Il Direttore Rigenerazione del Litorale respinge emendamenti sulla mobilità definendoli ‘non attinenti’. Ecco perché il mare di Roma rischia di essere gestito come un’area di risulta anziché come un bene comune.
La decisione da parte del Direttore Rigenerazione Litorale, Carlo Mazzei, di non ammettere alla discussione in Assemblea Capitolina tre emendamenti al Piano di Utilizzazione degli Arenili (P.U.A.) perché “non attinenti” al Piano, merita una riflessione pubblica. È lo stile LabUr.
Un P.U.A. che l’Amministrazione definisce “sistemico”
La Relazione Tecnica d’Ufficio (Prot. QF/2026/0014156 del 7 maggio 2026) non presenta il P.U.A. come un mero atto di gestione delle concessioni. Al contrario, il documento descrive il Piano come uno strumento destinato a produrre rilevanti effetti territoriali, funzionali e concessori. La stessa Relazione richiama esplicitamente:
- Il coordinamento con il PUMS;
- Il progetto Parco del Mare;
- Le ripercussioni sul sistema infrastrutturale;
- La coerenza con le trasformazioni in corso sul litorale;
- L’introduzione di assetti organizzativi tramite UMI e ACM.
Non è un semplice regolamento, ma uno strumento che l’Amministrazione definisce come parte di una strategia di trasformazione del waterfront romano.
Lo abbiamo spiegato dettagliatamente in questo articolo (LINK).
Gli emendamenti esclusi
In questo quadro, LabUr aveva predisposto tre emendamenti, fatti propri e poi presentati dal consigliere capitolino Yuri Trombetti, durante la Commissione congiunta Patrimonio e Urbanistica, che riguardavano:
1. Mobilità e accessibilità (Capocotta/Castelporziano): la Relazione richiama il PUMS, ma non analizza i flussi stagionali nelle aree più fragili. L’emendamento mirava a colmare questa lacuna.
2. Approfondimenti tecnico-trasportistici: poiché la Relazione stessa cita la necessità di valutare la “capacità di carico” del sistema infrastrutturale, l’emendamento chiedeva di rendere esplicita tale valutazione.
3. Sostenibilità del transitorio: il PUA introduce nuove regole in una fase in cui la verifica della legittimità edilizia è ancora in corso. L’emendamento chiedeva di affrontare gli effetti amministrativi, patrimoniali e i rischi di contenzioso di questa fase.
La decisione di escludere gli emendamenti appare ancora più arbitraria se si considera che la loro pertinenza non era mai stata messa in dubbio durante la Commissione congiunta Patrimonio e Urbanistica. In quella sede, alla presenza dello stesso Mazzei, le questioni erano state esposte dettagliatamente, ricevendo anzi un rilievo che non aveva suscitato alcuna censura. È singolare, e politicamente eloquente, che un dirigente trovi l’improcedibilità di un emendamento solo dopo che questo è stato formalizzato, quando avrebbe avuto il dovere istituzionale di sollevare ogni obiezione in sede di dibattito pubblico.
Ma se parte della burocrazia si trincera dietro la ‘non attinenza’, l’altra preferisce il disprezzo. È emblematico che, di fronte a un confronto serio sul futuro del litorale, ci sia stato chi addirittura si è espresso con un eloquente quanto volgare ‘che rottura de cojoni’ senza essere stigmatizzato.
Se c’è qualcosa che andrebbe emendato – anzi, rimosso – dal dibattito pubblico, è proprio questa incapacità di gestire il confronto, preferendo il fastidio alla discussione di merito.
La questione aperta: chi decide cosa è democratico?
Il punto non è la condivisione del merito, ma la procedura. Se il P.U.A. richiama infrastrutture, mobilità e trasformazioni territoriali, per quale motivo emendamenti che riguardano proprio tali aspetti vengono considerati “non attinenti”?
La motivazione dell’Amministrazione appare più un esercizio di contorsionismo burocratico che un parere tecnico. Il rischio è che il P.U.A. finisca per ridisegnare il litorale senza affrontare compiutamente gli effetti concreti che tale assetto produrrà sul territorio.
Squalificare come “non attinenti” emendamenti che toccano il cuore della sostenibilità non è una manovra tecnica, ma un atto di esclusione politica. Si vuole consegnare al Litorale un Piano “blindato”, privo di correttivi, che lasci intatte le discrezionalità e le opacità del transitorio.
Chi teme il dibattito pubblico su mobilità e sostenibilità non sta gestendo un piano di valorizzazione, ma sta difendendo un protocollo di potere che non ammette correzioni. Più un Piano è ambizioso e trasformativo, maggiore dovrebbe essere lo spazio riservato alla discussione delle sue criticità.
Chi decide quali effetti del PUA possano essere discussi e quali, invece, debbano rimanere fuori dal dibattito pubblico?
È una domanda che riguarda il significato stesso della partecipazione e del confronto democratico.
[LINK AL DOCUMENTO COMPLETO CON I 3 EMENDAMENTI PROPOSTI]
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