CHI SA, VEDE. “CARBONE BAGNATO PER GUALTIERI. PILLOLE DI URBANISTICA #19

FB_IMG_1767879473255Quando il Sindaco TikToker affoga nel marketing politico.

 

Quattro anni di mandato del Sindaco Roberto Gualtieri al grido di resilienza, adattamento, transizione. Slogan mai tradotti in fatti concreti e reali. La pioggia che sta cadendo in queste ore sulla Capitale lo dimostra meglio di qualunque editoriale.

Una città che si fosse adattata davvero avrebbe potenziato la rete di drenaggio, programmato manutenzione preventiva sistematica, ridotto l’impermeabilizzazione del suolo, realizzato vasche di laminazione e sistemi di drenaggio urbano sostenibile, integrato acqua, verde, strade e sottoservizi in un’unica regia tecnica.

Nulla di tutto questo è stato fatto. Roma affoga negli allagamenti ricorrenti e sempre negli stessi punti: tombini ostruiti, strade che diventano canali, quartieri interi paralizzati per piogge perfettamente prevedibili. Questo non è “climate change estremo”, è semplicemente assenza di governo della città.

La resilienza non si racconta sui social o nei convegni, la si costruisce, la si realizza, cioè si spendono soldi dove non si tagliano nastri, non si fanno rendering, non si fanno post instagrammabili, cioè nel noioso e invisibile sottoterra.

Quindi il carbone è strameritato: le parole sono ‘avanzate’ in ogni senso, i fatti no e continuare a darsi arie europee, quando la gestione è da emergenza permanente, è straniante.

Se il Sindaco la smettesse di invocare il clima per giustificare i disagi, quando invece il clima mette solo a nudo fragilità strutturali preesistenti, sarebbe il primo atto vero di resilienza.

Buona epifania.

 

#RobertoGualtieri #roma #Befana

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CHI SA, VEDE – OSTIA, 40.000€ PUBBLICI PER UN VADEMECUM GIUBILARE – PILLOLE DI URBANISTICA #18

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260105_161402_0000Domani si chiude l’Anno Santo. A Ostia, invece, il Giubileo è rimasto una narrazione: risorse pubbliche della Camera di Commercio di Roma, regia privata, nessuna trasformazione urbana e nessuna responsabilità pubblica.

“Ostia Jubilee of the Sea” è stato presentato a maggio scorso come un progetto strategico per il territorio. Nei fatti, è stata un’operazione di comunicazione, sostenuta da risorse pubbliche, che non ha prodotto alcun cambiamento urbano concreto.
Il progetto ha beneficiato di 40.000€ (quelli che si conoscono) di contributo della Camera di Commercio di Roma, ente pubblico economico, assegnati a Confcommercio Roma.Non si tratta di fondi interni di un’associazione, né di sponsorizzazioni private.Sono risorse pubbliche, erogate tramite atto amministrativo, per un progetto ritenuto di interesse generale.
E con le risorse pubbliche vale una regola semplice: bisogna poter dire cosa è stato fatto, da chi, per chi e con quale beneficio pubblico.L’unica cosa degna di nota è stato il “Vademecum per un nuovo modo di vivere Ostia”, totale 16 pagine che non ha letto nessuno.Quel documento non è uno strumento urbano (anche se lo hanno spacciato come tale), non è un piano, non è un atto di governo del territorio.È una brochure promozionale che racconta Ostia come esperienza: mare, cibo, passeggiata, atmosfera.
Peccato che nel vademecum non c’è:– una mappa urbana,– una scelta spaziale,– un’indicazione operativa,– un impegno verificabile,– un soggetto responsabile.
La città reale sparisce.Quartieri, abitanti, servizi, conflitti, fragilità, disuguaglianze semplicemente rimossi.Ostia non è trattata come una parte di Roma da amministrare, ma come ‘uno sfondo da consumare bene’.
Il Giubileo, che avrebbe richiesto governo dei flussi, gestione straordinaria, responsabilità pubblica, viene ridotto a mera cornice narrativa.Non una riga su carichi urbani, servizi, logistica, priorità. Nulla di nulla, eppure parliamo di #Confcommercio.
Alla prova dei fatti, l’unica presenza giubilare concreta a Ostia è stata una messa sulla spiaggia al Cocunuts, un momento di fede che non si discute, ma che conferma una verità semplice: il Municipio X non è stata pensato, organizzato né governato per il Giubileo.
Ma il punto più serio è un altro, ed è politico.Con fondi pubblici, un soggetto privato ha:– costruito una narrazione territoriale,– parlato a nome della città,– definito cosa è Ostia e come dovrebbe essere vissuta.
Peccato che questo non sia il ruolo del privato, bensì pubblico. Il compito di definire una visione urbana, di governare un evento straordinario, di stabilire priorità e regole, di tenere insieme interesse generale e trasformazioni, spetta al soggetto pubblico: Comune, Municipio, istituzioni. A meno che…quello spazio lasciato vuoto affinché altri lo occupassero aveva ragioni di campagna elettorale: Valeria Strappini è indicata come futura candidata alla Presidenza del Municipio X per il Partito Democratico.È legittimo dunque chiedersi se operazioni come questa non servano anche a costruire consenso e visibilità, più che a costruire la città.
40.000 euro pubblici non sono una cifra enorme (ma sappiamo per certo che non è l’unica), ma non sono nemmeno irrilevanti.Potevano servire a costruire strumenti permanenti, conoscenza utile, capacità amministrativa, eredità.Sono serviti invece a produrre un racconto.
E noi continuiamo a dirlo, anche quando dà fastidio: la rigenerazione urbana non è marketing, la città non è una brochure, il Giubileo non è un pretesto narrativo ma qualcosa di molto più serio che andava rispettato e il privato non può sostituirsi al pubblico senza che nessuno risponda.
Perché quando il pubblico abdica,la città perde. Sempre… e per fortuna che era il Giubileo della Speranza.
#giubileo #ostia #MunicipioX #GiubileodellaSperanza

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CHI SA, VEDE. ERP, IL PROBLEMA NON È COMPRARLE, È GESTIRLE – PILLOLE DI URBANISTICA #17

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260104_102313_0000Comprare è una scelta politica. Gestire è una responsabilità amministrativa.
Grande soddisfazione della Giunta per l’acquisto delle case ex Enasarco: primo rogito firmato, patrimonio pubblico che cresce, “svolta storica” per l’emergenza abitativa. Peccato che in tutti questi anni, l’Assessore al Patrimonio del Comune di Roma, Tobia Zevi, abbia parlato solo di migliorare efficienza e strumenti accessori, ma mai di riformare la governance complessiva della manutenzione e della sostenibilità finanziaria del patrimonio ERP.Quindi la domanda che continua a restare fuori dal racconto ufficiale è: l’operazione include una valutazione puntuale dei costi di gestione nel medio-lungo periodo?
Sotto il profilo della manutenzione ordinaria e straordinaria, delle spese condominiali, degli eventuali oneri consortili, della gestione delle morosità, dei contenziosi prevedibili, l’esperienza del Comune di Roma è tutt’altro che rassicurante. Il patrimonio ERP esistente soffre di assenza di gestione strutturata, accumulo di degrado e ricorso sistematico a spese straordinarie, con effetti diretti sui bilanci pubblici.
Se l’acquisto non è accompagnato da un modello gestionale chiaro, finanziato e verificabile, il rischio (che diventa certezza) è quello di avere più patrimonio sulla carta, più contenziosi e più spesa fuori controllo. Non è una polemica politica sterile, è una questione di responsabilità amministrativa e di finanza pubblica.Ogni scelta strutturale dovrebbe dichiarare non solo quanto costa comprare, ma quanto costerà mantenere, gestire e governare nel tempo. Altrimenti il conto, come sempre, viene presentato dopo ai cittadini. Ancora di più se si moltiplicheranno i condomini misti, dove legittimamente i proprietari temono l’impatto sulle spese condominiali, anche alla luce dell’evoluzione del diritto condominiale.
Se oggi il Comune fatica a garantire la sicurezza strutturale negli immobili ERP già in carico (come a Nuova Ostia, nelle cosiddette case Armellini) e non rende pubblici i modelli gestionali e le coperture finanziarie per quelli nuovi, la domanda, a cui Zevi non risponde mai, resta una sola: con quale modello di gestione verranno governati gli immobili ex Enasarco, per evitare che diventino le nuove Case Armellini di domani?

#TobiaZevi #Erp #caseArmellini #nuovaOstia #Enasarco

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CHI SA, VEDE. ROMA NON È STOCCOLMA MA RISCHIA DI DIVENTARE VENEZIA – PILLOLE DI URBANISTICA #16

Bianco-Nero-Rosa-Minimal-Grunge-Musica-Copertina-Album_20260102_151441_0000-300x300Siamo stati a Stoccolma e abbiamo avuto la prova provata che a Roma il mare è solo un evento stagionale, una linea di conflitto urbano, un set per l’improvvisazione politico/amministrativa. Ostia, il quartiere del “mare di Roma”, non ha un governo urbano.

A Stoccolma abbiamo visto una cosa che a Roma sembra impensabile: l’acqua è trattata come infrastruttura pubblica quotidiana. A Ostia tutt’al più va in onda il folklore buono per selfie di ‘mutannari’ in posa vannacciana al tuffo del primo dell’anno.
A Stoccolma il mare (e il fiume) non sono concessioni né scenografie. Sono spazio pubblico continuo, accessibile, pianificato, progettato, realizzato e usato quotidianamente.Roma invece sta precipitando nel ‘modello Venezia’, un sistema turistico globale dove l’acqua è infrastruttura simbolica e turistica. Bellissima, fragile e spopolata.
Governare il mare (e il fiume) significa decidere chi conta, chi paga, chi beneficia. Per questo la politica romana preferisce rinviare, spettacolarizzare quanto basta e frammentare.
Ostia non ha bisogno di eventi a favore dell’elicottero RAI o di quinta categoria. Ha bisogno di potere pubblico, di regole giuste, di visione urbana, di un progetto che metta al centro chi vive, non chi consuma. Quelli che dicono che “basta amare Ostia” mentono. Le città non funzionano per amore. Funzionano per scelte. Il mare è città e se non lo governi, lo stai cedendo.

PERCHÉ A STOCCOLMA L’ACQUA È INFRASTRUTTURA
1. L’acqua è considerata spazio pubblico primario. Fiumi, canali e mare interno sono pensati come estensione delle strade e delle piazze. Balneazione urbana, passeggiate, attracchi pubblici, parchi sull’acqua non sono “attrazioni”, ma servizi per i cittadini.Il principio è semplice: se è pubblico, deve essere accessibile ogni giorno.
2. Continuità urbana, non frammentazione.Il waterfront non è spezzato in lotti chiusi o funzioni isolate. È continuo, attraversabile, leggibile. E questo riduce conflitti, aumenta sicurezza e rende l’acqua parte dell’uso quotidiano, non un evento stagionale.
3. Mobilità sull’acqua = trasporto pubblico.I battelli urbani fanno parte del sistema di trasporto, come bus e metro. Non sono “crociere” o servizi turistici, ma linee regolari per pendolari. L’acqua collega quartieri, non li separa.
4. Mix funzionale obbligatorio.Sul fronte acqua convivono abitazioni, scuole e servizi, lavoro, spazi pubblici e tempo libero. Questo per evitare la “monocoltura” (solo turismo, solo lusso, solo eventi) e garantire presenze tutto l’anno.
5. Regole forti e fiducia civica.Stoccolma investe sulla qualità ambientale dell’acqua, sulla sua manutenzione costante e su regole chiare di governo. Considera i cittadini utenti attivi e non problemi da contenere. Il bagno urbano non è un’eccezione eroica: è semplicemente normale perché l’acqua è pulita e gestita.
6. Visione climatica.L’acqua è considerata raffrescamento urbano, drenaggio e resilienza climatica.Siamo dunque in presenza di pianificazione ambientale, non solo estetica e/o decoro.
A Stoccolma l’acqua è città.A Roma l’acqua è trattata solo come margine.
#marediroma #RomaCapitale #Stoccolma #LabUr

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CHI SA, VEDE ️ – “Costituzione, città e non detto: il limite della moral suasion di Mattarella”. PILLOLE DI URBANISTICA #15

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260101_170234_0000Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella richiama con forza valori condivisibili: dignità della persona, coesione sociale, pace, rispetto della Costituzione.

È un discorso formalmente ineccepibile, misurato, rassicurante, ma lascia una domanda cruciale aperta: dove si producono oggi, concretamente, le disuguaglianze citate che minano la democrazia?

La crisi democratica non è solo un problema di linguaggio o di clima politico, è una crisi materiale che attraversa lo spazio.
Prendiamo un esempio banale e locale:
– quartieri senza servizi
– periferie isolate
– litorali sacrificati in nome di un “interesse pubblico” opaco
– città iperregolate per alcuni e completamente deregolate per altri.

Qui la moral suasion del Presidente mostra il suo limite: quando le disuguaglianze vengono nominate senza essere localizzate, rischiano di diventare un fatto meramente morale, non politico. La Costituzione non è neutra rispetto allo spazio: l’articolo 3 infatti non parla solo di uguaglianza formale, ma di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona. E quegli ostacoli, oggi, hanno un indirizzo preciso anche in campo urbanistico: stanno nelle scelte urbanistiche, nella pianificazione assente o piegata agli interessi forti, nella trasformazione del diritto alla città in concessione.

Il Presidente Mattarella richiama giustamente più volte alla responsabilità collettiva, ma nelle città italiane la responsabilità non è mai astratta: è nelle delibere, nei piani regolatori, nelle concessioni, nelle deroghe continue che producono contenziosi, esclusione, sfiducia.
Quindi, dire “coesione”, senza dire come lo spazio viene organizzato, significa chiedere unità a territori che vivono condizioni strutturalmente diseguali. Dire “diritti”, senza dire dove vengono negati, significa spostare il conflitto dal piano politico a quello etico.

Dunque c’è un vuoto. Non basta più richiamare la Costituzione se poi lo Stato, anche a livello locale, produce regole incerte, contenziosi permanenti e in campo urbanistico diventa strumento di esclusione invece che di riequilibrio. La democrazia si misura nei luoghi, non solo nei principi. Non è costituzionalmente accettabile una Repubblica che proclama uguaglianza e poi organizza lo spazio in modo diseguale scaricando i costi sui più deboli e privatizzando i benefici.
Un esempio su tutti lo troviamo a Castelporziano, dotazione proprio del Presidente, abbandonata come spazio pubblico ai biechi interessi di una politica corrotta.

Le istituzioni devono tornare a produrre giustizia spaziale, sociale e costituzionale e assumersi le responsabilità dei propri errori, ciò che Mattarella evita accuratamente di dire nei 15 minuti del suo discorso di fine anno. Ricordiamoci che non tutto ciò che è legale è anche giusto, ma soprattutto ricordiamoci che quando la crisi è strutturale, investire sulla continuità e sulla sola stabilizzazione del sistema è un errore.

Mattarella avrebbe potuto segnare una linea rossa, come fecero Pertini e Scalfaro: l’Italia attraversa infatti una fase in cui drammaticamente le disuguaglianze sociali si accentuano e la fiducia nelle istituzioni si indebolisce.
Non tutte le difficoltà derivano da eventi esterni o inevitabili: alcune sono il risultato di scelte, omissioni, ritardi. La coesione invocata da Mattarella deve andare a braccetto con la coerenza.

Quando il linguaggio pubblico scivola verso la semplificazione, quando il conflitto sociale viene ridotto a colpa individuale, quando i diritti diventano concessioni, la democrazia si indebolisce.

#Labur #presidenzadellarepubblica #spiaggiacastelporziano #Costituzione #DirittoAllaCittà #GiustiziaSpaziale #Urbanistica #Democrazia #BeniComuni #SpazioPubblico

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CHI SA VEDE ️ – BALNEARI: REGOLE CAMBIATE A PARTITA IN CORSO – PILLOLE DI URBANISTICA #14

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251230_144602_0000Senza certezze del diritto non c’è interesse pubblico, ma solo contenziosi che finiscono per gravare su tutti.

 

Molti gestori di stabilimenti balneari hanno contratto mutui e prestiti per investimenti strutturali, operando all’interno di un quadro normativo che per decenni ha riconosciuto continuità, trasferibilità e valore economico alle concessioni. Su quella base sono stati stipulati contratti, valutati asset, concessi finanziamenti.

L’applicazione della Direttiva Bolkestein incide oggi su quella continuità, mettendo a rischio il valore delle aziende e la capacità di ripagare debiti contratti in buona fede. Non si tratta di difendere una categoria, ma di interrogarsi su un principio generale: cosa accade quando lo Stato cambia le regole a partita in corso senza assumersi il costo delle proprie scelte?

Se il valore economico viene azzerato, ma gli obblighi restano intatti, il rischio non è più d’impresa: diventa un rischio imposto dall’alto. Questo produce incertezza giuridica, moltiplica i contenziosi e scarica sulla collettività il prezzo di decisioni pubbliche non governate.

IMG-20251230-WA0001Uno Stato credibile non è quello che cambia le regole velocemente, ma quello che garantisce regole certe, giuste e coerenti, perché senza certezza del diritto non c’è concorrenza, non c’è pianificazione, non c’è interesse pubblico.

Ci sono solo conflitti legali che, alla fine, paghiamo tutti.

 

#Bolkestein #balneari #MunicipioX #ostia #marediroma

 

(L’immagine per intero è presa da Mondo Balneare)

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METRO C – SCAVIAMO COME UN IMPERO PROGETTIAMO COME UNA CITTÀ PROVVISORIA

Screenshot_2025-12-29-23-53-34-21_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274La Metro C al Colosseo: quando l’ingegneria diventa alibi e la città smette di educare e mostra la sua ignoranza in purezza. 

L’apertura della fermata Colosseo–Fori Imperiali della Metro C di Roma è stata celebrata come un trionfo: un capolavoro ingegneristico scavato sotto uno dei luoghi più complessi del pianeta, la dimostrazione che anche Roma può finalmente coniugare mobilità contemporanea e patrimonio antico. Ma se la si osserva non come opera tecnica isolata, bensì come dispositivo urbano e politico, questa stazione pone una domanda che non può più essere evitata: un’infrastruttura è un successo perché è difficile, o perché migliora davvero la città e la vita di chi la abita?

Il primo nodo riguarda la selezione della storia resa visibile. Gli scavi hanno attraversato una stratificazione urbana complessa: età romana, tardoantica, medievale, moderna, contemporanea. Eppure ciò che viene mostrato è quasi esclusivamente Roma imperiale. Non perché il resto non esista, ma perché è stato giudicato meno degno di essere visto. Gli altri strati vengono documentati e poi rimossi. La città viene ridotta a una sola epoca, trasformata in icona coerente con una narrazione monumentale e turistica. È una scelta culturale precisa, che produce un danno irreversibile: Roma non viene raccontata come processo urbano, ma come immagine congelata.

Questo non è un problema archeologico, è un problema urbanistico. Cancellare strati significa cancellare conflitti, trasformazioni, vita quotidiana. Significa rinunciare a raccontare una città abitata, attraversata, cambiata nel tempo, per restituire un fondale rassicurante e vendibile.

Il secondo nodo riguarda la funzione territoriale della linea. La Metro C viene presentata come riscatto della periferia est, come collegamento finalmente “democratico” tra centro e margini. In realtà, nella sua configurazione attuale, la linea non costruisce centralità, non genera città lungo il percorso, non produce luoghi di scambio. Convoglia flussi da quartieri e comuni esterni — come Monte Compatri — verso il centro monumentale e li rimanda indietro. È un modello estrattivo: la periferia fornisce corpi in movimento, il centro offre consumo simbolico.

Non è policentrismo. È dipendenza infrastrutturale. La metropolitana non diventa infatti strumento di cittadinanza, ma corridoio di adduzione verso un centro sempre meno vissuto e sempre più messo in scena.

Il terzo nodo è forse il più rivelatore: l’assenza totale di dispositivi di accoglienza e mediazione nella stazione Colosseo–Fori Imperiali. In uno dei luoghi più carichi di significato del mondo non esistono infopoint, biglietterie presidiate, uffici di informazione turistica, personale dedicato all’orientamento e alla spiegazione. La storia viene esposta senza linguaggio, senza contesto, senza responsabilità. Le persone attraversano vetrine musealizzate come fondali muti, ridotte a fotografare ciò che non comprendono.

Qui cade anche l’alibi del turismo. Le città che prendono sul serio i visitatori investono nella mediazione culturale. Roma no. Perché in questo modello il turista non è un ospite, ma un flusso da smaltire; il cittadino, semplicemente, non esiste.

A questo punto emerge la questione che più di tutte viene elusa: il costo.

Se il valore principale di questa operazione è ingegneristico, allora la domanda è inevitabile. È legittimo spendere centinaia di milioni di euro per dimostrare di “saper scavare” sotto il Colosseo, mentre la città rimane incapace di spiegare se stessa? E soprattutto, perché di fronte a costi elevati si invoca il rigore economico per altre infrastrutture — come il ponte sullo Stretto — mentre si accetta senza reale dibattito che il solo prolungamento della Metro C fino a Piazza Venezia possa arrivare a costare circa 1 miliardo di euro, all’interno di un investimento complessivo che porterà il costo finale dell’intera linea fino a piazzale Clodio intorno ai 10 miliardi di euro?
La domanda non è ideologica. È urbanistica e politica: qual è il costo sopportabile per un’infrastruttura concepita in questo modo?

Quanto siamo disposti a spendere per un’opera che non costruisce cittadinanza, non educa, non redistribuisce potere urbano, ma rafforza una città-scenografia fondata su flussi, monumentalizzazione e consumo?

Il problema non è la tecnica. Il problema è che la tecnica viene usata come alibi per non discutere il progetto di città. L’ingegneria diventa una foglia di fico che copre l’assenza di una visione sociale, culturale e democratica dello spazio urbano.
E mentre nei sotterranei si realizzano opere faraoniche, scavate con tecnologie d’avanguardia e costi da capitale globale, in superficie, su via dei Fori Imperiali, la città viene trattata con una leggerezza imbarazzante. Vernice delebile, piste ciclabili improvvisate, utilizzate durante la pedonalizzazione come pura scenografia: comparse scampanellanti in un teatrino romano della mobilità, più utile a produrre immagini che a costruire diritti.

Il paradosso finale è tutto qui: Roma scava come una capitale imperiale, ma dipinge come una città provvisoria.

Sotto terra, miliardi. In superficie, vernice e scambi quali “Ma che c’è scritto che non vedo, Giulio Cesare da che?” “Boh, me pare da Norcia”.

Sipario.

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CHI SA, VEDE – LE FALSE MEDIAZIONI SUL PORTO DI FIUMICINO – PILLOLE DI URBANISTICA #13

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251229_185858_0000 Abbiamo letto la lettera firmata “Alberto F.” (LINK) su fiumicino on line sul progetto del Porto crocieristico a Fiumicino e vogliamo offrire una replica, perché il testo è un fulgido esempio del c.d. “cavallo di troia”: apparire ‘ragionevole’ ma in realtà spostando il dibattito in modo fuorviante.

Primo: parlare di “porto turistico” per un’infrastruttura destinata a grandi navi da crociera non è un dettaglio lessicale. Un porto turistico (diportistico) e un porto crocieristico non hanno la stessa scala, gli stessi impatti, la stessa logistica, né le stesse conseguenze sul territorio. Cambiare nome al progetto significa renderlo più digeribile senza affrontarne la sostanza.

Secondo: l’argomento del “degrado” dell’area del faro introduce una scorciatoia emotiva che chi si occupa di attivismo conosce bene: se un luogo è in abbandono, qualunque trasformazione viene presentata come “valorizzazione”. Ma riqualificare può voler dire molte cose, non tutte compatibili con tutela ambientale, paesaggio, accessibilità pubblica e qualità della vita. La domanda corretta non è “meglio di niente”, ma “quale modello di sviluppo, per chi, con quali garanzie pubbliche’.

Terzo: la proposta di ‘spiegare’ le crociere “al largo come le petroliere” non è una soluzione semplice come appare. L’obiettivo si configura come un cavallo di Troia. Le petroliere utilizzano sistemi dedicati e procedure specifiche. Le crociere trasportano migliaia di persone e richiedono controlli, sicurezza, soccorso, gestione sanitaria, rifiuti, approvvigionamenti e una complessa logistica a terra. Un attracco offshore significherebbe, nella pratica, navette/tender, più traffico marittimo minuto, maggiore vulnerabilità a mare e meteo, e impatti spostati e spesso moltiplicati, non eliminati.

Quindi, si è passati dal discutere “se” questo modello sia compatibile col territorio al discutere “come” realizzarlo. Un vero e proprio ribaltamento del piano di confronto: non più valutazione strategica e ambientale, ma soluzione tecnica di un’opera data per inevitabile.

Infine, su temi così delicati e con interessi economici rilevanti, anche la scelta di firmarsi con iniziale merita una valutazione: la trasparenza aiuta il confronto serio quanto i dati. Perché questa lettera sembra costruita a tavolino, un vero e proprio lancio di boa nelle esercitazioni di “uomo a mare”, una falsa mediazione che normalizza il progetto senza affrontarne gli impatti. Un confronto serio parte da documenti, numeri, alternative e responsabilità, non da cornici rassicuranti.

__________

Per chi vuole approfondire, qui di seguito offriamo “pillole di urbanistica” come bussola urbana, per non farsi venire i mal di testa quando si leggono queste lettere .

1. “È in programma un porto per navi da crociera…”
Vero. Peccato che non sia un’idea astratta, ma un’opera con dimensioni, impatti, concessioni, accessi a terra, dragaggi, sicurezza, viabilità, servizi importanti. Parlare in generale “porto” senza entrare nel perimetro reale è il primo modo per rendere l’opera accettabile per suggestione.

2. “Un progetto che suscita proteste… impatto ambientale e paesaggistico”
Il misterioso Alberto F. sembra riconoscere il problema, ma lo usa solo come “premessa” per riformulare il dibattito. È un classico schema: concedere la preoccupazione, poi spostare l’asse su un terreno che è più favorevole a chi scrive o a chi comanda.

3. “Va detto che un ‘porto turistico’ potrebbe essere un’opportunità positiva…”
Questa è la frase più grave: il “porto crocieristico” diventa “porto turistico”. Non sono sinonimi! Un porto turistico (diportistico) e un porto per grandi navi da crociera non hanno stessa scala, stessi impatti, stessa logistica, stessi flussi, stessi rischi. È una sostituzione lessicale che serve a rendere più ‘caruccetto’ ciò che ‘caruccetto’ non è.

4. “L’area del vecchio faro è degradata… va valorizzata”.
Qui entra il solito frame emotivo “degrado/abbandono/vuoto/tristezza/lacrime”, che in Italia è spesso la leva per far passare trasformazioni indigeste: il refrain è ‘qualunque intervento è meglio di niente, soprattutto del “degrado”‘.
La vera domanda dovrebbe essere un’altra: valorizzare come? E poi, con quale modello, per chi, con quali garanzie pubbliche? Riqualificazione non è sinonimo di privatizzazione né di crociere.

5. “Diverso è il discorso per le grandi navi… ‘mostri galleggianti'”.
Sembra una critica, ma in realtà ha un obiettivo politico preciso: separare “porto sì” da “crociere forse no”, aprendo alla mediazione che salva l’impianto dell’opera isolando chi contesta il modello.

6. “Far attraccare al largo come le petroliere.
Qui c’è venuto da sorridere. Si ospitano lettere di persone non tecniche che fanno proposte però iper-tecniche complesse quanto problematiche.
Le petroliere al largo infatti usano sistemi dedicati (boe monormeggio/SPM, condotte, regole e procedure specifiche). Il fantomatico signor Alberto F. pensa che siano in un “parcheggio in mare”. Per altro, ‘parcheggiare’ le navi da crociera al largo non elimina gli impatti: li sposta e spesso li moltiplica (moto ondoso, disturbo, logistica più lunga, consumi, emergenze ecc.).

Dunque, un uomo sedicente semplice prospetta una soluzione semplice che è in realtà una scorciatoia retorica che serve soprattutto a spostare il dibattito dal “se” al “come”.

7. “Non sono un tecnico… lancio un’idea per aprire un confronto serio”.
Classica tecnica del paracadute: se la proposta viene confutata, risponderà “non sono un tecnico”. Se fa breccia ottiene l’effetto desiderato: normalizzare l’opera e far passare l’idea che “i cittadini chiedono solo soluzioni”. È il classico uso politico della “tecnicalità” per depoliticizzare.

8. Firma “Alberto F.”
Su un tema con forti interessi economici, intervenire con firma parziale permette di orientare il dibattito senza assumersi alcuna responsabilità. Un giornale può pubblicare anche lettere così, per carità, ma dovrebbe almeno essere consapevole dell’effetto. L’obiettivo del giornale era quello di abbassare trasparenza e verificabilità?

#LabUr #portocrocieristicofiumicino #LitoraleRomano #Fiumicino #Ostia #idroscalodiostia #MunicipioX

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NATALE A CASA DRAGONCELLO: CRONACA DI UN TRASFERIMENTO ANNUNCIATO E DI UN CONFLITTO SOCIALE IRRISOLTO

Screenshot_2025-12-22-17-07-01-03_c0d35d5c8ea536686f7fb1c9f2f8f274 Oggi otto famiglie provenienti dal cosiddetto Lotto G delle case Armellini a Nuova Ostia sono state trasferite nel quartiere di Dragoncello, mentre altre due verranno ricollocate in alloggi situati a Ostia. Un passaggio che segna una nuova tappa di una vicenda complessa, annunciata già nei mesi scorsi e tutt’altro che conclusa.

Il contesto: il caso delle case Armellini
Alla fine di ottobre era emerso che Roma Capitale, rinunciando all’acquisto delle fatiscenti case Armellini di Nuova Ostia, aveva avviato un piano di trasferimento di circa 100 famiglie, motivato da gravi problemi strutturali degli edifici. Il programma prevedeva una prima tranche di 29 nuclei familiari, da trasferire a Dragoncello in alloggi ex INPS ristrutturati, mentre per le restanti famiglie la destinazione sarebbe stata definita all’interno di un piano complessivo da completare entro il 2026. Il tutto sullo sfondo di contenziosi aperti, proteste degli inquilini e un clima di forte tensione sociale.

Traslochi sotto Natale
Il fatto che i primi di questi trasferimenti avvengano a ridosso delle festività natalizie rende inevitabile il parallelismo con la commedia Natale in casa Cupiello. Anche qui, tra annunci ufficiali e realtà quotidiana, il contrasto tra retorica e disagio appare evidente.
Secondo le critiche emerse, l’assessore alle politiche abitative Tobia Zevi viene descritto come protagonista di una gestione improntata più al presenzialismo mediatico che alla risoluzione concreta dei problemi, mentre le famiglie coinvolte vivono una condizione di incertezza, divisione e sofferenza. In questa fase finale di mandato, i conflitti latenti sembrano emergere con maggiore forza.

La protesta di Dragoncello
Nel frattempo, a Dragoncello cresce la protesta dei residenti contro l’ulteriore recente acquisto da parte del Comune di Roma di alloggi ex Enasarco destinati anch’essi all’edilizia residenziale pubblica. I cittadini chiariscono di non mettere in discussione il diritto alla casa, ma denunciano l’assenza di confronto preventivo, temendo problemi di gestione, conflitti condominiali e un ulteriore aggravamento delle fragilità di un quartiere già complesso. Da qui la richiesta di un dialogo diretto con il Sindaco, accusato di privilegiare solo la comunicazione sui social, come un tiktoker qualunque.

La “mixité sociale” tra teoria e realtà
Il conflitto non è nuovo. Già a marzo scorso era emerso con il piano del Comune per l’acquisto di alloggi INPS ed Enasarco, finalizzato a contrastare le occupazioni abusive e promuovere la cosiddetta “mixité sociale”: un principio urbanistico che mira a superare i quartieri-ghetto attraverso la distribuzione delle famiglie in contesti socialmente misti.
Secondo questa impostazione, la concentrazione di famiglie povere genera emarginazione (il cosiddetto effetto concentrazione), mentre la redistribuzione favorirebbe inclusione e opportunità. Da qui l’inserimento dell’operazione nel Programma nazionale per la qualità dell’abitare, pensato per demolire o rifunzionalizzare i ghetti e trasformare la mixité sociale in una politica urbana strutturata.

Un equilibrio ancora lontano
Resta però una domanda centrale: funziona davvero? A Dragoncello, dove sono previsti alloggi soprattutto tra via Vincenzo Petra e via di Dragoncello, la presenza di immobili murati e segnali di degrado indica un contesto già fragile. Senza adeguate garanzie su sicurezza, gestione e servizi, l’operazione rischia di accentuare le criticità esistenti anziché risolverle.

Tra mondo ideale e realtà
Ciò che emerge con chiarezza è il contrasto tra il mondo ideale raccontato dalla politica e la dura realtà sociale dei territori coinvolti. Il rischio è che il ghetto resti ghetto e che quartieri già in difficoltà vengano ulteriormente ghettizzati.
A suggellare simbolicamente questa vicenda, torna alla mente un passaggio della celebre commedia di Eduardo De Filippo, adattato ai giorni nostri e a un territorio in sofferenza:
«Cara Ostia, tanti auguri per il Santo Natale.Ti prometto che sarò sempre buono e rispettoso.Questo ti dissi l’anno passato e questo ti dico anche adesso».
Un augurio che, almeno per ora, resta sospeso tra promessa e disillusione.

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CHI SA, VEDE – PILLOLE DI URBANISTICA #12

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20251222_150718_0000 L’Assessore alla Mobilità: Monopattini e biciclette stop alla sosta selvaggia ecco gli stalli comunali in nome di “ordine, maggior decoro e sicurezza”. Sembra più una strategia di contenimento del disordine che una politica di mobilità come servizio.

Stalli per bici e monopattini: bene, ma non basta. Disegnare stalli per bici e monopattini in sharing è una buona notizia per Roma. Significa riconoscere una cosa semplice ma fondamentale:
se un mezzo è legittimo nello spazio pubblico, deve avere uno spazio pubblico dedicato.

Il problema del parcheggio selvaggio è reale: marciapiedi occupati, disagi per pedoni, anziani, persone con disabilità.
Intervenire era necessario, ma attenzione gli stalli sono solo un pezzo del puzzle.

Se il bikesharing e la micromobilità vengono trattati solo come un problema di ordine e decoro, qualcosa non va: questi mezzi non sono nati per “essere parcheggiati bene”, ma per ridurre l’uso dell’auto nell’ultimo miglio, per rendere quindi la città più accessibile.

Il rischio è dunque fare ordine ma non mobilità.

Perché se:

si disegnano stalli
si aumentano le multe
le auto continuano a correre
le Zone 30 restano rare o simboliche

allora il conflitto nello spazio pubblico non diminuisce. Si sposta soltanto.

La vera domanda non è dove parcheggiano bici e monopattini, ma che ruolo vogliamo dare alla micromobilità nella città:

❓Trasporto?
❓Alternativa all’auto?
❓Estensione del TPL?
❓ Qualcosa da “tenere in ordine”?

Le città in cui il bikesharing funziona davvero fanno tre cose insieme:

1️⃣ Stalli
2️⃣ Zone 30 diffuse
3️⃣ Narrazione chiara: questa è mobilità, non intralcio.

Roma invece parte dal punto 1 senza 2 e 3.

L’urbanistica non è solo disegnare a terra,
è decidere chi conta di più nello spazio pubblico. Gli stalli sono una buona soluzione, ma da soli non sono una politica urbana.

#stalli #mobilitàsostenibile #roma #bikesharing #monopattini

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