IL RITORNO DELLO STABILIMENTO ROMA

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260528_132847_0000Mentre erosione, concessioni e degrado consumano il mare di Roma, la politica trova l’unità nella ricostruzione simbolica di un fantasma del ‘900.

 

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel fatto che una Commissione capitolina congiunta (Patrimonio e Urbanistica), convocata per discutere il Piano di Utilizzazione degli Arenili (P.U.A.) del litorale romano (cioè lo strumento che dovrebbe affrontare temi come erosione, accessibilità, concessioni, capacità di carico, sostenibilità e gestione della costa) trovi improvvisamente una convergenza quasi unanime attorno alla ricostruzione dello Stabilimento Roma. Un fantasma architettonico distrutto nel 1943 irrompe così nel cuore del dibattito sul mare di Roma del 2026. E non come semplice suggestione nostalgica, ma come vero dispositivo simbolico capace di sospendere il conflitto politico e urbanistico.

Mentre si discute sulle concessioni, sui futuri bandi, sulle spiagge libere che saranno solo con servizi di chiosco, sulla gestione del transitorio addirittura non contemplato, sugli abbattimenti e sul modello economico del litorale, accade che sullo Stabilimento Roma improvvisamente tutti convergono. La destra lo legge come continuità identitaria del mare di Roma. La sinistra riformista come landmark urbano e memoria collettiva del waterfront.

Il caso dello Stabilimento Roma non riguarda soltanto la nostalgia balneare romana, ma un meccanismo molto più profondo della cultura urbanistica italiana, cioè la sua capacità di neutralizzare il conflitto storico attraverso la patrimonializzazione consensuale dello spazio.
Per questa ragione, ci sembra opportuno trattare l’argomento in questo breve saggio.


La via italiana alla pacificazione spaziale
A differenza di altri paesi europei, l’Italia non ha quasi mai affrontato il proprio passato architettonico novecentesco attraverso la rimozione radicale o la demolizione simbolica. La materia spaziale è rimasta sostanzialmente intatta. EUR, Foro Italico, città di fondazione, colonie marine, assi monumentali, architetture razionaliste… tutto è stato progressivamente riassorbito dentro la continuità democratica e amministrativa della Repubblica, non attraverso una cancellazione della memoria, ma attraverso una trasformazione narrativa del significato. Una vera e propria “transustanziazione narrativa”: la forma rimane identica, ma cambia lo spirito politico che la abita. Il fascismo scompare come autore ideologico e viene sostituito dalla memoria urbana, dalla modernizzazione, dalla qualità architettonica, dalla fatica dei lavoratori che costruirono quelle opere, dall’identità collettiva dei territori.

La sinistra riformista italiana ha svolto un ruolo centrale in questo processo.
Davanti alle architetture del Ventennio, il PCI amministrativo e la cultura urbanistica democratica non hanno scelto la strada iconoclasta, ma hanno preferito una strategia di riappropriazione funzionale e simbolica. Ad esempio, il Foro Mussolini è diventato Foro Italico, l’E42 invece EUR. Le città di fondazione diventano quindi patrimonio urbanistico nazionale. La materia spaziale resta identica, ma cambia il racconto.

 

Il primato del lavoro sulla genealogia ideologica
Uno dei meccanismi più potenti di questa pacificazione spaziale è stato lo spostamento dell’attenzione dall’autore politico dell’opera ai lavoratori che la realizzarono. L’architettura fascista è stata così “espropriata” del proprio contenuto originario e restituita alla collettività come prodotto materiale del lavoro popolare, cioè non “l’ha fatto il regime”, ma “l’hanno costruito operai, braccianti, carpentieri, scalpellini”.

Questo slittamento culturale ha permesso alla sinistra di salvare la qualità spaziale, la monumentalità, l’efficacia urbanistica, la modernizzazione territoriale senza percepire quell’eredità come incompatibile con la democrazia repubblicana. È il motivo per cui l’EUR è diventato il quartiere direzionale della Roma contemporanea e il Foro Italico il luogo simbolico dello sport nazionale, pur conservando ancora oggi interi apparati simbolici originari.

 

Dal riuso della materia alla risignificazione dello spettro
Nel caso dello Stabilimento Roma però si sta compiendo un salto ulteriore. Mentre EUR, Foro Italico o Sabaudia sono esempi di riuso e reinterpretazione dell’esistente (oggetti materiali sopravvissuti al proprio tempo storico e successivamente neutralizzati, rifunzionalizzati e patrimonializzati), lo Stabilimento Roma no, semplicemente perché non esiste più. Quindi, non siamo sul piano della risignificazione della materia, ma la risignificazione dell’assenza. Uno spettro architettonico viene evocato mentre si discute del PUA come simbolo condiviso del nuovo waterfront romano, cioè un’immagine consensuale di ciò che quel manufatto rappresenta nella memoria collettiva.

Cioè si vuole compiere il passaggio dalla gestione del patrimonio reale alla produzione politica del simulacro. Qui il riferimento teorico alla nostalgia restaurativa descritta da Svetlana Boym appare inevitabile. Non si accetta cioè il vuoto, la perdita, la rovina, la trasformazione del tempo storico, ma si tenta invece di ricostruire l’oggetto idealizzato per sanare simbolicamente il presente.


Il simulacro come anestetico urbanistico
Forse non è un caso che questa operazione avvenga durante la discussione del PUA di Roma Capitale mentre il litorale romano attraversa una crisi concessoria, amministrativa, ambientale, infrastrutturale e forse anche identitaria.

Il mare avanza, la costa si erode, le concessioni esplodono nei tribunali, il transitorio amministrativo è fragile, i bandi vengono contestati, la mobilità costiera resta irrisolta. Eppure il punto di massima convergenza politica diventa la ricostruzione simbolica di un oggetto scomparso da oltre ottant’anni, come se la politica urbanistica trovasse più facilmente unità sulla nostalgia, sulla cartolina, sull’immagine condivisa del passato che non sulla gestione concreta del territorio reale.

Il PUA, nato per pianificare gli arenili, rischia così di trasformarsi in un dispositivo di costruzione narrativa del waterfront.


Il paradosso ambientale
La contraddizione raggiunge il suo punto massimo sul piano tecnico e ambientale perché il PUA del litorale romano costruisce gran parte della propria legittimazione pubblica attraverso il lessico contemporaneo della sostenibilità costiera. Le parole d’ordine sono: resilienza climatica, adattamento, infrastrutture verdi, permeabilità, reversibilità delle strutture balneari, flessibilità d’uso, alleggerimento del waterfront, riduzione delle rigidità permanenti sulla linea di costa. È esattamente il vocabolario urbanistico mutuato dalle strategie europee di adattamento climatico applicate ai waterfront contemporanei con
meno rigidità, meno artificializzazione permanente, più strutture leggere, smontabili, temporanee, adattabili alle trasformazioni della linea di costa. Ma proprio dentro questo quadro teorico e amministrativo emerge il cortocircuito dello Stabilimento Roma.

Lo Stabilimento Roma rappresentava esattamente il paradigma opposto: fondazioni permanenti contro la reversibilità, masse murarie contro la flessibilità, monumentalizzazione della battigia contro l’alleggerimento del waterfront. Dunque non una struttura adattiva o reversibile, ma una gigantesca macchina balneare concepita per fissare rigidamente il rapporto tra città e mare attraverso artificializzazione dell’arenile, stabilizzazione monumentale della costa, permanenza fisica della struttura e dominio architettonico della battigia, cioè l’esatto contrario del modello costiero che il PUA dichiara formalmente di voler perseguire.

L’unanimità politica sulla sua ricostruzione simbolica smette così di essere soltanto una fuga nostalgica e diventa qualcosa di più profondo, una forma di analfabetismo urbanistico rispetto alle sfide climatiche, erosive e ambientali del waterfront contemporaneo.
Mentre il mare avanza, la costa arretra e l’Europa spinge verso modelli reversibili e adattivi, la politica romana continua a immaginare il futuro del litorale attraverso il simulacro monumentale di una macchina balneare concepita per dominare rigidamente la costa nel pieno del Novecento.


Il Kursaal: il corpo reale contro il fantasma
Ed è qui che il confronto col Kursaal diventa devastante.
Mentre la Commissione PUA discute unanimemente della resurrezione simbolica dello Stabilimento Roma, il Kursaal, che è patrimonio reale del dopoguerra, progettato da Attilio Lapadula e realizzato da Pier Luigi Nervi, continua a degradarsi. Da una parte il fantasma unanimemente celebrato, dall’altra il corpo reale del waterfront lasciato collassare.
La politica contemporanea sembra molto più capace di amministrare simboli che materia.


Il waterfront come cartolina politica
Il caso dello Stabilimento Roma mostra forse il punto terminale della lunga tradizione italiana di pacificazione spaziale. Se l’EUR rappresenta la risignificazione della materia, lo Stabilimento Roma nel PUA rappresenta la risignificazione dello spettro, cioè non il recupero dell’esistente o il riuso della memoria materiale, ma la produzione consensuale di un fantasma architettonico capace di unire forze politiche opposte dentro la stessa nostalgia urbana.
Nel frattempo, la costa reale continua a erodersi, il demanio resta instabile, la mobilità costiera rimane fragile, il Kursaal continua a degradarsi e il mare di Roma attende ancora una pianificazione capace di governarne davvero la complessità contemporanea.

Forse è proprio questo il paradosso finale della politica urbanistica italiana: quando il territorio reale diventa troppo difficile da governare, si governa più facilmente la sua immagine nostalgica.

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LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

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