“MOROSITÀ” BALNEARI, CONTENZIOSI E PROPAGANDA: I CITTADINI HANNO DIRITTO A SAPERE LA VERITÀ

Copia di Nero Oro Gala Invito_20260616_094617_0000Il quotidiano La Repubblica scrive il 13 giugno: “Stabilimenti di Ostia, spunta il maxi-debito da 4 milioni di euro di morosità” (LINK) e si scatena immediatamente la propaganda da destra a sinistra. Ciascuno racconta la metà della storia che gli conviene.È un tema di evidente interesse pubblico, ma proprio per questo merita rigore, trasparenza e completezza.

L’articolo, a firma di Lorenzo D’Albergo, pubblica le cifre ma non spiega la natura giuridica di quelle somme. I balneari parlano dei ricorsi ma non sempre chiariscono quali importi ritengano effettivamente non dovuti. E la politica utilizza quei numeri come armi di propaganda. I cittadini, però, hanno diritto alla verità.

Basta prendere il tema della classificazione di Ostia come località ad “Alta Valenza Turistica” (categoria A), una questione nata oltre dieci anni fa, quando Roma Capitale iniziò ad applicare ai concessionari del litorale canoni determinati sulla base di tale classificazione. Da allora si è aperto un lungo contenzioso amministrativo che ha attraversato TAR e Consiglio di Stato e che ancora oggi produce effetti sulle richieste economiche avanzate dall’Amministrazione (LINK).

Non si tratta di una tesi dei concessionari, ma di una questione affrontata per anni dai Tribunali Amministrativi. Il Consiglio di Stato ha più volte censurato il metodo istruttorio utilizzato per giustificare tale classificazione, evidenziando criticità ed errori nella ricostruzione dei presupposti che avevano portato il Municipio X e poi Roma Capitale a fondare su quei criteri una parte significativa delle proprie richieste economiche.

Un caso emblematico è rappresentato dalla sentenza n. 611 del 27 gennaio 2025 del Consiglio di Stato (LINK), che ha confermato l’annullamento della riclassificazione del litorale di Ostia come area ad “Alta Valenza Turistica” per 19 stabilimenti balneari. I giudici hanno rilevato gravi carenze istruttorie e motivazionali nella procedura adottata da Roma Capitale, evidenziando l’assenza di dati adeguati a giustificare il passaggio dalla categoria B alla categoria A, classificazione che comporta un significativo aumento dei canoni demaniali. La sentenza non riguarda quindi una questione marginale, ma il metodo stesso con cui l’Amministrazione ha costruito una parte rilevante delle proprie pretese economiche sul litorale romano.

Le sentenze degli ultimi anni relative a diversi stabilimenti balneari — dalla Nuova Pineta fino ai più recenti casi Salus e La Bonaccia (LINK) — non raccontano semplicemente di canoni ritenuti troppo elevati, ma un problema più profondo: richieste economiche costruite su istruttorie giudicate insufficienti, dati contraddittori, motivazioni carenti, metrature variabili e verifiche tecniche incomplete.

Non solo.

Come evidenziato dalle analisi di LabUr in questi anni, la base di calcolo di alcune di queste pretese è stata costruita anche sulla base delle risultanze dei cosiddetti “tavoli tecnici” del 2016, nel periodo del Commissariamento di Ostia. Risultanze che, in diversi casi, non erano supportate da verbali di delimitazione del demanio o da testimoniali di stato certi. In altre parole, una parte del contenzioso nasce proprio dalla contestazione dei presupposti tecnici utilizzati dall’Amministrazione per determinare superfici, pertinenze, classificazioni e conseguenti richieste economiche.

Le sentenze non sono soltanto astrazioni giuridiche. Producono conseguenze economiche concrete.
Il caso V-Lounge ne è una dimostrazione evidente. Con la sentenza del Tribunale Civile di Roma n. 12103/2021, Roma Capitale e Agenzia del Demanio sono state condannate a restituire oltre 375 mila euro, oltre interessi e spese, per canoni richiesti e incassati in eccesso a seguito di un’errata ricostruzione della dividente demaniale (LINK).

Non si tratta quindi di una discussione teorica. Quando l’amministrazione determina canoni, superfici o confini sulla base di presupposti tecnici che si rivelano errati, il risultato non è una maggiore tutela dell’erario, ma l’apertura di contenziosi che possono tradursi in rilevanti esborsi a carico della collettività.
Ed è proprio questo che rende ancora più attuale una domanda che LabUr pone da anni: quanto sono solidi i presupposti tecnici e giuridici su cui si fondano le richieste economiche avanzate sul litorale romano?

La verifica avviata dalla Capitaneria di Porto sul caso Urbinati va letta anche in questa prospettiva (LINK). Per la prima volta dopo oltre un secolo si torna a discutere formalmente della corretta delimitazione del demanio marittimo in alcuni tratti del litorale. Non è ancora il momento delle conclusioni, ma delle verifiche. Tuttavia, il semplice fatto che sia necessario accertare nuovamente dove passi il confine del demanio dimostra quanto sia importante fondare ogni pretesa economica, ogni concessione e ogni gara pubblica su basi tecniche e giuridiche certe.
Questo non significa automaticamente che ogni somma richiesta dal Comune sia illegittima o che ogni concessionario abbia ragione. Significa però che esiste un consolidato filone giurisprudenziale che ha messo in discussione il metodo con cui alcune di quelle pretese sono state costruite.

Ed è qui che il dibattito pubblico diventa superficiale.

Quando si pubblicano cifre milionarie presentandole come “morosità”, senza spiegare se derivino da somme definitivamente accertate o da importi ancora oggetto di contenzioso, si racconta solo una parte della storia. Allo stesso modo, quando si invocano le sentenze senza chiarire quali somme restino comunque dovute, si racconta un’altra metà della storia. Se esistono somme dovute, devono essere pagate fino all’ultimo euro. Ma se esistono richieste economiche costruite su presupposti che i Tribunali hanno ritenuto errati, anche questo deve essere detto con chiarezza. Si tratta comunque di soldi pubblici e, proprio per questo, il livello di trasparenza richiesto dovrebbe essere massimo.

Perché se alcuni concessionari hanno approfittato delle ambiguità del sistema, resta una domanda che nessuno sembra voler affrontare: come è stato possibile che per anni l’Amministrazione producesse atti poi ripetutamente censurati dai giudici?Sciatteria amministrativa? Errori istruttori? Carenza di controlli? Oppure una scelta consapevole di difendere per anni atti che i Tribunali hanno progressivamente smontato?Qualunque sia la risposta, non può essere un tema secondario. Perché la corretta gestione del demanio pubblico non si misura soltanto dalla capacità di chiedere denaro ai concessionari, ma anche dalla capacità di costruire atti amministrativi solidi, trasparenti e difendibili davanti ai Tribunali.

Se si parla di morosità, si mostrino i documenti. Se si parla di contenziosi, si mostrino le sentenze. Se si parla di soldi pubblici, si spieghi chiaramente quali somme sono certe, quali contestate e quali ancora sub judice.

La trasparenza non consiste nel pubblicare un numero. Consiste nel spiegare come quel numero è stato costruito, quanto è effettivamente dovuto e quanto è ancora oggetto di contestazione. La trasparenza non può valere solo quando conviene.

 

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LabUr
 è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

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