CHI SA, VEDE. PERIFERIE ROMANE, UN ROMANZO SENZA AUTORE. PILLOLE DI URBANISTICA #30

Bianco Nero Rosa Minimal Grunge Musica Copertina Album_20260302_125613_0000 Negli ultimi quindici anni Roma ha smontato la periferia come tema politico unitario. La periferia non è scomparsa. È stata semplicemente parcelizzata. Divisa tra urbanistica, lavori pubblici, sociale, patrimonio, cultura, municipi, emergenze. Ognuno gestisce un pezzo, nessuno governa l’insieme. E quando tutti amministrano una parte, la responsabilità collettiva svanisce.

Un tempo il quadro era diverso. Figure come Dante Pomponi, anche sotto un sindaco tra i più narrativi come Walter Veltroni, tenevano le periferie dentro una visione unica: lettura tecnica, responsabilità politica, continuità territoriale. Le periferie erano la città, non un capitolo secondario dell’amministrazione.

Il segno più chiaro del cambiamento in queste ore è stato “l’olimpico di sabbia” all’Idroscalo di Ostia (LINK), un luogo fragile, simbolico, liminare. Una conquista che un tempo sarebbe finita su tutti i giornali. Nessun assessorato rivendica il tema, segno che l’istituzione non assume il territorio come responsabilità pubblica. La periferia non è più spazio politico. È diventata episodica.

In questo quadro, la figura di Pino Battaglia è emblematica perché incarna perfettamente il nuovo modello. Battaglia, che nasce come mediatore politico, è Assessore alle Periferie, una delega vastissima sulla carta ma quasi priva di leve strutturali mostrando plasticamente la frammentazione dell’intero sistema. Il suo assessorato coordina, monitora, comunica, ma non governa casa, spazi pubblici, mobilità minuta, vulnerabilità, manutenzione, emergenze urbane. È l’esatto contrario dell’epoca in cui Assessore era Dante Pomponi, cioè quando le periferie avevano (con tutti i limiti di essere sotto la guida di uno dei sindaci più narrativi come Walter Veltroni) una regia, una mano unica, un disegno.

La parola “periferia” oggi è stata completamente sterilizzata. Non indica più la trama sociale e geografica della città, ma un aggregato di progetti PNRR, qualche sopralluogo, alcuni sportelli. È diventata una cornice malleabile e smesso di essere un terreno di conflitto urbano. Di fatto chi governa la città non riconosce più i margini come luogo di decisione, ma come sfondo amministrativo.

La conseguenza è una Roma dove la periferia è un romanzo senza autore, dove le emergenze non hanno un referente unico, i territori fragili diventano invisibili, la stampa non trova più centri decisionali da incalzare, i municipi restano senza poteri reali, i cittadini non sanno chi è responsabile di cosa e la città smette di pensare la propria struttura come un insieme.

La periferia si è svuotata per perdita di governo e quando questo accade non c’è più una città da tenere insieme.

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