OSTIA, CONCESSIONI NEL CAOS TRA TAR E CDS. MA IL PROBLEMA È A MONTE

Nero Oro Gala Invito_20260422_164808_0000Un “invito allo sgombero” sospeso dal TAR Lazio prima che producesse effetti irreversibili. Non è solo una vicenda giudiziaria: è il sintomo di un sistema amministrativo che arriva sempre troppo tardi. Nel frattempo arrivano le prima espressioni del CdS. Quando la “legalità” serve a coprire ritardi e atti incompleti, non è più legalità. È incapacità. E il conto lo pagano i cittadini.

 

Sul litorale romano, il Mare di Roma, non siamo più dentro un normale conflitto tra operatori economici. Siamo dentro un cortocircuito amministrativo che ormai si ripete con uno schema fisso: si decide tardi, si agisce male e poi si scarica tutto sul contenzioso.

Lo scontro tra recenti ordinanze del TAR Lazio e quelle emesse ieri dal Consiglio di Stato, creano un conflitto insanabile.

Roma Capitale, a poche settimane dall’avvio della stagione balneare, ha trasmesso ai concessionari uscenti una comunicazione con cui li invitava a lasciare l’area entro il 31 marzo.

Non si trattava di un ordine di sgombero, come abbiamo sempre detto (LINK). Era un invito allo sgombero. Una differenza che non è formale, ma sostanziale.

Un conto è esercitare un potere autoritativo pieno, un altro è utilizzare un atto “debole” per ottenere lo stesso effetto: liberare l’area.

Il TAR è intervenuto esattamente su questo punto (come ad esempio nell’ordinanza  N. 01907/2026 REG.PROV.CAU. N. 02790/2025 REG.RIC.): ha accolto le richieste cautelari e sospeso l’efficacia dell’atto, con una motivazione chiara, evitare che la situazione venga modificata prima della decisione nel merito.
Tradotto, non muovete nulla finché non si capisce chi ha ragione. Poi, ieri, il Consiglio di Stato: azzerato il TAR, via libera al Comune di Roma perché proceda con l’invio dei procedimenti di sgombero (quelli veri).

Il problema non è il ricorso. È tutto quello che c’è prima.
Quello che sta accadendo oggi a Ostia non nasce con i ricorsi. Nasce molto prima:

– un bando pubblicato nel febbraio 2025

– graduatorie rettificate più volte

– verifiche tardive

– subentri mai realmente consolidati

E poi, a marzo 2026, a poco più di un mese dalla stagione balneare, il Comune ha chiesto di liberare le aree, non con un provvedimento pieno, ma con un invito.

Ed è esattamente qui che il sistema si rompe, perché non si può pensare di smontare stabilimenti, organizzare attività, trasferire beni e servizi in pochi giorni e allo stesso tempo pretendere che il nuovo concessionario sia operativo immediatamente.
Non è un problema giuridico. È un problema di realtà.

I tre scenari che oggi si stanno verificando
Quello che succede sul campo segue tre strade molto concrete.

1. L’accordo tra privati
Chi esce e chi entra si mettono d’accordo. Si stabilisce cosa resta, cosa viene ceduto, a quali condizioni. È una soluzione pratica, ma è una supplenza: il mercato sostituisce l’amministrazione.

2. Lo smontaggio e l’abbandono
Il concessionario uscente smonta tutto e se ne va. È già successo. Stabilimenti chiusi, strutture lasciate senza gestione, rischio degrado, occupazioni, incendi.Il Comune dovrebbe garantire la custodia, ma la realtà racconta altro.

3. La permanenza
Chi è dentro non esce.
Non perché “resiste”, ma perché si trova in una situazione giuridicamente incerta: l’entrante non ha ancora una posizione consolidata perché non ha firmato, il procedimento non è chiuso e infine perché esiste un obbligo di custodia del bene.

È esattamente il tipo di situazione che il TAR aveva deciso di congelare prima dell’intervento del Consiglio di Stato.

A conferma di questo quadro, in queste ore arriva la fotografia della stagione balneare 2026 attraverso un adnkronos.

Il Campidoglio ha fissato l’avvio al 17 maggio, ma con una precisazione che pesa più della data “aprirà solo chi è in regola” (LINK).

Molti stabilimenti non saranno pronti.
Quasi tutti i chioschi di Capocotta resteranno chiusi.
Nessuna previsione per i Cancelli di Castelporziano.
Non è un ritardo, è un sistema che non è arrivato in tempo.

A Capocotta emergono contestazioni su presunti abusi edilizi legati a autorizzazioni incomplete tra enti diversi.
A Castelporziano i gestori non sanno se potranno aprire, con servizi essenziali (salvamento, pulizia, igiene) ancora senza un responsabile certo.
In alcuni casi le strutture risultano congelate perché oggetto di contenzioso o già abbandonate.

La decisione del Consiglio di Stato (LINK): un segnale preciso
Le nuove ordinanza che annullano quelle recenti del TAR non risolvono il problema, ma inviano un segnale molto chiaro. Il giudice non entra nel merito, ma vede il rischio: se si va avanti così, si producono effetti che non possono essere rimessi a posto dopo.

Smonti uno stabilimento, interrompi l’attività, crei un vuoto, anche se tra meno di un mese qualcuno avrà ragione, il danno è già fatto ed è irreversibile.

Il punto politico-amministrativo
Qui sta il nodo vero al di là della propaganda.
Non è accettabile un modello in cui:

– i procedimenti arrivano fuori tempo massimo

– si usano atti intermedi per ottenere effetti finali

– si scarica il rischio sugli operatori

– e si rimanda tutto al giudice

perché in quel momento il sistema non sta più funzionando. Sta solo spostando il problema più avanti.

E poi? “Se hai ragione, ti risarcisco”, così si concludono le ordinanze del Consiglio di Stato.
Quando questo meccanismo si rompe, la risposta implicita è sempre la stessa: se hai subito un danno, fai causa, ma i risarcimenti non sono un passaggio tecnico senza conseguenze. Sono soldi pubblici.

Errori amministrativi, ritardi, istruttorie incomplete e scelte sbagliate vengono pagati dalla collettività.
La domanda quindi che tutti dovrebbero porsi non è chi ha ragione tra concessionario uscente ed entrante, ma chi risponde del costo di questo sistema.

La questione che resta aperta
Tra poche settimane il Consiglio di Stato si esprimerà nuovamente su un altro tema: il bando del 2025 era regolare? Arriveranno altre decisioni, con il rischio di dover cominciare tutto daccapo. Se ogni anno il sistema arriva a questo livello di conflitto, se serve una sospensiva per fermare atti tardivi, se il rischio è sempre quello di lasciare pezzi di litorale senza gestione, allora il problema non è episodico bensì strutturale e dunque non basta più il giudice amministrativo.

Serve una risposta che riguardi anche il piano della responsabilità.

Quando la “legalità” viene evocata per giustificare atti tardivi e procedure incomplete, non è più garanzia di correttezza, ma diventa il modo con cui si copre l’incapacità di governare un bene pubblico. Tutto a spese dei cittadini.

 

LabUr continuerà a monitorare la coerenza tra atti, tempi e decisioni sul litorale romano perché quando l’amministrazione arriva tardi, non paga solo chi perde una concessione.
Pagano tutti.

 

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LabUr è un laboratorio indipendente di analisi urbanistica e amministrativa. Verifica atti, procedure e politiche pubbliche nell’interesse collettivo.

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