Scena surreale durante il Consiglio Straordinario del Municipio X sui VVF di Ostia: il Presidente Falconi minaccia querele, parla di telefonate agli amici, si improvvisa tecnico, sbagliando anche le competenze dei VVF in Pineta, ma non c’è un solo atto amministrativo o risposta alle domande poste.
A Ostia è rimasto tutto. Tranne lo Stato. Il Comune occupa le competenze statali e il soccorso pubblico si decide a colpi di telefonate. Dopo il crollo della caserma dei Vigili del Fuoco, il Consiglio straordinario del Municipio X avrebbe dovuto riportare al centro legalità, competenze e pianificazione. Ne è uscita invece l’immagine di un territorio dove si annunciano sedi senza atti, si propongono immobili senza verificarne la compatibilità urbanistica e si affrontano funzioni dello Stato come fossero una questione di relazioni personali. È questa la fotografia più preoccupante di Ostia: non manca solo una caserma, manca proprio lo Stato. E quando lo Stato arretra, qualcun altro occupa il vuoto. A volte è la criminalità organizzata. Altre volte è una politica che finisce per invadere competenze che non le appartengono, trasformando materie statali in terreno di propaganda amministrativa per coprire il vuoto pneumatico amministrativo.
Il Consiglio straordinario municipale tenutosi questa mattina, dedicato alla crisi del distaccamento dei Vigili del Fuoco, lo ha dimostrato con chiarezza. A quasi due mesi dal crollo della caserma di via Celli non si è parlato di un accordo istituzionale tra Ministero dell’Interno, Agenzia del Demanio, Ministero dell’Economia e Roma Capitale. Non si è parlato di procedure, di atti amministrativi o di verifiche tecniche. Si è parlato, invece, di telefonate, disponibilità informali e ipotesi annunciate come se bastassero a risolvere un problema che riguarda la sicurezza pubblica.
Il soccorso dello Stato non nasce da una stretta di mano.
Colpisce, in particolare, che un Municipio si spinga a indicare soluzioni come se potesse parlare a nome del Ministero dell’Interno o della Guardia di Finanza. Tra le ipotesi emerse vi è quella del complesso di via Croviana, presentato come possibile sede dei Vigili del Fuoco. Eppure si tratta di un centro sportivo della Guardia di Finanza, nato abusivamente e nel 2025 acquisito a demanio per 110 milioni, la cui eventuale destinazione a caserma richiederebbe un articolato percorso amministrativo e patrimoniale tra amministrazioni dello Stato, non certo un annuncio politico.
Ancora più sorprendente è che nessuno dell’amministrazione sembri essersi chiesto se da quella struttura i mezzi di soccorso riuscirebbero realmente a uscire in tempi utili.
L’area infatti è inserita in un contesto urbanistico caratterizzato da una rete viaria complessa, con numerose strade private e criticità che meritano una preventiva verifica tecnica. Spostare un presidio strategico senza prima valutare accessibilità, tempi di percorrenza e conformità della viabilità significa ignorare il principio fondamentale del soccorso pubblico: arrivare rapidamente dove c’è bisogno.
Lo stesso errore di metodo era già emerso quando si ipotizzava il transito di mezzi dei Vigili del Fuoco da 18-20 tonnellate sul Viadotto della Scafa, nonostante il limite di portata allora vigente fosse di appena 3,5 tonnellate. Anche in quel caso la realtà tecnica sembrava rincorrere gli annunci.
Ma la questione va ben oltre i Vigili del Fuoco.
Da anni Roma Capitale interviene su ambiti nei quali le competenze dello Stato dovrebbero essere centrali: il demanio marittimo, la pianificazione di aree sottoposte a discipline speciali, la gestione di beni pubblici strategici e, più in generale, l’organizzazione di funzioni che richiedono il coordinamento delle amministrazioni statali.
Nel frattempo si investono miliardi di euro, anche attraverso fondi europei, in opere che alimentano il dibattito sulla loro coerenza con il Piano Regolatore Generale. Eppure quello stesso Piano individua con precisione le aree destinate alle attrezzature pubbliche strategiche: ospedali, sedi della pubblica sicurezza e caserme dei Vigili del Fuoco. La pianificazione esiste. È ignorarla che produce emergenze.
Ancora più singolare è assistere a proposte che riguardano immobili come gli alloggi dell’ex Litus, rispetto ai quali occorre verificare attentamente la compatibilità con la destinazione urbanistica prevista dal PRG prima di ipotizzare l’insediamento di una caserma dei Vigili del Fuoco. Le emergenze non possono giustificare scorciatoie amministrative.
Il paradosso è tutto qui. Si parla continuamente di legalità. Ma quando occorre rispettare competenze, procedure, pianificazione urbanistica e patrimonio dello Stato, tutto sembra diventare negoziabile.
Ad Ostia è rimasto il mare, gli annunci, le conferenze stampa, la propaganda. Ma se una Capitale europea arriva a discutere il futuro del soccorso pubblico senza atti, senza pianificazione e senza il pieno coinvolgimento delle amministrazioni competenti, allora il problema non è soltanto dove collocare una caserma. Il problema è molto più grande. Perché a Ostia, oggi, sembra essere rimasto tutto. Tranne lo Stato.