CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #8

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251216_154425_0000Il “caso Mazzei” in pillole. 

Roma cambia di nuovo passo sulla gestione del Litorale con la nomina di Carlo Mazzei (130mila euro l’anno) alla guida della “Rigenerazione del Litorale e Grandi Progetti”.

Legittimo, ma chi governa oggi il mare di Roma e con quali competenze?

Quello che è certo è che il Litorale è diventato solo questione politica, da centralizzare e controllare.

Mazzei è un urbanista, con esperienza nella macchina capitolina e nel coordinamento politico-amministrativo, vicino prima a Claudio Mancini e ora a Tobia Zevi.

Nulla sa di demanio marittimo, spiagge, concessioni balneari o gestione costiera.

Siamo passati da una gestione tecnico procedurale (e fallimentare) di Tommaso Antonucci, ad una gestione prettamente politico-fiduciaria. Non è un salto di livello: è una scelta di campo su un terreno ad altissimo rischio tra concessioni scadute, contenziosi, indagini giudiziarie, opacità amministrative, infiltrazioni criminali e pressioni di ogni tipo.

Dunque, a tutti questi problemi, l’amministrazione Gualtieri, in piena campagna elettorale, risponde con più controllo politico. Ma quando la competenza tecnica arretra, aumentano i ricorsi, si indeboliscono gli atti e cresce la distanza tra decisioni e territorio.

⛱️ Il mare è un bene comune e governarlo senza competenze significa spostare il problema, non risolverlo. Il suo futuro chi lo decide? I cittadini, gli interessi economici o i palazzi della politica?

Troppa politica in un settore ad alto rischio che avrebbe bisogno di una direzione tecnica indipendente e non permeabile in discontinuità col passato. La gestione del demanio marittimo richiede conoscenze giuridiche e procedurali altamente specialistiche, non di uno sherpa correntizio di palazzo. Perché si tratta di un ambito storicamente esposto a rendite e interessi forti, dove servono regole chiare, procedure aperte, controllo diffuso, non una nuova catena di comando in perenne gestione emergenziale con poca partecipazione, poca trasparenza e molta verticalità.

Ostia è un pezzo di città che chiede trasparenza, competenza e partecipazione, non l’ennesimo incarico fiduciario.

 

#labur #romacapitale #marediroma #MunicipioX #RobertoGualtieri #TobiaZevi #ostia #ostiabeach #demaniomarittimo

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Infernetto, le strade fantasma: come un consorzio “sciolto” da 40 anni tiene chiuse due vie pubbliche di Roma

Screenshot_2025-12-15-16-32-52-18_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274Via Pinzolo e via Preore, Municipio Roma X. Strade pubbliche sulla carta, private nei fatti. Da quasi vent’anni una sbarra nega il passaggio. Chi doveva rimuoverla lo sapeva. E non l’ha fatto.

Una sbarra su una strada pubblica

All’Infernetto, Municipio Roma X, via Pinzolo è una strada pubblica. Lo dicono gli atti urbanistici del Comune di Roma, lo conferma il Programma Integrato (PRINT) n. 5 “Infernetto”, lo certifica la Polizia Locale.

Eppure da anni è chiusa da una sbarra che impedisce l’accesso anche a via Preore, anch’essa viabilità pubblica di quartiere. Chi ha messo quella sbarra? Chi la mantiene? E soprattutto: perché nessuno l’ha mai rimossa?

Il consorzio che non doveva più esistere

La chiusura delle strade viene attribuita al sedicente Consorzio “La Pinetina”, nato nel 1975 come Consorzio Volontario di Ristrutturazione Urbanistica e Lottizzazione. Un consorzio con uno scopo preciso: urbanizzare e poi consegnare le opere pubbliche al Comune.

Secondo una relazione tecnica d’ufficio depositata al Tribunale Ordinario di Roma (RG 74563/2021), quel consorzio: “ha raggiunto il proprio scopo già nel 1985 e non avrebbe avuto più motivo di esistere”. Quarant’anni fa.

Eppure il Consorzio ha continuato ad agire come se nulla fosse, gestendo strade che non gli appartenevano, fino alla recente “trasformazione” in Condominio “La Pinetina”, avvenuta il 4 giugno 2025. Una trasformazione che, per stessa ammissione dell’amministratore, è solo formale: stessa gestione, stessi poteri, stesso controllo sulle strade.

Strade pubbliche diventate “private” senza titolo

Qui il punto è cruciale. Via Pinzolo e via Preore non risulterebbero mai state di proprietà del consorzio. In alcuni atti di compravendita degli immobili interni alla lottizzazione non esiste alcuna comproprietà stradale. Negli atti urbanistici del Comune di Roma:

  • il Consorzio non compare;
  • le strade risultano pubbliche;
  • la viabilità deve essere continua e aperta.

Quindi, con quale titolo quelle strade sono state chiuse? Risposta: nessuno.

La Polizia Locale lo dice chiaramente (dal 2007)

Il 4 giugno 2007 la Polizia Locale di Roma Capitale accerta l’abuso. In data 11 luglio 2024 lo ribadisce per iscritto, nero su bianco, al Municipio Roma X: “La sbarra è abusiva. Si invita ad un intervento in danno per la rimozione forzosa e il ripristino dello stato dei luoghi. Considerata la lunga inerzia, l’intervento è urgente”.
Diciassette anni dopo il primo accertamento, la sbarra è ancora lì.

Il silenzio dell’amministrazione

Il Direttore Tecnico del Municipio Roma X, ripetutamente sollecitato, non risponde. Nessun atto. Nessuna rimozione. Nessuna spiegazione pubblica. E intanto una strada pubblica resta chiusa. Con buona pace di cittadini, sicurezza, accessi, emergenze.

Da consorzio a condominio: l’operazione che “ripulisce” l’abuso

Nel 2025 il colpo di scena: il Consorzio “La Pinetina” si scioglie e rinasce come Condominio. Ma attenzione: un condominio può avere solo beni privati comuni. Se le strade sono pubbliche, non possono diventare proprietà condominiale per semplice delibera degli ex Consorziati che le avrebbero dovute cedere!

Eppure è ciò che è avvenuto: beni pubblici “assorbiti” nel patrimonio condominiale, senza titolo, senza atto di cessione, senza trascrizione valida. Un’operazione che solleva una domanda pesante: non siamo davanti a un’occupazione abusiva di suolo pubblico protratta nel tempo, con danno erariale?

Le responsabilità che nessuno vuole vedere

Qui non si parla di una sbarra qualunque. Si parla di: interdizione della pubblica viabilità; abuso edilizio su bene demaniale; inerzia amministrativa documentata; possibili responsabilità contabili per mancato intervento.

E di un precedente pericoloso: se passa questo principio, chiunque può chiudere una strada pubblica e poi “sanarla” col tempo.

Dunque, chi doveva intervenire lo sapeva. Chi poteva rimuovere la sbarra poteva farlo. Chi oggi tace continua a coprire una situazione illegittima. Allora la domanda non è più se la sbarra sia abusiva. La domanda è: perché, dopo 17 anni, dal 2007, è ancora lì?

 

 

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CHI SA VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #7

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251215_091445_0000Parco del Mare: un progetto non è pianificazione. Bandito e aggiudicato come intervento di riqualificazione dello spazio pubblico, produce effetti urbanistici rilevanti su usi, funzioni, flussi e valore del fronte mare.

La sua “calata dall’alto” avviene in assenza dell’approvazione del Piano di Utilizzazione degli Arenili, che dovrebbe costituire il quadro di riferimento per qualunque trasformazione del Lungomare di Ostia di Roma Capitale.

È un’inversione dell’ordine della pianificazione: prima il progetto, poi (forse) il piano.

️ La Conferenza di Servizi, come sede principale di decisione, ha ridotto il confronto urbano ad un procedimento autorizzativo. Non è uno strumento di partecipazione né un luogo in cui si definisce il modello urbano: raccoglie solo pareri tecnici e prescrizioni. Quindi, molte osservazioni – sul rapporto città–mare, sugli effetti sociali e spaziali dell’intervento, sulle questioni ambientali – pur fondate, non possono incidere realmente sul procedimento e finiscono per diventare merce di scambio in campagna elettorale (con pochi, tra pochi).

️️Restano due temi totalmente assenti, anche dal dibattito pubblico: la frammentazione della governance e i costi di gestione e manutenzione. Un’infrastruttura pubblica lineare complessa richiede risorse stabili nel tempo e una regia unitaria. In assenza di un quadro pianificatorio e gestionale esplicito, è certo che si produrranno solo spazi difficili da governare, destinati al degrado e ad una progressiva esternalizzazione della gestione.

Il nodo non è il ‘disegno’ – e nemmeno la botanica, i parcheggi o la doppia carreggiata ecc. – ma il metodo: un progetto non può sostituirsi alla pianificazione che manca, soprattutto in un contesto urbano frammentato come Ostia.

#LabUr #urbanistica #pianificazione #ParcodelMare #Ostia #MunicipioX #arenili #PUA #RomaCapitale #marediroma #governanceurbana #spaziopubblico #manutenzione #progettourbano

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Per saperne di più:  LINK 1,  LINK 2

 

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CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #6

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251214_025734_0000Il Ponte dell’Industria, costruito negli anni Sessanta dell’Ottocento, è una delle prime infrastrutture della Roma moderna. Nato come ponte metallico funzionale al sistema industriale e portuale dell’Ostiense, non è mai stato un monumento, ma un dispositivo produttivo. Il suo nome non celebra un valore: descrive una funzione. Ed è proprio questa precisione storica che è stata messa in discussione.

Gli aspetti che ci appaiono i più gravi:

 

1) urbanisticamente si tratta di una rottura della continuità tra forma urbana e significato storico rendendo di fatto la città illegibile. Una città che non si lascia leggere non si può governare, solo raccontare e ogni spazio può diventare qualsiasi cosa, a seconda della convenienza politica del momento, rompendo il rapporto tra spazio e memoria e la città diventa solo un manifesto.

 

2) In una Repubblica che si definisce “fondata sul lavoro”, cancellare di fatto simbolicamente la parola “industria” dallo spazio urbano non è un dettaglio toponomastico, è una scelta culturale. Il Ponte dell’Industria era uno dei rarissimi luoghi in cui Roma nominava senza filtri la propria modernità produttiva. Aggiungere il nome e la statua di un Santo, dunque un simbolo spirituale, significa arretrare dall’alfabeto repubblicano a un immaginario pre-politico, dove i valori morali prendono il posto dei rapporti sociali reali.

 

3) Che questa scelta avvenga sotto un sindaco del Partito democratico, storico ed economista come Roberto Gualtieri, rende la contraddizione ancora più netta. Per anni Gualtieri ha parlato di lavoro, di città produttiva, di superamento della Roma cartolina. Poi, nel momento in cui la città poteva raccontare se stessa attraverso la sua infrastruttura più onesta, sceglie la metafora invece della storia, il santo invece del lavoro. Non è ingenuità: è rinuncia.

 

4) Il fatto che su questa operazione convergano centrosinistra e destra dice tutto. Quando tutti possono dirsi d’accordo davanti a un santo, significa che il lavoro non divide più, perché non viene più nominato. È così che una Repubblica “fondata sul lavoro” finisce per assomigliare di nuovo a un Paese di simboli rassicuranti: non più santi, poeti e navigatori per decreto, ma santi per mancanza di coraggio politico.

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CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #5

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251213_140020_0000Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1943 venne distrutto lo Stabilimento Roma ad Ostia e puntualmente riemerge la nostalgica proposta di una sua ricostruzione.

La questione non è solo quella del recupero storico o identitario. Richiede invece una riflessione sul rapporto tra architettura, etica e progetto politico. Al di là del mutato quadro normativo, pianificatorio e vincolistico, giova ricordare che lo Stabilimento Roma non fu un semplice impianto balneare, bensì un dispositivo spaziale coerente con il programma culturale del primo fascismo, nel quale l’architettura assumeva una funzione pedagogica e rappresentativa: il controllo del tempo libero, la centralità del corpo come paradigma della rigenerazione nazionale e la monumentalità come linguaggio del potere. Anche il rapporto con il mare, impostato secondo una logica di dominio tecnico e simbolico, rifletteva una visione antropocentrica tipica del contesto ideologico di riferimento.

La ciclica proposta di una sua ricostruzione “com’era e dov’era” solleva interrogativi etici rilevanti. L’architettura per definizione non è mai neutra: riprodurre un linguaggio nato come strumento di rappresentazione ideologica genera solo una replica acritica, difficilmente compatibile con i valori culturali, sociali e ambientali contemporanei, culturalmente problematica, procedimentalmente complessa e potenzialmente incoerente con gli obiettivi di tutela della costa.

Un conto è la conservazione e la lettura critica del rapporto tra spazio, potere e società, altro è la ricostruzione ideologica di un’architettura celebrativa.

Il nostro primo dovere, innanzitutto come cittadini, è di avere senso di responsabilità nell’esercizio della memoria, che può esercitarsi solo all’interno dei limiti etici, ambientali e normativi dell’oggi.

#ostia #stabilimentoroma #secondaguerramondiale #architetturafascista #MunicipioX #pillolediurbanistica

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CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #4

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251212_102633_0000ROMA E IL GEMELLO DIGITALE DEGLI ALBERI: A CHE PUNTO SIAMO (POSTA PER SABRINA ALFONSI)

Dopo 4 anni di disastrosa gestione del verde, quest’anno il Comune di Roma ha avviato un “monitoraggio digitale del patrimonio arboreo”, su due livelli distinti:

CARTELLE CLINICHE DIGITALI

Obiettivo: una scheda digitale per circa 340.000 alberi tramite la piattaforma GreenSpaces.

Dati ufficiali (ottobre 2025): 207.000 alberi mappati, pari a circa 60–61% del totale.

GEMELLO DIGITALE PER 83.500 ALBERI

Si tratta di alberi sulle strade principali e parchi storici. I lavori sono stati avviati a fine agosto 2025; a settembre risultavano circa 58.000 alberi già analizzati (~70%); mancano 19 giorni alla scadenza prefissata.

I COSTI

Il progetto rientra in un piano del valore di €100MLN per il verde pubblico (2024–2026) che include anche manutenzione ordinaria, abbattimenti e ripiantumazioni. Quanto sia la quota parte in tecnologia non si sa.

ROMA NEL CONTESTO INTERNAZIONALE

Il “gemello digitale” romano non è quello di Singapore (che opera su scala urbana e multisistema – clima, trasporti, edifici). A Roma il “gemello 3D” si occupa stupefacentemente del SINGOLO ALBERO❗Un caso più unico che raro nel mondo.

Di manutenzione però in questi anni abbiamo visto ben poco, mentre abbiamo assistito ad una ecatombe di abbattimenti. Speriamo che qualche albero sopravviva per essere monitorato perché qualcosa NON TORNA.

QUANTI ALBERI CI SONO A ROMA?

L’ultimo censimento ufficiale è del 2016 ‼️e parla di circa 312.000 alberi urbani “gestiti” (una parola grossa!). Dopo 10 anni di consumo di suolo, di espansione della città, di strage di alberi per insetti xilofagi e parassiti secondari vari, il numero di alberi sarebbe salito, secondo le stime di Roma Capitale, a 340.000

Stanno mappando i morti in piedi e le ceppaie❓ Per altro, se includiamo le pinete e le c.d. foreste urbane dentro il Comune di Roma (come Castel Fusano, Castelporziano e la Riserva del Litorale Romano) il quadro cambia radicalmente. Si arriva ad una stima prudenziale di circa 5MLN di alberi che non saranno monitorati dal “gemello digitale”, né avranno mai una scheda digitale.

Quindi, €100MLN per un “gemello digitale” che ha senso solo per gli alberi più ‘urbani’ (se ci consentite questo termine gergale), ma che non monitorerà mai i ‘villani’ ad esempio del Municipio X e che dunque non restituirà una “fotografia definitiva” dell’intero patrimonio verde che sta andando in pezzi.

Per altri, non si tratta di sapere solo quanti alberi, ma quali stiamo monitorando, come e con quali strumenti. E su questo, come su tante altre cose, non c’è alcuna trasparenza amministrativa.

CRITICA IN PILLOLE

– obiettivi non completati

– 340.000 alberi (cartelle cliniche), 83.500 alberi (gemelli digitali), 207.000 alberi mappati, ma non è chiaro cosa includa ciascuna categoria, quanti alberi sono solo censiti, quanti hanno un vero gemello digitale 3D?

– 100MLN sono tanti: quanti sono stati spesi in tecnologia quando mancano potature e manutenzione ordinaria?

– Governance tecnologica che rimane, con tutti i suoi limiti, in mano a GreenSpaces (R3GIS)

– La solita assenza di trasparenza amministrativa

– Finché non vengono pubblicati i risultati (meno cadute, interventi più rapidi, risparmi in termini di costi), la tecnologia rimane solo una bella promessa, buona per qualche premio alla “fiera dell’est”.

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INFERNETTO, L’AMIANTO FANTASMA DEL CANTIERE AMA

Screenshot_2025-12-12-09-16-23-90_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274Nel quartiere Infernetto a Roma, i residenti segnalano la presenza di amianto in un cantiere AMA dichiarato bonificato. Restano irrisolte le criticità sulla gestione del terreno contaminato e sulle misure di sicurezza adottate. Esposto alle autorità competenti.

 

All’Infernetto, nel cuore di via Wolf Ferrari, c’è un cantiere che dovrebbe diventare un Centro di Raccolta AMA.
Dovrebbe. Perché per i residenti, da mesi, è soltanto un buco nero di rifiuti pericolosi, omissioni e silenzi istituzionali.

20 settembre: i cittadini scoprono l’amianto. AMA no.
È il 20 settembre 2025 quando i residenti – non AMA – denunciano la presenza di amianto nel terreno. Quello che doveva essere un cantiere “bonificato” un anno prima si rivela invece un deposito di scarti tossici, dimenticati o insabbiati. Letteralmente.

Gli scavi archeologici avevano già fatto emergere una verità scomoda: qualcuno, negli anni, aveva rialzato il piano di campagna di quasi un metro e mezzo. Come? Con rifiuti non autorizzati, interrati sotto il naso di tutti.

4.500 metri cubi di terra spariti. Ma nessuno sa dire dove.

Gli oltre 3.000 metri quadrati di cantiere hanno prodotto almeno 4.500 metri cubi di terra da rimuovere. A conti fatti, si tratta di circa 7.200 tonnellate di materiale che, ipotizzando lo smaltimento in discarica di sole 3.000 tonnellate, avrebbero richiesto almeno 100 camion, per un costo minimo di 40.000 euro, per difetto. Ma la domanda è una sola: che fine ha fatto tutta quella terra? E, soprattutto, chi garantisce che quei camion non abbiano disperso fibre di amianto lungo il tragitto o scaricato il materiale in siti non autorizzati?

Secondo i residenti, peraltro, non sarebbero stati nemmeno utilizzati camion telonati.

FIR: la carta che potrebbe svelare tutto. Se esiste.
A questo punto il documento chiave è uno: il FIR, il Formulario di Identificazione dei Rifiuti. È obbligatorio per legge. È la carta d’identità del rifiuto: indica cosa è stato portato via, da chi, in quale quantità e verso quale destinazione.
Il dubbio, enorme, è uno solo: AMA li ha compilati?

La protesta esplode. Il Campidoglio minimizza.
La denuncia dei cittadini corre sui social e arriva rapidamente alla stampa: Il Messaggero il 10 ottobre, la Repubblica il 14 ottobre.
Nel frattempo, i residenti – tramite l’avvocata Donata De Nittis – diffidano AMA e chiedono la messa in sicurezza del cantiere.

Il 13 ottobre, durante un incontro pubblico al parco XXV Novembre di Ostia, il sindaco Gualtieri rassicura tutti: «È tutto regolare».
Peccato che foto e video dimostrino come in cantiere si continuasse a scavare come se nulla fosse.

10 novembre: AMA risponde. Ma qualcosa non torna.
Passa un mese. Un mese intero.
Il 10 novembre, tramite l’avvocato Stefano Scicolone, AMA afferma che tutto sarebbe stato fatto «nel più rigoroso rispetto della normativa», che ASL Roma 3 e S.Pre.S.A.L. sarebbero stati coinvolti e che gli scavi nelle aree contaminate sarebbero stati immediatamente sospesi. Eppure, nella stessa comunicazione, AMA ammette che la rimozione dell’amianto sarebbe iniziata solo a inizio novembre. Ovvero oltre un mese dopo la denuncia dei cittadini.

Amianto all’aria aperta, recintato da una rete bucata.
La documentazione fotografica in nostro possesso è impietosa: i rifiuti contenenti amianto sono rimasti per giorni all’aperto, “delimitati” da una semplice rete forata. Altro che messa in sicurezza.
Quando i lavori riprendono, lo fanno a singhiozzo: dal 21 novembre all’11 dicembre, tra pause inspiegabili e improvvise ripartenze. Una gestione che contraddice ogni rassicurazione ufficiale.

Le domande ancora senza risposta.
Dopo tre mesi di allarme, proteste e versioni contrastanti, i nodi irrisolti restano sempre gli stessi: dove sono i FIR? Sono stati redatti? Sono regolari? Sono completi? Le procedure di bonifica dell’amianto sono state rispettate? Perché l’amianto è rimasto esposto al vento per giorni? Il Giornale dei Lavori di cantiere, obbligatorio per legge, racconta la verità o viene smentito da foto e video? Sospensioni, riprese, blocchi: tutto è coerente con quanto dichiarato? E, soprattutto, chi controlla davvero?

Nel frattempo, i cittadini continuano a vivere accanto a un cantiere dove, per settimane, le fibre di amianto avrebbero potuto disperdersi nell’aria senza adeguate protezioni.

AMA parla di massimo rigore. Il Comune rassicura. Gli enti di controllo vengono formalmente coinvolti. Ma i fatti documentati dai residenti raccontano un’altra storia. Una storia che oggi LabUr ha portato ufficialmente all’attenzione delle autorità competenti, presentando un dettagliato esposto per chiedere chiarezza.
Perché non può esistere una città pulita se la verità viene interrata sotto un metro e mezzo di rifiuti.

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“CHI SA, VEDE” ️ – PILLOLE DI URBANISTICA #3

FB_IMG_1765524730749POSTA PER YURI TROMBETTI

 

Su RomaToday esce un’intervista, camuffata da articolo, a Yuri Trombetti, che ha presieduto una Commissione Patrimonio di Roma Capitale sulla questione di Maresole, che LabUr tratta tecnicamente da anni anche nelle CTU. Ascoltandola, possiamo sintetizzarla così:

 

⚖️ In Italia la legge è uguale per tutti.

Poi arrivi a Roma… e scopri che sul demanio marittimo le regole cambiano a seconda di chi sei, soprattutto se appartieni alla razza padrona.

 

Da una parte il Comune contesta occupazioni senza titolo, violazioni edilizie, cambi di destinazione d’uso. Dall’altra, sempre il Comune — che fa parte dello Stato — evoca per sé la “regolarizzazione” di strutture abusive, senza concessioni, senza titoli edilizi, senza pagare un euro di canone, senza che:

 

la Capitaneria di Porto abbia avuto nulla da dire in 42 anni (nonostante abbia i documenti da decenni nei cassetti);

l’Agenzia del Demanio abbia effettuato una sola ispezione in ben 68 anni, un atto dovuto;

alcuni membri della Commissione abbiano taciuto che si stanno omettendo atti, informazioni e responsabilità.

 

È come se l’intero sistema avesse come obiettivo il “furto patrimoniale” ai danni dello Stato, in cui l’unica regola è:

 

gli abusi non si toccano… tranne quando all’Amministrazione conviene far sparire il corpo del reato, come nel caso dell’abbattimento dello stabilimento “Aneme e core”.

 

Quale sarà il risultato? Nessuna tutela del bene pubblico e dell’interesse collettivo, e la solita orrenda sensazione che la legalità — soprattutto a Ostia — sia un optional.

 

Le istituzioni così non sono più neutrali: diventano parte del problema, perché aggiungono ulteriori ipotesi di reato:

 

⚠️ omissione di atti d’ufficio

⚠️ danno erariale

⚠️ trasparenza zero

 

C’è un principio fondamentale e non derogabile: il demanio marittimo è di tutti.

 

Se gli abusi non si abbattono, se i controlli non si fanno, se i documenti spariscono nei cassetti… allora non si sta amministrando una città, ma una zona franca dell’illegalità istituzionale.

 

Solo la funzionaria del DIPAU è trasecolata in Commissione quando tutti in coro hanno gridato: “Facciamo una bella colonia marina, Eia Eia Alalà!”.

 

Come denunciamo da mesi, l’indirizzo di questa Amministrazione è quello di regolarizzare strutture dichiarate da loro stessi abusive sul demanio marittimo, prendersele, non pagando le concessioni né producendo titoli edilizi. Insomma, una sorta di condono tombale pro domo loro, che richiederà un “aggiustamento” delle carte.

 

️ Il demanio marittimo, che è indisponibile e dello Stato — cioè di tutti — viene trattato da un ente – che è parte integrante dello Stato – come il cortile di casa, in perfetto stile arrogante imperiale e imperialistico.

 

‍⚖️ Passare dalla violazione dell’art 1161 del Codice della Navigazione (occupazione abusiva di spazio demaniale) all’art. 328 del Codice Penale (omissione di atti d’ufficio) è stato un attimo.

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“CHI SA, VEDE” ️ – PILLOLE DI URBANISTICA #2

FB_IMG_1765524719850POSTA PER PINO BATTAGLIA E FLAVIO CONIA

 

A Roma nessuno sa quanti km a piedi percorra in media un cittadino ogni giorno. Nessuno.

I dati ufficiali si fermano al numero di spostamenti e al mezzo usato: il Rapporto Mobilità RAM 2023 stima 1,81 spostamenti al giorno per residente in un feriale tipo.

 

Per sapere davvero quanto camminano i romani servirebbero:

‍♀️ un’indagine campionaria dettagliata sulla mobilità pedonale,

la misura delle distanze reali degli spostamenti a piedi,

un’elaborazione sistematica dei dati.

 

L’unica cosa certa è che solo (circa) un quarto degli spostamenti avviene a piedi o in bici. Il resto è quasi tutto in auto o moto.

Misurare davvero la mobilità pedonale sarebbe il primo passo per pianificare interventi seri sulla tanto sbandierata “mobilità sostenibile” e la “città in 15 minuti”.

 

Eppure l’Amministrazione Capitolina ama citare Parigi e la “città dei 15 minuti”.

Se confrontiamo Parigi con Roma, la vera differenza emerge proprio nelle periferie.

 

Periferie di Parigi: circa 1/3 degli spostamenti avviene a piedi.

Periferie di Roma: spesso si scende sotto il 15%.

 

In pillole:

A Parigi, anche fuori dal centro, servizi, negozi, scuole e trasporti sono vicini e diffusi (30–35% a piedi, 35–40% in auto, il resto con il TPL).

A Roma, invece, nelle periferie le distanze sono grandi e il trasporto pubblico debole (10–20% di spostamenti a piedi e oltre il 65% in auto).

 

Senza dati chiari e politiche coerenti, sbandierare sedicenti buoni propositi o successi in ambito di “mobilità sostenibile” e di “città in 15 minuti” è inaccettabile sotto il profilo politico, tecnico e amministrativo.

 

Non dimentichiamolo mai: la città determina le nostre abitudini.

 

#roma #pinobattaglia #flavioconia #mobilitasostenibile #citta15minuti #smartcity #Parigi

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“CHI SA, VEDE ️” – PILLOLE DI URBANISTICA #1

FB_IMG_1765524142806POSTA PER EUGENIO PATANÈ E GIOVANNI ZANNOLA

 

1€ di camminata → la società paga 0,01€

 

1€ di bicicletta → la società paga 0,08€

 

1€ di autobus → la società paga 1,50€

 

1€ di automobile → la società paga 9,20€

 

Quasi tutte le periferie di Roma Capitale sono auto-dipendenti perché non progettate per il pedone ma per le auto. I tempi medi pedonali per raggiungere scuole/servizi sono superiori alla media europea. Dove ci sono marciapiedi, spesso non portano “a nulla” in un raggio pedonale accettabile. Il trasporto pubblico di superficie è spesso carente, aumentando la dipendenza dall’auto.

 

Quando ti parlano di ZTL (un filtro che riguarda la qualità dei veicoli, non la qualità degli spazi pubblici), di “infrastruttura verde e blu” (concepite per lo svago), ricordagli che in periferia ti serve l’auto per fare qualunque cosa.

 

Finché non ci saranno investimenti seri in:

 

✅ marciapiedi continui e sicuri

 

✅ vere piste ciclabili

 

✅ trasporto pubblico rapido ed efficiente

 

✅ spazi verdi utili e non decorativi

 

✅ servizi raggiungibili a piedi o in bici

 

allora tutto il resto è mera e becera propaganda.

Una propaganda che, tra l’altro, è classista: colpisce chi non può permettersi un’alternativa.

 

#eugeniopatane #giovannizannola #RobertoGualtieri #romacapitale #mobilitasostenibile #ztlroma

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