Cosa sta accadendo davvero nelle pinete di Castelfusano e Acque Rosse? Tra vincoli paesaggistici, tempi imposti dal PNRR e criticità già emerse in fase esecutiva, la forestazione sul litorale romano solleva dubbi concreti sulla capacità degli interventi di produrre risultati duraturi. Si stanno infatti piantando alberi nell’ambito degli interventi finanziati con fondi PNRR, che per la sola area di Castel Fusano prevedono la messa a dimora di circa 22.000 nuove piante.
Nel corso della Commissione Trasparenza capitolina del 14 aprile 2026 è emerso con chiarezza però un primo elemento critico: la tempistica degli interventi. La messa a dimora delle piante è vincolata al rispetto delle scadenze del PNRR, con termine fissato al 30 giugno. Questo comporta, di fatto, la realizzazione degli impianti in un periodo (primavera avanzata e inizio estate) che non è quello ottimale dal punto di vista agronomico.
L’intervento si inserisce in un programma più ampio di forestazione promosso dalla Città Metropolitana, che prevede complessivamente la messa a dimora di circa un milione di piante sul territorio.
Chiunque abbia dimestichezza con questi temi sa che la piantumazione dovrebbe avvenire nei mesi più freddi, quando le condizioni climatiche favoriscono l’attecchimento. Operare fuori stagione significa aumentare in modo significativo il rischio di perdita delle piante, rendendo necessarie irrigazioni intensive e interventi di sostituzione.
A ciò si aggiunge un dato temporale non secondario: l’accordo quadro per l’intervento è stato sottoscritto solo nel mese di marzo, comprimendo ulteriormente i tempi di esecuzione e spostando il baricentro dell’operazione su una logica di urgenza amministrativa più che di pianificazione tecnica.
Si crea così una prima frattura evidente: da un lato l’obiettivo formale di rispettare una scadenza amministrativa, dall’altro la necessità tecnica di garantire la sopravvivenza degli impianti nel tempo.
Il caso Acque Rosse
Nell’area di Acque Rosse, sempre durante la Commissione, è stato dichiarato che sono stati emessi ordini di servizio nei confronti della ditta esecutrice, a seguito di gravi carenze contrattuali nelle lavorazioni di manutenzione e nello sviluppo vegetazionale. È stato inoltre riconosciuto un dato particolarmente rilevante: la mortalità delle piante risulta elevata, in alcuni casi molto elevata, con percentuali dichiarate prossime o superiori all’80%. Un dato che, rapportato alla scala degli interventi previsti, assume un peso tutt’altro che marginale. Si tratta di un passaggio importante, perché dimostra che le difficoltà non sono ipotesi astratte, ma problemi concreti già emersi in fase esecutiva.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento di rigidità: pur in presenza di criticità reiterate, l’Amministrazione non appare in grado di reagire in modo efficace. È stato infatti chiarito che le ditte affidatarie non sono facilmente sostituibili (motivo per cui si è deciso di non procedere con la risoluzione del contratto) e che le tempistiche del PNRR non consentono rimodulazioni sostanziali. Il risultato è un meccanismo che tende a proseguire anche quando i problemi sono già evidenti.
Il caso Castelfusano
A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento, emerso sempre nel corso della Commissione, che riguarda la capacità operativa effettiva dei cantieri.
È stato infatti dichiarato che le attività di abbattimento e messa in sicurezza della pineta vengono svolte da una ditta con un limite contrattuale di massimo due squadre operative al giorno. Un dato che, rapportato all’estensione della Pineta di Castel Fusano e alla quantità di alberi morti o compromessi, evidenzia una evidente sproporzione tra la dimensione del problema e i mezzi disponibili. Lo stesso intervento deve inoltre far fronte contemporaneamente a più criticità: alberi colpiti dalla cocciniglia tartaruga, esemplari ancora in piedi a seguito degli incendi degli anni precedenti e situazioni di rischio lungo la viabilità principale (laterale della Colombo).
In questo contesto, le difficoltà operative non sono marginali ma strutturali: accessi limitati, necessità di utilizzo di mezzi speciali e interventi in condizioni logistiche complesse incidono direttamente sui tempi e sull’efficacia delle lavorazioni.
La questione del cippato
Un ulteriore aspetto riguarda la gestione del materiale di risulta derivante dagli abbattimenti. È stato dichiarato che una parte significativa delle lavorazioni avviene direttamente in loco attraverso macchinari che triturano tronchi e ramaglie, trasformandoli in materiale cippato al fine di ridurre i trasporti. Si tratta di una scelta operativa comprensibile dal punto di vista logistico, ma che apre un tema rilevante sotto il profilo ambientale e normativo. Come già evidenziato da LabUr in precedenti analisi, sfalci e potature rientrano nella categoria dei rifiuti urbani biodegradabili e non possono essere automaticamente considerati “residui” privi di disciplina. La gestione in loco attraverso cippatura richiede quindi una chiara tracciabilità e un inquadramento coerente con la normativa vigente, al fine di evitare ambiguità tra operazioni di recupero e smaltimento.
E’ lì infatti che si infila una gestione opaca (la c.d. “filiera nascosta”) del verde di cui abbiamo ampiamente parlato nel corso degli anni nei nostri dossier, l’ultimo a questo LINK.
L’inadeguatezza progettuale e il soccorso dell’aeronautica
Nel caso di Acque Rosse, si è evidenziato come i suoli sabbiosi, la forte esposizione ai venti e la conseguente dispersione dell’acqua rendano particolarmente complessa la gestione degli impianti. Non a caso, nel corso dell’intervento si è reso necessario introdurre soluzioni aggiuntive per l’approvvigionamento idrico.
A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento di particolare rilevanza emerso durante la Commissione: la realizzazione di un sistema di approvvigionamento idrico basato sull’utilizzo di acqua proveniente dall’aeroporto di Pratica di Mare, con la previsione di un invaso di accumulo a servizio delle pinete costiere.
Si tratta, a tutti gli effetti, di un’infrastruttura complessa, che implica la realizzazione di opere di adduzione su distanze significative (nell’ordine dei 20–25 chilometri) oltre alla costruzione di un bacino di accumulo e dei relativi sistemi di pompaggio e distribuzione.
Interventi di questa natura, soprattutto in contesti caratterizzati da vincoli ambientali stringenti come la Riserva del Litorale Romano e le aree ricomprese nella rete Natura 2000, richiedono normalmente tempi articolati, sia sotto il profilo autorizzativo che realizzativo. La complessità delle opere e le criticità legate al contesto territoriale rendono difficilmente compatibile la realizzazione di un sistema strutturale di questo tipo con le tempistiche estremamente ridotte imposte dal PNRR. Ne deriva una evidente criticità: la sopravvivenza delle piantumazioni, già condizionata da interventi effettuati fuori stagione, risulta di fatto legata a un sistema di irrigazione la cui piena operatività non appare realisticamente conseguibile nel breve periodo (non prima del 2028). In questo contesto, è plausibile che nel breve termine si ricorra a soluzioni temporanee, che tuttavia non possono essere considerate equivalenti a un’infrastruttura stabile e continuativa.
I vincoli
Ma il punto più delicato emerge spostando lo sguardo su Castel Fusano. Non è un’area qualsiasi su cui realizzare interventi di forestazione. È un bene pubblico complesso, la cui identità è definita da una lunga stratificazione di atti e vincoli.
La pineta entra nel patrimonio pubblico nel 1932 come parte integrante di un paesaggio composto da boschi, macchia mediterranea e dune costiere. Nel 1954 lo Stato ne riconosce il valore dichiarando l’intera fascia costiera di notevole interesse pubblico. A questo si aggiungono ulteriori livelli di tutela: la Riserva Naturale Statale del Litorale Romano, la rete Natura 2000, le norme forestali e il vincolo idrogeologico. Questo significa una cosa molto semplice, ma spesso ignorata: a Castel Fusano non si interviene su un “terreno”, ma su un paesaggio tutelato.
Dunque, se ci sono vincoli non basta accordarsi con le associazioni ambientaliste per decidere cosa fare ad un tavolo.
Per altro, è proprio qui che emerge una contraddizione.
Nel corso della Commissione è stato dichiarato che alcune operazioni comporteranno la rimozione di vegetazione spontanea ricresciuta, in particolare porzioni di macchia mediterranea, per consentire l’accesso ai mezzi e l’esecuzione degli interventi. Si tratta di un passaggio delicato, perché introduce una tensione evidente tra esigenze operative e tutela degli equilibri ecologici esistenti.
Allo stesso tempo, nel dibattito tecnico più ampio, si afferma l’opportunità di trasformare progressivamente le pinete monospecifiche in boschi misti più resilienti. Si tratta di un orientamento che, in linea generale, ha basi scientifiche, ma la sua applicazione richiede tempi lunghi, gradualità e un’attenta valutazione paesaggistica. Applicarlo attraverso interventi compressi entro le tempistiche del PNRR rischia di produrre un effetto opposto: non una trasformazione evolutiva del bosco, ma un’alterazione rapida dell’equilibrio esistente.
A questo punto il tema non è più solo ambientale o tecnico, ma diventa un tema di coerenza complessiva dell’azione pubblica.
Da un lato abbiamo:
- vincoli paesaggistici stringenti
- condizioni ambientali complesse
- esigenze ecologiche di lungo periodo
Dall’altro:
- tempistiche rigide
- obiettivi quantitativi
- difficoltà operative già emerse
Il rischio è che l’intervento riesca a rispettare i numeri (cioè la quantità delle piante messe a dimora), ma non riesca a produrre un risultato stabile nel tempo. Non è solo un semplice problema tecnico. Siamo di fronte ad un possibile problema di uso inefficiente delle risorse pubbliche.
LabUr continuerà a monitorare l’evoluzione degli interventi, verificando la coerenza tra atti, dichiarazioni e risultati effettivi.