La chiusura di quattro storici chioschi sul litorale di Campo Ascolano (Zion Beach, Paloma Beach, Oasi Beach e Cubalibre) non è solo una notizia locale. È il punto di arrivo di una vicenda complessa, fatta di atti amministrativi, rilievi tecnici contestati e interpretazioni controverse, ma soprattutto è un segnale concreto di ciò che sta accadendo lungo una delle fasce più frequentate del litorale tra Ostia e Torvaianica.
Parliamo di strutture che, al di là delle singole posizioni, hanno rappresentato per anni un punto di riferimento per migliaia di persone. Non stabilimenti di lusso, ma presidi essenziali su spiagge libere, dove si concentrano famiglie, giovani e cittadini che non hanno alternative. La loro rimozione rischia oggi di lasciare un vuoto difficile da colmare.
Per capire come si è arrivati a questo scenario bisogna partire da un principio semplice: la spiaggia è demanio pubblico e il suo confine con le proprietà private è stato stabilito oltre un secolo fa con precisione. Tra il 1904 e il 1905, infatti, venne tracciata la cosiddetta “dividente demaniale”, attraverso rilievi sul campo, misurazioni e atti ufficiali approvati dal Ministero della Marina.
Quella linea non è cambiata. È un confine reale, fisico, che identifica cosa appartiene allo Stato e cosa no. Tutto ciò che viene raggiunto dal mare, anche durante le mareggiate più intense, rientra nel demanio.
Negli anni, però, a questa realtà si sono sovrapposte rappresentazioni cartografiche e catastali, come quelle del Sistema Informativo del Demanio (SID). Strumenti utili, ma che hanno un limite fondamentale: non creano il confine, lo rappresentano soltanto. E quando la rappresentazione non coincide con la realtà, prevale sempre la realtà.
È proprio su questo punto che si è generata la criticità. Alcuni recenti provvedimenti amministrativi si basano prevalentemente su dati catastali e mappe digitali che sulla dividente demaniale storica. Da qui sono scaturite ordinanze, contestazioni e, infine, la chiusura e rimozione delle strutture.
La relazione tecnica allegata mette in evidenza diversi elementi problematici: rilievi effettuati utilizzando punti fiduciali non più validi, coordinate ripetute e incoerenti, verifiche estese in modo generalizzato partendo da un singolo caso. Non solo: successivi accertamenti avrebbero escluso sconfinamenti per alcune delle attività coinvolte, dimostrando come la situazione sia tutt’altro che uniforme. Questi errori producono effetti amministrativi concreti (ordinanze, rimozioni, ecc.) potenzialmente viziati.
Il punto cruciale però non è solo stabilire chi ha ragione sul piano tecnico, ma capire cosa succederà questa estate. Perché mentre si discute di confini la realtà a Campo Ascolano è questa: quattro chioschi sono chiusi, i servizi assenti e l’accesso alla spiaggia sarà reso difficile anche dalla chiusura del tratto stradale per lavori sul ponte.
Spariscono dunque servizi fondamentali: bagni, assistenza, gestione minima di un tratto di costa che ogni estate viene preso d’assalto, ma quest’anno raggiungibile solo a piedi. Al momento, infatti, non risultano interventi strutturati da parte dell’amministrazione per garantire servizi minimi.
È qui che la questione diventa sociale.
Se questa stagione estiva Ostia piange, Torvaianica non ride. Anzi. Proprio a Campo Ascolano si rischia di assistere a un paradosso: una lunga fascia di spiagge libere, tra le più affollate del litorale, sarà priva di servizi essenziali. Un arretramento che colpirà soprattutto chi quelle spiagge le vive davvero, ogni giorno.
Mentre il pubblico arretra, resta sullo sfondo una domanda stringente: chi occuperà quello spazio lasciato vuoto? Perché il risultato, oggi, è questo: una delle spiagge libere più frequentate del litorale si trova senza servizi e con accesso difficoltoso.
La storia delle coste italiane insegna che quando vengono meno servizi e presidi, si aprono spesso dinamiche di trasformazione opache che poco hanno a che fare con l’interesse collettivo. Non è più una questione tecnica. È una questione di gestione del bene pubblico.
Campo Ascolano, oggi, è il simbolo di questo equilibrio fragile. Una vicenda tecnica che si trasforma in questione politica e che dovrebbe imporre una riflessione seria: il demanio non è solo una linea su una mappa, ma un bene comune. E ogni decisione che lo riguarda dovrebbe partire da lì.