OSTIA, CICLABILE LUNGOMARE LEVATE: IL RIBALTAMENTO ANNUNCIATO

Nero Oro Gala Invito_20260203_120511_0000Questa mattina sul lungomare di Ostia un’auto si è ribaltata dopo aver impattato contro il cordolo posto in corrispondenza dell’attraversamento pedonale.
Un’immagine che colpisce, certo, ma che soprattutto conferma ciò che da anni documentiamo: quando si modifica una strada senza adeguarla alla sua funzione, il rischio non diminuisce. Anzi, si concentra e prima o poi esplode nella sua gravità.

Il ribaltamento di oggi era già scritto

Lo schianto sul cordolo non è un evento “anormale”. È l’effetto prevedibile di tre elementi:

– un cordolo rigido, non smussato, collocato su una strada a scorrimento veloce;
– una carreggiata ristretta senza procedura formale di declassificazione prevista dal Codice della Strada;
– una serie di modifiche introdotte negli anni senza una visione ingegneristica complessiva.

Non è un caso: è la manifestazione di un errore di progettazione, che si ripete lungo tutto il lungomare di Ostia.

Zannola farà un’altro post post-tragedia?

Poche ore fa, Giovanni Zannola ha diffuso un post molto emotivo, richiamando zone 30, attraversamenti rialzati, sicurezza stradale, consulta cittadina, “utenti fragili” a seguito di un gravissimo incidente occorso a Roma. Tutto corretto in astratto, ma fuori contesto, perché qui non si tratta di quali interventi scegliere, ma di dove applicarli.

Jeff Speck – che Zannola cita implicitamente ma interpreta male – spiega che la sicurezza nasce dalla coerenza tra funzione e forma della strada. Se applichi misure da “strada di quartiere” a una strada classificata come alta percorribilità (come nel caso del Lungomare ad Ostia, senza ridisegnarla, trasferisci semplicemente il rischio.
E oggi lo vediamo in tutta la sua plasticità: il rischio si è materializzato proprio su quel cordolo.

L’inaugurazione che cancella anni di problemi

A ottobre 2025, la stampa presentava il nuovo tratto ciclabile di Ostia Levante come:

– “sicuro e panoramico”;
– “finanziato dal PNRR”;
– “realizzato da Azienda Strade Lazio (Astral) dopo la rinuncia del Comune”;
– “parte di un percorso continuo fino a Castel Porziano”.

azzerando narrativamente tutto ciò che era accaduto prima nel tratto di levante:

– le banchine disabili dichiarate irregolari da ANSFISA;
– la carreggiata resa illegittima dall’inserimento della pista;
– i cordoli già segnalati come pericolosi;
– le fermate ATAC fuori norma;
– gli allagamenti;
– l’assenza delle autorizzazioni necessarie;
– le comunicazioni incomplete al Ministero.

L’infrastruttura quindi non nasceva “nuova” nel 2025: nasceva vecchia, irregolare e non corretta. Il ribaltamento di oggi alla rimozione del cantiere fa semplicemente cadere il sipario.

Il tratto di Ponente: la prova che il problema è sistemico

Prima ancora di Ostia Levante, il tratto a Ponente mostrava già tutte queste criticità.

Negli articoli LabUr pubblicati tra il 2021 e il 2023 (rintracciabili digitando “pista ciclabile” nel motore del nostro sito) avevamo documentato che:

– la pista era priva delle autorizzazioni necessarie;
– la sezione stradale non era coerente con la classificazione viaria;
– i dispositivi (cordoli, isole, fermate) erano non conformi;
– le banchine disabili violavano le prescrizioni tecniche;
– le condizioni di drenaggio erano insufficienti.

Il fatto che oggi gli errori si ripetano nello stesso identico schema indica una continuità amministrativa del problema, non una successione di errori isolati.

L’auto ribaltata non è un episodio imprevedibile, ma la conferma materiale di tutto ciò che avevamo ricostruito in questi anni. A tutela di un territorio che continua a pagare le conseguenze di scelte profondamente sbagliate, nei prossimi giorni invieremo un esposto alle autorità competenti. Perché il Codice della Strada deve essere rispettato non solo dagli automobilisti,, ma anche da chi realizza le strade, le mantiene e le controlla.

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PINETA CASTEL-FUSANO: FACT-CHECK DELL’ASSESSORE AVVOCATO E CO-PORTAVOCE DEI VERDI DI ROMA

Nero Oro Gala Invito_20260202_145841_0000E’ uscito oggi un articolo su Roma Report dal titolo “Quale futuro per la Pineta di Castelfusano, oltre il mito del ‘com’era e dov’era’” scritto dall’Avv. amministrativista, nonché co-portavoce dei Verdi a Roma e Assessore al Patrimonio e LL.PP. del Municipio X, Guglielmo Calcerano. Facciamo un fact-checking di quello che è di fatto un pezzo politico travestito da analisi tecnica senza prove.

 

1. Sulla diagnosi della crisi della pineta

Cosa dice Calcerano su Roma Report
La pineta è vittima di una “crisi plurima”: incendi, parassiti (cocciniglia tartaruga), cambiamento climatico. La narrazione è quella di un ecosistema in sofferenza per cause esterne che obbligano a una modifica del modello vegetazionale (meno pini domestici, più macchia mediterranea e pino d’Aleppo).

I FATTI
La crisi non è “naturale”(LINK), ma aggravata o resa inevitabile da scelte e omissioni amministrative occorse negli ultimi vent’anni da parte dell’Amministrazione comunale e municipale per:

  1. Mancanza strutturale di manutenzione preventiva (es. “dendrofobia del direttore agronomo” – 2023 – LINK).
  2. Abbattimenti impropri o non giustificati e mancate ripiantumazioni (denunciate nel 2022–2023, 37 pini scomparsi, Infernetto ecc. LINK).
  3. Assenza di censimento del verde aggiornato che rende impossibile pianificare, monitorare, rendicontare.

La pineta non è stata protetta; è stata lasciata collassare. Calcerano non affronta mai le responsabilità dirette.

2. Sulla strategia di ricostruzione

Cosa propone Calcerano
Una “rigenerazione controllata” che prevede:

  • reintroduzione della macchia mediterranea come matrice prevalente;
  • sostituzione (parziale) dei pini domestici con il pino d’Aleppo, più resistente alla cocciniglia;
  • logica “ecologico-paesaggistica”, cioè un equilibrio tra ecosistema e paesaggio.

I FATTI

  1. Non esiste trasparenza sulle basi scientifiche e tecniche del progetto.
    Nel dossier 2026 (“la verità sulla ricostruzione” LINK1 e LINK2), abbiamo riportato le incongruenze, i numeri mancanti, le assenze di studi idonei (idrogeologici, fitosanitari, pedologici) e soprattutto la mancanza di un quadro di gestione che preceda qualsiasi piantumazione.
  2. La sostituzione massiva dei pini appare dunque come una scorciatoia narrativa.
    Dal 2022 denunciamo che i pini domestici erano già in sofferenza per carenza di manutenzione, amputazioni e potature improprie, e che la cocciniglia ha agito su un patrimonio già indebolito.

La piantumazione del “pino d’Aleppo” appare come una soluzione cosmetica se prima non si:

  • ripristina il suolo;
  • chiude il ciclo manutentivo;
  • eliminano le cause amministrative della vulnerabilità;
  • chiariscono le proprietà e le responsabilità delle aree.

3. Sul PNRR e gli investimenti

Calcerano / Alfonsi dicono che:
Il progetto è presentato come intervento “di visione”, finanziato in parte dal Ministero dell’Ambiente, coerente con strategie di rigenerazione ecologica.

I FATTI
Nel 2025 abbiamo denunciato che sulla pineta delle Acque Rosse, una parte dei fondi PNRR è stata prevista in aree di proprietà incerta, con potenziale danno erariale (LINK).

Inoltre:

  • dal 2022 contestiamo l’assenza di rendicontazione sugli abbattimenti;
  • denunciato la mancanza di ratio tecnico-amministrativa nel definire dove vanno le risorse e perché;
  • segnalato che i fondi vengono usati senza un piano organico pluriennale di gestione del verde, riducendo gli interventi a spot elettorali o emergenziali.

Calcerano, nel suo articolo, non menziona mai il tema dei fondi, della loro destinazione, né la coerenza tra programmazione e lo stato reale delle aree.

Per coerenza con la nostra analisi, e visto il tardivo interessamento dell’assessore su un tema che denunciamo da anni, riteniamo necessario verificare anche la situazione amministrativa della Pineta delle Acque Rosse.
Parliamo di un’area su cui l’Amministrazione è già intervenuta utilizzando risorse pubbliche, senza che siano mai stati chiariti i titoli giuridici né gli atti istruttori di riferimento. Per questo presenteremo una richiesta formale di verifica documentale, riportata qui sotto (*).

4. Sull’approccio ecologico e sul “mito del com’era e dov’era”

Calcerano invita a:
superare il “mito” del restauro identico, sostenendo che la pineta storica è un modello del passato. Secondo lui, occorre scegliere tra:

  • valore naturalistico,
  • valore paesaggistico,
  • servizi ecosistemici,
  • sostenibilità economica.

E per questo serve una “cittadinanza adulta” che accetti scelte tecniche.

I FATTI
Quello che LabUr chiede è coerenza tra pianificazione, atti, responsabilità e risultati.

Sotto il profilo tecnico di governance :

  • prima si mette ordine (catasto, responsabilità, criteri);
  • poi si decide cosa ricostruire;
  • poi si verifica con numeri e documenti, non con retorica.

L’approccio deve essere computazionale: quanti alberi? dove? perché? con quali atti? con quali soldi? chi firma? chi controlla? Su questo Calcerano non dice una parola.

5. Sulla verità amministrativa vs narrazione politica

Calcerano
Il tono dell’articolo è in stile filosofico: ecosistemi, memoria collettiva, emozioni, percezioni.

I FATTI
Se lo si mette a confronto con:

  • determine, diffide, PNRR, pareri tecnici, conferenze di servizi;
  • atti mancanti, tempi non rispettati, bandi non usciti, concessioni ferme,

siamo nell’ambito di una narrazione della visione senza alcuna analisi delle omissioni.

6. Sulla responsabilità nel Municipio X

Calcerano non fa:
alcuna autocritica né riferimento ai suoi quattro anni di mandato.
Il problema è sempre altrove: il clima, gli incendi, i parassiti, le “percezioni”.

I FATTI
Dal 2022 abbiamo documentato con dati, numeri, video e fotografie che:
la pineta è stata trascurata proprio dalle istituzioni che oggi chiedono “fiducia” nelle loro scelte (LINK1, LINK2 e LINK3) .

Tre elementi tra i tanti:

  1. 37 pini non ripiantati a Castelporziano (2022).
  2. Tagli seriali senza adeguata motivazione (2022–2023).
  3. Assenza totale di un piano di gestione del verde del Municipio X (2022–2026).

Forse invece di discutere di filosofia ecologica, dovrebbe prima chiarire le responsabilità amministrative accumulate (su cui dovrebbe essere sensibile visto che è Avvocato amministrativista) inclusi ritardi, atti mancanti e la totale assenza di una rendicontazione seria.

7. Sul ruolo dei “verdi del territorio”

Calcerano
Nell’articolo emerge quasi una difesa preventiva contro accuse implicite: “non è colpa nostra, non basta indignarsi, bisogna fare scelte”.

I FATTI
Abbiamo documentato più volte il ruolo ambiguo dei “verdi del territorio” (LINK) che sostengono abbattimenti senza basi tecniche già dal 2022.
La cultura del verde a Ostia è ostaggio di interessi privati, ignoranza tecnica e retorica pseudo-ambientalista da tantissimi anni (senza voler scomodare Mafia Capitale).
Calcerano semplicemente evita questo nodo.

8. Il punto politico

Calcerano
La trasformazione della pineta viene presentata come un passaggio obbligato, carico di buone intenzioni, e come un dovere etico della città verso sé stessa.

I FATTI
La pineta non richiede un “sogno” nuovo, ma un dovere di verità sul passato e sul presente; e soprattutto un piano operativo responsabile, non annunci. Senza accountability, tutto il resto è letteratura.

CONCLUSIONE 

L’articolo di Calcerano è un bel esercizio narrativo sul “futuro possibile” della pineta che non regge il peso delle carte e soprattutto è un concentrato di frasi poco coerenti con la realtà.

1) “Incendi tra il 2000 e il 2017 hanno devastato la pineta” senza quadro sinottico.

3) “La cocciniglia tartaruga (Toumeyella parvicornis) è arrivata dal continente americano ed è endemica anche a Roma”

Secondo EPPO, nel Lazio/Roma è presente dal 2018.
Dire che “è endemica” è un’affermazione forte e andrebbe precisato se è diffusa/stabilmente insediata e collegata a dati di delimitazione delle aree infestate (Regione).

4) “Il decreto MIPAAF 3 giugno 2021 obbliga pubblici e privati a contrastare il parassita, essenzialmente con endoterapia con abamectina”

Il Decreto 3 giugno 2021 (Misure fitosanitarie di emergenza). (Gazzetta Ufficiale)
non dice che sia “essenzialmente endoterapia con abamectina”. Questa è una semplificazione: il decreto non prevede una sola tecnica ma misure che passano da indagini, contenimento/eradicazione, trattamenti insetticidi con prodotti autorizzati, operazioni selvicolturali, ecc.. La tecnica endoterapica/abamectina è citata spesso in schede tecniche e linee operative, ma non è “l’unico” strumento né l’unica formulazione possibile (Protezione delle piante). Ci domandiamo quindi se Calcerano sta facendo divulgazione o sta sostenendo una tesi “progetto = chimica inevitabile”? Perché cambia molto il giudizio su “pino domestico sì/no”.

5) “Il progetto Alfonsi poggia su un tavolo tecnico i cui lavori non sono ancora conclusi”

Roma Capitale ha formalizzato l’istituzione del Tavolo tecnico (2024) e la stampa locale parla di tavolo e pianificazione in corso. (Comune di Roma). Se i lavori “non sono conclusi”, allora:

  • quali documenti tecnici sono già disponibili?
  • quali indirizzi sono già stati scelti (macchia/pino d’Aleppo)?
  • con quale base (relazioni, monitoraggi, cartografie, cronoprogramma)?

Senza questi allegati, il “tavolo tecnico” è solo una parola-totem.

6) “Due indirizzi: macchia mediterranea + sostituzione pini domestici con pini d’Aleppo”

Ci dicesse:

  • quanti ettari/aree precise?
  • che densità d’impianto?
  • quali specie latifoglie (oltre al pino)?
  • quale gestione irrigua e manutentiva per attecchimento (anni, costi, chi fa cosa).

7) “Il progetto (40 ettari) mette a dimora 14.700 pini d’Aleppo e 3.800 latifoglie”

Qui non basta dire “numeri grandi”. Mettiamoli “a terra”:

  • dove sono gli elaborati (progetto, capitolato, cronoprogramma)?
  • come si misura la “garanzia di attecchimento” (percentuali, penali, monitoraggi)?

8) “Cofinanziato da Roma Capitale e Ministero dell’Ambiente… ma poi scrive ‘cofinanziato dal MIPAAF’”

A inizio articolo parla di Ministero dell’Ambiente, più avanti attribuisce il cofinanziamento al MIPAAF.
Domanda: “qual è l’amministrazione statale finanziatrice (Ministero Ambiente o MIPAAF)? Con quale atto/linea di finanziamento?”
Per un avvocato amministrativista la tracciabilità è tutto.

9) “Nessuna delle precedenti amministrazioni comunali, in quasi dieci anni, è riuscita a reperire risorse per interventi analoghi”

Ci mostrasse una serie storica, perché da molti anni chiediamo trasparenza su questi dati e mai abbiamo ricevuto alcuna risposta. 

10) “Le associazioni chiedono ripristino ‘tal quale’ dello status quo”

Riporta una lettera che non si legge per intero. Cosa dice la lettera nella sua interezza non è dato sapere.


Attendiamo dunque di sapere:

 

  1. dove sono gli atti del tavolo tecnico (convocazioni, membri, verbali, documenti prodotti).
  2. Dove sono gli affidamenti e le determine relative a abbattimenti, endoterapie, piantumazioni, manutenzioni?
  3. Come si misura il successo (attecchimento, mortalità, sostituzioni, tempi)?
  4. Qual è il piano di gestione post-impianto (anni 1–5)?
    Senza questo, parlare di “equilibrio” è filosofia, non amministrazione.

_________________________________________

(*)

A seguito del tardivo interessamento sulla Pineta delle Acque Rosse da parte dell’assessore del Municipio X Guglielmo Calcerano, avvocato amministrativista e co-portavoce dei Verdi nel Lazio, e considerato che non abbiamo mai ricevuto risposte documentate dagli uffici competenti, chiederemo formalmente di poter prendere visione ed estrarre copia della seguente documentazione:

  1. Titolo giuridico che ha legittimato l’intervento pubblico sull’area denominata “Pineta delle Acque Rosse”, con riferimento alle particelle catastali foglio 1079 nn. 2621 e 2626, e in particolare:
    • atto di proprietà trascritto presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari;
    • eventuale decreto di esproprio, cessione volontaria, acquisizione ex art. 42-bis DPR 327/2001, convenzione urbanistica, comodato d’uso o altro atto equivalente.

  2. Documentazione relativa all’utilizzo di fondi pubblici o europei destinati all’area, comprendente:
    • progetto approvato e soggetto attuatore;
    • titolo di disponibilità dell’area richiesto ai fini della rendicontazione;
    • atti di collaudo e rendicontazione finale.

  3. Atti istruttori e corrispondenza con i Carabinieri Forestali o altri organi di controllo riguardo alla regolarità urbanistica e patrimoniale dell’area.

  4. Eventuali provvedimenti adottati per l’allineamento tra intestazione catastale e titolarità effettiva del bene, oppure motivazioni dell’eventuale mancato aggiornamento.

  5. Pareri o relazioni degli uffici competenti sulla compatibilità tra intestazione catastale attuale e realizzazione di interventi pubblici sull’area.

La presente richiesta è motivata non solo dalla perdurante intestazione catastale dei terreni all’“amante di Hitler” (LINK), ma anche dall’esigenza di chiarire:

  • quale titolo giuridico consenta all’Amministrazione di operare su un’area che risulta intestata a soggetti privati;

  • quali verifiche siano state svolte prima dell’impiego di risorse pubbliche ed europee;

  • per quali ragioni non risulti effettuato l’allineamento catastale normalmente richiesto in casi analoghi.

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CHI SA, VEDE: “ZEVI, SPIAGGE – LA TOPPA PEGGIO DEL BUCO”. PILLOLE DI URBANISTICA #26

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260202_103339_0000 Dopo la gaffe nell’intervista su Il Messaggero dei giorni scorsi, l’assessore al Patrimonio, Tobia Zevi, cerca di rimediare ieri con un video che è una toppa peggio del buco. Ripete che “il cittadino deve informarsi bene prima di pagare”, ma il cittadino non ha gli strumenti per farlo. L’unico che può verificare la regolarità delle strutture è il Comune, cioè proprio l’assessorato di Zevi. Siamo di fronte dunque ad un’autodenuncia.
Si chiede infatti “prudenza” agli utenti mentre proprio il Comune ha messo a bando l’anno scorso stabilimenti pieni di abusi edilizi, irregolarità amministrative e occupazioni ancora da risolvere.

Poi è arrivata la magistratura, certo. Ma l’intervento giudiziario non nasce da un impulso di Roma Capitale: arriva perché il Comune non aveva chiuso i controlli prima dell’avvio della stagione. È una conseguenza, non una scusa.

E c’è di più: molti vincitori del bando non sono entrati nelle strutture proprio perché il Comune ha detto loro di “mettersi d’accordo” con gli uscenti. Una frase che basterebbe da sola per descrivere la fragilità amministrativa della procedura messa in piedi da Zevi.

Quindi la domanda è semplice: se la regolarità delle concessioni è responsabilità dell’amministrazione, perché si chiede ai cittadini di tutelarsi al posto suo?

#MunicipioX #Ostia #TobiaZevi #bandispiagge

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CHI SA, VEDE: “NUOVA OSTIA, I POLITICI AI RAGGI X”. PILLOLE DI URBANISTICA #25

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260201_132755_0000Dopo il blitz a piazza Gasparri (LINK), cosa è vero e cosa no delle dichiarazioni di Zevi, Trombetti, Falconi e Sesa.

 

TOBIA ZEVI, Assessore al Patrimonio: “La legalità passa per la trasparenza dei bandi e la regolarizzazione degli immobili ERP. Restituiamo il patrimonio ai cittadini”.

Nei complessi ERP di Nuova Ostia utilizzati da Roma Capitale per l’emergenza abitativa, le criticità strutturali restano immutate (e siamo ad oltre 4 anni di governo della città): infiltrazioni, impianti degradati, citofoni divelti, fognature esposte, cornicioni che cadono…

Zero interventi strutturali completati.
Solo micro-manutenzioni ordinarie, interventi puntuali non risolutivi e procedure amministrative prive di qualunque ricaduta.

Un po’ come quando dice “prima di prenotare la cabina, assicuratevi che lo stabilimento sia in regola”, ora chiede “regolarità” ad un’utenza che vive in immobili privi delle condizioni minime che lo Stato dovrebbe garantire.

 

YURI TROMBETTI, Presidente Commissione Patrimonio: “Lo Stato c’è e non arretra. I blitz sono un segnale di dignità per i residenti.”

I blitz ad “alto impatto” hanno durata limitata (6–12 ore) e coinvolgono decine di agenti. Nel resto dell’anno, nel quadrante dei Lotti, non esiste un presidio stabile di servizi sociali, personale del patrimonio o tecnici comunali.

Il rapporto reale è una sproporzione sistemica: forte presenza per operazioni straordinarie, nessuna presenza amministrativa continuativa nei restanti 364 giorni. Insomma, siamo alle solite, la sicurezza è una parola buona solo per le narrazioni.

 

MARIO FALCONI, Presidente Municipio X: “Ostia non è una colonia. Puntiamo sul rilancio turistico e sulla normalità amministrativa”.

Il “rilancio” è naufragato con i bandi ‘balneari’ dello scorso anno, predisposti da Roma Capitale: procedure contestate, sospese e oggetto di ricorsi, con effetti paralizzanti per tutto il comparto. LabUr e Report docet.

Nel quadrante di Nuova Ostia, stendendo un velo pietoso sulle spiagge di ponente, gli interventi realizzati sono minori e non strutturali: piccole manutenzioni, ripristini parziali del verde, alcuni tratti di illuminazione e marciapiedi.

Nessun progetto organico di rigenerazione, nessun intervento edilizio sugli immobili degradati, nulla di nulla, a partire dal rent-to-buy sbandierato ad inizio mandato.

Il Giubileo 2025 ha riservato al Municipio X circa 1,8 MLD e la quota destinata a interventi strutturali sul quadrante di Nuova Ostia è insignificante rispetto ai grandi progetti che si sono concentrati al Centro.

Di quale “rilancio” parla? Non c’è un solo investimento degno di questi nome. Anche il Parco del Mare (se mai si farà) non riguarda questo pezzo di città, quella che ne ha più bisogno.

 

GIUSEPPE SESA, Assessore al Patrimonio del Municipio X: “Con i fondi PNRR e Giubileo rifacciamo strade e illuminazione. Più decoro significa più sicurezza.”

Gli interventi si limitano al decoro urbano: piccoli rifacimenti viari, nuovi lampioni, manutenzioni puntuali.
Ma il quadrante presenta criticità che non si risolvono con lavori superficiali: occupazioni arbitrarie, vulnerabilità strutturali, spaccio h24 e un patrimonio edilizio degradato.

Gli interventi per la viabilità nel Municipio X per il Giubileo sono stati nell’ordine dei 3 MLN di euro per 230mila abitanti e un territorio che ha problemi infrastrutturali profondi. Gli interventi estetici non sono soluzioni strutturali.

IN CONCLUSIONE

Le politiche urbane continuano ad ignorano completamente i nodi che generano degrado: contenziosi irrisolti, assenza di manutenzione, fragilità sociale. Mentre si ripetono blitz da copione, buoni per i romanzi criminali, comunicati stampa e serie tv, i problemi veri di Nuova Ostia restano esattamente dove sono.

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NUOVA OSTIA: BLITZ CONTRO LO SPACCIO MA CASE NEL DEGRADO

Nero Oro Gala Invito_20260131_150926_0000 Elicotteri, unità cinofile, pattuglie, i paracadutisti del 1° Reggimento Paracadutisti Tuscania. L’ennesimo blitz a Nuova Ostia da qualche ora: arresti, sequestri di cocaina, hashish e marijuana, denaro contante e decine di persone identificate. Una scena già vista negli stessi isolati, soprattutto nell’area di piazza Gasparri e dei lotti popolari: passa qualche mese e puntuale arriva l’intervento spettacolare, ma il quartiere resta identico a se stesso.

È il punto che molti residenti ripetono da anni: si combattono gli effetti, non le cause. E mentre lo Stato mostra forza sul piano dell’ordine pubblico, nessuno interviene sulla vera radice del degrado: il nodo irrisolto delle case Armellini, oltre mille unità abitative utilizzate da Roma Capitale per l’emergenza abitativa e coinvolte in un contenzioso infinito con la proprietà privata, la Moreno Estate srl.

 

Il ruolo del Prefetto: ordine pubblico senza soluzione strutturale

Il Prefetto di Roma Lamberto Giannini coordina operazioni di sicurezza molto visibili, come l’ultimo blitz con l’elicottero del Nucleo di Pratica di Mare. Ma quando il degrado ha matrici urbanistiche — edifici mal gestiti, manutenzioni assenti, conflitti amministrativi — l’ordine pubblico non basta.

La critica che da anni facciamo è sempre la stessa: la determinazione mostrata nelle operazioni straordinarie non viene impiegata per imporre a Comune e proprietà la chiusura di una vicenda che produce insicurezza sociale da oltre dieci anni. Si interviene sul sintomo, non sulla malattia.

Un impiego che colpisce: perché i Tuscania non sono un reparto “ordinario”

L’utilizzo del Reggimento Tuscania in un quartiere popolare come Nuova Ostia è un dato che merita di essere letto con grande lucidità. Non si tratta infatti di un reparto territoriale, ma di un’unità d’élite dell’Arma, addestrata per operazioni ad alto rischio, scenari complessi e attività tipicamente “eccezionali”. Il loro impiego nel contrasto allo spaccio locale non indica un salto di qualità della criminalità, ma piuttosto un segnale istituzionale: mostrare presenza, far vedere lo Stato, supplire con l’impatto scenico a una fragilità strutturale non risolta.

È un uso possibile, ma non è la normalità dell’ordine pubblico. Ed è proprio questo che alimenta la legittima domanda: se si riesce a dispiegare forze così specialistiche per un blitz, perché non si riesce con la stessa determinazione a sanare l’origine del degrado?

 

La questione Armellini: un contenzioso che alimenta il degrado

Gli articoli di LabUr degli ultimi anni raccontano un quadro limpido.
Negli immobili Armellini si intrecciano:

• contratti d’uso per l’emergenza abitativa
• contenziosi milionari (pignoramenti da 18 MLN e successivi pagamenti per altri 29 MLN)
• condizioni edilizie critiche, in alcuni casi perfino rischio crollo
• mancanza di documentazione tecnica nelle mani dell’ente pubblico
• trasferimenti parziali (come quelli recentissimi a Dragoncello) che non risolvono il problema complessivo.

È un sistema sospeso: né pubblico né privato, né gestito né abbandonato.
In questa terra di mezzo (lei sì) cresce tutto ciò che un quartiere non dovrebbe mai vedere: spazi comuni degradati, perdita di servizi, economie informali, poi economie illegali.
È il terreno ideale in cui i blitz si ripetono ciclicamente, ma senza esito stabile.

 

Cosa insegna la criminologia urbana

La letteratura internazionale è chiara: repressione senza riqualificazione non cambia nulla.

• Marsiglia, periferie francesi: operazioni di polizia continue, risultati effimeri finché non sono partiti interventi edilizi e sociali.
• Barcellona e Rotterdam: la riduzione della pressione criminale è arrivata solo con la rigenerazione degli edifici e il ritorno delle attività economiche.
• Boston e New York: combinazione di politiche urbane, sociali e controllo del territorio. Mai solo polizia.

Il principio è semplice: quando un quartiere è lasciato al degrado, le economie illegali prosperano; quando un quartiere torna vivibile, arretrano.

 

Una frattura che Ostia mostra da anni

Gli investimenti sul litorale sbandierati — lungomare, turismo, decoro, parchi, skatepark, punti luce —  non incidono sulle condizioni materiali di Nuova Ostia: scale condominiali degradate, scarsa manutenzione, assenza di servizi, spazi pubblici vulnerabili. Da qui nasce la percezione diffusa di una contraddizione: soldi ci sono, interventi pure, ma non arrivano dove servirebbero davvero.

La frattura tra ordine pubblico e politiche urbane è esplosa del tutto:
il blitz dà visibilità istituzionale, ma non cambia la vita quotidiana;
la questione Armellini resta aperta, costosa, conflittuale;
il degrado degli edifici continua a generare marginalità e insicurezza.
È questo +non il numero degli arresti) che definisce il futuro di Nuova Ostia.

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ROMA, LA LEGALITÀ DI CARTA – ZERO NUMERI, ZERO ESITI, ZERO TRASPARENZA

Nero Oro Gala Invito_20260124_101837_0000Abbiamo analizzato tutti gli atti ufficiali su cui si regge la legalità di Roma Capitale. I piani sono numerosi, la trasparenza viene invocata ovunque, ma gli indicatori che dovrebbero dimostrarla non esistono. La legalità non può essere una promessa: deve essere un rendiconto. E questo rendiconto non c’è.

Da quattro anni il Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, parla di legalità, anticorruzione, trasparenza, antiriciclaggio (LINK), ma la sostanza non c’è.
Lo dimostrano i documenti ufficiali del Comune di Roma: PTPCT, PIAO 2024–2026, PIAO 2025–2027, delibere, allegati, schede RPCT. È tutto nero su bianco. Il problema è semplice ed è un solo: Roma non misura nulla. All’interno dei documenti ufficiali disponibili al pubblico (PTPCT, PIAO, RPCT) non ci sono indicatori numerici espliciti. Ci sono “piani”, “mappature”, “sezioni web”, “uffici di scopo”… e tante “narrazioni”. L’unica cosa che manca e che rende credibile la parola “legalità” sono gli esiti.

Non esiste un solo indicatore pubblico che dica:
– quante gare sono state controllate;
– quante anomalie sono state trovate;
– quante procedure sono state corrette;
– quante segnalazioni anticorruzione hanno prodotto effetti;
– quanti rischi PNRR sono stati intercettati;
– quanto è stato recuperato davvero con il protocollo anti-evasione del 2022.

Il PNRR? Una vetrina. Roma si Trasforma è un sito senza alcuna trasparenza ma pieno di storytelling. Gli appalti PNRR mancano di dati minimi: cronoprogrammi, varianti, milestone, subappalti, rischi. L’Ufficio Antiriciclaggio, istituito nel 2024, non ha pubblicato una sola procedura, un solo report, un solo risultato che dimostri il suo lavoro. Le relazioni RPCT 2023 e 2024? Non sono relazioni bensì schede senza numeri, indicatori o valutazioni. Mera trasparenza di facciata.

E allora la domanda sorge spontanea: dov’è il presidio sulla legalità, visto che nei documenti non c’è traccia di un solo output misurabile riferibile alla figura che dovrebbe coordinarla? Compilare piani, raccontare storie, ma non rendicontare è uno sport tipicamente romano. Senza rendicontazione, la legalità è solo uno slogan, anche se nomini consigliere/consulente alla legalità Francesco Greco.
Qui di seguito l’analisi dei dati e fonti.

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GRIGLIA TECNICA INTERNA
OBBLIGHI → COSA PREVEDE IL COMUNE → COSA MANCA (E DOVE)

1) OBBLIGO: Prevenzione corruzione (Legge 190/2012) – Parte PTPCT/PIAO
COSA PREVEDE
– Analisi del contesto interno ed esterno
– Mappatura dei processi a rischio
– Misure di prevenzione ordinarie e specifiche
– Monitoraggio annuale
– Relazione RPCT con indicatori qualitativi e quantitativi
(Derivato da: PTPCT 2022–2024; PIAO 2024–26, sez. 2.3; PIAO 2025–27, sez. 2.3)

COSA MANCA
– Nessun indicatore quantitativo reale sugli effetti delle misure anticorruzione.
– Nessun dato su: controlli svolti, anomalie rilevate, provvedimenti adottati, criticità corrette.
– La mappatura dei rischi esiste solo come schema, non come serie storica di monitoraggi effettivi.
– Il RPCT scrive testi generici, senza numeri, senza ranking dei rischi, senza output.
(Fonti: Scheda RPCT 2023 e 2024)

2) OBBLIGO: Trasparenza – D.lgs. 33/2013 (come modificato)
COSA PREVEDE
– Pubblicità atti di gara, contratti, aggiudicazioni, esecuzione
– Dati riusabili, completi, aggiornati
– Sezioni PNRR complete con fasi, avanzamento, indicatori
(Derivato da: PIAO 24–26 sez. 2.3.7 / PIAO 25–27 sez. 2.3.7)

COSA MANCA
– I dataset sono sparsi, spesso non strutturati, con allegati incompleti o non standardizzati.
– Il portale PNRR https://www.comune.roma.it/web/it/progetti-pnrr-e-altri-fondi-straordinari-pnrr.page e il portale https://www.romasitrasforma.it sono mere vetrine, non cruscotti di trasparenza.
– Mancano i dati minimi richiesti dall’ANAC per “pubblicazione trasparente sugli appalti PNRR”: cronoprogramma, milestone, varianti, motivazioni tecniche, controlli.
– Mancano indicatori di tempestività e qualità della pubblicazione (obbligatori).

3) OBBLIGO: Antiriciclaggio – D.Lgs. 231/2007 + controlli su fondi PNRR
COSA PREVEDE
– Un ufficio o una struttura dedicata (istituita nel 2024 con delibera n.77/2024)
– Procedure di due diligence, red flag, controllo su subappalti
– Coordinamento formale con GdF/MEF/ANAC
– Monitoraggio ex ante ed ex post sugli appalti PNRR

COSA MANCA
– Nessun documento pubblico che quantifichi quante verifiche AML sono state fatte.
– Nessun elenco di “red flag”, anomalie, segnalazioni, gare rettificate o correttive.
– Nessun modello operativo pubblicato dall’Ufficio Antiriciclaggio (nonostante l’istituzione).
– Zero indicatori di performance (era un obbligo, non un optional).

4) OBBLIGO: Lotta all’evasione – Protocollo Roma–GdF–Agenzia Entrate (febbraio 2022)
COSA PREVEDE
– Segnalazioni qualificate del Comune
– Monitoraggio dei tributi recuperati
– Integrazione dati Comune → AdE
– Pubblicazione risultati a rendiconto

COSA MANCA
– Nessun dato di segnalazioni qualificate negli ultimi due anni.
– Nessun dato del “recuperato” attribuibile all’azione del Comune (voce obbligatoria).
– Nei Rendiconti non compare alcun indicatore collegato al protocollo (mancanza strutturale).

5) OBBLIGO: Monitoraggio appalti PNRR – Regolamenti UE / ANAC / MEF
COSA PREVEDE
– Obbligo di monitoraggio su tempi, varianti, contenzioso, milestone
– Obbligo di trasparenza su appalti e contratti
– Obbligo di reporting interno PNRR (MGRT/CUP/CIG)

COSA MANCA
– Nessuna tabella di avanzamento pubblicata in formato dati aperti.
– Nessun monitoraggio delle varianti.
– Nessuna ricostruzione del rischio procedurale.
– Nessun confronto tra milestone previste e reali.

6) OBBLIGO: Relazione annuale RPCT
COSA PREVEDE
– Valutazione completa dell’anno precedente
– Indicatori di attuazione
– Criticità emerse + azioni correttive

COSA MANCA
– La relazione RPCT 2023 e 2024 è solo una scheda compilativa, non un vero report:
– niente numeri,
– niente valutazioni di efficacia,
– niente esiti,
– niente indicatori.
(Scheda RPCT 2024 + Scheda RPCT 2023)

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CHI SA, VEDE: “AFFITTI BREVI A ROMA, COSA È VERO E COSA NO”. PILLOLE DI URBANISTICA #24

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260124_084016_0000Analisi tecnica dopo l’articolo di La Repubblica – Roma: oltre la retorica, dentro i dati

Il dibattito sugli affitti brevi è dominato da immagini forti e conclusioni affrettate. Nelle ultime settimane si sono contrapposte due narrazioni speculari: chi accusa i proprietari di “sottrarre” case alle famiglie e chi, al contrario, sostiene che gli affitti brevi non incidano affatto sulla disponibilità di alloggi. Entrambe raccontano un pezzo di realtà, ma ciascuna omette parti decisive.
Proviamo a riportare il discorso su un terreno più solido: dati verificabili, sentenze, strumenti realmente applicabili.

1. Cosa ha stabilito davvero la Corte costituzionale
La sentenza dell’8 ottobre 2025 ha chiarito un punto chiave: i Comuni possono regolamentare gli affitti brevi, purché lo facciano entro limiti precisi, proporzionati e motivati da finalità di interesse pubblico come overtourism, tutela dei residenti, equilibrio funzionale dei quartieri. Non è un “via libera ai divieti generalizzati”, né un potere illimitato: è un riconoscimento della potestà regolatoria locale entro una cornice ragionata.
Questo consente a Roma di avviare la “fase 2” del proprio Regolamento con un fondamento molto più solido.

2. I numeri reali: cosa dicono veramente i dataset sugli affitti brevi
I dati più completi e replicabili disponibili al pubblico provengono da InsideAirbnb, che per Roma fotografa circa 33.855 annunci di interi appartamenti (settembre 2025). Di questi, circa il 55–56% risultano con zero recensioni o con un’attività stimabile sotto le 60 notti/anno.

È importante chiarire che:

  • zero recensioni non significa zero ospiti;
  • le notti “stimate” derivano da calendari e non da prenotazioni reali;
  • molti annunci compaiono su più piattaforme.

Quindi il dato è utile sicuramente per capire la struttura dell’offerta, ma non può essere usato per sostenere automaticamente che quegli immobili siano “parcheggiati” o “sottratti” alla residenza. Questo è un passaggio che richiede infatti ulteriori verifiche (catasto, variazioni dello stock, serie storiche dei contratti lunghi).

3. Gli affitti brevi incidono sui canoni? Dipende dalla zona
Le analisi della Banca d’Italia indicano chiaramente che nelle grandi città d’arte il fenomeno degli affitti brevi può contribuire all’aumento dei canoni nelle zone a più alta pressione turistica.
Non è, però, un effetto uniforme:

  • nei quartieri centrali molto turistici la pressione è evidente;
  • nelle aree semicentrali e periferiche la correlazione si attenua fino a diventare marginale.

Affermare che “gli affitti brevi non incidono” è scorretto; dire che “sottraggono case ovunque” è altrettanto impreciso.

4. Le ipotesi del Campidoglio: cosa è fattibile davvero
Le opzioni sul tavolo sono in linea con le esperienze internazionali, ma ciascuna ha condizioni e limiti:

• Saturazione dei quartieri: è una misura tecnicamente realizzabile, già adottata in molte città europee ad alta pressione turistica. Richiede motivazioni urbane trasparenti.

• Limiti nei condomini: è una proposta possibile ma complessa, perché incrocia regolazioni pubbliche e diritto privato. È un terreno c.d. sensibile e molto esposto a ricorsi.

• Time cap (numero massimo di giorni/anno): è uno strumento ampiamente usato in altre città; funziona solo se accompagnato da registrazione obbligatoria e controllo effettivo. Senza reale applicazione è inefficace.

• Aumento IMU per uso intensivo: è una scelta possibile solo nei limiti consentiti dalla normativa nazionale. Può orientare il mercato, ma non risolve da solo il problema dell’offerta residenziale.

Nessuno di questi strumenti però è una “bacchetta magica”. Funzionano solo se inseriti in un quadro organico che includa il tema principale, cioè la gestione del rischio locativo.

5. Il vero nodo che quasi nessuno nomina: il rischio dell’affitto lungo
Uno degli elementi strutturali della fuga dal mercato residenziale è la fragilità dell’affitto lungo:

  • tempi giudiziari molto lunghi in caso di morosità;
  • procedure di sfratto pesanti;
  • assenza di garanzie realmente efficaci;
  • scarsa tutela del locatore e del locatario allo stesso tempo.

Finché questo problema non viene affrontato con riforme ad hoc, garanzie pubbliche/assicurative e strumenti di mediazione, molte unità resteranno fuori dal mercato residenziale indipendentemente dal Regolamento sugli affitti brevi.

6. Il quadro europeo: su cosa lavora Bruxelles
La Commissione sta lavorando al nuovo Piano europeo per l’abitare, atteso entro fine 2026.
Le linee anticipate includono:

  • riconoscimento del ruolo dei Comuni nell’equilibrio dell’offerta abitativa;
  • possibilità di introdurre limiti temporali agli affitti brevi;
  • ipotesi di obblighi di destinazione in specifici periodi.

Non sono soluzioni già operative, ma segnano una direzione chiara: la casa entra stabilmente nell’agenda europea.

7. Cosa servirebbe a Roma
Per evitare un dibattito ideologico quanto sterile, Roma deve lavorare su tre fronti integrati:

  1. Regolazione mirata sugli affitti brevi nelle aree davvero stressate dall’overturism, con strumenti proporzionati e controlli seri.
  2. Riduzione del rischio locativo per rendere nuovamente appetibile l’affitto lungo anche per i piccoli proprietari.
  3. Politiche pubbliche dell’abitare, dal rilancio dell’edilizia sociale agli studentati pubblici, fino alla valorizzazione del patrimonio.

È l’unico modo per tutelare sia i residenti, sia la qualità urbana sia la filiera turistica, senza trasformare i proprietari in capri espiatori o eroi.
Per troppo tempo Roma ha discusso degli affitti brevi come se si trattasse di “buoni contro cattivi”. La verità è che si tratta di un fenomeno urbano complesso che richiede dati solidi, strumenti giuridicamente sostenibili e un disegno complessivo. Solo così il regolamento del Campidoglio potrà diventare un intervento efficace, e non l’ennesima battaglia ideologica destinata a frantumarsi al primo ricorso.

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CHI SA, VEDE. “PINETA CASTELFUSANO: LA VERITÀ SULLA RICOSTRUZIONE” – PILLOLE DI URBANISTICA #23

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260122_114834_0000Oggi l’assessora al verde di Roma Capitale, Sabrina Alfonsi, ha annunciato che il Campidoglio istituisce un tavolo tecnico per “ricostruire la pineta” di Castel Fusano devastata da incendi e parassiti, aprendo alla possibilità di nuove specie oltre al Pinus pinea. Questo suona bene nelle dichiarazioni, ma la cronaca dei fatti racconta tutt’altra storia.

La pineta di Castel Fusano non è semplicemente “colpita dalla cocciniglia”: è stata lasciata morire in piedi e poi sventrata da abbattimenti continuati sotto la foglia di fico della sicurezza e dell’urgenza. Quello che oggi viene ufficializzato come “ricostruzione” è in realtà la didascalia di un fallimento gestionale pluriennale.

Nel dossier di LabUr “Municipio X – Il giro di affari dietro al verde” abbiamo documentato come il Municipio abbia abbattuto migliaia di pini in somma urgenza, senza trasparenza e senza completare il catasto del verde nonostante la retorica sugli interventi continui (LINK 1).

Già nel 2023 abbiamo denunciato la “dendrofobia” dell’apparato tecnico locale, con oltre 400 pini abbattuti senza un piano serio di manutenzione e prevenzione, producendo impatti significativi alla mobilità cittadina e caos nella gestione (LINK 2).

Ma già nel 2023 avevamo definito la cocciniglia come una “scorpacciata devastante” che ha ridotto le pinete di Castelfusano e Castelporziano a scheletri, non per un destino naturale, ma per la mancanza di piani di salvaguardia e intervento tempestivo (LINK 3).

Oggi, oltre un anno dopo dall’ultimo rapporto, si parla di un tavolo tecnico con ISPRA e ARPA e di “aggiornare il quadro conoscitivo”. Ma è esattamente ciò che avrebbe dovuto essere fatto prima che la pineta fosse ridotta ad un guscio inerte.

Il problema non è se piantare querce o pinete miste: il problema è perché Roma non ha mai avuto una strategia di tutela, prevenzione e gestione del patrimonio arboreo, pur avendo tutte le competenze e gli strumenti normativi per farlo.
Si continua a contare qualche centinaio di piante messe a dimora come se potesse ripagare decine di migliaia di alberi maturi definitivamente persi, distrutti o abbattuti.

La pineta di Castel Fusano è un ecosistema di quasi mille ettari, parte della Riserva naturale statale del Litorale Romano, non un giardino urbano da aggiustare con qualche piantina. Finché il dibattito pubblico si fermerà alle foto di cartelloni e alle parole d’intenti, Roma continuerà a perdere patrimonio naturale senza renderne conto a nessuno. Sarebbe ora che qualcuno pagasse le proprie responsabilità.

 

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OSTIA, REALTÀ CONTRO NARRAZIONE

Nero Oro Gala Invito_20260122_100926_0000Oggi Ostia è tornata improvvisamente al centro dell’attenzione, addirittura nazionale, con due pagine del Messaggero che celebrano il “nuovo Parco del Mare” come se fossimo davanti a un progetto pronto, finanziato e imminente. È una vera e propria narrazione, come il rendering che l’accompagna. Peccato che non somigli affatto allo stato reale del del Lungomare della Capitale.

La verità è questa: dopo quasi cinque anni di mandato, il Parco del Mare non ha un progetto esecutivo, non ha un cronoprogramma verificabile, non ha superato i passaggi amministrativi necessari. È solo una promessa raccontata come fosse già in costruzione.

La cosa più sorprendente è che Roma Capitale, che dovrebbe guidare il Paese nella qualità della progettazione urbana, si limita a importare soluzioni da piccolo comune turistico. Il rendering mostrato dal Campidoglio non ha alcuna identità romana: potrebbe essere Otranto, Riccione, Marina di Ragusa (in realtà abbiamo scoperto che è un mediocre scopiazzamento del modello di un piccolo comune in provincia di Barcellona in salsa romagnola). È un’immagine generica che funziona solo come supporto narrativo, non come progetto urbano. Ma la parte più debole dell’intera operazione narrativa è l’uso completamente distorto del tema stabilimenti. Nel racconto pubblicato si dà per scontato che “si metteranno a bando”, senza spiegare nulla della complessità reale: titolarità delle attività, vincoli demaniali, contenziosi aperti, dividente demaniale, norme nazionali, pareri mancanti. Tutto viene ridotto a un gesto politico, apparentemente semplice quasi automatico. Non lo è.
A rendere ancora più evidente la costruzione narrativa c’è la pagina gemella, quella dedicata alla Prefettura e alla lotta ai clan, che ha  lo scopo di tranquillizzare soprattutto gli investitori compresa Mezzaroma (LINK). Qui la macchina comunicativa politica raggiunge alte vette: prima si dipinge Ostia come luogo di emergenza, poi si presenta il progetto salvifico, un vecchio meccanismo retorico sempre efficace che prepara il lettore a considerare naturale qualunque intervento drastico su concessioni, attività, spazi pubblici, anche quando gli aspetti giuridici, demaniali e amministrativi sono ben più complessi di quanto l’articolo lasci intendere.

E così, mentre si riempiono pagine di annunci roboanti, sul territorio tutto ristagna. Il litorale continua a soffrire erosione, subsidenza, fragilità strutturale, mancanza di mobilità, rischi climatici, sistema dei sottoservizi fragile, interferenze con PUMS, PUA e Porto di Fiumicino. Nessun cenno alla governance complessiva del c.d. waterfront. Nessuna riflessione sulla “città pubblica” e sulla distribuzione dei benefici. Assenza totale di un disegno metropolitano. Insomma, tutto quello che dovrebbe precedere un “Parco del Mare” non c’è.

Roma dovrebbe essere laboratorio di idee e concorsi. Invece si riduce, ancora una volta, a copiare modelli poveri per favorire sempre gli stessi interessi (anche immobiliari) che dal 1960 dominano il litorale. D’altronde, quando non si riescono a mostrare risultati, resta solo una strada: occupare lo spazio mediatico, soprattutto quello dell’editore amico.
Ostia non ha bisogno di altri rendering e non ci stanchiamo mai di ripeterlo. Ha bisogno di verità, di progetti reali, di atti amminis­trativi solidi, di una visione che metta al centro la città pubblica, non la rendita. E anche di meno ingerenza di certa magistratura un po’ troppo allineata su certe narrazioni urbanistiche soprattutto dopo il trasferimento di Mario Palazzi a Procuratore Capo della Repubblica di Viterbo .

E questa è la differenza tra la realtà e la narrazione politica.

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CHI SA, VEDE: “BOLOGNA CADE SUL 30. ROMA NON FACCIA 31”. PILLOLE DI URBANISTICA #22

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260121_102657_0000La sentenza del TAR non boccia le Zone 30, ma il modo in cui vengono introdotte. Per Roma (e per Ostia Antica in particolare) è un avvertimento: senza istruttoria, coerenza urbana e interventi mirati, il limite resta un cartello. E la città dei 15 minuti rimane fuori portata. Perché la velocità la decide la città (e le buche), non i cartelli.

 

La sentenza del TAR Emilia-Romagna sulla “Città 30” di Bologna non dice che il limite a 30 km/h è sbagliato, ma che è stato introdotto male: motivazioni generiche, analisi insufficienti, poca coerenza tra strade, funzioni urbane e velocità richiesta. È quindi una bocciatura di metodo amministrativo, non dell’idea in sé.

Anche Roma sta introducendo un’ampia Zona 30 nella ZTL Centro Storico. L’approccio però è diverso rispetto a Bologna: Roma ha scelto un limite omogeneo su un’intera area, più vicino ai modelli europei di “area-based zoning”.

Questo non rende Roma “più virtuosa”. Semplicemente applica il 30 in modo più comprensibile per chi guida. Ma il nodo resta identico: senza enforcement, segnaletica chiara e interventi minimi di adeguamento, il limite non si traduce in comportamento reale.

In Italia, per altro, esiste un’altra difficoltà: molte città non sono nate per velocità basse. Roma (e in particolare il Municipio X) si è sviluppata con un’impronta autocentrica, con assi ampi e infrastrutture pubbliche non all’altezza. In questi contesti non puoi applicare i manuali americani e rifare intere strade da zero, ma puoi fare ciò che è compatibile con la nostra storia urbana: micro-interventi chirurgici, attraversamenti sicuri, riduzione dei punti critici, riordino delle intersezioni, isole ambientali. È un redesign possibile, non utopico: manutenzione intelligente, non maxi-cantieri, che invece piacciono molto alle amministrazioni con il fiato corto.

Se abbassi i limiti senza costruire alternative, servizi, reti di prossimità e percorsi sicuri, la narrazione della “città dei 15 minuti” diventa irrealistica. E non perché sia un’idea sbagliata, ma perché è sequenziale.

Prima si costruiscono accessibilità e servizi, poi si consolidano con i limiti. Invertire questo ordine significa generare solo frustrazione nei cittadini, non cambiamento. Il 30 funziona quando la città è coerente con il 30 e quando la politica lo spiega con chiarezza, senza scorciatoie e senza slogan.

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