CHI SA VEDE ️ – BALNEARI: REGOLE CAMBIATE A PARTITA IN CORSO – PILLOLE DI URBANISTICA #14

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251230_144602_0000Senza certezze del diritto non c’è interesse pubblico, ma solo contenziosi che finiscono per gravare su tutti.

 

Molti gestori di stabilimenti balneari hanno contratto mutui e prestiti per investimenti strutturali, operando all’interno di un quadro normativo che per decenni ha riconosciuto continuità, trasferibilità e valore economico alle concessioni. Su quella base sono stati stipulati contratti, valutati asset, concessi finanziamenti.

L’applicazione della Direttiva Bolkestein incide oggi su quella continuità, mettendo a rischio il valore delle aziende e la capacità di ripagare debiti contratti in buona fede. Non si tratta di difendere una categoria, ma di interrogarsi su un principio generale: cosa accade quando lo Stato cambia le regole a partita in corso senza assumersi il costo delle proprie scelte?

Se il valore economico viene azzerato, ma gli obblighi restano intatti, il rischio non è più d’impresa: diventa un rischio imposto dall’alto. Questo produce incertezza giuridica, moltiplica i contenziosi e scarica sulla collettività il prezzo di decisioni pubbliche non governate.

IMG-20251230-WA0001Uno Stato credibile non è quello che cambia le regole velocemente, ma quello che garantisce regole certe, giuste e coerenti, perché senza certezza del diritto non c’è concorrenza, non c’è pianificazione, non c’è interesse pubblico.

Ci sono solo conflitti legali che, alla fine, paghiamo tutti.

 

#Bolkestein #balneari #MunicipioX #ostia #marediroma

 

(L’immagine per intero è presa da Mondo Balneare)

Pubblicato in Chi sa vede, Pillole di urbanistica | Lascia un commento

METRO C – SCAVIAMO COME UN IMPERO PROGETTIAMO COME UNA CITTÀ PROVVISORIA

Screenshot_2025-12-29-23-53-34-21_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274La Metro C al Colosseo: quando l’ingegneria diventa alibi e la città smette di educare e mostra la sua ignoranza in purezza. 

L’apertura della fermata Colosseo–Fori Imperiali della Metro C di Roma è stata celebrata come un trionfo: un capolavoro ingegneristico scavato sotto uno dei luoghi più complessi del pianeta, la dimostrazione che anche Roma può finalmente coniugare mobilità contemporanea e patrimonio antico. Ma se la si osserva non come opera tecnica isolata, bensì come dispositivo urbano e politico, questa stazione pone una domanda che non può più essere evitata: un’infrastruttura è un successo perché è difficile, o perché migliora davvero la città e la vita di chi la abita?

Il primo nodo riguarda la selezione della storia resa visibile. Gli scavi hanno attraversato una stratificazione urbana complessa: età romana, tardoantica, medievale, moderna, contemporanea. Eppure ciò che viene mostrato è quasi esclusivamente Roma imperiale. Non perché il resto non esista, ma perché è stato giudicato meno degno di essere visto. Gli altri strati vengono documentati e poi rimossi. La città viene ridotta a una sola epoca, trasformata in icona coerente con una narrazione monumentale e turistica. È una scelta culturale precisa, che produce un danno irreversibile: Roma non viene raccontata come processo urbano, ma come immagine congelata.

Questo non è un problema archeologico, è un problema urbanistico. Cancellare strati significa cancellare conflitti, trasformazioni, vita quotidiana. Significa rinunciare a raccontare una città abitata, attraversata, cambiata nel tempo, per restituire un fondale rassicurante e vendibile.

Il secondo nodo riguarda la funzione territoriale della linea. La Metro C viene presentata come riscatto della periferia est, come collegamento finalmente “democratico” tra centro e margini. In realtà, nella sua configurazione attuale, la linea non costruisce centralità, non genera città lungo il percorso, non produce luoghi di scambio. Convoglia flussi da quartieri e comuni esterni — come Monte Compatri — verso il centro monumentale e li rimanda indietro. È un modello estrattivo: la periferia fornisce corpi in movimento, il centro offre consumo simbolico.

Non è policentrismo. È dipendenza infrastrutturale. La metropolitana non diventa infatti strumento di cittadinanza, ma corridoio di adduzione verso un centro sempre meno vissuto e sempre più messo in scena.

Il terzo nodo è forse il più rivelatore: l’assenza totale di dispositivi di accoglienza e mediazione nella stazione Colosseo–Fori Imperiali. In uno dei luoghi più carichi di significato del mondo non esistono infopoint, biglietterie presidiate, uffici di informazione turistica, personale dedicato all’orientamento e alla spiegazione. La storia viene esposta senza linguaggio, senza contesto, senza responsabilità. Le persone attraversano vetrine musealizzate come fondali muti, ridotte a fotografare ciò che non comprendono.

Qui cade anche l’alibi del turismo. Le città che prendono sul serio i visitatori investono nella mediazione culturale. Roma no. Perché in questo modello il turista non è un ospite, ma un flusso da smaltire; il cittadino, semplicemente, non esiste.

A questo punto emerge la questione che più di tutte viene elusa: il costo.

Se il valore principale di questa operazione è ingegneristico, allora la domanda è inevitabile. È legittimo spendere centinaia di milioni di euro per dimostrare di “saper scavare” sotto il Colosseo, mentre la città rimane incapace di spiegare se stessa? E soprattutto, perché di fronte a costi elevati si invoca il rigore economico per altre infrastrutture — come il ponte sullo Stretto — mentre si accetta senza reale dibattito che il solo prolungamento della Metro C fino a Piazza Venezia possa arrivare a costare circa 1 miliardo di euro, all’interno di un investimento complessivo che porterà il costo finale dell’intera linea fino a piazzale Clodio intorno ai 10 miliardi di euro?
La domanda non è ideologica. È urbanistica e politica: qual è il costo sopportabile per un’infrastruttura concepita in questo modo?

Quanto siamo disposti a spendere per un’opera che non costruisce cittadinanza, non educa, non redistribuisce potere urbano, ma rafforza una città-scenografia fondata su flussi, monumentalizzazione e consumo?

Il problema non è la tecnica. Il problema è che la tecnica viene usata come alibi per non discutere il progetto di città. L’ingegneria diventa una foglia di fico che copre l’assenza di una visione sociale, culturale e democratica dello spazio urbano.
E mentre nei sotterranei si realizzano opere faraoniche, scavate con tecnologie d’avanguardia e costi da capitale globale, in superficie, su via dei Fori Imperiali, la città viene trattata con una leggerezza imbarazzante. Vernice delebile, piste ciclabili improvvisate, utilizzate durante la pedonalizzazione come pura scenografia: comparse scampanellanti in un teatrino romano della mobilità, più utile a produrre immagini che a costruire diritti.

Il paradosso finale è tutto qui: Roma scava come una capitale imperiale, ma dipinge come una città provvisoria.

Sotto terra, miliardi. In superficie, vernice e scambi quali “Ma che c’è scritto che non vedo, Giulio Cesare da che?” “Boh, me pare da Norcia”.

Sipario.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

CHI SA, VEDE – LE FALSE MEDIAZIONI SUL PORTO DI FIUMICINO – PILLOLE DI URBANISTICA #13

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251229_185858_0000 Abbiamo letto la lettera firmata “Alberto F.” (LINK) su fiumicino on line sul progetto del Porto crocieristico a Fiumicino e vogliamo offrire una replica, perché il testo è un fulgido esempio del c.d. “cavallo di troia”: apparire ‘ragionevole’ ma in realtà spostando il dibattito in modo fuorviante.

Primo: parlare di “porto turistico” per un’infrastruttura destinata a grandi navi da crociera non è un dettaglio lessicale. Un porto turistico (diportistico) e un porto crocieristico non hanno la stessa scala, gli stessi impatti, la stessa logistica, né le stesse conseguenze sul territorio. Cambiare nome al progetto significa renderlo più digeribile senza affrontarne la sostanza.

Secondo: l’argomento del “degrado” dell’area del faro introduce una scorciatoia emotiva che chi si occupa di attivismo conosce bene: se un luogo è in abbandono, qualunque trasformazione viene presentata come “valorizzazione”. Ma riqualificare può voler dire molte cose, non tutte compatibili con tutela ambientale, paesaggio, accessibilità pubblica e qualità della vita. La domanda corretta non è “meglio di niente”, ma “quale modello di sviluppo, per chi, con quali garanzie pubbliche’.

Terzo: la proposta di ‘spiegare’ le crociere “al largo come le petroliere” non è una soluzione semplice come appare. L’obiettivo si configura come un cavallo di Troia. Le petroliere utilizzano sistemi dedicati e procedure specifiche. Le crociere trasportano migliaia di persone e richiedono controlli, sicurezza, soccorso, gestione sanitaria, rifiuti, approvvigionamenti e una complessa logistica a terra. Un attracco offshore significherebbe, nella pratica, navette/tender, più traffico marittimo minuto, maggiore vulnerabilità a mare e meteo, e impatti spostati e spesso moltiplicati, non eliminati.

Quindi, si è passati dal discutere “se” questo modello sia compatibile col territorio al discutere “come” realizzarlo. Un vero e proprio ribaltamento del piano di confronto: non più valutazione strategica e ambientale, ma soluzione tecnica di un’opera data per inevitabile.

Infine, su temi così delicati e con interessi economici rilevanti, anche la scelta di firmarsi con iniziale merita una valutazione: la trasparenza aiuta il confronto serio quanto i dati. Perché questa lettera sembra costruita a tavolino, un vero e proprio lancio di boa nelle esercitazioni di “uomo a mare”, una falsa mediazione che normalizza il progetto senza affrontarne gli impatti. Un confronto serio parte da documenti, numeri, alternative e responsabilità, non da cornici rassicuranti.

__________

Per chi vuole approfondire, qui di seguito offriamo “pillole di urbanistica” come bussola urbana, per non farsi venire i mal di testa quando si leggono queste lettere .

1. “È in programma un porto per navi da crociera…”
Vero. Peccato che non sia un’idea astratta, ma un’opera con dimensioni, impatti, concessioni, accessi a terra, dragaggi, sicurezza, viabilità, servizi importanti. Parlare in generale “porto” senza entrare nel perimetro reale è il primo modo per rendere l’opera accettabile per suggestione.

2. “Un progetto che suscita proteste… impatto ambientale e paesaggistico”
Il misterioso Alberto F. sembra riconoscere il problema, ma lo usa solo come “premessa” per riformulare il dibattito. È un classico schema: concedere la preoccupazione, poi spostare l’asse su un terreno che è più favorevole a chi scrive o a chi comanda.

3. “Va detto che un ‘porto turistico’ potrebbe essere un’opportunità positiva…”
Questa è la frase più grave: il “porto crocieristico” diventa “porto turistico”. Non sono sinonimi! Un porto turistico (diportistico) e un porto per grandi navi da crociera non hanno stessa scala, stessi impatti, stessa logistica, stessi flussi, stessi rischi. È una sostituzione lessicale che serve a rendere più ‘caruccetto’ ciò che ‘caruccetto’ non è.

4. “L’area del vecchio faro è degradata… va valorizzata”.
Qui entra il solito frame emotivo “degrado/abbandono/vuoto/tristezza/lacrime”, che in Italia è spesso la leva per far passare trasformazioni indigeste: il refrain è ‘qualunque intervento è meglio di niente, soprattutto del “degrado”‘.
La vera domanda dovrebbe essere un’altra: valorizzare come? E poi, con quale modello, per chi, con quali garanzie pubbliche? Riqualificazione non è sinonimo di privatizzazione né di crociere.

5. “Diverso è il discorso per le grandi navi… ‘mostri galleggianti'”.
Sembra una critica, ma in realtà ha un obiettivo politico preciso: separare “porto sì” da “crociere forse no”, aprendo alla mediazione che salva l’impianto dell’opera isolando chi contesta il modello.

6. “Far attraccare al largo come le petroliere.
Qui c’è venuto da sorridere. Si ospitano lettere di persone non tecniche che fanno proposte però iper-tecniche complesse quanto problematiche.
Le petroliere al largo infatti usano sistemi dedicati (boe monormeggio/SPM, condotte, regole e procedure specifiche). Il fantomatico signor Alberto F. pensa che siano in un “parcheggio in mare”. Per altro, ‘parcheggiare’ le navi da crociera al largo non elimina gli impatti: li sposta e spesso li moltiplica (moto ondoso, disturbo, logistica più lunga, consumi, emergenze ecc.).

Dunque, un uomo sedicente semplice prospetta una soluzione semplice che è in realtà una scorciatoia retorica che serve soprattutto a spostare il dibattito dal “se” al “come”.

7. “Non sono un tecnico… lancio un’idea per aprire un confronto serio”.
Classica tecnica del paracadute: se la proposta viene confutata, risponderà “non sono un tecnico”. Se fa breccia ottiene l’effetto desiderato: normalizzare l’opera e far passare l’idea che “i cittadini chiedono solo soluzioni”. È il classico uso politico della “tecnicalità” per depoliticizzare.

8. Firma “Alberto F.”
Su un tema con forti interessi economici, intervenire con firma parziale permette di orientare il dibattito senza assumersi alcuna responsabilità. Un giornale può pubblicare anche lettere così, per carità, ma dovrebbe almeno essere consapevole dell’effetto. L’obiettivo del giornale era quello di abbassare trasparenza e verificabilità?

#LabUr #portocrocieristicofiumicino #LitoraleRomano #Fiumicino #Ostia #idroscalodiostia #MunicipioX

Pubblicato in Chi sa vede, Pillole di urbanistica | Lascia un commento

NATALE A CASA DRAGONCELLO: CRONACA DI UN TRASFERIMENTO ANNUNCIATO E DI UN CONFLITTO SOCIALE IRRISOLTO

Screenshot_2025-12-22-17-07-01-03_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274 Oggi otto famiglie provenienti dal cosiddetto Lotto G delle case Armellini a Nuova Ostia sono state trasferite nel quartiere di Dragoncello, mentre altre due verranno ricollocate in alloggi situati a Ostia. Un passaggio che segna una nuova tappa di una vicenda complessa, annunciata già nei mesi scorsi e tutt’altro che conclusa.

Il contesto: il caso delle case Armellini
Alla fine di ottobre era emerso che Roma Capitale, rinunciando all’acquisto delle fatiscenti case Armellini di Nuova Ostia, aveva avviato un piano di trasferimento di circa 100 famiglie, motivato da gravi problemi strutturali degli edifici. Il programma prevedeva una prima tranche di 29 nuclei familiari, da trasferire a Dragoncello in alloggi ex INPS ristrutturati, mentre per le restanti famiglie la destinazione sarebbe stata definita all’interno di un piano complessivo da completare entro il 2026. Il tutto sullo sfondo di contenziosi aperti, proteste degli inquilini e un clima di forte tensione sociale.

Traslochi sotto Natale
Il fatto che i primi di questi trasferimenti avvengano a ridosso delle festività natalizie rende inevitabile il parallelismo con la commedia Natale in casa Cupiello. Anche qui, tra annunci ufficiali e realtà quotidiana, il contrasto tra retorica e disagio appare evidente.
Secondo le critiche emerse, l’assessore alle politiche abitative Tobia Zevi viene descritto come protagonista di una gestione improntata più al presenzialismo mediatico che alla risoluzione concreta dei problemi, mentre le famiglie coinvolte vivono una condizione di incertezza, divisione e sofferenza. In questa fase finale di mandato, i conflitti latenti sembrano emergere con maggiore forza.

La protesta di Dragoncello
Nel frattempo, a Dragoncello cresce la protesta dei residenti contro l’ulteriore recente acquisto da parte del Comune di Roma di alloggi ex Enasarco destinati anch’essi all’edilizia residenziale pubblica. I cittadini chiariscono di non mettere in discussione il diritto alla casa, ma denunciano l’assenza di confronto preventivo, temendo problemi di gestione, conflitti condominiali e un ulteriore aggravamento delle fragilità di un quartiere già complesso. Da qui la richiesta di un dialogo diretto con il Sindaco, accusato di privilegiare solo la comunicazione sui social, come un tiktoker qualunque.

La “mixité sociale” tra teoria e realtà
Il conflitto non è nuovo. Già a marzo scorso era emerso con il piano del Comune per l’acquisto di alloggi INPS ed Enasarco, finalizzato a contrastare le occupazioni abusive e promuovere la cosiddetta “mixité sociale”: un principio urbanistico che mira a superare i quartieri-ghetto attraverso la distribuzione delle famiglie in contesti socialmente misti.
Secondo questa impostazione, la concentrazione di famiglie povere genera emarginazione (il cosiddetto effetto concentrazione), mentre la redistribuzione favorirebbe inclusione e opportunità. Da qui l’inserimento dell’operazione nel Programma nazionale per la qualità dell’abitare, pensato per demolire o rifunzionalizzare i ghetti e trasformare la mixité sociale in una politica urbana strutturata.

Un equilibrio ancora lontano
Resta però una domanda centrale: funziona davvero? A Dragoncello, dove sono previsti alloggi soprattutto tra via Vincenzo Petra e via di Dragoncello, la presenza di immobili murati e segnali di degrado indica un contesto già fragile. Senza adeguate garanzie su sicurezza, gestione e servizi, l’operazione rischia di accentuare le criticità esistenti anziché risolverle.

Tra mondo ideale e realtà
Ciò che emerge con chiarezza è il contrasto tra il mondo ideale raccontato dalla politica e la dura realtà sociale dei territori coinvolti. Il rischio è che il ghetto resti ghetto e che quartieri già in difficoltà vengano ulteriormente ghettizzati.
A suggellare simbolicamente questa vicenda, torna alla mente un passaggio della celebre commedia di Eduardo De Filippo, adattato ai giorni nostri e a un territorio in sofferenza:
«Cara Ostia, tanti auguri per il Santo Natale.Ti prometto che sarò sempre buono e rispettoso.Questo ti dissi l’anno passato e questo ti dico anche adesso».
Un augurio che, almeno per ora, resta sospeso tra promessa e disillusione.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #12

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251222_150718_0000 L’Assessore alla Mobilità: Monopattini e biciclette stop alla sosta selvaggia ecco gli stalli comunali in nome di “ordine, maggior decoro e sicurezza”. Sembra più una strategia di contenimento del disordine che una politica di mobilità come servizio.

Stalli per bici e monopattini: bene, ma non basta. Disegnare stalli per bici e monopattini in sharing è una buona notizia per Roma. Significa riconoscere una cosa semplice ma fondamentale:
se un mezzo è legittimo nello spazio pubblico, deve avere uno spazio pubblico dedicato.

Il problema del parcheggio selvaggio è reale: marciapiedi occupati, disagi per pedoni, anziani, persone con disabilità.
Intervenire era necessario, ma attenzione gli stalli sono solo un pezzo del puzzle.

Se il bikesharing e la micromobilità vengono trattati solo come un problema di ordine e decoro, qualcosa non va: questi mezzi non sono nati per “essere parcheggiati bene”, ma per ridurre l’uso dell’auto nell’ultimo miglio, per rendere quindi la città più accessibile.

Il rischio è dunque fare ordine ma non mobilità.

Perché se:

si disegnano stalli
si aumentano le multe
le auto continuano a correre
le Zone 30 restano rare o simboliche

allora il conflitto nello spazio pubblico non diminuisce. Si sposta soltanto.

La vera domanda non è dove parcheggiano bici e monopattini, ma che ruolo vogliamo dare alla micromobilità nella città:

❓Trasporto?
❓Alternativa all’auto?
❓Estensione del TPL?
❓ Qualcosa da “tenere in ordine”?

Le città in cui il bikesharing funziona davvero fanno tre cose insieme:

1️⃣ Stalli
2️⃣ Zone 30 diffuse
3️⃣ Narrazione chiara: questa è mobilità, non intralcio.

Roma invece parte dal punto 1 senza 2 e 3.

L’urbanistica non è solo disegnare a terra,
è decidere chi conta di più nello spazio pubblico. Gli stalli sono una buona soluzione, ma da soli non sono una politica urbana.

#stalli #mobilitàsostenibile #roma #bikesharing #monopattini

Pubblicato in Chi sa vede, Pillole di urbanistica | Lascia un commento

CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #11

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251221_113131_0000 Contare nom basta. Senza diritti, è solo controllo.

Il 26 gennaio 2026 prende l’avvio la rilevazione delle persone senza dimora, promossa da ISTAT insieme a fio.PSD. Un censimento però non è una politica pubblica. Contare, senza assumersi responsabilità, non è un’attività neutra. È una scelta politica precisa: fermarsi alla conoscenza senza trasformarla in obbligo.

In questi anni abbiamo visto troppe volte come funziona: i dati arrivano, ma le politiche restano le stesse. Emergenze al posto di soluzioni. Progetti al posto di diritti. Masoprattutto, decoro al posto di giustizia urbana.

L’espressione “decoro urbano” è diventata la parola chiave per non dire assolutamente niente. Non dice “casa”, dice “ordine”. Non dice “povertà strutturale”, dice “degrado”. Non dice “responsabilità pubblica”, dice “comportamenti da correggere”. Dentro orrenda espressione, la persona senza dimora smette di essere cittadina e diventa solo un corpo fuori posto, un problema da spostare, non una vita da sostenere.

Usare i dati del censimento per rafforzare politiche di decoro (ordinanze, allontanamenti, spostamenti forzati) significa tradire il senso stesso della rilevazione.
Quando nel dibattito pubblico invece ci si concentra sul termine decoro siate certi che il problema povertà non sarà risolto. Anzi, lo si renderà un problema intermittente, invisibile, mobile allontanandolo dallo sguardo, ma non dalla città.

I dati hanno valore solo se producono:

politiche abitative strutturali
investimenti stabili e continuativi
responsabilità chiare tra Stato, Regioni e Comuni
superamento definitivo della logica emergenziale

Altrimenti, il censimento resta una fotografia utile a chi governa il fastidio, non a chi vuole ridurre la disuguaglianza.

La città non ha bisogno di più decoro.
Ha bisogno di meno ipocrisia e più diritti.

#TuttiContano #AscanioCelestini #Istat #fiopsd #roma

Pubblicato in Chi sa vede, Pillole di urbanistica | Lascia un commento

CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #10

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251219_181058_0000Abitare, città e conflitto politico: Ostia e il nodo Housing First. All’ex Colonia Vittorio Emanuele la fragilità è visibile. L’inclusione, molto meno.

Ad Ostia, nell’ex Colonia Vittorio Emanuele sul lungomare Toscanelli, è in corso il progetto “Un tetto con cura”, intervento di housing temporaneo promosso da Roma Capitale per il contrasto alla grave marginalità abitativa.

È un passo avanti rispetto ai modelli puramente emergenziali, ma dal punto di vista urbanistico solleva una questione ben più ampia: non è importante solo come si accoglie, ma dove e con quale modello di città.
La localizzazione non è mai neutra e l’ex Colonia Vittorio Emanuele III non è un luogo qualunque del Municipio X. Potremmo definirla la porta urbana per Nuova Ostia, con affaccio sul lungomare, soglia tra quartieri residenziali molto diversi, spazio pubblico e (teorici) flussi turistici.

Collocarvi una struttura di accoglienza significa attribuire a questo luogo una funzione urbana specializzata, che rischia di produrre:

concentrazione della fragilit
esposizione sociale più che integrazione
marcatura spaziale del disagio

Non tutti gli edifici sono equivalenti e non tutti sono adatti a sostenere processi di inclusione.

“Un tetto con cura” propone il c.d. abitare mediato:

permanenze temporanee
presenza continuativa di operatori
servizi concentrati nello stesso edificio

un modello che migliora le condizioni materiali rispetto ai dormitori, ma che mantiene una distanza dal sistema abitativo ordinario.
In un luogo simbolico come l’ex Colonia, questa distanza diventa anche distanza urbana.

️ HOUSING FIRST: UN MODELLO TESTATO E NON IDEOLOGICO

Housing First nasce negli Stati Uniti negli anni ’90, con l’esperienza di Pathways to Housing a New York. Non come slogan, ma come sperimentazione monitorata, supportata da dati scientifici, studi longitudinali e valutazioni comparative.
La letteratura internazionale mostra i seguenti risultati:

✅ maggiore stabilità abitativa nel tempo
✅ migliori esiti di salute e autonomia
✅ riduzione dei costi pubblici indiretti

Dal punto di vista urbanistico, Housing First lavora, rispetto a “un tetto con cura” in modo proprio opposto:

✅ alloggi ordinari
✅ dispersione nel tessuto urbano
✅ assenza di luoghi dedicati e riconoscibili

Dunque, meno eccezione e più normalità.

Nonostante i dati consolidati, la destra continua ad opporsi a questo modello e la sinistra non ha il coraggio di replicarlo. Il motivo non è tecnico, è politico e spaziale.

️ Housing First pone la casa come diritto non condizionato. Gli obiettivi dichiarato sono: ridurre il controllo istituzionale diretto, rendere la marginalità meno visibile ma più integrata e infine rompere la logica della separazione spaziale.
È un modello che chiede alla città di integrare, non di confinare. E questo mette in crisi una visione dell’ordine urbano fondata su controllo, zonizzazione implicita e distinzione tra chi “merita” e chi no. Housing First, interviene sul sistema urbano perché redistribuisce l’abitare, riduce le esternalità sociali, tratta la fragilità come parte della città, non come eccezione.

Progetti come “Un tetto con cura” rispondono invece ad un’urgenza reale, ma se restano temporanei, concentrati e localizzati in luoghi, per altro storicamente, simbolici, rischiano di produrre nuove forme di marginalità spaziale, anche quando migliorano le condizioni materiali.

La questione dunque non era se accogliere, ma
come pianificare l’abitare fragile: contenitori disponibili o infrastruttura urbana diffusa? A Roma si è scelta la prima strada.

Housing First non è solo una buona politica sociale – che ha e continua ad avere grandi risultati – ma è soprattutto un cambio di paradigma urbanistico che a Roma non siamo riusciti ad imitare.

#excoloniavittorioemanuele #ostia #MunicipioX #roma #housingfirst #tettoconcura #labur

Pubblicato in Chi sa vede, Pillole di urbanistica | Lascia un commento

CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #9

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251218_142713_0000 ALBERI STRADALI: L’INVESTIMENTO PUBBLICO PIÙ SOTTOVALUTATO

Non esiste miglior uso dei fondi pubblici degli alberi lungo le strade.
Gli alberi proteggono i pedoni, riducono gli incidenti (eh sì), abbassano le temperature, assorbono acqua piovana e inquinanti, migliorano la salute, aumentano il valore delle case e delle attività commerciali.
Un solo albero maturo può raffrescare quanto 10 condizionatori accesi 24 ore su 24.

Gli alberi non sono arredo urbano:
sono infrastruttura climatica e sanitaria.

CONTINUOUS CANOPY: DUE CASI, UNA STESSA DOMANDA

Ostia – Parco del Mare – Municipio X
Il progetto prevede circa 433 palme.
Ma le palme:
❌ non creano ombra efficace
❌ non raffrescano lo spazio urbano
❌ non gestiscono l’acqua piovana
❌ non migliorano il microclima

In un’epoca di ondate di calore sempre più frequenti, questa scelta pone più domande che risposte.

Viale di Castelporziano – Infernetto, Municipio X
Qui, invece, quasi tutti i pini sono stati abbattuti.
Oggi il viale è più caldo, più esposto, più fragile.
E mentre si discute — senza una chiara comunicazione pubblica — su cosa ripiantare, manca un punto fondamentale:

non basta ripiantare ‘qualcosa’.
Serve scegliere alberi adatti alla strada, capaci di creare una chioma continua (continuous canopy), ombra, sicurezza e qualità dello spazio pubblico per i prossimi 50–70 anni.

Due contesti diversi, stesso problema: assenza di una strategia chiara di canopy continuo.

In tutto il mondo si parla di continuous canopy: filari continui di alberi veri, ombreggianti e resilienti, non soluzioni decorative o simboliche. A Roma no e nemmeno viene rispettato l’obbligo di legge di ripiantumazione entro 1 anno dall’abbattimento.

Vogliamo strade “da rendering” o strade che funzionino davvero per chi le vive ogni giorno?

Piantare alberi non è una scelta estetica.
È una scelta di clima, salute pubblica, sicurezza e futuro urbano.

(Nella foto, viale di Castelporziano com’era. Ora il deserto).

#Ostia #ParcoDelMare #Castelporziano #AlberiUrbani #Pini #Palme
#CittàVivibili #Urbanistica #CrisiClimatica #ContinuousCanopy #SpazioPubblico #Infernetto #MunicipioX #SabrinaAlfonsi #roma #verderoma #continuouscanopy #labur

Pubblicato in Chi sa vede, Pillole di urbanistica | Lascia un commento

PORTO CROCIERISTICO DI FIUMICINO: RICHIESTA COMMISSIONE CONGIUNTA AD OSTIA

Screenshot_2025-12-17-15-35-19-46_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274Il Porto crocieristico di Fiumicino è una questione urbanistica di scala metropolitana. Per questo oggi si è tenuto un consiglio straordinario nel Municipio X. La Comunità Foce del Tevere ha chiesto e ottenuto l’impegno del consiglio municipale a convocare una Commissione congiunta Ambiente, Urbanistica e Lavori Pubblici al fine di verificare se sono stati effettuati studi sull’erosione e il rischio idrogeologico su sponda sinistra del Tevere, considerato che non si farà più l’argine maestro ad altezza Tor San Michele.

LabUr darà il proprio supporto tecnico alla Comunità Foce Tevere affinché il dibattito sul porto crocieristico di Fiumicino non sia ridotto ad una mera contrapposizione tra ‘sviluppo’ e tutela ambientale. Sotto il profilo meramente urbanistico, il progetto rivela una questione più profonda: la difficoltà di governare trasformazioni infrastrutturali complesse in assenza di una visione territoriale integrata.

Le critiche avanzate in questi anni hanno evidenziato nodi reali: la trasformazione sostanziale di una concessione nata per un porto turistico, l’uso della variante come strumento di adattamento incrementale, la fragilità paesaggistica e ambientale dell’area di Isola Sacra. Tuttavia, queste criticità non possono essere comprese pienamente se non vengono collocate dentro un quadro più ampio di governance urbana e di pianificazione assente.

Infrastrutture sovrapposte, pianificazione frammentata

Fiumicino rappresenta uno dei casi più evidenti di sovrapposizione infrastrutturale non governata nel contesto romano: aeroporto intercontinentale, foce fluviale, costa fragile, tessuti residenziali recenti e ora un’infrastruttura portuale di scala regionale. Questi elementi vengono affrontati attraverso procedimenti settoriali – VIA, concessioni, pareri – che valutano singole opere, ma non costruiscono un disegno complessivo.

Il Porto crocieristico, in questo senso, non è solo un progetto controverso: è il sintomo di una pianificazione che procede per addizioni successive, inseguendo opportunità economiche (anche eticamente fortemente criticabili) senza chiarire quale assetto urbano e territoriale si intenda costruire alla foce del Tevere.

Idrogeologia, foce e Passo della Sentinella

La questione idraulica e idrogeologica – che comprende gli argini del Tevere, la foce e l’area di Passo della Sentinella – è emblematica di questa ambiguità. Nei procedimenti autorizzativi esistono studi di compatibilità idraulica, ma il dibattito pubblico ha spesso sovrapposto piani diversi: rischio idraulico, demanialità, classificazione come golena, sicurezza territoriale.

Il contributo di LabUr, richiamando una recente sentenza su Passo della Sentinella in cui ha seguito l’ATP, chiarisce un punto essenziale: la qualificazione giuridica di un’area non esaurisce la valutazione urbanistica e territoriale. Un suolo può non essere golenale in senso formale e, allo stesso tempo, far parte di un sistema fragile, esposto a pressioni infrastrutturali, modifiche morfologiche e scenari di rischio legati agli eventi estremi.

In questo contesto, la foce del Tevere va letta non come un margine amministrativo, ma come un’infrastruttura naturale complessa, il cui equilibrio dipende dall’interazione tra fiume, mare, opere a terra e a mare.

La sponda sinistra: Ostia, Idroscalo, Municipio X

Un elemento rimasto spesso sullo sfondo è l’impatto sistemico dell’opera sulla sponda sinistra del Tevere, in particolare su Ostia e sull’Idroscalo. Dal punto di vista fisico, le dinamiche costiere mostrano una deriva litoranea prevalente verso nord: gli effetti diretti sulla dinamica dei sedimenti si manifestano dunque soprattutto lungo il litorale a nord della foce. Tuttavia, questo non esaurisce la questione nella sua complessità.

Le trasformazioni della foce – dragaggi, opere a mare, modifiche dell’assetto portuale – incidono sull’equilibrio morfologico e idraulico complessivo del sistema, con ricadute indirette sulla gestione del rischio, sulla vulnerabilità degli insediamenti e sulla capacità di adattamento ad eventi estremi. Ostia, in particolare l’Idroscalo, sono territori già segnati da fragilità sociali, insediative e infrastrutturali e non sono estranei a questi processi anche se non ne sono il luogo diretto di intervento.

Un unico sistema urbano, ambientale e infrastrutturale

Ostia, Idroscalo e Fiumicino costituiscono di fatto un unico sistema, per almeno tre ragioni.

1. Dal punto di vista ambientale, condividono la stessa foce fluviale e lo stesso sistema costiero: le dinamiche idrauliche, morfologiche e di rischio non si fermano ai confini comunali.

2. Dal punto di vista infrastrutturale, l’aeroporto, le reti viarie, il porto e le connessioni locali generano flussi che attraversano entrambe le sponde, incidendo su mobilità, accessibilità e pressione antropica.

3. Dal punto di vista urbano e sociale, Ostia e Idroscalo rappresentano il fronte residenziale e fragile di un sistema che concentra funzioni economiche strategiche sull’altra sponda, senza un adeguato riequilibrio in termini di servizi, investimenti e qualità urbana.

Trattare questi ambiti come realtà separate significa ignorare la natura reale del territorio e produrre decisioni parziali, incapaci di governare le esternalità anche su sponda sinistra (esternalità idrauliche e di rischio con aumento della vulnerabilità in eventi estremi; esternalità ambientali con inquinamento indiretto; esternalità infrastrutturali e di mobilità con pressione indiretta sulla rete viaria del Municipio X; esternalità urbanistiche e territoriali con rafforzamento della marginalità dell’Idroscalo e nascita della vera “porta turistica di Roma” spostata su sponda destra).

Le criticità delle critiche

Le critiche urbanistiche, solide, fino ad oggi enunciate, sono concentrate sull’iter e sui vizi procedurali, ma non hanno analizzato e costruito ancora scenari credibili e misurabili sul futuro di tutta l’area della foce e di Ostia in particolare. È ora di compiere questo passo affinché il dibattito non rimanga confinato tra ricorsi e pareri, senza affrontare la domanda centrale: che progetto urbano e territoriale si intende costruire alla foce del Tevere.

Una lezione di metodo

Il caso del porto crocieristico di Fiumicino mostra che le grandi opere non possono essere valutate come episodi isolati. Richiedono una visione di scala metropolitana, capace di integrare infrastrutture, ambiente e città. Senza questo salto di scala, il conflitto è destinato a persistere per molti altri anni e a pagarne le conseguenze saranno soprattutto i più fragili.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

OSTIOPOLI, GLI IMPREVISTI STRAPPINI NEL CAMPO LARGO – CAPITOLO 6

Ostiololi_20251216_154154_0000Sul tabellone di Ostiòpoli tira già aria di elezioni. Il count-down per le amministrative è partito, perché per i volponi della politica il 2027 è alle porte. E questo che sta per entrare è l’anno delle grandi scelte. Il “campo largo” prova a rimettere insieme i cocci. Pd e M5S, reduci da anni di governo locale più simili a una sit-com che a un’esperienza amministrativa, avrebbero trovato il loro volto del rinnovamento: Valeria Strappini, presidente Ascom, giovane, sorridente e immagine pulita.

È lei, dicono, la risposta alle stagioni imbarazzanti che hanno segnato Ostia: prima Giuliana Di Pillo, poi Mario Falconi. Due presidenze che ancora oggi fanno sudare freddo i piani alti dei partiti. Falconi, in particolare, è passato alla storia come il presidente della “Camporella”. Una vicenda che vide il suo nome sulla stampa (e non) associato al politico del X fermato in pineta dalla polizia locale, con l’auto in sosta vietata e in dolce compagnia. Da lì in poi, un crescendo. Memorabile quando, durante la conferenza stampa proprio sul Sexgate di Ostia, ammise di aver chiamato personalmente il comandante dei vigili per chiedere se fosse vero che i caschi bianchi avessero fermato… il “Presidente del Municipio”. Gelo in sala. Qualcuno dall’opposizione gli fece notare che il presidente era lui. Mancava solo la risposta: «Allora già so tutto». Roba da Scary Movie 3. Il “Leslie Nielsen di Ostia”. Impacciato ma determinato, recentemente, lo avrebbero visto anche scatenarsi in una festa privata sulle note di “YMCA” e “Sarà perché ti amo”. A confronto, i parenti di Checco Zalone a quel matrimonio con Capareza vocalist sembravano piccoli Roberto Bolle. C’è chi giura che neanche la Signora Coriandoli a Ballando si muoverebbe così male. Lui, felice tra una movenza e un “Se casca il mondo, almeno ci spostiamo”, non rinuncia alla danza con la sua giovane signora di piazza Gasparri.

L’imperativo in ambiente Pd è solo uno: voltare pagina.

Se Atene piange, Sparta non ride.

Anche perché i Cinque Stelle di uscite infelici se ne intendono. Indimenticabile il during-Covid della Di Pillo, citando Bergamo: «Volete vedere le bare sulla spiaggia di Ostia quest’estate?». O come quella volta in posa per la foto con Ferrara, Di Giovanni e l’ex assessore Ieva come i Beatles su Abbey Road per celebrare il rifacimento delle strisce pedonali davanti al Municipio. Applausi.

E allora ecco Strappini.

Secondo i rumors avrebbe già incassato l’ok della corrente dem che fa capo ad Emanuela Droghei (almeno così si vanterebbero i suoi rappresentanti sul territorio). Un “sì” sarebbe arrivato anche da una fetta dei pentastellati, quella che guarda a Paolo Ferrara, ex “badante” politico – così come fu ribattezzato allora dalla stampa locale – della Di Pillo. Il nome di Strappini non entusiasma tutti. Da quanto trapela, non convincerebbe Antonino Di Giovanni, fresco coordinatore M5S del X, che starebbe lavorando per una candidatura in proprio nel campo largo. I rapporti tra lui e Ferrara, si sa, non sono mai stati idilliaci. Coltelli sotto il tavolo.

Nel frattempo Strappini sembra aver accantonato i problemi dell’Ascom, che – raccontano – attraverserebbe una crisi identitaria tra uscite di associati storici ed elezioni imminenti. In molti si chiedono come possa rappresentare il commercio una presidente che, di fatto, non è titolare di alcuna attività: l’azienda di famiglia chiusa durante il Covid e anche l’attività di catering sarebbe stata dismessa. Il tempo, invece, lo dedica agli studi: Scienze Politiche. Casualità?

Pare stia frequentando il corso da remoto in un’università telematica. I malpensanti dicono per accelerare i tempi e arrivare puntuale con il titolo alla scadenza elettorale. Curriculum e facciata, almeno, sono salvi.

E gli altri? Non stanno a guardare. Il sottobosco si muove, le pedine avanzano. Ma per loro bisognerà aspettare il prossimo lancio di dadi.

Per ora, Ostiòpoli pesca un’altra carta. Casella: IMPREVISTI.

Certo, che confusione…

“Sarà perché ti amo”.

Pubblicato in Ostiopoli | Lascia un commento