Da oltre dieci anni il litorale romano cambia regole, concessionari e progetti. Ma la strategia economica che dovrebbe garantire occupazione, investimenti e sviluppo al Mare di Roma.
A Ostia si continua a sovrapporre ciò che dovrebbe restare distinto: turismo, urbanistica, concessioni demaniali e occupazione vengono trattati come se fossero la stessa cosa, quando invece rappresentano problemi diversi che richiederebbero strumenti e politiche differenti.
Lo si è visto chiaramente nella vicenda delle concessioni balneari. La chiusura o il cambio di gestione di alcuni stabilimenti è stata immediatamente trasformata in una battaglia occupazionale, con gli ex concessionari intenti a presentare i propri dipendenti come simbolo della protesta e come prova dell’impossibilità di procedere al ricambio delle concessioni. Una rappresentazione emotiva che ha finito per assorbire completamente il dibattito pubblico, oscurando la domanda fondamentale: quale economia turistica dovrebbe sostenere Ostia nei prossimi decenni?
La tutela del lavoro è una questione seria. Proprio per questo non dovrebbe essere utilizzata come strumento di pressione per conservare posizioni economiche consolidate. Tanto più che il bando pubblico emanato da Roma Capitale nel 2025 prevedeva una clausola sociale finalizzata a garantire la continuità occupazionale del personale impiegato dai concessionari uscenti. Una previsione che, nelle concessioni successivamente rilasciate nel 2026, non compare più con la stessa evidenza e che avrebbe meritato ben altra attenzione da parte della politica e delle organizzazioni di categoria.
Eppure nessuno sembra voler discutere di questo aspetto. Le associazioni balneari preferiscono concentrare la propria azione sulla difesa delle concessioni, mentre il tema della qualità del lavoro e delle reali prospettive occupazionali rimane sullo sfondo. Da anni vengono mobilitati studi legali, promossi ricorsi e costruite campagne mediatiche, ma molto meno si è investito nel ripensamento dell’offerta turistica, nell’innovazione dei servizi e nella costruzione di un modello economico capace di produrre occupazione stabile oltre la stagione balneare.
La stessa amministrazione capitolina contribuisce ad alimentare questa confusione. È difficile non notare come il Piano di Utilizzazione degli Arenili, strumento fondamentale di pianificazione del litorale, sia diventato terreno di iniziativa dell’assessore all’Urbanistica Maurizio Veloccia (LINK), mentre l’assessorato al Turismo guidato da Alessandro Onorato appare prevalentemente impegnato nella promozione di eventi e manifestazioni, come il SailGP (LINK). Nulla contro gli eventi, naturalmente, ma una politica turistica non può esaurirsi nell’organizzazione di appuntamenti sportivi o culturali, così come una politica urbanistica non può sostituirsi alla costruzione di una strategia economica per il Mare di Roma.
È qui che riemerge una questione che sembrava archiviata ma che in realtà non è mai stata risolta: il Distretto Turistico Balneare istituito nel 2013 nell’ambito del progetto del Secondo Polo Turistico di Roma. Uno strumento che avrebbe dovuto coordinare investimenti, promozione e sviluppo economico del litorale. All’epoca il tema fu ampiamente discusso sia da LabUr (LINK) sia dal blog Waterfront Roma (LINK), seppure da prospettive differenti. Entrambi, però, avevano colto il nodo centrale della questione: il futuro di Ostia non poteva essere ridotto alla gestione degli stabilimenti balneari.
A distanza di oltre tredici anni quella intuizione appare più attuale che mai. Il Distretto Turistico Balneare è rimasto sostanzialmente incompiuto, mentre la città continua a interrogarsi sugli stessi problemi di allora. Qual è la permanenza media dei visitatori? Quale spesa turistica genera il territorio? Quanti posti di lavoro produce realmente il turismo fuori dalla stagione estiva? Esiste una strategia per trasformare Ostia in una destinazione competitiva dodici mesi l’anno?
Sono domande alle quali nessuno sembra voler rispondere.
Nel frattempo il confronto pubblico si consuma tra polemiche, denunce, ricorsi, manifestazioni poco partecipate e spesso incapaci di produrre un confronto costruttivo, e campagne mediatiche che restituiscono all’esterno un’immagine di conflitto permanente e di evidente degrado civico. Una rappresentazione che danneggia prima di tutto Ostia e che allontana sempre più il dibattito dai temi decisivi.
Perché la vera questione non è chi gestirà una singola spiaggia, ma che Ostia sta cambiando concessionari senza aver ancora deciso quale economia turistica vuole costruire. E finché turismo, urbanistica, concessioni e occupazione continueranno a essere confusi in un unico indistinto contenitore politico e mediatico, il rischio è che il “Mare di Roma” continui a discutere delle proprie spiagge senza riuscire mai a progettare il proprio futuro.
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LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.