OSTIA NON È RIMINI. IL RAPPORTO ISTAT 2026 E IL RISCHIO DI TRASFORMAZIONI URBANE SENZA STRUTTURA TERRITORIALE

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260522_100129_0000Quando il CAP diventa destino.
Il rapporto ISTAT 2026 racconta una verità scomoda: nelle città italiane il disagio non è più solo sociale. È territoriale.

Ci sono passaggi del Rapporto annuale ISTAT 2026 presentato ieri (LINK) che andrebbero letti più nelle commissioni urbanistiche che nei talk show economici. Dietro i numeri su salari, produttività, povertà e crescita emerge una fotografia molto precisa: in Italia la disuguaglianza si sta concentrando nello spazio urbano.
Non è più soltanto una questione di reddito individuale, ma una questione di quartiere, accesso, tempo, mobilità e qualità territoriale.

L’ISTAT dedica un focus specifico al disagio nei quartieri delle 14 Città metropolitane, dimostrando che la fragilità è ormai multidimensionale: unisce l’esclusione sociale alla povertà energetica e alla segregazione spaziale (LINK) ed è probabilmente uno dei passaggi più importanti dell’intero rapporto, perché fotografa un fenomeno che molte città italiane vivono ormai apertamente, quello della concentrazione geografica della fragilità sociale, cioè il disagio non si distribuisce uniformemente, ma si accumula.

Ci sono quartieri dove si sommano redditi bassi, lavoro fragile, scarsa accessibilità, vulnerabilità energetica, servizi più deboli, tempi di spostamento più lunghi, minore qualità ambientale, minori opportunità educative e sociali.
Quando questi fattori si concentrano nello stesso spazio urbano, la città smette lentamente di essere uno strumento di mobilità sociale e diventa una macchina che riproduce disuguaglianze.

La “crescita” non basta
Uno dei punti più interessanti del rapporto ISTAT è la messa in discussione di una convinzione molto diffusa nel dibattito pubblico e cioè l’idea che la crescita urbana produca automaticamente benessere diffuso. Ma i numeri hanno la testa dura e raccontano qualcosa di più complesso e complicato.

L’Italia continua a crescere meno della Spagna e di altre economie europee, ma soprattutto cresce in modo diverso (1). L’ISTAT evidenzia che negli ultimi anni la crescita italiana è stata sostenuta soprattutto da aumento dell’occupazione (2), aumento delle ore lavorate, costruzioni e servizi, mentre restano deboli produttività, innovazione, investimenti immateriali e ricerca e sviluppo (3) e (4). Questo significa che il sistema economico italiano continua spesso a espandersi “in quantità”, ma fatica a trasformare quelle quantità in miglioramento strutturale della qualità della vita urbana.

Roma come laboratorio della frattura urbana
Roma è forse uno dei casi più evidenti. Negli ultimi anni la città ha conosciuto una forte pressione turistica, una crescita della rendita immobiliare, trasformazioni accelerate di interi quadranti urbani, aumento degli affitti brevi, polarizzazione territoriale dei servizi ed espansione di grandi progetti di rigenerazione e valorizzazione.
Contemporaneamente assistiamo ad una vera e propria esplosione della povertà di tempo, dove l’inefficienza della mobilità si mangia ore di vita e di reddito delle fasce medie e popolari. Inoltre, sono cresciute anche le disuguaglianze in termini di accessibilità, la compressione del ceto medio, la fragilità energetica (5), le difficoltà abitative. 

L’Istat parla proprio di povertà di tempo: il CAP cioè diventa destino perché chi vive in periferia o in quartieri strutturalmente separati (come Ostia e il Municipio X rispetto al centro) sperimenta una sistematica asportazione di ore di vita, che si traduce in una disuguaglianza nell’accesso alla salute, alla cultura e alle relazioni sociali.
In questo quadro, il disagio socioeconomico non coincide più soltanto con la povertà estrema, ma coinvolge sempre di più anche chi lavora, si sposta, paga affitti elevati e vive una progressiva erosione della stabilità economica.

Il rischio è che il CAP diventi destino.

La questione urbana del prossimo decennio. Ostia non è Rimini
Il rapporto ISTAT fa una cosa molto interessante e utile perché collega temi spesso trattati separatamente: salari, produttività, casa, mobilità, energia, struttura demografica, trasformazioni del lavoro e distribuzione territoriale delle opportunità.
Nelle città questi elementi si sommano.
Per questo è importante chiedersi sempre non solo “quanto cresce una città”, ma chi riesce ancora a viverla, a quali condizioni e con quale qualità della vita. Se una città produce valore economico ma contemporaneamente espelle progressivamente residenti, tempo, accessibilità e stabilità sociale, allora la crescita rischia di diventare solo un altro nome della c.d. polarizzazione urbana.

Quando si evoca l’idea che “Ostia debba diventare come Rimini”, il Rapporto ISTAT 2026 ricorda indirettamente una verità semplice ma fondamentale: una trasformazione urbana non è automaticamente progressista solo perché è nuova, verde, pedonale o raccontata come “rigenerazione”. Il problema non è se cambiare, ma come si cambia, per chi, con quali effetti territoriali, sociali ed economici e soprattutto su quale struttura urbana si interviene, perché le città non sono rendering replicabili.

Ostia non nasce come città monoculturale balneare sul modello romagnolo, ma come terminale urbano e costiero della Capitale, con fragilità infrastrutturali, sociali e ambientali completamente diverse e il rapporto ISTAT mostra chiaramente che quando le trasformazioni urbane aumentano valore economico senza redistribuire accessibilità, qualità urbana e resilienza sociale, il rischio è che la crescita produca nuove disuguaglianze territoriali invece di ridurle.

I dati ISTAT sulle emissioni ricordano che i capoluoghi metropolitani concentrano oltre la metà dell’impatto ambientale delle imprese. Pensare di risolvere le fratture di Ostia esportando il modello Rimini senza redistribuire servizi, infrastrutture e resilienza significa fare del greenwashing urbanistico.

Non tutto ciò che è verde, pedonale e nuovo è automaticamente urbanisticamente giusto e il Rapporto ISTAT 2026 lo dimostra meglio di molti slogan politici.
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  1. ad esempio, nel settore dei servizi in volume nel 2025 la Spagna accelera al +3,4%, mentre l’Italia mostra una dinamica molto più contenuta al +0,6%
  2. L’ISTAT segnala che il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,5% nel 2025 (62,4% a marzo 2026). Tuttavia, specifica che la crescita si associa a una forte ricomposizione settoriale: tra il 2007 e il 2025 l’Italia ha perso quote nella manifattura a bassa tecnologia a favore di servizi ad alta intensità di lavoro ma a basso valore aggiunto, come i servizi di alloggio e ristorazione (+0,7 punti percentuali), mentre i servizi ICT ad alta tecnologia hanno perso lo 0,6%. Questo convalida in pieno la tua tesi: espansione quantitativa, ma debolezza qualitativa.
  3. il Rapporto dichiara esplicitamente che la crescita degli investimenti negli ultimi anni è stata trainata dalla componente estensiva legata ai bonus edilizi e al PNRR (opere pubbliche), a scapito degli investimenti intensivi (R&S e innovazione immateriale), con la ricerca e sviluppo che ha registrato persino variazioni negative in alcuni frangenti della serie recente.
  4. Il Rapporto evidenzia come le grandi città metropolitane siano i veri hub emissivi del sistema produttivo. Di conseguenza, la transizione ecologica non può limitarsi a “isole pedonali centrali” o rendering di facciata, ma deve affrontare la delocalizzazione e l’impatto strutturale delle attività economiche sul territorio urbano complessivo.
  5. Il Rapporto dedica spazio alla povertà energetica (paragrafo 2.4.3) e alla persistenza di un’area di vulnerabilità economica strutturale che in Italia colpisce quasi 11 milioni di individui a rischio povertà (il 18,6% della popolazione). Inoltre, evidenzia la crescente difficoltà a stabilizzare il lavoro: più della metà delle entrate nell’occupazione tra i 35 e i 49 anni avviene ormai con contratti a termine
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