Dietro accelerazione, smart city e milestone PNRR si nasconde un cambio di paradigma: la città non come spazio democratico da negoziare, ma come sistema da ottimizzare.
Roma, sotto la guida dell’Amministrazione Gualtieri, sta sperimentando una forma di governance urbana sempre più commissariale, accelerata e centralizzata. La compressione dei tempi decisionali viene presentata come una necessità tecnica inevitabile, ma ogni accelerazione produce anche una riduzione degli spazi di negoziazione democratica.
La città negli ultimi quattro anni ha progressivamente cambiato il proprio linguaggio amministrativo. Il lessico politico si è spostato verso concetti come accelerazione, semplificazione, capacità attuativa, monitoraggio in tempo reale. Basti pensare ai riferimenti continui alla “Control Room Giubileo”, alle piattaforme PNRR basate su “milestone” e “target”, alla “Smart Mobility”, alla “sensoristica urbana” e alle “dashboard digitali” per il controllo dei flussi. Non significa che Roma sia già una “smart city” pienamente compiuta. La macchina amministrativa romana resta infatti spesso lenta, frammentata e contraddittoria, ma il modello culturale e decisionale si sta orientando sempre più verso una logica di ottimizzazione: ridurre gli attriti, comprimere i tempi, garantire l’esecuzione.
È qui che emerge il tema della governance urbana a logica algoritmica, che abbiamo sinteticamente chiamato “urbanistica algoritmica”. La città non viene più raccontata come uno spazio politico da discutere e mediare, ma come un’infrastruttura da efficientare.
Il Modello Commissariale e il PNRR
Il PNRR ha accelerato enormemente questa trasformazione. La gestione urbana viene concepita sempre più come una macchina orientata alla performance amministrativa. In questo contesto il conflitto urbano tende a essere percepito come un rallentamento, la negoziazione democratica come un attrito e la discussione pubblica come un ostacolo alla capacità attuativa. Lo si è visto chiaramente in molte delle principali trasformazioni recenti della Capitale, dagli interventi per il Giubileo (“termovalorizzatore” compreso) al Parco del Mare di Ostia, fino alle opere PNRR, tutti accompagnati da ordinanze straordinarie, deroghe procedurali e catene decisionali corte.
Il caso del Parco del Mare ad Ostia è emblematico. Un intervento da decine di milioni di euro (che lievitano di settimana in settimana) viene portato avanti attraverso poteri commissariali e procedure accelerate, mentre il dibattito pubblico resta confinato a margine delle decisioni già assunte. Le Conferenze dei Servizi diventano luoghi sempre più tecnici, difficilmente accessibili e spesso utilizzati per “chiudere” rapidamente i conflitti amministrativi.
La figura del Sindaco-Commissario incarnata da Gualtieri oggi (domani chissà) rappresenta dunque perfettamente questa trasformazione: riduzione degli attriti, priorità assoluta all’esecuzione e centralizzazione della decisione.
Cos’è la Governance Urbana a Logica Algoritmica
Le decisioni urbane vengono sempre più orientate da raccolta massiva di dati, piattaforme digitali, modelli previsionali e sistemi di monitoraggio capaci di intervenire sui flussi urbani in tempo reale: mobilità, sicurezza, turismo, accessibilità, consumo energetico.
Il problema non è la tecnologia in sé quanto la sua presunta neutralità. Ogni sistema infatti incorpora priorità politiche invisibili: decide cosa misurare, cosa ignorare, quale comportamento incentivare e quale funzione urbana privilegiare.
L’algoritmo non elimina la politica, ma la nasconde dentro i parametri.
Facciamo un esempio: se una piattaforma gestisce il traffico urbano, deve necessariamente scegliere chi privilegiare. Il trasporto pubblico o il flusso delle auto private? I residenti o la mobilità turistica? La velocità di attraversamento o la permanenza nello spazio pubblico?Queste decisioni apparentemente tecniche sono in realtà gerarchie politiche tradotte in standard.
Il Dibattito Internazionale: Toronto vs Amsterdam
Il caso simbolo del rischio “corporate” (come dicono quelli bravi) è stato Sidewalk Toronto, il progetto promosso da Google/Alphabet per realizzare un quartiere completamente digitalizzato. Il progetto fallì nel 2020 dopo fortissime proteste civiche su questioni decisive quali chi dovesse controllare i dati urbani, chi avrebbe gestito gli algoritmi e se potesse una multinazionale influenzare direttamente la governance di una città.
All’estremo opposto si colloca il caso di Amsterdam. Nel 2020 la città ha introdotto un registro pubblico degli algoritmi utilizzati dall’amministrazione. Il principio è semplice ma radicale: se il Comune utilizza sistemi automatizzati o algoritmici per orientare decisioni pubbliche, i cittadini devono sapere quali strumenti vengono utilizzati, con quali dati e per quali finalità, questo per evitare la c.d. “black box governance”, cioè una governance opaca, dove i criteri decisionali si spostano dentro sistemi tecnici invisibili.
Il paradosso Romano
Roma non è Toronto e non è Amsterdam. Eppure presenta un paradosso molto particolare. La città è già immersa in processi crescenti di digitalizzazione amministrativa (ZTL intelligenti, analytics sui flussi, piattaforme di monitoraggio, sistemi automatizzati di controllo accessi), ma il dibattito pubblico su questi temi è praticamente inesistente.
Non esistono registri pubblici degli algoritmi, né un vero dibattito sulla proprietà dei dati urbani e neppure esiste trasparenza sui criteri con cui le piattaforme definiscono le priorità urbane. Più il governo della città si trasferisce dentro sistemi tecnici opachi, più diventa difficile comprendere chi prende realmente le decisioni, sulla base di quali criteri e nell’interesse di chi.
La fine del conflitto o la fine del controllo?
Roma ha storicamente sofferto una paralisi decisionale reale, fatta di corporazioni, micro-veti, rendite di posizione e conflitti permanenti. Spesso la cosiddetta “partecipazione” non è stata un vero processo democratico, ma una lunga trattativa opaca tra interessi organizzati, ma eliminare la negoziazione non significa automaticamente eliminare i grandi poteri. I grandi operatori economici, gli stessi “palazzinari” o i soggetti più strutturati trovano sempre un canale di accesso verso il decisore centrale. Chi rischia davvero di sparire è il cittadino comune, cioè l’unico soggetto che può controllare ciò che accade nel proprio territorio soltanto attraverso il tempo pubblico della discussione, dell’accesso agli atti e del conflitto democratico.
Il paradosso del PNRR: velocità contro qualit
L’idea che il PNRR sia semplicemente un “regalo” da spendere rapidamente è una narrazione purtroppo molto diffusa: si tratta in larga parte di debito pubblico che dovrà essere restituito. La pressione continua su milestone e target rischia di produrre opere progettate in funzione della velocità amministrativa più che della qualità urbana. Il rischio è un doppio costo: opere accelerate, manutenzioni future ancora più onerose, ulteriori risorse pubbliche necessarie per correggere errori progettuali o opere incomplete.
Chi decide davvero?
Nella città contemporanea il decisore non è più soltanto il politico eletto. Sempre più spesso il potere si sposta verso figure tecniche, come i gestori delle piattaforme, i produttori degli standard e i soggetti che definiscono i parametri del sistema.
Se lo standard appare “neutrale”, bisogna chiedersi chi lo ha scritto perché nel momento in cui la politica abdica in favore della pura ottimizzazione tecnica, smette progressivamente di guidare la città e rischia di trasformarsi nell’interfaccia amministrativa di decisioni prese altrove.
La grande questione del prossimo decennio non sarà se le città diventeranno intelligenti, ma chi controllerà i criteri con cui quell’intelligenza definirà cosa conta davvero dentro lo spazio urbano.
Smart Roma e il progressismo a sinistra.
Nel libro “Smart Roma – Come la Capitale si sta trasformando in una città sostenibile” (ED. Hoepli, 2025 con prefazione di Roberto Gualtieri), il consigliere comunale PD Riccardo Corbucci descrive la trasformazione digitale della Capitale come un processo di innovazione, integrazione tecnologica e capacità attuativa. È una visione coerente con il modello amministrativo in questo anni di PNRR e Giubileo: una città sempre più governata attraverso piattaforme, monitoraggio dei flussi e accelerazione decisionale.
È un saggio che mostra come si sia trasformata la sinistra a Roma. È passata da elementi storicamente identitari come partecipazione, pianificazione pubblica, mediazione sociale, conflitto regolato al progressismo urbano incentrato su governance tecnica, managerialismo, controllo dei flussi, decisionismo amministrativo, centralità della performance.
È una trasformazione culturale molto profonda sulla quale appunto riflettere. Il dibattito non dovrebbe limitarsi ai benefici della “smart city”, ma interrogarsi anche su un altro tema: chi definisce i criteri con cui quella stessa intelligenza urbana decide cosa ottimizzare, quali priorità privilegiare e quali conflitti comprimere.