di ATAC, Gruppo X Mare della Polizia Locale e Direzione Tecnica del Municipio X.
Questi soggetti, pur essendo direttamente coinvolti nella gestione della viabilità e del trasporto pubblico, non hanno espresso un parere formale sul progetto, consentendone comunque l’approvazione e rimanendo allo stesso tempo tra i principali responsabili della gestione dell’infrastruttura.

Oltre 500 posti auto cancellati

Tra gli effetti più evidenti dell’opera c’è la drastica riduzione dei parcheggi del lungomare Amerigo Vespucci. Il numero totale dei posti auto è passato da 2239 a 1721, con una perdita superiore a 500 posti. L’inserimento della pista ciclabile ha inoltre prodotto modifiche pesanti sulla viabilità:
Eliminazione completa dei parcheggi lato mare
Creazione di un parcheggio continuo al centro della carreggiata, più intensivo rispetto alla configurazione precedente
Deformazione della corsia di marcia in corrispondenza delle banchine ATAC
Questo nuovo assetto ha ridotto drasticamente le possibilità di inversione di marcia lungo il tratto stradale. Proprio per questo risulta ancora più singolare la comparsa di un ulteriore varco proprio davanti al Lido del Finanziere.
Costi dell’opera e fondi europei

Il quadro economico indica che che l’importo complessivo del progetto esecutivo è di € 1.192.381,53, di cui € 903.754,27 per i lavori (IVA esclusa), in gran parte sostenuto dai finanziamenti dei fondi europei destinati alle ciclovie messi a disposizione dal Ministero delle Infrastrutture. Proprio per questo motivo, nel caso emergano irregolarità nella realizzazione o nella gestione dei lavori, la questione potrebbe essere segnalata all’OLAF, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode.

Errori progettuali e criticità operative

Secondo le analisi effettuate, il progetto presenta diverse lacune:
assenza di aree dedicate al carico e scarico merci per le attività commerciali presenti sul lungomare
posti per disabili collocati senza criteri funzionali e palesemente insufficienti
mancanza di una valutazione sulla sovrapposizione tra traffico balneare estivo, trasporto pubblico e mezzi di soccorso (motivo dell’esposto inviato da LabUr)
Queste criticità sollevano dubbi sulla reale sostenibilità dell’intervento su questo tratto di lungomare caratterizzato da forti picchi di traffico stagionale.

Chi ha autorizzato la modifica?

La domanda centrale rimane ancora senza risposta: chi ha autorizzato il nuovo varco davanti al Lido del Finanziere e per quale motivo è stato modificato il progetto esecutivo?
Il progetto originale era stato approvato con Determinazione n. 965 del 9 dicembre 2025 dell’Amministratore Unico di ASTRAL (Azienda Strade Lazio), che ricopre anche il ruolo di stazione appaltante e responsabile del collaudo dell’opera. Tale è rimasto così come a LabUr pervenuto poche settimane fa.

Il nodo dei tempi PNRR

Un ulteriore dubbio riguarda la tempistica dei lavori. Il Comune di Roma – Dipartimento Mobilità Sostenibile e Trasporti (Ufficio Ciclabilità) ha comunicato che l’intervento di sistemazione del lungomare risulta ancora in fase di esecuzione.
Questo apre un interrogativo rilevante: se i lavori non sono ancora conclusi e sono state introdotte varianti come il nuovo varco, come è stato possibile rispettare le scadenze previste per l’erogazione dei fondi del PNRR?

Esposto alle autorità

Di fronte a queste anomalie, LabUr invierà un nuovo esposto sia all’OLAF sia alla Guardia di Finanza, ritenendo necessario fare piena luce sulla gestione dei lavori e sull’utilizzo dei fondi pubblici.
Un passaggio che lascia intendere una convinzione precisa: le autorità competenti potrebbero essere già a conoscenza della vicenda.

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RISERVA NATURALE STATALE DEL LITORALE ROMANO: 30 ANNI DOPO, TUTELA SENZA GOVERNO

Nero Oro Gala Invito_20260330_121248_0000 Tra celebrazioni, memoria e tavoli tecnici, emerge una verità scomoda: la Riserva esiste, ma non governa il territorio. E dove non c’è governo, la tutela diventa negoziabile.

Ieri, domenica 29 marzo, al Centro visite dell’Oasi LIPU di Ostia, si è celebrato il trentennale della Riserva Naturale Statale del Litorale Romano.
Un pomeriggio denso di memoria, richiami alla bellezza e testimonianze storiche. Meno, molto meno, di futuro.

Ascoltando gli interventi più significativi, al netto della retorica celebrativa, emerge un quadro netto: la Riserva non è in crisi per mancanza di valori, ma per assenza di governo.

Lo ha detto senza giri di parole il Presidente della Commissione Romeo De Angelis: la Riserva non è un parco, non ha un ente unico ed è divisa tra più soggetti che ne condividono la gestione.

Una struttura “antica”, complessa, costruita nel tempo, che non ha un centro decisionale forte. La Commissione valuta, i Comuni gestiscono, il Ministero indirizza. Nel mezzo, una macchina che, come ammesso, è stata costruita “in corsa”, senza protocolli chiari e con equilibri instabili.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti da anni: nessun governo, ma mediazione continua.

Il passaggio più rivelatore arriva quasi in sordina: “non c’è proprio una recezione della Commissione”.
Non è un problema di comunicazione, ma di forza. Se le regole devono essere spiegate ogni volta, se ogni intervento diventa trattativa, allora la tutela diventa un terreno mobile. E in un contesto come il litorale romano questo significa una sola cosa: prevale chi ha più capacità di pressione.

Il resto dell’incontro si è mosso su un piano diverso. Racconti importanti, anche emotivamente forti, come la memoria delle battaglie storiche, il richiamo alla bellezza della natura protetta, il lavoro delle associazioni. Ma anche interventi autoreferenziali, narrazioni scollegate dalla realtà operativa e una evidente distanza tra chi racconta e ciò che accade sul territorio della Riserva.

Il tema della vigilanza, ad esempio, semplicemente non c’era. E non è un dettaglio.

Le associazioni continuano a fare un lavoro prezioso sul piano culturale: educazione ambientale, comportamenti corretti, fruizione consapevole. Ma il problema della Riserva non è (solo) chi calpesta una duna.
È il demanio fuori controllo, le concessioni stratificate, le trasformazioni non governate, i presidi a Capocotta trasformati in stabilimenti balneari senza nemmeno un allaccio in fogna.

Spostare il focus ogni volta solo sui comportamenti individuali rischia di produrre un effetto noto: si presidia il dettaglio, mentre il sistema resta fuori controllo.

In questo quadro, pochi interventi hanno provato a riportare la discussione su un piano reale. Alessandro Polinori, Presidente LIPU, ha sottolineato la necessità di rafforzare gli strumenti di tutela (IBA, ZPS) e di affrontare i grandi impatti come il porto crocieristico di Fiumicino o la quarta pista. Così come è stata evidenziata la necessità di istituire i guardiaparchi.

L’intervento dell’Assessore al Verde del Comune di Roma, Sabrina Alfonsi, è stato, forse, il più sincero per la sua crudezza: senza un piano di gestione “si vaga nel buio”, confermando che oggi quel buio esiste. La proposta? Non all’altezza della diagnosi: istituire un tavolo tra enti, stakeholder e cittadini (ma per mera formalità). Peccato che un tavolo non è governance, al massimo è un tentativo di costruirla. Subito dopo, però, arriva il passaggio politico vero: il processo non si ferma. Tradotto: anche senza assetto chiaro, anche senza piano consolidato, le trasformazioni vanno avanti comunque.
È esattamente il modello che ha prodotto anche il progetto del “Parco del Mare”: prima si interviene, poi si prova a mettere ordine. Forse.

Il trentennale della Riserva del Litorale Romano consegna una fotografia nitida. Non manca la memoria, la cultura, l’impegno civico. Manca il governo del territorio. Per questo la Riserva è diventata, nei fatti, un vincolo negoziabile.

Ci sarebbe dunque da domandarsi se il modello di ambientalismo sia ancora adeguato alla scala del conflitto attuale.
Ieri è stata, purtroppo, un’occasione sprecata per ragionare sulle cause dei frequenti incendi, dell’abbandono delle pinete in pasto alla cocciniglia tartaruga, della gestione sempre più autoritaria del Dipartimento Ambiente del Comune di Roma, che nei fatti consente agli interessi dominanti sul territorio di operare senza un reale contrappeso pubblico.
A breve arriverà anche la deperimetrazione della Riserva.
E anche lì si schiererà l’esercito del giorno dopo. A giochi fatti e senza alcuna assunzione di responsabilità.
Un vero peccato.

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OSTIA, “WATERFRONT”: 20 ANNI DI PALCO A CINELAND

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Dal 2005 a oggi, il litorale di Ostia è stato al centro di una sequenza continua di progetti mai compiuti. Il Waterfront di Veltroni prima, il Secondo Polo Turistico di Alemanno poi, fino al Parco del Mare di Gualtieri. Cambia il linguaggio, ma non il metodo: trasformazioni progettate senza risolvere i nodi strutturali: demanio, concessioni, accessibilità, economia. Il commissariamento del 2015 ha interrotto la capacità amministrativa, aggravando una crisi già in atto. Domani si torna a Cineland in campagna elettorale, mentre il litorale resta in disarmo.

 

Nel luglio 2005, al Cineland di Ostia, la giunta di Walter Veltroni presenta “Lido di Roma al 2015”. È l’inizio di tutto. Non un piano, ma una promessa: portare Roma verso il mare. Il progetto waterfront di Roma 2015 nasce così, in piena campagna elettorale veltroniana alla ricerca del secondo mandato, come racconto di una città che si modernizza. A gennaio 2008, un mese prima dell’approvazione del PRG ormai svuotato di ogni certezza e le dimissioni di Veltroni, arrivano gli studi: viabilità, traffico, sicurezza idraulica. Numeri, simulazioni, scenari. Si ipotizzano strade, si spostano parcheggi, si ridisegna il lungomare. Ma i nodi veri restano fuori. Il demanio, le concessioni, l’accessibilità su ferro. Si costruisce un ‘progetto’ senza costruire le condizioni e anzi favorendo purtroppo una maggiore permeabilità alle infiltrazioni criminali in ogni settore.

Nel 2011, con Gianni Alemanno, il waterfront cambia nome. Diventa “Secondo Polo Turistico”. Ancora Cineland, luogo finito nelle carte dell’inchieste sull’omicidio di Paolo Frau (LINK) . Ancora una presentazione pubblica, ma questa volta il linguaggio è diverso. Non più visione, ma sviluppo economico: raddoppio del porto, turismo, commercio, volumetrie e qualche idea ‘cafonal’. Il problema però resta lo stesso. Si parla di trasformazione senza risolvere ciò che impedisce di trasformare,ma soprattutto si continua a dimenticare che Ostia è un quartiere di Roma.

Poi arriva il conto brutale della realtà. Nel 2014 esplode Mafia Capitale. Nel 2015 il Municipio X viene sciolto. Il territorio si ferma. Gli uffici si svuotano. Le decisioni relegate in un limbo. Il costo non è solo politico. È urbano.

Ventuno anni dopo, Ostia è disarmata, con un Porto Turistico fantasma di se stesso, il demanio con tutti i suoi problemi irrisolti, un arenile eroso che accoglie macerie, un’accessibilità sempre più debole ed un’economia fragilissima.
Il litorale non è stato trasformato, ma lasciato in un degrado programmato, cioè in disinvestimento strategico, fenomeno noto come Rent Gap.

Domani sarà la volta di Roberto Gualtieri, dopo aver mandato in avanscoperta il 9 febbraio l’Assessore Veloccia a presentare il progetto del Parco del Mare, in una cornice tecnica spacciata per processo partecipativo all’Università Roma Tre. Di nuovo Cineland, su prenotazione con tanto di App, nella cornice del lancio della Lista Civica per Gualtieri in cerca della conferma per il secondo mandato.

È lo stesso schema dell’ultimo ventennio. Si interviene sulla forma (mobilità, spazi, paesaggio), ma non si interviene sulla struttura (demanio, concessioni, accessibilità, economia). Si ridisegna per l’ennesima volta il lungomare, ma non si sciolgono i nodi del litorale. E non basterà il taglio gordiano dei poteri commissariali usati ormai come una clave.

Ostia non manca di progetti. Manca di decisioni degne di questo nome. Da ventuno anni si annuncia la trasformazione. Da ventuno anni si evitano i problemi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Un territorio sospeso, dove ogni progetto riparte da capo e nessuno arriva mai in fondo.

Cineland, in tutto questo, è solo un dettaglio, ma significativo. Lì si è costruita la promessa di Veltroni. Lì si è rilanciata con Alemanno. Lì si torna domani a chiedere consenso di scelte calate dall’alto in una cornice politica di campagna elettorale. Nel frattempo, il litorale continua a morire un po’ di più, basta guardare cosa è accaduto alle pinete. In 25 anni, dall’incendio del 2000 alla devastazione della cocciniglia tartaruga iniziata nel 2020 e ancora in corso, le pinete costiere sono andate distrutte, mutilando il 38% dei 16.000 ettari della Riserva Naturale Statale del Litorale Romano.
Perché il punto è che ciò che doveva essere risolto ventuno anni fa. Il problema non è che i progetti non si realizzano. È che non si costruiscono mai le condizioni perché possano esistere, in un quartiere (lo ricordiamo) di Roma Capitale.
Perché anche Cineland nel frattempo è diventato un deserto.

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