ACQUA IN BOCCA SULL’ACQUEDOTTO ROMANO DI OSTIA ANTICA

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260607_103137_0000L’acquedotto romano emerso a Malafede viene raccontato come una scoperta eccezionale. In realtà il territorio era noto agli archeologi da decenni. Studi, vincoli, ritrovamenti precedenti e persino le ricerche di Rodolfo Lanciani avevano già documentato la straordinaria sensibilità archeologica dell’area. Come è possibile che in un’area così conosciuta le interferenze archeologiche emergano solo durante i lavori, producendo ritardi, varianti e costi aggiuntivi? LabUr ha presentato un accesso agli atti sulle procedure di archeologia preventiva relative alla fermata Giardino di Roma. La tutela del patrimonio culturale non inizia quando si trova qualcosa, ma molto prima.

 

A Malafede emerge una parte della rete idrica che alimentava l’antica Ostia. La ricerca scientifica ne comprende l’importanza, la politica organizza passerelle, ma sul piano archeologico prevale il silenzio.

Quando nel 2025 emerse l’acquedotto romano nell’area della futura fermata Giardino di Roma, la Soprintendenza Speciale di Roma ne sottolineò subito il valore: si tratta di una porzione della rete idrica che dal territorio di Malafede aveva come destinazione finale l’antica Ostia, un’opera già nota 100 anni fa dai ritrovamenti del famoso archeologo Rodolfo Lanciani.
Una scoperta importante, che si inserisce in un filone di studi consolidato. Da anni archeologi e ricercatori, tra cui Margherita Bedello Tata, hanno ricostruito il complesso sistema delle acque ostiensi, dimostrando quanto acquedotti, cisterne e infrastrutture idrauliche siano fondamentali per comprendere la storia del litorale romano.

Proprio per questo sorprende il silenzio del Parco Archeologico di Ostia Antica. Il direttore Alessandro D’Alessio interviene spesso nel dibattito pubblico su progetti culturali, valorizzazione del territorio e iniziative, anche politiche (LINK), legate a Ostia, ma sull’acquedotto che alimentava la città antica non si registra alcuna presa di posizione significativa, nessun approfondimento pubblico, nessuna iniziativa scientifica rivolta ai cittadini.

Eppure il ritrovamento non arriva in un contesto sconosciuto. Come ricostruito da LabUr (LINK), l’area di Malafede e del cosiddetto quartiere Caltagirone è da anni al centro di vicende urbanistiche, paesaggistiche e archeologiche complesse. I vincoli erano noti, così come era nota la sensibilità archeologica del territorio. Nel 2020, sempre nella stessa area, era stata scoperta una monumentale vasca romana lunga quasi cinquanta metri, insieme a canalizzazioni e strutture idrauliche che confermavano l’eccezionale ricchezza del sottosuolo.

Per questo l’acquedotto del 2025 e la successiva cisterna romana del 2026 non rappresentano un imprevisto archeologico, ma la naturale conferma di un quadro già delineato dagli studi e dai ritrovamenti precedenti. Nonostante ciò, Regione Lazio e Campidoglio hanno continuato a raccontare la vicenda soprattutto attraverso annunci e conferenze stampa. L’assessore regionale Fabrizio Ghera ha promesso valorizzazione e percorsi informativi, mentre negli anni attorno alla fermata si sono susseguiti sopralluoghi, comunicati e cronoprogrammi. A braccetto di Ghera, il consigliere comunale Giovanni Zannola. Nel frattempo, però, il quartiere è stato costruito, ampliato e abitato, mentre la stazione continua ad accumulare ritardi.

La storia dell’acquedotto di Malafede non racconta dunque una ‘sorpresa’ archeologica. Racconta piuttosto di un territorio studiato da decenni, vincolato e conosciuto, dove le evidenze del passato erano sotto gli occhi di tutti. Racconta di una politica più impegnata a gestire la comunicazione dei ritardi che ad affrontarne le cause.

Per queste ragioni LabUr ha presentato un’istanza di accesso agli atti per acquisire tutta la documentazione relativa alle verifiche archeologiche preventive effettuate nell’ambito della progettazione della fermata Giardino di Roma, con particolare riferimento alle procedure previste dall’articolo 28 del D.Lgs. 42/2004 e dall’articolo 41 del D.Lgs. 36/2023 in materia di archeologia preventiva. L’obiettivo sarà comprendere come, in un’area già interessata da vincoli archeologici, da studi specialistici consolidati e da importanti rinvenimenti documentati dalla stessa Soprintendenza, la Conferenza dei Servizi abbia potuto esprimersi favorevolmente sul progetto definitivo senza individuare preventivamente interferenze che oggi vengono indicate come causa di ritardi, varianti progettuali e maggiori costi.

LabUr valuterà inoltre la trasmissione della documentazione raccolta al Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale affinché possano essere svolti tutti gli approfondimenti ritenuti opportuni sulla corretta applicazione delle procedure di verifica archeologica preventiva e sulla gestione dei ritrovamenti emersi nel corso dei lavori. Nonché della responsabilità politica a vantaggio della speculazione edilizia.

 

_____________

LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

I commenti sono chiusi.