Nel quartiere Infernetto a Roma, i residenti segnalano la presenza di amianto in un cantiere AMA dichiarato bonificato. Restano irrisolte le criticità sulla gestione del terreno contaminato e sulle misure di sicurezza adottate. Esposto alle autorità competenti.
All’Infernetto, nel cuore di via Wolf Ferrari, c’è un cantiere che dovrebbe diventare un Centro di Raccolta AMA.
Dovrebbe. Perché per i residenti, da mesi, è soltanto un buco nero di rifiuti pericolosi, omissioni e silenzi istituzionali.
20 settembre: i cittadini scoprono l’amianto. AMA no.
È il 20 settembre 2025 quando i residenti – non AMA – denunciano la presenza di amianto nel terreno. Quello che doveva essere un cantiere “bonificato” un anno prima si rivela invece un deposito di scarti tossici, dimenticati o insabbiati. Letteralmente.
Gli scavi archeologici avevano già fatto emergere una verità scomoda: qualcuno, negli anni, aveva rialzato il piano di campagna di quasi un metro e mezzo. Come? Con rifiuti non autorizzati, interrati sotto il naso di tutti.
4.500 metri cubi di terra spariti. Ma nessuno sa dire dove.
Gli oltre 3.000 metri quadrati di cantiere hanno prodotto almeno 4.500 metri cubi di terra da rimuovere. A conti fatti, si tratta di circa 7.200 tonnellate di materiale che, ipotizzando lo smaltimento in discarica di sole 3.000 tonnellate, avrebbero richiesto almeno 100 camion, per un costo minimo di 40.000 euro, per difetto. Ma la domanda è una sola: che fine ha fatto tutta quella terra? E, soprattutto, chi garantisce che quei camion non abbiano disperso fibre di amianto lungo il tragitto o scaricato il materiale in siti non autorizzati?
Secondo i residenti, peraltro, non sarebbero stati nemmeno utilizzati camion telonati.
FIR: la carta che potrebbe svelare tutto. Se esiste.
A questo punto il documento chiave è uno: il FIR, il Formulario di Identificazione dei Rifiuti. È obbligatorio per legge. È la carta d’identità del rifiuto: indica cosa è stato portato via, da chi, in quale quantità e verso quale destinazione.
Il dubbio, enorme, è uno solo: AMA li ha compilati?
La protesta esplode. Il Campidoglio minimizza.
La denuncia dei cittadini corre sui social e arriva rapidamente alla stampa: Il Messaggero il 10 ottobre, la Repubblica il 14 ottobre.
Nel frattempo, i residenti – tramite l’avvocata Donata De Nittis – diffidano AMA e chiedono la messa in sicurezza del cantiere.
Il 13 ottobre, durante un incontro pubblico al parco XXV Novembre di Ostia, il sindaco Gualtieri rassicura tutti: «È tutto regolare».
Peccato che foto e video dimostrino come in cantiere si continuasse a scavare come se nulla fosse.
10 novembre: AMA risponde. Ma qualcosa non torna.
Passa un mese. Un mese intero.
Il 10 novembre, tramite l’avvocato Stefano Scicolone, AMA afferma che tutto sarebbe stato fatto «nel più rigoroso rispetto della normativa», che ASL Roma 3 e S.Pre.S.A.L. sarebbero stati coinvolti e che gli scavi nelle aree contaminate sarebbero stati immediatamente sospesi. Eppure, nella stessa comunicazione, AMA ammette che la rimozione dell’amianto sarebbe iniziata solo a inizio novembre. Ovvero oltre un mese dopo la denuncia dei cittadini.
Amianto all’aria aperta, recintato da una rete bucata.
La documentazione fotografica in nostro possesso è impietosa: i rifiuti contenenti amianto sono rimasti per giorni all’aperto, “delimitati” da una semplice rete forata. Altro che messa in sicurezza.
Quando i lavori riprendono, lo fanno a singhiozzo: dal 21 novembre all’11 dicembre, tra pause inspiegabili e improvvise ripartenze. Una gestione che contraddice ogni rassicurazione ufficiale.
Le domande ancora senza risposta.
Dopo tre mesi di allarme, proteste e versioni contrastanti, i nodi irrisolti restano sempre gli stessi: dove sono i FIR? Sono stati redatti? Sono regolari? Sono completi? Le procedure di bonifica dell’amianto sono state rispettate? Perché l’amianto è rimasto esposto al vento per giorni? Il Giornale dei Lavori di cantiere, obbligatorio per legge, racconta la verità o viene smentito da foto e video? Sospensioni, riprese, blocchi: tutto è coerente con quanto dichiarato? E, soprattutto, chi controlla davvero?
Nel frattempo, i cittadini continuano a vivere accanto a un cantiere dove, per settimane, le fibre di amianto avrebbero potuto disperdersi nell’aria senza adeguate protezioni.
AMA parla di massimo rigore. Il Comune rassicura. Gli enti di controllo vengono formalmente coinvolti. Ma i fatti documentati dai residenti raccontano un’altra storia. Una storia che oggi LabUr ha portato ufficialmente all’attenzione delle autorità competenti, presentando un dettagliato esposto per chiedere chiarezza.
Perché non può esistere una città pulita se la verità viene interrata sotto un metro e mezzo di rifiuti.










