Ieri all’Idroscalo è accaduto qualcosa di raro: un pezzo di città si è mosso. Non con un progetto approvato, non con una delibera, non con un piano calato dall’alto, ma con un gesto civile, semplice e radicale: due porte piantate nella sabbia.
Lo dico con gratitudine e con la precisione che devo alla storia di questo luogo: questo campo di calcio non nasce ieri. Nasce 16 anni fa, quando l’Idroscalo era considerato un relitto urbano, un posto da evitare, un nome da citare solo un giorno all’anno per ricordare la morte di Pier Paolo Pasolini e non le ferite di quel luogo, le continue promesse e il mancato riconoscimento.
Il 23 febbraio del 2010 la nostra scelta, quella di Andrea Schiavone e la mia, è stata molto semplice: rifiutare l’indifferenza, lo stesso rifiuto di cui Pasolini parlava il giorno prima di morire. Da quel rifiuto sono nate quindici anni di battaglie che non sempre si vincono né si vedono, non sempre si raccontano e quasi mai vengono celebrate, ma hanno permesso di arrivare a questo momento.
Oggi, grazie al lavoro dei mister dell’Ostia Calcio 1884, all’impegno di Franca Vannini, ai genitori dei ragazzi dell’Idroscalo, agli ex ragazzi del Parchetto, agli imprenditori, ai volontari e al giornalista Mirko Polisano, questo campo vive. Vive dove per cinquant’anni nulla è stato autorizzato a vivere.
Ringrazio chi ha donato tempo, energie, materiali e affetto. Ringrazio Massimiliano Smeriglio per aver messo il suo nome e la sua presenza dove la politica spesso non vuole entrare. Ringrazio chi ha scelto di fare un gesto senza chiedere nulla in cambio. Sono tutte queste persone a custodire il senso più profondo della città pubblica. Perché la città, noi non ce lo dimentichiamo mai, è un bene comune che diventa tale solo quando riconosce tutti e non solo chi ha voce, risorse o rappresentanza. Quando lo Stato arretra, ricordiamoci di piantare due porte per calciare abbandono e speculazione.
La periferia, che ormai ha assunto solo una significato negativo, rimane la più importante scuola a cielo aperto, un luogo che parla prima della politica, custode di una pedagogia fatta di relazioni, corpo, cura, presenza. Questo campo di calcio all’Idroscalo è esattamente questo: un pezzo di città pubblica restituito, strappato al colpevole silenzio. Questo campo, tecnicamente chiamato informale, è urbanistica, politica ed educazione civile in purezza. Non nasce da un piano, ma da una comunità.
Piantare due porte nella sabbia come atto di rivendicazione del diritti all’abitare un luogo, all’infrastrutture, alla sicurezza idraulica, agli spazi pubblici, alla mobilità, ad un piano credibile e ad una responsabilità istituzionale che nessuno ha ancora avuto il coraggio di assumere.
Gli “squaletti” dell’Idroscalo di Ostia da 4 mesi corrono come se quel campo fosse l’Olimpico e in un certo senso lo è. È il primo spazio pubblico restituito alla comunità della Foce del Tevere dopo decenni. Un campo irregolare, sbilenco, imperfetto, ma vivo. Un campo che appartiene ai bambini, ai ragazzi e non alla retorica.
Il nostro grazie, come LabUr, va alla comunità per tutto quello che ci ha dato e insegnato e la nostra promessa resta quella di sempre: continuare a dire la verità su questo luogo, anche quando non conviene, anche quando stanca, anche quando il silenzio sarebbe più comodo.
Come ha detto Smeriglio ieri: “In un mondo così complicato esistono ancora persone per bene”.
Paula Filipe de Jesus