Che cosa vede un urbanista quando osserva un campo di calcio che non esiste sulle mappe? All’Idroscalo di Ostia, il gioco del sabato mattina è diventato la risposta più autentica alla crisi del progetto urbano. In questo nuovo contributo di “Pillole di Urbanistica”, esploriamo come la memoria e la continuità dell’abitare siano le vere fondamenta su cui una città, prima dei disegni, torna a vivere.
Che cosa vede un urbanista quando osserva un campo di calcio?
Se è un impianto sportivo, la risposta è semplice: uno standard urbanistico, una superficie attrezzata, un’opera pubblica. Tutto è misurabile: metri quadrati, recinzioni, spogliatoi, parcheggi, costi, cronoprogrammi.
Ma se quel campo non compare in nessuna tavola di piano? Se non ha recinzioni, né spogliatoi, né un progetto approvato? Se esiste soltanto perché una comunità ha deciso di costruirlo e di abitarlo ogni settimana?
Prima del campo c’era un cancello
Per sedici anni, all’ingresso dell’Idroscalo di Ostia, c’è stato un cancello pieno di scarpe che chiudeva l’area dopo le demolizioni del 23 febbraio 2010. Dietro quel cancello c’erano i new jersey di cemento posizionati per impedire che qualcuno ricostruisse le case abbattute. Su quel cancello avevamo appeso decine di scarpe. Accanto, una scritta: “Il cancello della vergogna dove non passa più nessuno.”
Quelle scarpe erano corpi assenti, memoria, il segno lasciato da chi aveva abitato quel luogo. Per anni è stato il simbolo dell’Idroscalo. Oggi, poco oltre, ci sono altre scarpe. Sono ai piedi di bambini che ogni sabato mattina rincorrono un pallone.
La memoria non è stata cancellata, è stata attraversata.
Ed è forse questa la prima intuizione che questo luogo ci consegna.
Le città non guariscono quando dimenticano le proprie ferite ma quando, senza cancellarle, tornano a produrre vita.
La soglia
Per cinquant’anni l’Idroscalo è stato osservato dall’esterno, come luogo della morte di Pasolini, dell’abusivismo, del rischio idraulico, degli sgomberi, del degrado. Un luogo da mettere in sicurezza. Mai come luogo della vita.
Poi è accaduto qualcosa.
Un giorno Franca mi telefona e mi dice: “Lo sai che stanno lì tutto il giorno e tutti i giorni a giocare?”. Credo che quello sia stato il momento in cui ho capito che non stavamo più osservando un episodio. Avevamo superato quella che oggi chiamerei la soglia pasoliniana. La “punta sacra” dell’Idroscalo smetteva di essere soltanto il luogo della memoria e ricominciava ad essere nuovamente un luogo della vita.
Il campo
Le prime porte erano costruite con il legno. Una mareggiata se le portò via. Poi arrivò un appello. Arrivarono porte vere, palloni, divise, scarpini, parastinchi, allenatori, volontari, imprenditori, giornalisti, genitori…Ogni sabato. Con il sole. Con il vento. Con la pioggia. Con la mareggiata.
Per l’urbanistica quel campo continua a non esistere. Per la comunità esiste eccome.
Gli allenatori
Pensavo insegnassero calcio. Mi sbagliavo. Stanno facendo molto di più.
Li ho sentiti parlare fra loro dopo una sessione di allenamento. Uno diceva: “Tu non sai la gioia e la fatica” e l’altro rispondeva: “Mi devastano emotivamente” E l’altro ancora: “Non puoi salvarli tutti”.
E poi, gli allenamenti, il rigore, la disciplina: “Se vuoi allenarti devi andare bene a scuola e mangiare bene e si arriva in orario agli allenamenti!”.
Li portano a conoscere altre squadre, a confrontarsi con ragazzi di altri paese, con i semiprofessionisti.
Ogni sabato.
E qui c’è una seconda intuizione. L’urbanistica progetta lo spazio.
Loro progettano il tempo.
E forse una città nasce proprio così. Non quando qualcuno disegna uno spazio, ma quando qualcuno costruisce una continuità. Perché le città non nascono dagli edifici, ma dalle abitudini.
Che cos’è davvero un “campo informale”?
Per anni i campi informali sono stati considerati un problema. Spazi residuali. Aree degradate. Luoghi in attesa di un progetto. Negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a cambiare sguardo: gli studi sul diritto alla città, gli Urban Commons, lo Sport Urbanism, le ricerche sullo sport informale, la morfogenesi degli spazi spontanei. Si osservano il terreno compattato, i margini, la luce presa in prestito dai lampioni, i materiali di recupero. È un passo avanti enorme, ma manca ancora qualcosa. Quasi tutta questa letteratura osserva infatti il campo dopo che è nato, ma cosa insegna un campo informale all’urbanistica?
Una critica alla pianificazione
Forse il campo informale non è il prodotto dell’assenza di pianificazione, ma una critica vera e propria alla pianificazione.
Ogni sua traccia racconta un bisogno che il piano non aveva visto: la sabbia consumata, le porte ricostruite, le linee che cambiano, i bambini che continuano ad arrivare. È come se il territorio dicesse al pianificatore: “Qui avete guardato altrove. Il bisogno era questo”.
Il progetto
Il campo dell’Idroscalo non è informale. “Informale” è una categoria amministrativa. Dal punto di vista della Comunità quel campo è perfettamente formale perché ha regole, orari, manutenzione, educazione, appartenenza, memoria, conflitti, cura.
Ad essere informale è invece il progetto che contiene una domanda che una comunità rivolge al piano, formulata non con le parole, ma con i corpi.
Napoli
L’Idroscalo di Ostia non è un caso isolato. Chiunque abbia attraversato le periferie italiane riconosce quei campi che non esistono sulle carte ma abitano la memoria di intere generazioni. A Napoli, Palermo, Bari, Roma. Bastavano due pietre, due giacche, due cartelle per trasformare uno slargo in un campo. Per qualche ora quel luogo smetteva di essere un vuoto urbano e diventava città.
Credo che abbiamo spesso osservato quella scena con gli occhi sbagliati: abbiamo visto dei bambini che giocavano. Avremmo dovuto vedere una Comunità che produceva spazio pubblico.
La storia di Napoli insegna che il calcio di strada è un’infrastruttura sociale prima ancora che sportiva. È la scuola dei corpi, il luogo in cui si impara a negoziare lo spazio, a costruire regole condivise, a trasformare la scarsità in relazione.
L’Idroscalo, oggi, sembra parlare la stessa lingua. Non perché le due storie siano uguali, ma perché entrambe mostrano come una Comunità possa trasformare un vuoto urbano in un luogo vissuto, se qualcuno ha la pazienza di restare e qualcun altro quella di osservare.
Il tempo
Qui c’è forse il vero vuoto.
L’urbanistica osserva lo spazio, molto meno il tempo. Io l’Idroscalo lo osservo da sedici anni. Ho visto gli sgomberi, le demolizioni, il cancello, le scarpe, le commemorazioni, le lotte per impedire il raddoppio del Porto Turistico di Roma, la nuova delimitazione demaniale, le battaglie per il riconoscimento dei propri diritti. E poi è arrivato il campo, gli allenatori dell’ASD Ostia 1884, la squadra, i bambini e i ragazzi. E’ nata l’AS Idrosqalo.
Il campo degli “squaletti dell’Idroscalo” non è stato ideato da LabUr il 2 novembre 2025 per commemorare la grande passione di Pasolini. Quel giorno semplicemente è diventato visibile.
Ed è una cosa molto diversa.
Un indizio, non una prova
La nuova mappa dei quartieri di Roma riconosce, per la prima volta, il nucleo abitato dell’Idroscalo. È un fatto importante, ma sarebbe scorretto dire che il campo abbia modificato la pianificazione. Non possiamo dimostrarlo, però possiamo osservare un indizio. Che cosa pesa, nel modo in cui un’istituzione finisce per guardare un luogo, la continuità con cui quel luogo viene abitato, raccontato e difeso da una Comunità? Non abbiamo ancora una risposta definitiva. Ed è proprio questo che rende il caso Idroscalo così interessante.
L’urbanistica contemporanea misura infatti quasi tutto: superfici, standard, costi, cronoprogrammi. Calcola quanti metri quadrati destinare allo sport, ma raramente si domanda dove lo sport abbia già trovato spontaneamente il proprio spazio. Pianifica attrezzature, ma fatica a riconoscere le infrastrutture civiche che le comunità costruiscono da sole. Se questa intuizione è corretta, il campo dell’Idroscalo non rappresenta un’anomalia da regolarizzare, ma un osservatorio privilegiato.
Il compito dell’urbanistica non è soltanto progettare nuovi spazi. È imparare a riconoscere quelli che la città ha già prodotto. Per cinquant’anni l’Idroscalo di Ostia è stato raccontato come il luogo dove un Uomo è stato assassinato sulla soglia di una porta di calcio di un campo informale il 2 novembre 1975. Oggi, ogni sabato mattina, decine di bambini lo raccontano in un altro modo. Questa è la forma più autentica di pianificazione che una città possa conoscere. Non quella che cancella la memoria, ma quella che le restituisce un futuro.
Le città, prima di nascere nei disegni, nascono nei corpi. Perché qualcuno sceglie di restare, qualcuno torna, qualcuno, ogni sabato, continua ostinatamente ad esserci.
LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.



