CHI SA, VEDE. “PINETA CASTELFUSANO: LA VERITÀ SULLA RICOSTRUZIONE” – PILLOLE DI URBANISTICA #23

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260122_114834_0000Oggi l’assessora al verde di Roma Capitale, Sabrina Alfonsi, ha annunciato che il Campidoglio istituisce un tavolo tecnico per “ricostruire la pineta” di Castel Fusano devastata da incendi e parassiti, aprendo alla possibilità di nuove specie oltre al Pinus pinea. Questo suona bene nelle dichiarazioni, ma la cronaca dei fatti racconta tutt’altra storia.

La pineta di Castel Fusano non è semplicemente “colpita dalla cocciniglia”: è stata lasciata morire in piedi e poi sventrata da abbattimenti continuati sotto la foglia di fico della sicurezza e dell’urgenza. Quello che oggi viene ufficializzato come “ricostruzione” è in realtà la didascalia di un fallimento gestionale pluriennale.

Nel dossier di LabUr “Municipio X – Il giro di affari dietro al verde” abbiamo documentato come il Municipio abbia abbattuto migliaia di pini in somma urgenza, senza trasparenza e senza completare il catasto del verde nonostante la retorica sugli interventi continui (LINK 1).

Già nel 2023 abbiamo denunciato la “dendrofobia” dell’apparato tecnico locale, con oltre 400 pini abbattuti senza un piano serio di manutenzione e prevenzione, producendo impatti significativi alla mobilità cittadina e caos nella gestione (LINK 2).

Ma già nel 2023 avevamo definito la cocciniglia come una “scorpacciata devastante” che ha ridotto le pinete di Castelfusano e Castelporziano a scheletri, non per un destino naturale, ma per la mancanza di piani di salvaguardia e intervento tempestivo (LINK 3).

Oggi, oltre un anno dopo dall’ultimo rapporto, si parla di un tavolo tecnico con ISPRA e ARPA e di “aggiornare il quadro conoscitivo”. Ma è esattamente ciò che avrebbe dovuto essere fatto prima che la pineta fosse ridotta ad un guscio inerte.

Il problema non è se piantare querce o pinete miste: il problema è perché Roma non ha mai avuto una strategia di tutela, prevenzione e gestione del patrimonio arboreo, pur avendo tutte le competenze e gli strumenti normativi per farlo.
Si continua a contare qualche centinaio di piante messe a dimora come se potesse ripagare decine di migliaia di alberi maturi definitivamente persi, distrutti o abbattuti.

La pineta di Castel Fusano è un ecosistema di quasi mille ettari, parte della Riserva naturale statale del Litorale Romano, non un giardino urbano da aggiustare con qualche piantina. Finché il dibattito pubblico si fermerà alle foto di cartelloni e alle parole d’intenti, Roma continuerà a perdere patrimonio naturale senza renderne conto a nessuno. Sarebbe ora che qualcuno pagasse le proprie responsabilità.

 

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OSTIA, REALTÀ CONTRO NARRAZIONE

Nero Oro Gala Invito_20260122_100926_0000Oggi Ostia è tornata improvvisamente al centro dell’attenzione, addirittura nazionale, con due pagine del Messaggero che celebrano il “nuovo Parco del Mare” come se fossimo davanti a un progetto pronto, finanziato e imminente. È una vera e propria narrazione, come il rendering che l’accompagna. Peccato che non somigli affatto allo stato reale del del Lungomare della Capitale.

La verità è questa: dopo quasi cinque anni di mandato, il Parco del Mare non ha un progetto esecutivo, non ha un cronoprogramma verificabile, non ha superato i passaggi amministrativi necessari. È solo una promessa raccontata come fosse già in costruzione.

La cosa più sorprendente è che Roma Capitale, che dovrebbe guidare il Paese nella qualità della progettazione urbana, si limita a importare soluzioni da piccolo comune turistico. Il rendering mostrato dal Campidoglio non ha alcuna identità romana: potrebbe essere Otranto, Riccione, Marina di Ragusa (in realtà abbiamo scoperto che è un mediocre scopiazzamento del modello di un piccolo comune in provincia di Barcellona in salsa romagnola). È un’immagine generica che funziona solo come supporto narrativo, non come progetto urbano. Ma la parte più debole dell’intera operazione narrativa è l’uso completamente distorto del tema stabilimenti. Nel racconto pubblicato si dà per scontato che “si metteranno a bando”, senza spiegare nulla della complessità reale: titolarità delle attività, vincoli demaniali, contenziosi aperti, dividente demaniale, norme nazionali, pareri mancanti. Tutto viene ridotto a un gesto politico, apparentemente semplice quasi automatico. Non lo è.
A rendere ancora più evidente la costruzione narrativa c’è la pagina gemella, quella dedicata alla Prefettura e alla lotta ai clan, che ha  lo scopo di tranquillizzare soprattutto gli investitori compresa Mezzaroma (LINK). Qui la macchina comunicativa politica raggiunge alte vette: prima si dipinge Ostia come luogo di emergenza, poi si presenta il progetto salvifico, un vecchio meccanismo retorico sempre efficace che prepara il lettore a considerare naturale qualunque intervento drastico su concessioni, attività, spazi pubblici, anche quando gli aspetti giuridici, demaniali e amministrativi sono ben più complessi di quanto l’articolo lasci intendere.

E così, mentre si riempiono pagine di annunci roboanti, sul territorio tutto ristagna. Il litorale continua a soffrire erosione, subsidenza, fragilità strutturale, mancanza di mobilità, rischi climatici, sistema dei sottoservizi fragile, interferenze con PUMS, PUA e Porto di Fiumicino. Nessun cenno alla governance complessiva del c.d. waterfront. Nessuna riflessione sulla “città pubblica” e sulla distribuzione dei benefici. Assenza totale di un disegno metropolitano. Insomma, tutto quello che dovrebbe precedere un “Parco del Mare” non c’è.

Roma dovrebbe essere laboratorio di idee e concorsi. Invece si riduce, ancora una volta, a copiare modelli poveri per favorire sempre gli stessi interessi (anche immobiliari) che dal 1960 dominano il litorale. D’altronde, quando non si riescono a mostrare risultati, resta solo una strada: occupare lo spazio mediatico, soprattutto quello dell’editore amico.
Ostia non ha bisogno di altri rendering e non ci stanchiamo mai di ripeterlo. Ha bisogno di verità, di progetti reali, di atti amminis­trativi solidi, di una visione che metta al centro la città pubblica, non la rendita. E anche di meno ingerenza di certa magistratura un po’ troppo allineata su certe narrazioni urbanistiche soprattutto dopo il trasferimento di Mario Palazzi a Procuratore Capo della Repubblica di Viterbo .

E questa è la differenza tra la realtà e la narrazione politica.

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CHI SA, VEDE: “BOLOGNA CADE SUL 30. ROMA NON FACCIA 31”. PILLOLE DI URBANISTICA #22

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260121_102657_0000La sentenza del TAR non boccia le Zone 30, ma il modo in cui vengono introdotte. Per Roma (e per Ostia Antica in particolare) è un avvertimento: senza istruttoria, coerenza urbana e interventi mirati, il limite resta un cartello. E la città dei 15 minuti rimane fuori portata. Perché la velocità la decide la città (e le buche), non i cartelli.

 

La sentenza del TAR Emilia-Romagna sulla “Città 30” di Bologna non dice che il limite a 30 km/h è sbagliato, ma che è stato introdotto male: motivazioni generiche, analisi insufficienti, poca coerenza tra strade, funzioni urbane e velocità richiesta. È quindi una bocciatura di metodo amministrativo, non dell’idea in sé.

Anche Roma sta introducendo un’ampia Zona 30 nella ZTL Centro Storico. L’approccio però è diverso rispetto a Bologna: Roma ha scelto un limite omogeneo su un’intera area, più vicino ai modelli europei di “area-based zoning”.

Questo non rende Roma “più virtuosa”. Semplicemente applica il 30 in modo più comprensibile per chi guida. Ma il nodo resta identico: senza enforcement, segnaletica chiara e interventi minimi di adeguamento, il limite non si traduce in comportamento reale.

In Italia, per altro, esiste un’altra difficoltà: molte città non sono nate per velocità basse. Roma (e in particolare il Municipio X) si è sviluppata con un’impronta autocentrica, con assi ampi e infrastrutture pubbliche non all’altezza. In questi contesti non puoi applicare i manuali americani e rifare intere strade da zero, ma puoi fare ciò che è compatibile con la nostra storia urbana: micro-interventi chirurgici, attraversamenti sicuri, riduzione dei punti critici, riordino delle intersezioni, isole ambientali. È un redesign possibile, non utopico: manutenzione intelligente, non maxi-cantieri, che invece piacciono molto alle amministrazioni con il fiato corto.

Se abbassi i limiti senza costruire alternative, servizi, reti di prossimità e percorsi sicuri, la narrazione della “città dei 15 minuti” diventa irrealistica. E non perché sia un’idea sbagliata, ma perché è sequenziale.

Prima si costruiscono accessibilità e servizi, poi si consolidano con i limiti. Invertire questo ordine significa generare solo frustrazione nei cittadini, non cambiamento. Il 30 funziona quando la città è coerente con il 30 e quando la politica lo spiega con chiarezza, senza scorciatoie e senza slogan.

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L’ALTA MODA È ALTA RENDITA NELLA CITTÀ PUBBLICA

Nero Oro Gala Invito_20260120_162725_0000Moda, mecenatismo e la rendita urbana che non si vede

E’ morto Valentino. Anche il Sindaco Roberto Gualtieri lo ha ricordato come «una figura luminosa che ha arricchito l’identità e la visibilità di Roma nel mondo della moda». Valentino Garavani è stato senza dubbio uno dei protagonisti assoluti della moda italiana e internazionale, e la sua storia personale e professionale è intrecciata con quella della Capitale fin dagli anni ‘60.
Sull’ “aver arricchito l’identità e la visibilità di Roma” siamo partiti per guardare dentro ad un rapporto un po’ più complesso di come appare tra la grande moda e la Capitale. Roma non è una città che ha bisogno di essere resa visibile. Da secoli è una delle principali fonti di visibilità simbolica del mondo occidentale. Proviamo quindi a capire come funziona lo scambio di valore tra la città pubblica e i grandi attori privati che ne utilizzano l’immaginario.

Roma come capitale simbolico

Roma produce un valore che non passa dai bilanci: monumentalità, memoria storica, riconoscibilità immediata, prestigio simbolico. È capitale immateriale che può essere trasformato in valore economico, reputazionale e commerciale in tempi rapidissimi. Per i grandi gruppi del lusso è una vera e propria “infrastruttura simbolica” ad altissimo rendimento, un valore non governato dal pubblico.

Quanto hanno dato i marchi del lusso a Roma?
Negli ultimi anni la Capitale ha beneficiato di alcuni interventi di sponsorizzazione e restauro da parte dell’alta moda, spesso presentati come esempi di mecenatismo contemporaneo:

  • Tod’s: Restauro del Colosseo: 25 milioni di euro
  • Fendi (LVMH): Fontana di Trevi: 2,18 milioni di euro
  • Bulgari (LVMH): Scalinata di Trinità dei Monti: 1,5 milioni di euro
  • Gucci (Kering): Rupe Tarpea: 1,6 milioni di euro

Tutti interventi documentati, sicuramente necessari ma puntuali, scollegati tra loro, non inseriti in una strategia urbana complessiva. Molti di questi rientrano nel perimetro dell’Art Bonus, che consente un credito d’imposta del 65% sulle erogazioni liberali ammissibili distribuito su tre anni. Tradotto, il costo effettivo sostenuto dal privato è molto inferiore alla cifra nominale comunicata, mentre il ritorno reputazionale, simbolico e mediatico resta elevatissimo. Questa è policy pubblica.

Ma è sempre stato così?
A Roma il mecenatismo ha avuto storicamente una funzione precisa e non coincideva con la manutenzione di un bene anche simbolo, ma entrava nella costruzione della città pubblica, nella sua infrastruttura urbana: strade, acquedotti, porti, ospedali, piazze, spazi civici, cioè un patto urbano, non un’operazione reputazionale isolata. Se è vero che non spetta ai privati, nemmeno se sono marchi del lusso famosi in tutto il mondo, pianificare la città, definire politiche urbane, strategie di welfare o infrastrutture e sostituirsi al pubblico, spetta però al pubblico governare i processi. Roma non ha mai utilizzato negli ultimi anni questi interventi come leva all’interno di una visione urbana di lungo periodo. Accetta donazioni, ma non contratta ritorni strutturali. Concede capitale simbolico, ma non lo trasforma in città pubblica. Un caso emblematico è stato quello del Punto Luce a Nuova Ostia (Bulgari/Save the Children) che abbiamo ampiamente trattato (LINK) 

La rendita urbana mascherata da mecenatismo

Roma mette a disposizione il proprio paesaggio urbano e monumentale, sicurezza, apparato autorizzativo, ma soprattutto il suo valore simbolico globale. L’alta moda ha restituito, qualche restauro, qualche evento e un po’ di visibilità. Si tratta di rendita urbana, glamour quanto si vuole, ma rendita e per altro non redistribuita. Il caso Valentino è leggermente diverso, ma non è stato un modello urbano. Valentino Garavani ha avuto un rapporto autentico e profondo con Roma. La Maison nasce qui nel 1960 e la sede storica è ancora a Palazzo Gabrielli-Mignanelli. La Fondazione Valentino Garavani, insieme a Giancarlo Giammetti, ha dato vita a PM23, uno spazio culturale permanente nel cuore della città. Si tratta di una forma di restituzione diversa rispetto alle sponsorizzazioni monumentali, ma mancano dati pubblici trasparenti sugli investimenti e non sono nemmeno chiari i benefici fiscali. L’impatto dunque resta prevalentemente simbolico e culturale.

Un vero peccato perché Roma dispone già degli strumenti amministrativi e urbanistici per governare questi processi: accordi, patti, criteri di restituzione, condizioni di uso del capitale simbolico, integrazione tra Art Bonus e strategie territoriali. Senza questa regia, ogni intervento, anche il più generoso, resta un gesto isolato. La rendita continua a scorrere in una sola direzione e non è quella della città pubblica.

Con una battuta semplicistica, Roma non è una passerella. È una città abitata, fragile, complessa, che produce valore ogni giorno. Se il valore non viene governato, contrattato e redistribuito, il mecenatismo rimane una narrazione elegante di una rendita strutturale, buona per comunicati istituzionali quando il “maestro” scompare. Tutto qui.

6765d04c-ffa5-43dd-903f-949b0fc9644fRoma dà più di quanto riceve.
Ogni volta che un grande marchio usa Roma come scenografia globale, il valore generato per il privato supera di almeno 5–10 volte ciò che Roma riceve. È questo il cuore della rendita urbana mascherata da mecenatismo.
Per fare un esempio su tutti: l’affitto del Circo Massimo per il concerto dei Rolling Stones che incassarono circa 7 milioni di euro per un affitto di 8.000 euro e tutti i costi di gestione (pulizia, forze dell’ordine, etc.) è stato a carico del Comune di Roma, cioè della collettività. 

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ROMA: CITTÀ PUBBLICA VS CITTÀ PRIVATA

Nero Oro Gala Invito_20260119_142911_0000Questo Dossier utilizza esclusivamente dati ufficiali prodotti da Roma Capitale (Ufficio Statistica, Dipartimenti tecnici), ISPRA–SNPA e ISTAT. Le superfici e le categorie sono ricostruite tramite classificazioni istituzionali (suolo consumato, edificato, infrastrutture) e rielaborate in chiave urbanistica.

Tre i livelli, spesso confusi nel dibattito pubblico:

  • proprietà: chi detiene formalmente lo spazio;
  • gestione/manutenzione: chi lo mantiene, lo usa e ne sostiene i costi;
  • governance: politiche e strumenti pubblici che coordinano trasformazioni e manutenzione.

L’obiettivo non è produrre un paper accademico, ma offrire un’interpretazione urbanistica fondata e verificabile della relazione strutturale tra città pubblica e città privata.

CAPITOLO 1 — LA CITTÀ PUBBLICA CHE NON BASTA PIÙ

A Roma esiste una rimozione strutturale che attraversa l’urbanistica, la politica e il dibattito pubblico: la città viene raccontata come se fosse prevalentemente “pubblica”, mentre nella realtà quotidiana è una città massicciamente privata, frammentata e scarsamente governata. È una questione di numeri, di suolo, di gestione.

Screenshot_2026-01-19-14-19-59-66_40deb401b9ffe8e1df2f1cc5ba480b12Secondo i dati ambientali ufficiali, il territorio di Roma Capitale misura circa 1.287 km². Di questi, circa il 25% risulta “suolo consumato”: oltre 316 km² di città artificiale. Dentro questa superficie si concentrano edifici, strade, piazzali, parcheggi, infrastrutture. Emerge quindi il primo dato chiave: la città “costruita” non coincide affatto con la città “pubblica”. Gli edifici occupano circa 8.600 ettari. Questa quota è in larghissima parte proprietà privata e in modo prevalente condominiale: edilizia plurifamiliare costruita tra gli anni ’50 e ’80, spesso ad alta densità, con centinaia di migliaia di unità immobiliari frammentate tra proprietari diversi. È la vera ossatura abitativa di Roma.
Le strade, formalmente, occupano circa 6.500 ettari. Ma qui la statistica inganna.
A Roma esistono infatti tre tipi di strade che vengono abitualmente sommate come se fossero la stessa cosa, ma non lo sono. La prima categoria è quella delle strade comunali effettivamente manutenute: carreggiate, marciapiedi, illuminazione, sicurezza. Sono meno di quanto si immagini e assorbono quasi tutte le risorse disponibili per la manutenzione urbana. La seconda categoria – enorme e sistematicamente rimossa – è quella delle strade a patrimonio comunale ma non prese in carico. Strade nate da piani di lottizzazione, convenzioni urbanistiche mai concluse, opere non collaudate o incomplete. Sulla carta sono pubbliche, ma nei fatti non lo sono: il Comune non le manutiene, non le mette in sicurezza e non le riconosce come infrastruttura pienamente funzionante. Per i residenti questo significa vivere su una “strada pubblica” che non gode di nessuna tutela pubblica. La terza categoria è quella delle strade private ad uso pubblico: proprietà di consorzi o condomini, percorse quotidianamente da tutti, senza che esista una responsabilità chiara sulla gestione. Spazi pubblici di fatto, privati di diritto, governati dall’abbandono.

Dunque, la superficie “pubblica” è sovrastimata nei dati ufficiali, la quota di città che funziona grazie a gestione privata (condomini, consorzi, autogestione) è molto più alta di quanto risulti e il confine pubblico/privato è amministrativamente rotto. A Roma una parte rilevante della rete stradale non è città pubblica in senso operativo, anche se lo è in senso patrimoniale. E questo fa sì che il peso della gestione urbana ricada ancora di più sulla città privata.

A questa ambiguità si aggiunge un’altra superficie enorme – oltre 12.000 ettari – di aree impermeabilizzate miste: parcheggi, piazzali, cortili, spazi di pertinenza. Anche qui, una quota enorme è privata, ma incide direttamente sulla vita collettiva: traffico, sicurezza, accessibilità, degrado, manutenzione. Se si tiene conto di tutto questo, la distinzione classica tra “città pubblica” e “città privata” salta. Roma di fatto funziona come una città ibrida, dove una massa enorme di spazio e di popolazione vive in ambiti privati che producono effetti pubblici continui, senza essere governati come tali.

Il punto più dolente è che l’urbanistica romana non ha mai affrontato questa realtà. Ha pianificato volumi, indici, destinazioni d’uso, ma non ha mai pianificato la gestione nel tempo della città che stava producendo: nessuna politica strutturale sui condomini come infrastruttura urbana, nessuna riflessione sulla sostenibilità dei costi di manutenzione, nessun coordinamento tra amministrazione pubblica e amministrazioni condominiali.
Il risultato è una città in cui il pubblico rincorre gli effetti senza governarne le cause. Si rifà una strada, ma si ignora l’edificio che la degrada. Si investe nello spazio pubblico, ma si lascia crollare la capacità privata di sostenerlo. Insomma, si parla di decoro, sicurezza, coesione, senza guardare dove queste cose si producono o si distruggono ogni giorno, cioè nei condomini.

Affermare che una quota enorme – prudenzialmente oltre il 40% della città costruita – è gestita privatamente non è una forzatura. È una constatazione. Sostenere che questa gestione privata incide pesantemente sul pubblico è persino riduttivo perché di fatto lo determina. Finché Roma continuerà a essere governata come se fosse una città pubblica compatta quando è una città privata frammentata, ogni politica urbana resterà parziale, emergenziale ed inefficace. Non è una questione tecnica. È una questione politica ed è il grande non detto dell’urbanistica romana.

 

CAPITOLO 2 — I CONDOMINI: L’INFRASTRUTTURA INVISIBILE

Oltre l’80% dei romani vive in edifici plurifamiliari. Gran parte di questi edifici sono stati costruiti tra gli anni ’50 e ’90, quando l’edilizia privata ha plasmato interi quadranti della città in assenza di un coordinamento vero con le politiche pubbliche. Lo spazio condominiale – cortili, autorimesse, spazi comuni, rampe, recinzioni, viabilità interna – non è classificato come “infrastruttura”, ma svolge funzioni infrastrutturali a tutti gli effetti. Vediamo quali sono.

Funzione 1: Mobilità e sosta

Nella Roma di oggi la gestione condominiale determina:
– quante auto restano in strada
– quante invadono marciapiedi e piazze
– dove si crea congestione
– come si forma (o si evita) il degrado ai bordi dei quartieri

Un condominio mal gestito non resta un problema privato: scarica costi sul pubblico. Un condominio ben gestito “scarica” meno auto sulla strada pubblica.

Funzione 2: Sicurezza urbana

Illuminazione, cancelli, spazi interni abbandonati, recinzioni rotte, vegetazione non curata cambiano la percezione e la realtà della sicurezza anche fuori dal perimetro privato. Roma investe milioni per migliorare la sicurezza su strada, ma ignora completamente la sicurezza generata (o degradata) dal tessuto condominiale a ridosso della strada.

Funzione 3: Gestione delle acque e rischio idraulico

Cortili asfaltati, rampe impermeabili, parcheggi interrati e superfici cementizie non drenanti contribuiscono al problema delle alluvioni urbane tanto quanto la mancata manutenzione dei tombini. Se, come abbiamo scritto, il 40% della città costruita è privata e impermeabile, non puoi fare idraulica urbana senza il privato.

Funzione 4: Costi sociali e fragilità economica

Il condominio è anche un indicatore sociale potentissimo. Lo si vede chiaramente da alcuni indicatori:
– manutenzione rinviata = degrado urbano
– morosità condominiale = aumento del carico sui servizi sociali
– assenza di risorse = impossibilità di interventi energetici o strutturali
– decisioni frammentate = incapacità di rispondere alle emergenze

Funzione 5: Architettura e decoro urbano

La qualità della strada pubblica dipende dalla qualità del fronte privato. È inutile rifare i marciapiedi se il fronte condominiale è degradato, i balconi cadono o i giardini interni diventano discariche. Insomma, Roma investe sullo spazio pubblico, ma lo spazio pubblico è un effetto ottico del privato.

Funzione 6: Contesto urbanistico e servizi

La presenza di cortili condominiali inaccessibili, aree private inutilizzate, reti interne obsolete influisce su:

– accessibilità ai servizi
– percorsi pedonali
– piazze di quartiere
– quartieri 15-minuti

Una città con enormi spazi privati mal gestiti non può diventare una città di prossimità.

CONCLUSIONI

Le grandi città europee affrontano la città privata come parte integrante della governance urbana. Se dovessimo prendere a paragone quelle che piacciono al Sindaco Roberto Gualtieri, potemmo schematizzare così:

– Parigi: la copropriété è regolata e monitorata; esistono strumenti pubblici di intervento sugli edifici degradati.
– Madrid: le politiche di “rehabilitación integral” integrano riqualificazione degli edifici privati e spazio pubblico.
– Barcellona: la gestione degli isolati e dei “patios de manzana” è urbanistica, non solo privata.
– Berlino: una quota significativa dello stock residenziale è soggetta a vincoli e strumenti pubblici di qualità urbana.
– Amsterdam: lo spazio privato è trattato come “bene urbano comune”, con forti obblighi di manutenzione.

Roma è l’eccezione europea: governa lo spazio pubblico, ma lascia fuori dal suo campo visivo la città privata che ne determina qualità, sicurezza, manutenzione e costi. Nelle altre capitali europee la città privata è parte integrante della governance urbana. A Roma invece la relazione si interrompe appena viene rilasciato il titolo edilizio: gli oneri concessori infatti regolano la nascita degli edifici, ma non la loro vita e finiscono nel bilancio ordinario disperdendosi. Quello che succede dopo – manutenzione, degrado, trasformazioni, fragilità sociali – resta fuori da qualsiasi politica pubblica.
Siamo cioè di fronte ad una governance ex ante e lì si ferma. 

Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. La città pubblica paga il prezzo degli squilibri prodotti dal privato. Succede ogni giorno, in forme molto semplici da capire:

– quando un cortile privato non gestisce correttamente l’acqua piovana, lo sversamento finisce sulla strada pubblica e la danneggia: buche, pozzanghere, gelo, pericoli per pedoni e auto.
– quando un parcheggio interrato cambia illegalmente destinazione d’uso e diventa magazzino o (peggio) abitazione, si perdono posti auto, aumenta la pressione sulla sosta pubblica e peggiora la vivibilità del quartiere.

Sono esempi minimi ma chiarissimi: la città privata degrada la città pubblica quando nessuno la governa.

La vicenda ERP–ENASARCO esplosa in questi giorni mostra lo stesso schema su scala maggiore: un patrimonio privato costruito decenni fa, mai inserito in una governance urbana stabile, che ora scarica sul territorio fragilità economiche, sociali e infrastrutturali.
Quando il privato collassa, è il pubblico a dover tamponare. Ed è esattamente il modello che Roma non può più permettersi.
Se Roma vuole ‘funzionare’, deve includere la città privata nelle sue politiche urbane, integrarla nella manutenzione programmata e trattare i condomini come una parte reale della macchina della città, cioè cambiare una volta per tutte il governo della città.

Roma è Patrimonio UNESCO, “Caput Mundi”, ma lo è solo dove sopravvive la città delle rovine antiche. La città contemporanea invece è rovinosamente in degrado.
O Roma decide di guardare finalmente tutta la città – pubblica e privata – oppure continuerà a essere capitale solo del proprio passato, incapace di governare il proprio presente.

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SCAVI DI OSTIA ANTICA: LA POSTURA ISTITUZIONALE DI UN DIRETTORE

Screenshot_2026-01-17-14-41-40-54_99c04817c0de5652397fc8b56c3b3817Un Parco non è un brand: è una garanzia pubblica. Tra eventi politici, promozione selettiva e silenzi sulla città reale, il Parco rischia di perdere il proprio ruolo istituzionale.

Il Parco archeologico di Ostia Antica è uno dei luoghi più importanti della storia italiana. È un bene dello Stato, non di un territorio. La sua missione è chiara: tutelare, studiare, rendere fruibile un patrimonio unico e svolgere una funzione di presidio culturale in un’area – il Municipio X – dove pressioni urbanistiche, fragilità sociali e interessi consolidati convivono da decenni.

In un territorio così delicato, la figura del Direttore non è mai neutra. È un ruolo istituzionale che richiede misura, equidistanza e consapevolezza del contesto. Quale modello di direzione ha adottato il Parco negli ultimi anni? Vediamolo per punti.

1. Partecipazione a eventi politicamente connotati
Il Direttore Alessandro D’Alessio appare con grande frequenza in iniziative pubbliche con chiara connotazione politica: eventi dedicati alla “valorizzazione del litorale”, alla “identità del territorio”, al “rilancio turistico”, a progetti come il “Giubileo del Mare”, a DMO, Pro Loco e circuiti associativi che sono, di fatto, strutture a nomina politica. Partecipare non è il problema. È fisiologico che ci siano momenti di dialogo tra istituzioni e territorio. Il punto è un altro.

2. Una valorizzazione che resta confinata al Parco
In tutti questi contesti il Direttore interviene quasi esclusivamente come Direttore del Parco: illustra progetti interni, numeri, risultati, attività culturali, iniziative specifiche. Non affronta mai, nemmeno genericamente, ciò che accade oltre il perimetro del Parco. Eppure la “valorizzazione del territorio”, ai sensi del Ministero che rappresenta, è anche responsabilità culturale, visione, capacità di orientare il dibattito pubblico, soprattutto nei territori fragili come il Municipio X.

3. I siti fuori perimetro: non competenza, ma responsabilità culturale
È vero che molti dei luoghi più delicati del Municipio X sotto il profilo archeologico (si pensi alla Villa di Plinio, il quartiere Caltagirone ecc.) non ricadono nelle competenze dirette del Parco archeologico di Ostia Antica. Ma questa verità amministrativa non può diventare un alibi culturale. Il Direttore di un Parco archeologico statale non è il guardiano di un recinto, ma un rappresentante del Ministero della Cultura in un territorio per altro complesso. Essere responsabili della “valorizzazione” significa anche essere presenti, almeno con la parola, dove la tutela è più fragile. E invece, su questi fronti, domina il silenzio tombale.

4. Silenzi significativi e presenze selettive
Il Direttore si presta a raccontare il territorio negli eventi politici, ma non dice nulla quando il territorio subisce compromissioni culturali evidenti. Mai una presa di posizione, nemmeno di principio, sui resti archeologici inglobati nel cemento ad esempio a Malafede. Nessuna riflessione pubblica sulla condizione della Villa di Plinio, né sull’archeologia diffusa e minacciata da interventi edilizi. Nulla nei momenti in cui la tutela si confronta con la rendita. Insomma, la sua funzione pubblica è esercitata dove non c’è conflitto e mai dove servirebbe.

5. Le apparizioni istituzionali: il problema della misura
Un Direttore deve essere prudente nel prestare la propria presenza ad iniziative politiche. Il caso dell’8 marzo 2022 è invece emblematico: la dedica della sala multimediale della Biblioteca di Ostia Antica a Raissa Calza (storica studiosa di Odessa) avviene in un contesto politicamente marcato, nel pieno della narrazione geopolitica sulla guerra in Ucraina. È un atto simbolico che coinvolge un dirigente dello Stato in una cornice che esula dalla tutela del sito e che ha trasformato l’istituzione in un contenitore politico.

6. Il caso Castello Giulio II: l’asimmetria
Arriviamo ai giorni nostri. Il Castello Giulio II è un bene statale con accesso tradizionalmente molto regolato. Per associazioni, cittadini, realtà culturali, ottenerne l’uso è estremamente difficile. Eppure lo stesso Castello compare come sede di eventi politicamente connotati ai quali il Direttore partecipa. Una disponibilità che non sembra valere per tutti. Non è in discussione la legalità delle concessioni, ma l’asimmetria evidente: alcune iniziative ottengono accesso privilegiato a spazi statali quando il Direttore è coinvolto. È il caso, ad esempio, dell’evento previsto il prossimo 19 gennaio dal titolo “La voce del terzo settore”.

7. La DMO “H2O Tevere Mare”: un tema di trasparenza
La DMO H2O Tevere Mare non è un organismo neutrale: è una struttura di promozione territoriale pubblico-privata con genealogia politica chiara e un numero vastissimo di enti coinvolti.
È noto che il Direttore del Parco ne sia parte attiva. Però, quando un dirigente del Ministero della Cultura siede in un organismo politico-territoriale esterno al Ministero, la trasparenza su ruoli, funzioni e compatibilità non è un optional.

8. Nomina e riconferma: il modello D’Alessio piace a tutti i governi
Il Direttore è stato nominato quando Dario Franceschini era Ministro della Cultura e poi riconfermato dall’attuale Governo Meloni. Questo ci dice una cosa molto chiara e cioè che il modello D’Alessio piace a tutti: molto visibile, poco conflittuale, altamente spendibile sul piano territoriale. Siamo quindi davanti ad una questione sistemica, non individuale e francamente anche molto criticabile.

9. Il confronto nazionale
Se paragoniamo il modello D’Alessio con quello di altri Parchi, saltano all’occhio vistose differenze. Il Direttore del Parco del Colosseo mantiene un profilo tecnico-istituzionale rigoroso, quello di Ercolano lavora in chiave manageriale con governance chiara e senza esposizione politica. Appia Antica invece sperimenta tutela diffusa intervenendo anche nel rapporto fra archeologia e città.
Ostia Antica no: segue un modello che potremmo definire di visibilità selettiva, centrato sul Parco, privo di una voce pubblica sulla tutela diffusa e dove si privilegiano eventi sicuri, visibilità, marketing di territorio a basso rischio, relazioni utili ed evitando tutto ciò che sarebbe necessario: i nodi della tutela, i conflitti con la rendita, le questioni culturali più delicate del Municipio X. Insomma, siamo in presenza di un modello con tanta narrazione, come dicono quelli bravi.

Quando un Parco archeologico diventa un palco, la città perde un presidio. E lo Stato perde un pezzo della sua voce.

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CHI SA, VEDE: “CIPRESSI MAUSOLEO DI AUGUSTO, LA POLEMICA È FUORI FUOCO” – PILLOLE DI URBANISTICA #21

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260116_172523_0000In questi giorni si discute molto dei cipressi attorno al Mausoleo di Augusto. La discussione, però, sta scivolando su un piano sbagliato, perché nasce da una difficoltà diffusa: non sapere come si leggono i documenti di progetto.

Nei progetti di restauro urbano e archeologico non si parla quasi mai di “abbattimento di alberi”. Si parla di “riordino del verde” e di “compatibilità” che non significa “albero sano o malato”.

Esistono infatti due piani diversi che spesso vengono volutamente confusi nel dibattito pubblico:

– il piano biologico (lo stato di salute della pianta, valutato da perizie fitosanitarie);

– il piano progettuale (la coerenza tra alberature, monumento, spazio pubblico, percorsi, visuali, sicurezza e tutela archeologica).

Un albero può essere perfettamente sano ed essere comunque incompatibile con un progetto, come è accaduto in questo caso.

Quindi non c’è alcun abuso, c’è invece una scelta progettuale ampiamente discussa nelle sedi opportune da molto tempo.

Per questo, nei documenti, si trovano formule come “riordino del verde con eventuale sostituzione di elementi non compatibili”. Non è linguaggio vago, ma linguaggio tecnico. La decisione puntuale su singole alberature avviene in fase esecutiva, dopo perizie, sopralluoghi e autorizzazioni degli enti di tutela.

Il corto circuito su questo tipo di progetti nasce quando:

– si giudica un progetto solo con categorie emotive (“alberi sani = intoccabili”);

– si ignora che nei restauri la compatibilità non è solo botanica ma anche urbana, archeologica e percettiva;

– si sposta il dibattito dal progetto alla polemica strumentale.

Come si riconosce un corto circuito? Leggendo le carte.
Chi si occupa di città ha una responsabilità in più: non semplificare ciò che è complesso e non cavalcare la pancia dei cittadini.

 

#mausoleodiaugusto #mausoleodaugusto #mausoleoaugusto

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CHI SA, VEDE: “CASETTE PATER, VOTATA LA DELIBERA”. PILLOLE DI URBANISTICA #20

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260113_180631_0000Dopo oltre quarant’anni, votata poco fa la delibera per la vendita delle Casette Pater ad Acilia.
Una vicenda rimasta sospesa per decenni, tra alienazioni incompiute, incertezze giuridiche, assenza di censimenti e una sostanziale rimozione politica del problema.

LabUr se ne occupa dal 2022 (*), quando il tema era ignorato da tutti, segnalando le criticità patrimoniali e amministrative, denunciando l’assenza di un quadro chiaro sugli utilizzatori, richiamando la natura pubblica e sociale del comprensorio.

La delibera approvata oggi non chiude la questione, ma certifica finalmente ciò che era evidente da anni: le Casette Pater non erano un “vuoto urbano”, bensì un nodo irrisolto di politiche abitative, patrimonio pubblico e responsabilità amministrativa. Quindi una delibera dovuta, non una svolta.

Chi sa, vede. E chi vede, prima o poi, costringe le istituzioni a guardare.

#casettepater #Acilia #MunicipioX

(*)
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MUNICIPIO X, STRISCE BLU: OSTIA È UN QUARTIERE NON UNA STAGIONE

IMG_20260113_152014Le politiche di sosta recentemente annunciate dal Comune di Roma, e in particolare l’estensione delle aree di sosta a pagamento con applicazione stagionale sul litorale, pongono una questione che è prima di tutto urbanistica, territoriale e di metodo.

Il Municipio X (e Ostia in particolare) sono quartieri di Roma, non mete turistiche, non funzioni stagionali, non spazi accessori della città, ma parti strutturali dell’area urbana: abitate tutto l’anno, attraversate quotidianamente da flussi pendolari e caratterizzate da criticità infrastrutturali note e persistenti.

Per questo motivo, l’adozione di una logica stagionale nella regolazione della sosta rischia di produrre un errore di impostazione. La sosta infatti non è un servizio legato ai picchi turistici, ma uno degli strumenti fondamentali di governo della mobilità urbana. Incide su comportamenti quotidiani e strutturali: scelta del mezzo di trasporto, durata degli spostamenti, pressione sullo spazio pubblico. Questi comportamenti non sono stagionali: dipendono dalla qualità del trasporto pubblico, dall’affidabilità delle infrastrutture e dalla distribuzione delle funzioni urbane.

Affermare, come fa il Comune, che sul litorale le misure di sosta a pagamento opereranno solo nei mesi estivi può apparire, a prima vista, una tutela del territorio, ma in realtà, in un sistema urbano integrato, la sosta funziona come un sistema comunicante: quando alcune parti della città vengono regolate in modo più restrittivo e continuativo, la pressione si redistribuisce verso le aree meno regolate.

In questo quadro, Ostia rischia di non essere esclusa dalla misura, ma messa a sistema come area di compensazione, con effetti che si producono durante tutto l’anno: saturazione della sosta lunga, congestione dello spazio pubblico, conflitti tra residenti e utenti esterni.

A ciò si aggiunge una criticità urbanistica strutturale che LabUr segnala da anni, attraverso analisi e documentazione pubblicata sul sito di LabUr: l’assenza degli standard di parcheggio lungo il lungomare di Ostia, elemento regolarmente fuori da ogni scelta anche quella del Parco del Mare.

Il lungomare di Ostia presenta da anni una dotazione insufficiente di stalli pubblici progettati e dimensionati secondo gli standard urbanistici, a fronte di un’intensità d’uso elevata e continuativa. In questo contesto, l’introduzione o l’estensione della sosta a pagamento solleva una domanda preliminare che non può essere elusa: come è possibile istituire parcheggi a pagamento in un’area già strutturalmente carente di parcheggi pubblici regolamentati?

La questione per altro è anche giuridica. La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha chiarito che le delibere comunali istitutive di parcheggi a pagamento sono legittime solo se garantiscono, contestualmente o nelle immediate vicinanze, un’adeguata ed equa disponibilità di stalli gratuiti, salvo specifiche e motivate esigenze di traffico, tipicamente riferibili ai centri storici. La sosta a pagamento non può sostituire la dotazione minima di parcheggi pubblici né essere utilizzata come strumento compensativo in territori già carenti di standard.

Non si tratta di una questione nuova per Ostia. Già nel 2012, durante la presidenza del Municipio X di Giacomo Vizzani, il tema dei parcheggi a pagamento sul litorale di Ostia fu oggetto di un ampio dibattito pubblico e di iniziative legali da parte dei cittadini. In quel contesto, pur in presenza di dichiarazioni istituzionali volte a distinguere tali misure dalle “strisce blu” in senso stretto, emersero con forza le stesse criticità che LabUr continua a segnalare: carenza di standard, fragilità della mobilità locale, rischio di trattare Ostia come funzione accessoria più che come quartiere urbano.

Il fatto che quelle criticità siano rimaste irrisolte rafforza oggi l’esigenza di affrontare il tema non come misura contingente, ma come nodo strutturale mai sciolto.

A rendere il quadro ancora più complesso è l’attuale assetto della governance tecnica: Risorse per Roma SpA, società in-house di Roma Capitale, svolge un ruolo centrale sia nella gestione e nell’affidamento degli interventi sulla rete stradale ordinaria, sia nella progettazione della viabilità del lungomare nell’ambito del progetto del Parco del Mare. Parallelamente, una parte rilevante delle trasformazioni dello spazio stradale – in particolare la realizzazione di piste ciclabili – è progettata da soggetti diversi, con effetti che comportano una riduzione della disponibilità di posti auto sul lungomare e nelle aree e quartieri limitrofi.

In assenza di una regia unitaria, il rischio è una sovrapposizione di interventi settoriali: riduzione fisica della sosta, estensione della sosta a pagamento e carenze del trasporto pubblico, senza una valutazione complessiva degli effetti cumulativi sul territorio.

A indebolire ulteriormente l’impostazione stagionale della regolazione della sosta c’è un dato di realtà spesso omesso nel racconto pubblico: l’attuale incertezza del sistema degli stabilimenti balneari. Una quota significativa delle concessioni sul litorale risulta oggi chiusa, sottoposta a sequestro, oggetto di contenziosi o in fase di riassegnazione. In questo quadro, gli stabilimenti non sono in grado di svolgere una funzione compensativa stabile rispetto alla carenza di parcheggi pubblici. La disponibilità di aree di sosta private o convenzionate risulta frammentata, incerta nel tempo e non programmabile come infrastruttura urbana. A ciò si aggiunge un caso emblematico: quello del Polo Natatorio di Ostia, dotato di un’ampia area di parcheggio che nel tempo è stata sottratta all’uso pubblico per essere destinata in via esclusiva alla struttura, pur insistendo su un contesto territoriale già caratterizzato da una forte carenza di standard di sosta.

Questo esempio evidenzia una criticità più generale: la progressiva riduzione dello spazio di parcheggio pubblico a fronte di usi speciali, senza un parallelo ripristino degli standard urbanistici e senza una visione complessiva del sistema della sosta sul litorale.

Infine, vi è il tema della destinazione dei proventi: le entrate derivanti dalla sosta a pagamento affluiscono agli enti proprietari della strada e sono vincolate per legge a finalità precise quali miglioramento della mobilità urbana, finanziamento del trasporto pubblico locale, realizzazione e gestione di nuovi parcheggi e interventi infrastrutturali connessi. La sosta a pagamento non è quindi uno strumento neutro di entrata, ma una leva finalizzata, la cui legittimità sostanziale dipende anche dalla coerenza tra ciò che il territorio paga e ciò che riceve. Nel caso di Ostia e del Municipio X, questa coerenza deve essere resa esplicita e verificabile cosa che ad oggi non è. Senza investimenti strutturali sul trasporto pubblico locale (Roma – Lido compresa), senza il ripristino degli standard di parcheggio e senza trasparenza sulla destinazione delle risorse, la regolazione della sosta rischia di trasformarsi da strumento di governo della mobilità a meccanismo di prelievo territoriale.

Non è una questione ideologica né oppositiva per principio, ma di rigore urbanistico, rispetto dei principi giuridici e trasparenza amministrativa. Ostia è un quartiere di Roma e come tale deve essere governato: dodici mesi l’anno, come parte integrante della città, non come una parentesi stagionale.

 

Tre le domande che a questo punto poniamo al Comune di Roma:

1. Standard e legittimità: in che modo l’istituzione o l’estensione della sosta a pagamento sul litorale di Ostia garantisce, contestualmente o nelle immediate vicinanze, un’adeguata ed equa disponibilità di stalli gratuiti, tenuto conto della documentata carenza degli standard di parcheggio lungo il lungomare?

2. Impatto territoriale e annuale: quali analisi di impatto sono state effettuate per valutare gli effetti annuali e non solo stagionali della regolazione della sosta su Ostia e sul Municipio X, in particolare in relazione alla pressione pendolare e all’affidabilità del trasporto pubblico locale?

3. Destinazione dei proventi: quale quota dei proventi derivanti dalla sosta a pagamento sarà destinata in modo tracciabile ad interventi sul trasporto pubblico locale, alla realizzazione di nuovi parcheggi e al miglioramento delle infrastrutture nel Municipio X e con quali modalità di rendicontazione pubblica?

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INFERNETTO CENTRO RACCOLTA RIFIUTI AMA: CHIAREZZA NON BANDIERE

Screenshot_2026-01-12-11-40-01-61_99c04817c0de5652397fc8b56c3b3817In relazione alle dichiarazioni rese da AMA nel corso di un servizio di RAI3 (Buongiorno Regione) sul cantiere del Centro di Raccolta Rifiuti in via Wolf Ferrari all’Infernetto, LabUr – Laboratorio di Urbanistica ritiene utile riportare il dibattito su un piano di chiarezza tecnica e documentale, nell’interesse dei cittadini e della corretta informazione pubblica.

Dalle dichiarazioni di AMA emerge che nel cantiere è stato rinvenuto materiale contenente amianto e che si è resa necessaria una procedura di bonifica, fondata su un piano di lavoro condiviso con l’autorità sanitaria. Si tratta di un elemento rilevante, che conferma come l’evento non fosse marginale né meramente formale.

Allo stesso tempo, riteniamo importante evitare confusioni tra piani diversi. Il richiamo al rispetto delle Concentrazioni Soglia di Contaminazione del suolo, più volte utilizzato a fini rassicurativi, riguarda la qualità ambientale del terreno, ma non coincide con la gestione dei rifiuti contenenti amianto, che segue criteri e responsabilità differenti. Anche una “bassa percentuale” di amianto richiede procedure specifiche, tempi congrui e tracciabilità documentale.

Come laboratorio civico che si occupa di urbanistica, ambiente e opere pubbliche, LabUr non entra nel terreno delle polemiche politiche né delle semplificazioni mediatiche. Riteniamo però che, quando si parla di salute, sicurezza e cantieri pubblici, la discussione debba fondarsi su atti verificabili, cronologie chiare e ruoli ben definiti, non su dichiarazioni generiche o bandiere di parte.

La tutela dei cittadini non si esercita a posteriori con comunicati, ma prima, garantendo trasparenza, accesso agli atti e chiarezza tecnica. È su questo terreno che continueremo a lavorare.

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