Il Masterplan e la scomparsa del cittadino

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260714_123440_0000Quando il linguaggio della governance sostituisce quello della democrazia urbana. Una lettura critica della Conferenza DIAC del 30 giugno 2026.

 

C’è una parola che è praticamente scomparsa dal dibattito contemporaneo sulla rigenerazione urbana: cittadino.
Ascoltando gli interventi della Conferenza DIAC del 30 giugno scorso dedicata al Masterplan, siamo rimasti colpiti dalla ricorrenza quasi ossessiva di alcune parole: governance, stakeholder, partnership, vision, management, cabina di regia, monitoraggio, processo. Una, invece, sembrava essersi dissolta: cittadino.

Può sembrare un dettaglio lessicale, ma non lo è.
Le parole non descrivono soltanto la realtà. La costruiscono. E quando cambia il linguaggio, spesso sta già cambiando anche l’idea di città che quel linguaggio sottende.
L’impressione è che l’urbanistica venga sempre più raccontata come una pratica di coordinamento tra soggetti organizzati, chiamati a costruire insieme una trasformazione. Una città concepita come un sistema da gestire, un processo da governare, un insieme di investimenti da coordinare. Meno evidente, invece, è il ruolo del cittadino come titolare di diritti all’interno del procedimento pubblico.

Il punto non è il Masterplan

Nei contesti anglosassoni il Masterplan nasce come strumento di coordinamento strategico, cioè serve a costruire una visione, mettere in relazione soggetti diversi, organizzare investimenti, accompagnare trasformazioni complesse. Nasce all’interno di ordinamenti profondamente diversi da quello italiano. Negli Stati Uniti e in Canada opera in sistemi istituzionali caratterizzati da strumenti pianificatori, forme di governo locale, procedure partecipative, planning commissions, public hearings e meccanismi di judicial review che non coincidono con quelli del nostro ordinamento. In quel contesto il Masterplan svolge prevalentemente una funzione di coordinamento strategico: costruisce una visione, mette in relazione soggetti diversi, organizza investimenti e accompagna trasformazioni complesse.

Proprio per questo riteniamo che il problema non sia il Masterplan in sé, ma il suo trapianto nel sistema italiano. Uno strumento non può essere separato dall’ordinamento che gli attribuisce significato, limiti e garanzie. Importare il lessico del Masterplan senza interrogarsi sul diverso assetto istituzionale entro cui nasce significa rischiare di attribuirgli funzioni profondamente diverse da quelle originarie.

Una parte importante della cultura urbanistica italiana gli riconosce invece la stessa funzione.
Michele Talia, Presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU), ha più volte sostenuto che il Masterplan possa rappresentare un utile strumento di integrazione tra pianificazione, progetto e investimenti, purché operi all’interno di una cornice normativa stabile e coerente.  Che cosa accade però quando quella cornice si indebolisce? Il Masterplan continua davvero a svolgere una funzione di coordinamento oppure finisce progressivamente per assumerne un’altra?

Quando il procedimento urbanistico ordinario arriva troppo tardi

Negli ultimi mesi, analizzando numerosi procedimenti amministrativi romani, ci siamo imbattuti in una ricorrenza che intendiamo ora verificare in modo sistematico. In diversi casi il procedimento urbanistico ordinario non sembra più rappresentare il luogo nel quale la decisione viene costruita, discussa e verificata. Interviene invece quando una parte significativa della decisione si è già progressivamente consolidata attraverso accordi preliminari, protocolli d’intesa, finanziamenti, partenariati pubblico-privati, documenti strategici, procedure speciali, poteri derogatori, dichiarazioni politiche e aspettative ormai sedimentate.
Con procedimento urbanistico ordinario intendiamo il percorso previsto dalla pianificazione e dal diritto amministrativo, fondato sulla pubblicità degli atti, sulla partecipazione, sulle osservazioni dei cittadini, sulla motivazione delle decisioni e sul controllo pubblico. È rispetto a questo modello che osserviamo il crescente ricorso a strumenti negoziali, derogatori o speciali. Questo non significa che le alternative diventino giuridicamente impossibili, ma significa qualcosa di diverso: la decisione tende progressivamente a consolidarsi attraverso un processo che restringe lo spazio delle alternative, rendendole via via più onerose sul piano politico, economico e amministrativo. Quando la variante urbanistica giunge all’approvazione, lo spazio delle alternative può essere già stato drasticamente ridotto e la partecipazione rimane solo formalmente prevista. Quindi, quanta capacità decisionale conserva realmente il procedimento urbanistico ordinario?

Una questione già aperta

Edoardo Salzano definiva urbanistica contrattata il progressivo spostamento della decisione urbanistica da un sistema di regole valide erga omnes verso forme di negoziazione sempre più condizionate dagli interessi proprietari. Paolo Berdini ha sviluppato questa critica attraverso numerosi casi romani, tra cui quello dello Stadio della Roma a Tor di Valle, mostrando come il luogo sostanziale della decisione potesse progressivamente allontanarsi dal procedimento urbanistico ordinario formalmente destinato a produrla. Allo stesso tempo, una parte importante della riflessione urbanistica contemporanea propone una lettura diversa.

L’Istituto Nazionale di Urbanistica e numerosi studiosi della rigenerazione urbana riconoscono al Masterplan una funzione positiva di coordinamento tra pianificazione, progetto e investimenti. Michele Talia, ad esempio, ha più volte richiamato la necessità che questa funzione rimanga inserita entro una cornice normativa stabile e coerente. Ma quando quella cornice si indebolisce, il Masterplan continua a essere uno strumento di coordinamento oppure cambia funzione?

Anche la Corte costituzionale ha richiamato la necessità che le trasformazioni urbane si sviluppino all’interno di un quadro normativo coerente, mettendo in guardia contro interventi frammentati e privi di una stabile cornice pianificatoria (sentenza n. 24/2022).

La stessa questione attraversa da anni anche il dibattito internazionale.
La letteratura sulla governance urbana, sui soft spaces e sui processi di stabilizzazione delle decisioni mostra come una scelta urbanistica non diventi irreversibile in un singolo momento, ma attraverso un progressivo accumulo di atti, investimenti, aspettative, linguaggi e istituzioni.

Dunque non ci interessa stabilire il momento esatto nel quale una decisione diventa irreversibile, ma ci interessa capire come una decisione si consolida e quale spazio rimanga, durante questo processo, all’esercizio effettivo della partecipazione democratica garantita dal procedimento urbanistico ordinario.

La riduzione esecutiva dell’urbanistica

Nel corso della Conferenza DIAC, Maurizio Carta (Assessore all’Urbanistica di Palermo), ha definito l’urbanistica una scienza e ha attribuito ad essa una funzione prevalentemente esecutiva. È una definizione che non condividiamo. L’urbanistica utilizza certamente conoscenze scientifiche, ma il suo fondamento rimane dottrinale. Ogni scelta urbanistica incorpora infatti un sistema di valori. Decidere se privilegiare la rigenerazione urbana o il consumo di suolo, l’interesse pubblico o quello proprietario, la redistribuzione o la valorizzazione immobiliare non è una decisione scientifica. È una decisione politica. Ridurre l’urbanistica a tecnica esecutiva ci sembra un errore prima di tutto disciplinare perché non applica semplicemente conoscenze, ma decide entro quale sistema di valori quelle conoscenze verranno utilizzate.

Le regole non rallentano la democrazia. La rendono possibile.

Una parte del dibattito contemporaneo considera la flessibilità un valore in sé. L’idea è semplice: meno regole, più capacità di realizzare trasformazioni. Noi pensiamo l’esatto contrario. L’assenza di regole non produce agilità, ma discrezionalità.
Il procedimento urbanistico ordinario non è un ostacolo burocratico da aggirare. È il luogo nel quale la trasformazione urbana viene sottoposta a pubblicità degli atti, motivazione delle decisioni, osservazioni, controllo pubblico e possibilità di contestazione.

La Corte costituzionale ha più volte richiamato la necessità che le trasformazioni del territorio si sviluppino all’interno di una cornice normativa coerente, mettendo in guardia contro interventi frammentati e privi di un quadro pianificatorio stabile. Per questo continuiamo a ritenere che il procedimento urbanistico ordinario rappresenti la principale garanzia democratica di cui dispone il cittadino, non perché sia perfetto, ma perché è il luogo nel quale il potere dovrebbe rendere conto delle proprie decisioni.

Restituire valore agli atti

Non chiediamo che la nostra interpretazione venga condivisa. Chiediamo che possa essere verificata. Per questo, entro la conclusione del mandato della Giunta Gualtieri, LabUr pubblicherà una ricostruzione sistematica dei principali procedimenti di trasformazione urbana avviati durante questa consiliatura. Per ciascun caso ricostruiremo la cronologia degli atti, il progressivo accumulo dei vincoli tecnici, economici e politici, il momento nel quale interviene il procedimento urbanistico ordinario e la concreta capacità della partecipazione di incidere sulle decisioni. Non partiremo dalle opinioni, ma dalle date, dagli atti, dalla sequenza con cui le decisioni si sono progressivamente consolidate. Potremmo essere smentiti e ce lo auguriamo, perché se questa ricerca dovesse dimostrare che il procedimento urbanistico ordinario continua a svolgere pienamente la propria funzione garantista, non sarebbe una sconfitta per LabUr, ma una buona notizia per la democrazia. Se invece gli atti dovessero confermare che la pianificazione interviene sempre più spesso quando la decisione si è già sostanzialmente consolidata altrove, allora il problema non riguarderebbe più le intenzioni di chi osserva questi fenomeni, ma il modo in cui oggi si governa la trasformazione delle nostre città.

Una città democratica non si misura soltanto dalla qualità delle opere che realizza. Prima ancora si misura dal modo in cui decide di realizzarle. E l’urbanistica, almeno per come continuiamo a intenderla, nasce proprio per questo: limitare il potere, non semplicemente renderlo più efficiente.

 


Fonti e riferimenti

Conferenza DIAC sul Masterplan

Urbanistica contrattata e funzione delle regole

Cornice costituzionale

  • Corte costituzionale, sentenza n. 24 del 2022
    La Corte richiama la necessità di una coerente e stabile cornice normativa e critica il ricorso a interventi parcellizzati e svincolati dalla pianificazione urbanistica generale.

Stabilizzazione progressiva delle decisioni

Valutazione degli strumenti negoziali

 

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PRIMA DELL’ABSIDE: LA CHIESA COME ATTORE DELLA TRASFORMAZIONE URBANA

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Prima dell’abside

Per una teoria urbanistica della Chiesa come attore della trasformazione urbana

 

Introduzione

L’architettura sacra è stata studiata prevalentemente come forma, linguaggio e simbolo [1]. Molto meno attenzione è stata dedicata al procedimento amministrativo che ne rende possibile la realizzazione. Il presente contributo propone di osservare la Chiesa non soltanto come committente o proprietaria di beni, ma come possibile attore della trasformazione urbana, introducendo la categoria interpretativa della capacità procedimentale. In questa prospettiva, l’architettura sacra non costituisce il punto di partenza dell’analisi, bensì il suo esito: prima dell’abside vi è la decisione pubblica che rende possibile la trasformazione della città.

 

1. Prima dell’abside

L’architettura sacra occupa da tempo un posto centrale nella riflessione teologica, artistica e architettonica [1]. La riflessione sull’architettura sacra dedicata alle chiese contemporanee discute il rapporto tra forma e liturgia, tra luce e simbolo, tra spazio costruito e comunità, interrogandosi sul modo in cui l’architettura possa esprimere il sacro e tradurre, nella materia, il linguaggio della fede. Molto più raramente la riflessione si interroga su una domanda che precede tutte le altre.

Attraverso quali decisioni pubbliche un’architettura sacra diventa possibile?

Prima che un edificio venga progettato, prima che un concorso sia bandito, prima ancora che si discuta di linguaggio architettonico, esiste infatti una sequenza di decisioni pubbliche e di procedimenti amministrativi che riguarda il governo del territorio. Localizzazioni, destinazioni d’uso, standard urbanistici, accordi istituzionali, conferenze di servizi, varianti e autorizzazioni costituiscono il contesto entro il quale la trasformazione urbana prende forma ben prima di manifestarsi nell’opera costruita [2].

Se la città è il risultato di una successione di decisioni pubbliche, comprendere un’architettura significa comprendere anche il procedimento attraverso il quale quella architettura è stata resa possibile. In questa prospettiva, la domanda urbanistica non riguarda soltanto l’opera, ma il processo che la precede.

Il presente lavoro rifonda lo sguardo sull’architettura sacra, spostando il baricentro dell’analisi dal significato dell’opera alla genesi procedimentale della decisione pubblica. Prima dell’abside, prima dell’edificio, prima ancora del progetto, vi è un procedimento amministrativo nel quale interessi pubblici, privati e collettivi vengono composti in decisioni destinate a produrre effetti permanenti sul territorio.

È questo il luogo nel quale il presente contributo sceglie di collocare il proprio punto di osservazione. È da questo spostamento di prospettiva che prende avvio il percorso proposto nelle pagine che seguono.


2. Due paradigmi e una lacuna

2.1 Il primo paradigma: l’architettura come opera

La riflessione sull’architettura sacra si è sviluppata prevalentemente attorno a una domanda fondamentale: in che modo lo spazio costruito può esprimere il sacro?

È una prospettiva che attraversa buona parte della produzione teologica e architettonica del secondo Novecento e che trova un momento di svolta nel dialogo inaugurato dal Concilio Vaticano II [3]. Dai discorsi di Paolo VI agli artisti alle successive riflessioni di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, il rapporto tra Chiesa e arte viene progressivamente ricostruito come un’alleanza fondata sulla capacità dell’opera artistica di rendere percepibile la trascendenza, di educare alla bellezza e di favorire l’incontro tra fede e cultura contemporanea.

Su questo terreno si sviluppa una vasta letteratura dedicata allo spazio liturgico, alla luce, al simbolo, al linguaggio architettonico, alla relazione tra assemblea e altare, alla qualità estetica degli edifici di culto e al loro significato teologico [4]. Anche quando l’attenzione si estende alla città — come accade in alcune riflessioni sul sagrato, sulla chiesa come luogo di incontro o sulla dimensione pubblica dell’architettura religiosa — il punto di osservazione rimane prevalentemente quello dell’opera compiuta e del suo significato.

L’interrogativo dominante riguarda dunque il modo in cui l’architettura riesce a esprimere il sacro, non il processo attraverso il quale essa diviene possibile.
In questa prospettiva l’edificio costituisce il punto di arrivo dell’analisi.


2.2 Il secondo paradigma: la religione come attore urbano

Negli ultimi decenni, soprattutto nell’ambito della geografia della religione, degli urban studies e dei post-secular studies, il punto di osservazione si è progressivamente spostato dall’opera agli attori [5].

La domanda non è più come l’architettura rappresenti il sacro, ma come le istituzioni religiose agiscano nello spazio urbano, partecipino alla governance delle città, costruiscano relazioni con le amministrazioni pubbliche, producano inclusione sociale, contribuiscano ai processi di rigenerazione o intervengano nei conflitti territoriali.

Questa prospettiva ha prodotto contributi di grande rilievo. Gli attori religiosi vengono analizzati come soggetti capaci di costruire reti sociali, influenzare le politiche urbane, intervenire nei processi di welfare, contribuire alla ridefinizione simbolica dei luoghi o competere con altri soggetti nella produzione dello spazio urbano. La città non è più soltanto il contesto nel quale si collocano gli edifici di culto, ma il campo entro il quale le organizzazioni religiose esercitano forme differenti di presenza pubblica.

Anche in questo caso, tuttavia, l’attenzione si concentra prevalentemente sull’attore e sulle sue strategie, più che sul procedimento amministrativo attraverso il quale tali strategie si traducono, eventualmente, in trasformazioni territoriali.
L’attenzione si sposta così dall’edificio all’attore religioso come principale oggetto dell’analisi.


2.3 Il punto cieco

Le due prospettive appaiono profondamente diverse, ma condividono un medesimo limite metodologico.

La prima osserva l’opera architettonica e il suo significato. La seconda osserva l’attore religioso e il suo ruolo nella città. Entrambe, tuttavia, prendono in esame fenomeni già costituiti: l’edificio esiste già; l’attore è già presente nello spazio urbano.

Il momento della trasformazione urbanistica come esito di una negoziazione procedimentale appare ancora scarsamente tematizzato nella letteratura richiamata. Il presente contributo propone di assumerlo come autonomo oggetto di analisi. 

Tra il progetto e l’opera, tra l’intenzione e la città costruita, si colloca infatti una sequenza di decisioni pubbliche, procedimenti amministrativi, accordi, pareri e atti attraverso i quali interessi differenti vengono composti e trasformati in effetti territoriali.

È precisamente questo passaggio che il presente lavoro propone di assumere come oggetto di analisi.

Più che chiedersi come l’architettura esprima il sacro o come gli attori religiosi operino nello spazio urbano, si propone dunque di interrogarsi sul modo in cui la trasformazione urbana viene resa possibile attraverso il procedimento amministrativo e sul ruolo che gli attori religiosi possono assumere all’interno del procedimento che rende possibile la trasformazione urbana.

 

3. La capacità procedimentale come categoria interpretativa

L’analisi della letteratura evidenzia una lacuna comune ai due paradigmi esaminati. Da una parte, gli studi sull’architettura sacra si concentrano prevalentemente sulla forma, sul simbolo, sulla liturgia e sul linguaggio architettonico. Dall’altra, la geografia della religione, i post-secular studies e parte della planning theory analizzano gli attori religiosi come soggetti della governance urbana. Entrambe le prospettive, tuttavia, si arrestano prima del procedimento amministrativo che rende possibile la trasformazione dello spazio.
Se il procedimento rappresenta il luogo nel quale la trasformazione urbana diviene giuridicamente possibile, allora diventa necessario comprendere da cosa dipenda la diversa capacità degli attori di incidere sulla formazione della decisione pubblica.

Nel presente lavoro si assume che la produzione della città non dipenda esclusivamente dalla disponibilità di risorse o dalla titolarità di diritti, ma dalla diversa capacità degli attori di incidere sulla formazione della decisione pubblica attraverso il procedimento amministrativo.
Per descrivere questa diversa capacità si propone di utilizzare la categoria interpretativa della capacità procedimentale.

Possedere un terreno, progettare un edificio o finanziare un’opera costituiscono condizioni necessarie, ma non sufficienti perché una trasformazione urbana possa prodursi. Essa richiede infatti che tali iniziative trovino riconoscimento, legittimazione e traduzione all’interno di un procedimento pubblico.
Per l’urbanista, pertanto, la questione decisiva non è soltanto il momento in cui la trasformazione si materializza nello spazio costruito, ma quello in cui essa diventa giuridicamente possibile. È in questo passaggio che il procedimento assume un ruolo centrale: il luogo nel quale interessi pubblici, privati e collettivi vengono composti in una decisione amministrativa destinata a produrre effetti sul territorio.

La capacità procedimentale si articola attraverso cinque dimensioni fondamentali:

  1. posizione giuridica riconosciuta dall’ordinamento;
  2. disponibilità di risorse economiche, organizzative e conoscitive;
  3. accesso alle sedi decisionali;
  4. capacità tecnica di intervenire efficacemente nel procedimento;
  5. legittimazione simbolica e istituzionale riconosciuta dall’ordinamento e dalla società.

Questa tassonomia definisce il perimetro entro cui l’incidenza dell’attore si traduce in trasformazione territoriale”. Nessuna delle dimensioni individuate è, di per sé, sufficiente a determinare la capacità procedimentale; è la loro interazione, nei diversi contesti istituzionali e procedimentali, a definirne l’effettiva consistenza. La capacità procedimentale non costituisce quindi una proprietà stabile dei soggetti, ma una proprietà relazionale che si manifesta all’interno di specifici procedimenti amministrativi.

All’estremo opposto, una configurazione caratterizzata dall’assenza o dalla debolezza di tali dimensioni individua situazioni nelle quali la capacità di incidere sulla formazione della decisione pubblica risulta significativamente ridotta, pur in presenza di interessi giuridicamente rilevanti o di risorse materiali. La categoria proposta si presta dunque a descrivere un continuum di configurazioni procedimentali, piuttosto che una distinzione dicotomica tra attori capaci e incapaci di incidere sulla decisione pubblica.

La categoria qui proposta non intende sostituire nozioni consolidate quali potere, governance o agency, ma isolare un livello analitico differente: quello dell’incidenza esercitata dagli attori all’interno dei procedimenti amministrativi che producono la trasformazione urbana [6]. 

È proprio questa prospettiva che rende la Chiesa cattolica un caso particolarmente significativo. Non semplicemente perché costruisce, possiede o finanzia opere, ma perché, in forme e misure variabili, può concentrare molte delle condizioni che accrescono la capacità di incidere sui procedimenti attraverso i quali la trasformazione urbana viene resa possibile. Assumere questa prospettiva significa spostare l’attenzione dall’opera compiuta al processo che la rende realizzabile. In altri termini, significa guardare all’architettura sacra non soltanto come esito formale o simbolico, ma come risultato di una decisione pubblica prodotta attraverso un procedimento nel quale gli attori esercitano differenti forme di capacità procedimentale.

 

4. La Chiesa tra proprietà, committenza e soggetto procedimentale

La categoria della capacità procedimentale proposta nel capitolo precedente permette di distinguere posizioni che, nel dibattito pubblico e talvolta anche nella letteratura, tendono a essere sovrapposte. L’espressione Chiesa come attore urbano rischia infatti di ricondurre a un’unica categoria situazioni profondamente diverse tra loro. Dal punto di vista urbanistico, non ogni relazione tra la Chiesa e la città produce gli stessi effetti né attribuisce il medesimo ruolo nei processi di trasformazione territoriale. Per evitare questa sovrapposizione è opportuno distinguere almeno tre piani analitici: la Chiesa come proprietaria, la Chiesa come committente e la Chiesa come soggetto procedimentale.

4.1 La Chiesa proprietaria

La prima dimensione è quella patrimoniale.

La Chiesa cattolica costituisce uno dei maggiori proprietari immobiliari del territorio nazionale. Chiese, conventi, seminari, istituti religiosi, scuole, ospedali, terreni agricoli e numerosi altri immobili rappresentano un patrimonio di straordinaria consistenza storica e territoriale [7].
Tuttavia, la semplice proprietà di un bene non implica, di per sé, la capacità di incidere sulla trasformazione urbana. Moltissimi soggetti pubblici e privati possiedono patrimoni immobiliari rilevanti senza che ciò comporti automaticamente un ruolo nella formazione delle decisioni urbanistiche.

La proprietà costituisce dunque una condizione materiale della trasformazione urbana, ma non coincide ancora con la capacità di incidere sulla decisione pubblica.


4.2 La Chiesa committente

Una seconda dimensione riguarda la committenza.

La Chiesa promuove la realizzazione di edifici di culto, affida incarichi professionali, organizza concorsi di progettazione, finanzia interventi di restauro e di nuova costruzione, contribuendo in modo significativo alla produzione dell’architettura contemporanea.

È soprattutto su questo terreno che si è sviluppata la riflessione sull’architettura sacra: il rapporto tra committente, architetto e opera costituisce infatti uno dei temi centrali della letteratura del secondo Novecento.

Anche la committenza, tuttavia, non coincide ancora con la produzione della città. Essa descrive il rapporto tra il promotore dell’opera e il progetto architettonico, ma non spiega attraverso quali decisioni pubbliche quell’opera possa essere autorizzata, localizzata e resa compatibile con l’assetto urbanistico del territorio.

La committenza produce architettura, non necessariamente produce città.


4.3 La Chiesa come soggetto procedimentale

La prospettiva cambia quando la Chiesa entra nel procedimento amministrativo.
Ciò può avvenire in forme differenti: come proprietaria di aree interessate dalla pianificazione, come soggetto destinatario di accordi, come ente coinvolto in procedimenti complessi, come portatrice di interessi qualificati o come interlocutrice istituzionale in processi che incidono sull’assetto della città [8].

Il procedimento diventa così il luogo nel quale la natura dell’attore cessa di essere il dato decisivo. Ciò che rileva è la posizione concretamente assunta nella formazione della decisione pubblica.

La capacità procedimentale non è distribuita uniformemente all’interno dell’istituzione ecclesiale, ma varia in relazione alla natura giuridica dell’ente, alla scala territoriale e alla disponibilità di competenze organizzative e tecniche.
Le caratteristiche qui richiamate possono essere ricondotte alle dimensioni della capacità procedimentale individuate nel capitolo precedente (posizione giuridica, disponibilità di risorse e competenze, accesso alle sedi decisionali e legittimazione istituzionale).
In questi casi l’interesse dell’urbanista non riguarda più l’opera architettonica né il patrimonio immobiliare considerati isolatamente, ma il ruolo che il soggetto assume all’interno del procedimento attraverso il quale la trasformazione urbana viene resa possibile.

La distinzione proposta è tutt’altro che terminologica. Una medesima istituzione può essere, nello stesso tempo, proprietaria di un bene, committente di un’opera e soggetto procedimentale. Si tratta di posizioni giuridiche e funzionali differenti, che producono effetti differenti e richiedono strumenti analitici differenti.
Confondere questi tre piani significa attribuire alla proprietà o alla committenza effetti che derivano, invece, dalla posizione assunta nel procedimento amministrativo.
È precisamente quest’ultima dimensione che costituisce l’oggetto del presente lavoro. L’interrogativo non è se la Chiesa costruisca, possieda o promuova architettura — aspetti ampiamente documentati dalla letteratura — ma quando e in quale misura tali qualità si traducano in una concreta capacità di incidere sulla formazione della decisione urbanistica.

La distinzione proposta non ha un valore meramente classificatorio. Essa consente di comprendere come la medesima istituzione possa assumere, in procedimenti diversi, ruoli differenti. Il caso storico esaminato nel capitolo seguente mostra in modo particolarmente evidente come tali posizioni possano sovrapporsi e produrre effetti urbanistici che non sarebbero spiegabili facendo ricorso alla sola categoria della proprietà o della committenza.

 

5. Tra il piano e la città

5.1 Quando il piano non basta

Il Piano Regolatore Generale di Roma del 1931 prevede, tra le opere destinate a riorganizzare i collegamenti tra le due sponde del Tevere, un traforo sotto il colle del Gianicolo, destinato a connettere il quartiere Aurelio con il centro della città. L’intervento si inserisce nel più ampio programma di trasformazione della capitale promosso dal piano generale, che affida alla nuova rete viaria il compito di ridefinire l’assetto urbano.

Per l’area immediatamente adiacente a via della Conciliazione (aperta dagli sventramenti di Borgo quale nuovo asse monumentale verso San Pietro) viene successivamente approvato, con Regio Decreto del 16 febbraio 1939, un piano particolareggiato.
Lo strumento attuativo disciplina nel dettaglio gli interventi necessari al completamento di quattro opere: la sistemazione dell’imbocco occidentale della galleria sotto il Gianicolo, la sistemazione di via del Sant’Uffizio, la sistemazione di Borgo Santo Spirito e il miglioramento della viabilità di via del Gianicolo.

Il piano particolareggiato costituisce dunque il livello attuativo delle scelte contenute nel Piano Regolatore Generale del 1931. Tuttavia, la sua approvazione non coincide ancora con la piena realizzabilità delle opere previste. Tra la previsione urbanistica e la concreta trasformazione dello spazio si colloca infatti un ulteriore livello decisionale, senza il quale la previsione del piano rimane priva di effettività.


5.2 L’accordo che rende possibile la trasformazione

L’ostacolo non è urbanistico, ma istituzionale.

Le opere previste dal piano particolareggiato insistono infatti, in più punti, su immobili appartenenti alla Santa Sede o ad altri enti ecclesiastici, alcuni dei quali sottoposti al particolare regime previsto dagli articoli 14, 15 e 16 del Trattato Lateranense del 1929. Il Comune può pianificare il tracciato delle nuove opere, ma la loro completa attuazione richiede un diverso livello di decisione.

L’accordo viene approvato con Decreto Legislativo 10 aprile 1948, n. 1080 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie Generale, del 17 agosto 1948 (codice redazionale 048U1080). È significativo che il titolo ufficiale dell’atto non richiami il piano urbanistico né la realizzazione delle opere pubbliche previste dal piano particolareggiato. L’atto si presenta infatti come Accordo fra la Santa Sede e l’Italia per una nuova delimitazione di alcune zone extraterritoriali nelle adiacenze della Città del Vaticano.

L’oggetto giuridico dell’accordo non è quindi, almeno formalmente, la trasformazione urbanistica, bensì la ridefinizione del regime di sovranità entro il quale quella trasformazione può essere resa possibile.
L’accordo produce tre effetti strettamente connessi. In primo luogo, rende disponibili al Comune gli immobili necessari alla realizzazione delle opere previste dal piano particolareggiato del 1939. In secondo luogo, trasferisce il regime di extraterritorialità gravante sugli immobili ceduti a una porzione del Pontificio Seminario Romano Minore in via Aurelia, dimostrando come lo statuto giuridico speciale venga riallocato anziché semplicemente estinto. Infine, autorizza la Santa Sede, o enti da essa designati, ad acquistare un’area nella zona del soppresso Largo Alicorni, destinata all’edificazione secondo gli strumenti urbanistici vigenti.

I due atti appartengono dunque a livelli differenti dell’ordinamento e disciplinano oggetti diversi. Il piano particolareggiato organizza lo spazio urbano; l’accordo ridefinisce il regime giuridico entro il quale tale organizzazione può trovare concreta attuazione. È soltanto dall’interazione tra questi due livelli che la trasformazione urbana diventa realizzabile.

Il piano urbanistico stabilisce ciò che deve essere costruito; l’accordo bilaterale definisce le condizioni istituzionali entro le quali quella previsione può trovare attuazione. L’efficacia della pianificazione, in questo caso, non dipende esclusivamente dalla correttezza della previsione urbanistica, ma dalla capacità del procedimento di comporre rapporti giuridici appartenenti a ordinamenti differenti.

Il valore euristico del caso risiede proprio in questo. Esso non viene assunto quale modello ordinario dei rapporti tra Chiesa e pianificazione urbanistica. Proprio perché rappresenta una situazione istituzionale eccezionale, rende particolarmente visibile una dinamica che, sebbene con intensità differenti, attraversa anche la pianificazione ordinaria: tra la previsione del piano e la trasformazione della città si colloca sempre una successione di decisioni, negoziazioni e atti appartenenti a livelli differenti dell’ordinamento.

È precisamente in questo spazio che la categoria della capacità procedimentale proposta nel capitolo precedente acquista significato interpretativo. L’interesse dell’urbanista non riguarda soltanto ciò che viene costruito, ma anche le condizioni istituzionali che rendono possibile la trasformazione urbana. Prima dell’opera vi è sempre una sequenza di decisioni pubbliche. Prima dell’abside, vi è il procedimento.

Il caso dell’accordo del 1948 funge da esperimento mentale di laboratorio: isola la dinamica procedimentale nella sua forma più pura, rendendo visibile il conflitto tra regimi giuridici diversi. Tale dinamica, lungi dall’essere un’anomalia, rivela la meccanica occulta di ogni trasformazione urbana.

Tra la previsione urbanistica e la trasformazione della città non esiste un rapporto automatico. Tra le due si colloca una successione di decisioni, negoziazioni e atti appartenenti a livelli differenti dell’ordinamento. [9]

 

6. Il Giubileo come laboratorio

I Giubilei costituiscono, da questo punto di vista, un laboratorio privilegiato.

Non perché rappresentino un caso eccezionale della pianificazione urbana, ma perché rendono più facilmente osservabili dinamiche procedimentali che, nella gestione ordinaria della città, rimangono spesso disperse o meno evidenti. La concentrazione di investimenti, l’attivazione di procedure speciali, il ricorso a poteri commissariali, la compressione dei tempi decisionali e la pluralità dei livelli istituzionali coinvolti modificano infatti il contesto entro il quale si formano le decisioni pubbliche.

Ciò che cambia non è soltanto la velocità dell’azione amministrativa. Cambia, soprattutto, la distribuzione della capacità procedimentale. L’istituzione di strutture commissariali, la concentrazione delle competenze decisionali e il ricorso a procedure derogatorie tendono infatti a ridistribuire il peso dei diversi attori coinvolti nel procedimento.

Il Giubileo non accelera semplicemente la trasformazione urbana: ne modifica le condizioni procedimentali. Diventa così più evidente chi sia concretamente in grado di incidere sulla formazione della decisione pubblica e in quale misura la configurazione del procedimento influisca sugli esiti della trasformazione urbana.

È proprio per questa ragione che il Giubileo costituisce un banco di prova particolarmente significativo per la categoria interpretativa proposta nel presente lavoro. Se la capacità procedimentale rappresenta effettivamente una chiave di lettura della produzione della città, essa permette di isolare non soltanto le trasformazioni realizzate, ma la precisa configurazione di potere attraverso cui si ridistribuiscono, nei regimi straordinari, le possibilità di incidere sulle decisioni pubbliche.

Le riflessioni qui sviluppate si collocano in continuità con la ricerca svolta in Amen, Roma. Un delitto urbanistico in tre Giubilei (Filipe de Jesus, 2026) [10] dedicata agli effetti territoriali prodotti dalle principali stagioni giubilari della capitale. 

Il presente contributo pone le basi di una nuova agenda di ricerca, che eleva la capacità procedimentale a metrica fondamentale per analizzare i processi di trasformazione urbana attivati dai grandi eventi. Più che un punto di arrivo, esso costituisce un programma di ricerca destinato a verificare la categoria della capacità procedimentale attraverso l’analisi sistematica dei processi di trasformazione urbana attivati dai diversi Giubilei della capitale.

 

7. Oltre l’abside

L’ipotesi proposta nel presente contributo non riguarda soltanto il rapporto tra Chiesa e città. Se l’architettura sacra viene riletta attraverso il procedimento che la rende possibile, allora anche l’urbanistica è chiamata a ripensare alcune delle proprie categorie interpretative.

Tradizionalmente, il dibattito urbanistico distingue tra soggetti pubblici e privati, tra proprietari, progettisti, committenti e amministrazioni. Questa classificazione descrive i ruoli istituzionali degli attori, ma non sempre consente di comprendere la loro effettiva capacità di incidere sulla formazione della decisione pubblica [11].

La categoria della capacità procedimentale proposta nel presente lavoro suggerisce invece di spostare l’attenzione dal profilo soggettivo alla posizione concretamente assunta all’interno del procedimento amministrativo. L’attenzione si sposta così dall’identità dell’attore alla posizione che egli assume nel procedimento amministrativo. 

In questa prospettiva, la Chiesa cattolica rappresenta un caso di studio particolarmente significativo, ma non necessariamente un caso isolato. Altri soggetti istituzionali, economici o infrastrutturali possono manifestare forme differenti di capacità procedimentale, rendendo questa categoria potenzialmente applicabile a contesti molto più ampi del solo patrimonio ecclesiastico.

Il contributo proposto ridefinisce lo spazio sacro come fatto urbanistico. L’abside è, primariamente, l’esito di una decisione pubblica. Prima della forma vi è la decisione; prima dell’edificio vi è il procedimento. La domanda non è più soltanto che cosa significhi un edificio sacro, ma come esso diventi possibile all’interno della città.

Assumere questa prospettiva significa riconoscere che la produzione dello spazio sacro è, prima ancora che un fatto artistico o liturgico, un fatto urbanistico. Significa riportare al centro dell’analisi quel livello procedimentale rimasto spesso sullo sfondo, ma nel quale si definiscono le condizioni giuridiche, istituzionali e amministrative della trasformazione urbana.

L’architettura sacra non comincia con il progetto. Comincia nel procedimento. È lì che la città decide se, dove e a quali condizioni quell’architettura potrà esistere. Prima della forma vi è la decisione. Prima dell’edificio vi è il procedimento. Prima dell’abside vi è la decisione pubblica che ne rende possibile l’esistenza.

 


BIBLIOGRAFIA

[1] Sheldrake, Spaces for the Sacred; Gorringe, A Theology of the Built Environment; Nota Pastorale fondamentale della CEI (1993), La progettazione di nuove chiese.

[2] L. 1150/1942; DM 1444/1968; L. 241/1990.

[3] Paolo VI, Discorso agli artisti (1964), Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti (1999), Benedetto XVI, Incontro con gli artisti (2009), Papa Francesco, Discorso agli artisti (2023)

[4] Sheldrake, Gorringe, Inge

[5] Beaumont & Baker; Burchardt et al.; Karstein; Planning Theory & Practice (2021) (LINK

[6] Per le nozioni di governance, potere e agency nella teoria della pianificazione si vedano, tra gli altri, Healey (1997), Flyvbjerg (1998) e Stone (1989).

[7]  Il censimento del patrimonio immobiliare ecclesiastico in Italia risulta complesso a causa della frammentazione della titolarità tra circa 30.000 enti ecclesiastici civilmente riconosciuti. Stime recenti (es. Report Scenari Immobiliari/Il Sole 24 Ore – LINK) indicano una consistenza di circa 46.000 unità immobiliari. Per una disamina approfondita sulla gestione e la valorizzazione sociale di tali beni, si rimanda ai lavori di ricerca pubblicati sulla rivista scientifica IN_BO (Università di Bologna) (LINK).

 [8] Diritto Canonico (Ca. 1254 – LINK)

[9] PRG 1931, Regio Decreto 16 febbraio 1939; Trattato Lateranense; Decreto Legislativo 1080/1948G.U. 17 agosto 1948

[10] “Amen, Roma”, di P. Filipe de Jesus, 2026

[11] Patsy Healey, Collaborative Planning (1997); Bent Flyvbjerg, Rationality and Power (1998)


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

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CHI SA, VEDE. “LE CITTÀ NASCONO DAI CORPI PRIMA CHE DAI DISEGNI”. PILLOLE DI URBANISTICA #41

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260711_154601_0000Che cosa vede un urbanista quando osserva un campo di calcio che non esiste sulle mappe? All’Idroscalo di Ostia, il gioco del sabato mattina è diventato la risposta più autentica alla crisi del progetto urbano. In questo nuovo contributo di “Pillole di Urbanistica”, esploriamo come la memoria e la continuità dell’abitare siano le vere fondamenta su cui una città, prima dei disegni, torna a vivere.

 

Che cosa vede un urbanista quando osserva un campo di calcio?
Se è un impianto sportivo, la risposta è semplice: uno standard urbanistico, una superficie attrezzata, un’opera pubblica. Tutto è misurabile: metri quadrati, recinzioni, spogliatoi, parcheggi, costi, cronoprogrammi.

Ma se quel campo non compare in nessuna tavola di piano? Se non ha recinzioni, né spogliatoi, né un progetto approvato? Se esiste soltanto perché una comunità ha deciso di costruirlo e di abitarlo ogni settimana?

 

Prima del campo c’era un cancello

Idroscalo di Ostia (10/2010) - Il cancello della vergognaPer sedici anni, all’ingresso dell’Idroscalo di Ostia, c’è stato un cancello pieno di scarpe che chiudeva l’area dopo le demolizioni del 23 febbraio 2010. Dietro quel cancello c’erano i new jersey di cemento posizionati per impedire che qualcuno ricostruisse le case abbattute. Su quel cancello avevamo appeso decine di scarpe. Accanto, una scritta: “Il cancello della vergogna dove non passa più nessuno.”

Quelle scarpe erano corpi assenti, memoria, il segno lasciato da chi aveva abitato quel luogo. Per anni è stato il simbolo dell’Idroscalo. Oggi, poco oltre, ci sono altre scarpe. Sono ai piedi di bambini che ogni sabato mattina rincorrono un pallone.

La memoria non è stata cancellata, è stata attraversata.
Ed è forse questa la prima intuizione che questo luogo ci consegna.

Le città non guariscono quando dimenticano le proprie ferite ma quando, senza cancellarle, tornano a produrre vita.

 

La soglia

Mister Mirko Polisano (ASD Ostia 1884) con i ragazzi dell'Idroscalo (11/2025)

(ASD Ostia 1884) con i ragazzi dell’Idroscalo (2/11/2025)

Per cinquant’anni l’Idroscalo è stato osservato dall’esterno, come luogo della morte di Pasolini, dell’abusivismo, del rischio idraulico, degli sgomberi, del degrado. Un luogo da mettere in sicurezza. Mai come luogo della vita.

Poi è accaduto qualcosa.

Un giorno Franca mi telefona e mi dice: “Lo sai che stanno lì tutto il giorno e tutti i giorni a giocare?”. Credo che quello sia stato il momento in cui ho capito che non stavamo più osservando un episodio. Avevamo superato quella che oggi chiamerei la soglia pasoliniana. La “punta sacra” dell’Idroscalo smetteva di essere soltanto il luogo della memoria e ricominciava ad essere nuovamente un luogo della vita.

 

Il campo

Idroscalo di OstiaLe prime porte erano costruite con il legno. Una mareggiata se le portò via. Poi arrivò un appello. Arrivarono porte vere, palloni, divise, scarpini, parastinchi, allenatori, volontari, imprenditori, giornalisti, genitori…Ogni sabato. Con il sole. Con il vento. Con la pioggia. Con la mareggiata.

Per l’urbanistica quel campo continua a non esistere. Per la comunità esiste eccome.

 

Gli allenatori

Idroscalo di OstiaPensavo insegnassero calcio. Mi sbagliavo. Stanno facendo molto di più.

Li ho sentiti parlare fra loro dopo una sessione di allenamento. Uno diceva: “Tu non sai la gioia e la fatica” e l’altro rispondeva: “Mi devastano emotivamente” E l’altro ancora: “Non puoi salvarli tutti”.
E poi, gli allenamenti, il rigore, la disciplina: “Se vuoi allenarti devi andare bene a scuola e mangiare bene e si arriva in orario agli allenamenti!”.
Li portano a conoscere altre squadre, a confrontarsi con ragazzi di altri paese, con i semiprofessionisti.
Ogni sabato.

E qui c’è una seconda intuizione. L’urbanistica progetta lo spazio.
Loro progettano il tempo.
E forse una città nasce proprio così. Non quando qualcuno disegna uno spazio, ma quando qualcuno costruisce una continuità. Perché le città non nascono dagli edifici, ma dalle abitudini.

 

Che cos’è davvero un “campo informale”?

Idroscalo di OstiaPer anni i campi informali sono stati considerati un problema. Spazi residuali. Aree degradate. Luoghi in attesa di un progetto. Negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a cambiare sguardo: gli studi sul diritto alla città, gli Urban Commons, lo Sport Urbanism, le ricerche sullo sport informale, la morfogenesi degli spazi spontanei. Si osservano il terreno compattato, i margini, la luce presa in prestito dai lampioni, i materiali di recupero. È un passo avanti enorme, ma manca ancora qualcosa. Quasi tutta questa letteratura osserva infatti il campo dopo che è nato, ma cosa insegna un campo informale all’urbanistica?

 

Una critica alla pianificazione

Idroscalo di OstiaForse il campo informale non è il prodotto dell’assenza di pianificazione, ma una critica vera e propria alla pianificazione.

Ogni sua traccia racconta un bisogno che il piano non aveva visto: la sabbia consumata, le porte ricostruite, le linee che cambiano, i bambini che continuano ad arrivare. È come se il territorio dicesse al pianificatore: “Qui avete guardato altrove. Il bisogno era questo”.

 

Il progetto

Idroscalo di Ostia

Mirko Polisano, Paula de Jesus e Franca Vannini in “Podema” Idroscalo (2/11/2025)

Il campo dell’Idroscalo non è informale. “Informale” è una categoria amministrativa. Dal punto di vista della Comunità quel campo è perfettamente formale perché ha regole, orari, manutenzione, educazione, appartenenza, memoria, conflitti, cura.
Ad essere informale è invece il progetto che contiene una domanda che una comunità rivolge al piano, formulata non con le parole, ma con i corpi.

 

Napoli

Idroscalo di OstiaL’Idroscalo di Ostia non è un caso isolato. Chiunque abbia attraversato le periferie italiane riconosce quei campi che non esistono sulle carte ma abitano la memoria di intere generazioni. A Napoli, Palermo, Bari, Roma. Bastavano due pietre, due giacche, due cartelle per trasformare uno slargo in un campo. Per qualche ora quel luogo smetteva di essere un vuoto urbano e diventava città.

Credo che abbiamo spesso osservato quella scena con gli occhi sbagliati: abbiamo visto dei bambini che giocavano. Avremmo dovuto vedere una Comunità che produceva spazio pubblico.

La storia di Napoli insegna che il calcio di strada è un’infrastruttura sociale prima ancora che sportiva. È la scuola dei corpi, il luogo in cui si impara a negoziare lo spazio, a costruire regole condivise, a trasformare la scarsità in relazione.
L’Idroscalo, oggi, sembra parlare la stessa lingua. Non perché le due storie siano uguali, ma perché entrambe mostrano come una Comunità possa trasformare un vuoto urbano in un luogo vissuto, se qualcuno ha la pazienza di restare e qualcun altro quella di osservare.

 

Il tempo

Idroscalo di Ostia

La squadra AS Idrosqalo con gli allenatori dell’ASD Ostia 1884

Qui c’è forse il vero vuoto.
L’urbanistica osserva lo spazio, molto meno il tempo. Io l’Idroscalo lo osservo da sedici anni. Ho visto gli sgomberi, le demolizioni, il cancello, le scarpe, le commemorazioni, le lotte per impedire il raddoppio del Porto Turistico di Roma, la nuova delimitazione demaniale, le battaglie per il riconoscimento dei propri diritti. E poi è arrivato il campo, gli allenatori dell’ASD Ostia 1884, la squadra, i bambini e i ragazzi. E’ nata l’AS Idrosqalo.

Il campo degli “squaletti dell’Idroscalo” non è stato ideato da LabUr il 2 novembre 2025 per commemorare la grande passione di Pasolini. Quel giorno semplicemente è diventato visibile.
Ed è una cosa molto diversa.

 

Un indizio, non una prova

Idroscalo di Ostia

La nuova mappa del Comune di Roma e la nascita del quartiere.

La nuova mappa dei quartieri di Roma riconosce, per la prima volta, il nucleo abitato dell’Idroscalo. È un fatto importante, ma sarebbe scorretto dire che il campo abbia modificato la pianificazione. Non possiamo dimostrarlo, però possiamo osservare un indizio. Che cosa pesa, nel modo in cui un’istituzione finisce per guardare un luogo, la continuità con cui quel luogo viene abitato, raccontato e difeso da una Comunità? Non abbiamo ancora una risposta definitiva. Ed è proprio questo che rende il caso Idroscalo così interessante.

L’urbanistica contemporanea misura infatti quasi tutto: superfici, standard, costi, cronoprogrammi. Calcola quanti metri quadrati destinare allo sport, ma raramente si domanda dove lo sport abbia già trovato spontaneamente il proprio spazio. Pianifica attrezzature, ma fatica a riconoscere le infrastrutture civiche che le comunità costruiscono da sole. Se questa intuizione è corretta, il campo dell’Idroscalo non rappresenta un’anomalia da regolarizzare, ma un osservatorio privilegiato.

Idroscalo di OstiaIl compito dell’urbanistica non è soltanto progettare nuovi spazi. È imparare a riconoscere quelli che la città ha già prodotto. Per cinquant’anni l’Idroscalo di Ostia è stato raccontato come il luogo dove un Uomo è stato assassinato sulla soglia di una porta di calcio di un campo informale il 2 novembre 1975. Oggi, ogni sabato mattina, decine di bambini lo raccontano in un altro modo. Questa è la forma più autentica di pianificazione che una città possa conoscere. Non quella che cancella la memoria, ma quella che le restituisce un futuro.

Le città, prima di nascere nei disegni, nascono nei corpi. Perché qualcuno sceglie di restare, qualcuno torna, qualcuno, ogni sabato, continua ostinatamente ad esserci.

 


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

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VVF MUNICIPIO X, IL SOCCORSO SI ALLONTANA

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260709_103431_0000Se oggi un cittadino del Municipio X compone il 115, probabilmente non si chiede dove si trovi la caserma dei Vigili del Fuoco. Si aspetta semplicemente che qualcuno arrivi il prima possibile. Il 15 luglio inizierà il trasferimento dei mezzi e del materiale della Caserma di Via Celli  ad Ostia a Fiumicino in via Generale Felice Santini, di fronte al terminal T3 dell’aeroporto Leonardo da Vinci, struttura finita in questi giorni sui giornali perché puntellata dal 2020 a causa della sua vulnerabilità sismica dell’edificio (LINK). Quando una caserma diventa inagibile, la sfida non è soltanto trovare un nuovo edificio, ma garantire la continuità del soccorso pubblico.

Il Comune di Roma, nonostante la Commissione Patrimonio del 30 giugno scorso, ha offerto come unica soluzione provvisoria l’ex Ostello Litus, all’interno della Colonia Vittorio Emanuele ad Ostia.

Screenshot_2026-07-09-09-03-23-54_4937eb900e197f95da98f502ddfb10e1La principale criticità riguarda l’organizzazione degli accessi. L’area, oggi destinata a parcheggio, è condivisa con funzioni pubbliche essenziali (Biblioteca Elsa Morante in ristrutturazione, Teatro del Lido, Uffici municipali) e dispone di un accesso che dovrebbe essere separato dai flussi ordinari dei cittadini. Per rendere operativa la struttura sarebbero necessari interventi strutturali (come la modifica del muro di cinta e la realizzazione di un nuovo accesso dedicato) che, secondo quanto ricostruito da LabUr, competerebbero al Municipio Roma X e interessano un complesso sottoposto a tutela.
Il secondo accesso carrabile (su via Giuliano da Sangallo) è attualmente inagibile per lavori, mentre l’uscita su via Adolfo Cozza resta condivisa con il traffico ordinario.

Il tempo è il vero nodo

Durante il confronto tra i rappresentanti sindacali dei Vigili del Fuoco e il Capo di Gabinetto del Sindaco, Albino Ruberti, il tema centrale non è stato solo la disponibilità dell’immobile, ma la durata del trasferimento provvisorio. La preoccupazione espressa dai rappresentanti del personale è che il distaccamento presso l’aeroporto possa protrarsi ben oltre le prime ipotesi, trasformandosi di fatto nell’unico presidio operativo per il Municipio X.

Non è un caso che gli stessi Vigili del Fuoco richiamino costantemente il progetto nazionale “Soccorso Italia in 20′” (LINK), elaborato dal Corpo Nazionale per pianificare una distribuzione dei presìdi che garantisca tempi di intervento rapidi ed efficienti su tutto il territorio. Proprio per misurare l’impatto di questa transizione rispetto a tale standard, abbiamo analizzato la variazione dei tempi di risposta.

IMG-20260708-WA0020I dati riportati nell’infografica, validati da stime operative che tengono conto delle reali criticità viarie del territorio (i cosiddetti ‘imbuti’ del Ponte della Scafa e del Viadotto di Fiumicino), fotografano una situazione di allerta concreta, non teorica.
Come emerge chiaramente dal confronto, il passaggio da una Caserma integrata nel territorio ad una collocata oltre il confine municipale altera profondamente i tempi di risposta, rendendo di fatto l’intero Municipio X una zona a copertura ritardata rispetto agli standard nazionali.

Perché LabUr aveva proposto il parcheggio sul lungomare

Durante la Commissione Patrimonio del 30 giugno, LabUr aveva avanzato una proposta diversa. Non perché ritenesse il parcheggio sul lungomare la soluzione perfetta, ma perché riteneva prioritario mantenere uomini e mezzi all’interno del Municipio X, limitando il più possibile l’allontanamento del presidio di soccorso soprattutto in estate secondo un principio di precauzione: prima si garantisce il soccorso, poi si definisce la sede definitiva.

IMG-20260709-WA0001Questo ad esempio è un campo base di media logistica. Ci si impiega una giornata per posizionarlo. Dunque deduciamo che la ‘ragion di stato’ abbia prevalso su quella dei tempi di intervento.

La posizione di LabUr rimane coerente con quanto già pubblicato nei giorni precedenti:

  • il 28 giugno, con l’analisi sull’area dell’ex parcheggio AMA e la sua possibile rifunzionalizzazione (LINK);
  • il 30 giugno, con il resoconto della Commissione Patrimonio (LINK);
  • il 3 luglio, con l’articolo dedicato al rischio di lasciare Ostia senza un presidio operativo per tutta l’estate (LINK)

L’articolo 97 della Costituzione impone alla Pubblica Amministrazione di perseguire il “buon andamento”. Nel caso dei Vigili del Fuoco, ciò non coincide solo con la disponibilità di un immobile, ma con la capacità di garantire il soccorso tecnico urgente nel minor tempo possibile, specie in un territorio vasto e in un periodo dell’anno in cui il rischio incendi raggiunge il picco.

LabUr ha interessato della questione il Prefetto di Roma, sensibile alla tutela della pubblica e privata incolumità. Ricordiamo che il Prefetto ha coinvolto proprio i VVF in delicate operazioni di demolizione di stabilimenti balneari pericolanti sul Mare di Roma: siamo certi che non mancherà di intervenire anche in questa surreale situazione, dove la geografia del soccorso rischia di essere sacrificata sull’altare di una logistica provvisoria.


Aggiornamento 10 luglio

Dopo la pubblicazione di questa analisi, il Coordinamento Provinciale USB Vigili del Fuoco di Roma ha diffuso un comunicato nel quale richiama la nostra elaborazione sui tempi di percorrenza e ribadisce le proprie preoccupazioni per le conseguenze operative del trasferimento del distaccamento a Fiumicino.

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LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche. 

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CHI SA VEDE. “ULTIMO, LA VELA E IL MIRAGGIO DELLA CITTÀ EVENTO”. PILLOLE DI URBANISTICA #40

Screenshot_2026-07-06-16-13-47-18_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274Il  Sindaco Gualtieri parla di “Modello Roma” dopo il successo del concerto di Ultimo (LINK).  Ma una città si misura dalla capacità di organizzare un evento straordinario o dalla qualità della trasformazione urbana che quell’evento lascia in eredità? Il successo organizzativo di un evento è un fatto. Il successo di una trasformazione urbana è una valutazione. Confondere i due piani significa confondere la governance con l’urbanistica.
Dopo venticinque anni di progetti, promesse e grandi eventi, quale funzione urbana permanente ha assunto Tor Vergata?

 

Un ponte non è buono perché un giorno ha retto cento camion. È buono perché li regge tutti i giorni, con margini di sicurezza, senza mandare in crisi il resto della rete.

Lo stesso vale per una città.

Il concerto di Ultimo a Tor Vergata è stato un evento straordinario: circa 250.000 spettatori, una macchina organizzativa imponente, un forte valore simbolico per un artista romano che ha scelto una periferia romana per un concerto da record.

Il Sindaco parla di “Modello Roma” di Bettiniana memoria, che richiama la stagione amministrativa di Francesco Rutelli e Walter Veltroni (1993-2008), fondata sulla proiezione internazionale della Capitale, sui grandi eventi, sulle nuove centralità urbane e sul Piano Regolatore del 2008. Una stagione caratterizzata dalla progressiva sostituzione della pianificazione pubblica con l’urbanistica contrattata, dall’affermazione della città-evento come strumento di governo urbano, dalla difficoltà delle nuove centralità a trasformarsi in autentici pezzi di città, dalla crescente subordinazione dell’interesse pubblico alle logiche della valorizzazione immobiliare e del marketing urbano.
Fa sorridere dunque che il “Modello Roma” venga oggi richiamato proprio a Tor Vergata, uno dei luoghi simbolo di quella stagione urbanistica.

Al Sindaco Gualtieri ricordiamo che programmazione, coordinamento, collaborazione tra istituzioni e organizzatori sono un modello organizzativo e quindi non può essere assunto come prova del successo di una trasformazione urbana. Non dimostra automaticamente che un luogo è pronto per diventare un’infrastruttura permanente per i grandi eventi.

Non è un caso isolato. L’appello “Per chi è Roma?”, firmato da docenti e ricercatori (Celata, Gainsforth, Campailla), denuncia la stessa logica su altri fronti — dagli ex Mercati Generali al deposito Ama della Montagnola: “Roma non può continuare a essere progettata per attrarre capitali, turisti e investitori”. La domanda che poniamo su Tor Vergata è la stessa che oggi si pone, su altri terreni, buona parte del dibattito urbanistico romano (LINK).

La Vela di Calatrava non è un luogo qualunque per Roma. È una delle grandi incompiute urbanistiche della Capitale (LINK). In estrema sintesi, il progetto della Città dello Sport nasce nel 2005, sotto l’amministrazione Veltroni, con un costo iniziale previsto di circa 60 milioni di euro, diventati 120 già all’assegnazione dei lavori e poi cresciuti fino a 660 milioni. L’opera, pensata per i Mondiali di Nuoto del 2009, non venne completata in tempo e l’evento fu spostato al Foro Italico (LINK)

Da allora, quell’area è stata continuamente attraversata da promesse di rifunzionalizzazione (LINK): Mondiali, Olimpiadi, Expo, Giubileo, Città della Conoscenza, grandi eventi. Cambia ogni volta la funzione annunciata (LINK), ma quale ruolo stabile ha questo luogo nella città?

Per il Giubileo 2025 l’area è stata oggetto di un intervento di riqualificazione (LINK). Roma Capitale parla di 80 milioni di euro di investimento per il recupero della Città dello Sport, l’Agenzia del Demanio descrive l’obiettivo come una nuova centralità metropolitana, una “Green City per la salute, la ricerca e la formazione”. Quello che di è visto, sul piano infrastrutturale, è il nuovo ponte sopra l’A1, utile a migliorare l’accessibilità dell’area, dell’Ateneo e del Policlinico (LINK). È un’opera importante, certo, ma il ponte, per definizione, migliora l’accessibilità. Non definisce, da solo, una centralità urbana e non basta a trasformare una grande spianata in un’infrastruttura capace di sostenere stabilmente flussi da centinaia di migliaia di persone.

 

FB_IMG_1783320874511La Vela non instagrammabile

Un dettaglio colpisce osservando le immagini degli eventi: la vela non c’è mai. Si parla continuamente della “Vela di Calatrava”, ma né il Giubileo dei Giovani né il concerto di Ultimo si sono svolti nella Vela. Entrambi hanno utilizzato la grande spianata antistante, già scelta nel 2000 per la Giornata Mondiale della Gioventù.

La Vela è diventata il simbolo della narrazione scritta nei comunicati, mentre la spianata è il luogo reale degli eventi. È la differenza che passa tra il valore iconico di un’opera sparita dai radar e la funzione effettiva di uno spazio.

Il nodo politico

Secondo l’Assessore ai Grandi Eventi di Roma Capitale, Alessandro Onorato, il “Modello Roma” funziona: oltre 650.000 euro corrisposti dagli organizzatori per i servizi pubblici, oltre 2 milioni di euro di imposta di soggiorno e un indotto stimato superiore ai 90 milioni (LINK). Si tratta di numeri stimati dagli organizzatori” (Vivo Concerti), non da un ente terzo indipendente. Anche se quei 90 milioni fossero metodologicamente corretti, resterebbe aperta la domanda più importante: l’indotto economico basta a valutare la qualità di una scelta?

Matteo Scarlino, su RomaToday, ha posto il problema da un’altra prospettiva (LINK): il dispositivo straordinario ha concentrato risorse pubbliche e organizzative su un solo punto della città, con circa mille agenti della Polizia Locale, personale ATAC, AMA, sicurezza, sanità, Protezione Civile e inevitabili effetti sul funzionamento ordinario nei giorni successivi. Ha richiamato inoltre le criticità dell’area del Policlinico Tor Vergata, tra viabilità, parcheggi e accessibilità.

La coperta corta

Roma sa gestire lo straordinario. Lo ha dimostrato con il Giubileo dei Giovani, con circa un milione di partecipanti da 146 Paesi, e lo ha dimostrato con il concerto di Ultimo. Ma governare l’eccezione non significa automaticamente saper governare la città.

L’OCSE, nelle raccomandazioni sui grandi eventi e lo sviluppo locale (LINK), invita a valutare non solo gli impatti economici, ma anche quelli sociali, ambientali, la governance, la trasparenza, la capacità istituzionale e soprattutto la legacy, cioè ciò che l’evento lascia stabilmente al territorio e al benessere dei cittadini.

Ed è proprio qui che le parole del Sindaco Roberto Gualtieri diventano significative. Durante il concerto ha scritto sui social che, dopo il Giubileo, “le infrastrutture, le competenze e il metodo di collaborazione costruiti in questi anni continuano a lasciare un’eredità concreta per la città” (LINK).
Se l’eredità riguarda le competenze organizzative e il coordinamento istituzionale, è difficile negarne il valore. Se invece riguarda le infrastrutture urbane, la valutazione non è rosea.
Una città non è più forte solo quando riesce a organizzare un evento eccezionale, ma quando quell’evento non deve supplire, ogni volta, a ciò che manca nella normalità.

La lezione di Edoardo Salzano e Paolo Berdini

L’urbanistica non serve a inseguire l’evento. Serve a costruire la città che rimane quando l’evento finisce.

Le Vele di Calatrava raccontano una storia lunga venticinque anni. Non la storia di un concerto, ma quella di una città che continua a cercare negli eventi la funzione di un luogo che la pianificazione non è ancora riuscita a definire compiutamente. Forse è proprio qui che si misura la differenza tra la città dell’evento e la città dei cittadini.

Perché il palco si smonta. La città resta, con tutti i suoi problemi… Linea G compresa.

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LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche. 

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PARCO DEL MARE: LE REGOLE VALGONO SOLO QUANDO FANNO COMODO?

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260705_145524_0000Nelle stesse ore in cui Roma Capitale ricorda che «il rispetto delle regole, delle procedure e delle valutazioni ambientali non è un ostacolo. È una garanzia», sul Parco del Mare restano aperte alcune domande che meritano risposte documentate che ad oggi non esistono.

 

Il 19 giugno 2026 ANAS, quale stazione appaltante della fase esecutiva (secondo quanto previsto dall’Ordinanza commissariale n. 10 del 19 febbraio 2026), comunica ufficialmente che, nella serata precedente, sono partiti i lavori del Parco del Mare, presentando l’intervento come il principale progetto di rigenerazione del litorale romano: oltre 7,4 chilometri di lungomare da riqualificare e un primo investimento di circa 24 milioni di euro (LINK)

Noi abbiamo fatto quello che riteniamo debba fare chiunque si occupi seriamente di urbanistica: siamo andati sul posto il 19 giugno e poi a 17 giorni di distanza.

I sopralluoghi restituiscono un’immagine ben diversa: un’area recintata senza cartello lavori, alcune attività preliminari di sfalcio il 4 luglio.

Quale attività è realmente iniziata il 18 giugno?
Il progetto del Parco del Mare (che abbiamo ampiamente sviscerato in diversi articoli v. LINK), è una trasformazione urbanistica davvero dubbia per come è stata costruita sotto il profilo amministrativo.

Primo nodo


Il Giubileo è finito. I poteri straordinari no.
Il Parco del Mare è stato inserito nel Programma dettagliato degli interventi del Giubileo con il DPCM 11 giugno 2024 (ID 276) (LINK)

Con l’Ordinanza commissariale n. 10 del 19 febbraio 2026 (LINK) il Commissario straordinario Roberto Gualtieri attribuisce ad ANAS le funzioni di stazione appaltante per la fase esecutiva.
Sul piano formale ciò è possibile, poiché la legge mantiene il Commissario in carica fino al 31 dicembre 2026.
Il tema però non è la legittimità dell’incarico, bensì un altro.

Secondo gli stessi documenti ufficiali, il Parco del Mare sarà completato nel 2028, cioè molto tempo dopo la conclusione del Giubileo.

Quindi, quale concreto interesse giubilare giustifica il ricorso ai poteri straordinari per un’opera destinata a produrre i propri effetti solo negli anni successivi?

Secondo nodo


Prima la fase esecutiva, poi il progetto?

La successione degli atti merita attenzione.

  • 19 febbraio 2026: ANAS viene individuata quale stazione appaltante della fase esecutiva.
  • 17 aprile 2026: viene approvato il Progetto di Fattibilità Tecnica ed Economica (PFTE) e adottata la variante urbanistica.
  • 28 maggio 2026: la variante urbanistica viene definitivamente approvata.

Come può essere già individuata la stazione appaltante della fase esecutiva prima dell’approvazione del progetto e della variante urbanistica definitiva?

Una spiegazione esiste certamente. Sarebbe però utile che fosse resa esplicita.

Terzo nodo


I fondi non sono del Giubileo, ma europei.

L’intervento non è finanziato con risorse giubilari. L’Ordinanza commissariale richiama espressamente il Programma Regionale Lazio FESR 2021-2027, che finanzia l’opera con 23.833.000 euro nell’ambito della Strategia Territoriale di Roma Capitale.

Si tratta quindi di fondi europei che impongono precisi obblighi di attuazione e rendicontazione.
È proprio in prossimità della scadenza del target amministrativo del 18 giugno 2026 che ANAS comunica l’avvio del cantiere.

  1. Quando è stato sottoscritto il contratto dei lavori?
  2. Quando è stato firmato il verbale di consegna?
  3. Quale documentazione è stata trasmessa alla Regione Lazio per attestare il raggiungimento del target FESR?
  4. Quale stato di avanzamento risultava certificato il 18 giugno?

Non sono domande politiche, ma amministrative e come tali hanno una risposta negli atti che però non sono pubblici.

Rigenerazione urbana o riqualificazione del lungomare?


Gli atti qualificano il Parco del Mare come un intervento di rigenerazione urbana e ambientale.

Vale però la pena interrogarsi sul significato di questa definizione: il lungomare di Ostia non è un’area industriale dismessa, né un quartiere abusivo, né una periferia priva di pianificazione. È già disciplinato dal Piano Regolatore Generale, dal Piano di Utilizzazione degli Arenili, è sottoposto a vincoli paesaggistici ed è individuato dalla stessa Regione Lazio come il principale fronte turistico-balneare della Capitale.

Quindi, quale situazione di degrado urbanistico viene concretamente rigenerata?

Se l’intervento consiste prevalentemente nella depavimentazione, nell’incremento del verde, nella riorganizzazione della mobilità e nella riqualificazione degli spazi pubblici, non sarebbe forse più corretto parlare di riqualificazione paesaggistica e ambientale, piuttosto che di rigenerazione urbana in senso proprio?

La trasparenza si misura sugli atti


Il sopralluogo non dimostra, da solo, che qualcosa non abbia funzionato. La cronologia degli atti, letta insieme allo stato dei luoghi, rende necessario un chiarimento pubblico, cioè vogliamo vedere gli atti, a partire da un cartello lavori con tanto di CIG.

Perché la trasparenza amministrativa non si misura con i comunicati stampa, ma nella possibilità per ogni cittadino di ricostruire con chiarezza chi decide, chi progetta, chi finanzia e chi realizza un’opera pubblica.

Nelle stesse ore in cui Roma Capitale afferma che «il rispetto delle regole, delle procedure e delle valutazioni ambientali non è un ostacolo. È una garanzia» dopo la sentenza TAR per il Porto della Concordia a Fiumicino, non possiamo che condividere questo principio.

Ed è proprio per questo che chiediamo che venga applicato con lo stesso rigore anche al Parco del Mare perché le regole non valgono a corrente alternata. Se sono una garanzia a Fiumicino, lo sono anche a Ostia.

 


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche. 

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INFERNETTO, CASA DELLA COMUNITÀ: CERTIFICATO IL TARGET PNRR A CANTIERE APERTO

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260704_091054_0000Casa della Comunità dell’Infernetto: cronologia e documenti sollevano interrogativi pesanti sulla certificazione PNRR. Si certifica a cantiere aperto?

 

Per settimane ai cittadini dell’Infernetto è stato raccontato che la Casa della Comunità era ormai pronta (ne avevamo parlato a questo LINK). Eppure gli atti amministrativi, le immagini pubbliche e le stesse linee guida del Ministero della Salute fanno emergere un interrogativo che merita una risposta.

Su quali documenti è stata attestata la conformità richiesta dal Target M6C1-3 del PNRR?

Per rispondere è sufficiente ricostruire, in ordine cronologico, ciò che è accaduto tra il 23 giugno e il 3 luglio.

Una cronologia che merita chiarezza

Il 23 giugno Canale 10 apre il proprio servizio con parole inequivocabili (LINK):

«Nonostante i vincoli del PNRR rispetto al termine della costruzione della struttura, vediamo che siamo ancora un po’ indietro in questi lavori.»
Le immagini mostrano operai e mezzi d’opera ancora all’interno del cantiere della Casa della Comunità di via Lino Liviabella. Nello stesso servizio viene ricordato che la scadenza del 30 giugno rappresenta il termine fissato dal PNRR per il raggiungimento del relativo Target.

In quello stesso servizio Stefano Flego, presidente del Comitato di Quartiere Infernetto, richiama un’altra questione centrale: il rischio che la struttura possa trasformarsi in una “scatola vuota”, priva del personale e dei servizi previsti dal DM 77/2022. Perché non basta completare un edificio: servono medici, infermieri, tecnologie e organizzazione sanitaria.

Il 24 giugno: “i lavori saranno conclusi”

Il giorno successivo, durante l’assemblea pubblica organizzata dal Comitato di Quartiere Infernetto, viene proiettata una slide che oggi assume un particolare rilievo (LINK).

La frase riportata è chiara: «La vera sfida inizierà quando i lavori all’edificio saranno conclusi.»

Secondo gli stessi organizzatori dell’incontro, il 24 giugno i lavori risultavano ancora in corso, coerentemente con le immagini del cantiere diffuse il giorno precedente.

Il 25 giugno arriva l’annuncio dell'”accreditamento”

Il giorno successivo Roberto Morello, Direttore del Distretto 10 della ASL Roma 3, dichiara pubblicamente che la Casa della Comunità è stata “accreditata” dalla Regione Lazio e che, con tale passaggio, la ASL ha raggiunto il cento per cento degli obiettivi previsti dal PNRR.
Come è stato possibile?

Il 26 giugno il cantiere è ancora aperto

Il 26 giugno, cioè il giorno successivo all’annuncio dell’avvenuto “accreditamento”, un nuovo servizio di Canale 10 continua a mostrare un cantiere chiaramente operativo.
Recinzioni, materiali edili, sistemazioni esterne ancora da completare e lavorazioni in corso risultano visibili nelle immagini trasmesse dall’emittente.

Il 3 luglio, durante la Commissione congiunta del Municipio X, anche le immagini diffuse dal Comitato di Quartiere continuano a mostrare mezzi d’opera, materiali e lavorazioni esterne ancora presenti.

Il BURL racconta un’altra storia

Il 30 giugno viene pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio la Determinazione 15 giugno 2026, n. G08167 (LINK) .
L’atto, tuttavia, non contiene un provvedimento espresso di accreditamento sanitario della Casa della Comunità di via Lino Liviabella.
La Regione prende invece atto della documentazione predisposta ai fini della rendicontazione del Target PNRR M6C1-3 relativo alle “Case della Comunità messe a disposizione e dotate di attrezzature tecnologiche”, richiamando il cosiddetto Verification Mechanism previsto dalla Commissione europea.
Si tratta quindi di una presa d’atto della rendicontazione del Target PNRR che però non è stata resa pubblica.

Le linee guida del Ministero: non basta una dichiarazione

È proprio qui che la vicenda assume un rilievo ancora maggiore.
Le linee guida predisposte dal Ministero della Salute per il Target M6C1-3 stabiliscono che l’Esperto Indipendente non deve limitarsi alla verifica della documentazione amministrativa (LINK1 e LINK2). È chiamato infatti ad accertare che la Casa della Comunità sia formalmente e fisicamente disponibile.

La verifica comprende, tra l’altro:

  • il Certificato di Ultimazione dei Lavori;
  • il Certificato di Regolare Esecuzione oppure il Collaudo;
  • la disponibilità dell’immobile;
  • la conformità degli impianti;
  • la documentazione in materia di sicurezza;
  • una verifica visiva della struttura, finalizzata ad accertare la presenza delle finiture, degli arredi, dell’accessibilità e degli allestimenti richiesti dal DM 77/2022.

Non si tratta quindi di un semplice controllo documentale. La disponibilità fisica della struttura costituisce infatti uno degli elementi che l’Esperto Indipendente è chiamato ad asseverare nell’ambito del Verification Mechanism previsto dalla Commissione europea.

Il ruolo dell’ingegnere Lorenzo Quaresima

Per svolgere questa attività la ASL Roma 3 ha nominato l’Ing. Lorenzo Quaresima quale Esperto Indipendente incaricato della verifica del raggiungimento del Target M6C1-3.
La sua relazione costituisce uno dei principali documenti tecnici dell’intero procedimento. Proprio per questo la sua pubblicazione consentirebbe di chiarire definitivamente quale fosse lo stato della struttura nel momento in cui è stata certificata la conformità richiesta dal PNRR.

La Commissione congiunta del Municipio X del 3 luglio

Sono presenti Marco Possanzini, Presidente della Commissione Speciale PNRR, Leonardo Di Matteo, Presidente della Commissione Lavori Pubblici e Mobilità, il Comitato di Quartiere Infernetto guidato da Stefano Flego e, da remoto, il Direttore del Distretto 10 della ASL Roma 3, Roberto Morello.

Da quanto emerso pubblicamente, nessuno affronta quello che appare il nodo principale della vicenda.

Se il 24 giugno il Comitato di Quartiere affermava che i lavori non erano ancora conclusi, se il 26 giugno le immagini mostravano un cantiere ancora operativo e se il 3 luglio risultavano ancora presenti mezzi e lavorazioni, quale documentazione ha consentito di attestare che la Casa della Comunità fosse già formalmente e fisicamente disponibile secondo quanto richiesto dal Target M6C1-3 del PNRR?

Non è una domanda polemica, ma tecnica. Ed è la stessa domanda che qualsiasi cittadino dovrebbe porsi quando un’opera pubblica finanziata con 5,8 milioni di euro di fondi europei viene dichiarata conforme agli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

LabUr chiede gli atti, non le rassicurazioni

LabUr non mette in discussione l’importanza della Casa della Comunità dell’Infernetto. Al contrario, è tra coloro che da anni ne sostengono la realizzazione. Proprio per questo ritiene che oggi serva la massima trasparenza. Per fugare ogni dubbio sarebbe sufficiente pubblicare:

  • la relazione asseverata dell’Esperto Indipendente ing. Lorenzo Quaresima;
  • il Certificato di Ultimazione dei Lavori;
  • il Certificato di Regolare Esecuzione o il Collaudo utilizzato ai fini della certificazione;
  • la documentazione del Verification Mechanism trasmessa dalla ASL Roma 3 alla Regione Lazio;
  • l’eventuale provvedimento regionale di accreditamento, ove distinto dalla Determinazione G08167 di presa d’atto della rendicontazione del Target PNRR.

La trasparenza amministrativa non serve a confermare una tesi, ma a consentire ai cittadini di verificare i fatti.

Se la procedura è stata svolta nel pieno rispetto delle linee guida ministeriali, saranno gli atti stessi a dimostrarlo. Perché, quando sono in gioco risorse pubbliche europee, la fiducia dei cittadini passa dalla verificabilità dei documenti, non dalle rassicurazioni.

 


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OSTIA, SENZA CASERMA DEI VV.FF. PER TUTTA L’ESTATE

Foto di Mino Ippoliti

Foto di Mino Ippoliti

Ostia senza caserma per tutta l’estate. Vigili del Fuoco trasferiti a Fiumicino mentre il rischio incendi cresce ogni giorno. Inviata lettera al Prefetto Lettera al Prefetto

 

L’ex Litus sul lungomare Paolo Toscanelli, all’interno della ex Colonia Vittorio Emanuele III, viene indicata come futura sede temporanea dei Vigili del Fuoco, ma difficilmente sarà operativa prima di alcuni mesi. Nel frattempo il Comando provinciale, guidato dall’ingegner Adriano De Acutis, continua a puntare sulla dislocazione del personale a Fiumicino, soluzione contestata da tutte le organizzazioni sindacali.
Sullo sfondo rimangono le promesse mancate sulla manutenzione della caserma di Ostia e sul Ponte della Scafa nonchè sul viadotto di via della Scafa, due vicende che oggi rischiano di trasformarsi in un unico problema di sicurezza pubblica.

Un’intera estate senza una caserma operativa ad Ostia

L’emergenza non riguarda più soltanto l’inagibilità della storica caserma dei Vigili del Fuoco di via Celli.
Il vero problema è che il Municipio X rischia di affrontare l’intera stagione estiva senza una sede operativa realmente funzionante sul proprio territorio.

La soluzione individuata da Roma Capitale è rappresentata dall’ex Litus, lo storico ostello comunale situato sul lungomare Paolo Toscanelli. Una struttura che dovrà essere adattata alle esigenze operative dei Vigili del Fuoco mediante lavori di adeguamento, realizzazione di aree riservate ai mezzi, cancellate, modifiche logistiche e ulteriori verifiche tecniche. La stessa Commissione Capitolina ha confermato che il percorso è ancora in fase di definizione.

Pensare che tutto ciò possa concludersi nel pieno dell’estate appare poco realistico. Tra progettazione degli interventi, affidamenti, lavori, collaudi e trasferimento del personale, è ragionevole ritenere che saranno necessari almeno quattro mesi, lasciando quindi Ostia priva della nuova sede per tutta la stagione di massimo rischio incendi.

Adriano De Acutis insiste su Fiumicino

Nel frattempo il Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco, diretto dall’Ing. Adriano De Acutis, continua a considerare come unica soluzione temporanea il trasferimento operativo presso il distaccamento aeroportuale di Fiumicino.
Una scelta che viene ormai contestata apertamente da tutte le organizzazioni sindacali.

La USB Vigili del Fuoco ha parlato di una soluzione logisticamente inadeguata e operativamente pericolosa, denunciando l’allungamento dei tempi di percorrenza, gli spazi insufficienti, la carenza dei servizi e la perdita di efficienza del soccorso tecnico urgente.

Ancora prima, la stessa organizzazione aveva criticato l’assenza del comandante De Acutis durante la Commissione Capitolina dedicata proprio alla ricerca di una soluzione per Ostia (LINK).

Il problema, tuttavia, non riguarda una polemica personale, ma la capacità del più grande Comando provinciale d’Italia di individuare una soluzione realmente efficace in una situazione di emergenza.

Il Ponte della Scafa: un’altra promessa rimasta sulla carta

La scelta di Fiumicino porta inevitabilmente a concentrare il traffico dei mezzi di soccorso sul Ponte della Scafa, un’infrastruttura che continua ad essere interessata da limitazioni di carico e che rappresenta uno dei principali colli di bottiglia della mobilità tra Fiumicino e il Municipio X.

Le autobotti dei Vigili del Fuoco, con masse comprese tra circa 18 e 24 tonnellate, transitano in deroga su un ponte soggetto a limitazioni per i mezzi ordinari superiori a 7,5 tonnellate (in attesa di risposta ad istanza prefettizia). Una deroga prevista per le emergenze rischia così di trasformarsi nella normalità operativa, con decine di attraversamenti quotidiani. Precisiamo che  i mezzi di Ostia arrivano massimo a 18 tonnellate e che le 24 tonnellate le raggiunge l’autogru (non disponibile ad Ostia).

Ed è impossibile non ricordare come proprio il Ponte della Scafa avrebbe dovuto essere interessato dagli interventi annunciati per la fine del 2025 dall’Assessora capitolina Ornella Segalini (LINK).

Quei lavori, ancora oggi, non risultano realizzati. Senza contare i limiti esistenti per i mezzi pesanti sul viadotto di via della Scafa, ancora più stringenti.

Due promesse, lo stesso risultato

La vicenda assume contorni ancora più significativi se si osserva la cronologia degli eventi.

Nel 2023, sempre l’Assessora Ornella Segalini annunciava un importante piano di investimenti sulle caserme comunali dei Vigili del Fuoco, comprendendo anche quella di Ostia (LINK).

Tre anni dopo quella caserma è stata dichiarata inagibile.

Nel frattempo anche gli interventi annunciati sul Ponte della Scafa sono rimasti sulla carta.

Due vicende differenti, ma accomunate dallo stesso esito: opere strategiche annunciate come prioritarie che non hanno trovato concreta attuazione, lasciando oggi il territorio a gestire un’emergenza che probabilmente avrebbe potuto essere affrontata con ben altro livello di preparazione.

Il silenzio dell’Assessore Guglielmo Calcerano

In questo scenario appare difficile comprendere anche il limitato ruolo assunto dal Municipio X.

L’Avvocato Guglielmo Calcerano, Assessore ai Lavori Pubblici e al Patrimonio del Municipio X ed esponente dei Verdi, è istituzionalmente uno dei soggetti maggiormente coinvolti nella gestione del patrimonio pubblico municipale.

La vicenda della sede dei Vigili del Fuoco, così come quella dell’organizzazione delle strutture temporanee e del supporto operativo durante la stagione degli incendi boschivi, rientra inevitabilmente nell’ambito delle competenze politiche che interessano il suo assessorato.

Eppure, fino ad oggi, non risultano iniziative pubbliche particolarmente incisive volte a chiedere soluzioni immediate o a promuovere un tavolo permanente sull’emergenza antincendio del Municipio X. Una circostanza che appare ancora più singolare considerando che proprio i Verdi hanno sempre posto la tutela del patrimonio naturale e forestale al centro della propria azione politica.

Un’ordinanza antincendio svuotata nella pratica

L’impressione è che l’intera organizzazione operativa finisca per svuotare di efficacia la stessa pianificazione antincendio boschivo.

L’obiettivo dell’ordinanza AIB (Anti Incendio Boschivo) è ridurre al minimo il tempo di risposta dei mezzi di soccorso nelle aree maggiormente esposte al rischio.

Se però il presidio operativo viene collocato oltre il Ponte della Scafa, lontano dalla Pineta di Castel Fusano, dall’Infernetto, da Casal Palocco, da Acilia e da Ostia Antica, il principio stesso della rapidità d’intervento rischia di essere fortemente compromesso.

Non basta emanare ordinanze se poi l’organizzazione concreta del soccorso produce tempi di intervento inevitabilmente più lunghi proprio durante il periodo dell’anno in cui ogni minuto può fare la differenza.

È il momento che intervenga il Prefetto

Quella che inizialmente sembrava una semplice questione patrimoniale è ormai diventata una vera emergenza di protezione civile.

Per questo motivo appare necessario che il Prefetto di Roma assuma il coordinamento della vicenda, convochi con urgenza tutti gli enti coinvolti e valuti misure straordinarie capaci di garantire un presidio operativo stabile nel Municipio X per tutta la durata dell’emergenza estiva.
Perché mentre si continua a discutere di procedure, debiti, competenze e futuri trasferimenti, il rischio incendi non aspetta la conclusione dei tavoli tecnici.

E la prossima chiamata al 115 potrebbe arrivare molto prima dell’apertura della nuova sede dell’ex Litus.

 


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AXA, IL TERZO SEQUESTRO SCUOTE IL QUARTIERE: IL CASO CORINNA RIAPRE IL DIBATTITO SULLA ‘RIGENERAZIONE URBANA”.

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260702_085402_0000Dal Permesso di Costruire del 2022 al sequestro penale del 2026, passando per compravendite, demolizioni e nuove costruzioni. La vicenda di Domus Corinna solleva interrogativi sull’applicazione della legge regionale sulla rigenerazione urbana in uno dei quartieri residenziali più consolidati della Capitale.

Questa vicenda si inserisce in un quadro più ampio che LabUr ha ricostruito nell’analisi pubblicata ieri (LINK), dedicata alle trasformazioni in corso tra Casal Palocco, AXA e Infernetto: numerosi interventi di sostituzione edilizia, operazioni di rigenerazione urbana e nuove iniziative immobiliari stanno progressivamente modificando il volto del Municipio X, ponendo interrogativi sul modello di sviluppo urbano perseguito. Il caso di Via Corinna rappresenta oggi un ulteriore tassello di quella riflessione.

 

Il sequestro annunciato dal Consorzio AXA

Il 24 giugno 2026 il Consorzio AXA ha reso noto che il fabbricato in corso di realizzazione in Via Corinna 13-15 è stato sottoposto a sequestro penale da parte della Polizia Giudiziaria del Gruppo Mare della Polizia Locale di Roma Capitale. Nel comunicato si parla espressamente dell’ipotesi di reato prevista dall’art. 44, lettera c), del D.P.R. 380/2001 e si evidenzia come si tratti del terzo cantiere posto sotto sequestro all’interno del comprensorio AXA.

Al momento, tuttavia, non risultano pubblici né il decreto di sequestro né le motivazioni tecniche che hanno determinato il provvedimento. Non è quindi possibile affermare se le contestazioni riguardino il titolo edilizio, le modalità esecutive dei lavori o altri profili urbanistico-edilizi.

 

Dal Permesso di Costruire al nuovo complesso Domus Corinna

La vicenda amministrativa è però ricostruibile attraverso gli atti pubblici. Il 23 novembre 2020 viene presentata la domanda di Permesso di Costruire. Il 4 aprile 2022 Roma Capitale rilascia il Permesso di Costruire n. 85, autorizzando la demolizione della villa esistente e la realizzazione di un nuovo edificio plurifamiliare applicando l’articolo 6 della Legge Regionale Lazio n. 7 del 2017, la legge sulla rigenerazione urbana.

Le immagini storiche di Google Street View confermano che nel 2022 sul lotto era ancora presente in buone condizioni la villa unifamiliare, mentre nell’estate del 2025 il nuovo edificio risultava già in avanzato stato di costruzione, commercializzato con il marchio Domus Corinna.

 

L’operazione immobiliare

La documentazione catastale consente di seguire anche il percorso proprietario. Il 3 dicembre 2024 il lotto viene acquistato dalla Sinergia Albarese S.r.l., società costituita soltanto pochi mesi prima, il 5 aprile 2024. La demolizione totale dell’edificio originario viene registrata al Catasto il 23 giugno 2025 con la creazione della nuova particella catastale 7141 del foglio 1113 sez. C, oggi intestata alla stessa società.

La visura camerale mostra che Sinergia Albarese è partecipata al 60% dalla Sinergy Engineering S.r.l. e al 40% dalla Amonra S.r.l., mentre gli amministratori con poteri disgiunti sono Nicola Lucadamo e Raffaele Lucadamo. L’oggetto sociale comprende espressamente l’acquisto di terreni, la realizzazione di complessi immobiliari, la costruzione e la commercializzazione di edifici. Tutti elementi perfettamente coerenti con un’operazione di sviluppo immobiliare.

 

Il nodo della rigenerazione urbana

È però sul piano urbanistico che la vicenda assume un interesse generale. Il Permesso di Costruire richiama la Legge Regionale n. 7 del 2017, cioè la normativa sulla rigenerazione urbana. La domanda che inevitabilmente si pone è se un quartiere come l’AXA possa realmente essere considerato destinatario di interventi di rigenerazione urbana.

L’AXA nasce infatti come quartiere pianificato, caratterizzato da ville unifamiliari, ampi lotti, verde privato e un assetto urbanistico consolidato. Non si tratta di un’area industriale dismessa, né di un comparto degradato o incompiuto.

La questione, allora, non riguarda soltanto la legittimità del singolo intervento, ma il significato stesso della rigenerazione urbana. Se una villa viene sostituita da un edificio plurifamiliare, la trasformazione non interessa soltanto quel lotto: aumenta potenzialmente il numero degli abitanti, cresce la domanda di parcheggi, di mobilità, di reti tecnologiche e di servizi pubblici, modificando progressivamente gli equilibri del quartiere. È l’effetto cumulativo di molti interventi analoghi che può incidere sulla morfologia urbana e sul carico urbanistico complessivo.

Per questo la rigenerazione urbana non può essere valutata esclusivamente edificio per edificio. Deve essere letta anche come trasformazione dell’organismo urbano nel suo insieme, verificando se l’interesse pubblico perseguito sia realmente quello della riqualificazione della città oppure, di fatto, quello della sostituzione del patrimonio edilizio esistente con edifici a maggiore intensità insediativa.

È un interrogativo che merita una riflessione tecnica e amministrativa ben oltre il singolo procedimento penale.

 

Il ruolo delle asseverazioni

Il Permesso di Costruire evidenzia un ulteriore aspetto. Come avviene ordinariamente nella disciplina edilizia vigente, il provvedimento richiama le asseverazioni del progettista, sulle quali l’amministrazione fonda una parte essenziale della propria istruttoria ai fini della verifica dei presupposti previsti dalla L.R. 7/2017.

L’istruttoria amministrativa attribuisce alle asseverazioni del progettista un ruolo essenziale ai fini della verifica dei presupposti richiesti dalla L.R. 7/2017, fermo restando il potere-dovere dell’amministrazione di verificarne la correttezza nei limiti previsti dall’ordinamento.

Se, in un procedimento penale, dovessero emergere contestazioni sui presupposti dell’intervento, diventa inevitabile interrogarsi sull’efficacia dei controlli svolti dagli uffici prima del rilascio del titolo edilizio e sul corretto equilibrio tra responsabilità del professionista asseverante e poteri di verifica dell’amministrazione.

Si tratta di una riflessione generale sul funzionamento del sistema autorizzatorio, che prescinde dall’accertamento delle responsabilità nel singolo caso.

 

Una coincidenza documentale

Tra gli atti pubblici consultati emerge anche un elemento di interesse documentale. La compravendita del terreno del 3 dicembre 2024 risulta rogata dal notaio Christian Voccia, come riportato nella visura catastale.

Lo stesso notaio compare, quale rogante, anche nella documentazione relativa alla nota vicenda Britos dell’Infernetto. Si tratta di una coincidenza documentale che, di per sé, non implica alcuna responsabilità né alcuna irregolarità del professionista. Rappresenta tuttavia un elemento oggettivo della ricostruzione cronologica degli atti pubblici relativi a due operazioni urbanistiche che, in momenti successivi, hanno entrambe attirato l’attenzione dell’autorità giudiziaria.

 

Le domande che restano aperte

Il sequestro di Via Corinna non rappresenta soltanto una vicenda giudiziaria. È anche l’occasione per interrogarsi sul modo in cui viene applicata la disciplina della rigenerazione urbana nei quartieri residenziali consolidati della Capitale, dove la trasformazione del patrimonio edilizio assume un rilevante valore economico.

Quando saranno note le motivazioni del sequestro sarà possibile comprendere se le contestazioni riguardino il rilascio del Permesso di Costruire, la ricostruzione dello stato legittimo dell’immobile, l’applicazione della L.R. 7/2017 oppure le modalità di esecuzione delle opere.

Fino ad allora resta una questione che va oltre il singolo procedimento penale: quando la rigenerazione urbana smette di rigenerare e diventa semplicemente sostituzione immobiliare?
È una domanda che riguarda il futuro della pianificazione urbana di Roma molto più del destino di un singolo cantiere.

 


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CHI SA, VEDE – IL MASTERPLAN AGENDA DI GOVERNO URBANISTICO – PILLOLLE DI URBANISTICA #39

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260702_051127_0000Ci è stato detto che sarebbe una lettura “ideologica” e “mistificatoria” sostenere che, a Roma, sempre più spesso il procedimento si capovolge: invece di verificare se il progetto è coerente con il piano, si finisce per adattare il piano al progetto (LINK).
Abbiamo quindi fatto ciò che facciamo sempre: verificare i procedimenti amministrativi.
Abbiamo preso in esame 20 tra i casi più mediatici di trasformazione urbana a Roma.

Nel 30% dei casi analizzati, la documentazione mostra che la decisione sostanziale si è consolidata prima del completamento del procedimento urbanistico ordinario.

Ecco alcuni esempi.

Parco del Mare

PFTE, Conferenza di Servizi e variante ex art. 19 del DPR 327/2001 definiscono l’impianto dell’intervento prima della conclusione del procedimento urbanistico ordinario.

Santa Maria della Pietà

Lo Schema di Assetto Preliminare viene approvato dalla Giunta; il percorso partecipativo viene attivato successivamente.

• Ex Mercati Generali

Accordo, investitore, progetto e convenzione risultano definiti prima dell’attivazione di un procedimento partecipativo strutturato.

Anello Verde

Lo Schema di Assetto Generale viene approvato dalla Giunta; il confronto pubblico viene avviato solo successivamente.

Testaccio

Il Masterplan viene approvato mentre una richiesta formale di avvio del procedimento partecipativo, presentata dai cittadini tre anni prima, risulta ancora priva di seguito.

Tor Vergata Green City

La costruzione dell’operazione economica precede la conclusione della pianificazione comunale: l’Agenzia del Demanio avvia la ricerca di partner privati mentre Comune e Regione stanno ancora definendo il percorso amministrativo e la destinazione urbanistica dell’area.

Abbiamo trovato anche procedimenti che non confermano questa dinamica. Li abbiamo considerati con la stessa attenzione, perché il nostro obiettivo non è dimostrare una tesi precostituita, ma comprendere quando e dove si forma realmente la decisione urbanistica.

La domanda, quindi, resta la stessa:
In quale momento una trasformazione urbana diventa, di fatto, irreversibile?
Se questa ricostruzione è errata, saremo i primi a correggerla sulla base degli atti.
Se invece la cronologia dei procedimenti è corretta, allora il confronto dovrebbe riguardare gli atti e le procedure, non le intenzioni di chi li analizza.

Questi casi non rappresentano anomalie isolate. Appartengono a una modalità di governo della trasformazione urbana che negli ultimi anni si è progressivamente consolidata.
Le forme cambiano: poteri commissariali, procedure speciali, accordi, strumenti strategici, normative derogatorie. Il risultato, però, tende a essere il medesimo: la decisione sostanziale matura prima del completamento del procedimento urbanistico ordinario e la pianificazione si trova sempre più spesso a recepire assetti già definiti.
È esattamente questo scarto temporale tra la formazione della decisione e la sua successiva formalizzazione amministrativa che riteniamo meriti un confronto pubblico.
Perché è lì che si misura, concretamente, quanto spazio resta alla pianificazione, alla partecipazione e, in ultima analisi, alla capacità della città di orientare il proprio futuro.

Siccome ci è stato attribuito un intento manipolatorio, un’accusa che prendiamo molto sul serio – perché la credibilità di un laboratorio di ricerca si misura sul metodo prima ancora che sulle conclusioni – anticipiamo che trasformeremo questa contestazione in un’occasione di verifica ancora più rigorosa.

Entro la conclusione del mandato della Giunta Gualtieri pubblicheremo un report che ricostruirà, con una metodologia uniforme, i principali procedimenti di trasformazione urbana avviati durante questa consiliatura.

Le accuse sulle intenzioni si respingono con un solo strumento: gli atti. È su quelli che continueremo a lavorare.

 


LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.

 

 

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