Prima dell’abside
Per una teoria urbanistica della Chiesa come attore della trasformazione urbana
Introduzione
L’architettura sacra è stata studiata prevalentemente come forma, linguaggio e simbolo [1]. Molto meno attenzione è stata dedicata al procedimento amministrativo che ne rende possibile la realizzazione. Il presente contributo propone di osservare la Chiesa non soltanto come committente o proprietaria di beni, ma come possibile attore della trasformazione urbana, introducendo la categoria interpretativa della capacità procedimentale. In questa prospettiva, l’architettura sacra non costituisce il punto di partenza dell’analisi, bensì il suo esito: prima dell’abside vi è la decisione pubblica che rende possibile la trasformazione della città.
1. Prima dell’abside
L’architettura sacra occupa da tempo un posto centrale nella riflessione teologica, artistica e architettonica [1]. La riflessione sull’architettura sacra dedicata alle chiese contemporanee discute il rapporto tra forma e liturgia, tra luce e simbolo, tra spazio costruito e comunità, interrogandosi sul modo in cui l’architettura possa esprimere il sacro e tradurre, nella materia, il linguaggio della fede. Molto più raramente la riflessione si interroga su una domanda che precede tutte le altre.
Attraverso quali decisioni pubbliche un’architettura sacra diventa possibile?
Prima che un edificio venga progettato, prima che un concorso sia bandito, prima ancora che si discuta di linguaggio architettonico, esiste infatti una sequenza di decisioni pubbliche e di procedimenti amministrativi che riguarda il governo del territorio. Localizzazioni, destinazioni d’uso, standard urbanistici, accordi istituzionali, conferenze di servizi, varianti e autorizzazioni costituiscono il contesto entro il quale la trasformazione urbana prende forma ben prima di manifestarsi nell’opera costruita [2].
Se la città è il risultato di una successione di decisioni pubbliche, comprendere un’architettura significa comprendere anche il procedimento attraverso il quale quella architettura è stata resa possibile. In questa prospettiva, la domanda urbanistica non riguarda soltanto l’opera, ma il processo che la precede.
Il presente lavoro rifonda lo sguardo sull’architettura sacra, spostando il baricentro dell’analisi dal significato dell’opera alla genesi procedimentale della decisione pubblica. Prima dell’abside, prima dell’edificio, prima ancora del progetto, vi è un procedimento amministrativo nel quale interessi pubblici, privati e collettivi vengono composti in decisioni destinate a produrre effetti permanenti sul territorio.
È questo il luogo nel quale il presente contributo sceglie di collocare il proprio punto di osservazione. È da questo spostamento di prospettiva che prende avvio il percorso proposto nelle pagine che seguono.
2. Due paradigmi e una lacuna
2.1 Il primo paradigma: l’architettura come opera
La riflessione sull’architettura sacra si è sviluppata prevalentemente attorno a una domanda fondamentale: in che modo lo spazio costruito può esprimere il sacro?
È una prospettiva che attraversa buona parte della produzione teologica e architettonica del secondo Novecento e che trova un momento di svolta nel dialogo inaugurato dal Concilio Vaticano II [3]. Dai discorsi di Paolo VI agli artisti alle successive riflessioni di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, il rapporto tra Chiesa e arte viene progressivamente ricostruito come un’alleanza fondata sulla capacità dell’opera artistica di rendere percepibile la trascendenza, di educare alla bellezza e di favorire l’incontro tra fede e cultura contemporanea.
Su questo terreno si sviluppa una vasta letteratura dedicata allo spazio liturgico, alla luce, al simbolo, al linguaggio architettonico, alla relazione tra assemblea e altare, alla qualità estetica degli edifici di culto e al loro significato teologico [4]. Anche quando l’attenzione si estende alla città — come accade in alcune riflessioni sul sagrato, sulla chiesa come luogo di incontro o sulla dimensione pubblica dell’architettura religiosa — il punto di osservazione rimane prevalentemente quello dell’opera compiuta e del suo significato.
L’interrogativo dominante riguarda dunque il modo in cui l’architettura riesce a esprimere il sacro, non il processo attraverso il quale essa diviene possibile.
In questa prospettiva l’edificio costituisce il punto di arrivo dell’analisi.
2.2 Il secondo paradigma: la religione come attore urbano
Negli ultimi decenni, soprattutto nell’ambito della geografia della religione, degli urban studies e dei post-secular studies, il punto di osservazione si è progressivamente spostato dall’opera agli attori [5].
La domanda non è più come l’architettura rappresenti il sacro, ma come le istituzioni religiose agiscano nello spazio urbano, partecipino alla governance delle città, costruiscano relazioni con le amministrazioni pubbliche, producano inclusione sociale, contribuiscano ai processi di rigenerazione o intervengano nei conflitti territoriali.
Questa prospettiva ha prodotto contributi di grande rilievo. Gli attori religiosi vengono analizzati come soggetti capaci di costruire reti sociali, influenzare le politiche urbane, intervenire nei processi di welfare, contribuire alla ridefinizione simbolica dei luoghi o competere con altri soggetti nella produzione dello spazio urbano. La città non è più soltanto il contesto nel quale si collocano gli edifici di culto, ma il campo entro il quale le organizzazioni religiose esercitano forme differenti di presenza pubblica.
Anche in questo caso, tuttavia, l’attenzione si concentra prevalentemente sull’attore e sulle sue strategie, più che sul procedimento amministrativo attraverso il quale tali strategie si traducono, eventualmente, in trasformazioni territoriali.
L’attenzione si sposta così dall’edificio all’attore religioso come principale oggetto dell’analisi.
2.3 Il punto cieco
Le due prospettive appaiono profondamente diverse, ma condividono un medesimo limite metodologico.
La prima osserva l’opera architettonica e il suo significato. La seconda osserva l’attore religioso e il suo ruolo nella città. Entrambe, tuttavia, prendono in esame fenomeni già costituiti: l’edificio esiste già; l’attore è già presente nello spazio urbano.
Il momento della trasformazione urbanistica come esito di una negoziazione procedimentale appare ancora scarsamente tematizzato nella letteratura richiamata. Il presente contributo propone di assumerlo come autonomo oggetto di analisi.
Tra il progetto e l’opera, tra l’intenzione e la città costruita, si colloca infatti una sequenza di decisioni pubbliche, procedimenti amministrativi, accordi, pareri e atti attraverso i quali interessi differenti vengono composti e trasformati in effetti territoriali.
È precisamente questo passaggio che il presente lavoro propone di assumere come oggetto di analisi.
Più che chiedersi come l’architettura esprima il sacro o come gli attori religiosi operino nello spazio urbano, si propone dunque di interrogarsi sul modo in cui la trasformazione urbana viene resa possibile attraverso il procedimento amministrativo e sul ruolo che gli attori religiosi possono assumere all’interno del procedimento che rende possibile la trasformazione urbana.
3. La capacità procedimentale come categoria interpretativa
L’analisi della letteratura evidenzia una lacuna comune ai due paradigmi esaminati. Da una parte, gli studi sull’architettura sacra si concentrano prevalentemente sulla forma, sul simbolo, sulla liturgia e sul linguaggio architettonico. Dall’altra, la geografia della religione, i post-secular studies e parte della planning theory analizzano gli attori religiosi come soggetti della governance urbana. Entrambe le prospettive, tuttavia, si arrestano prima del procedimento amministrativo che rende possibile la trasformazione dello spazio.
Se il procedimento rappresenta il luogo nel quale la trasformazione urbana diviene giuridicamente possibile, allora diventa necessario comprendere da cosa dipenda la diversa capacità degli attori di incidere sulla formazione della decisione pubblica.
Nel presente lavoro si assume che la produzione della città non dipenda esclusivamente dalla disponibilità di risorse o dalla titolarità di diritti, ma dalla diversa capacità degli attori di incidere sulla formazione della decisione pubblica attraverso il procedimento amministrativo.
Per descrivere questa diversa capacità si propone di utilizzare la categoria interpretativa della capacità procedimentale.
Possedere un terreno, progettare un edificio o finanziare un’opera costituiscono condizioni necessarie, ma non sufficienti perché una trasformazione urbana possa prodursi. Essa richiede infatti che tali iniziative trovino riconoscimento, legittimazione e traduzione all’interno di un procedimento pubblico.
Per l’urbanista, pertanto, la questione decisiva non è soltanto il momento in cui la trasformazione si materializza nello spazio costruito, ma quello in cui essa diventa giuridicamente possibile. È in questo passaggio che il procedimento assume un ruolo centrale: il luogo nel quale interessi pubblici, privati e collettivi vengono composti in una decisione amministrativa destinata a produrre effetti sul territorio.
La capacità procedimentale si articola attraverso cinque dimensioni fondamentali:
- posizione giuridica riconosciuta dall’ordinamento;
- disponibilità di risorse economiche, organizzative e conoscitive;
- accesso alle sedi decisionali;
- capacità tecnica di intervenire efficacemente nel procedimento;
- legittimazione simbolica e istituzionale riconosciuta dall’ordinamento e dalla società.
Questa tassonomia definisce il perimetro entro cui l’incidenza dell’attore si traduce in trasformazione territoriale”. Nessuna delle dimensioni individuate è, di per sé, sufficiente a determinare la capacità procedimentale; è la loro interazione, nei diversi contesti istituzionali e procedimentali, a definirne l’effettiva consistenza. La capacità procedimentale non costituisce quindi una proprietà stabile dei soggetti, ma una proprietà relazionale che si manifesta all’interno di specifici procedimenti amministrativi.
All’estremo opposto, una configurazione caratterizzata dall’assenza o dalla debolezza di tali dimensioni individua situazioni nelle quali la capacità di incidere sulla formazione della decisione pubblica risulta significativamente ridotta, pur in presenza di interessi giuridicamente rilevanti o di risorse materiali. La categoria proposta si presta dunque a descrivere un continuum di configurazioni procedimentali, piuttosto che una distinzione dicotomica tra attori capaci e incapaci di incidere sulla decisione pubblica.
La categoria qui proposta non intende sostituire nozioni consolidate quali potere, governance o agency, ma isolare un livello analitico differente: quello dell’incidenza esercitata dagli attori all’interno dei procedimenti amministrativi che producono la trasformazione urbana [6].
È proprio questa prospettiva che rende la Chiesa cattolica un caso particolarmente significativo. Non semplicemente perché costruisce, possiede o finanzia opere, ma perché, in forme e misure variabili, può concentrare molte delle condizioni che accrescono la capacità di incidere sui procedimenti attraverso i quali la trasformazione urbana viene resa possibile. Assumere questa prospettiva significa spostare l’attenzione dall’opera compiuta al processo che la rende realizzabile. In altri termini, significa guardare all’architettura sacra non soltanto come esito formale o simbolico, ma come risultato di una decisione pubblica prodotta attraverso un procedimento nel quale gli attori esercitano differenti forme di capacità procedimentale.
4. La Chiesa tra proprietà, committenza e soggetto procedimentale
La categoria della capacità procedimentale proposta nel capitolo precedente permette di distinguere posizioni che, nel dibattito pubblico e talvolta anche nella letteratura, tendono a essere sovrapposte. L’espressione Chiesa come attore urbano rischia infatti di ricondurre a un’unica categoria situazioni profondamente diverse tra loro. Dal punto di vista urbanistico, non ogni relazione tra la Chiesa e la città produce gli stessi effetti né attribuisce il medesimo ruolo nei processi di trasformazione territoriale. Per evitare questa sovrapposizione è opportuno distinguere almeno tre piani analitici: la Chiesa come proprietaria, la Chiesa come committente e la Chiesa come soggetto procedimentale.
4.1 La Chiesa proprietaria
La prima dimensione è quella patrimoniale.
La Chiesa cattolica costituisce uno dei maggiori proprietari immobiliari del territorio nazionale. Chiese, conventi, seminari, istituti religiosi, scuole, ospedali, terreni agricoli e numerosi altri immobili rappresentano un patrimonio di straordinaria consistenza storica e territoriale [7].
Tuttavia, la semplice proprietà di un bene non implica, di per sé, la capacità di incidere sulla trasformazione urbana. Moltissimi soggetti pubblici e privati possiedono patrimoni immobiliari rilevanti senza che ciò comporti automaticamente un ruolo nella formazione delle decisioni urbanistiche.
La proprietà costituisce dunque una condizione materiale della trasformazione urbana, ma non coincide ancora con la capacità di incidere sulla decisione pubblica.
4.2 La Chiesa committente
Una seconda dimensione riguarda la committenza.
La Chiesa promuove la realizzazione di edifici di culto, affida incarichi professionali, organizza concorsi di progettazione, finanzia interventi di restauro e di nuova costruzione, contribuendo in modo significativo alla produzione dell’architettura contemporanea.
È soprattutto su questo terreno che si è sviluppata la riflessione sull’architettura sacra: il rapporto tra committente, architetto e opera costituisce infatti uno dei temi centrali della letteratura del secondo Novecento.
Anche la committenza, tuttavia, non coincide ancora con la produzione della città. Essa descrive il rapporto tra il promotore dell’opera e il progetto architettonico, ma non spiega attraverso quali decisioni pubbliche quell’opera possa essere autorizzata, localizzata e resa compatibile con l’assetto urbanistico del territorio.
La committenza produce architettura, non necessariamente produce città.
4.3 La Chiesa come soggetto procedimentale
La prospettiva cambia quando la Chiesa entra nel procedimento amministrativo.
Ciò può avvenire in forme differenti: come proprietaria di aree interessate dalla pianificazione, come soggetto destinatario di accordi, come ente coinvolto in procedimenti complessi, come portatrice di interessi qualificati o come interlocutrice istituzionale in processi che incidono sull’assetto della città [8].
Il procedimento diventa così il luogo nel quale la natura dell’attore cessa di essere il dato decisivo. Ciò che rileva è la posizione concretamente assunta nella formazione della decisione pubblica.
La capacità procedimentale non è distribuita uniformemente all’interno dell’istituzione ecclesiale, ma varia in relazione alla natura giuridica dell’ente, alla scala territoriale e alla disponibilità di competenze organizzative e tecniche.
Le caratteristiche qui richiamate possono essere ricondotte alle dimensioni della capacità procedimentale individuate nel capitolo precedente (posizione giuridica, disponibilità di risorse e competenze, accesso alle sedi decisionali e legittimazione istituzionale).
In questi casi l’interesse dell’urbanista non riguarda più l’opera architettonica né il patrimonio immobiliare considerati isolatamente, ma il ruolo che il soggetto assume all’interno del procedimento attraverso il quale la trasformazione urbana viene resa possibile.
La distinzione proposta è tutt’altro che terminologica. Una medesima istituzione può essere, nello stesso tempo, proprietaria di un bene, committente di un’opera e soggetto procedimentale. Si tratta di posizioni giuridiche e funzionali differenti, che producono effetti differenti e richiedono strumenti analitici differenti.
Confondere questi tre piani significa attribuire alla proprietà o alla committenza effetti che derivano, invece, dalla posizione assunta nel procedimento amministrativo.
È precisamente quest’ultima dimensione che costituisce l’oggetto del presente lavoro. L’interrogativo non è se la Chiesa costruisca, possieda o promuova architettura — aspetti ampiamente documentati dalla letteratura — ma quando e in quale misura tali qualità si traducano in una concreta capacità di incidere sulla formazione della decisione urbanistica.
La distinzione proposta non ha un valore meramente classificatorio. Essa consente di comprendere come la medesima istituzione possa assumere, in procedimenti diversi, ruoli differenti. Il caso storico esaminato nel capitolo seguente mostra in modo particolarmente evidente come tali posizioni possano sovrapporsi e produrre effetti urbanistici che non sarebbero spiegabili facendo ricorso alla sola categoria della proprietà o della committenza.
5. Tra il piano e la città
5.1 Quando il piano non basta
Il Piano Regolatore Generale di Roma del 1931 prevede, tra le opere destinate a riorganizzare i collegamenti tra le due sponde del Tevere, un traforo sotto il colle del Gianicolo, destinato a connettere il quartiere Aurelio con il centro della città. L’intervento si inserisce nel più ampio programma di trasformazione della capitale promosso dal piano generale, che affida alla nuova rete viaria il compito di ridefinire l’assetto urbano.
Per l’area immediatamente adiacente a via della Conciliazione (aperta dagli sventramenti di Borgo quale nuovo asse monumentale verso San Pietro) viene successivamente approvato, con Regio Decreto del 16 febbraio 1939, un piano particolareggiato.
Lo strumento attuativo disciplina nel dettaglio gli interventi necessari al completamento di quattro opere: la sistemazione dell’imbocco occidentale della galleria sotto il Gianicolo, la sistemazione di via del Sant’Uffizio, la sistemazione di Borgo Santo Spirito e il miglioramento della viabilità di via del Gianicolo.
Il piano particolareggiato costituisce dunque il livello attuativo delle scelte contenute nel Piano Regolatore Generale del 1931. Tuttavia, la sua approvazione non coincide ancora con la piena realizzabilità delle opere previste. Tra la previsione urbanistica e la concreta trasformazione dello spazio si colloca infatti un ulteriore livello decisionale, senza il quale la previsione del piano rimane priva di effettività.
5.2 L’accordo che rende possibile la trasformazione
L’ostacolo non è urbanistico, ma istituzionale.
Le opere previste dal piano particolareggiato insistono infatti, in più punti, su immobili appartenenti alla Santa Sede o ad altri enti ecclesiastici, alcuni dei quali sottoposti al particolare regime previsto dagli articoli 14, 15 e 16 del Trattato Lateranense del 1929. Il Comune può pianificare il tracciato delle nuove opere, ma la loro completa attuazione richiede un diverso livello di decisione.
L’accordo viene approvato con Decreto Legislativo 10 aprile 1948, n. 1080 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie Generale, del 17 agosto 1948 (codice redazionale 048U1080). È significativo che il titolo ufficiale dell’atto non richiami il piano urbanistico né la realizzazione delle opere pubbliche previste dal piano particolareggiato. L’atto si presenta infatti come Accordo fra la Santa Sede e l’Italia per una nuova delimitazione di alcune zone extraterritoriali nelle adiacenze della Città del Vaticano.
L’oggetto giuridico dell’accordo non è quindi, almeno formalmente, la trasformazione urbanistica, bensì la ridefinizione del regime di sovranità entro il quale quella trasformazione può essere resa possibile.
L’accordo produce tre effetti strettamente connessi. In primo luogo, rende disponibili al Comune gli immobili necessari alla realizzazione delle opere previste dal piano particolareggiato del 1939. In secondo luogo, trasferisce il regime di extraterritorialità gravante sugli immobili ceduti a una porzione del Pontificio Seminario Romano Minore in via Aurelia, dimostrando come lo statuto giuridico speciale venga riallocato anziché semplicemente estinto. Infine, autorizza la Santa Sede, o enti da essa designati, ad acquistare un’area nella zona del soppresso Largo Alicorni, destinata all’edificazione secondo gli strumenti urbanistici vigenti.
I due atti appartengono dunque a livelli differenti dell’ordinamento e disciplinano oggetti diversi. Il piano particolareggiato organizza lo spazio urbano; l’accordo ridefinisce il regime giuridico entro il quale tale organizzazione può trovare concreta attuazione. È soltanto dall’interazione tra questi due livelli che la trasformazione urbana diventa realizzabile.
Il piano urbanistico stabilisce ciò che deve essere costruito; l’accordo bilaterale definisce le condizioni istituzionali entro le quali quella previsione può trovare attuazione. L’efficacia della pianificazione, in questo caso, non dipende esclusivamente dalla correttezza della previsione urbanistica, ma dalla capacità del procedimento di comporre rapporti giuridici appartenenti a ordinamenti differenti.
Il valore euristico del caso risiede proprio in questo. Esso non viene assunto quale modello ordinario dei rapporti tra Chiesa e pianificazione urbanistica. Proprio perché rappresenta una situazione istituzionale eccezionale, rende particolarmente visibile una dinamica che, sebbene con intensità differenti, attraversa anche la pianificazione ordinaria: tra la previsione del piano e la trasformazione della città si colloca sempre una successione di decisioni, negoziazioni e atti appartenenti a livelli differenti dell’ordinamento.
È precisamente in questo spazio che la categoria della capacità procedimentale proposta nel capitolo precedente acquista significato interpretativo. L’interesse dell’urbanista non riguarda soltanto ciò che viene costruito, ma anche le condizioni istituzionali che rendono possibile la trasformazione urbana. Prima dell’opera vi è sempre una sequenza di decisioni pubbliche. Prima dell’abside, vi è il procedimento.
Il caso dell’accordo del 1948 funge da esperimento mentale di laboratorio: isola la dinamica procedimentale nella sua forma più pura, rendendo visibile il conflitto tra regimi giuridici diversi. Tale dinamica, lungi dall’essere un’anomalia, rivela la meccanica occulta di ogni trasformazione urbana.
Tra la previsione urbanistica e la trasformazione della città non esiste un rapporto automatico. Tra le due si colloca una successione di decisioni, negoziazioni e atti appartenenti a livelli differenti dell’ordinamento. [9]
6. Il Giubileo come laboratorio
I Giubilei costituiscono, da questo punto di vista, un laboratorio privilegiato.
Non perché rappresentino un caso eccezionale della pianificazione urbana, ma perché rendono più facilmente osservabili dinamiche procedimentali che, nella gestione ordinaria della città, rimangono spesso disperse o meno evidenti. La concentrazione di investimenti, l’attivazione di procedure speciali, il ricorso a poteri commissariali, la compressione dei tempi decisionali e la pluralità dei livelli istituzionali coinvolti modificano infatti il contesto entro il quale si formano le decisioni pubbliche.
Ciò che cambia non è soltanto la velocità dell’azione amministrativa. Cambia, soprattutto, la distribuzione della capacità procedimentale. L’istituzione di strutture commissariali, la concentrazione delle competenze decisionali e il ricorso a procedure derogatorie tendono infatti a ridistribuire il peso dei diversi attori coinvolti nel procedimento.
Il Giubileo non accelera semplicemente la trasformazione urbana: ne modifica le condizioni procedimentali. Diventa così più evidente chi sia concretamente in grado di incidere sulla formazione della decisione pubblica e in quale misura la configurazione del procedimento influisca sugli esiti della trasformazione urbana.
È proprio per questa ragione che il Giubileo costituisce un banco di prova particolarmente significativo per la categoria interpretativa proposta nel presente lavoro. Se la capacità procedimentale rappresenta effettivamente una chiave di lettura della produzione della città, essa permette di isolare non soltanto le trasformazioni realizzate, ma la precisa configurazione di potere attraverso cui si ridistribuiscono, nei regimi straordinari, le possibilità di incidere sulle decisioni pubbliche.
Le riflessioni qui sviluppate si collocano in continuità con la ricerca svolta in Amen, Roma. Un delitto urbanistico in tre Giubilei (Filipe de Jesus, 2026) [10] dedicata agli effetti territoriali prodotti dalle principali stagioni giubilari della capitale.
Il presente contributo pone le basi di una nuova agenda di ricerca, che eleva la capacità procedimentale a metrica fondamentale per analizzare i processi di trasformazione urbana attivati dai grandi eventi. Più che un punto di arrivo, esso costituisce un programma di ricerca destinato a verificare la categoria della capacità procedimentale attraverso l’analisi sistematica dei processi di trasformazione urbana attivati dai diversi Giubilei della capitale.
7. Oltre l’abside
L’ipotesi proposta nel presente contributo non riguarda soltanto il rapporto tra Chiesa e città. Se l’architettura sacra viene riletta attraverso il procedimento che la rende possibile, allora anche l’urbanistica è chiamata a ripensare alcune delle proprie categorie interpretative.
Tradizionalmente, il dibattito urbanistico distingue tra soggetti pubblici e privati, tra proprietari, progettisti, committenti e amministrazioni. Questa classificazione descrive i ruoli istituzionali degli attori, ma non sempre consente di comprendere la loro effettiva capacità di incidere sulla formazione della decisione pubblica [11].
La categoria della capacità procedimentale proposta nel presente lavoro suggerisce invece di spostare l’attenzione dal profilo soggettivo alla posizione concretamente assunta all’interno del procedimento amministrativo. L’attenzione si sposta così dall’identità dell’attore alla posizione che egli assume nel procedimento amministrativo.
In questa prospettiva, la Chiesa cattolica rappresenta un caso di studio particolarmente significativo, ma non necessariamente un caso isolato. Altri soggetti istituzionali, economici o infrastrutturali possono manifestare forme differenti di capacità procedimentale, rendendo questa categoria potenzialmente applicabile a contesti molto più ampi del solo patrimonio ecclesiastico.
Il contributo proposto ridefinisce lo spazio sacro come fatto urbanistico. L’abside è, primariamente, l’esito di una decisione pubblica. Prima della forma vi è la decisione; prima dell’edificio vi è il procedimento. La domanda non è più soltanto che cosa significhi un edificio sacro, ma come esso diventi possibile all’interno della città.
Assumere questa prospettiva significa riconoscere che la produzione dello spazio sacro è, prima ancora che un fatto artistico o liturgico, un fatto urbanistico. Significa riportare al centro dell’analisi quel livello procedimentale rimasto spesso sullo sfondo, ma nel quale si definiscono le condizioni giuridiche, istituzionali e amministrative della trasformazione urbana.
L’architettura sacra non comincia con il progetto. Comincia nel procedimento. È lì che la città decide se, dove e a quali condizioni quell’architettura potrà esistere. Prima della forma vi è la decisione. Prima dell’edificio vi è il procedimento. Prima dell’abside vi è la decisione pubblica che ne rende possibile l’esistenza.
BIBLIOGRAFIA
[1] Sheldrake, Spaces for the Sacred; Gorringe, A Theology of the Built Environment; Nota Pastorale fondamentale della CEI (1993), La progettazione di nuove chiese.
[2] L. 1150/1942; DM 1444/1968; L. 241/1990.
[3] Paolo VI, Discorso agli artisti (1964), Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti (1999), Benedetto XVI, Incontro con gli artisti (2009), Papa Francesco, Discorso agli artisti (2023)
[4] Sheldrake, Gorringe, Inge
[5] Beaumont & Baker; Burchardt et al.; Karstein; Planning Theory & Practice (2021) (LINK)
[6] Per le nozioni di governance, potere e agency nella teoria della pianificazione si vedano, tra gli altri, Healey (1997), Flyvbjerg (1998) e Stone (1989).
[7] Il censimento del patrimonio immobiliare ecclesiastico in Italia risulta complesso a causa della frammentazione della titolarità tra circa 30.000 enti ecclesiastici civilmente riconosciuti. Stime recenti (es. Report Scenari Immobiliari/Il Sole 24 Ore – LINK) indicano una consistenza di circa 46.000 unità immobiliari. Per una disamina approfondita sulla gestione e la valorizzazione sociale di tali beni, si rimanda ai lavori di ricerca pubblicati sulla rivista scientifica IN_BO (Università di Bologna) (LINK).
[8] Diritto Canonico (Ca. 1254 – LINK)
[9] PRG 1931, Regio Decreto 16 febbraio 1939; Trattato Lateranense; Decreto Legislativo 1080/1948; G.U. 17 agosto 1948;
[10] “Amen, Roma”, di P. Filipe de Jesus, 2026
[11] Patsy Healey, Collaborative Planning (1997); Bent Flyvbjerg, Rationality and Power (1998)
LabUr è un laboratorio indipendente di ricerca urbana specializzato nell’analisi documentale dei procedimenti amministrativi che producono le trasformazioni urbane. Verifica atti, piani urbanistici, procedimenti amministrativi e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.
Metodo LabUr — Questo contributo è stato realizzato attraverso l’analisi di atti amministrativi, strumenti urbanistici, normativa vigente e documentazione tecnica. L’obiettivo è verificare attraverso fonti documentali i procedimenti che producono le trasformazioni urbane e valutarne la coerenza con la pianificazione urbanistica, la normativa vigente e l’interesse pubblico.
