Camion, mezzi pesanti e restringimenti stradali dentro un’area in concessione demaniale. Il caso Hibiscus racconta una gestione emergenziale fatta di occupazioni operative, viabilità modificata e confini amministrativi improvvisamente elastici. Una concessione trasformata in piattaforma logistica di cantiere. Tutto nel nome della somma urgenza.
Sul litorale di Ostia si è parlato per mesi di legalità, di concessioni da controllare, di abusi da reprimere e di regole da rispettare senza eccezioni. Poi però emergono gli atti di un cantiere pubblico che raccontano una storia molto diversa, in cui proprio il confine tra demanio, concessione privata e spazio pubblico sembra essersi fatto improvvisamente elastico. È il caso dello stabilimento Hibiscus, al centro delle operazioni legate agli interventi di somma urgenza per la difesa della costa tra il Kursaal e la Rotonda, formalizzati dalla Regione Lazio con la Determinazione G07276 del 10 giugno 2025 .
L’emergenza c’era ed è documentata. Le mareggiate di gennaio/febbraio 2025 avevano eroso la linea di costa di oltre dieci metri, mettendo a rischio la Rotonda, la Cristoforo Colombo e la sicurezza pubblica. In questo contesto la Regione attiva la procedura di somma urgenza, che consente di intervenire immediatamente senza attendere i tempi ordinari di gara. Il 7 febbraio 2025 viene redatto il verbale e i lavori vengono affidati direttamente: circa 292 mila euro alla Terza S.r.l., oltre alla direzione lavori e a ulteriori somme per imprevisti.
Fin qui, nulla di anomalo. La legge lo consente e l’intervento è giustificato.
Il problema nasce quando si guarda non tanto alla scogliera, ma al cantiere. Perché gli atti non descrivono un intervento puntuale sull’arenile, ma una vera e propria infrastruttura operativa temporanea: chiusura della pista ciclabile, restringimento della carreggiata, utilizzo del marciapiede, rimozione dei cordoli, accesso continuo di mezzi pesanti, realizzazione di una pista di cantiere e aree di manovra per escavatori e dumper. Non un passaggio rapido, ma un’occupazione strutturata dello spazio.
Ed è qui che entra in gioco il nodo più delicato.
L’accesso al cantiere avviene attraverso un varco esistente interno a un’area in concessione demaniale, lo stabilimento Hibiscus. Non si tratta quindi di un’area libera, ma di uno spazio già assentito con titolo valido fino al 2028 al Dopolavoro ATAC-Cotral.
Secondo la documentazione prodotta dal concessionario, questa trasformazione in base operativa di cantiere sarebbe avvenuta senza alcuna autorizzazione da parte sua.
Allo stato degli atti visionati da LabUr, non emerge inoltre uno specifico provvedimento amministrativo volto a sospendere, comprimere o modificare il rapporto concessorio esistente, ma soltanto il nulla osta operativo richiamato dal Municipio X, a firma di Gabriele Sani nell’ambito della procedura di somma urgenza.
Nel frattempo, anche il quadro autorizzativo appare frammentato. Roma Capitale rilascia un nulla osta limitato ai soli aspetti demaniali, rinviando al Municipio X per la gestione della viabilità. Il Municipio, richiamando la somma urgenza, sostiene che l’occupazione possa iniziare anche prima della concessione formale, facendo leva sulla disciplina COSAP. Ma la somma urgenza giustifica l’avvio immediato, non sostituisce l’intero sistema autorizzativo. E soprattutto non elimina l’obbligo di regolare ciò che accade dopo.
Sotto il profilo della viabilità emerge un ulteriore elemento critico.
Le modifiche alla circolazione risultano evidenti e strutturate: restringimento della carreggiata, utilizzo della corsia lenta, interferenze con la pista ciclabile e accesso continuo di mezzi pesanti. A seguito di accesso civico presentato da LabUr, il X Gruppo Mare della Polizia Roma Capitale ha risposto che, trattandosi di “lavori di somma urgenza”, il cantiere “non necessita di emissione di determinazione dirigenziale”.
Resta allora la domanda, fino a che punto una procedura emergenziale può sostituire gli ordinari strumenti di disciplina della viabilità urbana, soprattutto quando gli effetti del cantiere si protraggono per oltre un anno e incidono stabilmente sulla circolazione pubblica?
A rendere il quadro ancora più problematico è la durata della situazione. La somma urgenza nasce per affrontare un pericolo immediato e limitato nel tempo. Qui invece si osserva un cantiere che si prolunga per oltre un anno, mentre la regolarizzazione amministrativa completa arriva solo a giugno, a distanza di quattro mesi dall’avvio. Nel frattempo l’area continua ad oggi ad essere utilizzata come base operativa, con una configurazione che va ben oltre l’intervento emergenziale iniziale.
Quindi, da un lato il demanio marittimo viene raccontato come uno spazio rigidamente regolato, dove ogni centimetro è sottoposto a vincoli, controlli e sanzioni. Dall’altro, quando entra in gioco un cantiere pubblico in somma urgenza, le stesse regole sembrano perdere quella rigidità. Ad oltre un anno dall’avvio della procedura, l’area appare ancora occupata da strutture e mezzi di cantiere in uno stato di evidente abbandono.
Un’area in concessione diventa accesso operativo, la viabilità viene modificata senza un atto formale evidente, l’occupazione si prolunga ben oltre l’immediatezza dell’emergenza. Con quali strumenti, con quale coerenza?
Il demanio non è patrimonio disponibile dell’amministrazione comunale o municipale e una procedura di somma urgenza non può trasformarsi in un lasciapassare permanente.
Se il rigore amministrativo esiste, deve valere sempre. Anche quando a intervenire è la pubblica amministrazione. Anche quando si agisce in somma urgenza.
Perché la legalità sul demanio non può essere rigorosa solo verso i concessionari e flessibile verso chi governa.