PALESTRA DELLA LEGALITÀ – DA DISTRIBUTORE A PALESTRA: DI CHI ERANO IL TERRENO E IL FABBRICATO? (2/3)

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260909_081727_0000Seconda puntata del dossier LabUr sulla Palestra della Legalità costruita all’interno del Porto Turistico di Roma. Dopo aver ricostruito nella prima puntata gli affitti pagati a una società privata sotto sequestro, i flussi di contributi pubblici e il crollo dei bilanci della controllata in house, entriamo nei fascicoli urbanistici ed edilizi: la metamorfosi del fabbricato D da pertinenza di una pompa di benzina a “palestra privata”, l’azzeramento degli oneri concessori, la finzione del rischio idraulico, la giostra delle metrature catastali e un cortocircuito patrimoniale che gli stessi atti di Roma Capitale non riescono a sanare: di chi erano realmente il terreno e l’immobile mentre un ente pubblico versava oltre 100 mila euro l’anno di canoni di locazione? Esposto alla Corte dei Conti.

 

Prima della Palestra della Legalità c’era un impianto di rifornimento carburanti. Il fabbricato D di via dell’Idroscalo 103 nasce all’interno dell’Accordo di Programma del Porto Turistico di Roma del 2000 (ratificato con delibera di Consiglio Comunale n. 134/2000) ed è stato realizzato in forza del Permesso di Costruire n. 862 del 4 agosto 2006 come pertinenza della stazione di servizio TAMOIL. Non nasceva come impianto sportivo e non aveva alcuna funzione sociale o ricreativa.

Nel 2017 l’amministrazione giudiziaria di Immobilgest 2010 S.r.l. chiede di mutarne la destinazione d’uso. Nel 2018 Roma Capitale approva la variante e autorizza i lavori interni. Nel febbraio 2019 la struttura apre al pubblico.

Il percorso amministrativo formale esiste, ma l’esame analitico della Determinazione Dirigenziale di Roma Capitale (Dipartimento PAU rep. QI/1305/2018 del 31 agosto 2018) e della relazione tecnica asseverata del progettista dell’IPAB Asilo Savoia (prot. QI132046 del 2 agosto 2018) spalanca una sequenza di forzature tecniche e vuoti documentali che investono direttamente la sicurezza e le casse pubbliche.

La scorciatoia urbanistica: cambio d’uso e zero oneri concessori

L’area ricade nella zona M, sottozona M2, destinata a “Servizi generali e locali di proprietà privata” con vincolo specifico a distributore carburanti. Per trasformarla, il Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica (PAU) ricorre alla procedura semplificata dell’art. 1-bis della Legge Regionale Lazio n. 36/1987 per le modifiche non sostanziali agli strumenti urbanistici attuativi.

La Determinazione QI/1305/2018 approva la variante sostituendo la destinazione a stazione di servizio con quella di “palestra privata c.d. della legalità”. L’operazione viene fatta passare come mero mutamento interno alla medesima categoria funzionale “produttiva e direzionale” prevista dall’art. 23-ter del D.P.R. 380/2001.

Asseverando che l’intervento non aumentava la superficie utile lorda (SUL), non modificava volume, sagoma e prospetti e non comportava opere strutturali, il Comune ha stabilito che non era dovuto un solo euro di contributo di costruzione (artt. 16 e 19 D.P.R. 380/2001), esentando l’intervento da oneri di urbanizzazione primaria, secondaria, costo di costruzione e contributo straordinario.

Una classificazione di comodo: una palestra ad alto afflusso viene equiparata a un gabbiotto commerciale di carburanti, consentendo alla proprietà del bene — all’epoca la società privata sotto sequestro Immobilgest 2010 S.r.l. — di veder riqualificato e trasformato il proprio cespite a costo zero in termini di oneri comunali.

La finzione del carico antropico in piena area di rischio alluvionale R4

Il punto più allarmante sul piano della pubblica sicurezza riguarda la compatibilità idraulica.
Il fabbricato sorge alla foce del Tevere ed è compreso, per tabulas, in Fascia A fluviale, corridoio primario di pianificazione e zona a rischio idraulico molto elevato R4 del Piano di Bacino. In un’area R4 le norme di salvaguardia impongono cautele massime e il vincolo stringente del nulla osta dell’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Tevere per qualsiasi mutamento funzionale che incrementi l’esposizione umana al pericolo di alluvione.

Come ha superato questo scoglio Roma Capitale?

L’istruttoria della Determinazione QI/1305/2018 stabilisce che il nulla osta idraulico non è necessario sulla base di un presupposto messo nero su bianco: l’asserita assenza di incremento del carico antropico.
Si tratta di una contraddizione insostenibile. Come può un impianto sportivo presentare lo stesso carico antropico di un distributore di benzina con annesso chiosco merci?

  • Nella stazione di rifornimento la presenza umana è puntiforme, rapida ed episodica;
  • Nella Palestra della Legalità, la Regione Lazio e Asilo Savoia hanno rivendicato pubblicamente numeri imponenti: 1.500 abbonati nel 2020 con 31 corsi attivi su 78 ore settimanali e 53.298 ingressi annui, saliti nel consuntivo 2023 a 1.060 iscritti su 99 ore di attività settimanale!

Decine di cittadini si allenano, si cambiano e sostano contemporaneamente all’interno di un compendio a rischio inondazione R4. Dichiarare amministrativamente che non vi fosse aumento di carico antropico è stato l’artificio tecnico per bypassare le prescrizioni di sicurezza idraulica e i vincoli di bacino. Quale piano di evacuazione spondale è stato predisposto? Quali sono i limiti di affollamento istantaneo autorizzati per garantire l’incolumità in caso di piena del Tevere? Negli atti non ve n’è traccia.

Il buco nero dei titoli: dov’è l’agibilità? Dove sono gli impianti e l’antincendio?

La Determinazione dirigenziale del 2018 approvava un progetto su carta, non dava il via libera incondizionato all’apertura. Il dispositivo subordinava l’avvio del cantiere al deposito presso il Municipio X di adempimenti di legge inderogabili: comunicazione di inizio lavori, nominativo del direttore dei lavori, impresa esecutrice e regolarità contributiva (DURC), oltre alla successiva comunicazione di fine lavori.

Dagli atti ufficiali finora esaminati da LabUr mancano tutti i documenti essenziali che attestano la conformità dell’opera finita:

  1. La Comunicazione di Inizio Lavori (CIL) con l’identità dell’impresa affidataria;
  2. La Comunicazione di Fine Lavori con i collaudi tecnici;
  3. La Segnalazione Certificata di Agibilità (SCA);
  4. La SCIA Antincendio / Certificato di Prevenzione Incendi (CPI), presidio inderogabile per locali sportivi aperti al pubblico;
  5. I certificati di conformità degli impianti (elettrico, idrico, climatizzazione e ricambio d’aria).

Il progetto asseverato dall’architetto di Asilo Savoia descriveva l’intervento come “manutenzione straordinaria leggera”: demolizione e ricostruzione di tramezzi non strutturali per ricavare spogliatoi, docce e percorsi interni, lasciando intatta la sagoma e le maglie dei pilastri. Tuttavia, gli elaborati grafici non contengono alcun computo metrico estimativo né tavole esecutive degli impianti.

L’apertura della palestra a febbraio 2019 poggiava su tutti i collaudi di sicurezza prescritti dalla legge o l’inaugurazione politica ha scavalcato la burocrazia ordinaria?

Il giallo delle superfici: quattro metrature per lo stesso stabile

L’opacità amministrativa si riflette direttamente sulla consistenza fisica del bene. Negli atti e nelle dichiarazioni delle istituzioni compaiono ben quattro dimensioni differenti per lo stesso edificio:

  • 1.060,84 mq nella Deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 33/2024 (l’atto formale di concessione ventennale);
  • circa 1.200 mq nei comunicati ufficiali della Regione Lazio (2020);
  • circa 1.800 mq nella relazione ufficiale di consegna dell’ANBSC (giugno 2023);
  • circa 2.000 mq nelle comunicazioni celebrative di Asilo Savoia (marzo 2024).

Una forbice che raddoppia le superfici. A ciò si somma l’anomalia catastale: l’istanza di cambio d’uso del 2018 riguarda esclusivamente il subalterno 18 della particella 2827, mentre il dispositivo conclusivo della determina dirigenziale approva i subalterni 15, 18 e 19, categoria D/8.

Quali porzioni sono state effettivamente riqualificate? Quali erano coperte dai canoni di locazione? E se la concessione comunale del 2024 riguarda solo 1.060 mq, a quale titolo e su quali spazi Asilo Savoia dichiara un centro da 2.000 metri quadrati?

Risorse per Roma S.p.A. dichiara nei suoi report di aver effettuato proprio su questo bene verifiche catastali, sopralluoghi tecnici e monitoraggi per conto del Comune. Cosa contengono le relazioni tecniche di Risorse per Roma? Sono state riscontrate difformità?

Di chi erano il terreno e il fabbricato? Il paradosso del doppio proprietario

La faglia più profonda dell’intera operazione tocca il regime patrimoniale del compendio.

Nella Determinazione PAU QI/1305/2018, il Comune di Roma qualifica espressamente il fabbricato D come immobile di «proprietà di Roma Capitale», ubicato su un’area parimenti capitolina. Il 15 settembre 2018 l’amministrazione ribadiva pubblicamente attraverso i propri canali istituzionali di essere «proprietaria sia del terreno su cui ricade l’immobile sia dell’immobile».

Eppure, nello stesso identico testo della determina urbanistica, il gruppo di lavoro ammetteva un quadro incompatibile: la particella 2827 — espropriata dal Comune al Demanio nel 1979 — era stata successivamente venduta a soggetti privati dell’Accordo di Programma del Porto, e il Dipartimento Patrimonio capitolino aveva avviato un contenzioso giudiziario per tentare di riacquisirla!

Nel frattempo, per quello stesso edificio, la società confiscata Immobilgest 2010 S.r.l. figurava formalmente come proprietaria e locatrice, incassando da Asilo Savoia due canoni per complessivi 102.040 euro l’anno. La titolarità pubblica del bene si perfezionerà solo cinque anni dopo, con il decreto ANBSC del 2 marzo 2023 di destinazione al patrimonio indisponibile capitolino e la successiva trascrizione.

Il corto circuito è insanabile:

  • Se Roma Capitale era già proprietaria del terreno e dell’immobile nel 2018, a quale titolo un ente pubblico regionale (Asilo Savoia) pagava oltre 100 mila euro di affitto a una S.r.l. privata sotto sequestro per occupare un bene già pubblico?
  • Se invece l’immobile apparteneva a Immobilgest 2010 Srl (tanto da richiederne la confisca e il formale decreto di trasferimento statale nel 2023), su quali basi il Dipartimento Urbanistica nel 2018 ha autorizzato varianti e titoli edilizi qualificando l’area come patrimonio capitolino?

I conti che non tornano: dal milione speso ai nuovi 950.000 euro

Questo vuoto patrimoniale e urbanistico rende ancora più opaca la gestione delle risorse.

Asilo Savoia ha dichiarato di aver investito circa 1 milione di euro per riqualificare la struttura e acquistare macchinari sportivi. Ma dai bilanci di Immobilgest 2010 Srl emerge che solo 210.000 euro di lavori sono stati formalmente compensati e scomputati dai canoni di locazione.

Per una trasformazione definita dagli atti comunali come “manutenzione straordinaria leggera” (senza opere murarie portanti, né scavi, né variazioni volumetriche), come si giustifica la spesa di 1 milione di euro? Chi ha redatto i computi metrici e validato la congruità dei prezzi prima di autorizzare la spesa di fondi pubblici? Quanta parte di quella cifra ha incrementato stabilmente il valore del manufatto e quanta è finita in attrezzature mobili?

La domanda diventa stringente alla luce dei nuovi finanziamenti piovuti sulla Palestra:

  • € 700.000 a valere sul Fondo statale “Sport e Periferie”;
  • € 250.000 erogati dalla Regione Lazio a fine 2024 con la L.R. 17/2024.

Un ulteriore pacchetto da 950.000 euro di risorse pubbliche destinato a un “polo attrezzato outdoor” e all’ampliamento dell’impianto.

Qual è il nuovo titolo edilizio? Su quali subalterni o aree esterne insistono le nuove opere? In un contesto sottoposto a vincolo paesaggistico della Riserva Statale del Litorale e a vincolo idraulico R4, sono stati acquisiti i nulla osta ambientali e dell’Autorità di Bacino o si replicherà la scorciatoia amministrativa del 2018?

Seguire gli atti, non la propaganda

Nella prima puntata abbiamo seguito i flussi finanziari. In questa seconda abbiamo seguito le pietre, le carte catastali e le norme di sicurezza violate o aggirateEntrambe le piste conducono allo stesso punto critico: l’assenza di trasparenza. Un immobile trasformato con una variante urbanistica priva di oneri e di pareri idraulici essenziali, inaugurato senza che siano reperibili i certificati di agibilità e prevenzione incendi, mentre un ente pubblico pagava affitti a una società privata su un bene che il Comune dichiarava simultaneamente proprio.

Nella terza e ultima puntata affronteremo la filiera delle responsabilità politiche e la filiera dei controlli omessi: dal modello di governance accentrato nelle mani del presidente di Asilo Savoia Massimiliano Monnanni, all’acquisizione societaria del Montespaccato per 830.000 euro, fino all’evanescenza del Comitato di valutazione semestrale e dei tavoli di vigilanza territoriale, perché la legalità non si misura sulla targa all’ingresso, ma sulla conformità di ogni singolo atto amministrativo.

Esposto alla Corte dei Conti

Per questo motivo presenteremo un esposto (che alleghiamo in calce) alla Procura regionale della Corte dei Conti per il Lazio, perché la criticità più rilevante riguarda l’eventuale impiego di risorse pubbliche — investimenti e canoni sostenuti da Asilo Savoia — su un immobile la cui titolarità patrimoniale non risulta chiaramente ricostruita. In conoscenza:

  • Dipartimento Valorizzazione del Patrimonio di Roma Capitale:
  • Dipartimento Programmazione Urbanistica:
  • Dipartimento Attuazione Urbanistica:
  • Municipio Roma X:
  • Ragioneria Generale di Roma Capitale:
  • Regione Lazio, quale amministrazione di vigilanza sull’ente pubblico Asilo Savoia;
  • Asilo Savoia, affinché produca titolo di disponibilità, canoni pagati, investimenti sostenuti e autorizzazioni.

Relazione_tecnica_Palestra_della_Legalita_professionale


Documenti e fonti


 

AGGIORNAMENTO (9 settembre, ore 17.18)

PALESTRA DELLA LEGALITÀ: LA REPLICA DELL’ASP NON RISPONDE ALLE DOMANDE POSTE DA LABUR

Asilo Savoia rivendica, attraverso Canale 10 [1], la regolarità formale della gestione, ma non smentisce le criticità documentate da LabUr [2 e 3]. Canoni, investimenti pubblici, concessione gratuita, finanziamenti e regolarità dell’immobile restano tutti da verificare.

La replica di ASP Asilo Savoia non chiude il caso della Palestra della Legalità. Al contrario, conferma la complessità della vicenda senza rispondere alle questioni sostanziali sollevate da LabUr.

 

Nessuno ha sostenuto che la presentazione di un esposto equivalga all’apertura di un’indagine della Corte dei Conti. È però singolare che l’ASP concentri la propria difesa su questo aspetto formale, invece di chiarire documentalmente come siano stati impiegati e rendicontati i fondi pubblici.

L’ASP afferma che la locazione con Immobilgest 2010 Srl era prevista nell’ambito dell’amministrazione giudiziaria. Ma la questione non è se il contratto fosse formalmente consentito: occorre verificare se i due canoni, complessivamente pari a 102.040 euro l’anno, fossero congrui rispetto allo stato, al valore e al regime giuridico del bene sequestrato. 

Occorre inoltre sapere quanto sia stato realmente pagato, quanto compensato con lavori e quale parte degli investimenti dichiarati per circa 1 MLN di euro abbia incrementato stabilmente il valore dell’immobile.

Neppure la successione tra sequestro, confisca, destinazione a Roma Capitale e concessione gratuita risolve il problema. La ricostruzione dell’ASP conferma che un ente pubblico ha pagato canoni e sostenuto investimenti su quel bene fino al 2023, ottenendone poi l’utilizzo gratuito per 20 anni (+20). Proprio per questo deve essere verificata la proporzionalità del vantaggio riconosciuto e il criterio con cui Roma Capitale ha utilizzato anche i precedenti canoni e lavori per determinare la durata della concessione.

L’ASP ricorda poi che la Palestra svolge una funzione sociale e non opera per produrre profitto. È un argomento che non risponde alle contestazioni. La finalità sociale non attenua gli obblighi di economicità, rendicontazione e trasparenza: li rende ancora più stringenti, perché si tratta di risorse, beni e soggetti pubblici.

Anche la precisazione sui finanziamenti non smentisce LabUr. Le nostre relazioni distinguono espressamente contributi, cofinanziamenti e fondi amministrati per voucher, evitando di sommare poste differenti. Resta però necessario riconciliare ogni somma con il relativo beneficiario, progetto, costo e rendiconto. E la conferma che i 700.000 euro di “Sport e Periferie” siano gestiti da Sport e Salute quale stazione appaltante unica individua chiaramente l’ulteriore livello di verifica su progetto rimodulato, affidamenti, pagamenti, lavori e collaudi.

Anche il tentativo di derubricare le immagini del degrado e dei bivacchi a fatti avvenuti in “spazi esterni autonomi” non sposta i termini del problema: lo stato delle pertinenze, dei locali tecnici e delle vie di esodo incide direttamente sulla sicurezza e sull’agibilità di una struttura pubblica affidata in concessione.

La replica tace infine sulle principali questioni urbanistiche ed edilizie: corrispondenza tra opere autorizzate e realizzate, inizio e fine lavori, agibilità, prevenzione incendi, conformità degli impianti e compatibilità dell’effettivo afflusso di utenti con il presupposto dell’assenza di incremento del carico antropico in un’area classificata a rischio idraulico molto elevato R4.

Dunque l’ASP non ha smentito le relazioni di LabUr. Ha invece confermato canoni, passaggi patrimoniali, pluralità dei finanziamenti e coinvolgimento di più soggetti pubblici, senza fornire una risposta documentale sui punti decisivi. 

Proprio le risultanze emerse e le dichiarazioni dell’ente rendono oggi doveroso e non procrastinabile l’intervento coordinato della Procura regionale della Corte dei conti, della Procura della Repubblica, dell’ANAC e della Regione Lazio, ai quali LabUr ha formalmente rimesso gli atti.

[1] https://canaledieci.it/2026/09/09/asilo-savoia-la-palestra-della-legalita-di-ostia-opera-nel-rispetto-delle-norme/

[2] https://www.labur.eu/public/blog/2026/09/07/palestra-della-legalita-dentro-il-porto-di-ostia-dal-video-ai-conti-labur-scrive-alla-corte-dei-conti-13/

[3] https://www.labur.eu/public/blog/2026/09/09/palestra-della-legalita-23-da-distributore-a-palestra-di-chi-erano-il-terreno-e-il-fabbricato/

 


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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PARCHI DELLA COLOMBO, LA DENSIFICAZIONE AVANZA MA SULLA RETE IDRICA MANCANO LE RISPOSTE

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260908_073709_0000La compensazione di Tor Marancia arriva all’Infernetto mentre la VAS riconosce la “potenziale inadeguatezza” dell’approvvigionamento idrico. Dopo il disservizio del 29 agosto LabUr ha chiesto ad Acea cause, infrastrutture coinvolte e possibili vulnerabilità della rete. La risposta è arrivata, i chiarimenti tecnici no.

 

Il Programma Urbanistico Parchi della Colombo all’Infernetto, sottoposto in queste settimane a Valutazione Ambientale Strategica (le osservazioni scadono il 18 settembre), è l’ultimo passaggio di una vicenda urbanistica molto lunga, che parte dalle compensazioni originate dalla tutela di Tor Marancia e approda, molti anni dopo, all’Infernetto.
È uno dei meccanismi più controversi della pianificazione romana: diritti edificatori che non vengono esercitati nelle aree originariamente interessate e che, attraverso la compensazione, vengono trasferiti altrove.
Nel caso dei Parchi della Colombo, quei diritti arrivano in un quadrante che nel frattempo è profondamente cambiato.

L’Infernetto di oggi non è quello sul quale furono costruiti molti degli scenari urbanistici e infrastrutturali originari. La popolazione è cresciuta, il territorio si è densificato e le reti stradali e tecnologiche devono sostenere carichi molto diversi da quelli di alcuni decenni fa.

L’Accordo di Programma di Parchi della Colombo

Il Programma prevede 16.264,66 mq di SUL complessiva, 13.687,66 residenziale, 365 abitanti. Il problema non sono soltanto quei 365 abitanti, ma la capacità residua del territorio nel quale vengono collocati.

Una criticità scritta nel Rapporto Ambientale

La documentazione ambientale del Programma individua espressamente, tra le principali possibili conseguenze dell’aumento del carico insediativo, la “potenziale inadeguatezza del sistema di approvvigionamento idrico”, insieme alla possibile inadeguatezza del sistema di smaltimento dei reflui e all’incremento dei flussi veicolari. Una cosa è dimostrare che il nuovo insediamento potrà essere materialmente allacciato all’acquedotto, un’altra è dimostrare che la rete esistente disponga della portata, della pressione e della capacità residua necessarie a sostenere nuovi carichi senza compromettere il servizio già reso al territorio.

E proprio mentre è aperta la procedura ambientale (VAS) dei Parchi della Colombo, sul territorio avviene una coincidenza davvero curiosa. 

La VAS e il collasso del sistema idrico

Il 29 agosto l’acqua sparisce o arriva con poca pressione nel quadrante Infernetto, Casal Palocco e AXA. La stessa Acea riconduce il disservizio generale a problemi nel riempimento dei serbatoi di alimentazione della zona.
Il 30 agosto LabUr segnala ad Acea Ato 2 il grave disservizio verificatosi a partire dal giorno precedente. Il fenomeno risultava protratto per oltre ventiquattro ore (LINK).
La PEC, inviata ad Acea Ato 2, alla Segreteria Tecnico Operativa dell’ATO2 e al Municipio X, con ARERA per conoscenza, conteneva dieci domande tecniche precise, tra cui:

  • quale fosse stata la causa dell’evento; 
  • se fosse stata interessata una condotta primaria, una dorsale, un nodo di regolazione, un distretto idrico/DMA o una rete locale; 
  • quali territori fossero stati effettivamente coinvolti; 
  • quando fossero iniziate le operazioni di riparazione; 
  • perché il normale livello di pressione non fosse stato immediatamente ripristinato. 

Domande normali dopo un disservizio di quella dimensione che si è protratto fino al 1° sttembre.

Ma ne abbiamo posta un’altra. Alla STO dell’ATO2 abbiamo chiesto di verificare l’eventuale presenza di “criticità strutturali nel sistema di adduzione e distribuzione del quadrante Infernetto–Acilia–Palocco–Ostia” aggiungendo che “la richiesta assume particolare rilievo anche alla luce della progressiva densificazione urbanistica dell’Infernetto (Parchi della Colombo) e dei nuovi carichi insediativi previsti nel quadrante”. Tradotto: il disservizio ha evidenziato limiti o vulnerabilità della rete attualmente esistente? 

Le non risposte di ACEA al reclamo

Acea Ato 2 non ha, di fatto, risposto. Ha semplicemente richiamato il Regolamento di utenza e la Carta del Servizio Idrico Integrato. Rispetto alla richiesta di documentazione, ha indicato la necessità di presentare una formale istanza di accesso agli atti.
Quello che non troviamo nella risposta ricevuta è però ciò che avevamo chiesto di conoscere sul piano tecnico:

  • Qual è stata la causa del disservizio?
  • Quale infrastruttura è stata interessata?
  • È stata coinvolta una dorsale, un DMA, un nodo di regolazione o una rete locale?
  • Perché il ripristino della pressione ha richiesto tanto tempo?
  • Sono emerse vulnerabilità strutturali della rete?

Non si sa. Quello che è certo è che intanto sulla rete si continua a lavorare anche in questi giorni. 

I lavori ACEA 

Da mesi sono visibili interventi sulla rete idrica del quadrante e, anche nei primi giorni di settembre, Acea ha comunicato lavori programmati con possibili interruzioni o abbassamenti di pressione in alcune zone dell’Infernetto. Che siano o no collegati alla futura densificazione dei Parchi della Colombo non lo sappiamo con certezza perché semplicemente non ci hanno risposto.  Quello che è certo è che occorre sapere quali interventi siano in corso, quali problemi siano destinati a risolvere e soprattutto se essi costituiscano semplice manutenzione, recupero delle perdite e dell’efficienza della rete esistente oppure determinino anche un incremento della capacità infrastrutturale disponibile. Perché le due cose non sono equivalenti.

Se un acquedotto viene risanato per recuperare perdite, pressione o affidabilità necessarie a garantire un servizio adeguato agli utenti che già esistono, la capacità recuperata non può essere automaticamente considerata capacità libera per nuova urbanizzazione. 

Prima gli abitanti, poi la capacità della rete? No

La questione dei Parchi della Colombo impone di chiedersi: 

  • Quanta capacità possiede oggi la rete dopo aver soddisfatto la popolazione esistente?
  • Quanta ne assorbiranno le trasformazioni già autorizzate ma non ancora completamente insediate?
  • Quali interventi sono necessari per recuperare eventuali deficit pregressi?
  • E infine, quale capacità rimane effettivamente disponibile per nuovi carichi urbanistici?

È una distinzione fondamentale perché una rete può essere tecnicamente collegabile e contemporaneamente non possedere un margine infrastrutturale sufficiente nelle condizioni più gravose. E il problema non riguarda soltanto la quantità d’acqua disponibile, ma anche pressioni, condizioni di punta, resilienza del sistema e capacità di garantire il servizio quando una parte della rete è indisponibile.

La VAS dei Parchi della Colombo

Le osservazioni alla Valutazione Ambientale Strategica dei Parchi della Colombo possono essere presentate fino al 18 settembre. LabUr sta completando l’esame della documentazione e presenterà le proprie osservazioni nei termini.
Non ne anticipiamo oggi il contenuto, ma una cosa può essere detta già adesso: la VAS non serve a certificare che un nuovo insediamento potrà essere collegato alle infrastrutture esistenti. Serve a valutare preventivamente se il territorio e le sue infrastrutture siano in grado di sostenerne gli effetti, anche insieme a quelli delle altre trasformazioni previste.

Quando lo stesso Rapporto Ambientale parla di “potenziale inadeguatezza del sistema di approvvigionamento idrico”, la risposta non può arrivare dopo l’edificazione. Deve arrivare prima. Per questo torniamo a chiedere pubblicamente ad Acea Ato 2 e alla STO dell’ATO2: qual è oggi la capacità residua della rete idropotabile che serve l’Infernetto? Quali sono natura e finalità degli interventi attualmente in corso? Quale capacità resterà effettivamente disponibile dopo avere garantito il servizio alla popolazione esistente e assorbito i carichi urbanistici già previsti?

Se la rete è adeguata, i dati potranno dimostrarlo. Se invece necessita di potenziamenti, è necessario sapere quali, quando, a carico di chi e prima di quale fase della nuova edificazione. Non vorremmo scoprire che ACEA si sta preparando le carte per la conferenza dei servizi di questo ennesimo Accordo di Programma.


 

Il link alla Relazione_tecnica_sistema_idrico_Infernetto_PNRR_Parchi_della_Colombo inviata in data odierna. Nei prossimi giorni saranno inviate le ulteriori osservazioni.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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PALESTRA DELLA LEGALITÀ NEL PORTO DI OSTIA: DAL VIDEO AI BILANCI, LABUR SCRIVE ALLA CORTE DEI CONTI (1/3)

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260907_111217_0000Un corpo disteso sui gradini dell’edificio. Valigie, borse consumate, coperte, cartoni e un passeggino stipato di effetti personali. Non è un relitto urbano abbandonato della periferia romana: è la facciata della Palestra della Legalità di Ostia, in via dell’Idroscalo 103. È quanto documenta un video di circa cinquanta secondi pervenuto a LabUr nei giorni scorsi. Non solo: all’interno, ci sarebbero ambienti in condizioni stridenti con la consueta narrazione istituzionale, tra infiltrazioni d’acqua sui pavimenti dei servizi igienici e dotazioni la cui manutenzione richiede una verifica urgente e approfondita. Come può il simbolo regionale dell’antimafia trovarsi in questo stato? Chi sostiene finanziariamente la struttura, a chi compete la manutenzione straordinaria e ordinaria e, soprattutto, dove sono finiti i controlli e le rendicontazioni previsti per legge? Da questi interrogativi LabUr ha avviato una meticolosa ricognizione degli atti amministrativi e contabili di Regione Lazio, Roma Capitale, Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati (ANBSC), ASP Asilo Savoia e delle società coinvolte a vario titolo nella gestione economica del compendio. L’esito di questo lavoro è una dettagliata relazione tecnica trasmessa da LabUr alla Procura regionale della Corte dei conti per il Lazio, affinché la magistratura contabile accerti la congruità economica, la legittimità dei titoli e la tracciabilità delle risorse pubbliche impiegate.
Ha inizio così oggi un’inchiesta in tre puntate per ricostruire la complessa architettura economica, societaria e patrimoniale sorta attorno al presidio inaugurato all’indomani della stagione di Mafia Capitale.

 

La Palestra è dentro il Porto di Ostia

La Palestra della Legalità non è semplicemente “vicina” al Porto Turistico di Roma ad Ostia. Occupa porzioni del fabbricato D di via dell’Idroscalo 103, parte del complesso realizzato nell’ambito dell’Accordo di Programma del Porto.
Prima della trasformazione, il fabbricato era destinato a pertinenza della stazione di servizio e del distributore di carburanti Tamoil. È quindi materialmente e urbanisticamente inserito nella storia del compendio portuale.

La vicenda della Palestra si intreccia così con il filone di indagine sul Porto Turistico di Roma a Ostia che LabUr segue da anni. Il 27 agosto 2026 abbiamo pubblicato l’inchiesta “Porto Turistico di Roma: lo Stato è proprietario, ma chi ha verificato la concessione?”, dando notizia di un nuovo esposto-istanza indirizzato a Roma Capitale, Ministero dell’Economia e delle Finanze, Agenzia del Demanio, Regione Lazio, ANBSC, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Capitaneria di Porto e, per quanto di competenza, Procura regionale della Corte dei conti.

Al centro di quella segnalazione si trova la catena del titolo concessorio del Porto: la concessione demaniale marittima cinquantennale n. 129 del 30 ottobre 2001 era stata rilasciata ad Attività Turistiche Imprenditoriali S.p.A., mentre Porto Turistico di Roma S.r.l. vi è subentrata soltanto nel 2007 attraverso la Determinazione regionale B0892.

L’esame della Palestra della Legalità costituisce il secondo pilastro di quell’inchiesta: il perimetro degli immobili confiscati, delle partecipate e delle relazioni economico-finanziarie che continuano ad animare il compendio.

Storia e propaganda di una confisca

La stessa Regione Lazio, presentando nel 2020 il primo anniversario della Palestra, descriveva la struttura come uno “stabile confiscato all’imprenditore Mauro Balini”.
Secondo la ricostruzione pubblicata dall’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, il bene venne confiscato nell’ambito di un procedimento di prevenzione relativo ad attività di riciclaggio e investimento di proventi illeciti riconducibili alle famiglie Fasciani e Spada.

La propaganda però aveva già tagliato il nastro. Nell’ottobre 2018 Nicola Zingaretti aveva già scelto la formula politica destinata ad accompagnare la Palestra della Legalità: «La mafia si può sconfiggere, e i beni confiscati possono tornare alle persone. A Ostia aprirà la palestra, anche questa un bene confiscato alle mafie».

La vicenda giudiziaria e patrimoniale era però molto meno lineare dello slogan.
Il patrimonio riconducibile a Mauro Balini era stato interessato nel 2015 da un sequestro preventivo penale nell’ambito di un’inchiesta per associazione per delinquere finalizzata, tra l’altro, alla bancarotta fraudolenta, al riciclaggio, all’impiego di denaro di provenienza illecita e all’intestazione fittizia di beni. Nel luglio 2016 era poi intervenuto un distinto sequestro di prevenzione patrimoniale, nel cui procedimento furono considerati anche i rapporti attribuiti all’imprenditore con i clan Fasciani e Spada.
Quando Zingaretti parlava di un bene già «confiscato alle mafie», tuttavia, la confisca non era definitiva. La struttura si trovava ancora nella fase giudiziaria del sequestro, non era stata destinata al patrimonio indisponibile di Roma Capitale e Asilo Savoia la utilizzava in forza di due rapporti di locazione onerosi stipulati con Immobilgest 2010.
La confisca sarebbe diventata definitiva nel 2021. Il decreto ANBSC di destinazione del bene a Roma Capitale sarebbe arrivato solo il 2 marzo 2023, la consegna formale il 27 giugno 2023 e la concessione ventennale ad Asilo Savoia nel 2024.
Dunque era anticipata e politicamente semplificata la rappresentazione di un immobile già definitivamente confiscato e restituito ai cittadini. Nel 2018 infatti quella restituzione non era ancora compiuta: un ente pubblico stava pagando due affitti per complessivi 102.040 euro annui alla società sottoposta ad amministrazione giudiziaria e investiva risorse nel suo immobile.

Quindi quando la propaganda aveva già tagliato il nastro, il diritto e il patrimonio pubblico avrebbero impiegato altri cinque anni per raggiungerla. (LINK)
Se Zingaretti ha fornito alla Palestra la narrazione politica, Massimiliano Monnanni, Presidente Asilo Savoia dall’agosto 2014, ha rappresentato per oltre un decennio la continuità dell’ente chiamato a tradurla in gestione amministrativa.
Il ruolo della classe politica e le relazioni istituzionali saranno al centro della terza puntata del dossier.» oppure «Ma il ruolo della classe politica e della rete societaria lo vedremo nella terza puntata del dossier.

Chi è Immobilgest 2010 S.r.l.

La società proprietaria che nel 2017 ha concesso in locazione i locali ad Asilo Savoia è la Immobilgest 2010 S.r.l. (C.F./P.IVA 06831071003, REA RM-992714). Dalla visura camerale storica emerge che la società era originariamente riconducibile all’imprenditore Mauro Balini. Nel settembre 2014 il capitale passò alla fiduciaria Brick Real Estate S.r.l.

Nel luglio 2015 il compendio fu colpito da sequestro penale preventivo, seguito nel luglio 2016 dal sequestro di prevenzione del Tribunale di Roma (procedimento n. 145/2016). La confisca, disposta nel 2018, è divenuta definitiva in Cassazione nel luglio 2021, con intestazione delle quote all’Erario dello Stato sotto gestione ANBSC. Come riportato dalle note ufficiali dell’Agenzia, i beni societari sono stati confiscati nell’ambito delle inchieste sul riciclaggio e reinvestimento di proventi illeciti sul litorale.

Immobilgest non è un operatore terzo estraneo al Porto: ne abita il perimetro e ne condivide le vicende. Nei suoi bilanci depositati emergono debiti post-sequestro verso le altre società della marina: € 10.803,18 verso Gestione Servizi Porto di Roma S.r.l. per manutenzioni ordinarie (2018–2022) e € 2.440 verso Porto Turistico di Roma S.r.l. Il vincolo tra la locatrice della Palestra e la gestione commissariale del Porto non è solo logistico: è societario e contabile.

Due contratti di locazione sul bene sequestrato: il cortocircuito proprietario

Il percorso prende avvio il 23 febbraio 2017 con l’Accordo quadro tra Regione Lazio, Tribunale di Roma e l’allora IPAB Asilo Savoia per l’utilizzo sociale del bene sotto sequestro, demandando la definizione a un apposito contratto di locazione con l’amministratore giudiziario.

Dalla successiva Deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 33 del 29 febbraio 2024 emerge che nel 2017 Asilo Savoia sottoscrisse con Immobilgest ben due rapporti locativi onerosi per complessivi € 102.040 l’anno (€ 70.000 + € 32.040).

La riscossione di un canone da parte di una società in amministrazione giudiziaria è facoltà prevista dal Codice Antimafia per tutelare i creditori sociali e la continuità d’impresa. Ma qui si apre una clamorosa contraddizione documentale:

  • Il 15 settembre 2018 Roma Capitale comunicava ufficialmente di essere «proprietaria sia del terreno sia dell’immobile», presupposto ribadito dagli atti del Dipartimento Urbanistica (DD QI/1305/2018).
     
  • Se il compendio era già pubblico o rivendicato dal Comune, a quale titolo un ente pubblico regionale (Asilo Savoia) corrispondeva oltre 100 mila euro l’anno a una società privata sottoposta a misura di prevenzione?
     
  • E se invece la piena titolarità era di Immobilgest (tanto da richiederne la confisca definitiva nel 2021 e il decreto formale di destinazione ANBSC a Roma Capitale solo nel marzo 2023), su quali basi il Comune istruiva varianti urbanistiche asserendo di disporre del bene?
     

Un milione di euro dichiarato, ma nei conti solo 210.000 euro compensati

Asilo Savoia ha ripetutamente dichiarato alla stampa e agli atti di avere investito circa un milione di euro per risanare la palazzina D e installare macchinari sportivi.

La lettura incrociata dei bilanci di Immobilgest 2010 S.r.l. ridimensiona però il quadro contabile delle opere stabili: la società locatrice documenta un accordo di compensazione canoni/lavori per soli € 210.000, originariamente spalmato su 36 mesi tramite risconti passivi (poi prorogato per le chiusure Covid).

La differenza è sostanziale e contabile:

  1. Quali lavori edilizi stabili sono stati effettivamente periziati e scomputati a beneficio del manufatto?
     
  2. La restante quota dell’investimento dichiarato riguarda attrezzature e macchinari mobili (che restano di proprietà dell’ente e non incrementano stabilmente il patrimonio immobiliare pubblico)?
     
  3. Chi ha validato la congruità economica delle opere compensatrici a fronte di un canone da oltre 100 mila euro annui per un ex distributore privo originariamente di agibilità sportiva?
     

La confisca definitiva non ferma la partita contabile delle utenze

A fine febbraio 2019 la palestra apre al pubblico. Nel luglio 2021 la confisca di Immobilgest diventa irrevocabile. Il 2 marzo 2023 l’ANBSC destina l’immobile al patrimonio indisponibile di Roma Capitale, con formale consegna il 27 giugno 2023 alla presenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Nonostante il bene sia entrato nel patrimonio capitolino, i bilanci di Immobilgest dimostrano che la contabilità economica tra la società confiscata e Asilo Savoia non si è chiusa:

  • Nel bilancio 2022 compaiono crediti per canoni e consumi;
     
  • Nel consuntivo 2023 la gestione ammette una perdita causata dal «venir meno dei canoni» dopo la devoluzione al Comune, ma sollecita ancora crediti per utenze;
     
  • Nel bilancio 2024 Immobilgest espone ancora € 24.655 di fatture da emettere ad Asilo Savoia per rimborso utenze e oltre € 30.000 di debiti verso ACEA per forniture idriche della palestra!

Perché a distanza di oltre un anno dal passaggio del bene al Comune le utenze non erano state volturate e continuavano a transitare contabilmente attraverso l’azienda confiscata

Il paradosso della DAC 33/2024: la concessione gratuita ventennale

Il 29 febbraio 2024 l’Assemblea Capitolina approva la deliberazione n. 33, concedendo il complesso gratuitamente ad Asilo Savoia per venti anni, rinnovabili per ulteriori venti (contratto stipulato il 7 agosto 2024).

La concessione senza canone impone l’obbligo della manutenzione e il vincolo di rendicontazione dei flussi, con obbligo di reinvestire nella struttura le eventuali maggiori entrate. Ma la delibera introduce un parametro singolare: per giustificare l’eccezionale durata quarantennale (20+20), Roma Capitale calcola e valorizza l’ammontare dei canoni precedentemente pagati da Asilo Savoia a Immobilgest e il quadro economico degli interventi eseguiti.

I canoni versati nel pregresso rapporto privatistico con l’azienda confiscata sono serviti a blindare una concessione demaniale gratuita per i decenni a venire.

La voragine della SSD Audace Savoia: crollo dei ricavi e costi opachi

La gestione operativa della struttura è delegata dall’ASP alla propria controllata in house al 100%, la SSD Audace Savoia – Talento & Tenacia a r.l. È qui che l’analisi dei conti rivela una profonda mutazione genetica

Nel 2019 la società dichiarava di autosostenersi con le tariffe degli abbonati e registrava € 459.835 di costi per servizi senza avere un solo dipendente a libro paga. Nel 2023 i costi per servizi esplodono a € 869.989 e nel 2024 si attestano a € 832.304, pur in presenza di 13 dipendenti strutturati.

Ma il segnale più critico emerge dal confronto delle entrate tra il 2023 e il 2024:

  • I ricavi caratteristici delle vendite e prestazioni (abbonamenti, corsi, attività commerciali) crollano verticalmente: da € 712.093 a miseri € 91.522 (-87%).
     
  • La voce “Altri ricavi e proventi” resta invece mastodontica: € 1.124.622 nel 2024 (dopo i € 1.190.538 del 2023).
     

Nel 2024, oltre il 92% dei proventi della società non deriva dal mercato o dalle quote sportive, ma da questa macro-voce aggregata. I bilanci in forma abbreviata depositati dall’ASP (LINK) impediscono di verificare la reale composizione di questo milione di euro: quanti sono contributi pubblici a rendiconto, quante quote di voucher regionali e quante sopravvenienze legate ad altre operazioni societarie?

La narrazione dell’impianto che produce reddito sociale autonomo si infrange contro i numeri: la gestione ordinaria sul mercato è azzerata, mentre centinaia di migliaia di euro continuano a uscire sotto la voce generica dei “costi per servizi”. Chi sono i fornitori e i professionisti esterni che assorbono gli oltre 800 mila euro annui di servizi affidati da una controllata in house a capitale pubblico?

Risorse pubbliche a pioggia: contributi diretti e voucher regionali

Nel perimetro Palestra/Talento & Tenacia si contano finanziamenti pubblici diretti per almeno 1,15 milioni di euro:

  • € 200.000 di cofinanziamento regionale (DGR Lazio n. 98/2021);
  • € 700.000 a valere sul Fondo statale “Sport e Periferie” (Presidenza del Consiglio) per l’ampliamento della Palestra;
  • € 250.000 di contributo straordinario a fondo perduto erogato dalla Regione Lazio a fine 2024 (L.R. 17/2024).

A queste iniezioni dirette di capitale pubblico si sovrappongono i fiumi di denaro dei buoni e voucher sportivi regionali (oltre 3,4 milioni di euro movimentati tra le edizioni 2020 e 2021 del programma T&T Sport Network). Come evidenziato nell’esposto di LabUr, i voucher destinati alle fasce deboli non sono ricavi propri dell’ASP, ma fondi amministrati. Tuttavia, in assenza di una contabilità analitica separata per centro di costo, è impossibile accertare quanta parte di quelle risorse sia transitata direttamente a sostenere i conti della Palestra di Ostia e quanta sia stata liquidata a strutture terze.

I trionfali annunci istituzionali (1.500 iscritti nel 2020, 1.060 nel 2023 con un terzo di accessi gratuiti e 27 collaboratori) non trovano alcuna corrispondenza contabile trasparente nei bilanci della controllata.

La catena dei controlli fantasma: chi doveva vigilare?

La Palestra della Legalità non doveva essere una zona franca lasciata all’autocontrollo del gestore. Sin dall’Accordo istitutivo del 23 febbraio 2017 (sottoscritto da Regione Lazio, Tribunale di Roma e Asilo Savoia) era prevista un’architettura di garanzia articolata e vincolante:

  • L’art. 8 dell’Accordo 2017 istituiva uno specifico Comitato di valutazione con il compito di redigere dettagliate relazioni semestrali sull’andamento gestionale, sulla sostenibilità economica e sulle quote di gratuità;
  • Il controllo analogo dell’ASP Asilo Savoia sulla propria controllata in house SSD Audace Savoia;
  • La vigilanza istituzionale della Regione Lazio sull’operato e sui bilanci dell’ASP;
  • I vincoli di destinazione e rendicontazione periodica fissati dal decreto ANBSC del 2 marzo 2023 e dalla deliberazione capitolina DAC 33/2024;
  • Il monitoraggio sul campo di Risorse per Roma S.p.A., che dichiara formalmente di effettuare sopralluoghi, verifiche di regolarità e monitoraggi annuali sui beni confiscati.

A questa filiera formale si aggiunge un ulteriore elemento raccolto da LabUr, meritevole del più rigoroso accertamento: la costituzione di uno specifico tavolo/comitato di vigilanza sul territorio che avrebbe visto il coinvolgimento diretto, al vertice, del Comandante della Polizia Locale del X Gruppo Mare.

Un organismo di garanzia la cui esistenza materiale deve però trovare riscontro negli atti: dove sono il decreto istitutivo, i nominativi dei componenti, i verbali delle sedute e i report periodici?

Di fronte alle immagini del video pervenuto a LabUr, gli interrogativi non sono più eludibili:

  • Questo comitato è mai stato formalmente insediato?
  • Quante volte si è riunito dal 2019 ad oggi?
  • Sono mai stati svolti sopralluoghi tecnici per verificare lo stato dei luoghi, le condizioni igienico-sanitarie, la manutenzione degli impianti, la sicurezza e l’effettiva fruizione gratuita per le fasce deboli?
  • E soprattutto: dove sono depositati i report semestrali previsti per legge dall’art. 8 dell’Accordo? Perché nella sezione Amministrazione Trasparente non ve n’è traccia?

Se questi controlli ci sono stati, come è stato possibile arrivare alle condizioni documentate dal video? E se non ci sono stati, chi ha omesso di vigilare sull’impiego del patrimonio e delle risorse pubbliche?

Gli 11 quesiti posti alla Procura della Corte dei Conti

La relazione tecnica trasmessa da LabUr – Laboratorio di Urbanistica alla magistratura contabile chiede di far piena luce su un quadro in cui contratti, flussi finanziari, manutenzioni e rendicontazioni risultano parcellizzati tra soggetti diversi, impedendo un controllo unitario:

  1. L’effettivo ammontare corrisposto ad Immobilgest tra canoni, oneri e rimborsi tra il 2017 e il 2023;
     
  2. La congruità economica dei canoni (€ 102.040/anno) applicati a un ente pubblico per un ex magazzino sequestrato da riattare;
     
  3. La consistenza reale degli investimenti eseguiti e la loro distinzione tra migliorie murarie stabili e attrezzature sportive mobili;
  4. L’esistenza dei titoli autorizzativi, delle perizie e dei collaudi sulle opere scomputate;
  5. La proporzionalità e legittimità dell’utilizzo dei canoni storici privati come parametro per la durata quarantennale della concessione gratuita comunale;
  6. La corretta imputazione e riconciliazione tra i finanziamenti pubblici a fondo perduto e le spese effettivamente sostenute;
  7. Il rispetto del vincolo di destinazione e reinvestimento delle maggiori entrate imposto dal decreto ANBSC e dalla delibera capitolina;
  8. Le ragioni della persistenza contabile di utenze e consumi in capo a Immobilgest fino al 2024 inoltrato;
  9. L’assenza di una contabilità analitica separata per la struttura di Ostia all’interno dell’Amministrazione Trasparente dell’ASP e della SSD;
  10. La natura dei rapporti di debito/credito intercorsi all’interno del Porto tra Immobilgest, Gestione Servizi Porto e Porto Turistico di Roma;
  11. L’effettivo esercizio dei poteri di vigilanza e collaudo da parte degli enti concedenti (Regione Lazio e Roma Capitale).

Il metodo LabUr: seguire gli atti, non la propaganda

Il video dei bivacchi e del degrado non è un episodio isolato: è il sintomo materiale di un modello gestionale che mostra la corda. Un bene sottratto alla criminalità organizzata non esaurisce la sua missione civile con il taglio del nastro o la passerella politica. Richiede cura quotidiana, trasparenza contabile, manutenzioni certificate e rigore nell’uso del denaro dei contribuenti.

Nella seconda puntata entreremo nel cuore urbanistico del fabbricato D: sveleremo come una pertinenza di un distributore Tamoil sia diventata “palestra privata” grazie a una variante all’Accordo di Programma fondata sull’asseverazione di «nessun incremento di carico antropico» in un’area classificata a rischio idraulico molto elevato (Fascia R4), tra discrepanze di superfici e titoli edilizi fantasma.

Nella terza puntata, infine, seguiremo la catena di comando e di vigilanza: dai vertici dell’ASP alle operazioni societarie su Montespaccato, fino ai doppi incarichi e all’assordante silenzio degli organi di controllo.

Perché la legalità non è un marchio da apporre sulle insegne: è il dovere di rendere conto di ogni singolo euro pubblico.

Relazione Tecnica Palestra della Legalità ad Ostia Immobilgest Corte dei Conti

 


 

Documenti e fonti


AGGIORNAMENTO (9 settembre, ore 17.18)

 

PALESTRA DELLA LEGALITÀ: LA REPLICA DELL’ASP NON RISPONDE ALLE DOMANDE POSTE DA LABUR

 

Asilo Savoia rivendica, attraverso Canale 10 [1], la regolarità formale della gestione, ma non smentisce le criticità documentate da LabUr [2 e 3]. Canoni, investimenti pubblici, concessione gratuita, finanziamenti e regolarità dell’immobile restano tutti da verificare.

 

La replica di ASP Asilo Savoia non chiude il caso della Palestra della Legalità. Al contrario, conferma la complessità della vicenda senza rispondere alle questioni sostanziali sollevate da LabUr.

 

 

 

Nessuno ha sostenuto che la presentazione di un esposto equivalga all’apertura di un’indagine della Corte dei Conti. È però singolare che l’ASP concentri la propria difesa su questo aspetto formale, invece di chiarire documentalmente come siano stati impiegati e rendicontati i fondi pubblici.

 

L’ASP afferma che la locazione con Immobilgest 2010 Srl era prevista nell’ambito dell’amministrazione giudiziaria. Ma la questione non è se il contratto fosse formalmente consentito: occorre verificare se i due canoni, complessivamente pari a 102.040 euro l’anno, fossero congrui rispetto allo stato, al valore e al regime giuridico del bene sequestrato.

 

Occorre inoltre sapere quanto sia stato realmente pagato, quanto compensato con lavori e quale parte degli investimenti dichiarati per circa 1 MLN di euro abbia incrementato stabilmente il valore dell’immobile.

 

Neppure la successione tra sequestro, confisca, destinazione a Roma Capitale e concessione gratuita risolve il problema. La ricostruzione dell’ASP conferma che un ente pubblico ha pagato canoni e sostenuto investimenti su quel bene fino al 2023, ottenendone poi l’utilizzo gratuito per 20 anni (+20). Proprio per questo deve essere verificata la proporzionalità del vantaggio riconosciuto e il criterio con cui Roma Capitale ha utilizzato anche i precedenti canoni e lavori per determinare la durata della concessione.

 

L’ASP ricorda poi che la Palestra svolge una funzione sociale e non opera per produrre profitto. È un argomento che non risponde alle contestazioni. La finalità sociale non attenua gli obblighi di economicità, rendicontazione e trasparenza: li rende ancora più stringenti, perché si tratta di risorse, beni e soggetti pubblici.

 

Anche la precisazione sui finanziamenti non smentisce LabUr. Le nostre relazioni distinguono espressamente contributi, cofinanziamenti e fondi amministrati per voucher, evitando di sommare poste differenti. Resta però necessario riconciliare ogni somma con il relativo beneficiario, progetto, costo e rendiconto. E la conferma che i 700.000 euro di “Sport e Periferie” siano gestiti da Sport e Salute quale stazione appaltante unica individua chiaramente l’ulteriore livello di verifica su progetto rimodulato, affidamenti, pagamenti, lavori e collaudi.

 

Anche il tentativo di derubricare le immagini del degrado e dei bivacchi a fatti avvenuti in “spazi esterni autonomi” non sposta i termini del problema: lo stato delle pertinenze, dei locali tecnici e delle vie di esodo incide direttamente sulla sicurezza e sull’agibilità di una struttura pubblica affidata in concessione.

 

La replica tace infine sulle principali questioni urbanistiche ed edilizie: corrispondenza tra opere autorizzate e realizzate, inizio e fine lavori, agibilità, prevenzione incendi, conformità degli impianti e compatibilità dell’effettivo afflusso di utenti con il presupposto dell’assenza di incremento del carico antropico in un’area classificata a rischio idraulico molto elevato R4.

 

Dunque l’ASP non ha smentito le relazioni di LabUr. Ha invece confermato canoni, passaggi patrimoniali, pluralità dei finanziamenti e coinvolgimento di più soggetti pubblici, senza fornire una risposta documentale sui punti decisivi.

 

Proprio le risultanze emerse e le dichiarazioni dell’ente rendono oggi doveroso e non procrastinabile l’intervento coordinato della Procura regionale della Corte dei conti, della Procura della Repubblica, dell’ANAC e della Regione Lazio, ai quali LabUr ha formalmente rimesso gli atti.

 

[1] https://canaledieci.it/2026/09/09/asilo-savoia-la-palestra-della-legalita-di-ostia-opera-nel-rispetto-delle-norme/

[2] https://www.labur.eu/public/blog/2026/09/07/palestra-della-legalita-dentro-il-porto-di-ostia-dal-video-ai-conti-labur-scrive-alla-corte-dei-conti-13/

[3] https://www.labur.eu/public/blog/2026/09/09/palestra-della-legalita-23-da-distributore-a-palestra-di-chi-erano-il-terreno-e-il-fabbricato/


 

LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

 

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OSTIA, SPIAGGE: IL BANDO-PONTE IN UN PAESE DOVE I PONTI CROLLANO

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260903_135001_0000Il 2025 doveva essere il «passaggio storico» della legalità, accompagnato da «controlli mai realizzati prima» sulle spiagge di Ostia, il “Mare di Roma Capitale”. È diventato invece un bando provvisorio salvato dai giudici amministrativi mentre, sullo stesso litorale, Procura e polizia giudiziaria mettevano i sigilli a stabilimenti e manufatti. A fine stagione 2026 resteranno i numeri: concessioni realmente operative, Royalty effettivamente incassate, lidi chiusi, sequestri, ricorsi e investimenti realizzati.



Era il 2025. Gualtieri lo aveva definito un «passaggio storico», Zevi aveva promesso «verifiche e controlli mai realizzati prima». Il risultato è stato una gara-ponte: un affidamento di appena un anno chiamato a risolvere decenni di caos amministrativo. E forse il nome è perfetto, perché in un Paese dove i ponti crollano anche questo ha mostrato rapidamente le crepe.

Il TAR ha salvato l’impianto generale della procedura. Ma le decisioni, lette tutte insieme, raccontano anche graduatorie corrette più volte nel corso dei mesi, esclusioni tardive, punteggi contestati, società collegate, nuovi ricorsi, difficoltà nelle consegne e aggiudicatari costretti a tornare davanti ai giudici. Ne abbiamo parlato per mesi (LINK).
Nel frattempo la Procura di Roma ha avviato un controllo esteso sulle concessioni del litorale e nel 2026 sono proseguiti i sequestri, totali o parziali, di strutture balneari. Ad aprile risultavano non in regola 36 strutture su 76.

E poi c’è la questione delle Royalty. Uno stabilimento balneare non è un’area di servizio autostradale, dove vince semplicemente chi promette all’Amministrazione la percentuale più alta sul fatturato. Sulle spiagge bisogna pagare personale, manutenzioni, sicurezza, energia e servizi, oltre a realizzare gli investimenti promessi, per di più all’interno di una concessione di durata ridottissima.
Spingere le imprese a rilanciare sulla percentuale senza avere prima verificato la sostenibilità economica effettiva delle offerte significa trasformare la promessa di maggiori entrate in una scommessa. A fine stagione 2026 non interesserà sapere quanto era scritto nelle offerte: bisognerà sapere quanto è stato realmente fatturato, quanto è stato versato a Roma Capitale e quanti degli investimenti promessi sono stati realizzati.

Il TAR ha ritenuto legittima la gara-ponte e, in linea generale, anche la Royalty aggiuntiva al canone demaniale. Questo certifica la tenuta giuridica dello strumento, non il successo della sua gestione.

Il paradosso

Il paradosso di Ostia è ormai evidente: la giustizia amministrativa ha tenuto in piedi il modello mentre la giustizia penale e la polizia giudiziaria continuavano a mettere sotto sequestro pezzi del litorale. Non necessariamente gli stessi beni e non sempre per le stesse ragioni, ma abbastanza da mostrare la frattura tra la narrazione della “legalità ritrovata” e la realtà materiale della costa.

A fine maggio 2026 risultavano ancora numerosi lidi chiusi, parzialmente sequestrati o bloccati dai contenziosi, nonostante l’annuncio delle 45 concessioni firmate. La pessima amministrazione delle spiagge accumulata negli anni non è stata cancellata da un bando: ha finito per travolgere anche la nuova stagione, lasciando strutture inutilizzate o mutilate proprio mentre Roma avrebbe dovuto restituire il mare alla città.

Il caso degli stabilimenti balneari delle Amministrazioni dello Stato

Il contrasto più amaro è con gli stabilimenti gestiti nell’orbita delle Amministrazioni Statali.
L’Esercito, per esempio, ha affidato nel 2025 i servizi degli stabilimenti di Castelfusano, Fregene e Maccarese mediante una propria procedura della durata di tre anni.
Anche il Lido del Finanziere segue un autonomo circuito concessorio statale. Sono realtà estranee al bando comunale e non possono essere semplicisticamente equiparate agli altri lidi. Ma il confronto resta inevitabile: mentre una parte della costa civile è diventata terreno di sequestri, ricorsi e stabilimenti in difficoltà, le strutture delle Amministrazioni dello Stato continuano a seguire circuiti autonomi e assai più stabili.

Le verifiche mancanti

Le indagini in corso non possono fermarsi alla condotta dei concessionari. Esistono denunce riguardanti anche l’operato dei funzionari pubblici e occorrerà accertare se vi siano state responsabilità, omissioni o inerzie dell’amministrazione perché la legalità non può esaurirsi nei sequestri sulla spiaggia: deve riguardare anche chi, negli anni, era tenuto a controllare, decidere e intervenire.

A fine stagione LabUr chiederà quindi il conto: quanti stabilimenti hanno realmente funzionato, quanti sono rimasti chiusi o sequestrati, quanto è stato incassato dalle Royalty, quante graduatorie sono cambiate, quanti contenziosi restano aperti e quali investimenti sono stati davvero realizzati. Solo allora si potrà misurare il «passaggio storico» di Gualtieri e verificare l’esito dei «controlli mai realizzati prima» annunciati da Zevi.

Per ora una cosa è già chiara: il bando è sopravvissuto. Il problema è capire cosa sia sopravvissuto del litorale romano.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

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OSTIA – EX GIL, IL “POLO DELLA LEGALITÀ” DIVENTATO MONUMENTO ALL’INEFFICIENZA: VARIANTE, ALTRI COSTI E LAVORI FINO AL 2027

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260902_131538_0000Il progetto, finanziato con 13,096 milioni di euro e annunciato come simbolo della rinascita di Ostia, doveva essere concluso da anni. Dopo le indagini strutturali, le prove di laboratorio e la verifica del progetto esecutivo, durante le demolizioni sono emerse condizioni diverse da quelle previste. La variante ha aggiunto oltre 2,17 milioni al contratto dei lavori e nel solo 2025 sono stati affidati nuovi incarichi tecnici per oltre 301mila euro. Intanto maggioranza e opposizione continuano a utilizzare il cantiere come terreno di scontro politico, mentre dal dibattito pubblico sembrano essere scomparsi la Presidenza del Consiglio, il Ministero della Giustizia e la Regione Lazio.

 

L’ex GIL di corso Duca di Genova doveva diventare il “polo della legalità” di Ostia: sede della Polizia Locale del X Gruppo Mare, del Giudice di Pace e dello Smart City Lab.

A presentarlo come simbolo della rinascita del territorio furono, in tempi diversi, la sindaca Virginia Raggi, la presidente del Municipio Giuliana Di Pillo e il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti. Nel 2021 Roma Capitale annunciava l’avvio del cantiere sostenendo che il trasferimento della Polizia Locale avrebbe consentito anche di risparmiare circa 1,2 milioni di euro l’anno di affitti.

Oggi, però, Roma Capitale indica ufficialmente la conclusione dell’opera nel quarto trimestre del 2027, a fronte di un importo complessivo dell’intervento di 13.096.000 euro (Roma si trasforma – Ex GIL).

Nel 2023 il presidente del Municipio X Mario Falconi prevedeva la chiusura del cantiere entro dicembre 2024. Successivamente la previsione era diventata il quarto trimestre 2025. Adesso siamo al quarto trimestre 2027.

Il “polo della legalità” rischia così di essere consegnato oltre dieci anni dopo l’approvazione del progetto definitivo e più di sei anni dopo l’apertura del cantiere.

IL PROBLEMA TECNICO CHE LE INDAGINI NON AVEVANO PREVISTO

La principale ragione indicata per i ritardi è la necessità di una variante.

Durante le prime demolizioni sono state rinvenute condizioni strutturali diverse da quelle considerate nel progetto. È stato quindi necessario modificare le tecniche di consolidamento e aggiornare anche gli elaborati architettonici, impiantistici e di restauro.

Il problema è che non si partiva affatto senza conoscere l’edificio.

Nel 2018 il Municipio aveva già affidato rilievi e indagini strutturali, prelievi e prove di laboratorio ed elaborati grafici strutturali. Nello stesso anno era stata inoltre affidata la verifica del progetto esecutivo, successivamente validato e approvato.

Con DD CO/1622 del 6 agosto 2018, infatti, il Municipio X approvava il progetto esecutivo per complessivi 13.096.000 euro, dando atto del Verbale di validazione del progetto del medesimo giorno (DD CO/1622/2018 – Roma Capitale).

La variante può essere tecnicamente giustificata: intervenendo su un edificio esistente possono certamente emergere condizioni nascoste non rilevabili prima delle demolizioni.
Ma proprio per questo la domanda deve essere tecnica e documentale: che cosa avevano realmente accertato le indagini del 2018 e quali condizioni sono state invece scoperte soltanto durante le demolizioni?
Per stabilire se si trattasse di circostanze effettivamente imprevedibili occorre confrontare le relazioni delle indagini e i certificati delle prove del 2018 con la relazione giustificativa della variante e con quanto effettivamente rinvenuto in cantiere.

Sono proprio questi i documenti tecnici che non risultano pubblicamente reperibili.

LA VARIANTE COSTA OLTRE 2,17 MILIONI

La variante è stata approvata tecnicamente nel dicembre 2023 e resa eseguibile nel marzo 2024.
L’incremento del contratto dei lavori è stato di 2.172.314,54 euro, oltre IVA, dopo l’applicazione del ribasso di gara.
Il finanziamento complessivo dell’opera è rimasto formalmente fermo a 13.096.000 euro perché l’incremento è stato assorbito utilizzando parte delle economie derivanti dal ribasso d’asta. Ma il fatto che il quadro economico complessivo sia rimasto invariato non elimina il costo della variante: significa che oltre 2,17 milioni di euro resi disponibili dal ribasso di gara sono stati destinati ai nuovi lavori.

Nel 2025 sono inoltre arrivati quattro nuovi affidamenti professionali per perfezionare, verificare e seguire la variante:

  • 95.000 euro, oltre oneri e IVA, a Cooprogetti Soc. Coop., per il perfezionamento del progetto esecutivo di variante per la parte architettonica e per il progetto di restauro conservativo – DD CO/1279/2025, CIG B745341FC6 (procedura Roma CapitaleBDNCP/ANAC);
  • 9.500,30 euro, oltre IVA, a PCQ S.r.l., per la verifica delle varianti esecutive strutturali e architettoniche – DD CO/1250/2025, CIG B749DAB857 (procedura Roma CapitaleBDNCP/ANAC);
  • 136.500 euro a 3T ING S.a.s., per l’aggiornamento della progettazione esecutiva, la direzione operativa e l’assistenza al collaudo delle opere impiantistiche relativamente alla variante in corso d’opera – CIG B7E7EB5FC5 (procedura Roma CapitaleBDNCP/ANAC);
  • 60.429,37 euro a SER.IN. S.r.l., per la direzione operativa e l’assistenza al RUP – DD CO/1920/2025, CIG B86414E433 (procedura Roma CapitaleBDNCP/ANAC).

I quattro affidamenti tecnici individuati nel solo 2025 raggiungono complessivamente 301.429,67 euro, al netto degli oneri fiscali e previdenziali ove previsti.
Anche queste somme trovano copertura all’interno del quadro economico dell’opera. Ma sono comunque risorse impiegate per attività tecniche ulteriori rispetto al percorso originariamente previsto.

LE PROMESSE SMENTITE DAI FATTI

Nel maggio 2023 il presidente del Municipio X, Mario Falconi, dichiarava che la variante avrebbe dovuto ottenere l’approvazione del Genio Civile nell’arco di due mesi, che i lavori sarebbero ripresi durante l’estate e che il cantiere sarebbe stato concluso entro il 31 dicembre 2024.
Falconi precisava inoltre che la variante riguardava soltanto una parte dell’edificio.
Quelle previsioni sono state completamente superate.
Prima dicembre 2024, poi quarto trimestre 2025, oggi quarto trimestre 2027.

Nel giugno 2025 la consigliera capitolina di Fratelli d’Italia Mariacristina Masi, dopo un sopralluogo, denunciava un cantiere quasi fermo, prospettando anche un possibile danno erariale per gli affitti che Roma Capitale continua a sostenere per la sede della Polizia Locale.
Il ritardo denunciato dall’opposizione trova oggi conferma negli stessi tempi ufficiali dell’opera. Ma sopralluoghi, comunicati ed esposti non esauriscono il problema se non vengono accompagnati dalla ricostruzione dell’intera filiera amministrativa: SAL, sospensioni e riprese dei lavori, autorizzazioni, cronoprogrammi e documentazione trasmessa agli organismi nazionali di monitoraggio.
La maggioranza ha difeso l’opera attraverso previsioni puntualmente superate dai fatti. L’opposizione l’ha trasformata soprattutto in un argomento contro la maggioranza.
Nel mezzo rimane il cantiere.

IL PARADOSSO DEI PROCEDIMENTI SULLA CAMORRA

La vicenda assume contorni ancora più delicati per l’incarico affidato nel settembre 2021 all’Ingegnere Massimo Iorani.

Con Determinazione Dirigenziale CO/1962 del 13 settembre 2021, Iorani ricevette l’incarico per il deposito degli elaborati presso il Genio Civile, direttore operativo per le strutture, ispettore di cantiere per le strutture, supporto tecnico alla Direzione lavori e coordinamento dei direttori operativi, per un importo complessivo di 86.185,18 euro.

Alla procedura erano stati invitati dieci professionisti. L’offerta presentata fu una sola.

Quando ricevette l’incarico, Iorani risultava già coinvolto nell’indagine della DDA di Napoli sulle presunte infiltrazioni del clan dei Casalesi negli appalti di Rete Ferroviaria Italiana.
La vicenda giudiziaria non risulta essersi conclusa nel frattempo: nel novembre 2025 la Cassazione ha trasferito al Tribunale di Napoli lo stralcio processuale nel quale compare anche Iorani.

Va rispettata integralmente la presunzione di innocenza: il coinvolgimento in un procedimento penale non equivale a una condanna e non dimostra alcuna irregolarità nell’appalto o nei lavori dell’ex GIL. Rimane tuttavia il paradosso politico e istituzionale già sollevato da LabUr nel 2021: nel cantiere destinato a rappresentare la legalità di Ostia venne assegnato un importante incarico tecnico ad un professionista già coinvolto in un procedimento riguardante appalti e camorra, senza che risulti pubblicamente spiegato come l’amministrazione abbia valutato quella circostanza e quale sia stata successivamente la sorte dell’incarico.

DOV’ERA IL SISTEMA DI MONITORAGGIO?

L’ex GIL non è una piccola opera lasciata alla sola responsabilità del Municipio X.

Il progetto rientra nel Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie. La stessa documentazione di Roma Capitale ricostruisce l’inserimento dell’ex GIL nel progetto DE.SI.RE. – Decoro, Sicurezza, Resilienza nella periferia romana e la Convenzione sottoscritta il 6 marzo 2017 tra Roma Capitale e Presidenza del Consiglio dei ministri (Roma Capitale – documentazione Ex GIL).
Nella vicenda sono coinvolti la Presidenza del Consiglio dei ministri, il Ministero della Giustizia, la Regione Lazio, Roma Capitale e il Municipio X, oltre agli organismi tecnici competenti.
E soprattutto un sistema di monitoraggio esisteva.

Il DPCM 6 dicembre 2016, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 4 del 5 gennaio 2017, approva la graduatoria del Programma e disciplina il relativo sistema di monitoraggio (DPCM 6 dicembre 2016 – Gazzetta Ufficiale).

Le disposizioni sono molto precise.
I RUP dovevano comunicare ogni tre mesi lo stato di avanzamento degli interventi e i dati necessari al monitoraggio. Dovevano inoltre essere trasmesse le determine di indizione delle gare e i contratti sottoscritti.
Per l’erogazione delle successive quote di finanziamento erano previste relazioni tecniche di monitoraggio, SAL e mandati di pagamento quietanzati.
Il gruppo poteva convocare i RUP, accedere alla documentazione, verificare il rispetto del cronoprogramma e accedere ai cantieri per controllare la conformità delle opere al progetto. Poteva inoltre formulare prescrizioni e svolgere verifiche a campione.

Il punto, dunque, non è che mancasse un sistema di controllo: il sistema era previsto. Il punto è capire come abbia funzionato.

Di fronte a un’opera che dal progetto definitivo del 2017 arriva oggi a una previsione di conclusione nel 2027, bisogna allora chiedere: quali relazioni trimestrali sono state inviate alla Presidenza del Consiglio? Come sono stati comunicati e valutati i progressivi slittamenti del cronoprogramma? Quali verifiche sono state svolte sulla variante e sull’incremento del contratto? Quali eventuali prescrizioni sono state formulate dal gruppo di monitoraggio?

E ancora: che cosa hanno fatto nel frattempo il Ministero della Giustizia, destinatario degli spazi per il Giudice di Pace, e la Regione Lazio, proprietaria dell’immobile e parte dell’accordo?

Quindi, il sistema di monitoraggio esisteva ed era tutt’altro che formale. Quello che non emerge dalle fonti pubblicamente accessibili è che cosa abbia prodotto nel caso dell’ex GIL: quali criticità siano state segnalate, quali valutazioni siano state compiute sui ritardi e sulla variante, quali eventuali prescrizioni siano state impartite e come sia stato valutato uno slittamento che porta oggi la conclusione dell’opera fino al 2027.

DALLA LEGALITÀ PROCLAMATA ALLA LEGALITÀ AMMINISTRATIVA

L’ex GIL doveva dimostrare la presenza dello Stato in un territorio segnato dal commissariamento per mafia (la famosa “supercazzola” di Gabrielli) e dai processi ai clan di Ostia.
Sta invece dimostrando quanto possa diventare fragile un’opera pubblica quando la legalità viene utilizzata come slogan e non applicata anche come metodo amministrativo.

La legalità non è soltanto inaugurare un cantiere o promettere una nuova sede istituzionale. È progettare correttamente, verificare le indagini, pubblicare gli atti, controllare i costi, monitorare i tempi e rendere riconoscibili le responsabilità.
Dopo anni di annunci, una variante da oltre 2,17 milioni di euro, nuovi incarichi professionali per 301.429,67 euro nel solo 2025 e una conclusione rinviata al quarto trimestre 2027, il “polo della legalità” presenta ormai contorni quasi grotteschi.
Non perché la struttura sia inutile. Al contrario: Polizia Locale, Giudice di Pace e cittadini ne hanno bisogno. Ma perché un’opera nata per rappresentare l’efficienza, la sicurezza e l’autorevolezza delle Istituzioni è diventata il simbolo della loro incapacità di rendere pubblicamente conto di come siano stati gestiti dieci anni di progettazione, varianti, controlli e rinvii. E per un edificio che avrebbe dovuto rappresentare la legalità, forse è proprio questa la domanda più importante: chi ha controllato i controllori?


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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INFERNETTO, APRE IL NUOVO CENTRO AMA. DUBBI SULLA CONFORMITA’ AL D.M. 91/2026

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260901_111446_0000Il centro di raccolta AMA di via Ermanno Wolf Ferrari nasce come nuova infrastruttura pubblica per il Municipio X, finanziata con il Decreto Aiuti e realizzata attraverso un appalto integrato. Ma mentre il cantiere era ancora in corso è entrato in vigore il D.M. 26 marzo 2026 n. 91, che ha riscritto le regole nazionali sui centri di raccolta. Dubbi sulla conformità dell’impianto, aperto il 31 agosto, al decreto in vigore da maggio, ma anche sulla progettazione, le verifiche, il collaudo, il rumore, i calcinacci, i rifiuti pericolosi e l’accesso delle imprese.

Il 31 agosto è stato aperto all’Infernetto il nuovo Centro di Raccolta (CDR) AMA di via Wolf Ferrari, attivato senza alcuna inaugurazione ufficiale o comunicato stampa.
La struttura, finanziata con i fondi del D.L. 50/2022 (il provvedimento d’urgenza voluto per fronteggiare gli effetti della guerra in Ucraina), è entrata in funzione dopo il 14 maggio 2026 data dell’entrata in vigore del Decreto del Ministero dell’Ambiente n. 91/2026 (G.U. n. 98 del 29 aprile 2026), eludendone però i nuovi e severi requisiti normativi in materia di gestione e sicurezza. Un’ulteriore criticità che si aggiunge al già contestato percorso amministrativo della struttura, ricostruito qui in Appendice.

Il D.M. 91/2026 ha cambiato le regole

Il decreto definisce un Centro di Raccolta come un’area presidiata e allestita nella quale si svolgono concretamente le attività di raccolta, mediante raggruppamento differenziato dei rifiuti urbani conferibili dalle utenze domestiche e non domestiche. L’articolo 8 del decreto concede dodici mesi per conformarsi soltanto ai “centri di raccolta già esistenti”, precisando che essi “continuano ad operare” durante il periodo transitorio.

Il senso letterale della norma appare piuttosto netto: il periodo di dodici mesi riguarda centri che al 14 maggio 2026 già esistevano come centri di raccolta operativi, non semplicemente progettati. Il centro di via Wolf Ferrari è un nuovo centro e risultava ancora materialmente in costruzione due mesi dopo il decreto. La differenza fra esistente, realizzato, ultimato e attivo diventa quindi centrale.
Un’opera può essere progettata senza esistere materialmente. Può essere fisicamente realizzata ma non ancora collaudata. Può essere ultimata ma non ancora messa in esercizio. E soltanto con l’effettiva attività di raccolta che assume pienamente la funzione descritta dall’art. 1 del D.M. 91/2026. Prima, non esiste. Prima, non è operativa.

Cosa impone il decreto D.M. 91/2026

Il D.M. 91/2026 non si limita all’elenco dei rifiuti. Impone nuovi e più stringenti requisiti strutturali, ambientali e gestionali non tutti recepiti dal progetto esecutivo: impermeabilizzazione delle aree di scarico e deposito, gestione delle acque meteoriche e degli eventuali sversamenti, recinzione, illuminazione, viabilità interna, segnaletica, aree chiaramente identificate, protezione dei rifiuti pericolosi, sistemi di contenimento, protezione dagli agenti atmosferici, misure contro polveri e odori, piano di emergenza e piano di ripristino dell’area.
Contiene inoltre una disposizione particolarmente importante per l’Infernetto: le attività non devono produrre inconvenienti da rumori e odori.

Non è quindi sufficiente che il centro sia urbanisticamente realizzato mediante un progetto per altro ampiamente contestato. Deve funzionare senza produrre quelle molestie che il decreto espressamente vuole prevenire in termini rigorosi.

La questione del rumore

CDR AMA INFERNETTOIl CDR di Wolf Ferrari è inserito in un contesto abitato. Il progetto definitivo prevedeva già opere di mitigazione acustica e ambientale, comprese barriere e schermature verso le aree sensibili. La stessa verifica progettuale aveva affrontato le caratteristiche prestazionali delle barriere acustiche, arrivando a richiedere che nelle voci tecniche fossero chiaramente individuate le relative classi di assorbimento e isolamento.
Dunque il rumore era un tema progettuale conosciuto fin dall’origine perché tra i materiali che AMA consente di conferire presso il CDR di via Wolf Ferrari compaiono anche inerti e calcinacci.
Il rumore prodotto dalla caduta di mattoni, cemento, ceramiche e altri materiali duri dentro cassoni metallici non è assimilabile al semplice rumore di fondo del traffico o dei mezzi in manovra. Si tratta potenzialmente di eventi brevi, ripetitivi e ad elevata impulsività.

Dalla documentazione finora esaminata non emerge con sufficiente chiarezza che lo studio acustico abbia specificamente simulato o misurato questa particolare modalità di conferimento secondo i nuovi requisiti introdotti dal decreto 91/2026. Infatti il nuovo decreto rende la questione ancora più rilevante perché vieta espressamente che l’attività determini inconvenienti da rumore.

Cosa può davvero essere conferito nel CDR

La mappa AMA indica per il CDR in via Wolf Ferrari un elenco molto ampio: ingombranti, inerti e calcinacci, batterie, neon, metalli, legno, carta e cartone, consumabili di stampa, vernici, oli vegetali, pile, farmaci, oli lubrificanti, monitor e televisori, tessili, piccoli e grandi elettrodomestici, acidi, solventi, detergenti contenenti sostanze pericolose e altre frazioni.
In linea generale queste tipologie trovano corrispondenza nell’Allegato 1 del D.M. 91/2026 anche se con alcune differenze rispetto al passato. Il decreto però non dice semplicemente “questi rifiuti possono entrare”, ma distingue chi li produce, da quale attività provengono e in quali condizioni possono essere conferiti.
Il caso più evidente è quello degli inerti e dei calcinacci. Il decreto ammette determinate frazioni da costruzione e demolizione provenienti da piccoli interventi di rimozione eseguiti direttamente dal conduttore della civile abitazione. Questo significa che vedere scritto “inerti/calcinacci” sul sito AMA non equivale ad autorizzare lo scarico di rifiuti edili prodotti dalle imprese.

Il furgone non decide la natura del rifiuto

Un furgone può entrare in un centro di raccolta senza che questo dimostri alcuna irregolarità. Può essere utilizzato da un cittadino o può trasportare rifiuti per conto di un’utenza ammessa. Ma la questione normativa non riguarda tanto il veicolo quanto l’origine del rifiuto. Se un’impresa edilizia conferisse calcinacci derivanti dalla propria attività professionale, non basterebbe il fatto che AMA accetti genericamente “inerti”. E’ necessario infatti verificare se quella specifica provenienza sia ammessa dal D.M. 91/2026.

Lo stesso problema si pone per alcune frazioni pericolose o particolari come acidi, solventi, oli minerali, vernici, batterie e farmaci, per le quali il decreto pone specifiche limitazioni legate alla tipologia di utenza e alla provenienza.
Quindi il controllo al cancello dovrebbe essere sostanziale, non soltanto formale. Purtroppo filmati e foto del primo giorno di apertura (non comunicato ai cittadini) testimoniano che a scaricare materiale sono stati quasi solo furgoni. Tutto regolare? Tutto in applicazione del nuovo decreto? Tutto insonorizzato?

La questione dei moduli AMA

Sul proprio sito AMA continua a pubblicare due moduli:

  • il MOD. 178 – Norme per il conferimento dei rifiuti e il contenimento dei rischi per la salute dell’uomo e per l’ambiente
  • MOD. 184 – Presa visione delle norme per il conferimento.

Questi moduli costruiscono il conferimento principalmente attorno alla dichiarazione della riconducibilità del rifiuto alla produzione domestica di una civile abitazione di Roma. Questo rende ancora più interessante il problema degli automezzi professionali: l’autocarro può essere ammesso, ma ciò non modifica la natura giuridica del rifiuto.
Se il materiale deriva da un’abitazione e rientra nei limiti consentiti, il mezzo può essere soltanto uno strumento di trasporto. Se invece il rifiuto nasce dall’attività economica dell’impresa, bisogna verificare la sua effettiva ammissibilità secondo la nuova disciplina nazionale.

C’è poi un’altra anomalia.
La pagina AMA dedicata alle imprese continua ancora a richiamare la scheda Allegato 1A del vecchio D.M. 8 aprile 2008, mentre quel decreto è stato sostituito dal D.M. 91/2026.
Questo non significa automaticamente che ogni conferimento sia illegittimo, ma rivela almeno un mancato aggiornamento documentale evidente delle istruzioni pubblicate agli utenti.

Il problema è su tutta Roma

Roma ha aggiornato le proprie regole?
Finora non risulta pubblicato un atto generale di Roma Capitale o AMA che aggiorni espressamente la disciplina cittadina dei centri di raccolta al D.M. 91/2026. Soprattutto per quelli ‘nuovi’ come quello dell’Infernetto (gli altri, già esistenti, hanno 12 mesi per adeguarsi).
Continua a essere richiamata la DAC 44/2021, il regolamento capitolino sui rifiuti, necessariamente antecedente di ben cinque anni al nuovo decreto. Questo non impedisce al D.M. 91/2026 di essere applicato: una norma nazionale non ha bisogno di essere “recepita” da Roma per diventare efficace.

Il vero nodo del CDR di via Wolf Ferrari

Il problema, quindi, non è stabilire se Roma abbia formalmente “recepito” il decreto. La domanda è più semplice e molto più concreta: quando il centro di raccolta di via Wolf Ferrari è stato messo in esercizio, il 31 agosto, era conforme al D.M. 91/2026?
Dopo i numerosi interventi del Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, dell’Assessore all’Ambiente, Sabrina Alfonsi, dei politici locali a difendere il costruendo impianto, risulta anomalo che all’apertura ancora non si sappia la data del certificato di ultimazione lavori, la data del collaudo, l’eventuale presa in consegna anticipata e soprattutto l’atto che abbia verificato la conformità al D.M. 91/2026.

Non una discarica, ma neppure una semplice “piazzola”

Definire il CDR di Wolf Ferrari all’Infernetto una “discarica” sarebbe tecnicamente scorretto. Un centro di raccolta non è un impianto di smaltimento: i rifiuti vengono raggruppati per frazioni omogenee prima del successivo trasporto agli impianti di trattamento, recupero o smaltimento. Ma sarebbe altrettanto sbagliato banalizzarlo come una semplice “piazzola”, come è stato definito dalla classe politica al governo della città, dove i cittadini lasciano oggetti ingombranti.

Il D.M. 91/2026 dimostra esattamente il contrario: il centro di raccolta è un’infrastruttura ambientale soggetta a requisiti strutturali e gestionali molto precisi, soprattutto quando accetta rifiuti pericolosi, oli, solventi, acidi, batterie, RAEE e materiali da costruzione.
Ed è proprio perché il CDR Infernetto si trova accanto alle abitazioni che quelle garanzie non possono essere affidate alla sola promessa che “il centro è a norma”. Il CDR su via Wolf Ferrari stava ancora diventando un centro di raccolta, mentre quella norma entrava in vigore.
Ed è precisamente questa differenza — tra un centro già attivo e un’opera ancora in costruzione — che Roma Capitale e AMA devono oggi dare spiegazione ai cittadini.
Nei prossimi giorni sarà presentato un esposto al Ministero dell’Ambiente.


 

APPENDICE

La Giunta capitolina, con le deliberazioni del 29 dicembre 2023, ha individuato AMA come soggetto realizzatore degli impianti finanziati e ha approvato il progetto definitivo del CDR su via Wolf Ferrari.
L’investimento indicato allora era di circa 3,13 milioni di euro. Il Piano Gestionale Annuale AMA 2026 riporta poi un importo di 3.017.872,88 euro, interamente finanziato dal D.L. 50/2022.
Il progetto non è dunque nato come semplice area di scarico. È un’opera pubblica vera e propria, con progettazione, verifica, direzione lavori, coordinamento della sicurezza e collaudo. La progettazione definitiva fu affidata al raggruppamento guidato da A.T.P. Ambiente Trasporti Progettazione S.r.l., con architetto Romano Filippello quale coordinatore e progettista generale. La verifica del progetto definitivo fu affidata a Pro Iter Organismo di Ispezione S.r.l., mentre il RUP AMA della fase progettuale risultava l’ingegner Andrea Di Loreto.

La verifica del progetto

La documentazione già acquisita mostra un primo rapporto con non conformità, un contraddittorio con i progettisti e un successivo rapporto finale positivo.
Alcune osservazioni, tuttavia, furono lasciate come punti di attenzione per la fase esecutiva. Fra queste figuravano aspetti ambientali, la gestione delle acque e approfondimenti da completare nella progettazione successiva.

La progettazione esecutiva nel 2025

AMA scrive che “a giugno 2025 si è conclusa la progettazione esecutiva” e che verifica e validazione del Responsabile del Progetto e di Roma Capitale hanno consentito l’avvio dei lavori. Il progetto esecutivo fu nuovamente sottoposto a verifica da Pro Iter, che nel proprio curriculum degli incarichi indica espressamente “AMA CdR Wolf Ferrari PE – Verifica ai sensi dell’art. 42 del D.Lgs. 36/23 del PE e supporto al RUP ai fini della validazione”.

L’appalto era infatti un appalto integrato, progettazione esecutiva più lavori. Il CIG è B10A7CA8B1 e la procedura AMA è la 24/000312. Il portale AMA la registra come conclusa con contratto/ordine emesso. L’aggiudicazione interessò ATLANTE S.C.p.A., con Bianco Costruzioni S.r.l. quale consorziata esecutrice. Il gruppo indicato per la progettazione esecutiva comprendeva Hub Engineering Consorzio Stabile S.c.a.r.l., Groma Società di Ingegneria S.r.l.s., Missere Ingegneria S.r.l., Interpro Engineering Consultants S.r.l. e Daniele Rossetti.

Per la direzione lavori e il coordinamento della sicurezza in esecuzione, AMA ha invece affidato il lotto Wolf Ferrari al raggruppamento VOLO E AND C. S.r.l. – ECOMAR S.r.l., per un importo di 164.189,59 euro. Il portale AMA indica per questo lotto lo stato “Concluso – Emesso contratto/ordine”.

Il collaudo è stato affidato a un altro raggruppamento, composto dall’ingegner Andrea Magario, dall’ingegner Stefano Onnis, dall’ingegner Matteo Fioravanti e dall’architetta Erika Terlini, per 49.549,72 euro.
Qui però il portale AMA riporta lo stato “Concluso – Aggiudicato”, diversamente dalla direzione lavori, per la quale compare invece “Emesso contratto/ordine”. Questa differenza non dimostra che il collaudo non sia stato effettuato. Significa però che, allo stato della documentazione pubblica facilmente reperibile, resta indispensabile acquisire l’Ordine di Attivazione, il contratto specifico, il verbale di consegna delle attività di collaudo, eventuali verbali di visita e prove, il certificato finale e il relativo atto di approvazione.

La questione temporale: il calendario ufficiale e il cantiere ancora aperto

La programmazione dell’intervento collocava nel secondo trimestre 2026 il raggiungimento di un SAL del 55% e soltanto nel terzo trimestre 2026 il completamento dei lavori e il collaudo.
A gennaio 2026 il cantiere aveva inoltre subito un arresto dopo il rinvenimento di lastre contenenti amianto. AMA dichiarò che l’area era stata messa in sicurezza, che il piano di bonifica era stato approvato con la ASL e che i lavori erano successivamente ripresi.
Il rinvenimento portò poi a una variante in corso d’opera. AMA ha pubblicato la relativa procedura nella sezione “Varianti in corso d’opera” dell’appalto Wolf Ferrari.
La determina di variante già acquisita indica un incremento di 216.665,66 euro oltre IVA, motivato con rinvenimenti non previsti e non prevedibili in fase di progettazione. Il RUP indicato nella fase di variante è l’ingegner Innocenzo Bochicchio.

Il punto non è stabilire qui se il rinvenimento fosse realmente imprevedibile. È però legittimo chiedere come si coordini questa motivazione con le indagini geologiche, ambientali preliminari e archeologiche che risultavano già finanziate nel quadro economico originario. E soprattutto abbiamo un dato materiale decisivo: ancora il 13 luglio 2026 il CDR in via Wolf Ferrari era un cantiere. Le fotografie documentano recinzioni temporanee, lavorazioni incomplete, terreni ancora aperti, segnaletica di cantiere e opere non terminate.
Questo dato assume una rilevanza giuridica particolare perché nel frattempo, il 14 maggio 2026, era entrato in vigore il nuovo D.M. MASE 26 marzo 2026 n. 91. Il centro AMA è conforme alla nuova normativa?

Quando dovevano terminare i lavori

Il cronoprogramma ufficiale dell’intervento collocava la chiusura dei lavori e il collaudo nel III trimestre 2026, quindi entro il 30 settembre 2026. Più precisamente, la scheda finanziaria prevedeva nel II trimestre 2026 il raggiungimento del SAL 55% e nel III trimestre la voce “Completamento lavori e collaudo”.
C’è anche un secondo riferimento coerente: la convenzione/monitoraggio ACOS indicava come target finale proprio “fine lavori e collaudo” al 30 settembre 2026. Quindi, almeno sulla carta, quella era la scadenza massima programmata.
Questo rende ancora più rilevante il fatto che il centro risultasse già aperto al pubblico a fine agosto 2026: bisogna capire se i lavori siano stati ultimati anticipatamente, se il collaudo sia già intervenuto, oppure se ci sia stata una presa in consegna anticipata/messa in esercizio prima del collaudo finale.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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TERMOVALORIZZATORE DI SANTA PALOMBA, L’ARCHEOLOGIA ERA GIÀ NELLE CARTE: ESPOSTO LABUR AL MINISTERO

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260831_154352_0000La VPIA (Verifica Preventiva dell’Interesse Archeologico) ha censito nell’area di Santa Palomba interessata dal termovalorizzatore ben 342 presenze archeologiche (dette MOSI, MOdulo SIto), comprese strade antiche e basolati. Le interferenze con le opere risultano plurime, il rischio era classificato alto e il PAUR (Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale) imponeva precise condizioni di tutela. Eppure il progetto esecutivo è stato approvato e il ritrovamento del basolato del giugno 2026 è stato raccontato quasi come un imprevisto di cantiere. Dopo le criticità già denunciate sul sedime, sul Fosso della Cancelliera, sulle aree interessate e sull’evoluzione del progetto, LabUr apre ora il capitolo archeologico e annuncia un esposto al Ministero della Cultura.

Come è stato possibile approvare il progetto esecutivo del termovalorizzatore di Santa Palomba se le opere interferivano con presenze archeologiche già conosciute, cartografate e sottoposte a precise prescrizioni di tutela?
È la domanda che oggi si aggiunge alle altre criticità già sollevate da LabUr sulla realizzazione del Parco delle risorse circolari, nome ‘alternativo’ usato dal Comune di Roma per il termovalorizzatore di Santa Palomba.
Questa volta, però, non si parte da una ricostruzione esterna al procedimento. Si parte direttamente dagli elaborati archeologici del progetto e dagli atti della Conferenza di servizi.

Cosa sono le MOSI: non ipotesi, ma presenze archeologiche schedate

Una scheda MOSI non indica semplicemente un punto dove “potrebbe esserci qualcosa”. È lo strumento con cui, nella documentazione della verifica preventiva dell’interesse archeologico, viene registrata una presenza archeologica censita, con localizzazione, descrizione, fonte, cronologia e altre informazioni disponibili. La VPIA generale del termovalorizzatore dichiara di avere censito 342 siti archeologici, tutti riportati nelle carte e collegati alle rispettive schede MOSI. Tra questi compaiono anche numerosi tracciati viari antichi e basolati già individuati in precedenti indagini.

La MOSI 53 individua la Via Satricana come tracciato viario antico.
La MOSI 122 descrive una strada con blocchi di leucitite, frammenti di basalto, crepidine e blocchi squadrati di basalto.
La MOSI 128 registra un basolato orientato est-ovest, già individuato in precedenti indagini e interpretato come strada.
La MOSI 134 parla espressamente di una “strada romana basolata”, orientata sud-ovest/nord-est, osservata in tre saggi e collegabile con altri tratti individuati nei lotti confinanti.

Non siamo quindi davanti a una generica previsione di rischio. L’archeologia era già materialmente descritta e cartografata e le interferenze con il progetto oggi ci sono e appaiono nella loro criticità. Infatti l’analisi incrociata delle cartografie progettuali e delle schede MOSI mostra che le interferenze tra opere previste e presenze archeologiche sono più di una. Non è necessario ridurre il problema a un singolo sito o a una singola strada: il dato sostanziale è che il progetto attraversa un contesto archeologico strutturato e già conosciuto.
Per il settore del nuovo Fosso della Cancelliera, inoltre, la VPIA specifica individua 58 presenze archeologiche e afferma espressamente che l’area è attraversata dall’antico tracciato della Via Satricana.
La conclusione tecnica è altrettanto netta: potenziale archeologico alto e rischio archeologico alto. Quindi, come sono state gestite, prima dell’approvazione dell’esecutivo, interferenze che erano già conoscibili dagli elaborati progettuali.

Primo punto: possibile inosservanza delle prescrizioni archeologiche del PAUR

Il PAUR non si limita a prescrivere la presenza di un archeologo durante gli scavi. Le condizioni archeologiche prevedono che le aree nelle quali insistono strutture archeologiche risultanti dalle planimetrie della Soprintendenza o dal SITAR siano escluse dall’area edificabile, garantendo anche una fascia di rispetto.
In caso di nuovi rinvenimenti, inoltre, la Soprintendenza può imporre l’estensione delle indagini, modifiche anche sostanziali al progetto e, nei casi estremi, l’abbandono dell’intervento interessato. Ecco perché la questione non può essere liquidata con la formula “sono emersi reperti durante i lavori”.

Se le strutture erano già conosciute e le opere interferivano con esse, occorre dimostrare come siano state recepite nell’esecutivo le prescrizioni del PAUR. Il confronto con il progetto esecutivo mostra che ciò non è avvenuto. Saremmo quindi davanti non a una semplice criticità progettuale, ma alla possibile inosservanza di una condizione del titolo autorizzativo.

Secondo punto: cosa ha realmente autorizzato la Soprintendenza?

La Soprintendenza speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma ha espresso il 24 dicembre 2025, prot. 0072902-P, un parere favorevole a condizioni. Quel contributo è confluito nel PAUR approvato con Ordinanza commissariale n. 3 del 16 gennaio 2026. Successivamente, prima dell’approvazione del progetto esecutivo, la stessa Soprintendenza è nuovamente intervenuta con la nota prot. 0018152-P del 23 marzo 2026, richiamando le condizioni già poste nel dicembre precedente. Il problema, quindi, riguarda direttamente anche la Soprintendenza.

Occorre chiarire:

  • se, prima dell’approvazione definitiva dell’esecutivo, sia stata verificata puntualmente la sovrapposizione tra opere, MOSI, SITAR (Sistema Informativo Territoriale Archeologico di Roma) e strutture già accertate;
  • se siano state prescritte esclusioni o varianti; e perché le interferenze oggi rilevabili risultassero ancora presenti nella configurazione progettuale approvata.

Non sarebbe sufficiente rispondere che gli scavi sono stati effettuati sotto assistenza archeologica: la sorveglianza durante lo scavo non sostituisce l’obbligo di rispettare le condizioni imposte alle strutture già note.

Terzo punto: il Commissario poteva derogare alla tutela archeologica?

Il Commissario straordinario (il Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri) dispone effettivamente di poteri eccezionali. L’articolo 13, comma 2, del decreto-legge n. 50/2022 gli consente, quando necessario, di procedere mediante ordinanza anche in deroga a disposizioni di legge. Ma la stessa norma pone un limite espresso: sono fatte salve le disposizioni del Codice dei beni culturali e del paesaggio, decreto legislativo n. 42/2004. L’ordinanza PAUR n. 3/2026 richiama testualmente questo limite. In altre parole, i poteri commissariali non consentono di derogare alla disciplina di tutela dei beni culturali e archeologici.

Le deroghe effettivamente adottate per il PAUR hanno riguardato, tra l’altro, i termini dell’art. 27-bis del D.Lgs. 152/2006 e la possibilità di svolgere la Conferenza di servizi anche in modalità asincrona anziché esclusivamente sincrona. Questo risulta dall’Ordinanza n. 47 del 7 agosto 2025, richiamata integralmente nel PAUR. Non emerge invece, né potrebbe trovare fondamento nell’articolo 13, una deroga commissariale che consenta di disapplicare il Codice dei beni culturali. La specialità della procedura del termovalorizzatore non rende sacrificabile l’archeologia.

Quarto punto: una narrazione pubblica che ha ridimensionato il problema

Quando nel giugno 2026 è emersa una strada basolata durante gli scavi, il fatto è stato prevalentemente presentato come un rinvenimento circoscritto, posto in una zona periferica del cantiere e tale da determinare soltanto una sospensione locale. Ma questa rappresentazione, alla luce degli elaborati che precedevano il cantiere, è almeno incompleta. Non si stava scavando in un’area archeologicamente neutra nella quale, per caso, è comparsa una strada romana. Si stava operando in un territorio nel quale il progetto stesso aveva censito 342 presenze, numerosi tracciati viari, la Via Satricana, basolati e strutture già note e nel quale settori direttamente interessati dalle opere erano classificati a rischio archeologico alto. Per questo il problema non è soltanto ciò che è stato trovato nel 2026.
Il vero problema è ciò che si sapeva prima del 2026. Presentare il basolato come una semplice sorpresa di cantiere rischia quindi di capovolgere la sequenza dei fatti. Prima c’erano le carte, i pareri, le prescrizioni. Poi l’approvazione e solo alla fine sono arrivate le ruspe.

Una contestazione finora sottostimata

Anche la contestazione pubblica appare, a questo punto, sottodimensionata rispetto alla consistenza del problema. Il dibattito si è concentrato soprattutto sui nuovi reperti e sulla loro eventuale importanza. Ma la questione amministrativa è precedente e più profonda: se il progetto conosceva già quelle presenze, come sono state trattate nella progettazione e nell’approvazione dell’esecutivo?
È questo che distingue un “ritrovamento archeologico durante i lavori” da un possibile problema nella fase autorizzativa e progettuale precedente ai lavori e chiama in causa una precisa catena di competenze amministrative e tecniche: proponente, progettisti, verificatore, RUP, amministrazione commissariale e Soprintendenza, ciascuno naturalmente nell’ambito delle rispettive funzioni.

Un altro tassello dopo le criticità già denunciate da LabUr

Il capitolo archeologico arriva dopo le numerose questioni già poste da LabUr sul termovalorizzatore (LINK): il sedime originario dell’opera, la particella 105, il Fosso della Cancelliera e la sua successiva modifica, le condizioni delle aree acquistate, le trasformazioni intervenute rispetto alla configurazione iniziale e la coerenza complessiva tra gli atti susseguitisi nel procedimento.
Adesso emerge un dato ulteriore perché prima di approvare l’esecutivo si conoscevano sia le presenze archeologiche sia le relative interferenze e contemporaneamente esistevano prescrizioni che imponevano una specifica tutela delle strutture archeologiche già individuate.
Non risultano deroghe commissariali che possano superare le disposizioni del Codice dei beni culturali. Al contrario, la legge che attribuisce i poteri speciali al Commissario le dichiara espressamente salve.

Per questo LabUr ritiene necessario chiarire quattro questioni:

  1. rispetto della normativa archeologica;
  2. rispetto delle condizioni espresse nel PAUR e dalla Soprintendenza;
  3. correttezza dell’approvazione del progetto esecutivo;
  4. corrispondenza della narrazione pubblica con quanto risultava già dagli atti.

Come già avvenuto per le altre criticità emerse nella vicenda del termovalorizzatore di Santa Palomba, LabUr presenta quindi un esposto al Ministero della Cultura, chiedendo di verificare la regolarità del procedimento sotto il profilo della tutela archeologica, il rispetto delle prescrizioni impartite, il ruolo svolto dalla Soprintendenza nelle diverse fasi e la compatibilità delle interferenze già note con il progetto esecutivo successivamente approvato.
Perché, una volta accertato che l’archeologia non era una sorpresa ma era già sulle mappe del progetto, la domanda non è più perché sia comparsa durante gli scavi, ma perché quelle opere siano state approvate proprio lì.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

 

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OSTIA, MILIONI SUGLI IMPIANTI SPORTIVI: DAL PALAFIJLKAM ALLO STADIO GIANNATTASIO, DOVE SONO LE VERIFICHE URBANISTICHE?

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260829_111009_0000Un investimento pubblico da 4,8 milioni di euro, di cui 4 milioni finanziati dal PNRR, per la rigenerazione del Centro Olimpico FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali) di via dei Sandolini, ma nella documentazione progettuale finora reperita non emerge una ricostruzione esplicita dello stato legittimo urbanistico-edilizio dell’intero complesso. Un tema tutt’altro che secondario per un impianto cresciuto per fasi dal 1990 al 2012, progettato originariamente dagli ingegneri Renato Papagni e Paolo Morelli e sorto a ridosso di Castel Fusano. Il caso si inserisce in un quadro più ampio che comprende anche il Polo Natatorio di Ostia – altra grande opera sportiva del lungomare (alla quale è legato il nome di Papagni) – il Parco del Mare e i lavori in corso allo stadio Pasquale Giannattasio: l’impiantistica sportiva di Ostia può essere rilanciata, ma non sottraendola alle verifiche urbanistiche, edilizie e vincolistiche.

 

PalaPellicone, un intervento da 4,8 milioni ma la storia urbanistica resta da chiarire

Roma Capitale sta investendo 4,8 milioni di euro nel PalaFIJLKAM, oggi Centro Olimpico “Matteo Pellicone”, attraverso il PNRR, Missione 5, componente 2, investimento 3.1 “Sport e inclusione sociale”. Il progetto definitivo descrive l’intervento come una «rigenerazione e adeguamento impiantistico dell’impianto sportivo di proprietà capitolina» di via dei Sandolini 79. La relazione DNSH (Do No Significant Harm, ossia “non arrecare un danno significativo”, principio ambientale dell’Unione Europea che vieta di finanziare attività o investimenti che danneggino l’ambiente) ricorda che il complesso è stato realizzato in diverse fasi, con lotti inaugurati nel 1990, 1992 e 2012, e comprende oggi palazzetto, palestre, uffici, foresterie, mensa, museo e altre strutture.

Il finanziamento iniziale PNRR era di 4 milioni. Il quadro economico definitivo porta l’intervento complessivo a 4,8 milioni, con oltre 3,4 milioni destinati ai lavori. Ma qual è lo stato legittimo del complesso sul quale si interviene?

Cosa dice la documentazione progettuale

Nella documentazione progettuale finora resa disponibile e analizzata non abbiamo trovato una relazione che ricostruisca organicamente i titoli edilizi dell’intero Centro Olimpico. Nella stessa relazione DNSH non compaiono riferimenti allo “stato legittimo”, né alle concessioni edilizie storiche, né alla concessione in sanatoria del 2004 che compare invece nella precedente documentazione tecnica federale.
Questo ovviamente non significa affermare che l’intero impianto sia irregolare. Significa una cosa diversa e amministrativamente molto più precisa: prima di investire milioni di euro su edifici pubblici esistenti bisogna poter ricostruire con certezza quali opere siano state autorizzate, con quali titoli e nel rispetto di quali vincoli.

La nascita dell’impianto

La nascita del PalaFILPJ risale al 1986. Il progetto originario fu curato dagli ingegneri Renato Papagni e Paolo Morelli. Lo conferma anche Il Messaggero del 25 aprile 1990, giorno dell’inaugurazione. Nell’articolo di Giulio Mancini, “Il palazzetto in riva al mare”, Morelli spiegava le scelte architettoniche effettuate insieme a Papagni, al quale venivano attribuiti studio e direzione dei lavori. Ma nello stesso articolo emerge un dettaglio importante: il presidente federale Matteo Pellicone (scomparso il 9 dicembre 2013 a Roma, all’età di 78 anni) annunciava un Centro Olimpico molto più ampio del solo palazzetto e parlava di un terreno comunale di circa 38 mila metri quadrati, sul quale sarebbero sorti foresteria, mensa, palestre, biblioteca, ambulatorio e aula magna.
Eppure la seconda grande assegnazione di terreno comunale che abbiamo ricostruito risale alla deliberazione n. 2735 del 3 maggio 1990, cioè appena otto giorni dopo l’inaugurazione. È uno dei passaggi che LabUr intende approfondire: non prova da solo un’irregolarità, ma impone di ricostruire con precisione la disponibilità delle aree, i titoli edilizi e la successione delle opere.

A questo si aggiunge un altro fatto: nella documentazione storica compare una concessione edilizia in sanatoria del 13 febbraio 2004. Occorre capire quali fabbricati o difformità abbia sanato e quale rapporto abbia con le costruzioni oggi interessate dai finanziamenti pubblici.

Il nodo dei vincoli: Castel Fusano è a pochi passi

Non c’è soltanto l’urbanistica. La stessa relazione PNRR riconosce che il Centro Olimpico sorge «in prossimità del Parco Naturale di Castel Fusano». La relazione DNSH ricorda inoltre che, quando gli interventi ricadono in aree sensibili sotto il profilo della biodiversità o nelle loro vicinanze, devono essere verificate la conformità alle discipline delle aree protette e le eventuali autorizzazioni degli enti competenti.
Anche su questo versante la domanda è semplice: quali verifiche furono svolte sulle opere originarie e sulle successive espansioni? Non basta verificare che le nuove pompe di calore o i pannelli fotovoltaici producano un impatto limitato. Bisogna conoscere anche la legittimità dell’edificio sul quale quelle opere vengono installate.

PalaPellicone e Polo Natatorio: due grandi impianti, lo stesso progettista

La vicenda assume una dimensione più ampia se la si confronta con un altro enorme intervento sportivo costruito sul lungomare di Ostia: il Polo Natatorio realizzato in occasione dei Mondiali di Nuoto Roma ’09. Anche lì compare Renato Papagni, insieme all’architetto Angelo Zampolini, nella progettazione dell’impianto.
La storia amministrativa del Polo Natatorio è stata caratterizzata da contestazioni, lavori incompleti e successive questioni urbanistiche e territoriali che LabUr ha ampiamente affrontato in quegli anni (LINK).

Non si tratta di sostenere che le due vicende siano identiche, ma si può certamente affermare che rappresentano due grandi trasformazioni sportive realizzate in pochi chilometri sul lungomare di Ostia, entrambe legate alla progettazione di Papagni e entrambe meritevoli di una ricostruzione puntuale del rapporto tra edificazione, proprietà pubblica, disponibilità delle aree e vincoli territoriali.
Per LabUr il tema è proprio questo: chi ha deciso come utilizzare le grandi aree pubbliche del litorale e attraverso quali procedimenti urbanistici?

Onorato rilancia gli impianti: il caso Giannattasio

L’Assessore capitolino allo Sport del Comune di Roma, Alessandro Onorato, sta facendo dell’ammodernamento dell’impiantistica sportiva uno degli elementi più visibili dell’azione amministrativa.
A Ostia l’ultimo caso è lo stadio Pasquale Giannattasio, dove sono in corso lavori rapidissimi per consentire all’Ostiamare di disputare il campionato di Serie C.
Il 9 luglio 2026 la Giunta Capitolina ha dato mandato agli uffici di procedere con gli interventi necessari all’omologazione: nuovo manto erboso, tribuna ospiti, illuminazione, infrastrutture televisive, sicurezza, servizi agli atleti e ulteriori adeguamenti dell’impianto.
Il 27 agosto 2026, la Rai ha documentato un cantiere ormai vicino alla conclusione, parlando di un restauro «a tempo di record» e dell’ultimo sopralluogo necessario prima del via libera.
Proprio questa accelerazione rende necessario fare ciò che troppo spesso a Ostia è stato fatto soltanto dopo: controllare gli atti prima che le opere diventino fatti compiuti. LabUr verificherà dunque la titolarità e disponibilità delle aree, stato legittimo dell’impianto, titoli delle opere, eventuali vincoli, autorizzazioni, conformità alle destinazioni urbanistiche e procedura utilizzata per i lavori oggi in corso. Ostia ha bisogno sicuramente di impianti moderni, funzionanti e finalmente utilizzabili, ma l’impiantistica sportiva pubblica non può essere costruita, ampliata o trasformata prescindendo dalle stesse regole che valgono per qualsiasi altro intervento edilizio, come accaduto in passato tra piscine e impianti sportivi non omologati.

PalaFIJLKAM e Parco del Mare

C’è infine un altro elemento che LabUr intende approfondire. Il Centro Olimpico si trova direttamente a ridosso dell’area interessata dal Parco del Mare, che ridisegnerà viale della Stazione di Castel Fusano, viabilità, sosta, percorsi pedonali e verde intorno all’impianto. Negli elaborati del progetto esecutivo, proprio in questo ambito, il rapporto tra la sosta prevista e quella assunta come esistente viene indicato nel 120%: in altre parole, il progetto rappresenta un’offerta finale superiore del 20% rispetto a quella presa come base.
Ma manca un dato essenziale per comprendere quella percentuale: che cosa è stato contato nel 100% di partenza? Il grande parcheggio PalaFIJLKAM è interno al complesso sportivo. Entra oppure no nel calcolo? E quali sono, in numeri assoluti, gli stalli pubblici esistenti, quelli eliminati e quelli previsti?
La domanda diventa ancora più interessante alla luce di un documento FIJLKAM del 2012, nel quale compaiono 2.078 metri quadrati di “viabilità esistente”, allora indicati come di proprietà demaniale, che la Federazione avrebbe dovuto prendere in concessione e inglobare nel Centro Olimpico.
Oggi il Parco del Mare torna a intervenire proprio sul sistema degli spazi pubblici e della viabilità intorno all’impianto. Dove passano esattamente i confini tra le aree del Centro Olimpico e quelle pubbliche interessate dal nuovo progetto?

Dal PalaPellicone al Polo Natatorio, fino al Giannattasio, la questione è una sola: prima delle inaugurazioni e dei comunicati vengono le autorizzazioni, lo stato legittimo degli immobili e il rispetto dei vincoli. E quando agli investimenti sugli impianti si sovrappone una trasformazione urbana della portata del Parco del Mare, conoscere esattamente titoli, confini e disponibilità delle aree diventa ancora più importante.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

 

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OSTIA, PORTO TURISTICO DI ROMA: LO STATO E’ PROPRIETARIO, MA CHI HA VERIFICATO LA CONCESSIONE?

1_20260827_171121_0000Un’interrogazione parlamentare riporta il Porto Turistico di Roma sotto i riflettori: governance, amministratori, società confiscate, un patrimonio valutato oltre 460MLN di euro. Tutte questioni importanti. Ma ancora una volta compare un piccolo esercito del giorno dopo. La domanda che LabUr pone da anni è sempre la stessa: con quale procedimento Porto Turistico di Roma S.r.l. è diventata concessionaria? Presentato un nuovo esposto-istanza a Roma Capitale, Ministero dell’Economia e delle Finanze, Agenzia del Demanio, Regione Lazio, ANBSC, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Capitaneria di Porto e, per quanto di eventuale competenza, Procura regionale della Corte dei conti.

 

Sul Porto Turistico di Roma sono tornati ad accendersi i riflettori.
Il 4 agosto 2026 la Sen. Cinzia Pellegrino ha presentato l’interrogazione parlamentare n. 4-03278 ai Ministri dell’Interno, delle Infrastrutture e dei Trasporti e dell’Economia e delle Finanze. Al centro ci sono la gestione del Porto e delle società confiscate, la governance, gli amministratori e i rapporti tra Porto Turistico di Roma S.r.l. e Gestione Servizi Porto di Roma S.r.l., all’interno di un patrimonio che la stessa interrogazione indica in oltre 460 milioni di euro.

Tutto importante.
Ma ancora una volta si arriva il giorno dopo. E si rischia di combattere la battaglia sul bersaglio sbagliato.

È una dinamica alla quale sul litorale romano di Ostia siamo ormai abituati: quando un problema diventa abbastanza grande da conquistare titoli, interrogazioni e attenzione politica, compare puntualmente un piccolo esercito del giorno dopo. Si discute di chi gestisce, di chi amministra, di incarichi, società e governance. Molto meno spesso si torna all’origine degli atti per chiedersi se il problema non sia cominciato prima. E nel caso del Porto di Ostia, molto prima.
Prima di discutere chi governa Porto Turistico di Roma S.r.l., come venga amministrata una società confiscata allo Stato e quali siano i rapporti tra le società che operano all’interno del Porto, esiste una domanda preliminare: con quale procedimento Porto Turistico di Roma S.r.l. è diventata concessionaria?

LabUr aveva già formalmente interessato l’ANBSC (Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata) il 14 luglio 2022, indicando espressamente la questione del cambio di titolarità della concessione demaniale marittima del Porto di Ostia da A.T.I. S.p.A. a Porto Turistico di Roma S.r.l. La richiesta di verifica era stata reiterata il 27 giugno 2023.

Quindi oggi, mentre il Parlamento domanda al Governo come venga gestito il Porto, quella questione è ancora lì. Non è una questione secondaria rispetto alla governance, ma viene prima.
La Porto Turistico di Roma non era la concessionaria originaria. La concessione demaniale marittima cinquantennale n. 129 del 30 ottobre 2001, repertorio n. 359/01, era stata rilasciata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – Capitaneria di Porto del Compartimento marittimo di Roma ad Attività Turistiche Imprenditoriali S.p.A. – A.T.I.
Porto Turistico di Roma S.r.l. vi subentra soltanto nel 2007 attraverso la Determinazione regionale B0892. Ed è proprio il procedimento che ha prodotto quel passaggio che LabUr chiede di verificare.

Quando il titolo vale milioni

Non stiamo parlando di una questione puramente formale. Nel bilancio 2024 di Porto Turistico di Roma S.r.l. risultano ancora i contenziosi ICI/IMU con Roma Capitale relativi alle annualità pregresse. Per gli anni 2011-2016, gli importi riportati nella documentazione societaria raggiungono complessivamente circa 5,15 milioni di euro.
Controversie che sono arrivate fino alla Corte di Cassazione e nelle quali la qualità di concessionario assume un rilievo determinante. La Cassazione ricostruisce espressamente il subingresso del 2007 da A.T.I. a Porto Turistico di Roma, ma quei giudizi riguardano il contenzioso tributario: non avevano ad oggetto la legittimità amministrativa della Determinazione regionale B0892 che quel subingresso aveva disposto.

Poi ci sono i canoni demaniali.
Dal bilancio 2024 risultano contabilizzati 808.201 euro per i canoni concessori demaniali relativi agli anni 2020, 2021, 2022, 2023 e 2024. La società dichiara però di essere ancora in attesa delle relative lettere di introito da Roma Capitale, nonostante i solleciti.

E dagli atti acquisiti da LabUr attraverso accesso documentale emerge anche un’ulteriore somma dovuta di circa 1,4 milioni di euro.

Quindi proviamo a rimettere insieme i pezzi: oltre 5 milioni di euro di contenzioso tributario, 808 mila euro di canoni contabilizzati, altri 1,4 milioni risultanti dagli atti, una società confiscata ormai acquisita allo Stato e una concessione oggi amministrata da Roma Capitale.

A questo punto verificare documentalmente la catena del titolo concessorio non è archeologia amministrativa, ma una questione patrimoniale attuale.

 

LabUr presenta esposto/istanza

Per questo oggi, 27 agosto, abbiamo presentato un nuovo esposto-istanza a Roma Capitale, Ministero dell’Economia e delle Finanze, Agenzia del Demanio, Regione Lazio, ANBSC, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Capitaneria di Porto e, per quanto di eventuale competenza, Procura regionale della Corte dei conti.
Chiediamo una cosa molto difficile da eludere: tirare fuori il fascicolo e verificare gli atti. Perché si può discutere per mesi di governance, amministratori e gestione, ma se il problema è il titolo, si sta combattendo intorno al Porto senza ancora essere arrivati al cuore del Porto.

 

L’esposto/istanza a questo link.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

 

 

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PARCO DEL MARE, LABUR LANCIA LA PETIZIONE A ROCCA: RIAPRA IL CONFRONTO E RENDA PUBBLICO LO STATO REALE DELL’OPERA

1_20260826_152032_0000La Regione finanzia con circa 24 milioni di fondi FESR la prima fase dell’intervento. Il Progetto Esecutivo viene formalizzato a ridosso della scadenza del 18 giugno, ma due mesi dopo ANAS parla ancora di “attività propedeutiche”. Intanto Rocca solleva criticità su parcheggi, mobilità, manutenzione e PUA. LabUr chiede trasparenza: «Non vogliamo fermare il Parco del Mare. Vogliamo che funzioni» e lancia una petizione rivolta al Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca per chiedere la riapertura del confronto pubblico sul Parco del Mare di Ostia e la pubblicazione dello stato effettivo di avanzamento dell’intervento.

 

Non per fermare l’opera. Esattamente il contrario. Per capire quale Parco del Mare si stia realmente realizzando, a che punto siano i lavori e come verranno affrontate criticità che ormai non vengono sollevate soltanto da cittadini, associazioni e tecnici.
Nei giorni scorsi, infatti, secondo quanto riportato dalla stampa, è stato lo stesso Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, a porre al Campidoglio questioni riguardanti parcheggi e loro distribuzione, collegamenti con il trasporto pubblico, manutenzione delle nuove aree verdi e coordinamento con il Piano di Utilizzazione degli Arenili (P.U.A.).

La Regione Lazio non è uno spettatore del Parco del Mare. Finanzia con circa 24 milioni di euro del PR FESR 2021–2027 la prima fase dell’intervento e ha responsabilità nella gestione e nel controllo delle risorse europee impiegate.

Il 18 giugno e quel cronometro europeo

Gli elaborati del Progetto Esecutivo (P.E.) risultano formalizzati il 17 giugno 2026.
Il 18 giugno il progetto viene approvato e validato da Roma Capitale e, nello stesso giorno, i lavori vengono formalmente consegnati.
Quella data non era casuale. Era la scadenza determinante per il raggiungimento del target collegato al finanziamento FESR.
Il giorno successivo ANAS annunciava pubblicamente l’apertura del cantiere e l’avvio dei lavori.
Poi passano due mesi.
Il 18 agosto, rispondendo a LabUr, la stessa ANAS comunica che l’intervento è ancora caratterizzato dalle «consuete attività propedeutiche alla risoluzione delle interferenze».
Ma il cronoprogramma del Progetto Esecutivo racconta altro: dopo sessanta giorni la semplice cantierizzazione avrebbe dovuto essere ampiamente superata e diverse lavorazioni avrebbero dovuto risultare concluse o in corso (tutte le info di dettaglio disponibili a questo LINK).

È quindi legittimo chiedere alla Regione che finanzia l’intervento: qual è oggi lo stato di avanzamento fisico, procedurale e finanziario dell’opera?
E soprattutto: è coerente con il cronoprogramma sulla base del quale l’intervento viene realizzato?

Mentre il cantiere rallenta, Rocca chiede correzioni

Mentre sul terreno ANAS parla ancora di attività propedeutiche, dalla Regione arrivano rilievi su alcuni degli elementi strutturali del progetto.
Parcheggi. Trasporto pubblico. Manutenzione. Coordinamento con il PUA.
Non sono dettagli da sistemare a lavori conclusi, ma questioni che incidono sul funzionamento complessivo del nuovo waterfront.
E sono, peraltro, questioni che cittadini, associazioni e tecnici avevano già posto durante e dopo il processo partecipativo.

Se oggi quelle criticità vengono riconosciute anche dal Presidente dell’amministrazione che finanzia la prima fase dell’opera, la risposta non può essere semplicemente andare avanti e discuterne dopo. Occorre sapere come verranno affrontate e se comporteranno modifiche al progetto già approvato e consegnato.

La «resistenza al cambiamento»

In questo quadro assumono un significato particolare anche le recenti parole proferite durante un’intervista dell’assessore all’Urbanistica del Comune di Roma, Maurizio Veloccia. Parlando di Ostia, l’Assessore ha affermato di essere rimasto sorpreso da quanto sia forte sul territorio la «resistenza al cambiamento, anche organizzata». Più avanti ha distinto chi si oppone «in buona fede» da chi «sotto sotto spera che tutto questo fallisca». È una rappresentazione che LabUr respinge nei fatti prima ancora che nelle parole.

La petizione non chiede di fermare il Parco del Mare.

Chiede alla Regione:

  • di rendere pubblici i rilievi formulati e l’eventuale risposta di Roma Capitale;
  • di rendere conoscibile lo stato di avanzamento fisico, procedurale e finanziario dell’intervento;
  • di chiarire la coerenza tra lavori effettivamente realizzati e cronoprogramma;
  • di spiegare come verranno affrontate le criticità emerse e di rendere pubbliche eventuali modifiche progettuali.
  • E infine chiede di riaprire il confronto con cittadini, associazioni e operatori prima che le trasformazioni diventino irreversibili.

Perché chiedere che un progetto funzioni non significa essere contrari al progetto. E chiedere conto di come vengono utilizzati milioni di euro di fondi europei non significa opporsi al cambiamento.

Allora contiamoci

C’è forse un modo molto semplice per capire se a Ostia esista davvero soltanto una piccola «resistenza organizzata» oppure una domanda più ampia di informazione e partecipazione.

Chiediamolo ai cittadini.

Chi pensa che il Parco del Mare debba essere fermato non è chiamato a firmare questa petizione per questo motivo. E può firmarla anche chi desidera fortemente che il Parco del Mare venga realizzato.

La domanda è un’altra: se persino il Presidente della Regione che finanzia l’intervento ritiene necessario sollevare criticità su parcheggi, trasporto pubblico, manutenzione e coordinamento con il PUA, i cittadini devono poter conoscere le risposte e partecipare alle decisioni che ne deriveranno?

Per LabUr sì.

Per questo lanciamo la petizione:

«Presidente Rocca, riapra il confronto sul Parco del Mare di Ostia».

Non chiediamo di tornare indietro. Chiediamo di sapere dove stiamo andando.
E soprattutto: non chiediamo di fermare il Parco del Mare. Chiediamo che funzioni.


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

 

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